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giovedì 18 gennaio 2018

Papa Francesco - discorso alle autorità durante il viaggio in Cile - 16-1-18

INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Palacio de la Moneda (Santiago del Cile)
Martedì, 16 gennaio 2018

Signora Presidente,
Membri del Governo della Repubblica e del Corpo Diplomatico,
Rappresentanti della società civile,
Distinte Autorità,
Signore e Signori,
E’ una gioia per me potermi trovare nuovamente sul suolo latino-americano e iniziare la visita a questa amata terra cilena, che mi ha ospitato e formato durante la mia gioventù; vorrei che questo tempo con voi fosse anche un tempo di gratitudine per tanto bene ricevuto. Mi torna alla mente quella strofa, che ho ascoltato poco fa, del vostro inno nazionale: “Puro, o Cile, è il tuo cielo azzurro / e pure brezze ti attraversano / e la tua campagna ricamata di fiori / è la copia felice dell’Eden”: un vero canto di lode per la terra che abitate, colma di promesse e di sfide, ma specialmente carica di futuro. In un certo senso quello che ha detto la Signora Presidente.
Grazie, Signora Presidente, per le parole di benvenuto che mi ha rivolto. Nella Sua persona desidero salutare e abbracciare il popolo cileno, dall’estremo nord della regione di Arica e Parinacota fino all’arcipelago sud «e al suo dissolversi in penisole e canali» [1]. La vostra diversità e ricchezza geografica ci permette di cogliere la ricchezza della polifonia culturale che vi caratterizza.
Ringrazio per la loro presenza i membri del Governo, i Presidenti del Senato, della Camera dei Deputati e della Corte Suprema, come pure le altre Autorità dello Stato e i loro collaboratori. Saluto il Presidente eletto qui presente, Signor Sebastián Piñera Echenique, che ha ricevuto recentemente il mandato del popolo cileno di governare i destini del Paese nei prossimi quattro anni.
Il Cile si è distinto negli ultimi decenni per lo sviluppo di una democrazia che gli ha consentito un notevole progresso. Le recenti elezioni politiche sono state una manifestazione della solidità e maturità civica raggiunta, e ciò acquista un particolare rilievo quest’anno nel quale si commemorano i 200 anni della dichiarazione di indipendenza. Momento particolarmente importante, poiché segnò il vostro destino come popolo, fondato sulla libertà e sul diritto, chiamato anche ad affrontare diversi periodi turbolenti riuscendo tuttavia – non senza dolore – a superarli. In questo modo voi avete saputo consolidare e irrobustire il sogno dei vostri padri fondatori.
In questo senso, ricordo le emblematiche parole del Card. Silva Henríquez quando in un Te Deum affermò: «Noi – tutti – siamo costruttori dell’opera più bella: la patria. La patria terrena che prefigura e prepara la patria senza frontiere. Tale patria non comincia oggi, con noi; e tuttavia non può crescere e fruttificare senza di noi. Perciò la riceviamo con rispetto, con gratitudine, come un compito iniziato da molti anni, come un’eredità che ci inorgoglisce e al tempo stesso ci impegna». [2]
Ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte. E’ il cammino. Il bene, come anche l’amore, la giustizia e la solidarietà, non si raggiungono una volta per sempre; vanno conquistati ogni giorno. Non è possibile accontentarsi di quello che si è già ottenuto nel passato e fermarsi a goderlo in modo che tale situazione ci porti a disconoscere che molti nostri fratelli soffrono ancora situazioni di ingiustizia che ci interpellano tutti.
Voi, pertanto, avete davanti una sfida grande e appassionante: continuare a lavorare perché la democrazia, il sogno dei vostri padri, ben al di là degli aspetti formali, sia veramente un luogo d’incontro per tutti. Che sia un luogo nel quale tutti, senza eccezioni, si sentano chiamati a costruire casa, famiglia e nazione. Un luogo, una casa, una famiglia, chiamata Cile: generoso, accogliente, che ama la sua storia, che lavora per il presente della sua convivenza e guarda con speranza al futuro. Ci fa bene ricordare qui le parole di San Alberto Hurtado: «Una Nazione, più che per le sue frontiere, più che la sua terra, le sue catene montuose, i suoi mari, più che la sua lingua o le sue tradizioni, è una missione da compiere». [3] È futuro. E quel futuro si gioca, in gran parte, nella capacità di ascolto che hanno il suo popolo e le sue autorità.
Tale capacità di ascolto acquista un grande valore in questa Nazione, dove la pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni tentativo di parzialità o supremazia e che mette in gioco la capacità di lasciar cadere dogmatismi esclusivisti in una sana apertura al bene comune (che se non presenta un carattere comunitario non sarà mai un bene). È indispensabile ascoltare: ascoltare i disoccupati, che non possono sostenere il presente e ancor meno il futuro delle loro famiglie; ascoltare i popoli autoctoni, spesso dimenticati, i cui diritti devono ricevere attenzione e la cui cultura protetta, perché non si perda una parte dell’identità e della ricchezza di questa Nazione. Ascoltare i migranti, che bussano alle porte di questo Paese in cerca di una vita migliore e, a loro volta, con la forza e la speranza di voler costruire un futuro migliore per tutti. Ascoltare i giovani, nella loro ansia di avere maggiori opportunità, specialmente sul piano educativo e, così, sentirsi protagonisti del Cile che sognano, proteggendoli attivamente dal flagello della droga che si prende il meglio delle loro vite. Ascoltare gli anziani, con la loro saggezza tanto necessaria e il carico della loro fragilità. Non li possiamo abbandonare. Ascoltare i bambini, che si affacciano al mondo con i loro occhi pieni di meraviglia e innocenza e attendono da noi risposte reali per un futuro di dignità. E qui non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna, vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta.
Con questa capacità di ascolto siamo invitati – oggi in modo speciale – a prestare un’attenzione preferenziale alla nostra casa comune. Ascoltare la nostra casa comune: far crescere una cultura che sappia prendersi cura della terra e a tale scopo non accontentarci solo di offrire risposte specifiche ai gravi problemi ecologici e ambientali che si presentano; in questo si richiede l’audacia di offrire «uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» [4] che privilegia l’irruzione del potere economico nei confronti degli ecosistemi naturali e, di conseguenza, del bene comune dei nostri popoli. La saggezza dei popoli autoctoni può offrire un grande contributo. Da loro possiamo imparare che non c’è vero sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra e a tutto quello e tutti quelli che la circondano. Il Cile possiede nelle proprie radici una saggezza capace di aiutare ad andare oltre la concezione meramente consumistica dell’esistenza per acquisire un atteggiamento sapienziale di fronte al futuro.
L’anima del carattere cileno – la Presidente ha detto che era diffidente – l’anima del carattere cileno è vocazione ad essere, quella caparbia volontà di esistere. [5] Vocazione alla quale tutti sono chiamati e rispetto alla quale nessuno può sentirsi escluso o dispensabile. Vocazione che richiede un’opzione radicale per la vita, specialmente in tutte le forme nelle quali essa si vede minacciata.
Ringrazio nuovamente per l’invito a poter venire ad incontrarmi con voi, con l’anima di questo popolo; e prego affinché la Vergine del Carmelo, Madre e Regina del Cile, continui ad accompagnare e a far crescere i sogni di questa benedetta Nazione. Grazie!

1. Gabriela Mistral, Elogios de la tierra de Chile.
2. Omelia nel Te Deum Ecumenico (4 novembre 1970).
3. Te Deum (settembre 1948).
4.  Lett. enc. Laudato si’, 111.
5. Cfr Gabriela Mistral, Breve descripción de Chile, in Anales de la Universidad de Chile (14), 1934.


mercoledì 17 gennaio 2018

La politica o l’arte del riassunto

La politica o l’arte del riassunto


Dal WEB - un'immagine da un Consiglio dei ministri


1.  Qualche volta pensiamo al governo come ad un dio, uno che sa tutto e può tutto. La realtà è completamente diversa.  La gente che ci lavora è fatta come noi, sa come noi, pensa come noi, decide come noi.
  La televisione pubblica farebbe un interessante lavoro di educazione civica se mettesse in segna una riunione del Consiglio dei ministri italiano, che non lavora in modo diverso da altri organismi simili di altri stati. Venti persone come noi che si riuniscono più o meno ogni settimana, spesso il venerdì, per decidere il da farsi. Focalizzano l’attenzione su determinati argomenti. Non possono affrontare tutto  insieme. E’ così che facciamo anche noi. Pensiamo e agiamo per scenari  limitati. Ma il resto, tutto  il resto, c’è, continua a scorrere. Però non ne siamo realisticamente  consapevoli.
  Un cervello elettronico opera diversamente, ad esempio quello che in questo momento sto usando o un qualsiasi smartphone [significa telefono (-phone) intelligente (smart)], un congegno che anche un bimbo di pochi anni può imparare a usare. Quando ci saranno, e non serviranno ancora molti anni, macchine  pensanti, queste saranno consapevoli di tutto  ciò a cui saranno connesse mediante i loro sensori  o i loro collegamenti.
   Di tutto ciò che si muove al di fuori dei nostri scenari  di riferimento, di quella scena  teatrale in cui siamo insieme attori e spettatori, abbiamo cognizione sommaria mediante riassunti. Una cartina stradale ci dà un’immagine sintetica della realtà, lasciando fuori moltissime cose, anzi quasi tutto, ma non è ancora un riassunto. Equivale a una fotografia. Un riassunto è come un film, introduce il movimento.
 In un Consiglio dei ministri, ogni ministro ha tra le mani un riassunto della situazione di cui ci si vuole occupare, preparato dagli uffici amministrative che si occupano di quel settore. Più cose il riassunto vuole considerare, più i dettagli divengono imprecisi, i particolari sfuggono.
   Quando si trattano fenomeni molto grandi ci si affida alla statistica, che è un insieme di riassunti che si cerca di rendere particolarmente affidabili utilizzando metodi rigorosi nella raccolta e organizzazione dei dati. Proseguendo su questa via si cerca di capire il senso generale della situazione corrente e in questo modo si costruisce uno scenario che rimane pur sempre uno scenario, quindi limitato, alla nostra portata cognitiva, ma ce vuole rendere il senso di fatti molto più vasti, ad esempio di come va il mondo o una nazione. A questo punto si mette questo scenario in relazione con le nostre concezioni di bene e di male, con la nostra etica, e ci si dà un orientamento: questa è una ideologia. Diventa ideologia politica  quando la si impiega per il governo della società. Ed è democratica se ci ritiene che i governati vi debbano avere voce. Questi ultimi possono avere voce in democrazia solo condividendo un’ideologia. Perché altrimenti rimangono confinati nei loro scenari  di prossimità, la rete, limitata, di quelle circa centocinquanta relazioni profonde che per ragioni fisiologiche possono instaurare.
 Senza ideologia la realtà intorno a noi si fa indistinta, non è più alla nostra portata, come quando si assiste ad uno spettacolo, e lo scenario sono gli attori sul palco, noi e le dieci persone circa che stanno intorno a noi, mentre il resto è  folla  che vediamo  come massa ma non  conosciamo, benché riteniamo di poterne prevedere il comportamento sulla base delle idee che abbiamo su come va la società, sulla base quindi della nostra ideologia  corrente. Ma possiamo avere delle sorprese. Quando si ragiona per riassunti, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, sia che lo si faccia girando per l’isolato sotto casa sia che si partecipi ad una riunione del Consiglio dei ministri.
2. Quando si è a scuola fare i riassunti è molto noioso. Eppure è una delle attività più importanti per la nostra vita sociale, in cui si pasa gran parte del tempo ragionando su riassunti. Fare riassunti dovrebbe essere considerata la prima iniziazione alla politica.
  La prima regola dell’arte del riassunto è cercare di rimanere aderenti alla realtà. Certo, qualcosa di perde, ma non si può fare diversamente. Anche le macchine pensanti, che già ci sono in fondo anche se rapidamente saranno ulteriormente perfezionate e forse raggiungeranno la coscienza,   per interagire con noi debbono proporci riassunti, ideologie semplificate: sono le icone  e altri figure che ci servono a dare comandi per far fare alle macchine quello che ci serve. In questo modo attiviamo processi dei quali rimaniamo inconsapevoli: vediamo solo il risultato. Accade più o meno così anche per l’ideologia politica. Decidendo si attivano processi dei quali possiamo avere solo una consapevolezza statistica, demoscopica, attraverso i dati che riusciamo a rilevare e ad organizzare: in Senato c’è un ufficio che si chiama UVI - Ufficio Valutazione Impatto e che si occupa di stabilire, con criteri di metodo rigorosi, che cosa producono le decisioni politiche. Ma spesso in politica, quando si avvicinano le elezioni, si preferisce trascurare questo aspetto. Ed è anche l’aderenza alla realtà delle narrazioni propagandistiche che inizia un po’ a cedere.
  Un politico serio proporrà un’ideologia realistica e sufficientemente estesa e riscontri di valutazione di impatto, facendo autocritica dove certe politiche non hanno funzionato. Non pretenderà di avere una soluzione per tutti i problemi, in particolare per quelli che ci sono  da molto tempo e che quindi sono piuttosto seri. Mostrerà di rendersi conto della complessità della società di oggi  e della difficoltà di avere un’immagine affidabile del suo movimento, quindi di fare previsioni. Nella propaganda elettorale corrente è raro che si segua questa linea. Allora i politici non sono seri. Non è così. Tra loro vi sono anche persone serie, ma tutti tendono a non prendere molto sul serio gli elettori. Li considerano incostanti e distratti. Se si propone loro impegnativi riassunti ideologici si annoieranno, pensano. Alla fine, che serve? Che mettano un segno nel posto giusto su una scheda elettorale. Allora, meglio focalizzare la propaganda scendendo nei loro scenari di prossimità, alle realtà loro più vicine, cercando di costruirci sopra un’ideologia accattivante, una storia con un lieto fine per ciascun gruppo: a quelli la casa, a quegli altri il lavoro, e poi un reddito minimo, la pensione più alta e prima, meno tasse, meno costi per i servizi, e via tutti quelli che nei quartieri fanno paura. Inutile approfondire spiegando che, in uno scenario realistico, ciò che si dà in più a certuni sarà tolto ad altri: o si fanno parti giuste o ci saranno quelli che ci rimetteranno, e in genere a rimetterci sono i più, la storia lo insegna. Poi, conseguito il risultato, gli scenari di riferimento della politica cambieranno  e si cercherà di essere più aderenti alla realtà, perché non facendolo si va gambe all’aria.
  La giustizia… chi ne parla più in politica? Tutti pensano in genere di essere dalla parte del giusto. Tutti pensano che, per ragioni di giustizia, dovrebbero avere di più. Non misurano la loro condizione sociale in termini di privilegi ottenuti in rapporto alla condizione altrui. Non si chiedono quanta parte della propria condizione sociale sia andata ad discapito di altri. Tutti danno per implicita la giustificazione di ciò che hanno già, poco, molto o moltissimo che sia. Tacciano i critici di invidia sociale. Sotto elezioni la politica asseconda questo modo di pensare. Passa sopra ad un’immagine della società in cui c’è molta ingiustizia, nel senso di molta sofferenza per negazione di diritti fondamentali, quelli indispensabili per la democrazia, e ancor più per una democrazia di popolo, per evitare quel dominio arrogante delle classi privilegiate verso cui ogni sistema politico tende a degradare in mancanza di correttivi democratici. Questi ultimi sono possibili solo elevando la competenza politica della masse mediante ideologie realistiche, che facciano capire come va il mondo, che cosa c’è che non va, quali sono le cause delle sofferenze sociali, quanta parte ciascuno abbia nel produrle, e quali i possibili rimedi, che comprendono  sempre un’autocritica per ragioni di giustizia sociale.  
 Un esempio in questo senso lo troviamo in uno degli snodi fondamentali dell’enciclica Laudato si’  diffusa nel 2015 da papa Francesco:

106. Il problema fondamentale è un altro, ancora più profondo: il modo in cui di fatto l’umanità ha assunto la tecnologia e il suo sviluppo insieme ad un paradigma omogeneo e unidimensionale. In tale paradigma risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua sperimentazione, che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio e trasformazione. È come se il soggetto si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione. L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti».
107. Possiamo perciò affermare che all’origine di molte difficoltà del mondo attuale vi è anzitutto la tendenza, non sempre cosciente, a impostare la metodologia e gli obiettivi della tecnoscienza secondo un paradigma di comprensione che condiziona la vita delle persone e il funzionamento della società. Gli effetti dell’applicazione di questo modello a tutta la realtà, umana e sociale, si constatano nel degrado dell’ambiente, ma questo è solo un segno del riduzionismo che colpisce la vita umana e la società in tutte le loro dimensioni. Occorre riconoscere che i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte che sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare.
108. Non si può pensare di sostenere un altro paradigma culturale e servirsi della tecnica come di un mero strumento, perché oggi il paradigma tecnocratico è diventato così dominante, che è molto difficile prescindere dalle sue risorse, e ancora più difficile è utilizzare le sue risorse senza essere dominati dalla sua logica. È diventato contro-culturale scegliere uno stile di vita con obiettivi che almeno in parte possano essere indipendenti dalla tecnica, dai suoi costi e dal suo potere globalizzante e massificante. Di fatto la tecnica ha una tendenza a far sì che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica, e «l’uomo che ne è il protagonista sa che, in ultima analisi, non si tratta né di utilità, né di benessere, ma di dominio; dominio nel senso estremo della parola». Per questo «cerca di afferrare gli elementi della natura ed insieme quelli dell’esistenza umana». Si riducono così la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per la creatività alternativa degli individui.
109. Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. Non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale.  Nel frattempo, abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante», mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica.
110. La specializzazione propria della tecnologia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo d’insieme. La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante. Questo stesso fatto impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo attuale, soprattutto quelli dell’ambiente e dei poveri, che non si possono affrontare a partire da un solo punto di vista o da un solo tipo di interessi. Una scienza che pretenda di offrire soluzioni alle grandi questioni, dovrebbe necessariamente tener conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale. Ma questo è un modo di agire difficile da portare avanti oggi. Perciò non si possono nemmeno riconoscere dei veri orizzonti etici di riferimento. La vita diventa un abbandonarsi alle circostanze condizionate dalla tecnica, intesa come la principale risorsa per interpretare l’esistenza. Nella realtà concreta che ci interpella, appaiono diversi sintomi che mostrano l’errore, come il degrado ambientale, l’ansia, la perdita del senso della vita e del vivere insieme. Si dimostra così ancora una volta che «la realtà è superiore all’idea».

 In quali dei programmi politici trovate considerazioni analoghe a quelle che ho sopra trascritto e che è la dottrina sociale corrente? Ricercarle è un buon metodo per misurare la compatibilità di proposte politiche con il nostro orizzonte religioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


martedì 16 gennaio 2018

Abbandono delle ideologie come manifestazione del degrado della politica democratica

Abbandono delle ideologie come manifestazione del degrado della politica democratica

  La politica è il governo della società. La politica democratica è quando il governo della società è un lavoro di molti che decidono di avere pari dignità. In una democrazia di popolo si vuole che le masse, i più,  siano coinvolte nel governo della società: questo richiede un complesso di diritti  sociali  per elevare i più alla pari dignità. I diritti sociali consistono in attività pubbliche per migliorare il benessere e l’istruzione della popolazione, mediante servizi pubblici e altre provvidenze che liberano le persone dalla schiavitù del bisogno, della violenza pubblica e privata e dell’ignoranza. E’ questa liberazione che crea  uguali in dignità. In materia di dignità sociale la differenza fondamentale è tra  liberi  e schiavi. La democrazia di popolo è innanzi tutto un processo di liberazione. Storicamente è spesso iniziato con la liberazione dei più dalla violenza dei pochi che dominavano la politica: è infatti solo con la violenza che i più soggiacciono ai pochi. E’ stato osservato che all’origine delle antiche dinastie sovrane c’era sempre un atto di violenza. Anche all’origine delle democrazie di popolo vi sono stati atti di violenza: la differenza è stata nell’ideologia che li guidava, che non voleva sostituire un despota con un altro, ma abbattere la tirannide sociale. Più recentemente si è acquisita consapevolezza che nessun processo di liberazione democratica è completo senza il ripudio della violenza. Nessuna democrazia popolare è in realtà possibile senza l’ideologia della nonviolenza. Questa è stata un’acquisizione recente anche per la dottrina sociale, che ha cominciato a diffonderla dal 1939, nei mesi in cui si avvertiva l’imminenza di un nuovo grande conflitto tra gli Europei, i  quali, dominando ancora il mondo l’avrebbero coinvolto nella loro guerra, come in effetti accadde. Nella dottrina sociale l’affermazione della pace come valore sociale è  avvenuta contemporaneamente alla presa di coscienza del valore della democrazia.
  Ogni persona è confinata in scenari limitati perché è limitata dalle sue capacità cognitive e di relazione. E’ un limite fisico, organico, di specie. L’intelligenza artificiale lo supererà. Il traguardo non è lontano. Una macchina pensante, che non sarà più veramente una macchina, proprio perché  pensante,  potrà essere costantemente  connessa  a tutto ciò che c’è intorno, salvo che ai pensanti umani, che rimarranno confinati, e in un certo senso protetti, dai loro limiti. Ma la complessità dell’organizzazione sociale porterà a diffondere sempre più l’intelligenza artificiale: se ne diverrà dipendenti per le necessità quotidiane, come già in parte avviene, ad esempio con i nostri telefoni cellulari evoluti, chiamati smartphone (smart in inglese significa appunto  intelligente). Le macchine pensanti rimarranno però  congegni, vale a dire  strumenti, fino a che non si deciderà di elevarle alla  coscienza. Di chi saranno strumenti? Della parte più ricca della società, che controlla le risorse necessarie per produrle, e innanzi tutto progettarle. Finiranno fatalmente per essere impiegate al servizio del potere dei privilegiati sociali. Saranno strumento del loro dominio sociale. Questo se non si riuscirà a istituire un sufficiente controllo sociale democratico. Per riuscirvi occorre però superare i limiti di specie degli umani, sottrarli al confinamento in scenari limitati. Altrimenti nessuna azione di massa è possibile. Per la verità le democrazie di popolo avevano già trovato la via per riuscirvi, prima che l’evoluzione tecnologica aprisse la via della  macchine pensanti. Lo strumento per farlo è l’ideologia politica.
  L’ideologia politica è una narrazione sociale che consente agli umani di superare il confinamento in scenari limitati, quelle circa centocinquanta persone con le quali ciascuno può instaurare  vere relazioni sociali. Il compito principale di una classe politica che vuole aprirsi alla democrazia è quello di costruire ideologie politiche. Ma anche la politica autoritaria, quella in cui pochi dominano sui più e il potere scende  dall’alto, ha necessità di ideologia sociale: questo rende più facile il dominio, che altrimenti sarebbe possibile solo con dosi sempre maggiori di violenza pubblica, rendendo insicuro lo stesso potere autoritario, esposto agli appetiti dei violenti emergenti, in particolare dei capi della soldataglia assoldata per la violenza pubblica. Fino ad un passato piuttosto recente furono le religioni a costituire le principali ideologie sociali. L’affermazione delle democrazie comportò anche la lotta contro le religioni che si erano costruite come ideologie di potere, contro la sacralizzazione  del potere politico: significò  smascherarne  la vera natura. Desacralizzate che furono, quando lo furono, si scoprì che però nelle religioni c’era dell’altro, che anch’esse, liberate  dalla strumentalizzazione del potere politico potevano esprimere un potenziale di liberazione delle persone umane. Lo avevano nella misura in cui affermavano una  dignità  della persona incomprimibile dal potere. Questo elemento è presente nella religione dei cristiani, in cui si esorta a scoprire una  dignità di figli.
   Un’ideologia è democratica se indica la via per elevare alla dignità politica, quella del governo della società, i più. Non tutte le ideologie lo fanno. Da un punto di vista democratico non tutte le ideologia hanno pari valore. Seguendo l’etica della dignità sociale delle masse, in cui  è bene ciò che afferma il valore della persona, ci sono ideologie buone e ideologie cattive. Dagli anni ’80 si è andata affermando che tutte  le ideologie sono cattive. Si è collegato il concetto di ideologia a quelli di falsità e di inganno. Tutte  le ideologie sarebbero ingannevoli, false e falsificanti. Anche questa, però, è un’ideologia la quale insegna che nessuno, in fondo,  può superare i confini degli scenari limitati in cui è ristretto per limiti naturali, fisiologici. L’affermarsi di questa ideologia  anti-ideologica  è coinciso con l’inizio del degrado delle democrazie di popolo in Occidente e l’affermarsi di neo-ideologie antidemocratiche che per certi versi appaiono come nuove religioni. In queste visioni  ognuno  merita  il posto in cui si trova, di privilegiato o svantaggiato sociale, ma il sistema sociale dal quale le diseguaglianze sociali sono scaturite è in grado comunque di autoregolarsi generando benessere per tutti. La politica non è alle portata delle masse, deve essere affidata a persone e organizzazioni  competenti, così come nell’industria non sono gli operai a governare i processi produttivi, ma i capitalisti e i loro consulenti. La principale virtù della classe dirigente è di decidere, quindi il suo  decisionismo. Le masse devono essere  governate, quindi dirette  da  competenti decisionisti. Per assicurare la  governabilità  del sistema, occorre dare più potere alla classe dirigente mediante procedure pubbliche che coinvolgano meno e più saltuariamente le masse. Le masse, in definitiva, vanno periodicamente  consultate  perché confermino un blocco di classe dirigente, che poi le governerà come crede, forte della propria  competenza. Poi devono tornare nei propri scenari limitati e accettare le decisioni dall’alto. Le narrazioni proposte alle masse non sono importanti, basta che le convincano quel tanto che basta per dare il via a un blocco di classe dirigente. Possono essere anche contraddittorie, purché abbiano una bella apparenza. Non serviranno a indirizzare l’azione di governo, così come i consumatori, nel mercato contemporaneo, non dirigono l’industria, ma ne sono dominati. Questi ideologie che ho sintetizzato hanno iniziato a diffondersi dagli anni ’80, a partire dagli Stati Uniti d’America e dalla classe dirigente organizzata intorno alla presidenza federale di Ronald Reagan. Ora le troviamo nelle proposte politiche di quasi tutti i partiti italiani.
  Un esempio di potente ideologia democratica si trova invece nell’enciclica Laudato si’, diffusa nel 2015. Naturalmente quel documento non  è solo ideologia, ma, essendo dottrina  sociale e considerando religiosamente un valore la pari dignità umana, la dignità filiale, è anche  questo. Parte da una critica sociale  che è  anche  autocritica. Nessuna ideologia che non proponga anche un’autocritica può essere considerata democratica. Questo perché la democrazia non è un valore naturale, lo sono l’avidità e la paura, le leggi della giungla secondo le quali il grosso è libero  di mangiare il piccolo perché questo realizza il benessere sociale,   gli strumenti principali delle ideologie antidemocratiche. La democrazia è una  conquista culturale  che ci eleva dalla nostra antica, ma sempre presente, natura di belve, al progetto di un mondo nuovo, libero dalla schiavitù della violenza, dell'ignoranza e del bisogno, una libertà diversa. Ognuno deve capire in sé stesso il proprio limite di antica belva e superarlo. Ecco perché l’orientamento etico è così importante nei processi democratici e il degrado etico della classe dirigente, manifestato da una sua crescente avidità sociale, è un indicatore del degrado della democrazia.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 15 gennaio 2018

Masse, scenari e classe dirigente; la competenza nella politica

Masse, scenari e classe dirigente; la competenza nella politica

1. L’Azione Cattolica fu istituita dal Papato nel 1905 per dare competenza politica alle masse, nell’era dell’affermazione della democrazia politica di massa. Nel 1932 venne poi istituito, come ramo dell’Azione Cattolica, il Movimento dei Laureati Cattolici, essenzialmente per creare una classe dirigente competente, per collaborare nel governo delle istituzioni, secondo la direttiva espressa nell’enciclica  sociale Il Quantennale - Quadragesimo Anno,  diffusa nel 1931 dal papa Achille Ratti, Pio 11:
«97. Noi crediamo ancora e per necessaria conseguenza che l'intento stesso [di dare vita ad istituzioni che consentano un pacifico ordinamento sociale] sarà tanto più sicuramente raggiunto quanto più largo sarà il contributo delle competenze tecniche, professionali e sociali e più ancora dei principi cattolici e della loro pratica, da parte, non dell'Azione Cattolica (che non intende svolgere attività strettamente sindacali o politiche), ma da parte di quei figli Nostri che 1'Azione Cattolica squisitamente forma a quei principi ed al loro apostolato sotto la guida ed il Magistero della Chiesa; della Chiesa, la quale anche sul terreno più sopra accennato, come dovunque si agitano e regolano questioni morali, non può dimenticare o negligere il mandato di custodia e di magistero divinamente conferitole. […] ». All’epoca, per quanto riguardava l’Italia (l’enciclica era diretta a tutto il mondo cattolico) si aveva presente l’ordinamento corporativo fascista, con il quale i cattolici vennero, con quel documento, spinti ad operare, espressamente nominato:
«92. Recentemente, come tutti sanno, venne iniziata una speciale organizzazione sindacale e corporativa, la quale, data la materia di questa Nostra Lettera enciclica, richiede da Noi qualche cenno e anche qualche opportuna considerazione. […]».
 Tuttavia, dal 1939, l’anno della rottura dell’alleanza politica tra fascismo mussoliniano e Papato, il sistema cattolico di formazione alla politica delle masse e di formazione di una classe dirigente politica competente ed eticamente ben orientata fu impiegato per la costruzione in Italia di una democrazia di massa, secondo i principi che furono diffusi dal papa Eugenio Pacelli, eletto nel 1939, in una serie di radiomessaggi, il primo dei quali fu, il 24 agosto 1939, “rivolto ai governanti ed ai popoli nell'imminente pericolo della guerra.”, contro gli intenti di guerra.
2. La competenza è la capacità di fare bene un certo lavoro, secondo le regole dell’arte. Essa varia a seconda del lavoro che c’è da fare.
  La politica è uno dei lavori che si fanno in società: consiste nel governo delle società. Per farlo occorre capire la società del proprio tempo e la direzione in cui si sta muovendo, e questa è sociologia. Data l’importanza dell’economia nelle dinamiche sociali occorre intendersene a sufficienza per capire come influisce, e questa è scienza economica. Il presente è sempre il risultato di un passato, che occorre conoscere se si vuole governare la società: questa è storia. Le società di massa dipendono sempre più da sofisticate tecnologie per la loro sopravvivenza, che ai tempi nostri vengono aggiornate molto velocemente e sono molto costose: occorre esserne consapevoli, per impiegare bene le risorse pubbliche. Ed infine: le istituzioni pubbliche e l’intera società hanno articolazioni giuridiche, hanno regole pubbliche che ne disciplinano il funzionamento, impediscono abusi e violenze, dicono a ciascuno che cosa è il suo: questo è diritto. Elevare le masse al governo democratico della società significa dar loro una formazione di base sociologica, economica, storica, scientifica e tecnologica, giuridica. Un importante finalità è quella di far capire realisticamente a ciascuno e a ciascun gruppo sociale la propria condizione sociale, l’origine sociale delle proprie e altrui sofferenze e le soluzioni sociali, economiche, scientifiche e tecnologiche, giuridiche proposte per correggere i mali sociali, ciò che in società genera sofferenza. Nella terminologia del socialismo questo significa creare una  coscienza di classe  nelle masse. L’intento di porre rimedio alla sofferenze sociale genere un’etica, che è la cultura che indica la via del bene, e innanzi tutto a distinguere il bene dal male. Ogni politica esprime un’etica. Se manifesta di non occuparsene espressamente, e non l’insegna né ne parla ai governati, significa che segue l’etica della forza, secondo la quale il forte prevale e il debole subisce. Dunque, la formazione etica si aggiunge alle altre necessarie alla politica.
 Ad una classe dirigente democratica si richiede che le competenze necessarie all’elevazione delle masse alla politica siano molto approfondite. Ma non si tratta solo di migliorare la consapevolezza teorica: occorre fare pratica di politica. Il primo e fondamentale luogo di questa formazione sono le assemblee delle istituzioni pubbliche, in primo luogo il Parlamento. Lì si può creare un tradizione  di classe dirigente, in particolare tramandando cognizioni e pratiche di governo da una generazione all’altra. Il metodo democratico, secondo il quale ogni potere trova limiti, in estensione e in durata, deve consentire la successione al vertice politico, in particolare tra generazioni. Questo consente di ampliare il numero di quelli che, facendo pratica, esercitando un tirocinio un po’ come apprendisti, completano la propria formazione alla politica. Ma anche di impedire gli abusi che sono inevitabilmente correlati all’esercizio prolungato del potere. Il potere corrompe,  sempre, non bisogna illudersi, anche in istituzioni che si autodefiniscono sante, quindi particolarmente legate all’etica. Lo insegnano la storia e l’esperienza sociale. Non si è ancora trovato alcun rimedio migliore di quello di  rovesciare i potenti dai troni  (l’espressione che troviamo nel cantico  evangelico detto Magnificat [Magnifica l’anima mia …]. Il politico che chiede  più tempo, manifesta l’inizio di una degenerazione: in democrazia occorre sostituirlo o limitarlo. La rottamazione, la sostituzione ciclica della classe dirigente politica,   è quindi importante quanto la tradizione, ma si tratta di dinamiche che devono lavorare insieme: rottamazione senza tradizione crea incompetenza; tradizione senza rottamazione corruzione della politica.  Un politico che ha fatto un buon tirocinio in Parlamento, riscuotendo la stima degli altri parlamentari, anche di quelli di opposto schieramento (questo apprezzamento è molto importante, perché sono gli avversari che scoprono e rendono pubblici i difetti dell'altra parte;  i giudizi compiacenti sono in genere inaffidabili), ha in genere una competenza sufficiente per accedere al Governo, il posto da cui si incide più direttamente e con più continuità nella società. Ci sono però quelli che non sfruttano le opportunità formative offerte dal  servizio parlamentare, sono poco assidui, distratti, leggono e ascoltano poco, prevalentemente si dedicano alle polemiche spicciole: questi non crescono e rimangono come sono entrati; il denaro pubblico impiegato per consentire loro il servizio parlamentare è sprecato.
3. Anni fa un politico italiano parlò della pratica della politica come di un  teatrino, per squalificarla,  e suscitò scandalo, ma in fondo non sbagliava. Solo che praticamente tutte le organizzazioni sociali umane sono  teatro. In teatro si cerca di stabilire un’unità  cognitiva ed emotiva tra regista, attori e spettatori. Si propone una narrazione, fatti spiegati, e su di essa tutti convergono. Convergono senza però conoscersi  veramente. Si crea un’empatia, un comune sentire. Come accade senza conoscersi? Questo è il miracolo del teatro, ma anche della politica. Ma non è un prodigio, un evento soprannaturale: la scienza ce lo spiega.
 L’essere umano è capace di non più di circa 150 relazioni sociali profonde, intense, in cui ci si conosce. 150 è il numero di Dunbar, dal nome dell’antropologo inglese Rober Dunbar (1947), che ha cominciato a scriverne sulla base di osservazioni scientifiche.  Si tratta di un limite cognitivo fisiologico, legato al nostro organismo, e in particolare al nostro cervello, che, com’è ora, si è formato, ci spiegano, circa 200.000 anni fa e non potrà mutare tanto presto.
 Questo significa che noi, in famiglia e in società, girando per strada, facendo politica, agiamo sempre in mezzo a scenari  limitati, il resto ci sfugge. Come si riesce a governare società che nel complesso, a livello globale, comprendono circa otto miliardi di persone? Ci costruiamo rappresentazioni della società che ci consentono di  capirle  come se fossero scenari  limitati. E’ così che si produce la magia  del cinema. Ad esempio in un film di guerra: si rende l’idea di dinamiche di massa che coinvolsero milioni di persone utilizzando al massimo qualche centinaia di comparse, attori che per il pubblico non hanno  individualità, e qualche decina di veri  interpreti. La capacità di creare  queste rappresentazioni, che in politica vengono definite  ideologie, rientra nella competenza della classe dirigente politica e si aggiunge a quelle di base che le masse impegnate in democrazia devono avere.
  Queste rappresentazioni, come a teatro, devono avere la capacità di creare consenso ed empatia. In questo modo sono capaci di orientare masse  di persone con una capacità cognitiva, ciascuna, di 150 circa relazioni sociali profonde. Questo risultato corrisponde ad un  potere  politico. Se uno o un gruppo riescono a far fare alle masse ciò che vogliono, esercitano un potere politico sulle masse. Questo risultato serve  anche in una politica non democratica, vale a dire che si contenta del dominio, senza pretendere di legittimare, quindi di giustificare, il proprio potere in base alla volontà espressa da una maggioranza con certe procedure che garantiscano una decisione  libera. Una rappresentazione ideologica  vale  da un punto di vista cognitivo, di spiegazione della società, se è realistica, ma  vale  dal punto di vista del dominio, del potere  sulla società, se riesce a suscitare empatia e consenso nella parte che conta della società. In occasione delle elezioni politiche questa parte è la maggioranza numerica degli elettori, che però spesso non è la parte che  conta veramente, perché quest’ultima in genere è costituita da classi di privilegiati. Se però le masse mantengono un sufficiente livello di competenza politica, quindi sono ben formate, esse, nel corso delle periodiche procedure democratiche, sono in grado di limitare  e  correggere gli abusi politici della classi politiche privilegiate e dei politici di troppo lungo corso.
  Se però uno non ha più tempo, né risorse, per la formazione politica delle masse, deve accontentarsi di cercare di dominarle. La tecnologia sociologica e psicologica dà gli strumenti necessari. Le masse possono essere  dominate  con le stesse tecniche con cui le si convince ad acquistare prodotti commerciali. E i politici hanno preso a servirsi dei medesimi consulenti che si occupano di marketing, delle tecniche di persuasione dei consumatori. Nella pubblicità commerciale si creano  scenari accattivanti, in cui inserire l’atto del consumo, l’acquisto di un prodotto. Si costruisce così una narrazione che spesso ha poco a che fare con le vere qualità di un prodotto e sulla sua convenienza economica per l’acquirente. In Occidente c’è una tradizione legislativa che pone un limite alla costruzione di queste narrazioni, vietandolo quelle che, sostanzialmente, si risolvono in un inganno. Leggi così non ci sono per la politica, che vediamo agire in questo campo in modo più spregiudicato. In un sistema totalitario, in cui la propaganda è accentrata e a senso unico, non c’è modo di uscirne. Le masse aderiranno ad una visione sostanzialmente falsa della realtà, fino a quando la circolazione più libera delle idee sarà di nuovo possibile o un evento dall’esterno o dall’interno ponga fine al potere dispotico, ad esempio una catastrofe bellica o un rivolta di palazzo (in Italia la caduta del fascismo mussoliniano conseguì ad entrambe queste modalità). In regime di democrazie, la dialettica politica consente di solito di smascherare la falsità delle rappresentazioni altrui. Ma che succede se le masse, non sufficientemente formate alla politica o addirittura non più formate alla politica, preferiscono dal credito a rappresentazioni politica inaffidabili e la classe politica, spinta dall’urgenza immediata di conquistare il dominio, utilizza in prevalenza proprio quelle rappresentazioni, senza distinzione tra le varie fazioni, rafforzandole? Una di queste rappresentazioni ideologiche poco affidabili è quella secondo la quale le sofferenze sociali delle masse sono determinate dall’immigrazione non autorizzata da Paesi poveri, quella in emergenza. Pochi programmi politici ne fanno a meno e si arriva anche a spregiare anche la dottrina sociale sul punto.
 La storia però insegna che quando si apre il campo al dominio per il dominio, al potere per il potere, i dominatori saranno i privilegiati sociali, vale a dire proprio coloro che, in genere, sono all’origine delle sofferenze sociali delle masse. E’ un po’ il paradosso delle grandi democrazie occidentali contemporanee. Si assiste a un ritiro delle masse dalla politica democratica: esse, convinte dal  teatrino  inscenato dai privilegiati sociali ad un patto iniquo contro  chi sta ancora peggio, ad esempio la gente che viene dai buchi del culo   del mondo, dalle  shithole countries  secondo l’espressione volgare che è girata in questi giorni, aderiscono alle rappresentazioni ideologiche proposte dalle classi  dominanti in società, quelle che poiché in minoranza non potrebbero dominare la politica democratica, e rafforzano così il potere di quelle minoranze di privilegiati, le quali il loro privilegio, ormai a livello  globale,  fondano sulla sofferenza sociale dei più.  Questa non è la via insegnata dalla dottrina sociale. Il Papa ne parla praticamente ogni giorno ed è tra i pochi ad esortare ancora ad una buona  politica, una Politica con la "P" maiuscola, come dice: povero  grillo parlante,  acciaccato disinvoltamente da ogni genere di pinocchi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

domenica 14 gennaio 2018

Remember, America, who you are! Become Great again! - Ricorda, America, chi sei! Diventa Grande di nuovo!

Remember, America, who you are! Become Great again! - Ricorda, America, chi sei! Diventa Grande di nuovo!

Change of guard at the Statue of Liberty?  - Cambio della guardia alla Statua della Libertà?

The new Colossus,  by Emma Lazarus (1883)

Not like the brazen giant of Greek fame,
With conquering limbs astride from land to land;
Here at our sea-washed, sunset gates shall stand
A mighty woman with a torch, whose flame
Is the imprisoned lightning, and her name
Mother of Exiles. From her beacon-hand
Glows world-wide welcome; her mild eyes command
The air-bridged harbor that twin cities frame.
“Keep, ancient lands, your storied pomp!” cries she
With silent lips. “Give me your tired, your poor,
Your huddled masses yearning to breathe free,
The wretched refuse of your teeming shore.
Send these, the homeless, tempest-tost to me,
I lift my lamp beside the golden door!”


Il nuovo Colosso, di Emma Lazarus (1883) 

Non come lo sfacciato gigante di bronzo della gloria greca,
piantato a soggiogare la terra da un confine all’altro,
qui sulle rive della terra d’Occidente si ergerà
una donna potente con una torcia, la cui fiamma
racchiude il fulmine, e il suo nome è
Madre degli Esuli. Dal faro che ha in mano
lampeggia il benvenuto a genti di tutto il mondo;
gli occhi suoi dolci dominano il ponte sospeso
che unisce due quartieri della città.
 “Tenetevi pure, terre antiche, il vostro fasto leggendario!” ella grida
con labbra silenziose. “Datemi chi tra voi è esausto e povero,
le vostre masse che si accalcano nell’anelito di libertà,
i  miseri rifiuti della vostre popolose terre.
 Mandatemi quelli che non hanno più casa e gli sventurati,
innalzando la mia luce mostrerò loro la porta d’oro!”.

[traduzione mia]

 Avvicinandosi dal mare e dal cielo alla città statunitense di New York, risalta la gigantesca statua eretta a fino Ottocento alla foce del fiume Hudson per celebrare l’indipendenza  degli Stati Uniti d’America, conosciuta come la Statua della Libertà: raffigura una donna coronata che innalza una torcia con il braccio destro e nell’altro tiene un libro sul quale è incisa la data dell’indipendenza americana dal Regno Unito, il 4 luglio 1776; ai suoi piedi vi sono catene infrante; è la raffigurazione della Libertà che illumina il mondo. Sul suo piedistallo sono incisi gli ultimi versi della poesia Il nuovo colosso, della poetessa americana Emma Lazarus, che sopra ho evidenziato in neretto (l’antico colosso greco menzionato nel primo verso della lirica era  quello, raffigurante il dio Sole – Helios, eretto nel porto della città di Rodi nel terzo secolo dell’era antica). Comunemente quel monumento è ritenuto un simbolo degli Stati Uniti d’America, ed è vero, ma rappresenta anche qualcosa di molto più profondo: infatti ricorda che la guerra di indipendenza delle colonie nordamericane combattuta nel Settecento contro i britannici fu una vera e propria rivoluzione, motivata non solo dalla volontà dei coloni di comandare a casa propria, ma anche da quella di creare un mondo nuovo, con altri principi rispetto a quelli che dominavano la monarchia europea che pretendeva di continuare a dominarli; quel proposito che nella poesia è espresso con il voler aprire la “porta d’oro” a quelli che oltremare erano considerati rifiuti umani. La Libertà simboleggiata in quella statua è quindi quella che è associata alla giustizia sociale ed è molto di più del solo conquistare il potere di decidere che cosa fare di sé e delle proprie cose, liberandosi in questo dal giogo altrui; non è solo la liberazione da una lontana monarchia,  è liberazione dal giogo della diseguaglianza e della discriminazione sociale e anelito ad un nuovo ordine sociale, ad una nuova condizione di cittadinanza, per dare a tutti l’opportunità della ricerca della felicità, poiché gli esseri umani sono stati dotati dal Creatore di certi inalienabili diritti (così è scritto nella Dichiarazione d’indipendenza americana).  La Statua della Libertà  e la dichiarazione di indipendenza che essa celebra manifestano una caratteristica delle democrazie moderne che spesso non è bene intesa: esse sono fondate sul desiderio della libertà dall’ingiustizia sociale e sull’affermazione di diritti umani sottratti all’arbitrio umano, sia esso quello di un monarca come anche quello di una maggioranza. Essa ha quindi sostanzialmente carattere religioso perché non dipende dall’osservazione e accettazione di come vanno le cose di solito, e infatti di solito vanno diversamente, ma da principi proclamati, attuati e difesi come assoluti: nella Dichiarazione d’Indipendenza statunitense ciò è detto chiaramente, vi sono infatti menzionati esplicitamente Dio e altri ideali religiosi.

 [Approaching the sea and the sky to the American city of New York, stands out the gigantic statue erected up to the nineteenth century at the mouth of the Hudson River to celebrate the independence of the United States of America, known as the Statue of Liberty: depicts a crowned woman who he holds up a torch with his right arm and in the other he holds a book engraved with the date of American independence from the United Kingdom, on July 4, 1776; at his feet there are broken chains; it is the representation of Liberty that illuminates the world. On his pedestal are engraved the last verses of the poem The new colossus, of the American poet Emma Lazarus, which I highlighted above in bold (the ancient Greek colossus mentioned in the first line of the lyric was that, depicting the Sun god - Helios, erected in port of the city of Rhodes in the third century of the ancient era). Commonly, that monument is considered a symbol of the United States of America, and it is true, but it also represents something much deeper: in fact it recalls that the war of independence of the American colonies fought in the eighteenth century against the British was a real revolution, motivated not only by the will of the colonists to command at home, but also by that of creating a new world, with other principles than those that dominated the European monarchy that claimed to continue to dominate them; that purpose that in the poem is expressed with the desire to open the "golden door" to those who overseas were considered human waste. The Liberty symbolized in that statue is therefore that which is associated with social justice and is much more than just gaining the power to decide what to do with oneself and one's own things, freeing oneself in this from the yoke of others; it is not only the liberation from a distant monarchy, it is liberation from the yoke of inequality and social discrimination and yearning for a new social order, a new condition of citizenship, to give everyone the opportunity to search for happiness, since beings human beings have been endowed with certain inalienable rights by the Creator (as written in the American Declaration of Independence). The Statue of Liberty and the declaration of independence that it celebrates manifest a characteristic of modern democracies that often is not well understood: they are founded on the desire for freedom from social injustice and on the affirmation of human rights subtracted from human arbitrariness, both it is that of a monarch as well as that of a majority. It is therefore essentially religious because it does not depend on the observation and acceptance of how things usually go, and in fact they usually go differently, but from principles proclaimed, implemented and defended as absolute: in the US Declaration of Independence this is clearly stated In fact, there are explicitly mentioned God and other religious ideals. - Translated by Google Translator app].

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 13 gennaio 2018

Why are we having all these people from shithole countries come here? [trad.: Perchè stiamo facendo venire da noi tutta questa gente da paesi buco del culo?]

Why are we having all these people from shithole countries come here?
[trad.: Perchè stiamo facendo venire da noi tutta questa gente da paesi buco del culo?]

Il presidente statunitense Donal Trump, giovedì 11 gennaio 2017, nel suo ufficio nella Sala Ovale della Casa Bianca, durante un incontro con parlamentari in cui si discuteva di accordi per la protezione di immigrati da Haiti, El Salvador (stati centroamericani) e da alcuni paesi africani, avrebbe pronunciato la frase «Why are we having all these people from shithole countries come here?», che si può tradurre con «Perché stiamo facendo venire da noi tutta questa gente da paesi buco del culo?». L’hanno riferito i  mezzi di comunicazione di massa statunitensi e poi quelli di tutto il mondo. Sarà vero? Ieri al telegiornale hanno fatto sentire una registrazione audio in cui si sente una voce maschile pronunciare quella parola, dicevano che era quella del Presidente. Shithole è una parola dello slang, il gergo, statunitense volgare. Letteralmente significa ano, ma da noi si traduce meglio, per rendere l’idea della volgarità del termine, con  buco del culo. Tuttavia negli Stati Uniti non è usata nel suo senso letterale, ma riferendolo a un certo posto, non solo un luogo, ma un ambiente umano, e, in particolare, nel senso di  cesso, parola che in italiano utilizziamo anche nel significato dello statunitense  shithole, riferendoci a un posto sporco. La definizione che di shithole  danno i dizionari inglesi è “un posto estremamente sporco, squallido o altrimenti sgradevole.  Il senso è quello, certo, ma  è una spiegazione che non rende bene la volgarità dell’espressione, che fa riferimento alla merda (shit). Alludere a “people from shithole countries”, “gente che viene da cessi di nazione” implica anche un giudizio sulla gente oltre che sul posto da dove viene: più precisamente suggerisce l’idea che quella gente sia gente di merda, gente che sporca la società in cui arriva. La Presidenza statunitense ha diffuso in merito all’uso dell’espressione volgare sopra riferita questa spiegazione, tramite il suo portavoce Raj Shah: «Certain Washington politicians choose to fight for foreign countries, but President Trump will always fight for the American people» [trad.«Alcuni politici scelgono di battersi per nazioni straniere, ma il Presidente Trump si batte sempre per gli Americani»] (riferito da CNN <http://edition.cnn.com/2018/01/12/politics/durbin-trump-shithole-analysis/index.html>).
  Ho ricordato quelle parole del Presidente Trump, perché anche da noi in Italia c’è molta gente che la pensa nello stesso modo. Tanto che i politici italiani sembrano avere qualche esitazione nell’affrontare il tema dell’immigrazione sotto altri punti di vista, con uno spirito diverso. Il dicembre scorso, ad esempio, anche quelli che la pensavano in altro modo hanno deciso che  quello non era il momento  per discutere di facilitazione alla concessione della cittadinanza ai ragazzi che si sono formati da noi, anche se figli di immigrati stranieri,  e sono già cittadini dal punto di vista culturale.
  Addirittura, al centro della propaganda elettorale vi è la questione dell’immigrazione, proposta come se la gran parte dei più gravi problemi della gente comune non dipendesse da un modello economico da correggere, che non riesce più a dare quel livello di benessere necessario alla dignità delle persone, ma dall’arrivo dei migranti. Nei confronti di questi ultimi, in Italia, sono state usate espressioni molto dure e insultanti, analoghe a quelle del presidente Trump.
 L’orientamento ostile ai migranti è molto forte anche tra i cattolici. Chi la pensa così spregia la dottrina sociale e, in particolare, quella diffusa da papa Francesco, considerato qualche volta anche lui un immigrato che sporca.  Negli ultimi trent’anni la politica italiana ha fatto in genere a gara di papismo, perché essere dalla parte di un Papa portava molti voti. Oggi è molto diverso. La Chiesa  è ancora una agente politico di prima grandezza in Italia, ma sulla questione dei migranti ha perso la sua compattezza e quindi la sua forza, pur nell’adesione di facciata alla dottrina sociale su quei temi. Con lo spirito si va spesso da un'altra parte, e la coscienza non sembra rimordere.
  L’idea di gente che  sporca  la società e che quindi va eliminata, come le feci o le blatte, fu propria del nazismo hitleriano. Anche i nazisti hitleriani si proponevano di battersi  per il loro popolo ripulendo al società dalla gente che la sporcava vivendovi in mezzo: fu parte del loro kampf, lotta appunto. Da  noi i futuristi   presentarono la guerra come unica igiene del mondo. Questa concezione però tirava in ballo gli stessi italiani, perché si proponeva di eliminare anche quelli meno riusciti tra loro, diciamo così. L’idea della  merda sociale, di gente che, uscita da posti di merda  in altre parti del mondo, sporca il focolare migrando, propone di prendersela con gli altri, con quelli venuti da fuori. Non mette in questione chi abita i posti in cui si migra, anche se, obiettivamente, contribuisce abbastanza alla sporcizia. Nei posti sporchi si vive male. Bisogna fare pulizia. Per la merda si costruiscono le fognature. Ecco che allora c’è chi propone adesso di costruire fognature sociali in cui far scorrere la merda sociale che c’è da noi e che pensiamo di non essere obbligati a tenerci, perché non è  nostra (a ognuno il suo, si pensa): si propone di mettere su quella via centinaia di migliaia di persone. Ci si rende conto di quanta violenza questo comporterebbe? Forse una guerra, addirittura. Se ne sta addensando una nel centro-Africa e noi vi ci stiamo cacciando dentro.
  L’efferato programma di discriminazione e sterminio attuato dal nazismo hitleriano a partire dall’inizio della sua egemonia politica in Germania, durante gli scorsi anni ’30, e culminato, dal 1942, con la progettazione sistematica ed esecuzione della soluzione finale, aveva intenti di pulizia sociale. Il principio di tutto è sempre privare della dignità certe categorie di esseri umani. Presentarli come merda sociale  o blatte, parassiti. Chi la pensa come il presidente Trump è in fondo su quella via. E in Europa hanno preso a manifestarsi pubblicamente gli estimatori delle politiche razziste, senza più alcun pudore sociale, anche se i più, interpellati direttamente, negano il peccato di razzismo.
 Si può ricordare, per concludere, che, quanto ad Haiti e a El Salvador, geograficamente situati in America,  se quelli sono posti spiacevoli per la gente lo si deve anche alle politiche statunitensi: gli Stati Uniti d’America hanno infatti sempre cercato di esercitare un’egemonia ferrea su tutto il Centro -America e anche più a Sud. Gli storici ricordano ad esempio pesanti interferenze statunitensi durante la guerra civile salvadoregna negli anni ’80.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



venerdì 12 gennaio 2018

Deregolazione

Deregolazione

  Deregolazione come progetto politico significa abolire regole pubbliche: è quando i poteri pubblici lasciano campi dell’attività sociale alla regolazione dei privati. Se ne parla in particolare riguardo all’economia, perché la deregolazione  economica è stata uno dei principi fondamentali delle  politiche neoliberiste attuate negli anni ’80 negli Stati Uniti d’America sotto la presidenza  federale di Ronald Reagan e, in Gran Bretagna, dai Governi diretti da Margaret Thatcher. Si riteneva che l’intervento pubblico facesse male all’economia e che quest’ultima, nelle sue dinamiche di mercato della domanda e dell’offerta, avesse la capacità di regolarsi liberamente secondo i criteri più razionali, dando migliori risultati. Dagli anni ’20 del Novecento l’intervento pubblico nell’economia aveva riguardato, in particolare, la protezione dei lavoratori e dei consumatori, che sono masse, la maggioranza della popolazione, ma individualmente più deboli rispetto alle organizzazioni economiche private. I lavoratori, organizzandosi in sindacati e con lo strumento dello sciopero, possono aumentare la loro forza contrattuale, ma, in un’economia capitalista, quindi in un sistema politico che ha regole specifiche per la protezione del capitale, vale a dire delle risorse private impiegate nelle attività economiche, finiscono sempre per avere la peggio. Perché è il capitalista che dirige le organizzazioni economiche private e decide quando è giunto il momento di sganciarsi, di chiudere e ritirarsi, o di trasferire le produzioni altrove. Ai tempi nostri lo può fare su scala mondiale, perché le regole a protezione del capitale si sono globalizzate sulla base di accordi internazionali. Politiche favorevoli al capitale sono in genere attuate dalla Destra. Le politiche di protezione dei lavoratori e dei consumatori dalla Sinistra. La deregolazione, comportando una riduzione della protezione dei lavoratori e dei consumatori, è stata in genere un principio di azione politica della Destra. I governi di Reagan e della Thatcher definirono infatti sé stessi come di Destra.
  I principi economici della deregolazione furono esposti inizialmente da due economisti dalla scuola economica di Chicago, Sam Peltzman, nel 1976, e Gary Becker, nel 1983. A Gary Becker fu assegnato il premio Nobel per l’economia nel 1992.
  Passare dall’economia alla politica, quindi al governo delle società per la realizzazione d’autorità di quei principi economici, richiese il coinvolgimento della politica, che appunto si ebbe negli anni ’80 con le amministrazioni di Reagan e della Thatcher, ma anche con i gruppi politici che ad esse si ispirarono in varie parti del mondo. Di questi ultimi ve ne furono anche in Europa. In particolare la transizione dal sistema comunista a quello capitalista, in Russia e negli stati che storicamente erano caduti nella sfera di influenza del comunismo sovietico, si fece secondo quell’ideologia.
  La deregolazione si fa abrogando delle norme. In particolare facendo delle leggi  taglialeggi. Benché la deregolazione sia un programma di Destra, essa fu perseguita in Italia sia da governi di Destra che di Sinistra, o, come essi si autodefinivano, di Centro-Destra e di Centro-Sinistra. In Italia la parola centro  equivale a moderato, per cui un governo di centrodestra vuole intendere che perseguirà con moderazione certe politiche di destra, e lo stesso è per un governo che si autodefinisca di centrosinistra.
  In Italia la deregolazione, proprio perché si voleva essere moderati, centristi  in questo senso, venne presentata come  semplificazione. Si partì dalla constatazione, nota agli esperti di diritto, che storicamente  si erano accumulate tante leggi, valutate in diverse centinaia di migliaia, delle quali si era talvolta perduta consapevolezza e che probabilmente non avevano più una reale utilità.  Anche gli operatori giuridici avevano difficoltà a studiarle. Occorreva quindi semplificare l’ordinamento giuridico, tagliando. Ma occorreva farlo anche  riformando, vale a dire cambiando in modo da far funzionare meglio le leggi.  La prima legge con quello scopo fu approvata nel 1997, durante un’amministrazione di centrosinistra e prevedeva che ogni anno venisse approvata una legge di semplificazione,  con taglio  e riforma  di norme.  Nel 2005, durante un’amministrazione di centro-destra, fu approvata una legge espressamente taglialeggi: per le leggi entrate in vigore prima del 1970, e salvo alcune eccezioni, sarebbero rimaste in vigore solo quelle per le quali lo si decidesse espressamente. Con questo sistema vennero tagliate, vale a dire abrogate,   oltre duecentomila leggi.
  Il processo di semplificazione attuato in Italia si articolava quindi in due modalità:  l’abrogazione di leggi  - modalità taglialeggi - e la riforma di leggi - modalità riforma -attuata direttamente da altre leggi o dal Governo in attuazione di delega legislativa (il Parlamento delega il Governo a fare quelle modifiche) o  delegificando, vale a dire  sostituendo le leggi fatte dal Parlamento con regolamenti  approvati dal Governo, quindi demandando al Governo la regolazione di certi settori sociali.  La modalità  taglialeggi  riguardò in prevalenza leggi che avevano esaurito la loro funzione e delle quali, a volte, si era addirittura persa  memoria, vive solo sulla carta. In prevalenza la semplificazione che riguardava leggi ancora effettivamente operanti nella società si fece nella modalità di riforma, cambiando le leggi vigenti. Una delle riforme più significative che contiene una  deregolazione è stata quella che ha riguardato i rapporti di lavoro, nota con il nome inglese di Jobs Act  attuata dal 2014 da un Governo di centrosinistra . Essa è chiaramente riconoscibile come deregolazione, benché operi in modalità riforma   e non  taglialegge, perché ha ridotto in modo significativo il potere di intervento giurisdizionale in caso di licenziamenti illegittimi e ha inciso sulla stabilità dei nuovi rapporti di lavoro.  Si  è aumentato lo spazio lasciato all’autonomia privata e alle dinamiche di mercato nel campo del lavoro. Le statistiche segnalano negli ultimi anni un aumento dei rapporti di lavoro precari, sebbene questo non rientrasse nelle intenzioni dei riformatori.  
   La modalità  riforma, quando il processo di  semplificazione  riguarda leggi che ancora sono  vive  nella società, vale a dire che ancora svolgono una funzione regolatrice, è più  moderata  di quella taglialeggi. Quest’ultima lascia privi di regolazione pubblica interi settori di attività sociale. Poiché l’intervento pubblico regolatore è in genere giustificato dalla tutela di parti sociali deboli o da beni che possono essere messi in pericolo dal libero dispiegarsi dell’interesse privato,  i programmi taglialeggi, corrispondenti alla visione fondamentalista che vede sempre un male nell’intervento pubblico, potrebbero lasciare quei gruppi e quei beni nelle mani della parti sociali più forti, che, in una società organizzata secondo l’economia capitalista, sono i grandi proprietari e gli imprenditori. Ed effettivamente i sociologi segnalano che in Occidente, e in particolare in Italia, negli anni in cui ha preso piede l’ideologia della deregolazione quindi dagli scorsi anni ’80, più o meno l’arco di un trentennio, sono aumentate vertiginosamente le  diseguaglianze, vale a dire le differenze tra le parti forti e quelle deboli delle società. Sono state queste ultime a soffrire più duramente delle crisi cicliche dell’economia e, in particolare, nella fase recessiva iniziata dal 2008, a partire dagli Stati Uniti d’America profondamente trasformati dalla deregolazione neoliberista. La  regolazione  giuridica globale che riguarda i capitali, le risorse investite nelle attività economiche, consente infatti ai capitalisti, e in particolare a quelli maggiori, di sganciarsi  rapidamente ed efficacemente dalle situazioni di crisi, allontanando  il capitale dalle situazioni di pericolo. Questa strategia non è invece alla portata, in genere, dei lavoratori.  Una delle grandi riforme portate dall’Unione Europea è stata quella di consentire ai lavoratori, nel territorio dell’Unione, una libertà di movimento paragonabile a quella del capitale, sottraendo gli europei alle dure leggi che in genere disciplinano l’emigrazione per cercare lavoro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli