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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 22 ottobre 2017

Le persone in politica finiscono per deludere

Le persone in politica finiscono per deludere

1.  Dalla metà degli anni ’90 la politica in Italia è fortemente personalizzata, nel senso che sembra si debba innanzi tutto scegliere un capo, il resto seguirà. Questa tendenza è iniziata più o meno quando, nello stesso periodo, è stata proclamata la morte delle ideologie. Di ideologia  si parla intendendo varie cose. In politica è un storia che spiega da dove si viene, che sta accadendo e dove si vuole andare e che viene accettata da una certa collettività come criterio di orientamento. La politica è il governo della società e la società cambia incessantemente, quindi anche le ideologie cambiano, vengono costantemente aggiornate. Se ne possono seguire le storie. Non è che ai tempi nostri non ci siano ideologie: ci sono, ma sono meno in rilievo, se ne parla di meno. Le ideologie che prevalgono in Occidente, e quindi anche in Italia, sono infatti, in genere, di tipo conservatore: si ritiene che la società così com'è non possa, e anzi non debba, essere cambiata, se non in aspetti di dettaglio. Queste ideologie non fanno scalpore come quelle di rivoluzione o anche solo di riforma. Non è conservatrice l’attuale dottrina sociale, una delle poche ideologie di riforma che ancora si stanno affermando. Da noi le ideologie prevalenti ritengono che la società sia dominata dai fatti economici e che questi ultimi si svolgano secondo le dinamiche della natura: pesce grosso mangia pesce piccolo. Sopravvive il più adatto. Questo meccanismo di evoluzione della natura fu teorizzato tra i primi dall’inglese Charles Darwin, vissuto nell’Ottocento. Applicata ai fatti sociali, come ideologia, questa teoria viene chiamata  darwinismo sociale. Ve ne sono state diverse versioni. Una venne diffusa dal nazismo tedesco. Oggi si parla di  neo-darwinismo. La società è vista, sotto questo aspetto, come costituita di attori economici costantemente in lotta: poiché sopravvive il più adatto, ad esempio l’azienda più adatta e le altre falliscono, conseguirebbe un miglioramento dell’economia e anche dell’intera società. L’idea è affine a quella, proposta dai futuristi  italiani e dal fascismo  mussoliniano, della guerra  come solo igiene del mondo, anch'essa un darwinismo sociale.  Gli economisti però hanno scoperto che, in realtà, in economia non sopravvive il più adatto e nemmeno il migliore, ma colui che sta sfruttare meglio certe possibilità di condizionare il comportamento degli attori del mercato, i quali non agiscono in modo razionale ma emotivo. Vince chi riesce a condizionarne le emozioni. Questa scoperta è stata assimilata anche dai politici, che hanno iniziato ad utilizzare spregiudicatamente le tecnologie di  marketing, che sono quelle che appunto cercano di influenzare il mercato, in particolare facendo applicazione di strategie psicologiche per la personalizzazione del loro potere.
   Questa personalizzazione porta all’affermazione di capi politici, piuttosto che di ideologie. Si fa appello all’affidamento nella persona, e non viene spiegato, in dettaglio, come si pensa di raggiungere certi risultati. Il politico si limita spesso ad indicare obiettivi, tarandoli sui desideri e sulle paure del pubblico, quindi sulle sue emozioni. Non si preoccupa di dare coerenza alla propria politica. Ad esempio propone di ridurre le tasse e contemporaneamente di aumentare la spesa pubblica, il che richiederebbe più tasse.
2.  La personalizzazione della politica semplifica il lavoro del politico. In particolare non gli richiede di esibire un certo curricolo, ad esempio sui suoi studi o sui risultati positivi di precedenti esperienze. Questo non conta. E nemmeno conta presentare una squadra di collaboratori, come si fa in genere quando si deve affrontare un lavoro complesso, come, ad esempio, costruire una grande opera pubblica. Tutto rimane in superficie. Conta la simpatia della persona, la sua disinvoltura davanti alle telecamere, come   dice le cose, non  le cose che dice.
  La personalizzazione della politica porta poi, per quelli che hanno successo, a un potere di tipo personale, in cui conta molto la fedeltà al capo. 
 Questo accadde in modo eclatante durante l’egemonia, in Germania, di Adolf Hitler e, in Italia, di Benito Mussolini. Il primo aveva completato solo le scuole elementari, il secondo era di professione un maestro elementare, oltre che giornalista. Tuttavia il primo, quello delle scuole elementari, nel corso degli anni ’30, finì  per prendere il sopravvento sul maestro elementare. L’Europa, negli anni tra il 1933 e il 1945, fu profondamente cambiata dalle loro politiche. Tutta la grande cultura europea contò poco, ci si lasciò condurre da quei due. Essi però non basarono tutto sulla personalizzazione: produssero anche ideologie piuttosto elaborate di trasformazione sociale. Ma al fondo, tutto si riduceva a darwinismo  sociale: pesce grosso mangia pesce piccolo, quindi bisogna cercare di essere di  quelli grossi. Quelle ideologie, con il senno del poi, ci appaiono poco aderenti alla realtà,  e addirittura per certi versi primitive, ma non sembrarono così quando presero piede.  E anche oggi c'è chi ne ha nostalgia. Ideologia e personalizzazione lavorarono bene insieme. La gente, anche i più colti, si lasciarono trascinare. Poca resistenza sviluppò la nostra religione. Questo, oggi, sorprende, in una fede in cui parla tanto di amore. Ma per quale motivo? L’ideologia neo-darwinistica  che oggi prevale in Occidente non ci fa assolutamente problema ed è, in fondo, basata sugli stessi fondamenti  di quelle del nazismo e del fascismo: popoli in lotta in cui deve prevalere il più adatto e in questo starebbe la sola igiene del mondo.
  Di solito si accostano le figure del tedesco Adolf Hitler e dell’italiano Benito Mussolini a quella del georgiano Iosif Stalin, il despota comunista che, dopo essere stato tra i protagonisti della rivoluzione russa dal 1917, egemonizzò l’Unione Sovietica dal 1926 al 1953, anno della sua morte. Vengono presentati come  tre pazzi. Ma pazzi non erano. Personalizzarono  tendenze politiche presenti nelle società del loro tempo. Altrimenti non avrebbero avuto seguito tra la gente, e invece furono molto popolari. Allora potremmo dire che ad essere pazze erano le società da loro dominate. Impariamo, allora, a non fare i pazzi in politica. 
 Stalin, in particolare, fu un politico molto diverso dagli altri due. Non  inventò  un movimento, ma si inserì nel grande filone del socialismo rivoluzionario, nel quale iniziò come  rivoluzionario  di professione. Propose una sua via al socialismo che cercò di sviluppare secondo la dottrina elaborata da Lenin, che prevedeva di forzare  la società per accelerarne la trasformazione sociale: su di essa si sviluppò un dibattito a livello mondiale tra i vari socialismi, molti dei quali la condivisero. Stalin, fino alla fine,  scrisse  molto teorizzando quella via.  Viene ricordato come persona dura e assai determinata, fin dalle prime esperienze di agitazione sociale. Dicono di lui che difficilmente si riuscisse a fargli cambiare idea. Questo lo rese un ottimo agitatore politico. Ma il  suo regime rimase instabile fino alla Seconda Guerra Mondiale, nonostante le repressioni stragiste che mirarono ad annichilire ogni opposizione e ogni dissenso, secondo il proposito di forzare  la società a seguire una certa via al socialismo. L’ultima guerra mondiale fu la grande occasione di Stalin, che, agendo in ciò che gli riusciva meglio, vale a dire come rivoluzionario di professione e agitatore sociale, riuscì a suscitare un potente movimento di popolo in Russia per resistere all’invasione dei fascismi europei guidati dai nazisti tedeschi, stabilizzando il regime sovietico. Gli riuscì, in fondo, quello che si proponeva Mussolini: la rigenerazione sociale mediante la guerra. Sviluppò poi una diplomazia internazionale personale molto efficace, per cui, nelle foto dell’epoca, compare tra gli altri  grandi, lo statunitense Roosevelt e il britannico Churchill.  Il  mondo uscito dalla guerra, quello diviso nelle sfere di influenza di due super potenze, gli Stati Uniti d’America e l’Unione sovietica, che durò fino all’inizio degli anni ’90, nacque anche da questa sua azione, in un certo senso piuttosto personalizzata,  alla quale fu data l’occasione storica  di affermarsi a seguito delle politiche aggressive di Hitler e Mussolini e degli altri capi fascisti impegnati nella Seconda guerra mondiale. Dopo la morte di Stalin, questa personalizzazione  della politica staliniana venne criticata nella stessa Unione Sovietica come espressione di un inaccettabile  culto della personalità. Ma non è questo che, in fondo, ancora si cerca di praticare nell’Italia di oggi? E’ pazzia?
3.  Un potere personalizzato  tende a diventare dispotico. Storicamente  è sempre accaduto così. Non basta mettere nero su bianco delle regole contro il dispotismo. La Costituzione fatta scrivere da Stalin nel 1936 è piena di grandi principi di libertà e, in parte, è stata presa a modello per scrivere la nostra Costituzione. Ma rimase sempre, nella massima parte, un libro dei sogni. Contava solo la fedeltà personale a Stalin e il seguire pedissequamente l’ideologia dal lui diffusa e aggiornata. L’enorme carisma personale conquistato da Stalin durante l’ultima guerra mondiale,  in Unione Sovietica e all’estero, in particolare tra i partiti comunisti, stabilizzarono non solo il suo potere, ma anche quello dei suoi successori: esso entrò in crisi solo nel corso degli anni ’80, per l’emergere di nuove tendenze democratiche nel comunismo di scuola sovietica.
  Che lezioni trarre dalla storia? Le persone finiscono sempre per deludere in politica, se si lascia loro troppo campo libero. L’appello alla fedeltà personale e alla fiducia senza andare tanto per il sottile dovrebbe sempre essere respinto. Le ideologie proposte dovrebbero sempre essere passate ad uno stringente vaglio critico. Come si vogliono raggiungere certi obiettivi? Il politico ce lo deve spiegare punto per punto, passo per passo, passando una sorta di esame di maturità in cui noi elettori siamo la commissione d'esame. Si è preparato? Sa le cose? Ha delle lacune? Come risponde alle obiezioni?
 E il male è sempre male, sia che lo facciamo noi nella nostra vita personale, sia che se lo faccia lecito un capo politico. La regola d’oro, non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, vale sempre. Se si esonerano i capi politici dal rispetto della morale di base, poi, col tempo, ne potrebbero uscire dei despoti. Spesso, invece, chiediamo ai capi politici di fare il male che non ci sentiremmo di compiere personalmente, o anche di giustificare il male che facciamo. Questa è appunto la politica populista.  E’ questo che accade, ad esempio, quando prestiamo ascolto a discorsi xenofobi, di avversione contro gli stranieri che sono tra noi o che vorrebbero venirci, o francamente  razzisti, di disprezzo per qualche etnia diversa dalla nostra, che sia quella dell’italiano meridionale o dell’africano.
 L’etica come medicina per la personalizzazione eccessiva? Può essere un’idea. Ma deve partire da noi stessi.  Una buona politica, del capo politico come degli altri cittadini, è quella che ha un’etica, una sola, non un’etica ad assetto variabile, ad esempio a seconda di chi ha la peggio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



sabato 21 ottobre 2017

Sovranità e democrazia

Sovranità e democrazia

  Ci sono correnti politiche nel mondo occidentale che vogliono liberare completamente istituzioni locali dai limiti che derivano da  istituzioni maggiori, che siano internazionali o gli stati. Quelli che hanno questo obiettivo vengono chiamati  sovranisti. Il caso è diverso da quando ci si limita a chiedere più autonomia, più poteri alle istituzioni locali. In questo caso, infatti, rimangono dei limiti, mentre nell’idea di sovranità c’è l’immagine di un potere senza limiti, in questo senso assoluto. In questo si prende a modello quello degli antichi sovrani assoluti, che furono  rovesciati o fortemente limitati nel corso di processi rivoluzionari o di riforma attuati dalla fine del Settecento a tutto l’Ottocento.
  Un processo sovranista  è attualmente in corso in Catalogna rispetto al Regno di Spagna. Si tratta di un moto a carattere rivoluzionario, perché cerca di affermare cambiamenti delle istituzioni di vertice della Catalogna senza l’osservanza delle leggi spagnole: all’esito la Catalogna diverrebbe una repubblica indipendente, che, paradossalmente, immediatamente cercherebbe di integrarsi nell’Unione Europea, assumendo in questo obblighi molto impegnativi e quindi limitando molto la propria sovranità. Infatti la sua economia è profondamente integrata con quella europea e, se non si riuscisse ad inserirla in una cornice istituzionale e legislativa europea, la nuova repubblica andrebbe incontro ad una grave crisi che presto passerebbe dall’economia alla società e da questa alla politica. E’ proprio questo il pericolo che l’Italia ha corso tra il 2009 e il 2013 durante la gravissima crisi recessiva che ci si è abbattuta contro, partendo dagli Stati Uniti d’America.
  Bisogna essere chiari: in democrazia la sovranità non esiste. I regimi democratici sono stati costituiti, infatti, proprio per abbatterla. La sovranità è un potere senza limiti e in democrazia non esistono poteri così. Tanto è vero che la nostra Costituzione, all’art.1, 2° comma, dice: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Che significa? Significa che nessuna istituzione della Repubblica è sovrana, vale a dire senza limiti, perché tutte sono limitate dal potere del popolo. Il popolo non è un’istituzione, non è una persona o un insieme preciso di persone. Non comprende solo i cittadini con diritto di voto, non solo le persone vive oggi in Italia. Quando in Costituzione si è voluto riferirsi ai cittadini si è scritto“cittadini”. In Costituzione, poi,  non è scritto  “appartiene al popolo italiano”, ma solo "al popolo". Che cosa distingue  gli italiani? Etnia, lingua, religione? All’art.3, 1° comma, della Costituzione è scritto che queste cose non servono a distinguere  politicamente i cittadini. Si parla di Italia  e di  popolo  ma non tanto in senso  geografico, quanto piuttosto culturale e storico. Di questo popolo che fa l’Italia, più che è  in Italia,  possiamo dire che è gente che lavora, si tratta di lavoratori. E questo è giù un importante limite a come si è popolo: si tratta di virtù, vorremmo essere gente che non accampa privilegi sociali, che non vive di rendita o a spalle degli altri, che si dà da fare,  che lavora e quindi rispetta il lavoro, proprio e altrui. Scrivere che  la sovranità appartiene ad un popolo di lavoratori, non significa fare del popolo un sovrano assoluto, senza limiti, come alcuni sostengono, ma decidere che non esiste più alcun potere senza limiti, e quindi abolire la sovranità. E, infatti, ecco poi l’inciso “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".  Ma allora perché in  Costituzione si è scritto ancora sovranità? E’ per lo stesso motivo per cui all’art.3, comma 1, si  è scritto senza distinzione [...] di razza. La scienza moderna insegna che le razze umane non esistono, non esistono geneticamente.  Dal punto della struttura  biologica siamo uguali, con piccolissime varianti derivate dall’adattamento alla natura intorno. Ma negli anni ’30 i fascismi europei volevano discriminare gli esseri umani sulla base delle loro caratteristiche fisiche da adattamento, per cui ad esempio ci sono vari colori della pelle e forme del naso,  e di esse si servivano per definire delle  razze sulla base delle quali distinguere  tra gruppi di persone, per differenze  innate, di etnia, di nascita,  non per quelle culturali. E allora, contro la cultura  razzista  in quel senso, si è scritto senza distinzione di razza. Ora la scienza ci ha confermato che quella distinzione è infondata biologicamente. E’ stata la genetica moderna a rivelarcelo. Ma, ancora negli anni ’30, molti scienziati, in particolare quelli che aderirono ai fascismi europei, parlavano di razze. Quindi, riprendendo il discorso, per dire che nella Repubblica democratica fondata sul lavoro non dovevano esistere poteri senza limiti si è configurata unasovranità limitata, una contraddizione in termini, per di più non affidata ad una specifica istituzione ma ad un’entità culturale e storica, il popolo. Non si è trovato un modo migliore per dirlo, perché, se non si fosse menzionata la sovranità, sarebbe rimasto il dubbio che potesse essere rimasta attaccata a qualche specifica istituzione dello stato, che avrebbe poi potuto prendere il sopravvento accampando poteri  sovrani. Bisognava per forza menzionare la sovranità,  ma in definitiva per abolirla. Certo, poi i giuristi affermano che alcuni organismi dello Stato, partecipano  alla sovranità, nel senso che sono poteri di vertice che gli altri poteri di vertice devono rispettare. Ma allora si parla di sovranità in senso un po’ diverso, come quando si fa  uso del termine  sovranità  per distinguere le sfere di competenza dello stato da quella di altri stati o di altre entità simili.
  Due stati sono sovrani l'uno rispetto all'altro, e anche la Chiesa cattolica è detta  sovrana  dalla nostra Costituzione rispetto allo stato italianoquando nessuno di essi può ingerirsi nei poteri dell’altro. Anche questa è una sovranità limitata, limitata dal potere  sovrano di quell’altro stato. Gli antichi imperatori assoluti erano, ad esempio, veramente sovrani  perché non riconoscevano la sovranità altrui e non escludevano di conquistare tutto il mondo, senza porsi alcun problema giuridico  o morale. Dal Medioevo in Europa si è creato un ordine internazionale che pone dei limiti  a questo tipo di sovranità. Ora questo ordinamento ha assunto dimensioni mondiali. Tutti gli stati che aderiscono all’Organizzazione delle Nazione Unite come membri accettano quei limiti e, ad esempio, le decisioni di emergenza delConsiglio di sicurezza.
  Nel corso del Settecento, l’Illuminismo, la corrente filosofica dalla quale è scaturito il pensiero democratico contemporaneo, ha escogitato una soluzione per abolire la sovranità intesa come potere assoluto: organizzare i poteri supremi in diverse organizzazioni collegate, in relazione di collaborazione tra loro,  ma indipendenti e autonome, in modo che nessuna potesse sovrastare le altre e ognuna potesse controllare e limitare le altre. Finora non si è ancora trovato nulla di meglio per prevenire il totalitarismo, che è quando un potere diventa assoluto, senza limiti, e vuole pervadere e controllare tutta la società che riesce a dominare. E’ stato inventato in Inghilterra, che è la più antica democrazia moderna, e viene chiamato, in inglese, “ceck and balance”, che significa “controllo e bilanciamento [reciproci]”.
  Se si è d’accordo che in democrazia nessun potere è veramente sovrano, nel senso di senza limiti nemmeno quello del popolo; che dobbiamo dire del  sovranismo? Diremo che, se intende istituire un potere senza limiti, è antidemocratico. E, infatti, non di rado i sovranisti manifestano una certa insofferenza per i processi democratici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli







venerdì 20 ottobre 2017

Chi vince e chi perde, capi politici; rivoluzione, riforma, conservazione, reazione

Chi vince e chi perde, capi politici; rivoluzione, riforma, conservazione, reazione

1.  Ho avuto il privilegio di una formazione universitaria, che poi è a lungo proseguita, fino ad oggi, nella nostra Chiesa, a cominciare dai tempi della FUCI, l’organizzazione degli universitari cattolici. E’ stata data a me e ad altri per arricchire la società. Ad esempio per fare il lavoro che sto svolgendo di questi tempi scrivendo per voi di politica.
  La politica è il governo della società. In un regime democratico è ammessa una vasta collaborazione in questo. Nei tempi antichi ai figli di re veniva data una specifica istruzione per prepararli. Infatti, benché figli di sovrano, non si nasce con la capacità politica. Si acquisisce. Si impara e quindi, anche, si insegna. Un grande maestro di politica fu il filosofo greco Aristotele, vissuto nel Quarto secolo dell’era antica. La insegnò al figlio del re macedone Filippo II, Alessandro, il quale creando un enorme impero con cultura greca tra Grecia, Egitto e Persia, rese possibile, circa tre secoli dopo, la diffusione in Europa della nostra cultura religiosa, a partire dal confine estremo dell’impero romano. Essa, agli inizi, parlò greco.
  Governare società complesse come quelle in cui viviamo richiede un certo livello di cultura e, quindi, di preparazione. Gli italiani di oggi sono gente altamente scolarizzata, quindi ci sono le condizioni giuste. Purtroppo è stato osservato che la classe politica che è stata da loro selezionata non sempre appare adeguatamente formata. Nel Parlamento attuale siede il minor numero di laureati di sempre. E la laurea non è il livello più alto di formazione. Questo si riflette nei discorsi che chi fa politica propone alla gente. A parte veri e propri strafalcioni, che segnalano una certa improvvisazione nell’affrontare questioni molto serie, di solito non si manifesta una sufficiente consapevolezza della complessità dei problemi sociali.
   Sento spesso presentare le elezioni politiche nazionali come una gara in cui c’è chi vince e chi perde. Questo è un approccio bambinesco. Non è la realtà che c’è in ballo. Se fosse come dicono sarebbe del tutto inutile eleggere, quindi scegliere, dei parlamentari, circa novecento. Basterebbe risolvere tutto a livello di  capi politici: quello che ha riportato più voti comanda e quindi decide lui dove deve andare la nazione. In quest’ottica il Parlamento sarebbe un’inutile complicazione, visto che deve decidere chi ha vinto. Guardate che il problema fu posto molto seriamente da uno dei principali esponenti politici degli anni passati. Perché non far decidere tutto ad un comitato ristretto di quattro o cinque persone, i  capi politici  delle forze che si sono classificate utilmente alle elezioni, pesando il loro ruolo a seconda dei voti presi? Sembrerebbe democrazia, ma non lo è. Sarebbe un regime plebiscitario, in cui il popolo sarebbe ridotto a plebe, senza più voce in capitolo chiuse le urne elettorali. Il Parlamento, con i suoi molti membri, serve invece a dargliela anche dopo.
  Alle elezioni si sceglie una classe politica di vertice, che avrà la responsabilità delle decisioni più importanti. E’ come quando, nei giochi di bambini, facevamo  una squadra di calcio. Si sta tutti dalla stessa parte e poi si gioca contro la squadra avversaria. Ragionando un po’ bambinescamente potremmo raffigurare la politica internazionale come una coppa del mondo, in cui giocano tante squadre nazionali. La nostra squadra è il Parlamento nazionale. Se  è divisa, se non sa giocare  insieme, perde, si perde tutti.
  La politica democratica non è cosa solo da capi politici, solo da esponenti di vertice delle varie formazioni. La parola democrazia viene dal greco antico e contiene in sé la parola popolo, che in greco era dèmos, e governo, che in greco era kràtos: quindi significa  governo del popolo. Non dei  capi del popolo. Questo è tanto vero che nella nostra Costituzione c’è una regola per cui i partiti politici devono avere un ordinamento democratico. E’ contenuta nell’art.49:
 Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
 Il  metodo democratico  riguarda la stessa organizzazione interna dei partiti.  Non sempre se ne ha consapevolezza e quindi poi si attua questo principio. Un partito non organizzato democraticamente tenderà poi a fare simile a sé la politica intorno. E’ quello che accadde con il Partito Nazionale Fascista mussoliniano.
  In Parlamento ci vuole tanta gente, la squadra deve essere molto numerosa, perché la nostra società è  molto complessa, nonostante che l’Italia, al confronto ad esempio della Repubblica di Cina, sia veramente piccolina. Siamo comunque circa sessanta milioni, un bel po’ di gente, ognuno con la sua testa, i suoi desideri e le sue paure. Per capire società complesse servono tante menti e qualcuno che sappia, alla fine, tirare le somme, senza però fare solo  di testa sua, ma facendo la sintesi di un lavoro collettivo.
  I politici più sprovveduti sono quelli che, in genere, si mostrano più sicuri di sé, quelli che hanno la soluzione giusta per tutto. Se li si nominasse imperatori del mondo metterebbero a posto le cose a livello globale. Credete che sia possibile?
 Il politico affidabile si allineerà invece agli studiosi di politica, società ed economia, i quali riconoscono che la società in cui viviamo è molto complessa e, per essere governata, richiede prima di essere capita meglio che si può, con la collaborazione più vasta, e poi di tentare  cambiamenti, ma in via sperimentale, sempre pronti ad imparare dall’esperienza, quella propria e quella degli altri, per correggere errori che inevitabilmente si faranno. Quindi susciterà la più ampia discussione su ciò che progetta di fare, in modo da avere la collaborazione di tante altre menti e volontà. Si mostrerà pronto ad apportare le modifiche che risultino ragionevoli, ben argomentate. Questo appunto è il lavoro che si fa in Parlamento, in particolare non tanto e non solo nel lavoro dell’aula, con la (teorica) presenza di tutti, ma nelle commissioni, gruppi ristretti che in certi casi hanno anche potere deliberante, non solo quello di preparare le decisioni da portare in aula.
2. In politica si parte da una situazione sociale e si fanno progetti per il futuro. Rispetto al punto di partenza si può essere conservatori, riformatori o rivoluzionari. Il conservatore vuole mantenere le cose come stanno, il riformatore le vuole cambiare nel rispetto delle regole delle istituzioni, il rivoluzionario vuole forzare quelle regole per raggiungere i propri scopi. C’è anche l’atteggiamento del reazionario, che vorrebbe tornare  ad una situazione precedente: ma, a seconda dei casi, vale a dire se si proponga di rispettare le regole istituzionali che ci sono o non, sarà un riformatore (all’indietro) o un rivoluzionario (sempre all’indietro). Il Papato, ad esempio, dall’unità d’Italia fino più o meno alla Prima guerra mondiale è stato politicamente reazionario rivoluzionario (rispetto al regime liberale democratico). Appoggiando il fascismo mussoliniano si è fatto rivoluzionario (sempre rispetto al regime liberale democratico). Si  è mantenuto rivoluzionario sostenendo la trasformazione dell’Italia in un regime democratico, poi si  è mantenuto conservatore fino agli anni Sessanta, e in seguito è divenuto riformista, con la parentesi rivoluzionaria durante i fatti polacchi degli anni ’80. Nell’enciclica Laudato si’, del 2015, troviamo un esempio molto raffinato di riformismo  politico, con la proposta di cambiamenti addirittura a livello mondiale.
  I maggiori partiti italiani di oggi sono in genere conservatori, nel senso che immaginano solo cambiamenti di dettaglio, o comunque per settori limitati,  alla situazione di oggi. Non riescono a pensare, ad esempio, ad una economia basata su principi molto diversi rispetto a quella attuale. Però di solito di dicono riformisti. Questo perché molta gente soffre e dirsi conservatori non sta bene. Davvero non si possono immaginare riforme di portata più vasta, per cui non resta che mantenersi conservatori? Di fatto nelle passate legislature (la legislatura è il tempo in cui dura un Parlamento eletto) si sono approvate molte riforme. Una riforma è un insieme organico, vale  a dire coerente e vasto, di norme, di solito contenute in una o più leggi, che modifica un settore sociale. Una riforma di questo tipo è stata, negli anni 70, quella del diritto di famiglia, che ha realizzato la parità tra uomo e donna. Nella legislatura che si sta concludendo sono state approvate importanti riforme nella procedura civile e penale. Di solito però non ce se ne vanta, in campagna elettorale, per non dover fare i conti con le obiezioni che vengono poste sui problemi sorti durante la loro attuazione e sul loro risultato effettivo e per non dover replicare alle proposte di correzione di rotta. Fare una riforma è sicuramente un risultato per un politico, ma non è tutto: occorre anche vedere come funziona, perché, in una società complessa, le riforme non funzionano subito bene. E’ come con i programmi per i computer: se ne diffondono delle versioni beta, di prova, per vedere come funzionano nel grande pubblico, su grande scala, per capire come migliorarle. E in genere si rendono necessarie molte correzioni. In questo lavoro gli utenti svolgono il ruolo di sperimentatori. I nostri capi politici  dovrebbero prendere esempio dall’industria informatica, che è una di quelle più avanzate, con il più altro contenuto di tecnologia, che è una parte della cultura. Invece se si criticano le loro riforme, facendo notare quello che andrebbe corretto, si adontano subito e fanno il broncio. In Parlamento cercano di tagliare corto con le discussioni: ma è proprio discutendo che emergono i problemi, guardando le cose sotto più punti di vista. Soprattutto se in Parlamento siede gente capace di farlo, quindi di dibattere i problemi. Qualche volta in aula si vedono certe gazzarre bambinesche, in mezzo alle quali non ci si capisce più nulla. Sono cose che sono sempre accadute, per carità! Ci si è picchiati anche durante i più grandi concili ecumenici, e tra sant’uomini… Ma se c’è prevalentemente questo, poi ne viene pregiudicato il lavoro che ci si aspetta in un parlamento.
  Il riformatore dovrebbe essere una persona di cultura, che abbia una visione realistica della realtà e sia capace di dialogo. Una riforma, infatti, ha tante più possibilità di funzionare quanto più è condivisa. Il lavoro del politico è appunto questo innanzi tutto: di suscitare il consenso sulle riforme che servono e di essere aperto a discuterle per migliorarle e accrescere ancora di più il consenso.
  E la rivoluzione? Quando ero ragazzo, negli anni ’70, ai miei coetanei piaceva dirsi rivoluzionari. C’è l’idea che rivoluzionare  sia cambiare tutto. Che bello, cambiare tutto! Peccato che il punto della rivoluzione non sia questo. Non è detto che  rivoluzionando  si cambi tutto. Ad esempio, nella rivoluzione attuata dal fascismo storico, tra il 1922 e il 1929, tanto è durato il processo rivoluzionario all’epoca, le classi dominanti in economia, quelle che avevano sorretto il regime liberal-democratico, lo sono rimaste anche dopo. Ed è per questo che appoggiarono il fascismo mussoliniano, il quale effettivamente volle essere rivoluzionario anche a favore delle masse dei più poveri, ma in questo fallì quasi completamente, limitandosi a introdurre provvidenze sociali che, ad esempio, negli Stati Uniti d’America furono introdotte durante la presidenza di Franklin Delano Roosevelt senza necessità di fare una rivoluzione. Rivoluzionare  significa fare cambiamenti politici senza rispettare le regole di un certo sistema istituzionale, forzarlo. La sorte di riforme e rivoluzioni dipenderà poi dalla qualità della cultura che le sorregge. Ci sono stati riformatori e rivoluzionari pasticcioni che appunto hanno fatto riforme e rivoluzioni pasticciate. Non è quindi una cattiva idea scegliere, alle elezioni, gente di cultura, se si pensa che occorra cambiare qualcosa in società.
  Siamo in un regime democratico. Fare una rivoluzione in un regime così significa forzare i limiti che le istituzioni democratiche prevedono a tutela dei valori della democrazia. Fare una rivoluzione in regime democratico significa quindi passare ad un regime non democratico. In merito l’insegnamento che la dottrina sociale ha maturato, dopo una lunga storia e tante esperienze, è quello espresso da san Karol Wojtyla, papa con il nome di Giovanni Paolo 2°, nell’enciclica Centesimus Annus - Il Centenario, del 1991, ad un secolo dalla prima enciclica  sociale:
46. La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. Essa, pertanto, non può favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi particolari o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato.
 Per l’attuale dottrina sociale, pertanto, la via non democratica è usurpazione di potere. Ammette la rivoluzione solo per passare da regimi non democratici, di usurpazione del potere e di negazione dei valori, a regimi democratici.
  In democrazia, i fautori del regime saranno  quindi  controrivoluzionari e  conservatori nei riguardi dei rivoluzionari. In democrazia non vi è altra strada, per chi ritiene la democrazia un valore e tuttavia pensa che si debba cambiare la società, che la via del riformismo, posto che il mondo va avanti ormai così velocemente che quella della reazione è una strada impercorribile.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


giovedì 19 ottobre 2017

Rivoluzioni

Rivoluzioni

1. In astronomia  rivoluzione  è il moto regolare, ciclico, di un pianeta o di una stella intorno ad un altro corpo, pianeta o stella, come intorno ad un centro. In un anno la Terra gira intorno al Sole, compie una  rivoluzione che viene definita rivoluzione terrestre: gira e ad un certo punto si ricomincia da capo con le stagioni. Dopo un’estate possiamo prevedere che, dopo un anno, ci sarà di nuovo un’estate simile alla precedente.
  In politica   si parla di  rivoluzione  in un senso diverso, anche se, alla fine, simile. Con quella parola si vuole intendere un mutamento piuttosto marcato delle istituzioni più importanti dello stato, delle sue norme fondamentali, della sua economia, del suo assetto sociale, senza il rispetto delle regole  che in quello stato disciplinano i cambiamenti di quel tipo. La storia dell’Occidente, quella che ci riguarda, è piena di rivoluzioni, fin dall’antichità. Spesso, ma non sempre, esse sono state attuate con l’impiego di violenza di massa, per vincere la resistenza delle precedenti istituzioni e delle forze politiche contrarie al cambiamento. Qualche volta hanno comportato anche cambiamenti molto profondi dell’economia. In genere le più recenti sono state espressione dell’azione di movimenti politici di massa. Quello che accomuna le rivoluzioni politiche a quelle astronomiche è questo: non si può dire completata la rivoluzione fino a che non sia stabilizzato un nuovo ordinamento delle istituzioni, e quindi senza essere tornati, sotto questo punto, di vista, alla situazione di partenza, uscendo dal moto di cambiamento. Questo può richiedere un tempo anche piuttosto lungo. Di solito c’è un inizio quasi istantaneo delle rivoluzioni, in cui vediamo all’opera un agente rivoluzionario, un gruppo di rivoluzionari, e poi un processo di cambiamento delle istituzioni e delle regole, al termine del quale, se riesce a terminare, se non viene ad un certo punto sovrastato da una  contro-rivoluzione, si avrà un nuovo ordinamento dello stato, vale a dire nuove istituzioni e nuove regole.
2.  La nostra Europa ha vissuto un periodo rivoluzionario negli scorsi anni ’90, in cui sono velocemente cambiati gli stati che nella parte occidentale erano finiti nella sfera d’influenza dell’Unione Sovietica e anche quest’ultima. Di queste rivoluzioni hanno avuto carattere moderatamente violento quella attuata in Unione Sovietica e in Romania e duramente violento quella che ha cambiato la Jugoslavia, ai nostri confini orientali, provocandone la disgregazione in tanti stati minori. I tutti questi casi si è passati da un’economia di tipo comunista, in cui la produzione di merci e servizi era direttamente controllata dallo stato, così come anche il possesso di beni patrimoniali, produttivi e non, limitando molto la possibilità di una proprietà  privata, fondamentalmente riservata ai beni  strettamente personali e ai veicoli, ad un’economia di tipo capitalista, prendendo a modello quello statunitense. Questo ha richiesto riforme istituzionali, politiche e sociali molto incisive che in Unione Sovietica si sono protratte dal 1991 al 1999, con l’avvento dell’egemonia politica dell’attuale presidente Vladimir Putin. E’ solo in questo momento che quella rivoluzione russa può dirsi completata.
  Nel 2011 si sono manifestati processi rivoluzionari in Nord Africa e nel Vicino Oriente, fondamentalmente riconducibili ad un mutamento della strategia di politica estera statunitense, durante la presidenza federale di Barak Obama (dal 2008). Tutto iniziò dopo dei viaggi di Obama in Ghana ed Egitto nel 2009.
 Parlando nel Parlamento del Ghana disse che occorreva «mettere fine alle pratiche antidemocratiche e alla corruzione, adottando le regole del buon governo, da cui dipende lo sviluppo, un ingrediente che è mancato per troppo tempo».
In un discorso all’Università del Cairo disse:
«Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo. 
Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.»
  La successiva caduta di diversi regimi nordafricani ha dimostrato quanto essi erano divenuti legati agli Stati Uniti d’America. La situazione di instabilità non si è ancora veramente risolta, anche se solo in Libia e in Siria sono ancora in corso processi francamente rivoluzionari.
 Un processo di tipo rivoluzionario è in corso attualmente in Catalogna, che vuole l’indipendenza dal Regno di Spagna, ma anche mutarsi un una repubblica.
3.  L’agente politico delle rivoluzioni di solito è una forza militare o una forza politica di massa, o anche entrambe. I militari hanno di solito la possibilità concreta di rovesciare istituzioni civili preesistenti, ma senza suscitare una forza politica di massa che assecondi i loro disegni rivoluzionari o senza allearsi con una che sia preesistente non riescono poi a stabilizzare il nuovo ordinamento.  Una forza politica riesce di solito ad essere rivoluzionaria se esprime anche una componente militare o se si allea con quella preesistente.
  La violenza che in genere c’è nelle rivoluzioni e la velocità dei cambiamenti da loro indotti genera di solito molta sofferenza nel popolo. Diviene imprevedibile il futuro e l’economia collassa. L’ordine pubblico si fa precario, nessuno è più veramente al sicuro. Possono svilupparsi resistenze, rappresaglie, vendette; spesso vengono adottate misure straordinarie di polizia e molta gente finisce in carcere senza poter subire subito un processo o subendo processi sommari. Non è più certo come comportarsi per essere sicuri.
  In democrazia ci sono regole per cambiare lo stato, l’economia e la società in modo molto marcato, ma senza necessità di giungere ad una rivoluzione. Però vi sono alcuni principi che in ogni caso devono rimanere fermi, ad esempio quello di uguaglianza e quello di rispetto delle libertà civili delle persone. Se questi ultimi vengono cambiati, si è in presenza di un mutamento a carattere rivoluzionario. Nella nostra Costituzione è detto espressamente che la forma repubblicana dello stato non può essere messa in questione: non si potrebbe tornare ad una monarchia senza una rivoluzione. Così è detto espressamente che non è possibile ricreare uno stato di tipo fascista. Ma la Corte Costituzionale ha individuato diversi altri principi  di sistema  che non possono essere cambiati senza fare una rivoluzione. Ad esempio quello di eguaglianza e quello di laicità dello stato.
4. La nostra Repubblica è nata da un processo rivoluzionario che si è dispiegato tra il 25 luglio 1943, data del voto del Gran Consiglio del fascismo che chiese al capo del Governo Benito Mussolini di rimettere i suoi poteri al Re, e il 13 giugno 1946, quando il Re Umberto di Savoia decise di accettare il voto al referendum del precedente 2 giugno che era risultato favorevole alla repubblica e di lasciare l’Italia.
 In questo lungo periodo il potere istituzionale supremo fu esercitato nel Regno d’Italia dal Re e dai Governi da esso nominati che erano succeduti all’ultimo di Mussolini. Furono mutate le strutture fasciste dello stato mediante decreti legge, motivati con lo stato di necessità per causa di guerra. Successivamente fu ne fu prevista la presentazione per la conversione  al Parlamento  entro sei mesi dalla conclusione della pace. Di fatto, il Senato, composto di membri a vita in gran parte ormai nominati tra persone di fede fascista durante il regime fascista, fu posto in quiescienza, in quanto non poteva lavorare se non in parallelo con l’altra Camera, che nel 1943 non era più la Camera dei deputati ma la Camera dei fasci e delle corporazioni, che però era stata sciolta (queste disposizioni vennero date con decreto legge 2 agosto 1943). Questo processo fu rivoluzionario perché, nonostante che fosse stato assentito dai monarchi Savoia, prima Vittorio Emanuele 3° e poi, dal maggio 1946, da suo figlio Umberto di Savoia, dopo l’abdicazione del primo, esso si svolse contro regole previste dal regime fascista per i mutamenti istituzionali. Esso comportò la trasformazione dello stato da fascista a democratico e da monarchia a repubblica e un rovesciamento delle alleanze internazionali, con il ripudio dell’alleanza politica e militare con la Germania nazista, con gli altri fascismi europei impegnati nella Seconda guerra mondiale e con il Giappone. In questa fase i cattolico-democratici italiani svolsero un ruolo rivoluzionario. In questo senso uno dei principali rivoluzionari di allora fu il cattolico Alcide De Gasperi, che fu anche presidente del consiglio dei ministri dal 1945 al 1953. De Gasperi, in particolare, dopo il voto del 2 giugno 1946 e mentre ancora il sovrano, Umberto di Savoia,  non aveva deciso se accettare il risultato del referendum favorevole alla Repubblica, essendo egli indeciso se contestare i conteggi dei voti, in un clima politico istituzionale molto teso, fece votare al suo Governo la decisione di nominarlo Capo provvisorio dello Stato nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1946, mettendo il sovrano nel dilemma di suscitare una nuova guerra civile o accettare il risultato referendario. ll Re abbandonò il Quirinale, la sede romana del suo potere, recandosi all’estero, in Portogallo: la trasformazione dello stato finì quindi pacificamente. Essa era stata preceduta da una lunga guerra di Resistenza, nel centro e Nord Italia, dal settembre 1943 all’aprile 1945, contro gli occupanti tedeschi e contro le truppe della Repubblica Sociale Italiana, sue alleate. In questo conflitto combatterono un esercito comandato dal Comitato di liberazione nazionale, che radunava i partiti democratici antifascisti che si erano andati riorganizzando dopo le dimissioni di Mussolini da capo del Governo del Regno d’Italia, il 25 luglio 1943, e l’esercito italiano rimasto fedele al sovrano e ai governi da esso nominati.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





  

mercoledì 18 ottobre 2017

Costruire la cittadinanza

Costruire la cittadinanza

  Tutti i temi che ho trattato nei precedenti  post  sul fascismo rientrano nel programma di studio di diritto costituzionale, una delle materie del corso di laurea in Legge. Gli studenti di questa disciplina poi faranno gli avvocati, i magistrati, i funzionari dello stato o di altri enti pubblici, i notai, ma lavoreranno anche nelle amministrazioni delle imprese private. Il diritto, il complesso delle norme, scaturisce da fatti politici che occorre conoscere per intenderlo bene. L’interpretazione delle norme è alla base del lavoro della magistratura. Ma anche in tutte le altre istituzioni pubbliche si è sempre impegnati in questa attività. Sono però anche tutti i cittadini che dovrebbero svilupparne una certa consapevolezza. Come quando si prende la patente di guida e si studia il codice della strada, che è una legge dello stato molto complessa. Non è prevista la patente del cittadino. Se ci fosse, per prenderla bisognerebbe dimostrare di conoscere la nostra Costituzione. Chi vuole guidare una macchina deve conoscere il codice della strada, chi  nasce  abilitato a guidare la Repubblica, come cittadino, dovrebbe conoscerne (almeno) la Costituzione. La maggior parte di noi, infatti,  è nata cittadina della nostra Repubblica, ma senza sapere null’altro che succhiare il latte. Certe cose le ha apprese dopo, a scuola. E ha avuto l’opportunità di farlo, perché gli italiani di oggi sono i più scolarizzati di sempre. Terminati gli studi però spesso si dimentica quello che si è appreso o non ci si aggiorna. Il tempo passa, la società cambia e con essa anche le sue leggi, i suoi ordinamenti. Periodicamente i cittadini sono chiamati a cooperare a scelte politiche molto importanti. Quelle più importanti originano dalle elezioni politiche nazionali, come quelle che ci saranno l’anno prossimo. Se non ci si è preparati le si affronta d’istinto, emotivamente, magari decidendo l’ultimo giorno o addirittura nei minuti prima di votare. O addirittura non si va a votare. Che conta un singolo voto su tanti milioni?, si pensa. Le cose andranno come sempre sono andate, si prevede, sbagliando, perché non sempre è andata così. Sui giornali e in televisione non spiegano bene ciò che c’è in ballo. Gli attori politici del momento fanno appello alla nostra fiducia o alla nostra fedeltà. Adottano strategie che sono simili a quelle della pubblicità commerciale. Allora non parlano tanto alla nostra mente ma alle nostre emozioni, cercano di intuire le nostre paure e i nostri desideri e sulla loro base adeguano la propaganda elettorale. Fanno promesse, ma non spiegano come faranno a realizzarle.  Se lo facessero, pensano, l’attenzione della gente presto cadrebbe. Sbagliano? Siete riusciti subito ad arrivare alla fine di questo lungo periodo che ho scritto o lo state riprendendo per la seconda o la terza volta, dopo esservi interrotti?
  La democrazia è un sistema di valori e di limiti. Il primo valore è quello che nessun potere deve essere senza limiti. Il limite più importante è quello della partecipazione politica dei cittadini. Ogni cittadino ha voce, vale a dire il concreto potere di incidere, nelle scelte politiche fondamentali. E’ un potere diffuso tra milioni di persone. Quindi non può cadere mai in  poche mani, finché c’è la democrazia. In questo modo è un  limite molto efficace. Ma richiede cittadini consapevoli, formati alla politica, capaci di intendere che cosa c’è in ballo, il senso di certe decisioni che devono essere prese. Capaci di partecipare e di organizzare una partecipazione collettiva informata, razionale. Altrimenti si indebolisce il sistema di limiti sui quali la democrazia si fonda e sono in pericolo i valori, tutti. Negli spazi non presidiati della democrazia si infilano infatti i più forti e spregiudicati. E una volta che accade può essere difficile cambiare la situazione, come lo fu tra il 1943 e il 1945, l’epoca della crisi terminale e della caduta del fascismo mussoliniano.
  E’ vero, dunque: in genere cittadini  si nasce, perché la legge vuole così. Essere cittadini non è solo essere soggetti al potere dello stato e delle altre istituzioni pubbliche. Anche gli stranieri lo sono, entrando in Italia. E non significa solo poter beneficiare di certe provvidenza pubbliche: in parte esse sono destinate anche agli stranieri. Significa principalmente poter influire sul destino di una collettività pubblica di cui si è parte, quindi anche sul proprio destino. Questo comporta anche l’esserne responsabili. E qui si entra nel campo della morale, la scelta del bene,  che implica anche quella religiosa. Le scelte che si fanno come cittadini, insegna la dottrina sociale, hanno anche un significato religioso. Non esiste solo il peccato personale, ma anche quello collettivo, che non significa però peccato impersonale, ma peccato di cui si è collettivamente responsabili, quindi personalmente responsabili, ma come membri di una collettività. E’ un discorso che nella dottrina sociale è stato sviluppato in particolare a partire dall’enciclica Populorum progressio - Lo sviluppo dei popoli,  diffusa nel 1967 dal papa Giovanni Battista Montini, Paolo 6°. Vi leggiamo:

Vocazione e crescita
15. Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno svolgimento, frutto a un tempo della educazione ricevuta dall’ambiente e dello sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino propostogli dal suo Creatore. Dotato d’intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più.
Dovere personale e comunitario
16. Tale crescita non è d’altronde facoltativa. Come tutta intera la creazione è ordinata al suo Creatore, la creatura spirituale è tenuta ad orientare spontaneamente la sua vita verso Dio, verità prima e supremo bene. Così la crescita umana costituisce come una sintesi dei nostri doveri. Ma c’è di più: tale armonia di natura, arricchita dal lavoro personale e responsabile, è chiamata a un superamento. Mediante la sua inserzione nel Cristo vivificatore, l’uomo accede a una dimensione nuova, a un umanesimo trascendente, che gli conferisce la sua più grande pienezza: questa è la finalità suprema dello sviluppo personale.
17. Ma ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità intera. Non è soltanto questo o quell’uomo, ma tutti gli uomini sono chiamati a tale sviluppo plenario. Le civiltà nascono, crescono e muoiono. Ma come le ondate dell’alta marea penetrano ciascuna un po’ più a fondo nell’arenile, così l’umanità avanza sul cammino della storia. Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, che è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere.
Scala dei valori
18. Siffatta crescita personale e comunitaria verrebbe compromessa ove si deteriorasse la vera scala dei valori. Legittimo è il desiderio del necessario, e il lavoro per arrivarci è un dovere: "Se qualcuno si rifiuta di lavorare, non deve neanche mangiare". Ma l’acquisizione dei beni temporali può condurre alla cupidigia, al desiderio di avere sempre di più e alla tentazione di accrescere la propria potenza. L’avarizia delle persone, delle famiglie e delle nazioni può contagiare i meno abbienti come i più ricchi, e suscitare negli uni e negli altri un materialismo soffocatore.
Crescita ambivalente
19. Avere di più, per i popoli come per le persone, non è dunque lo scopo ultimo. Ogni crescita è ambivalente. Necessaria onde permettere all’uomo di essere più uomo, essa lo rinserra come in una prigione, quando diventa il bene supremo che impedisce di guardare oltre. Allora i cuori s’induriscono e gli spiriti si chiudono, gli uomini non s’incontrano più per amicizia, ma spinti dall’interesse, il quale ha buon giuoco nel metterli gli uni contro gli altri e nel disunirli. La ricerca esclusiva dell’avere diventa così un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale.
Verso una condizione più umana
20. Se il perseguimento dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancor di più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori d’amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane.
L’ideale da perseguire
21. Meno umane: le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo. Meno umane: le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni. Più umane: l’ascesa dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui flagelli sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura. Più umane, altresì: l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace. Più umane, ancora: il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi, e di Dio che ne è la sorgente e il termine. Più umane, infine e soprattutto: la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini.

  Come fedeli cattolici abbiamo un vantaggio, rispetto ad altre componenti della società: il complesso delle pronunce del magistero in materia di dottrina sociale costituisce un vero e proprio manuale di pronto impiego per la formazione alla cittadinanza. Altri devono studiare Legge o Scienze politiche o andarsi a ricercare faticosamente il materiale di studio in vari testi di difficile comprensione. Noi abbiamo pronti una serie di schemi di sintesi che devono essere solo integrati, in particolare con riferimenti storici. Per questo è sufficiente, inizialmente, avere sotto mano il testo di storia dell’ultimo anno delle scuole medie frequentato, inferiori o superiori. I documenti della dottrina sociale sono testi di altissimo livello, frutto di un lavoro collettivo di intellettuali di prim’ordine, nel quale i Papi, loro stessi persone di alto livello intellettuale, hanno svolto principalmente il lavoro che nella preparazione dei quotidiani fa il comitato di redazione. In alcuni documenti naturalmente  si sente di più la loro mano nelle parti in cui trattano di argomenti che rientravano nella loro specifica competenza come studiosi o nella loro esperienza di pastori. Si tratta comunque sempre di testi lungamente meditati, sottoposti a revisione critica da parte di vari studiosi prima di essere diffusi. In una parola: sono altamente affidabili. C’è la teologia, ma non solo, perché in essi si sempre fa riferimento dalla società di un certo tempo, che viene analizzata per capirla e capire che fare.
 Per capire il senso di ciò che ho osservato: il principio di sussidiarietà, per cui le istituzioni superiori devono lasciare spazio alla società e aiutarla a crescere rispettandone l’autonomia e non pretendere di dominarla, è uno di quelli fondamentali su cui si basa la nostra Unione Europea. Fu elaborato dalla dottrina sociale. Ed è la via contraria a quella percorsa del fascismo storico italiano, che volle essere e  fu, invece, un regime totalitario, che non lasciava nessuno spazio alla società, ma pretendeva di controllarla in modo molto pervasivo mediante le istituzioni dello stato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


martedì 17 ottobre 2017

Neofascismi

Neofascismi

1. Cerco di parlarvi del fascismo come quando ne discutevo al liceo con quelli della mia scuola, senza far precedere il giudizio all’analisi dei fatti e quindi senza  demonizzare  i  miei interlocutori. All’epoca non avevo ancora imparato la democrazia: lo feci all’università e, in particolare, tra gli universitari cattolici della FUCI. A scuola trovai questa situazione: bisognava schierarsi, o si era fascisti   o si era  comunisti, poi ci si azzuffava. L’idea di schierarsi per la democrazia non era in voga, la democrazia era screditata, non solo i partiti che vi si richiamavano.
  Uno di quelli con cui parlavo era stato mio caposquadriglia negli scout, agli Angeli Custodi. Diceva di essere fascista. Sosteneva che da piccoli si faceva gli scout e, crescendo, bisognava entrare nel Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, il partito che al fascismo storico si richiamava. Ogni squadriglia scout aveva un proprio grido  di riconoscimento. La nostra era quella delle Volpi e quel ragazzo le aveva dato come grido “Vulpes - Memento Audere Semper”. Memento Audere Semper - Ricordati di osare sempre  fu un motto inventato dal poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio per un corpo  speciale di marina che si occupava di condurre i MAS, dei motoscafi lanciasiluri: D’Annunzio aveva creato intorno a sé un movimento di ex combattenti alla testa del quale tra il 1919 e il 1921 occupò per qualche tempo la città di Fiume, in Croazia, rivendicata dall’Italia al termine della Prima guerra mondiale. Quell’agitazione sociale, detta poi  fiumanesimo, fu tra quelle che si coagularono nel fascismo mussoliniano.
  Sosteneva, quel mio ex caposquadriglia, che il fascismo era superiore alla democrazia, perché, alla fine, aveva pagato solo il capo, caduto in mano dei suoi nemici e da questi giustiziato il 28 aprile 1945. In democrazia invece certi errori erano pagati da tutto il popolo. Quando mi parlava così non avevo ancora studiato la storia recente d’Italia, alle medie non ci si arrivava e non ero ancora al quinto anno delle superiori, dove a volte ci si arrivava. Ma sapevo quello che mi avevano raccontato i miei parenti. Non era stato solo Mussolini ad aver pagato. Anche molti altri capi del fascismo erano stati uccisi con lui. Ma anche gente che non aveva avuto ruoli importanti nel regime e si era magari solo arruolata come volontaria in certi corpi speciali. Più in generale l’Italia era uscita distrutta dall’ultima guerra voluta dal fascismo. Oltre un milione di soldati italiani fatti prigionieri, centinaia di migliaia  gli uccisi, feriti, mutilati, tra quelli sotto le armi, ai quali bisognava aggiungere quelli tra la popolazione civile rimasti uccisi, feriti, mutilati sotto i bombardamenti o nelle azioni di guerra durante la risalita degli Alleati su per la Penisola o, infine, nelle feroci repressioni e rappresaglie attuate dai militari nazisti e da quelli della Repubblica Sociale Italiana durante la guerra di Resistenza.
  Lo stretto collegamento tra il fascismo e la guerra mi era stato sempre ben chiaro, fin da piccolo. In particolare me ne aveva parlato la  mia nonna materna. Sotto il fascismo, diceva, c’era stata una guerra dietro l’altra. Studiando, più tardi, la storia, ho capito che effettivamente era stato così. La guerra era stata al centro dell’ideologia del fascismo storico. Il suo agente di trasformazione sociale era stata la nazione in guerra. Era l’idea della guerra che dava coerenza alla sua politica e che gli consentiva di tagliare corto su ogni discussione. In guerra conta solo la vittoria, tutto deve esserle subordinato. Non ci si deve dar tanta pena a cercare obiettivi politici: c’è n’è uno solo, come gridava Mussolini, “Vincere!”.  Questo consentiva al regime di passare d'autorità, l'autorità dello stato, sopra agli egoismi sociali, in particolare agli interessi di borghesia, le classi più ricche, e del proletariato, la classe dei più poveri, adottando misure sociali di compensazione, per accrescere il benessere delle masse con le risorse dello stato. Perché è dalle masse che uscivano i soldati necessari alle guerre del regime. Tutti, si pensava, i più ricchi e i più poveri, avrebbero beneficiato di quelle guerre: i più ricchi per le commesse all’industria per procurare i mezzi per combattere le guerre, i più poveri da ciò che si sarebbe riuscito a ricavare dalle terre conquistate, che si voleva colonizzare trasferendovi genti italiane. Storicamente questi obiettivi non furono mai completamente raggiunti. I più poveri beneficiarono di misure sociali ma rimasero poveri. I più ricchi beneficiarono delle commesse pubbliche ma poi si ritrovarono l’industria distrutta dalla guerra. L’Italia si dissanguò nelle guerre coloniali, in Africa, in Libia e in Etiopia, che furono imprese in perdita. Quello che in Africa era stato conquistato a duro prezzo, fu poi perso quasi del tutto  in pochi mesi durante l’ultima guerra mondiale, e poi del tutto con la sconfitta finale.
  Il collegamento tra il fascismo e l’ideologia della rigenerazione sociale mediante la guerra fu tanto forte che l’ultimo fascismo, quello durante il quale il Centro e Nord Italia divennero sostanzialmente un protettorato tedesco, sotto occupazione militare, cercò   ancora di rigenerare  mediante la guerra quella parte d’Italia che ancora dominava, proponendosi di continuare la guerra con i precedenti alleati, la Germania, gli altri regimi fascisti europei entrati nel conflitto, e il Giappone, anche quando era ormai evidente che la guerra era persa. ll fascismo storico, quello mussoliniano, non poteva sopravvivere senza la guerra. La resa, la sconfitta, avrebbero comportato la fine del regime, che non aveva altra ideologia, sostanzialmente, che quella della guerra, della nazione in guerra.
2. Dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, l’Italia perse la capacità di decidere autonomamente la guerra. Fu questo a determinare la fine del fascismo storico, che sarebbe potuto sopravvivere al Mussolini, ma non senza la possibilità di progettare la trasformazione sociale mediante un  nazione in guerra. Il mondo scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale, con la divisione dell’Europa in due blocchi egemonizzati dagli Stati Uniti d’America e dall’Unione Sovietica, che avevano il monopolio della guerra e della pace, non dava alcuno spazio all’ideologia fascista della nazione in guerra, la sua strategia politica di rigenerazione sociale.
  Quando, negli anni ’70, trovai a scuola  fascisti  e  comunisti,  il fascismo proclamato da alcuni era molto diverso da quello delle origini, anche se chi si diceva fascista  si circondava dei suoi simboli e ne esaltava la storia. Era un neo-fascismo.
  ll neo-fascismo è un’esperienza politica liberamente ispirata al fascismo storico che però ne conserva solo alcuni elementi originari, insieme ad altri.
  Nelle interviste televisive che ho citato ieri, sentiamo Giorgio Almirante, segretario politico del Movimento Sociale Italiano,  dirsi francamente  fascista ed esaltare la  libertà  e il rispetto degli avversari politici. Queste ultime due idee erano state  estranee al fascismo storico. Il fascismo storico, quello mussoliniano per intenderci, non consentiva libertà di dissenso e non rispettava, anzi perseguitava, gli avversari politici. C’erano molti altri elementi che differenziavano l’ideologia del Movimento Sociale Italiano  da quella del fascismo storico. Non proponeva la trasformazione sociale degli italiani mediante la guerra. Non si proponeva come partito totalitario, come partito  unico  degli italiani. Infine: aveva una vita democratica, eleggeva  i propri segretari politici nel corso di congressi. Il suo nemico era il comunismo. Giustificava la propria esistenza con l’anticomunismo. Non era stato così per il fascismo mussoliniano, anche se la paura del socialismo rivoluzionario gli aveva accattivato l’appoggio della borghesia italiana all’inizio degli anni ‘Venti. Il fascismo mussoliniano aveva avuto come scopo la trasformazione sociale mediante la guerra, in particolare per costruire un impero. I suoi progetti imperiali  non comprendevano, fino all’ultima guerra mondiale, la guerra all’Unione Sovietica. Pensava ad un impero che comprendeva parte dei Balcani, la Grecia e l’Africa Orientale, tra Libia ed  Etiopia.
  Nel suo anticomunismo, il Movimento Sociale Italiano  finì per schierarsi sostanzialmente con gli Stati Uniti d’America, gli avversari di un tempo. La sua proposta era quella di un regime politico presidenziale, in funzione anticomunista, con uno stato fortemente accentrato non intorno al Parlamento, ma attorno ad un presidente - capo di stato  con poteri molto vasti. Costituito da fascisti per prolungare le idee del fascismo in ambiente democratico, il Movimento Sociale Italiano non ebbe mai le caratteristiche peculiari del partito fascista storico, sia come ideologia, che come organizzazione, che come obiettivi. E infatti non fu colpito dalle leggi che puniscono la ricostituzione del  disciolto  partito fascista. Divenne un’esperienza politica diversa da quella del suo modello di ispirazione. Non può essere considerato, quindi, ad una considerazione storica,  neo-fascismo.
   Il fascismo storico italiano non va assimilato ad altri fascismi europei, alcuni dei quali, come quello spagnolo e portoghese, prolungatisi fino agli anni ’70. Quello spagnolo di Francisco Franco originò da una dittatura militare, non da una metamorfosi del socialismo rivoluzionario come quello mussoliniano. Al centro della sua ideologia vi furono le idee di restaurazione, conservazione e di cattolicesimo della tradizione. Analoghi obiettivi ebbe il fascismo portoghese di Antonio de Oliveira Salazar, che però non originò da una dittatura militare, ma da una dittatura politica. Gli elementi che accumunano questi e altri fascismi al fascismo mussoliniano furono il divieto di dissenso politico, il partito unico egemonizzato da un singolo capo politico e lo stato come strumento pervasivo di controllo sociale burocratico. Mancava l’idea di trasformazione sociale mediante la nazione in guerra. Tutti questi regimi tesero invece a impedire la trasformazione sociale, fondamentalmente con misure di polizia, repressive. Il fascismo mussoliniano ebbe invece sempre, quando più quando meno, e meno dopo la  conciliazione  con il Papato, dal 1929, carattere  rivoluzionario, più esattamente di  rivoluzione sociale: infatti scaturì dal  socialismo rivoluzionario  del primi del Novecento, quello in cui il Mussolini si era formato. Mirava a creare un uomo nuovo.
  Ancora oggi vi sono gruppi che si richiamano al fascismo storico, conservandone però solo alcuni elementi. Possiamo considerarli  neo-fascismi solo, però, se non si distanzino talmente dal modello originario da diventare altro.
 Non si può considerare neo-fascista  chi non si proponga la rigenerazione sociale della nazione, comprendendo tutti. Chi voglia essere solo forza rivoltosa, di ribellione sociale. Non basta lo squadrismo politico per fare il neo-fascismo.
 Un carattere distintivo del neo-fascismo può essere considerato il rifiuto del dialogo democratico, in particolare di quello parlamentare. L'insofferenza per il dissenso, considerato come tradimento. Uno dei tratti caratteristici del fascismo storico fu infatti la svalutazione del Parlamento. In una formazione neo-fascista,  al dissenso e anche al tentativo di dialogo da parte dei dissenzienti si opporrà la violenza squadristica. Ma se prevale la violenza non si può più parlare di neo-fascismo, perché nella struttura originaria dell’ideologia fascista c’era la riforma sociale che richiedeva un certo livello di capacità dialettica e di cultura. Il fascismo storico era riuscito ad assicurarsi l’appoggio di un grande filosofo come Giovanni Gentile e del Papato.
 Un altro carattere distintivo può essere individuato nell’organizzazione verticistica, gerarchica. Una formazione neofascista avrà un capo, o un’oligarchia di comando, vale a dire un gruppo ristretto di capi, che sceglieranno i livelli sotto-ordinati di comando, per cooptazione, come si dice, che è appunto quando una organizzazione  scende  dall’alto.  Si darà molta importanza alla gerarchia e  i livelli di potere più elevati saranno considerati indiscutibili.
  Sento spesso che ci si dice fascisti  per dire che si è contro gli immigrati. Questa idea non rientrava nell’ideologia originaria del fascismo storico e non basta per fare un neo-fascismo. Chi la professa si manifesta solo xenofobo, vale a dire avverso agli stranieri e, se pensa di esserlo perché gli italiani sono superiori ad altri popoli, è un  suprematista, come ci sono negli Stati Uniti d’America. Se si pensa di passare dalle parole ai fatti, allora si  è qualcosa di simile ai razzisti xenofobi del Ku Klux Klan  nord-americano.
  Il fascismo  divenne  razzista nella seconda metà degli anni ’30. Gli storici ricordano che all’inizio aveva avuto tra i suoi sostenitori anche ebrei, che nel ’38 vennero invece pesantemente discriminati da leggi razziali. Divenne razzista essenzialmente per le relazioni politiche che intrattenne con il nazismo hitleriano. Quest’ultimo era razzista dalle origini. Proclamava la superiorità  razziale  dei tedeschi su ogni altro popolo, italiani compresi. A quel punto al fascismo mussoliniano non rimase altra strada, per fronteggiare il razzismo hitleriano, di inventarsi una superiorità razziale, etnica, di stirpe, degli italiani, non solo culturale, di civiltà. Gli italiani rimasero sempre piuttosto tiepidi in merito, non apparendo loro particolarmente evidente questa superiorità di tipo etnico, razziale (la razza  è oggi, comunque, un concetto obsoleto, in biologia e antropologia. La genetica ha scoperto che gli esseri umani non si distinguono in razze). E, soprattutto, considerando i vari tipi umani della penisola, gli italiani apparivano piuttosto un miscuglio di varie etnie. In precedenza c’erano state leggi che vietavano matrimoni di italiani e africani, ma più che altro per ragioni di morale familiare non tanto di razzismo. I soldati e i funzionari italiani in Africa si facevano  mogli africane, che poi lasciavano tornando in patria: questo veniva considerato contrario alla morale famigliare del regime. L’antisemitismo di tipo razziale creò dei problemi con il Papato. Quest’ultimo non aveva mai avuto problemi a discriminare gli ebrei per ragioni religiose, come eretici, ma pensarli come razza inferiore era tutt’altra cosa. Perché significava comprendere nella razza inferiore  anche Gesù, gli apostoli e tutti i primi  cristiani.
  Manca, in Italia, un partito che abbia oggi la minima possibilità, e anche la volontà, di diventare il partito unico  degli italiani per finalità di trasformazione sociale, come volle essere il partito fascista.
  Infine: l’anticomunismo non basta a giustificare politicamente un neo-fascismo ai nostri tempi, perché, a differenza ad esempio che negli anni ’70, non c’è alcun partito comunista, o anche solo socialista, che abbia la minima possibilità di conquistare il governo nazionale.   In genere nell’Europa contemporanea, i neo-fascismi hanno finito infatti per trasformarsi in qualche altra cosa, conservatorismi, nazionalismi, suprematismi. Non c’era più spazio politico per loro. E i regimi fascisti superstiti, ad esempio quelli spagnolo e portoghese, e quelli dell'America Latina, in particolare quelli argentino e cileno hanno finito in genere per evolvere in democrazie di tipo occidentale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli






lunedì 16 ottobre 2017

Il fascismo e noi

Il fascismo e noi

Dal WEB. Bambini in armi. Adunata di Balilla, i più piccoli delle istituzioni fasciste per i più giovani.


 1.  Se ci rivolgiamo alla storia per avere indicazioni per il futuro,  occorre averne una visione realistica. Altrimenti ci affidiamo a un sogno.
  Il fascismo storico, che dal suo primo aggregarsi alla sua caduta come regime durò dal 1914 al 1945, ci mostra un fatto politico in tutto il suo sviluppo, dall’inizio alla fine. E’ stato studiato a fondo. Ne abbiamo una visione affidabile, che non è più alterata dalla propaganda dell’epoca o dal successivo afflato emotivo. Sappiamo quindi come si va a finire seguendo quella via.
  Il fascismo prese piede in anni in cui sembrava che i socialisti potessero andare al potere in Italia per via democratica. I socialisti, come i cattolici, nei decenni precedenti avevano lavorato alla formazione delle masse. Entrambe le formazioni raccoglievano i frutti di questo impegno.
  Durante la Prima guerra mondiale (nella quale l’Italia era stata coinvolta dal 1915 al 1918) si era sviluppata un’economia di guerra, rigidamente governata dallo stato. Nella situazione di emergenza si provvedeva d’autorità più o meno  a tutti. C’erano masse di militari che non dovevano fare altro che combattere, eseguendo gli ordini superiori: per il resto a tutto provvedeva lo stato. C’erano anche le loro famiglie, a cui, anche, provvedeva lo stato con misure straordinarie, nel caso fossero colpite dalle distruzioni belliche. Anche ai feriti e ai mutilati provvedeva lo stato. Con la maggior parte degli uomini impegnati nell’esercito, ci fu la piena occupazione tra quelli che erano rimasti. In particolare le donne supplirono gli arruolati. L’industria viveva un ciclo favorevole, trainata dalle commesse militari. Al fronte servivano armi, mezzi meccanici di trasporto e di combattimento, vestiario, alimenti, prodotti sanitari.
  Finita la guerra tutta questa economia terminò. La sua impostazione generale tornò quella di prima, capitalistico-liberale. Le masse che erano state sostenute nello sforzo bellico furono abbandonate a loro stesse.  L’economia, privata delle commessi militari, incominciò a riprendere il ritmo di prima della guerra, a normalizzarsi. I lavoratori iniziarono a protestare, guidati dai socialisti. Le autorità dello stato trattarono il fenomeni come un problema di ordine pubblico. Ecco, quindi, che, alle elezioni del 1919, le prime dopo il conflitto, i due maggiori partiti furono il socialista, con il 34% dei voti, e il popolare, ispirato dalla dottrina sociale, con il 20%. Il Governo, fino al 1922, rimase sostenuto da precarie coalizioni tra liberali, popolari e socialisti non rivoluzionari, ma la sua politica economica fu fondamentalmente quella liberale.
  L’idea di Benito Mussolini, formatosi nelle file del Partito Socialista Italiano, fu quella di risolvere i problemi sociali ricreando un’economia di guerra, caratterizzata da un fortissimo intervento dello stato, sia come misure sociali sia come commesse all’industria. Un soluzione semplice, che però implicava di fare veramente la guerra, di suscitare un popolo in armi. Ma come convincere la gente, le masse? Si utilizzò la propaganda. Del resto la guerra era finita da poco, la gente si era abituata alla guerra. Non impressionavano più di tanto i racconti delle atrocità che erano state commesse.
  Mussolini era andato in guerra, ma come militare di truppa. Della guerra sapeva quello che poteva sapere un soldato di truppa. A quell’epoca la strategia militare era già una scienza molto sofisticata. Mussolini non aveva la cultura sufficiente per dirigere le guerre che si proponeva di intraprendere. Si servì, almeno agli inizi, dell’apparato militare. Ma, con l’affermarsi del regime, sempre più si ingerì nella gestione militare. Ciò in particolare accadde durante la Seconda guerra mondiale, specialmente dal 1940, con la campagna militare per la conquista della Grecia. Questo fu tra i fattori decisivi degli insuccessi italiani nel conflitto.
 Più in generale, Mussolini, con la cultura di un maestro elementare e di un agitatore socialista, non conosceva il mondo del suo tempo, ne aveva un’immagine poco realistica. Si convinse, ad esempio, che le grandi democrazie europee e americane fosse deboli come quella italiana e quindi inadatte in tempo di guerra. Non aveva una visione realistica della potenza economica degli Stati Uniti d’America. Alla loro entrata in guerra vi fu chi fece osservare che nella sola New York era stato installato un numero di telefoni di sei volte superiore a quelli dell’Italia intera.
  Intorno alla figura di Mussolini fu organizzata un’azione di propaganda molto pervasiva con caratteri di quello che, con riferimento al despota sovietico Iosif Stalin, venne definito culto della personalità. Egli era il Duce, indiscutibile:  “il Duce ha sempre ragione”, si insegnava. Fu insegnata addirittura una disciplina universitaria che si chiamava Mistica fascista. Si cercò di suscitare un afflato di tipo mistico, religioso. Progredendo il successo del suo regime, non si sarebbe stati più capaci di dominare le masse in altro  modo. C’era lo spettro della rivoluzione sovietica, nel corso della quale forze socialiste rivoluzionarie avevano rovesciato in poco tempo, durante il 1917, un’antica monarchia, con tutto il sistema politico che vi era collegato. Era avvenuto nella fasi terminali di una guerra che stava cominciando ad andare male per la Russia. Non si sarebbe potuto dedurre da questo che la via della guerra poteva portare anche alla catastrofe? Si sarebbe potuto, e anzi l’obiezione fu posta finché si poté farlo, in un ambiente democratico, in cui fosse consentita libertà di parola. Ma per il fascismo questo era una degenerazione dello stato, non si doveva discutere, ma  credere, obbedire, combattere: questa la parola d’ordine che veniva verniciata per strada, sulle facciate dei palazzi.
  Di solito gli estimatori del fascismo arrivano a giudicare un errore la propaganda e le leggi di discriminazione antiebraica che il fascismo mussoliniano promosse dal 1938. Ma in realtà è la via della guerra proposta dal fascismo ad aver prodotto storicamente il disastro nazionale. La guerra non fu un errore del fascismo, che possa essere separato da esso come si fa quando da una mela si taglia la parte bacata. La via del fascismo fu quella della guerra. E’ su questo che il fascismo deve essere giudicato come fatto politico. Tutto il resto, ad esempio il tentativo di risolvere d’autorità, con istituzioni statali, quelle corporative che riunivano lavoratori e imprenditori, la questione sociale fu solo lavoro per preparare un popolo in guerra, addestrandolo alle armi fin da quando si era molto piccoli, da bambini.
  Riassumendo: la guerra per promuovere un’economia di guerra e risolvere così, d’autorità, i problemi sociali.
  Negli Stati Uniti d’America nel 1929 si produsse una grave crisi recessiva dell’economia. Lo stato federale, guidato dal presidente Franklin Delano Roosevelt, intervenne potentemente nell’economia in crisi, in particolare con speciali misura di sostegno all’occupazione. Si fece, sostanzialmente, come durante un periodo di guerra, ma senza impegnarsi in un conflitto bellico, in una guerra vera. L’economia statunitense superò la crisi. Mussolini poteva prendere esempio da quell’esperienza, come poi si fece a lungo nel secondo dopoguerra, in tutto il mondo? Avrebbe potuto, se fosse stato un’altra persona, con un’altra cultura, con un’altra storia, se fosse stato più aperto a conoscere il mondo. Nel 1929, assicuratosi l’appoggio del Papato con i Patti Lateranensi  e silenziata ogni opposizione democratica, non pensava di poter imparare nulla da nessuno.
2. Se si condivide l’ordine di idee che ho sopra esposto, è evidente che la via del fascismo storico non può essere un’alternativa per l’Italia di oggi. La via della guerra, infatti, porterebbe ai nostri tempi il mondo, non solo l’Italia, alla catastrofe globale. Abbiamo armi di distruzione di massa troppo potenti, tanto da minacciare concretamente la sopravvivenza dell’umanità. Non c’è altro da dire in merito.
  La violenza può apparire una scorciatoia, per tagliare corto con tante discussioni. Ma quando la situazione è complessa bisogna avere la pazienza di discutere: non c’è altra via buona.
 L’altro ieri ho visto in televisione un documentario che trattava della banda tedesca di terroristi comunisti Baader - Meinhof,  che si denominava  Frazione dell’Armata rossa.  Prese il nome dai suoi fondatori Andreas Baader e Ulrike Meinhof. Operò a lungo, dagli anni ’70 agli anni ’90, nella Germania occidentale, quella che all’epoca aveva capitale a Bonn. Facevano attentati. Baader e Meinhof furono catturati nel 1972.  In quella trasmissione hanno intervistato un uomo che conosceva Baader e Meinhof. Ha detto che, secondo lui, il primo era un teppista, la seconda, invece, una fine studiosa. Come hanno potuto unirsi in un’unica banda? Ha osservato che, quando si sceglie la via della violenza, finiscono per comandare quelli che sono più bravi ad usare la violenza nel modo più spregiudicato; gli altri, benché, fini intellettuali, seguono.  Questa è anche la mia esperienza, quello che ho potuto osservare direttamente, in particolare nel tempo in cui fui al liceo e all’università e in Italia c’era tanta più violenza di piazza di oggi.
  Si parla di Nazione  e ci si emoziona, come durante il fascismo. Ma  chi è la Nazione? Noi e chi? Quando si fa politica bisogna saper avere a che fare con gli altri come realmente sono, non come li sogniamo o verremmo che fossero. Il fascismo mussoliniano sognò l’Italia come faro di civiltà per il mondo, ma per essere civili  occorre innanzi tutto percorrere la via della virtù e della sapienza, distaccarsi dalla brutalità che in ognuno di noi c’è come retaggio del nostro antico passato di belve. La via della compassione, in particolare, che in religione viene detta anche misericordia, è parte di questo stile di civiltà: significa avere cuore per le sofferenze altrui e quindi non gettare gli altri in esperienze che le provochino, come ad esempio le guerre. Perché essere civili,  costruire una civiltà, come noi la intendiamo nelle nostre migliori intenzioni, significa anche saper includere gli altri. Tutte le grandi civiltà sono state fortemente inclusive, in particolare quella romana, dalla quale il fascismo storico voleva trarre lezione. E’ un lavoro che si fa sempre più difficile quante più sono le persone da includere. E’ qui che entra in campo la sapienza. Non è cosa da incolti o da gente che decide d’istinto. Bisogna saper ragionare, prevedere, fare: sapere, in una parola. L’Italia di oggi è attrezzata, perché la scolarizzazione degli italiani non è mai stata così alta. Com’è, però, che in Parlamento troviamo il minor numero di laureati di sempre? Forse è perché si dà troppa poca importanza alla sapienza. Si pensa che la politica sia decidere d’istinto, un atto di ferma volontà. Questo era un po’ il fondamento dell’autorità politica di Mussolini come Duce  degli italiani. La storia ci insegna come si va a finire su quella strada.
  Italiani si nasce? Il fascismo storico non fu di questa opinione. Tanto è vero che programmò istituzioni molto pervasive per  costruire  gli italiani in un certo modo, con dei percorsi di formazione individuale e collettiva molto impegnativi. Voleva infatti creare masse capaci di sacrificare la vita  in guerra per il bene della nazione. Addestrava  i bambini alle armi. Era ben  consapevole che  italiani, e guerrieri, si diventa. Nasciamo sapendo succhiare il latte e poco altro. Tutto il resto si impara. E dentro abbiamo anche tante emozioni, che a volte ci possono fuorviare, come ci insegna la psicologia moderna. Qualche giorno fa hanno dato il Nobel all’economista Richard Thaler, per aver scoperto che il comportamento degli attori dell’economia, ad esempio dei consumatori, è spesso irrazionale, emotivo. Così quando compriamo un telefono cellulare non teniamo conto solo delle sue specifiche tecniche, ma del suo rivestimento, dei suoi colori, delle forme delle figurine che compaiono sullo schermo, e del fatto che nei gruppi che frequentiamo è considerato indispensabile averlo. Condursi così in politica, soprattutto quando si devono prendere le decisioni più importanti, può darci poi molti dispiaceri.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli