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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 17 dicembre 2017

Strategia della tensione

Strategia della tensione

  La strategia della tensione è un tipo di agitazione politica mediante la quale si vuole ottenere il controllo sulle masse facendo leva sulle loro paure, che si cerca di ampliare emotivamente. E’ importante capirla, perché gli storici concordano nel ritenere che essa fu attuata in Italia dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli anni ’80 per contrastare l’affermazione politica del Partito Comunista Italiano e lo spostamento dell’asse politico italiano verso il socialismo. Sue manifestazioni furono una serie di stragi mediante collocazioni di bombe, da quella del 1969 a Milano, nella Banca dell’Agricoltura, alla strage alla Stazione di Bologna del 1980,  ma anche moti politici di piazza con connotazioni criminali meno accentuate o senza fatti criminali. In alcuni casi si è giunta alla condanna giudiziaria degli esecutori delle stragi: si trattava di personaggi della destra neofascista o neonazista. Si è anche ipotizzato il coinvolgimento di organizzazioni dello stato. Nel corso delle indagini su fatti di strage sono emersi fatti di depistaggio e di copertura di indiziati ascrivibili a funzionari pubblici. Tuttavia le indagini non hanno permesso di confermare il sospetto di un coordinamento politico unitario della strategia della tensione attuata in quegli anni in Italia e, in particolare, che essa sia stata diretta o coordinata da apparati dello stato. L’idea di fondo della strategia della tensione era piuttosto semplice. Creare una situazione di caos nella popolazione per determinare le condizioni per affidare all’autorità militare la tutela dell’ordine pubblico mediante la dichiarazione dello stato di guerra, come ancora previsto dagli articoli da 217 a 219 del Testo unico di pubblica sicurezza, Regio decreto n. 773 del 1931. Si tratta di norme mai applicate dopo l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana del 1948, che in nessun caso potrebbero superare, in quanto previste da una legge ordinaria. Tuttavia si pensava che, una volta consegnato il potere d’ordine pubblico all’autorità militare, con poteri di ordinanza piuttosto vasti, non sarebbe mancata l’occasione per forzare la mano, soprattutto in una situazione di emergenza pubblica, sia pure artificiosamente creata. La dichiarazione dello stato di guerra interno è di competenza del ministro dell’interno, con il consenso del presidente del Consiglio dei ministri, o dei prefetti per delega di quel ministro: l’operazione richiede quindi il consenso, o la complicità nel caso ci si proponga l’arbitraria estensione dei poteri d’ordine pubblico oltre il limiti costituzionali, del governo. Va evidenziato che proprio in quegli anni si venne formando segretamente in Italia  nell’organizzazione massonica denominata P2, un’intesa comprendente alti funzionari dello stato, in particolare ufficiali delle Forze Armate, politici, industriali, docenti universitari e appartenenti ad altre categorie professionali, per la riforma dello stato in senso anticomunista, appoggiando in particolare alcune correnti di partiti di governo e cercando di assumere l’egemonia nell’ambiente dei mezzi di comunicazione di massa. Si considerava l’evoluzione politica in senso comunista come fonte di indebolimento e sfascio dello stato. Il metodo che questa formazione si proponeva di adottare per affermare la propria linea politica era alternativo a quello della  strategia della tensione, puntando non a sfruttare il terrore di massa ma all’intesa tra posizioni di potere politico ed economico in atto minacciate dall’evoluzione politica corrente,  ma reagiva a quella medesima evoluzione politica verso il Partito Comunista Italiano che era sgradita anche ai fautori della strategia della tensione. Il programma politico della P2 era fondamentalmente l’anticomunismo. Questa organizzazione segreta venne alla luce nel 1981 e  venne sciolta d’autorità con la legge n.17 del 1982.
  Da quello che ho osservato è chiaro che la strategia delle tensione è fondamentalmente una tecnica di governo, in particolare per contrastare l’ascesa al potere di partiti di orientamento popolare ed egualitario, determinati nel senso della giustizia sociale. Da qui il sospetto, non confermato dalle indagini, del coinvolgimento del governo nazionale, o di settori di esso più destrorsi, in quella attuata negli anni ’70. Tuttavia il governo di una società può non coincidere con l’apparato di governo dello stato. Il governo della società dipende da un certo assetto di poteri politici che deriva anche da quelli economici o da altri centri di potere che hanno acquisito una certa autonomia del governo come organo centrale dello stato, quali possono essere le Forze Armate. L’organizzazione P2 tendeva appunto a far emergere il governo della società, come insieme dei poteri che a quell’epoca la dirigevano controllandone settori cruciali, in un momento in cui si riteneva che il governo dello stato fosse allo sfascio per l’evoluzione del sistema politico verso i comunisti italiani e sostanzialmente succube di questi ultimi e in procinto di cedere ad essi. In genere chi ha il governo della società tende ad indurre nei cittadini la convinzione che l’alternativa sarebbe il caos: questa è una prima manifestazione della strategia della tensione. Nella strategia della tensione attuata negli anni ’70 in Italia si tentò di accreditare l’evoluzione verso i comunisti come fonte di caos. I  comunisti reagirono proponendo i loro esempi di buon governo negli enti locali, cercando di contrapporre fiducia razionale a timori irrazionali.
  Una delle prime preoccupazioni di un governo democratico dovrebbe essere quella di mantenere il controllo e la subordinazione alla legge di ogni altro centro di potere nazionale, con particolare riferimento a quelli dell’economia e alle Forze Armate, l’unica organizzazione dello stato in grado di sostituirsi rapidamente ed efficacemente agli organi costituzionali di governo in caso di emergenza. In uno stato democratico i vari centri di potere agiscono con una certa autonomia, che è molto vasta nei centri di potere economico non controllati direttamente dallo stato. Questo comporta che processi antidemocratici, potenzialmente in grado di rovesciare l’ordine costituzionale, possono venire alla luce solo quando sono piuttosto avanzati, e questo in particolare quando sono il frutto di intese segrete o addirittura criminali. L’improvvisazione, la scarsa preparazione, l’inesperienza, possono essere quindi molto pericolose in una classe di governo, aprendo la strada ad influenze pericolose. Creatasi una situazione di emergenza nazionale, gli inesperti annaspano ed è più facile trascinarli dove si vuole con la prospettiva del caos.
  Ai tempi nostri una delle più importanti manifestazioni della strategia della tensione è quella che deriva dai movimenti sui mercati finanziari. Uno stato di medie dimensioni può essere messo in crisi da improvvise, anche se ingiustificate, fluttuazioni di mercato. L’attuale ordinamento finanziario dell’Unione Europea fornisce delle tutele a queste emergenze, che però si possono presentare ed essere molto pericolose, soprattutto nei momenti critici della vita nazionale, come quando si è sotto elezioni in cui si prospetta un sorpasso, un cambiamento della maggioranza politica di governo. Questo fu appunto il contesto in cui si sviluppò la strategia della tensione negli anni ’70.
 Un altro tema da strategia della tensione è quello dell’immigrazione non previamente autorizzata: la gente che arriva da noi in emergenza umanitaria, senza osservare le procedure amministrative di passaporto, visto ecc. La gente la teme perlopiù irrazionalmente. Si teme irrazionalmente chi e ciò che non si conosce. Ed è più difficile conoscere chi appare diverso e parla diverso: ci vuole tempo per intendersi. Se il diverso arriva in condizioni di emergenza bisogna però fare presto, non c’è tempo per conoscere,  e questo ostacola l’integrazione e accentua i timori. La considerazione razionale, statistica, che solo una piccola parte dei nuovi arrivati delinque, non rassicura. E nemmeno quella che gran parte dei nuovi arrivati viene da posti intensamente europeizzati, per cui pensano come noi, si comportano come noi, hanno la nostra stessa etica (fondamentalmente almeno sette dei  Dieci Comandamenti: rispetto della famiglia; rispetto della persona, delle proprietà, degli affetti altrui; veridicità, oltre che quello di onorare il dio denaro) e hanno le nostre stesse ambizioni e desideri (casa, lavoro, famiglia, cure sanitarie, previdenza nella malattia, disoccupazione, vecchiaia, sport e altri svaghi). Il politico  tensionista  presenterà i diversi come un’orda di barbari violentatori e rapinatori e sceglierà nei fatti di cronaca quelli che possano confermare quell’impressione. Proporrà di ricacciare gli intrusi, senza tanto soffermarsi sui metodi per attuare questa deportazione di massa, in realtà impossibile anche per stati molto più potenti e autoritari del nostro. Il rimedio unico del tensionista  è quello di dargli il potere, poi si vedrà. In campagna elettorale fa la voce grossa, e forse continuerà a farla anche raggiunto il potere, ma, a quel punto, tradirà tutte le promesse elettorali, impossibili da mantenere, e proporrà tante giustificazioni, in particolare di essere stato ostacolato dall’avere troppo poco  potere. Ne vorrà ancora di più. Punterà all’estrema longevità del proprio potere, anche da molto anziano. E, ragionando a mente fredda, apparirà chiaro, alla fine,  che il suo obiettivo vero è ed è sempre stato il potere, non la soluzione del problema dell’immigrazione in emergenza, impossibile da risolvere con misure di polizia, o di altri temi tensionisti, evocati, tirati in ballo, solo strumentalmente, per conquistare e mantenere il potere.
  La strategia della tensione può essere attuata a diversi livelli di intensità. La caratteristica comune a tutte le sue forme è quella di proporsi di ampliare irrazionalmente le paure dei cittadini per presentarsi come l’unico rimedio all’instabilità e al caos. L’instabilità suscita paura perché rende imprevedibile il futuro. Pur di rimediarvi si diventa disposti al compromesso. Di solito esso consiste nel barattare libertà con sicurezza, nel senso di meno libertà per maggiore sicurezza.
  La strategia della tensione è un imbroglio politico perché punta su paure irrazionali, suscitate o ampliate ad arte. Non pone altra soluzione che l’instaurazione o il mantenimento di un forte potere centrale che metta ordine, per realizzare il compromesso tra libertà e sicurezza. Conquistato il potere in questo modo, i problemi non vengono risolti, anzi si cercherà sempre di mantenere la tensione ad un certo livello, per mantenersi al vertice. L’autoritarismo è un falso rimedio, perché le uniche soluzioni sono quelle che derivano da politiche razionali che affrontino i problemi per quelli che sono. Decisori  decisionisti non bastano, se non a loro stessi, a mantenersi al potere. Questa è, in fondo, l’unica vera decisione del politico decisionista. Tensionismo e decisionismo  si presentano spesso affiancati nei programmi politici.
 Una volta individuato in una proposta politica indizi di strategia della tensione, a qualsiasi livello, è prudente tenersene alla larga, sottoponendola nel contempo a critica razionale. Infatti chi la usa non è onesto verso gli elettori e deve presumersi che non lo sarà nemmeno dopo aver raggiunto il potere. Perché, infatti, dovrebbe cambiare una strategia che gli ha dato il successo?
  Negli anni ’70 si ebbe ragione della strategia della tensione e di ogni altro processo antidemocratico con l’intesa di solidarietà nazionale tra le forze democratiche. Essa, per altro, ebbe breve durata. Negli anni ’80 si produsse in tutta Europa la crisi terminale del comunismo e venne a mancare il presupposto originante la strategia della tensione e le intese segrete del tipo di quella organizzata nella P2, vale a dire la prospettiva concreta di un governo diretto dai comunisti. Prese piede il neoliberismo e le idee politiche ad esso correlate, che troviamo attualmente impersonate in modo eclatante nell’ideologia dell’amministrazione statunitense del presidente Donald Trump, nella quale possono essere colti elementi di strategia della tensione. Alcuni osservano come il programma  della P2 abbia avuto in larga parte attuazione in Italia, ma non ritengo corretta questa osservazione, se con essa si vuole intendere una persistenza della P2 dopo il suo scioglimento. Piuttosto, credo che l’organizzazione P2 avesse preso precocemente come riferimento il neoliberismo, e politiche correlate, che poi divenne dominante nel mondo dagli anni ’80, dopo essere stato tragicamente sperimentato nel decennio precedente in sud America. La P2 può essere considerata la precoce manifestazione in Italia di un orientamento politico che poi prese piede in Italia,  non l’inverso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





  

sabato 16 dicembre 2017

Interesse privato

Interesse privato

[dall’enciclica Laudato si’  di papa Francesco, del 2015]
189. La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali.  La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via.


[18-5-13 - Dalla liturgia della Veglia di Pentecoste con il Papa con le aggregazioni laicali]

Domanda 3
Vorrei chiederle, Padre Santo: come io e tutti noi possiamo vivere una Chiesa povera e per i poveri? In che modo l'uomo sofferente è una domanda per la nostra fede? Noi tutti, come movimenti e associazioni laicali, quale contributo concreto ed efficace possiamo dare alla Chiesa e alla società per affrontare questa grave crisi che tocca l’etica pubblica, il modello di sviluppo, la politica, insomma un nuovo modo di essere uomini e donne?

Dalla risposta di papa Francesco
[…]Vorrei raccontarvi una storia. L’ho fatto già due volte questa settimana, ma lo farò una terza volta con voi. E’ la storia che racconta un midrash biblico di un Rabbino del secolo XII. Lui narra la storia della costruzione della Torre di Babele e dice che, per costruire la Torre di Babele, era necessario fare i mattoni. Che cosa significa questo? Andare, impastare il fango, portare la paglia, fare tutto… poi, al forno. E quando il mattone era fatto doveva essere portato su, per la costruzione della Torre di Babele. Un mattone era un tesoro, per tutto il lavoro che ci voleva per farlo. Quando cadeva un mattone, era una tragedia nazionale e l’operaio colpevole era punito; era tanto prezioso un mattone che se cadeva era un dramma. Ma se cadeva un operaio, non succedeva niente, era un’altra cosa. Questo succede oggi: se gli investimenti nelle banche calano un po’… tragedia… come si fa? Ma se muoiono di fame le persone, se non hanno da mangiare, se non hanno salute, non fa niente! Questa è la nostra crisi di oggi! E la testimonianza di una Chiesa povera per i poveri va contro questa mentalità.[…]

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1. Ognuno di noi è un agente economico: compra, vende, lavora. E’ agente economico a prescindere dalla dimensione secondo la quale agisce nell’economia. In genere la gente comune è portata a sottovalutare il proprio ruolo nell’economia. Così, quando le cose vanno male, ce la si prende con i grandi ricchi e le imprese più grandi. Eppure, in un sistema economico come il nostro, di impronta liberistico-consumista, in cui lo sviluppo, vale a dire il funzionamento e la progressione, dell’economia dipende da livelli elevati di consumo di massa, la massa dei consumatori, quindi anche la gente comune in quanto fa consumi di massa, compra grandi quantità di certe cose e non di altre, è un agente economico di rilevantissima importanza. La filosofia dei grandi centri commerciali aperti giorno e notte tiene conto appunto di questa realtà: mira a radunare grandi masse di consumatori inducendoli all’incessante consumo di una selezione di prodotti, quindi anche orientandoli  al consumo. Chi gestisce queste strutture, di solito una specie di federazione di commercianti, cerca in questo modo di esercitare un controllo  sui consumatori. Questo controllo ha anche una componente politica, perché, ad esempio, cambia l’organizzazione urbanistica di un quartiere cittadino e le consuetudini di vita della sua popolazione, ma anche di altre gente di altri quartieri che è attirata verso il centro commerciale da lontano, e incide, orientando consumi di massa, sulla cultura  della gente, intesa non in senso intellettuale, libresco, nozionistico e scolastico, ma come insieme di concezioni e costumi. Ad esempio, la politica dei grandi centri commerciali contrasta con l’idea religiosa che vi debbano essere pause di riposo per tutti  nelle attività di lavoro e che, quindi, il consumo non sia la realtà più importante della vita. Un tempo da noi scandalizzava  il lavoro festivo e notturno dei centri commerciali, che vedevamo ad esempio nei film statunitensi, ora non più, dato l’ideologia liberista impera anche da noi: vediamo nel consumismo esasperato un’opportunità di sviluppo, anzi di  supersviluppo. La critica di un «supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante»  è della dottrina sociale più recente: quell’espressione si legge nell’enciclica Caritas in veritate - Carità nella verità,  diffusa nel 2009 dal papa Joseph Ratzinger - Benedetto 16° ed è ripresa nell’enciclica Laudato si’, del 2015, del papa Jorge Mario Bergoglio - Francesco. Ora, dobbiamo renderci ben conto che, in quanto consumatori di massa, siamo agenti economici e politici di quel tipo di supersviluppo. Contribuiamo a governare la società nel senso proposto dal neo-liberismo economico. Ogni atto economico di un agente economico  di massa, quale ognuno di noi è come consumatore, ha una componente politica, di governo della società: è come un voto elettorale, anzi è più efficace di un voto elettorale perché esercita il potere direttamente,  senza necessità dell’intermediazione di una classe politica.
 Leggiamo nell’enciclica Laudato si’:

66. La interconnessione mondiale ha fatto emergere un nuovo potere politico, quello dei consumatori e delle loro associazioni. Si tratta di un fenomeno da approfondire, che contiene elementi positivi da incentivare e anche eccessi da evitare. È bene che le persone si rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico. C'è dunque una precisa responsabilità sociale del consumatore, che si accompagna alla responsabilità sociale dell'impresa. I consumatori vanno continuamente educati  al ruolo che quotidianamente esercitano e che essi possono svolgere nel rispetto dei principi morali, senza sminuire la razionalità economica intrinseca all'atto dell'acquistare. Anche nel campo degli acquisti, proprio in momenti come quelli che si stanno sperimentando, in cui il potere di acquisto potrà ridursi e si dovrà consumare con maggior sobrietà, è necessario percorrere altre strade, come per esempio forme di cooperazione all'acquisto, quali le cooperative di consumo, attive a partire dall'Ottocento anche grazie all'iniziativa dei cattolici. È utile inoltre favorire forme nuove di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del pianeta per garantire una retribuzione decente ai produttori, a condizione che si tratti veramente di un mercato trasparente, che i produttori non ricevano solo maggiori margini di guadagno, ma anche maggiore formazione, professionalità e tecnologia, e infine che non s'associno a simili esperienze di economia per lo sviluppo visioni ideologiche di parte. Un più incisivo ruolo dei consumatori, quando non vengano manipolati essi stessi da associazioni non veramente rappresentative, è auspicabile come fattore di democrazia economica.

  Di solito, nell’affrontare i temi politici sorvoliamo su quella che il Papa definisce  responsabilità sociale del consumatore, che è propriamente  responsabilità politica, perché contribuisce al governo della società. I nostri consumi ci sembrano sempre piuttosto modesti, a confronti con quelli di chi è più ricco. In questo modo distogliamo lo sguardo da chi è meno ricco. E quando, come nella favola di Pinocchio, le mirabolanti promesse di arricchimento del sistema consumistico si rivelano per quelle che sono  sempre, da sempre, vale a dire un imbroglio per chi vuole farsi imbrogliare, siamo portati a compiangere noi stessi, trascurando il male che abbiamo prodotto nella società con il nostro consenso politico  ad un sistema fondato sull’inganno. Anche gli adulti dovrebbero rileggere periodicamente il Pinocchio di Collodi per ricordare che  non bisogna mai dare ascolto al Gatto e alla Volpe quando ci promettono l’albero degli Zecchini e che l’unica salvezza sta, non nel lavoro solamente, ma  nel lavoro altruistico, nel riscoprire la nostra responsabilità sociale, e quindi politica, e agire di conseguenza. In questo modo riacquisteremo forma umana da fantocci consumistici che ci eravamo fatti fare.
2. I maggiori agenti economici sono ben consapevoli del loro ruolo politico e, per questo, cercano appoggi nella politica di governo. I governi non sono solo agenti politici, ma anche agenti economici di prima grandezza. Con il prelievo tributario devono gestire, e dovrebbero farlo nell’interesse di tutti, ingenti flussi finanziari. Gli stati non raccolgono per tesaurizzare, come chi controlla l’economia capitalista, ma per far circolare.
  Negli stati controllati da poteri politici dispostici si osserva generalmente un arricchimento smisurato di chi è al vertice del potere politico e della sua famiglia. In certi casi la politica arriva a dominare l’economia, accaparrandosene i profitti, e questo è stato storicamente il caso di alcuni sistemi politici africani, lasciando alla società le bricioli, in altri casi è  l’economia che arriva a controllare la politica, è questo è stato storicamente il caso di alcuni dispotismi latino-americani. In democrazia i governi dovrebbero dimostrarsi imparziali di fronte agli agenti economici ed agire in modo che la loro azione sia improntata a lealtà e trasparenza e ordinata verso  fini sociali. Così appunto è scritto in Costituzione all’art.41:
«1.L’iniziativa economica privata è libera.
2. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
3.La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica  pubblica e privata possa essere indirizzata a fini sociali.»
  L’imparzialità si rende necessaria per perseguire l’interesse generale. Non è necessaria nei sistemi dispotici, in cui prevale l’interesse di chi è riuscito ad accaparrarsi il potere politico.
 Quello che ho osservato rende chiaro che, in democrazia, i politici di governo dovrebbero avere la massima cautela nell’intrattenere rapporti con i poteri economici, vale a dire con i maggiori agenti economici, tra i quali, in genere, nei sistemi capitalistici, ci sono le banche e le società finanziarie che controllano le imprese di produzione. Un primo criterio è quello della competenza amministrativa: se uno deve occuparsi di riforme o di istruzione non ha motivo di occuparsi di banche.
 Per un politico di governo l’imparzialità è anche un dovere giuridico: egli, in quanto pubblico ufficiale, quindi agente di governo, ha l’obbligo di non partecipare alle decisioni nelle quali abbia un interesse proprio o siano coinvolti interessi di prossimi congiunti. Ma, a prescindere dal caso di decisioni formali, l’influenza di un politico di governo può esercitarsi, e non è penalmente rilevante, in altri modi, e anche con il solo manifestare un interessamento, senza null’altro. Chi è veramente potente non ha bisogno di chiedere: chi ha interesse al suo appoggio intuisce che cosa gli serve e, se pensa possa convenirgli, agisce di conseguenza. La violazione del dovere di imparzialità, anche nei casi in cui non sia penalmente rilevante, dà scandalo quando viene alla luce. Colpisce l’idea che il rapporto tra governanti e governati debba essere improntato ad una certa lealtà nel perseguire l’interesse generale: fa emergere interessi particolari ai quali si pone una particolare attenzione a preferenza  di altri senza che ciò sia giustificato dall’interesse generale.
 In un sistema capitalistico di tipo neo-liberistico, dove lo stato arretra di fronte all’imprenditoria privata e ha quindi meno strumenti di intervento, il sistema bancario privato ha un ruolo rilevantissimo nel governo dell’economia. Esercita quindi un ruolo propriamente politico. E’ giusto, non è giusto? Questo dipende dall’impostazione generale del sistema economico. In Italia fino agli anni ’80 vi era un rilevante sistema bancario pubblico, vi erano banche pubbliche, che consentivano ai governi più penetranti poteri di incidenza nell’economia. Vi furono viste diverse controindicazioni, perché il governo politico dell’economia da parte di autorità pubbliche indusse fatti di corruzione della politica. In un sistema come quello che c’è oggi in Italia le autorità pubbliche non gestiscono, ma si limitano a controllare l’attività bancaria. In caso di crisi di banche esse devono intervenire, non hanno altra scelta, perché il fallimento di una banca potrebbe comportare effetti dirompenti sull’economia generale. Più o meno in tutti gli stati Occidentali si ragiona in questo modo. Quello che c’è meno in Italia è l’idea che i responsabili di crisi bancarie non possano avvantaggiarsi lasciando i loro incarichi e che, in qualche modo, debbano  risarcire  il danno causato dalla loro gestione, e questo anche se le loro condotte non raggiungano l’illecito criminale e quindi non rientrino nel campo di applicazione della giustizia penale. Ma c’è anche un problema, come si dice, di  governance, di equilibrio nell’assetto dei poteri delle imprese bancarie private, che dovrebbe essere tale da prevenire certe crisi.
 Si legge a questo proposito nell’enciclica Laudato si’, nel brano che ho sopra riportato:
 «La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo.»
 In Italia qualche cambiamento è stato introdotto, d’urgenza, nei settori bancari che avevano manifestato crisi terminali, ma lo si è fatto troppo tardi, quando già gravi danni si erano prodotti. Ed è per questo che fa scandalo la notizia di interessamento  di personalità di governo, al di fuori della loro competenza amministrativa, per banche in crisi, durante la loro crisi, e presso personalità di enti di controllo dell’attività bancaria. Si tratta di contatti informali che, come si legge sui giornali, non sono stati smentiti, ma ai quali si dà  un senso diverso da quello ipotizzato da chi si scandalizza. Del resto l’apparenza  nell’attività di governo ha una sua importanza, per cui, come si suole dire, non basta essere  ma bisogna anche  apparire. Dal punto di vista morale è sufficiente essere, ma da un punto di vista politico occorre anche l’apparire, perché in politica una cattiva apparenza può giustificare prudenzialmente una presa di distanza. La fiducia si basa anche sull’apparenza. Perché, se uno non cura l’apparenza, come essere sicuri che, nonostante tutto, sia  in un certo modo, diverso da come appare,  e non come appare?

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 15 dicembre 2017

Giochi di guerra

Giochi di guerra

La USS Mount Whitney, ammiraglia della Sesta Flotta statunitense, con base  nel porto italiano di Gaeta


1.  Nel tempo in cui l’Italia sta avviando una rischiosissima e sicuramente molto costosa missione militare in Niger, il tema della guerra è completamente assente dal dibattito elettorale. La ragione più verosimile e che se ne abbia scarsa consapevolezza e quindi anche poca competenza. Eppure quella militare è l’unica organizzazione dello stato in grado di sostituire completamente e rapidamente i poteri costituzionali ed ha quindi un grande rilievo politico. E’ ordinata secondo una rigida gerarchia: ciò significa che può essere comandata efficacemente da vertici molto ristretti, quindi da un piccolo gruppo di generali che compone lo Stato maggiore al livello più elevato. La nostra struttura militare è integrata nelle Forze armate della N.A.T.O., l’organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, che comprende statunitensi, europei e turchi. Sostanzialmente finora la N.A.T.O. è stata egemonizzata dagli Stati Uniti d’America, che sono la componente militarmente più potente. Attraverso l’organizzazione militare della N.A.T.O. gli Stati Uniti d’America sono potenzialmente in grado di influire sulle nostre Forze Armate. Quanto ho sopra osservato spiega perché:
- bisognerebbe che un politico acquisisse competenza sui temi bellici e dell’organizzazione militare;
- non è prudente conferire incarichi di governo ad alti gradi delle nostre Forze Armate, per quanto storicamente esse non abbiano mai  attuato un colpo di stato e si siano in genere manifestate fedeli e sottomesse alle autorità costituzionali;
- occorrerebbe avere la massima cautela nei contatti politici estemporanei con i maggiori avversari degli Stati Uniti d’America, che in Europa sono i russi. Infatti l’Italia è piena di basi statunitensi e, in particolare, da noi ci sono due importantissime basi navali statunitensi, a Gaeta e Napoli, alle quali mai gli Stati Uniti d’America rinunceranno, e in Italia vi  è anche il comando della Sesta Flotta statunitense. Questa è la ragione per la quale in Italia si poterono nominare ministri comunisti solo dopo la fine dell’Unione Sovietica: prima non si osò mai, in particolare quando, per un anno tra il 1978 e il 1979, il governo ebbe la fiducia del Partito Comunista Italiano.  
  Sul tema della guerra vi è un espresso monito alla politica nell’enciclica  Laudato si’, diffusa nel 2015 da papa Francesco:
«57. E’ prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa alle armi nucleari e a quelle biologiche. Infatti “nonostante che accordi internazionali proibiscano la guerra chimica, batteriologica e biologica, sta di fatto che nei laboratori continua la ricerca per lo sviluppo di nuove armi offensive, capaci di alterare gli equilibri naturali”. Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo, e i disegni politici spesso non hanno ampiezza di vedute. Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?»
  In effetti intorno all’Europa si stanno addensando focolai di guerra, in particolare in Ucraina, Vicino Oriente (Siria, Libano, Giordania, Israele, Egitto) e Libia. Nel teatro libico siamo già coinvolti militarmente e potremmo esserlo sempre di  più, perché importanti fonti energetiche ci vengono da quell’area o, comunque, vi transitano. In quella zona interagiscono anche i russi, i francesi, gli inglesi e gli statunitensi. Vi si stanno riorganizzando forze insurrezionali islamiste sconfitte in Siria.
 In previsione della guerra si stanno facendo importanti programmi di ammodernamento delle attrezzature delle nostre Forze Armate. In particolare l’Italia si propone di acquistare numerosi costosissimi caccia-bombardieri F35 di produzione statunitense.
2. La crisi Ucraina è iniziata sostanzialmente quando gli Stati Uniti d’America appoggiarono una rivoluzione filo-occidentale  per cercare di favorire l’attrazione di quello stato nell’orbita della N.A.T.O. In Crimea, a Sebastopoli, che all’epoca apparteneva all’Ucraina, i russi hanno una delle loro più importanti basi navali europee, con  accesso al Mediterraneo attraverso il Mar Nero.  La Crimea, abitata da russi, ucraini e tatari, era stata assegnata all’Ucraina nel 1954 al tempo in cui tutta l’area era compresa nel territorio dell’Unione Sovietica. Dopo la disgregazione dei quest’ultima, le forze navali russe erano rimaste a Sebastopoli in virtù di un trattato con gli ucraini che prevedeva la divisione in due parti, ucraina e russa, dell’antica base navale sovietica. Se l’Ucraina fosse stata attratta nell’Unione Europea e nella Nato,  la base navale ucraina a Sebastopoli sarebbe finita nella sfera d’influenza degli Stati Uniti d’America, con anche la prospettiva che un’Ucraina integrata nell’Unione Europea potesse decidersi a dare  lo sfratto alla base navale russa rimasta. Seguì un’invasione russa della Crimea.
   Un svolta filo-russa dell’Italia che mettesse a rischio le basi militari statunitensi che ci sono da noi potrebbe generare attività statunitensi di contrasto, in  linea con quelle russe in Crimea, per le quali gli Stati Uniti d’America hanno una lunga tradizione storica. Sono in corso giochi di guerra tra superpotenze nei quali non si va tanto per il sottile. Gli Stati Uniti d’America sono stati storicamente molto determinati contro chi gli si è manifestato avversario. I governi italiani della prima fase della Repubblica, quella finita nel 1994, ebbero sempre chiara consapevolezza del problema e, sforzandosi di mantenere una certa autonomia politica, cercarono di organizzare l’evoluzione del sistema politico italiano senza suscitare pericolose reazioni del potente alleato. L’europeismo servì anche a questo: insieme ci si fa forza. Quelli che vorrebbero l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea probabilmente non hanno ben chiare queste possibili complicazioni. Così come quelli propensi a parlare a ruota libera con esponenti dell’amministrazione russa.
  L’Italia, per la N.A.T.O. e gli statunitensi, è diventata ancora più importante dal punto di vista strategico ora che la Turchia, che è ancora integrata nelle forze armate N.A.T.O, sta spostandosi nella sfera di influenza russa. Il presidente turco Erdogan ritiene che il tentativo di colpo di stato contro il suo governo attuato nel 2016 da parte delle forze armate sia stato appoggiato dagli statunitensi, anche se non sono stati ancora resi  noti gli elementi precisi a sostegno di questa ricostruzione, in particolare quelli emergenti dalle inchieste giudiziarie. Può osservarsi che, In effetti, il suo principale avversario politico, Fethullah Gülen, capo di un movimento politico-religioso molto influente in Turchia, si è rifugiato negli Stati Uniti d’America. Da noi una crisi del tipo di quella turca è (ancora) impensabile, ma, invece, non sarebbe male pensarci. Le recenti rivelazioni dell’ex vicepresidente statunitense Joe Biden (democratico, già membro dell’amministrazione Obama) su un’influenza russa nella politica italiana possono essere considerate un indizio delle attuali preoccupazioni degli statunitensi per l’evoluzione della politica italiana.
3. E’ possibile una guerra in cui sia impegnata l’Italia? Sì è possibile, ma di più: l’Italia è già ora impegnata in teatri di guerre attive, in particolare in Afghanistan, Iraq e Libia e lo sarà con la missione in Niger. Si tratta di guerre sulle quali poche informazioni arrivano all’opinione pubblica. Per ora sono confinate, ma ogni guerra  è suscettibile di espandersi, di farsi più grave, specialmente lì dove si avvicinano pericolosamente gli apparati militari di grandi potenze. Qualche volta si decide di fare guerra: l’Italia lo fece sotto il regime mussoliniano. Altre volte in guerra si è trascinati, coinvolti contro la propria volontà. Più si hanno propositi bellicosi, più alto è il pericolo di essere trascinati in una guerra. Ad esempio non ci si rende conto che lo slogan “ricacciamoli a casa loro”, comportando un rientro coatto di migranti negli stati di origine anche contro la volontà di questi ultimi richiede di fare guerra. Quando si va in guerra non si sa mai come andrà a finire. Lo sanno bene gli statunitensi che pure sono la maggiore potenza militare del mondo. Ma a volte l’interesse economico spinge a rischiare, come accadde agli statunitensi nella seconda guerra del Golfo, iniziata nel 2003 e, in fondo, ancora non risolta. La presidenza di Donald Trump è una di quelle più bellicose di sempre: facile che incappi in una guerra. Come alleati degli statunitensi gli europei occidentali dovrebbero manovrare per impedirlo, per evitare di esservi trascinati per gli obblighi del trattato N.A.T.O. che prevede che si vada in soccorso di chi è attaccato. In questo l’Italia può svolgere un ruolo molto importante, ma ciò richiede una classe politica che sia consapevole del problema.
 Direi che uno dei più importanti criteri di scelta alle prossime elezioni potrebbe essere quello basato sul grado di consapevolezza e competenza mostrato dai candidati sul tema della guerra. Sarebbe infatti imprudente mandare in Parlamento una classe politica che ne sa poco e che, in una prevedibile emergenza, dovrebbe aggiornarsi la sera prima, sui bignamini,  i piccoli e utili manualetti che dovrebbero però essere utilizzati solo per  farsi un’idea  non per decidere di vita o di morte, o wikipedia. La nostra vita, nel vero senso della parola, dipende dalla competenza su questo tema della nostra classe parlamentare.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 14 dicembre 2017

L’uomo interiore

L’uomo interiore

[da: Giuseppe Dossetti, «Sentinella, quanto resta della notte?», relazione tenuta a Milano il 18-5-94; pubblicata in Giuseppe Dossetti, La Parola e il silenzio - Discorsi e scritti 1986-1995, Paoline editoriale libri, 2005]

«Mi gridano da Seir:
“Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte”
La sentinella risponde:
“Viene il mattino, e poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite!”»
(Is 21,11-12)
[…]
6.Convertitevi!
  La sostanza ultima dell’oracolo della sentinella è al di fuori di ogni ambiguità: Convertitevi!
 La radice ebraica suv, impiegata nel libro di Isaia, significa di per sé ritornare. Ma può esprimere anche, specificamente, il rivolgersi a Dio, cioè la conversione.
  Secondo la sentinella non si tratta tanto di cercare  nella notte rimedi esteriori più o meno facili, ma anzitutto di un trasformarsi interiormente, di un dietro front intimo, di un voltarsi positivo verso il Dio della salvezza.
  Radice di questa conversione è anzitutto la conversione, il pentimento.
  Nel caso nostro dobbiamo anzitutto convincerci che tutti noi, cattolici italiani, abbiamo gravemente mancato, specialmente negli ultimi due decenni [si riferisce al periodo 1974-1994 -  nota mia], e che ci sono grandi colpe (non solo errori o mere insufficienze), grandi e veri e propri peccati collettivi che non abbiamo sino ad oggi incominciato ad ammettere e a deplorare nella misura dovuta.
 C’è un peccato, una colpevolezza collettiva: non di singoli, sia pure rappresentativi e  numerosi, ma di tutta la nostra cristianità, cioè sia di colore che erano attivi in politica sia dei non attivi, per risultanza di partecipazione a certi vantaggi e comunque per consenso e solidarietà passiva.
  M per quanto fosse convinto ed esplicitato e realizzato nei fatti, questo pentimento non basterebbe ancora. Inquadrandolo nel pensiero di Lazzati [Giuseppe Lazzati, dalla cui figura era dedicata la relazione nell’ottavo anniversario della sua morte] - soprattutto negli anni in cui cominciava più direttamente a pensare alla Città dell’uomo - si dovrebbe dire che i battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare  non a una presenza  dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al  loro peso politico, ma a una ricostruzione  delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico.
  Ma la partenza assolutamente indispensabile oggi mi sembra quella di dichiarare e perseguire lealmente - in tanto baccanale dell’esteriore - l’assoluto primato della interiorità, dell’uomo interiore.  Questo potrebbe sembrare persino ovvio  e banale, ma ovvio non è, come appare chiaramente da tanti segnali nel mondo cattolico italiano, da tante affermazioni contraddittorie che si susseguono, da tante preoccupazioni ben altre  che di fatto animano gruppi e personalità, vecchie e nuove, del laicato e del clero.
7.[…] Cominciamo dall’uomo interiore nell’accezione della filosofia greca volgarizzata […]: è l’uomo secondo ragione, secondo il nòus (la mente) che impegna per il meglio le sue facoltà a costruirsi  pienamente secondo quelle virtù che chiamiamo cardinali  (e  che anche gli antichi chiamavano così): la temperanza, la fortezza, la prudenza e la giustizia.
8. […]
L’uomo interiore, tuttavia, può essere salvato, anzi, come dice san Paolo, rinnovarsi  di giorno in giorno se è potentemente rafforzato dallo Spirito di Dio.
 Allora l’uomo interiore può essere elevato a uomo nuovo, veramente essere in Cristo nuova creazione (cfr 2Cor 5.17 e Gal 6,15); rivestito di Cristo  come è realmente ogni battezzato (cfr Gal 3,27). Può così essere fortificato per ogni combattimento dalla  panòplia  (armatura) di Dio (cfr Ef 6,11); cioè rivestito della corazza della fede e dell’amore (cfr 1Ts 5,8), e rivestito come eletto di Dio, di viscere di misericordia (cfr Col 3,12).
 Ma appunto tutto ciò deve essere di ora in ora implorato da Dio, credendo e confidando nella sua Paternità misericordiosa: «piego le ginocchia […] perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria […]» (Ef 3,14-16).
  In ultima analisi, è solo questo che può vincere la notte. Lo squarcio operato nel buio - «nel momentaneo leggero preso della nostra tribolazione» (2Cor, 4,16-18) - dal fulgore «dell’enorme, eterno peso di gloria» (2Cor 4,17).

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  Una campagna elettorale come quella che si prospetta, con programmi a volta nemmeno accennati, condotta con tecniche di persuasione consumistica, facendo appello alle nostre peggiori paure e ai nostri inconfessabili appetiti, è, da parte del cittadino, anche una lotta per conservare, di fronte alle organizzazioni politiche in gara  per conquistare il potere, la propria dignità umana. Perché, facendoci semplici  consumatori  di politica, cadremmo nelle mani dei  venditori  di politica, così come accade nel commercio al consumo. Ma, appunto, è ciò che nella vita democratica non deve accadere, in particolare sotto elezioni, che sono il momento in cui le forze politiche devono, come dire, rendere il conto  della loro azione e  rendere ragione  delle loro proposte, quindi consegnarsi nelle mani dei cittadini. Di questo in genere si manifestano invece piuttosto insofferenti. Gli strateghi delle campagne elettorali di solito puntano a una sola cosa: convincere chi ha diritto di voto a mettere un segno sulla scheda nel posto giusto. La comunicazione elettorale è quindi in una sola direzione: da chi si candida a chi ha diritto di voto. Non si ritiene importante  ascoltare l’elettore, se non per coglierne quegli elementi, ad esempio, le paure, che, cucinati a dovere, possono indurlo a tracciare quel segno il giorno del voto. E tanto meno si cura la formazione dell’elettore: del resto, a tre mesi dalle elezioni, come fare? La dottrina sociale cura proprio quello che la politica contemporanea di solito trascura. E lo fa in modo sistematico e capillare, mirando alla formazione di quell’uomo nuovo  a cui si riferì Dossetti nella relazione del ’94 di cui ho trascritto alcuni brani. Oggi propone, con l’enciclica Laudato si’,  un manifesto  propriamente politico e piuttosto dettagliato: è su questo che va valutata la compatibilità dei vari  manifesti elettorali  con gli insegnamenti della dottrina sociale, non sulla base di superficiali, sporadici e generici richiami a qualche argomento di interesse religioso. Se, ad esempio, uno dice di volersi ispirare alle politiche fiscali del presidente statunitense Donald Trump, quindi anche, in generale, alle sue concezioni di intervento pubblico nell’economia,  che comporteranno un duro taglio alle provvidenze sociali per le persone in condizione di disagio sociale, che credibilità può avere  se poi parla di aiuti pubblici alle famiglie, per i quali  con politiche fiscali di quel tipo mancheranno le risorse, o della possibilità di imporre la chiusura degli esercizi commerciali al consumo in alcuni giorni di festa religiosa, provvedimento contrastante con il modello del supersviluppo dissipatore e consumistico (riprovato nell’enciclica Laudato si’) che rientra nell’ideologia economica neoliberista di Trump? Si tratta di progetti incoerenti. Alla fine può temersi che, fatalmente, lasciate le mani libere con discorsi incoerenti, si prenda poi, accaparratisi  il potere, la strada più facile per un potente, quella del proprio interesse.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




mercoledì 13 dicembre 2017

Il sorpasso

Il sorpasso

  Nel 1976 in Italia si visse un clima politico simile a quello attuale: si attendeva (sperava/temeva a seconda dei casi) il  sorpasso. Alle elezioni regionali del 1975  i due partiti politici maggiori erano risultati la Democrazia Cristiana, con circa 35% dei voti (in calo), e il Partito Comunista Italiano, con circa il 33% (in forte aumento), Si prevedeva che, continuando l’orientamento elettorale favorevole ai comunisti, essi divenissero il partito maggiore, quello di maggioranza relativa, anche senza arrivare alla maggioranza assoluta, vale a dire al 50% più qualche cosa, ma potendo assicurarsela attraendo socialisti e repubblicani. I due partiti maggiori, benché considerassero sé stessi alternativi tra loro. non erano l’uno l’anti   dell’altro, in ragione dell’intensa collaborazione nella guerra di Resistenza, nella progettazione della Repubblica democratica ai tempi dell’Assemblea Costituente e della condivisione di importanti valori umanitari e democratici. Ciò rifletteva l’intenso e mai cessato dialogo tra mondo cattolico e comunista (nonostante il divieto di iscrizione a partiti comunisti, sotto pena di scomunica, stabilito dalla Santa Sede nel 1949) in particolare in vista del progresso sociale dei lavoratori.  Tuttavia i legami ideologici che il Partito Comunista Italiano manteneva all'epoca con i comunisti sovietici, e con gli altri comunismi ad essi federati, faceva ancora temere che l’adesione al metodo democratico da parte dei comunisti italiani fosse stata  una scelta strumentale, tattica, necessitata dalla collocazione internazionale dell’Italia nella sfera di influenza degli Stati Uniti d’America e che, raggiunta la maggioranza relativa e attratti socialisti e repubblicani e quindi giunti in grado di formare un governo, potessero smantellare la democrazia di tipo Occidentale, mutare l’impostazione del sistema economico e condurre l’Italia, non tanto nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica, cosa impossibile per gli accordi tra le superpotenze egemoni, ma verso le nazioni non allineate, come era la Federazione Jugoslavia. Questo avrebbe comportato una marcata nazionalizzazione delle principali imprese, una direzione invasiva dell’economia da parte dello Stato e la preferenza del sistema organizzativo d’impresa cooperativo a scapito di quello capitalista. Approssimandosi quelle elezioni, si segnalò un aumento dell’esportazione di capitali all’estero, all’epoca illegale.
   Anche ai tempi nostri ci si attende un sorpasso e precisamente da parte del Movimento 5 Stelle  sul Partito Democratico. Questo sorpasso, come accaduto nel 1975, è già avvenuto in città come Roma, ma in modo molto più intenso che negli anni ’70, a causa fondamentalmente del diverso sistema elettorale.
 Nel 1975 i due maggiori partiti si prepararono con molto impegno alle successive elezioni politiche, che si sarebbero dovute tenere al più tardi nel 1977 e che invece si tennero nel giugno 1976. Ma lo fecero in modo completamente diverso dai due partiti maggiori di oggi, anche se c’era la prospettiva del  sorpasso. Paradossalmente, non intensificarono la polemica, ma si avvicinarono.
  Si era in anni terribili, come chi a meno di quaranta/cinquanta anni non può veramente immaginare non avendoli vissuti, ma solo studiare avendone quindi una versione emotivamente meno coinvolgente: alla gravissima crisi economica causata dal forte e improvviso aumento dei prezzo del petrolio, deciso dagli stati arabi in ritorsione per la guerra tra Israele ed Egitto e Siria del 1973, detta del Kippur  perché scoppiata durante questa festività ebraica, si aggiungeva l’incessante l’aggressione omicida di bande armate comuniste e neofasciste e, da parte di queste ultime, anche con stragi mediante esplosione di ordigni in posti affollati e treni (la prima fu a Milano nel 1969 con una bomba in una banca, a cui ne erano seguite altre, fino a quelle causate da bombe in piazza della Loggia a Brescia e  sul treno Italicus, nel 1974), Entrambi i partiti  maggiori, in gara per la maggioranza relativa, organizzarono la campagna su due temi: la solidarietà tra tutte le forze democratiche e il rinnovamento. Il Partito Comunista Italiano lo fece nel 14° Congresso, tenuto a Roma nel marzo 1975 con slogan “Intesa e lotta di tutte le forze democratiche e popolari per la salvezza e la rinascita dell'Italia”, sotto la segreteria di Enrico Berlinguer; la Democrazia Cristiana nel 13° Congresso, tenuto a Roma nel marzo 1976 con slogan “Un rinnovato impegno della Democrazia Cristiana per la libertà politica, la sicurezza democratica, la giustizia sociale ed il progresso civile del popolo italiano", sotto la segreteria di Benigno Zaccagnini (“Zac” per  i suoi sostenitori). A quest’ultimo presenziai seguendo mio zio Achille, sociologo e consigliere nazionale del partito. Per entrambi i partiti rinnovamento  significò anche autocritica e, per quanto riguarda il Partito Comunista Italiano, distanziazione ideologica dal comunismo sovietico, marcata in modo eclatante nel 1979 con la modifica dell’articolo dello statuto del partito che obbligava gli iscritti a seguire l’ideologia marxista-leninista. Per i democristiani significò ripudiare l’affarismo  politico di governo e riscoprire la giustizia sociale,  del resto secondo i pressanti orientamenti della dottrina sociale di allora. La Democrazia Cristiana era nata, secondo una definizione di Alcide De Gasperi spesso ricordata, come un partito di centro che guardava a sinistra; il Partito Comunista Italiano era evoluto nel secondo dopoguerra nella direzione indicata dal suo antico segretario politico Antonio Gramsci (1891-1937), vale a dire cercando di ottenere il consenso degli italiani non mediante la violenza di classe, ma diffondendo e impersonando stili di vita e concezioni virtuose e ragionevoli, nell’interesse di tutti, in modo da conquistare una stima popolare. Questo portava i due segretari di allora dei partiti maggiori a ritenere che non fosse sufficiente, per salvare l’Italia, controllare il 50% più qualcosa dei voti, raggiungendo la maggioranza relativa alle elezioni e attraendo i partiti minori per avere quella assoluta in Parlamento. Occorreva ciò che Enrico Berlinguer qualificò  compromesso  e Aldo Moro  solidarietà nazionale, un’intesa molto più larga: processo del quale fin dal 1976 e a prescindere dall’esito delle elezioni politiche di quell’anno, che fu ancora favorevole alla Democrazia Cristiana, si cominciarono a porre le basi,  in particolare per impulso del democristiano Aldo Moro, come indicato in alcuni suoi libri da Giovanni Galloni, uno dei principali collaboratori nella segreteria politica di Zaccagnini. E’ da questa unità delle maggiori forze democratiche che scaturì la forza politica indispensabile per avere ragione sia della crisi economica che del terrorismo nella sua fase più acuta. In particolare fu determinante, per isolare i terroristi comunisti, la pervicace azione di contrasto nei loro confronti promossa e svolta  dal Partito Comunista Italiano.
  Progettando la solidarietà nazionale, quindi avvicinandosi nell'interesse di tutti e proponendosi un rinnovamento virtuoso previa sincera autocritica, Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano  privarono la prospettiva del  sorpasso della sua forza  angosciante e dirompente, potenzialmente in grado di aggravare la situazione economica e di suscitare, in particolare, l’intervento degli Stati Uniti d’America secondo il metodo usato per rovesciare la democrazia cilena, nel 1973, sotto la presidenza del socialista Salvator Allende. Chiunque avesse conquistato la maggioranza relativa  e il governo, si sapeva che aveva preventivamente rinunciato a considerare l’Italia caduta nelle sue mani solo per questo e che riteneva indispensabile la collaborazione di tutte  le forze democratiche per la salvezza della nazione, sul modello di quello che era avvenuto nella costruzione della democrazia repubblicana, durante la Seconda Guerra Mondiale e negli anni dal 1945 al 1948. La Democrazia Cristiana aveva sempre agito in questo modo cercando intese più ampie di quelle raggiunte per la formazione della maggioranza di governo, guardando  a sinistra, verso l’opposizione democratica. Per i comunisti sarebbe stata la prima volta a livello mondiale. Ma, ad un sincero sguardo retrospettivo, bisogna riconoscere che, indubbiamente, il Partito Comunista Italiano fu un unico nel panorama del comunismo di tutti i tempi, con una classe politica di alto livello, il modello a cui uno come  Michail Sergeevič Gorbaciov (ultimo segretario del Partito comunista sovietico dal 1985 al 1991)  avrebbe potuto utilmente ispirarsi nel suo progetto politico di perestroika (in russo: rinnovamento, riorganizzazione) del comunismo di scuola sovietica, se solo la sua ascesa al potere fosse avvenuta cinque anni prima e se i comunisti sovietici fossero stati meno autoreferenziali. A metà degli anni ’80 tutto stava già cambiando nel senso che ora vediamo realizzato. Aldo Moro era stato rapito e  assassinato dai terroristi comunisti delle brigate rosse nel 1978, Enrico Berlinguer era morto nel 1984. La rivoluzione neo-liberista affermava prepotentemente il suo dominio. Non la solidarietà, ma la concorrenza si ritenne il principale valore sociale. E’ un po’ l’ottica secondo la quale le maggiori formazioni di oggi organizzano la loro campagna elettorale, puntando a  vincere le elezioni, pensando che, ottenuta in qualche modo la maggioranza assoluta in Parlamento, poi faranno loro, da sole e con chi ci sta, e che gli altri che non ci stanno debbano limitarsi ad attendere la prossima gara  elettorale
  Da notare che al 1991 risale l’ultimo grande documento della dottrina sociale, l’enciclica Centesimus Annus - Il Centenario  del papa Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°, in occasione dei cento anni dalla prima enciclica sociale - la Rerum Novarum - Le novità, prima della Caritas in veritate - Carità nella verità del 2009, del papa Joseph Ratzinger - Benedetto 16°, ben 18 anni,  nonostante l’aggravarsi intensissimo dei problemi sociali determinati dallo smantellamento o depotenziamento degli istituti pubblici di benessere sociale. La critica di questo processo si trova invece estesamente articolata nell’enciclica Laudato si’  del papa Jorge Margio Bergoglio - Francesco, diffusa nel 2015.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

martedì 12 dicembre 2017

Stabilità e cambiamento

Stabilità e cambiamento

  Tra il 1948 e il 1994 il sistema politico italiano ebbe una straordinaria stabilità pur assecondando il cambiamento sociale indotto da fatti economici e culturali, intesi questi ultimi come insieme di costumi e concezioni di vita. Eppure ad osservatori internazionali disattenti e poco informati, come non di rado furono i nostri alleati statunitensi, appariva incostante e precario, con governi che duravano poco, a confronto con quelli di altri stati occidentali.
  La stabilità non dipese dal sistema elettorale proporzionale che, in generale, non la favorisce, dando più potere ai piccoli partiti marginali che, spostandosi da un campo all’altro possono far crollare coalizioni dirette dai partiti più grandi. Né dalla situazione internazionale, a lungo caratterizzata dalla dura contrapposizione tra i due blocchi che facevano riferimento rispettivamente agli Stati Uniti d’America e all’Unione Sovietica. Né dalla mancanza di contrapposizioni sociali interne, che anzi vi furono e anche molto accese, in particolare negli anni ’70, quando tante cose cambiarono da noi.
  La stabilità si manifestò nel fatto che tra il 1948 e il 1994 i governi furono diretti dal partito di maggioranza relativa, vale  a dire dal partito più grosso senza raggiungere il 50% dei consensi elettorali: la Democrazia Cristiana. Questo anche quando, negli anni ’80, Presidenti del Consiglio dei ministri furono non democristiani, il repubblicano Giovanni Spadolini (dal 1981 al 1982) e il neo-socialista Bettino Craxi (dal 1983 al 1987). La Democrazia Cristiana fu una federazione di movimenti di vario orientamento accomunati dal riferimento alla dottrina sociale e ai principi democratici. Fu fondata nel 1942 da Alcide De Gasperi ed altri con lo scopo di costruire e sostenere una nuova democrazia alla caduta del fascismo mussoliniano. Si conquistò voce in capitolo su questo tema partecipando alla guerra di Resistenza collaborando con altre formazioni politiche di diverso orientamento. Anche se il partito mantenne sempre una certa autonomia in politica dalle autorità religiose, i politici democristiani, come osservato da Gianni Baget Bozzo nella sua storia del partito cristiano, ritenevano di agire in base ad un mandato,  un incarico, ricevuto da esse. L’incarico era appunto di mantenere stabile e pacifica la società italiana, consentendone però l’evoluzione nel senso indicato dalla dottrina sociale. Dato questo comune riferimento non era necessario che vi fossero capi  forti, che  comandassero in solitudine, decisori decisionisti, come li si pretende oggi. La politica era vista come un fatto collettivo. Il partito era ben consapevole di essere una coalizione unificata da un comune obiettivo e che solo  mantenendo la pace interna, con la maggior collaborazione possibile, si sarebbero potuti raggiungere gli scopi politici assegnati. Un partito così non era fatto per governare da solo, ma per coinvolgere altri nell’area di governo: ciò fu fatto fin dagli inizi, fin da quando non sarebbe neppure stato necessario. Questo corrispondeva alla visione della politica della dottrina sociale, centrata sulla collaborazione per la ricerca e attuazione del bene comune. Quando, nel 1993, si affermò l’idea di polarizzare  la politica intorno a due blocchi contrapposti in gara tra loro per il governo, come si fece con la nuova legge elettorale nell’agosto di quell’anno, non ci fu più spazio per un partito come la Democrazia Cristiana, il quale piuttosto velocemente si frammentò e finì come esperienza politica, senza lasciare eredi ma solo reduci.
  L’alternanza al governo di blocchi contrapposti era vista come un rimedio alla corruzione della politica. Il lungo controllo del governo, in tempi in cui quest’ultimo controllava direttamente o indirettamente una quota rilevante dell’economia, aveva indotto fenomeni di corruzione nei politici di governo. Più precisamente, ai partiti affluiva illecitamente una quota di quanto i privati ricavavano dai contratti pubblici. Questa quota era denominata tangente  e, come venne alla luce all’inizio degli anni ’90, divenne importante per il sostentamento economico delle complesse burocrazie di partito. La conferma venne perché, quando emersero gli scandali, appunto negli anni ’90, e improvvisamente cessarono quei finanziamenti, diversi partiti dovettero ridimensionare le proprie burocrazie e spese. Dal 1974 si era tentato di regolamentare, facendo venire alla luce attraverso documenti pubblici, le fonti di finanziamento privato dei partiti e anche si era previsto un finanziamento pubblico. Ma evidentemente ciò non era stato sufficiente. I problemi continuarono fino ad epoca recente, fino a che, nel 2013, si dispose la graduale abolizione del finanziamento pubblico, anche sotto forma di rimborso spese: l’abolizione è divenuta totale quest’anno 2017.
  L’esperienza del bipolarismo, dal 1994 al 2011, prima vigente una legge elettorale maggioritaria con quota proporzionale (maggioritario: in collegi piccoli vince chi riporta più voti)  e dal 2005 proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione maggiore, ha segnalato che una coalizione tendeva a disfare ciò che l’altra aveva fatto, rendendo incostante e precario il sistema politico. L’unico orientamento con una certa stabilità fu quello delle politiche neoliberiste, viste come obbligate per la forza dei mercati. In questa epoca fu oggetto di contesa la stessa democrazia repubblicana disegnata nella Costituzione del 1948. Vi furono diversi tentativi di modifiche, anche molte incisive, che proseguirono fino a quella respinta da un referendum popolare nel dicembre del 2016. La necessità di modifiche costituzionali cominciò ad affermarsi nella Democrazia Cristiana nella seconda metà degli anni Ottanta, ma non divenne mai veramente parte del progetto politico del partito. In realtà le idee che a quel tempo circolarono erano molto meno ambiziose delle attuali: si pensava più che altro di favorire la governabilità, garantendo una maggioranza più ampia ad un governo la cui base parlamentare si andava riducendo anche per il venir meno del rapporto vivo con gli elettori (la crisi della politica  come allora venne percepita) e quindi  della sua legittimazione  sociale. In effetti quelli furono gli anni in cui in Occidente, e anche in Italia, si produsse una rivoluzione, quella neoliberista, per cui tutto il male sociale si vide originare dal settore pubblico e tutto il bene dal mercato e dall’impresa e i sistemi politici europei, fino ad allora prevalentemente orientati in altro senso, divennero instabili. Negli anni seguenti ciò produsse in Italia il ritiro dello Stato dall’impegno diretto nell’economia, con la dismissione e cessione a privati della gran parte delle attività d’impresa che controllava, anche quelle strategiche, vale a dire più importanti per la vita della nazione, come le Ferrovie, la produzione di energia e soprattutto le banche di proprietà pubblica, sia quelle locali, come le casse di risparmio, sia quelle nazionali, molto grandi, come la Banca Nazionale del Lavoro e il Banco di Napoli.
  La politica democristiana dovette sempre trovare spazio politico autonomo tra i tre maggiori centri di influenza sull’Italia: gli Stati Uniti d’America, il Papato, l’Unione Sovietica, alla quale a lungo il Partito Comunista Italiano rimase legato ideologicamente almeno fino alla metà degli anni ’70. La soluzione fu trovata nell’europeismo. Ne derivò una partecipazione molto attiva alla costruzione dell’Unione Europea,  perseguita dal partito fino al Trattato di Maastrich del 1992, le fondamenta dell’Unione Europea. Spesso ai nostri tempi si è persa memoria del senso di questi eventi. Si tende ad adottare l’antica visione socialista del processo di unificazione europea, visto inizialmente solo come strumento degli interessi della grande borghesia. Eppure grandi valori umanitari di origine  socialista sono stati inseriti tra quelli fondamentali dell’Unione.
  Cambiare nella stabilità: può essere considerata una contraddizione in termini. Eppure è il solo modo di cambiare le società pacificamente ed  è possibile solo in ambiente democratico, quando si condividono i principali valori umanitari. E’ questo che, fino ad epoca recente, caratterizzava la politica italiana e quella europea. Viviamo, ora,  un’epoca di crisi della democrazia, che è in primo luogo crisi dei suoi valori. Nell’ideologia del neoliberismo i valori della democrazia sono considerati ostacoli allo sviluppo. L’insufficiente formazione alla democrazia rende difficile articolare e strutturare un contrappeso, una risposta popolare. Si dà credito  a reazioni primitive, fondate su un confuso attivismo di gang, adottando il gergo e i costumi dei violenti che si pescano in giro, sul WEB, nell’aria,  convincendosi che il menar le mani e il gridare “Prima noi!” possa cambiare qualcosa.
  D’altra parte la formazione politica è poco curata dai partiti, che in questo periodo a tre mesi da elezioni politiche molto importanti, stanno facendo prevalentemente lavoro di casting, scelta dei candidati di migliore resa spettacolare, e di marketing, di costruzione di una buona proposta pubblicitaria per vendere il proprio prodotto politico. L’elettore è costretto a intuire  i loro programmi, innanzi tutto considerando come si è governato in sede locale e nazionale. I maggiori partiti politici hanno avuto esperienze di questo genere, anche quelli che, quanto al governo nazionale, sono all’opposizione. L’unica agenzia sociale che non ha mai smesso di fare formazione alla politica ad ogni livello, da quello di prossimità a quello universitario, è la Chiesa cattolica, l’unico agente politico che ancora gode di un imponente e automatico finanziamento pubblico. Se la sua vita dipendesse dalle (assolutamente insufficienti) offerte dei fedeli, come sono costretti a fare oggi i partiti politici italiani, farebbe bancarotta nel giro di poche settimane.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


lunedì 11 dicembre 2017

La prima volta al voto

La prima volta al voto

1.  Su L’Espresso  in edicola si parla del voto dei giovani che l’anno prossimo voteranno per la prima volta.
  Votai per la prima volta alle elezioni regionali del giugno 1975. Una legge di qualche mese prima aveva abbassato la maggiore età a diciotto anni.
  Il quadro politico era molto più chiaro di ora, anche se cominciava ad evolvere velocemente. I partiti recavano nelle loro denominazioni l’indicazione delle linee generali dei loro programmi.
  Una prima distinzione che si presentava era tra partiti dell’area di governo e partiti dell’opposizione. Tra questi ultimi vi erano i comunisti, e tra loro il partito maggiore era il Partito Comunista Italiano, e il Movimento Sociale Italiano. Il PCI, sebbene tra i maggiori artefici della nuova democrazia repubblicana italiana, manteneva rapporti molto stretti con il partito comunista sovietico, di tipo totalitario, mentre nel Movimento Sociale Italiano si raccoglievano molti estimatori del fascismo mussoliniano e, per questo, critici con la democrazia costituzionale instaurata nel 1948. Tuttavia, negli anni Settanta, la polemica politica del Movimento Sociale Italiano era prevalentemente anticomunista. Gli Stati Uniti d’America non autorizzavano l’accesso del Partito Comunista Italiano nell’area di governo. Nel 1973 avevano sostenuto un colpo di stato per abbattere il governo socialista cileno di Salvator Allende. Tra i partiti dell’area di governo e i comunisti vi era una tacita intesa per escludere il Movimento Sociale Italiano dal governo: questa intesa definiva quello che veniva chiamato “arco costituzionale”, vale a dire i partiti che progettato e approvato la Costituzione repubblicana italiana entrata in vigore nel 1948, la quale aveva tra i suoi principi ideologici l’antifascismo. Negli anni ’70 l’unico partito non antifascista era il Movimento Sociale Italiano e questo per un buon motivo: era stato fondato storicamente da reduci del fascismo mussoliniano. Al suo interno si dividevano due posizioni: chi voleva affiancare la Democrazia Cristiana, il principale partito dell’area di governo, per bloccarne lo spostamento verso i social-comunisti e chi voleva sostituire quel partito, costituendo una Destra Nazionale.
   Nell’area di governo vi erano la Democrazia Cristiana, due partiti socialisti, il Partito repubblicano italiano  e il Partito liberale. Gli ultimi due erano partiti minori  in termini di numero di consensi elettorali, ma molto importanti per i principi ideologici professati, che, per il Partito repubblicano risalivano direttamente a Giuseppe Mazzini. L’attrazione dei socialisti, in particolare del Partito socialista italiano di Pietro Nenni, nell’area di governo, quindi la costituzione del centro-sinistra, aveva comportato un serio travaglio ideologico tra i cattolici italiani. Era stata negoziata durante il Pontificato di Papa Giovanni 23° (regnante dal 1958 al 1963)  e nel clima di  distensione  internazionale che si era vissuto all’inizio degli anni Sessanta, dopo la risoluzione pacifica, nel 1962, di una grave crisi internazionale tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica causata dall’intenzione di quest’ultima di posizionare missili con testate atomiche a Cuba. L’artefice del processo politico di inclusione dei partiti socialisti nell’area di governo fu il democristiano Aldo Moro, che nel 1976 promosse un’analoga iniziativa verso il Partito comunista italiano per superare la grave emergenza nazionale che si stava all’epoca vivendo.
 La Democrazia Cristiana era una federazione di movimenti tra i quali quelli clericali di vario orientamento, i cattolici liberali, i cristiano sociali. Il partito era sorto con orientamento cattolico-democratico, quindi con un valutazione positiva del metodo e dei valori democratici.  Adottava la dottrina sociale come parte della propria ideologia politica, ma conservava una propria autonomia in politica, non era semplice strumento  del Papato. Era fortemente europeista, in tal modo cercando di mantenere una posizione autonoma dal governo statunitense, nel 1975 presieduto dal repubblicano Gerald Ford, dopo le dimissioni, l’anno precedente, di Richard Nixon.
 Alle elezioni regionali del 1975, nel Lazio il primo partito fu quello comunista. Da quell’anno e fino al 1990 i Presidenti della Regione furono socialisti, ad eccezione della presidenza del comunista Maurizio Ferrara, tra il 1975 e il 1977. Fino al 1977. i socialisti formarono giunte regionali con i comunisti, negli anni seguenti  con partiti di centro-sinistra. Nel 1976, con l’elezione del nuovo segretario politico Bettino Craxi, il Partito Socialista Italiano si era andato progressivamente distanziando dai comunisti.
 Nel panorama politico degli anni ’70 l’orientamento politico neo-liberista, oggi prevalente, era espresso solo dal piccolo Partito Liberale Italiano, il partito preferito da diversi esponenti della grande borghesia italiana di allora.
2. Ai tempi nostri il panorama politico si è fatto molto più confuso. Le aggregazioni politiche si formano o vengono radicalmente ristrutturate in prossimità delle elezioni ed è in questo periodo che si preparano i programmi, che in realtà sono spesso poco più che manifesti pubblicitari. Si  è indebolito il contatto vivo con una base popolare, ragione per cui i partiti cercano di convincere gli elettori con tecniche di marketing, dirette non a coinvolgere in un impegno politico ma, più che altro, a far tracciare un segno nel posto giusto su una scheda al momento giusto, il giorno delle elezioni. D’altra parte la gente rifugge l’impegno politico, sia perché riesce a capirci poco sia perché lo ritiene una perdita di tempo. Alla fine può prevalere l’idea di tirare un tiro mancino a chi comanda e che scoccia con tutta questa politica, mentre in realtà, si pensa, mira a fare solo gli interessi propri. Questa è l’anti-politica. I partiti ne prendono atto e strutturano in maniera corrispondente le proprie campagne elettorali, proponendo un prodotto politico “anti”. Questo richiede la costruzione di un nemico. I preferiti di questi tempi sono gli immigrati: non votano, ce la si può prendere tranquillamente con loro. Oppure ci si dichiara genericamente anti- tasse, che sono sgradite a tutti quelli che dovrebbero pagarle. Insomma  anti-qualcosa. Ad esempio anti-Merkel, anti-Euro o, addirittura, anti-Europa. Mi pare che pochi si propongano il buon governo, che era al centro della propaganda elettorale del Partito Comunista Italiano negli anni Settanta e Ottanta. I comunisti di allora presentavano i risultati di buon governo ottenuti nelle Regioni da loro governate e proponevano di estenderli a tutta Italia. Dagli anni ’80 posero al centro della loro proposta politica la  questione morale, vale a dire un’azione di governo virtuosa e disinteressata, e questo mentre nell’area di governo si cominciavano a manifestare i segni di un’ingravescente corruzione della politica, che poi venne clamorosamente alla luce nel decennio seguente. La proposta di una politica virtuosa mi parve lasciare tiepidi gli italiani, così come anche ora mi pare accadere.
  Il tema più rilevante della politica italiana di oggi è quello della politica economica o del modello di sviluppo. Si tratta di decidere se proseguire nelle politiche neo-liberiste che sono state attuate dagli anni ’90 o se cambiare registro. Cambiare significherebbe più Stato e quindi più tasse, più  regole, più oneri sociali per i più ricchi e, in particolare, per le imprese.  Assumere un lavoratore e acquistare una macchina sono la stessa cosa? Quando non servono più li si può buttare? Per il neo-liberismo, sì. Ma, e questo è un punto che bisogna capire bene, non è possibile cambiare le politiche neo-liberiste se i consumatori rimangono orientati verso di esse e quindi, ad esempio, hanno stili di vita e di consumo del tipo di quelli criticati dal Papa nell’enciclica Laudato si’ come “supersviluppo dissipatore e consumistico” e non pongono tanta attenzione alla sofferenza sociale che c’è nei prodotti che acquistano, purché funzionino e costino poco. Un caso: i pomodori che acquistiamo.  Si legge che sono stati raccolti con lavoro schiavo, di immigrati senza riconoscimento che quindi devono nascondersi e che per questo sono nelle mani di chi li assume, come nessun lavoratore dovrebbe mai essere. Saremmo disposto a pagarli il doppio, purché frutto di un lavoro degno? Questa è la sostanza della politica: impegno. Il resto sono solo chiacchiere del tipo di quelle impiegate a dosi industriali nel  marketing  per prendere per il naso chi vuole essere preso per il naso.
  Poniamo che uno  decida che il modello di sviluppo che si è seguito finora va bene: la sua scelta è facile perché quasi tutti i partiti politici e quasi tutti i candidati si propongono di seguirlo. Basterà che si assicuri che nel manifesto  politico della formazione prescelta vi sia lo slogan "Meno tasse!". Chi la pensa diversamente dovrà faticare di più. Un criterio che può essere adottato è quello di individuare in ogni proposta politica e nel profilo dei candidati quanto c’è della dottrina sociale proposta nell’enciclica Laudato si’, la quale sicuramente contrasta con il neo-liberismo. Essa propone la via della virtù, che significa in primo luogo contrastare la disumanizzazione dell’economia. Difficilmente si troverà un programma politico che l’accolga per intero, ma chi si convinca del suo valore  potrà preferire i progetti politici che ne siano maggiormente pervasi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli