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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 22 settembre 2017

Ombre rosse

Ombre rosse




Ombre rosse (il titolo in inglese è stagecoach, diligenza) è un bel film del regista statunitense John Ford che uscì nel 1939, l’anno in cui dall’Europa scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. L’attore che più si ricorda in quell’opera è John Wayne. I personaggi interpretati da Wayne, ma anche lui stesso personalmente al di fuori della finzione, a lungo costituirono un modello di virilità, di un modo di fare  l’uomo, ma anche il cittadino. Non solo per la gente comune, ma addirittura per un presidente americano, Ronald Reagan, il quale fu al potere dal 1981 al 1989, gli anni in cui il mondo cambiò molto velocemente divenendo quello in cui viviamo. Aveva studiato economia e sociologia all’università, ma divenne noto prima come attore e poi come sindacalista degli attori e infine come politico: sfruttò come politico certe qualità che aveva come attore. Non fu un grande attore, ma fu un politico molto  importante. Fu governatore di uno dei più grandi e ricchi stati federati negli Stati Uniti d’America e poi,  appunto, presidente federale, in un certo senso la persona più potente del mondo Occidentale. Come presidente degli Stati Uniti d’America contribuì a costruire il mondo come oggi noi lo sperimentiamo. Influì in maniera determinante nell’evoluzione, crisi e crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale, in particolare di quello sovietico, e impostò l’economia mondiale che attualmente viene praticata. In Europa trovò un’alleata nel capo del governo britannico Margaret Thatcher, in carica dal 1979 al 1980. Le politiche della neo-destra italiana, che cominciò a organizzarsi e a manifestarsi nel 1993, hanno seguito sostanzialmente l’impostazione di Reagan/Thatcher: meno stato, meno tasse, meno leggi, meno sindacato, ognuno faccia da sé come meglio può senza attendersi grandi aiuti dalle istituzioni, ognuno cerchi di arricchirsi e non gli si sbarri la strada.
  Nel film  Ombre rosse  nessun personaggio è veramente quello che appare. Si racconta un viaggio in diligenza, un tipo di carrozza utilizzato come corriera di linea, verso la città di Lordsburg, nello stato statunitense del Nuovo Messico. Si è minacciati dalle incursioni dei nativi Apaches. Fino ad un certo punto la diligenza è scortata da un drappello di cavalleggeri, ma poi non più. E’ appunto a questo punto che viene attaccata e riesce a raggiungere la destinazione fuggendo, salvata all’ultimo momento dall’intervento di altri cavalleggeri (è a questo punto che c’è una celebre sequenza di una carica  della cavalleria).
 Arrivati a Lordburg uno stimato banchiere viene arrestato, un evaso viene lasciato in libertà, uccide in duello altri tre uomini e lo sceriffo, divenuto nel viaggio amico di un medico alcolista, viene lasciato libero di andarsene insieme ad una prostituta di cui si è innamorato sulla diligenza. Se uno entra al cinema nell’ultimo quarto d’ora non ci si raccapezza. Istintivamente vorrebbe: liberare il banchiere, carcerare sceriffo e assassino, incolpare medico alcolista e prostituta di favoreggiamento. Se avesse visto il film dall’inizio, avrebbe scoperto che: il banchiere era fuggito con la cassa, l’evaso era stato incolpato ingiustamente e si è battuto con gente che voleva ammazzarlo, la prostituta è una di cuore che vuole solo sposare un bravo ragazzo, il medico sa fare il suo mestiere e salva una delle  viaggiatrici da un parto molto difficile e tutti gli uomini della diligenza, a parte il banchiere, affrontano coraggiosamente l’assalto degli Apaches. Tra i viaggiatori c’è anche un baro che, però, si dimostra un gentiluomo e muore, colpito durante l’attacco, con il nome del padre sulle labbra, un giudice.
  Un politico che non conosce la storia è un po’ come uno spettatore che arriva al cinema nell’ultimo quarto d’ora del film. Che capisce? E’ facile, però, ragguagliarlo. Non così negli affari della politica. Politici non ci si improvvisa. Non basta essere pronti a  prendersi delle responsabilità. E neanche avere lo spirito dei personaggi di Wayne o, addirittura, ispirarsi a lui personalmente al suo modello virile o a modelli simili.
  Con il senno del poi, sapendo come è finita, ci piace il mondo costruito da Reagan e Thatcher? Certuni manco lo sanno che risale a quei due. Ma non solo a loro personalmente: dietro a loro c’era molta altra gente. La politica non è mai cosa di una o due persone. Dietro a Reagan e a Thatcher c’era dei gruppi della società che volevano modificarla. Pensavano principalmente al proprio interesse o al bene di tutti?
  Se uno si prende delle responsabilità ma è uno sprovveduto, sa poco di tutto, e soprattutto non sa fare, è facile che finisca in mani altrui. E va ancora peggio se uno è uno spregiudicato. Allora si coalizza intorno a lui il malaffare e cambiare la situazione è affare complicato. Naturalmente molto più complicato quando è in gioco lo stato, perché quest’ultimo è un’organizzazione molto potente. Controlla, in genere, un apparato militare e di polizia. In un governo di sprovveduti può accadere che i militari acquistino un ruolo molto più importante di quello che spetterebbe loro. Di solito, quando accade, si giustifica il loro intervento con una situazione di emergenza, ma la situazione si può protrarre più  lungo. Ad esempio, negli Stati Uniti d’America il Presidente ha deciso di sostituire diversi suoi collaboratori in poco tempo. Ha nominato al loro posto diversi generali, gente pratica di organizzazioni complesse:  è il loro lavoro. Ma in democrazia è molto pericoloso quando dei militari controllano la politica, perché dovrebbe accadere l’inverso. In effetti la politica statunitense sembra un po’ più bellicosa del passato, con meno scrupoli di altre volte ad iniziare interventi militari. Così, quando il Presidente, l’altro giorno, ha minacciato di distruggere la Corea del Nord, una nazione con venticinque milioni di persone,  c’è da prenderlo sul serio.
  Anni fa il nostro governo fu sul punto di intervenire militarmente in grande stile in Libia, a capo di una coalizione europea. Tutto era pronto ed erano state approvate norme apposite. A quel punto però furono consultati anziani leader di destra e di sinistra che sconsigliarono, e a ragione, l’operazione e non se ne fece nulla. Il teatro di guerra in Libia è molto difficile. Gli italiani ne fecero storicamente esperienza negli scorsi anni ‘20, nella lunga e sanguinosa guerra di conquista che combatterono laggiù a quell’epoca. Non è mai male ascoltare anziani saggi, con più esperienza nelle cose della politica e di governo. Si può in parte rimediare, così, a carenze formative. Ma fino ad un certo punto. E, comunque, se uno ha in mente innanzi tutto di rottamare  ciò che c’era prima non si trova proprio nello stato d’animo giusto per ascoltare buoni consigli.
 La diligenza del film Ombre rosse  viene salvata all’ultimo momento per intervento della cavalleria, di soldati, quindi dallo stato. E’ questo che ci attendiamo, più o meno, da uno stato. Ma se lo stato va in malora? E se si decide di ridurlo ai minimi termini? Meno tasse, Meno stato, furono le parole d’ordine di Reagan e di Thatcher, e sono discorsi che sentiamo ancora, anche nella nostra politica.
 Che c’entra la fede con tutto questo? Si  è posto un collegamento tra carità/agàpe e politica. Se ne è raggiunta consapevolezza, nel magistero, dagli scorsi anni ’30. Se fare  politica  è una forma per praticare la carità/agàpe, allora la fede c’entra.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

  


  

giovedì 21 settembre 2017

Autonomia della politica

Autonomia della politica


 Politica è il governo della società. E’ una realtà profondamente umana. Ne scrissero gli antichi filosofi greci, dal cui pensiero deriva gran parte della cultura degli europei. “L’essere umano è un vivente politico”, conclusero. In particolare, questo fu l'insegnamento di Aristotele, vissuto in Grecia nel Quarto secolo dell’era antica. Egli fece da insegnante nella formazione di un grande imperatore: Alessandro detto  il Grande, il  quale a  quell’epoca dominò vasti territori. Alessandro era figlio di un re, che, dall’originaria Macedonia, a nord della  Grecia, aveva conquistato le bellicose città greche assimilandone (vale a dire facendo proprie), nel contempo, le civiltà, cioè imparando da loro. Riteneva che per governare un popolo occorresse essere preparati e diede al figlio il migliore maestro sulla piazza, uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi tra quelli europei. Nell’Italia di oggi si ritiene invece che chiunque possa giungere al massimo potere, senza una particolare istruzione. Chi si propone, in genere non parla della sua formazione e delle sue precedenti esperienze. Si ritiene che questo sia una necessaria conseguenza dell’orientamento democratico, ma non è così. Gli incolti sono mediocri governanti e, in genere, finiscono per cadere preda dei loro appetiti o in mani altrui. Un esempio di un persona giunta al massimo potere e che non può esibire titoli formativi impressionanti è il presidente statunitense Donald Trump.  In un discorso che ha tenuto davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’altro giorno ha minacciato di distruggere una piccola nazione asiatica che gli si oppone. “Se provocati, distruggeremo la Corea del Nord”, ha dichiarato. Nessun capo di stato di cultura europea aveva più fatto minacce del genere dopo il capo del governo tedesco Adolf Hitler, in carica tra il 1933 e il 1945, fondatore e guida suprema del nazionalsocialismo tedesco.
  La politica ha le sue finalità e le sue regole, che non sono quelle della religione. Questo significa che non basta essere persone religiose o addirittura preti per essere buoni politici. In effetti i vescovi e i preti, i nostri capi religiosi, sono stati in genere mediocri politici, e talvolta pessimi. Per funzionare la politica deve conservare la sua autonomia, anche dalla religione. Lo hanno riconosciuto e proclamato i saggi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Questo non significa che possa essere immorale, spregiudicata, opportunista, ignorando gli insegnamenti religiosi. Una politica così  è politica cattiva  e fa male alla gente. Non fa il suo mestiere che è invece quello di procurare il benessere collettivo, la felicità  di tutti. Questo significa che deve essere in relazione con altre realtà sociali molto importanti, dalle quali dipende la felicità delle persone, e tra queste anche la religione.  Da questo consegue che la politica deve porsi dei limiti: questo è appunto uno dei cardini del pensiero democratico. La democrazia è un sistema di limiti e di valori. Uno dei valori più importanti è quello della persona, che costituisce anche uno dei maggiori limiti che occorre porre alla politica perché consegua il suo scopo, il benessere e la felicità di tutte le persone. Una politica che non rispetti la persona umana è omicida o schiavista. A volte pensiamo che si tratti di fatti del passato o molto lontani da noi, ma non è così. E’ molto comune essere tentati da una politica, che con molti pretesti, non rispetti le persone umane. Ai tempi nostri le leggi nazionali e internazionali vigenti vietano politiche così. Però alla gente qualche volta sembra che non  vi sia altra via che fare il male per salvarsi. Un politico che si lascia prendere la mano su questa via potrà giungere a minacciare di distruggere nazioni. E’ in grado di farlo? Lo farà veramente?
   Gli Stati Uniti d’America, ad esempio, hanno un arsenale di armi nucleari di potenza tale, più o meno, da cancellare la vita sul pianeta. Hanno avviato un programma di riduzione di queste armi stragiste, di distruzione di massa, d’accordo con l’altra maggiore potenza nucleare, la Russia: c’è un trattato vigente in materia che scadrà nel 2020, ma sembra che non siano più tanto convinti di quella via. Sono l’unico stato del mondo ad aver utilizzato l’arma nucleare in guerra, nel 1945, in Giappone, per ben due volte, cancellando le città di Hiroshima e Nagasaki. La responsabilità di quell’atto di guerra è del presidente statunitense Harry Truman, in carica dal 1945 al 1953, un politico che non poteva esibire curriculi impressionanti, che non aveva ricevuto una gran formazione, sostanzialmente un autodidatta. Aveva la reputazione di uomo onesto. Inaugurò il suo mandato con l’uso della bomba atomica. Chi difende quella decisione, sostiene che occorse farlo per porre fine ad una guerra che poteva essere molto più sanguinosa. Infatti il Giappone, verso la fine della Seconda Guerra mondiale (1939-1945) era determinato a resistere ad oltranza. Occorreva dimostrare  che gli Stati Uniti d’America potevano distruggerlo. Ma se lo scopo era solamente dimostrativo, perché usare la bomba due  volte? Non ne bastava una sola?
 E, insomma, quando un politico che non ha ricevuto una gran formazione ha in mano tante bombe nucleari come accade negli Stati Uniti d’America attualmente, e inoltre appartiene a uno stato che ha già usato quelle armi in guerra, c’è effettivamente da preoccuparsi.
  Truman era un cristiano, anche Trump lo è. Non hanno visto problemi religiosi nell'idea di distruggere  nazioni?
  Una politica che sia, non solo  autonoma, ma anche completamente  autoreferenziale, in particolare in materia etica, dà questi problemi. Si lavora come a compartimenti stagni, con una politica che non tiene conto di altro che di sé stessa. Allora proclama, ad esempio “America first!”, “gli Stati Uniti in primo luogo”, così come l’inno tedesco ai tempi del regime nazionalsocialista proclamava “Germania su tutto”. E tutte le altre persone dell'umanità? In un mondo interdipendente come il nostro, in cui non ci si può isolare, perché praticamente tutto ciò che è di nostro quotidiano uso ci viene da lontano, ragionare così porta al disastro.
 Le realtà sociali più importanti, in particolare politica, economia, cultura e religione, benché autonome, sono sempre in relazione tra loro, anche se ce se ne vuole scordare o se ne è persa, ripudiata, o mai raggiunta perché incolti, consapevolezza. Ecco perché occorre ragionare di politica anche facendo religione e la riforma sociale deve entrare anche nella formazione religiosa. Una politica autoreferenziale e spregiudicata, infatti, fa male alla gente e quindi la danneggia anche dal punto di vista religioso.
  Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 20 settembre 2017

Strumentalizzazione religiosa della politica

Strumentalizzazione religiosa della politica

  A Roma i papi hanno ancora un piccolo regno. Ha le dimensioni di un quartiere della città, oltretevere, dalle parti di Borgo: è il Vaticano, un colle della città circondato da mura possenti tranne che sul lato di piazza San Pietro, dove si affaccia un chiesone. La partecipazione alla vita democratica dello stato italiano ne è stata storicamente pesantemente condizionata, ma nell'iniziale formazione alla fede di solito non se ne parla. Ma spesso ci si si sorvola sopra anche successivamente. Papa Montini, regnante tra il 1963 e il 1978, definì provvidenziale la soppressione dello Stato pontificio, nel 1870, a seguito della sua conquista militare da parte del Regno d’Italia e della dinastia sovrana dei Savoia. L’attuale regno dei papi in Vaticano non ne è la prosecuzione, ma fu costituito per la medesima esigenza per cui non ci voleva cedere Roma al nuovo stato nazionale. Per rendere indipendente  il papato. Costò molto caro ai cattolici italiani, in primo luogo in termini morali e politici, perché fu costituito accordandosi con il Regno d’Italia dominato dal fascismo mussoliniano. Si dovette rinunciare, almeno formalmente, all’azione sociale in Italia, impegnandosi a limitarsi a quella religiosa. Una separazione, per cui era vietato  occuparsi di politica, che continua a fare danno, perché, di solito inconsapevolmente, è ritenuta ancora doverosa, benché nel 1984 la parte di quegli accordi, conclusi nel1929, che riguardavano la missione della Chiesa in Italia siano stati quasi completamente riformati, adeguandoli alla norme della nostra Costituzione, e comunque fossero cadute in disuso le norme limitative dell’azione sociale da parte delle organizzazioni religiose. Si pensi, ad esempio, che fin dall’inizio della democrazia italiana, nell’Ottocento, e prima ancora della realizzazione dell’unità nazionale, non solo i cattolici, ma gli stessi preti, fecero  politica. Sono anche opere di letteratura politica la Divina Commedia  di Dante Alighieri, scritta nel Trecento, e, più vicino a noi nel tempo, I promessi sposi  di Alessandro Manzoni, scritta nell’Ottocento. Furono preti Vincenzo Gioberti, che nell’Ottocento propose di realizzare l’unità nazionale dandone la presidenza al papato, Romolo Murri, che tra l’Ottocento e il Novecento, propose di impegnarsi per realizzare in società una  democrazia cristiana, e Luigi Sturzo, che fu il principale artefice del primo partito politico ispirato ai valori di fede.
  Volere uno stato per essere indipendenti in religione significa strumentalizzare quello stato e la sua politica. Significa condizionare pesantemente la politica e quindi avvilirla, come sempre succede nelle strumentalizzazione.
 Ora ci ritroviamo con questo piccolo regno vaticano, la cui amministrazione statale, si dice, non sia  granché. Se ne dice insoddisfatto lo stesso Papa, scrivono i giornali. Non andava diversamente, nell’Ottocento, nello Stato pontificio, in cui tutte le cariche più importanti erano riservate ai preti. Faceva mediocre politica. In più impediva i processi democratici, che furono pesantemente repressi con dure misure di polizia fino all’ultimo. Negli ultimi anni ogni tanto, e anche in questi giorni, il piccolo regno vaticano finisce sui giornali per qualche scandalo, in particolare riguardante questioni di soldi. Tra gli anni ’70 e ’80 rimase coinvolto, e pesantemente danneggiato, nel disastro finanziario di una banca italiana, il Banco Ambrosiano.
  La politica strumentalizzata ad altri fini, anche in sé nobili, è politica degradata. La politica è una di quelle cose  essenziali per la vita sociale degli umani che non deve essere strumentalizzata, per nessun motivo. La tentazione di strumentalizzarla è forte in Italia, perché la nostra Chiesa ha ancora una forza politica, in particolare nell’era della liquefazione dei partiti politici, che si sono fatti molto deboli, evanescenti, più simili a marchi d’impresa che a vere organizzazioni sociali.
  Questi argomenti non vengono di solito affrontati in religione perché mettono in questione un aspetto del ministero del Papa e quindi si teme l’accusa di lesa maestà. Così però il Papa rimane solo a voler riformare le cose nel suo piccolo stato. E da solo potrà cambiare ben poco. I suoi critici aspettano che passi, come sono passati i suoi predecessori: riuscirono a fare ben poco, e più che altro sotto il profilo formale, rinunciando, ad esempio, a certi segni della sovranità terrena, come la pesante corona a tre strati, il fardello che i papi volevano porsi in capo in certe occasioni solenne.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

martedì 19 settembre 2017

Strumentalizzazioni

Strumentalizzazioni

 Strumentalizzare significa far diventare qualcosa o qualcuno strumento  di qualcos’altro o di qualcun altro, vale a dire metterlo al suo servizio.
  Con la forchetta arrotolo gli spaghetti e me li mangio. La forchetta è un mio strumento nel mangiare gli spaghetti. E’ fatta apposta anche per questo. Come anche per infilzare altro cibo o tenerlo fermo mentre lo taglio. Come si faceva prima? Si usavano le mani direttamente, senza strumenti. Lo si è fatto molto a lungo e addirittura, raccontano,  le si preferivano anche quando le forchette ricomparvero sulla scena europea, nel Quattrocento o giù, dopo essere andate disuso per secoli. Ora a noi pare strano non usarle.
  Praticamente tutto si presta a diventare strumento, solo che cada sotto il nostro dominio. Ai tempi nostri è vietato servirsi di schiavi, di strumenti umani, ma molto a lungo sembrò normale farlo. La fine dello schiavismo è più o meno contemporanea dell’affermarsi di processi democratici nella parte del mondo dominata dagli europei. Fu un processo abbastanza lungo. Negli Stati Uniti d’America si combatté una sanguinosa guerra anche per abolire lo schiavismo, tra il 1861 e il 1865. In quegli stessi anni in Italia ci fu grande fermento per completare l’unificazione nazionale, un obiettivo politico: si era finito di combattere nel 1860, ma si tornò a farlo nel 1866 e nel 1870. Ai tempi nostri si è piuttosto ritrosi nell’ammettere di voler utilizzare la guerra come strumento della politica. Un tempo non lo si era o lo si era molto di meno. In guerra gli esseri umani arruolati negli eserciti diventano strumento delle strategie dei capi militari. Schiavi, soldati… possono essere considerati strumenti umani. Per renderli tali devono cadere in dominio altrui. Allora le leggi scritte da chi domina prevedono la loro strumentalizzazione, li obbligano a divenire strumenti.
  Anche le ideologie e le religioni si prestano ad essere strumentalizzate.
  La politica è il governo della società. Se si serve di una religione, la strumentalizza. Può servirsi anche di una ideologia: o lo trova già fatta e la adatta ai suoi scopi o la crea da sé bell’e  nuova. Anche le religioni strumentalizzate vengono di solito adattate. Se il lavoro è fatto bene non ce se ne accorge nemmeno.
  Verso la fine degli anni  ’60, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet (1926-1980), l’Azione Cattolica fece quella che venne definita scelta religiosa. Non significò non volersi più occupare di riforma sociale, che era il lavoro per il quale era stata istituita, ma fare cessare la strumentalizzazione politica dell’associazione, e in particolare da parte del partito all’epoca egemone nel governo, la Democrazia Cristiana. Significò rivendicare libertà di azione associativa  e, più in generale, l’autonomia del laicato nella società nell’individuarne progetti di riforma in linea con i valori della fede. Significò anche ammettere il pluralismo delle scelte politiche, non legare necessariamente i fedeli ad un unico partito, un partito  cristiano.
   Ma può anche accadere che sia la politica ad essere strumentalizzata dalla religione. E’ accaduto storicamente e la tentazione c’è sempre. Quando la politica è debole e le organizzazioni religiose riescono ad avere una forza politica, allora possono fare pressioni per aver vantaggi in società tramite la politica.  Di solito ciò accade quando si concludono certi accordi con la politica, in forma solenne, tacita, per fatti concludenti o segreti. Ogni parte ha il suo vantaggio. Per certe aspetti è la politica che strumentalizza la religione, per altri aspetti è il contrario. Allora, ad esempio, un nemico religioso può diventare anche un nemico politico  e  un nemico politico può diventare anche un nemico religioso, ad esempio essere accusato di eresia. Un esempio di nemico religioso costruito anche come nemico politico fu il riformatore religioso Martin Lutero (1485-1546). Ma anche alcuni papi seguirono la stessa sorte. Così come popoli interi.
 Stabilire chi e che cosa può diventare strumento, e fino a che punto, è un problema sociale molto importante. Nell’ideologia politica che è legge nella nostra nuova Europa, nessun essere umano deve diventare strumento, quindi la questione del “chi” non si pone. In questo campo c’è però l’esigenza di combattere le strumentalizzazioni degli esseri umani che illegalmente ci sono. Rimane quella del “che cosa”. Una forchetta, un computer: nascono come strumenti. Ma un animale? Una foresta? Il mare? Possono cadere nel dominio umano, di uno stato, di un comune, di una società, di una persona, ma vengono considerati, per certi aspetti anche beni di tutti, comuni. Non ce se ne vuole privare, consentendo che possano essere strumentalizzati fino in fondo da chi ne ha il dominio, fino a distruggerli o trasformarli totalmente. Vengono quindi posti dei limiti sociali alla strumentalizzazione. Se ne pensano anche di nuovi. Chi possiede  ne è però insofferente e cerca di liberarsene. Che succede se chi ragiona così è addirittura uno stato, e per di più un grande stato, uno dei più grandi? Le cose si mettono male per ciò che è nel suo dominio e che si presta a strumentalizzazioni. Ma, in definitiva, si mettono male anche per gli altri, perché la Terra  è una e più di essa, nel cosmo, non c’è nulla per noi che ci consenta di continuare a vivere come specie vivente. C’è  un capo di stato che dà ordine ai suoi di sparare missili in modo da minacciare gli altri stati intorno e anche gente molto lontana. La gente si preoccupa. Ma quel tipo domina un piccolo stato. C’è un altro sovrano che domina una delle maggiori potenze industriali e dà ordine di liberarsi dagli accordi che limitano la strumentalizzazione delle risorse del pianeta. Il primo minaccia solo, per ora, quell’altro già comincia a far fare, e in grande scala. La gente si preoccupa? E di chi dovrebbe preoccuparsi di più?
  Anche nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) i capi della nostra Chiesa, riunitisi a Roma in un’assemblea che, non tutti lo notano, fu un organo legislativo, che quindi dettò norme, costituzioni, decreti, dichiarazioni, stabilirono limiti alle strumentalizzazioni: innanzi tutto a quella dell’essere umano, ripudiandola, poi a quella di altre importanti realtà sociali, le une rispetto alle altre, della religione, della politica, della cultura, stabilendone la reciproca autonomia. Si ritiene, in questa prospettiva, che non debba essere strumentalizzato ciò che c’è di più importante per l’umanità, perché ciò che viene strumentalizzato viene anche diminuito o addirittura distrutto, e questo non si attaglia all’essenziale. Altrimenti si può avere, ad esempio, una politica incolta o spregiudicata, una religione cieca o violenta, una cultura reazionaria o immorale, mentre politica, religione e cultura, ripudiando strumentalizzazioni ed entrando in relazione in reciproca autonomia, conservando in particolare una reciproca capacità critica, migliorano la società dando il meglio di sé. La loro sintesi si ha nelle coscienze delle persone e quello della coscienza è uno dei campi principali della formazione del cittadino, anche se ai tempi nostri spesso se ne perde consapevolezza e, pressati dalle urgenze elettorali, tutto ciò a cui si punta è far mettere alla gente un segno sulla scheda, al seggio, lì dove si vuole. E anche questa è una strumentalizzazione e una delle peggiori, quella della democrazia.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


   


 


lunedì 18 settembre 2017

L’unica rimasta

L’unica rimasta

  Questa mattina  vi propongo un pensiero breve. Rifletteteci sopra e valutate se potete essere d’accordo.
  L’Azione Cattolica è rimasta l’unica grande organizzazione popolare ancora capace di fare formazione di massa in materia di riforma sociale e di democrazia, con una rete capillare, con un programma nazionale di attività e obiettivi, con una vasta schiera di educatori, con l’appoggio dell’alta cultura di ispirazione religiosa, a cominciare da quella diffusa dalle grandi università che fanno capo alla Chiesa. Gli altri si limitano ad annusare l’aria e a vedere l’aria che tira, per poi dire alla gente quello che vuole sentirsi dire, senza troppo preoccuparsi di coerenza e di valori, per poi, una volta al potere, condursi come meglio credono, dimentichi di ciò che avevano prima proclamato (e spesso non è questo il male maggiore, perché le politiche a cui ci si era impegnati non era buone). Non sono interessati alla formazione popolare, perché i  loro obiettivi sono a breve scadenza, a mesi, di elezione  in elezione, quando c'è bisogno di gente che li voti perché possano andare o rimanere al potere.
  Questa  è una grande responsabilità per  l'Azione Cattolica,  anche davanti alla storia e non solo ai contemporanei.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

domenica 17 settembre 2017

Un lavoro impegnativo fin da ragazzi: non sprecare il tempo

Un lavoro impegnativo fin da ragazzi: non sprecare il tempo 

    Riprendo le mie riflessioni, dopo aver lasciato un po’ più tempo ai frequentatori di questo blog per esaminare il molto materiale che ho pubblicato dal 1 settembre scorso.
  Oggi termina il campo-scuola diocesano dell’ACR, a Vitorchiano. C’era anche gente della nostra parrocchia. Riprendo quindi dai ragazzi.
  In parrocchia vorremmo, dunque,  far partire l’ACR da quest’anno. E’ da molto che mancava. Si fa la proposta e si scopre che i ragazzi dell’età giusta sono molto impegnati.  Fanno sport e molte altre attività interessanti, con le quali si è in competizione per avvicinarli al lavoro dell’ACR. Qualche studioso ha notato che le agende  dei più giovani tra gli europei sono diventate un po’ come quelle di certi professionisti. Bisogna trovarvi un buco, un appuntamento. Una volta, diciamo anche solo negli anni ’50 del Novecento, per molti dei più giovani il tempo  libero  proprio non c’era, era tempo di lavoro, lavoro come gli adulti. Ai tempi nostri il lavoro minorile è sentito come ingiusto, come un rubare qualcosa ai ragazzi, una specie di schiavitù. Rimane però il problema di riempire  il tempo in cui non si va a scuola. Non è facile, perché, dal punto di vista di un ragazzo (i più anziani ne facciano memoria personale), quello che non è impiegato con coetanei è tempo perso, e nella nostra società spesso i ragazzi fanno vita da piccoli monaci, in solitudine. Quando fui ragazzo era molto diverso. I giochi collettivi pomeridiani, proprio qui nel nostro quartiere, alle Valli,  occupavano  molto tempo e si facevano anche in parrocchia, proprio nella nostra parrocchia. Avevano una importante caratteristica: erano organizzati dagli stessi partecipanti. Se uno va, ad esempio, a scuola di tennis o di judo o di una lingua straniera per un’ora o due alla settimana, e poi per altre ore singole a imparare la chitarra o pianoforte e via dicendo, un’ora per ogni attività, si trova inquadrato in attività organizzate da altri, da adulti. Fa quello che gli dicono di fare, e così fanno tutti. Non si possono introdurre varianti. Non ci si conosce veramente tra ragazzi, manca il tempo. E’ un po’ come a scuola, solo che a scuola si sta più tempo, quattro, cinque ore ogni giorno. E a scuola ci sono alcuni tempi liberi, in cui ci si auto-organizza.  Aspettando di entrare, all’uscita, tra una lezione e l’altra, a ricreazione, nelle gite  scolastiche. Ci si conosce meglio e allora, a volte, ci si incontra anche fuori scuola, nei limiti in cui l’odierna urbanistica lo consente. Io già in quarta elementare giravo da solo per il nostro quartiere, oggi è sentito come pericoloso a quell’età.
  Fare vita da piccoli monaci non aiuta ad imparare a stare in società. I catechisti se ne accorgono subito. I ragazzi che sono loro affidati non sanno giocare insieme. Potrebbe sembrare, tutto sommato, poco importante, se poi riescono a stare attenti  e a imparare quello che si pretende da loro. Questa è appunto, in genere, l’impostazione scolastica. Sorgono problemi, però, quando si vorrebbe costruire una comunità, come oggi in genere si vuole. Si è presa coscienza dell’insufficienza di un insegnamento religioso solo diretto alla formazione spirituale e morale individuale. Ma i ragazzi, abituati a vivere il tempo libero  di ora in ora, l’ora di tennis, quella di chitarra, quella di catechismo, deludono i nostri sforzi di farli capaci di un lavoro collettivo, in modo da formare una società e per far fare loro, lì, tirocinio di lavoro sociale.  A stare in società si impara, anche questa non è cosa innata. Ma dove impararlo? Dove fare pratica?
  Nella pagine iniziali delle sue Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales dal 1815 al 1855, Giovanni Bosco, narra le sue prime esperienze sociali:
 “Voi mi avete più volte dimandato a quale età abbia incominciato ad occuparmi dei fanciulli. All’età di 10 anni io facevo quello che era compatibile alla mia età e che era una specie di Oratorio festivo. Ascoltate. Era ancora piccolino assai e studiava già il carattere dei compagni miei. E fissando taluno in faccia, per lo più ne scorgeva i progetti che quello aveva in cuore. Per questo in mezzo a’ miei coetanei era molto amato e molto temuto. Ognuno mi voleva per giudice o per amico. Dal mio canto faceva del bene  a chi poteva, ma del male a nissuno. I compagni  poi mi amavano assai, affinché in caso di rissa prendessi di loro difesa. Perciocché sebbene fossi più piccolo di statura, aveva forza e coraggio da incutere timore ai compagni di assai maggiore età; a segno che nascendo brighe, quistioni, risse di qualunque genere, io diveniva  arbitro dei litiganti ed ognuno accettava di buon grado la sentenza che fossi per proferire.”
  Chi dei nostri ragazzi può fare oggi esperienze sociali come quelle? Alcuni vanno ad imparare arti marziali, judo, karate, e via dicendo, ma forza e coraggio, insieme, non sono comuni tra loro. Il bullismo  scolastico, che tanto fa soffrire i più giovani, è praticato dai più forti, ma che coraggio richiede? Prendersela con i più deboli, senza che nessuno abbia il coraggio di reagire. A certe sopraffazioni non ci si abitua mai, ma si impara a subirle, se non si sperimentano risorse sociali per contrastarle, e alla fine ci si rassegna. Su questa rassegnazione crescono poi società insufficienti, che funzionano male e fanno soffrire,  con gente che partecipa poco, che non crede che la partecipazione serva, e cerca un altro modo, egoistico, per salvarsi.
  Chi è giovane e quelli degli anziani che vogliono ricordare realisticamente la loro gioventù sanno bene che il mondo dei ragazzi  è pieno di violenza e di sopraffazioni e, quindi, di sofferenza. Diviene così quando a certe cose si dà poca importanza, da parte degli adulti.  Può essere diverso. E così è anche nelle società degli adulti: possono essere diverse, non è detto che debbano far soffrire, che il male vi debba dominare. Ma bisogna imparare a farle  diverse. Uno come Giovanni Bosco ha cercato di fare migliore il mondo dei ragazzi, con il suo sistema preventivo basato su una socialità ben guidata. Si lavora sui ragazzi per far migliori gli adulti e le società da loro dominate. I ragazzi cambiano velocemente, crescono, e diventano adulti: ad un certo punto, osservano gli studiosi, può essere già tardi per certe cose. Non bisogna sprecare il tempo. Ecco, direi che il lavoro in ACR mi appare come un modo per non sprecarlo.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



  

lunedì 11 settembre 2017

Buon lavoro agli educatori dell'ACR riuniti nel campo scuola di Vitorchiano!

Buon lavoro agli educatori dell'ACR riuniti nel campo scuola a  Vitorchiano!

   Dal 15 settembre, educatori dell'ACR  partecipano al campo scuola diocesano a Vitorchiano. Ci saranno anche partecipanti della nostra parrocchia. Infatti da quest'anno si vuole far partire anche da noi l'ACR. 
 Buon lavoro a tutti!
  Per alcuni può essere la prima volta che si accostano a questa esperienza associativa. Altri l’hanno già fatta, ma possono sentire il bisogno di approfondire le ragioni per proseguirla.   Nei post  che ho pubblicato dal 1 settembre possono trovare qualcosa di utile. E’ una minima parte di quello che si può dire sull’Azione Cattolica, ma comunque forse si vorrebbe avere una visione ancor più sintetica.
  Cominciamo con il dire questo: l’Azione Cattolica non è assimilabile ad alcuna delle altre aggregazioni ecclesiali correnti in Italia. Questo significa anche che fa un lavoro che nessun altro fa. Ma che dovrebbe fare?
  Per capirlo occorre avere consapevolezza della sua storia.
 Tutto iniziò a metà Ottocento, quando il Papato sentì la necessità di chiamare a raccolta il popolo a difesa della sua missione. I moti nazionalistici italiani minacciavano il suo piccolo stato nell’Italia centrale, con capitale Roma. Si voleva che fosse la capitale del nuovo stato unitario e indipendente che si andava costituendo in quegli anni, con sommosse popolari e guerre, sia  tra stati e che tra milizie popolari e stati. Il Papato riteneva di avere bisogno di quel suo stato per essere indipendente dalla politica degli stati del mondo intorno ed essere libero di svolgere la sua missione universale.
 I moti nazionalistici italiani erano suscitati da movimenti con ideologia liberale e democratica. Erano tali, in particolare, i gruppi che si ispiravano al pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Essi non miravano solo all’unità nazionale e all’indipendenza, ma anche alla  riforma sociale, in particolare all’affermazione di regimi democratici, da conseguire con il coinvolgimento del popolo non più solo come concessione delle dinastie sovrane, che all’epoca, dopo la caduta del regime di Napoleone Bonaparte nel 1815, dominavano nuovamente l’Europa. Il nazionalismo italiano di quell’epoca non era anti-cristiano: il motto di Mazzini era “Dio e popolo”. Divenne anticlericale per il rifiuto del Papato di consentire l’unità nazionale con capitale a Roma.
 Perché i nazionalisti ritenevano indispensabile Roma? Per il suo significato simbolico, derivante dalla sua storia antica, per la civiltà unificante che dalla sua cultura era scaturita. Si pensava che così si sarebbe potuta consolidare meglio un’unità politica ottenuta militarmente tra popoli da molti secoli divisi, combattendo e sopprimendo i vari stati che all’unificazione si opponevano. Il Papato non credeva nel liberalismo: pensava che avrebbe condotto il popolo lontano dalla fede. Non credeva nella democrazia, che non concepiva come un sistema di valori, ma come  politica basata sulla forza del numero, non su quella della ragione. Intendeva il liberalismo come dissoluzione dei valori e la democrazia come disordine tra il popolo che avrebbe finito per darsi nelle mani di demagoghi, di agitatori sociali senza valore e insofferenti dei veri valori (in linea con il giudizio che della democrazia avevano dato grandi filosofi greci dell’antichità). E soprattutto, come detto, riteneva l’indipendenza politica del Papato, da attuare con il possesso di un vero e proprio regno territoriale, come indispensabile per  sottrarsi all’arbitrio e alla volontà di potenza degli altri capi di stato, quindi a tutela della sua missione universale. Nei secoli precedenti il Papato, per garantire la sua indipendenza, si era appoggiato alle dinastie sovrane europee. Da metà Ottocento ebbe sempre più difficoltà a farlo. I nazionalisti italiani chiamavano a raccolta i popoli dell’Italia di allora, e così, ad un certo punto, lo fece anch’esso. Come i nazionalisti parlavano di  riforma   sociale, di cambiare in meglio la società civile, anche il Papato elaborò un suo progetto di  riforma sociale, sulla base delle esperienze di solidarietà sociale che a quell’epoca, in tutta Europa e anche in Italia, si andavano costituendo a sostegno della parte meno ricca della società. Questo programma fu espresso solennemente in un’enciclica, un atto con forza di legge per la Chiesa cattolica, la prima di quelle dell’età moderna con oggetto la riforma  della società, che il papa Vincenzo Gioacchino Pecci, regnante come Leone 13° (Papa dal 1873 al 1903), diffuse nel 1891 con il nome di Rerum Novarum - Le novità,  dalle sue prime parole. Fu il primo documento di una lunga serie che, nel complesso, si indica con il nome di dottrina sociale.  A quell’epoca il regno pontificio era stato soppresso, all’esito di una breve guerra nel 1870. Ma il Papato lo rivoleva indietro. Su questo era  intransigente. Spingeva su questa posizione  intransigente  anche il popolo che aveva chiamato a difesa delle sue ragioni. Ora ci sembra strano, ma, a quei tempi, le formazioni cattoliche subivano il rigore delle misure di polizia contro la sovversione politica. Il prete giornalista Davide Albertario, direttore del quotidiano milanese L’osservatore cattolico, fu arrestato nel 1898 e condannato a tre anni di reclusione, per aver criticato aspramente la sanguinosa repressione, da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris, dei moti popolari di quell'anno, motivati dalle difficoltà di vita della gente meno ricca e, in particolare, dall'aumento del prezzo del pane. La figura di Albertario sintetizza bene le posizioni politiche  dell’intransigentismo cattolico  di allora: opposizione dura al nuovo Regno d’Italia motivata con esigenze di riforma sociale nell'interesse anzitutto del popolo.
  E’ molto importante capire questo: mentre gli altri  sovrani degli stati che nella prima metà dell’Ottocento dominavano l’Italia opponevano alle pretese di unificazione nazionale la legittimità  storica e giuridica del loro dominio politico, in sostanza l’assetto politico che, dopo la caduta dell’imperatore francese Napoleone Bonaparte, era stata data all’Europa nel Congresso di Vienna (tenutosi a Vienna tra il 1814 e il 1815) dalle potenze vincitrici, il Papato volle giustificare davanti ai popoli le proprie pretese di un regno in Italia innanzi tutto  sia con esigenze di tutela dell’indipendenza della sua missione universale, ma anche con la critica della nuova civiltà che i nazionalisti liberali e democratici volevano attuare in Italia e la necessità di indipendenza politica per contrastarla, questa seconda  esigenza come parte della prima, della sua missione civilizzatrice. Sostenne che questa nuova civiltà non era per il bene del popolo, che avrebbe richiesto altri provvedimenti. Questa esigenza di riforma sociale, nel periodo dell’intransigentismo, durato fino al 1909, quando il Papato consentì ai cattolici italiani di partecipare alle elezioni politiche nazionali (era stato loro vietato dal 1864 con una serie di provvedimenti dell’autorità religiosa che vanno sotto il nome di  non expedit - non conviene [partecipare alle elezioni), era in fondo strumentale alle pretese del Papato riguardanti la restaurazione del suo regno con capitale a Roma, ma successivamente, in particolare in prospettiva delle elezioni politiche del 1913, le prime a suffragio universale maschile (prima vi erano state limitazioni relative al reddito e all'istruzione) e, ancor più durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918), divenne assolutamente prioritaria, finendo addirittura per essere inquadrata dal Papato nel dovere religioso di carità, a cominciare da un discorso tenuto agli universitari della FUCI - gli universitari cattolici -  il 18 dicembre 1927 dal papa Achille Ratti, regnante in religione come Pio 11°, di cui trascrivo il brano fondamentale per il tema che sto trattando:
I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono, non debbano fare alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai suddetti argomenti, vengono a porre in se stessi le basi della buona, della vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quello della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è la suprema lex a cui devono esser rivolte le attività sociali. E così facendo essi comprenderanno e compieranno uno dei più grandi doveri cristiani, giacché quanto più vasto e importante è il campo nel quale si può lavorare, tanto più doveroso è il lavoro. E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere superiore. È con questo intendimento che i cattolici e la Chiesa debbono considerare la politica; poiché la Chiesa e i suoi rappresentanti, in tutti i gradi di tal rappresentanza, non possono essere un partito politico, né fare la politica di un partito, il quale per natura sua attende a particolari interessi, o se pur mira al bene comune, sempre vi mira dietro il prisma di sue vedute particolari. Atteggiamento questo tanto più raccomandabile a giovani universitari che devono consacrarsi alla propria preparazione, senza la quale la loro futura attività non può essere né illuminata, né benefica. Come nel loro presente periodo essi attendono allo studio delle future professioni e non le esercitano, così anche per ciò che riguarda il viver sociale; essi devono ora attenersi al loro programma di preparazione, perché, quando prenderanno il loro posto nella società, possano poi dare a questa anche il contributo della buona, cristiana politica.
  E’ per compiere questo lavoro di carità sociale  che il papa Giuseppe Sarto, regnante come Pio 10° dal 1903 al 1914, decise,  nel 1905 con l’enciclica Fermo proposito -  Il fermo proposito [“che fin dai primordi del Nostro Pontificato abbiamo concepito, di voler consacrare tutte le forze che la benignità del Signore si degna concederCi alla restaurazione di ogni cosa in Cristo”], di ridisegnare l’azione sociale dei cattolici con una nuova organizzazione, che è poi, in sostanza, la nostra Azione Cattolica, formalmente costituita l’anno seguente con l’approvazione dei suoi statuti. Essa sostituì una precedente organizzazione con scopi simili che i laici cattolici avevano costituito di propria iniziativa nel 1874 e che venne sciolta dal Papato nel 1904, a seguito di dissidi insanabili tra la componente intransigente e quella  democratica, la quale intendeva iniziare a partecipare alla politica nazionale democratica del Regno con un proprio progetto politico di democrazia ispirata ai valori di fede, una  democrazia cristiana, come la definivano.
  Carità è la parola italiana con la quale, insieme al termine “amore”, si traduce quella del greco antico  agàpe, che richiama l’idea di un lieto convito in cui ce n’è per tutti. Agàpe  ha un significato teologico molto importante, su base evangelica. Collegare l’azione sociale all’agàpe  significò farne un valore di grande rilievo e, in  particolare, riempirla di tanti valori religiosi. E’ appunto questo che hanno fatto i laici cattolici di Azione Cattolica nell’accostare i problemi della democrazia. La  democrazia, come oggi la si intende, e non la si è sempre intesa in questo modo, è frutto anche del loro lavoro e comprende molti più valori che alle origini e, ad esempio quello della pace, che non è sempre stata un valore democratico. Le democrazie, storicamente,  non sono state sempre pacifiche. Oggi si dà per scontato che lo siano. E’ una conquista cultura che è stata  mediata nelle culture contemporanee anche con la collaborazione dei laici di Azione Cattolica.
  Man mano che la democrazia si riempiva di valori, in particolare di quelli che rientrano nel concetto di giustizia sociale e di tutela della persona umana, cominciarono a cadere le riserve che storicamente il Papato aveva avuto verso quel regime politico. Si  imparò molto dall’esperienza, in particolare da quella dei totalitarismi europei del secolo scorso. Il lavoro culturale del pensiero sociale cristiano, e in particolare cattolico, precedette le modifiche della dottrina, dell’insegnamento impartito con autorità dal magistero, innanzi tutto dal Papa. Anche in seguito fu così. La prima grande svolta verso una democrazia piena di valori umanitari si ebbe con una serie di importantissimi radiomessaggi natalizi, rilevanti quanto un’enciclica  sociale, diffusi dal papa Eugenio Pacelli, Pio 12°, regnante dal 1939 al 1958, durante la Seconda Guerra Mondiale, tra il  1941  e il 1944.
 In Italia  laici di fede in gran parte provenienti dall'Azione Cattolica si riunirono nel 1943 nella foresteria di Camaldoli dei monaci camaldolesi, in provincia di Arezzo, sull’Appennino Tosco - Romagnolo, per scrivere un progetto di nuova costituzione, denominato  Codice di Camaldoli. Tra il 1946 e il 1947  laici  dell'Azione Cattolica furono tra i protagonisti della scrittura della nuova Costituzione repubblicana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, che disegnava una democrazia di popolo piena di valori, tra i quali quello della pace. Leggiamo infatti nell’art.11:
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
  L’idea della democrazia come strumento per l’affermazione dei valori, in primo luogo quello della persona, ebbe sempre più credito nella dottrina sociale, il complesso delle pronunce del magistero per organizzare la società secondo i valori indicati dalla fede, attraverso le norme contenute nei documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e molti altri documenti del Papato, fino ad arrivare, a cento anni dalla prima enciclica  sociale, all’enciclica  Centesimus annus - Il centenario,  diffusa nel 1991 dal papa Karol  Wojtyla, regnante come Giovanni Paolo 2°, in cui troviamo l’affermazione del valore di una democrazia piena di valori:
45. La cultura e la prassi del totalitarismo comportano anche la negazione della Chiesa. Lo Stato, oppure il partito, che ritiene di poter realizzare nella storia il bene assoluto e si erge al di sopra di tutti i valori, non può tollerare che sia affermato un criterio oggettivo del bene e del male oltre la volontà dei governanti, il quale, in determinate circostanze, può servire a giudicare il loro comportamento. Ciò spiega perché il totalitarismo cerca di distruggere la Chiesa o, almeno, di assoggettarla, facendola strumento del proprio apparato ideologico.
Lo Stato totalitario, inoltre, tende ad assorbire in se stesso la Nazione, la società, la famiglia, le comunità religiose e le stesse persone. Difendendo la propria libertà, la Chiesa difende la persona, che deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (cf At 5,29), la famiglia, le diverse organizzazioni sociali e le Nazioni, realtà tutte che godono di una propria sfera di autonomia e di sovranità.
46. La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno.93 Essa, pertanto, non può favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi particolari o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato.
[…]
un'autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. 
[…]
 Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.
[…]
47. Dopo il crollo del totalitarismo comunista e di molti altri regimi totalitari e «di sicurezza nazionale», si assiste oggi al prevalere, non senza contrasti, dell'ideale democratico, unitamente ad una viva attenzione e preoccupazione per i diritti umani. Ma proprio per questo è necessario che i popoli che stanno riformando i loro ordinamenti diano alla democrazia un autentico e solido fondamento mediante l'esplicito riconoscimento di questi diritti. Tra i principali sono da ricordare: il diritto alla vita, di cui è parte integrante il diritto a crescere sotto il cuore della madre dopo essere stati generati; il diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità; il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della verità; il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari; il diritto a fondare liberamente una famiglia ed a accogliere e educare i figli, esercitando responsabilmente la propria sessualità. Fonte e sintesi di questi diritti è, in un certo senso, la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente dignità della propria persona.
Anche nei Paesi dove vigono forme di governo democratico non sempre questi diritti sono del tutto rispettati.
[…]
La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell'ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l'una o l'altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il contributo, che essa offre a tale ordine, è proprio quella visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato.
  Nel 1969 l’Azione Cattolica, con il suo nuovo statuto elaborato sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet (1926-1980), fece dell’attuazione dei principi deliberati dai saggi del Concilio Vaticano 2° uno dei suoi principali campi di azione sociale e si propose come palestra di democrazia per l’attuazione sociale dei valori nel quadro di una democrazia piena di valori, per riempire sempre meglio la democrazia di valori e per salvaguardare il valore di quel tipo di democrazia.
  Fin dal suo sorgere, perché negarlo?, l’Azione Cattolica ebbe struttura organizzativa simile a quella di un partito politico. Del resto essa, storicamente, difese, più o meno al modo di un partito, posizioni politiche del Papato, in primo luogo, alle origini, quelle relative alla questione di Roma, la  questione romana, la quale fu chiusa, in modo che molti criticarono nel mondo cattolico, con i Patti Lateranensi, conclusi nel 1929 con il Regno d’Italia rappresentato in quella occasione del Capo del governo di allora Benito Mussolini, fondatore e capo del fascismo. L’Azione Cattolica, ad esempio, ogni anno distribuisce delle tessere. Oggi non sempre i partiti lo fanno. Ha un’organizzazione democratica, e non tutti i partiti politici l’hanno avuta e l’hanno. In Azione Cattolica si tengono elezioni per nominare le cariche associative. Si deliberano documenti in varie assemblee, come si fa nei parlamenti. E diversi laici di Azione Cattolica hanno rivestito importanti cariche istituzionali in Italia. Ricordo per tutti il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012), che tenne sempre al bavero il distintivo dell’Azione Cattolica. Che cosa differenzia, però,  l’Azione Cattolica da un partito?
  L’obiettivo dell’Azione Cattolica è molto più vasto di quello di un partito, che serve per concorrere all’esercizio dell’autorità pubblica, nello Stato, nelle Regioni, nei Comuni e via dicendo. Lo scopo dell’Azione Cattolica  è quello stesso della dottrina sociale: la riforma sociale dell'intera società secondo valori,  per riempire la società e la democrazia di valori. L’Azione Cattolica è pensiero, innanzi tutto formazione, e,  appunto, azione, che significa azione sociale, in ogni ambito in cui la persona è inserita, a partire dalla famiglia e fin da molto piccoli.  Per trasformare secondo valori  ogni società, lì dove le persone si organizzano, e allora c'è chi comanda e chi segue, e quindi anche la possibilità di agire per il bene comune, la felicità di tutti, o approfittandosi a danno degli altri, facendoli soffrire.  Famiglia, scuola, lavoro, economia, politica istituzionale, solidarietà, arte, sport, cultura… sono tutti campi di  azione  sociale di un laico di Azione Cattolica per l’affermazione dei valori, per organizzare tutte le società in cui è inserito, collaborando con tutti democraticamente, secondo i valori. Ora il compito che ci è assegnato è molto più vasto di un tempo, non riguarda più la sola Italia o l’Europa, ma il mondo intero: è questa la prospettiva dell’enciclica  Laudato si’,  diffusa nel 2015 dal papa Jorge Mario Bergoglio, regnante come Francesco dal 2013.  Non è un lavoro che si può affrontare da soli. Serve essere in tanti per fare azione sociale, e innanzi tutto per capire realisticamente il proprio tempo. Ma occorre essere in tanti per persuadere tanta altra gente dei valori che occorre realizzare e, innanzi tutto, per mediare  i valori di fede in modo che possano essere condivisi da quante più persone possibile. Bisogna  prepararsi  bene e fare  tirocinio  di azione, come in tutte le attività umane. L’azione sociale si impara, non è innata: anche a questo serve l’Azione Cattolica. Ma poi c’è da  agire  insieme, ciascuno secondo quello che sa fare. Io, ad esempio, agisco  anche scrivendo cose come questa che state leggendo. Confrontandosi però con gli altri, perché da soli spesso si smarrisce la strada. E’ come quando si va in montagna in  cordata, ciascuno  legato  ad altri: se si cade, gli altri fanno  sicurezza. I più esperti indicano agli altri come fare per non rischiare. Spesso sanno come fare perché hanno sbagliato  e si sono corretti. La saggezza dei più anziani non di rado si basa proprio su questo. Così progredisce l’umanità. Senza questa  azione  collettiva i valori e la democrazia come valore sono a rischio. Di certi valori ci si deve persuadere di generazione in generazione. E’ da qui che, credo, cominci l’ACR. Parlare ai più giovani dei grandi valori e iniziarli al tirocinio dell'azione sociale ad essi ispirata.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli