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Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce abitualmente il martedì alle 17 e anima la Messa domenicale delle 9.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 29 febbraio 2012

Dal presidente - L’incontro di martedì 28 del gruppo di AC

Dal presidente - L’incontro di martedì 28 del gruppo di AC
 Bellissimo il trittico di letture proposto dalla liturgia della seconda domenica di Quaresima (le trovate più giù nel blog). E anche l’incontro è stato all’altezza della “provocazione” biblica.

 Abbiamo cominciato con la proiezione dell’episodio del sacrificio di Isacco tratto dal film “Abramo” (interpretato da Richard Harris con la regia di Joseph Sargent per la Lux Vide) e con la lettura del testo della Genesi (Pasqualino), della lettera di San Paolo ai Romani (Maria) e del vangelo della trasfigurazione. Don Jim ha commentato i testi partendo dalla notte della fede di Abramo e dal sacrificio di Isacco inteso come ‘figura’ del sacrificio di Cristo da parte del Dio padre. La sintesi delle tre lettura nella frase di Paolo: “Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?”. Teresa ha raccontato al gruppo l’esperienza del ritiro diocesano di Quaresima per gli adulti di AC svoltosi sabato scorso dalle Benedettine camaldolesi dell’Aventino. Lorenzo ha proposto al gruppo l’iniziativa di incontri domestici di celebrazione della Quaresima nella case delle persone malate. In conclusione Rita ha letto la poesia “Alba” di David Maria Turoldo (Ancora un’alba sul mondo: altra luce, un giorno mai vissuto da nessuno, ancora qualcuno è nato: con occhi e mani e sorride) con il commento di Mario Ardigò (che trovate sempre in questo blog).

martedì 28 febbraio 2012

Di padre in figlio – mie riflessioni

Di padre in figlio – mie riflessioni

“Dopo aver tanto cercato, dubitato, sperato, cantato, pianto, pregato, ritroveremo il capo e la goda del gomitolo della fede, solo apparentemente ‘disperso’ nella storia degli uomini, perché lo trasmettessero di padre in figlio, disseppellendolo ogni volta dalla polvere, per ritrovare la traccia del sentiero fino a quel mattino di sole e di luna quanto tutti in insieme ‘là canteremo per sempre il grande alleluja del raccolto’ ”.
 In Il gomitolo dell’alleluja – Di padre in figlio il filo della fede, di Paolo e Vittorio Emanuele Giuntella, AVE, 1986/2009;

Quando ci ritroviamo tra noi, in prevalenza ultracinquantenni, capita di parlare dei nostri figli. Constatiamo spesso che non possono  essere con noi, anche quando cerchiamo di impersonare un intero popolo con alte idealità. Sono molto impegnati nello studio, nel lavoro o nella famiglia. A volta vivono lontani. Forse sentiamo che qualcosa è andato perso, o disperso, nel succedersi delle generazioni e temiamo che non possa essere più recuperato. E’ così che devono andare le cose? Sembra che lo sia, visto che quando tentiamo, come dire, di risalire la corrente, troviamo tante difficoltà e sperimentiamo molte delusioni.
 Ma vi è di più. Non sempre possiamo dire che la nostra discendenza sia una benedizione, per noi e per il mondo intorno a noi. Forse, alla fine, riuscirà anche a impadronirsi delle nostre città, ma non per questo è sicuro che sarà più bello viverci.
 Da ventenni si comincia ad avere desiderio dei figli, a cinquant’anni non è raro averne nostalgia.
 Ci insegnano che la nostra fede ci costituisce come popolo, ma sarà poi vero, visto come va il mondo? All’inizio ci siamo forse effettivamente incamminati alla ricerca della “città futura e permanente”, ma certe volte ci pare di essere capitati in uno di quei valloni ingannatori dell’Appennino, ce ne sono nel massiccio del Gran Sasso, che, nonostante le apparenze, non portano poi da nessuna parte.
 Ma, in definitiva, chi ci condannerà? E’ probabile, anzi, che siamo dalla parte giusta. Abbiamo cercato di mantenerci fedeli agli insegnamenti ricevuti, pur tra molte difficoltà e perplessità. Avanzando negli anni certi problemi tendono poi ad essere meno assillanti. Non di rado, infine, le sofferenze dell’età, gli inevitabili acciacchi fisici, sembrano in genere, anche a chi ci giudica in questa vita, penitenza sufficiente per le nostre colpe.
 Acquietarci così?  Tempo fa leggevo della comunità dell’Isolotto, a Firenze, e sembra che questa sia stata un po’ la scelta di coloro, ormai anziani, che vissero personalmente quell’esperienza, nell’effervescenza  a cavallo degli scorsi anni ’50 e ’60. Anche se poi ho potuto constatare che in realtà essi hanno avuto epigoni.
 Ma, forse, lasciandoci vivere così, giorno dopo giorno, non verremmo meno a un impegno che avevamo assunto quando eravamo più giovani, di cooperare a mantenere, e se necessario a ricostituire, l’unità del popolo dei fedeli? Non è fatta anche di un popolo la nostra fede?
 Al punto in cui siamo, mi pare che  non si tratti più solo di sperimentare nuove “tecniche” per ammaestrare, “formare”, i più giovani, vale a dire, dal mio punto di vista, tutti quelli che hanno meno di cinquant’anni. C’è un’alleanza che va riscoperta e forse rifondata insieme a loro. Ma è impresa che va intrapresa religiosamente, vale a dire senza far conto solo sulle nostre forze. Non da semplici realisti, ma anche un po’ da visionari. Come gente che sente comandi dall’alto ed è capace di una visione soprannaturale, che trasfigura le cose come di solito appaiono.

Mario Ardigò – Azione Cattolica di San Clemente Papa – Roma  - Monte Sacro, Valli

Domenica 4 marzo 2012 - letture

Domenica 4-3-12 –  – Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità – 2° domenica di Quaresima – 2° settimana del salterio – colore liturgico: viola

Prima lettura – Dal libro della Genesi (Gen 22,1-2.9a.10-13.15-18)
 In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito”. Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce.

Salmo responsoriale -  dal salmo 116

Ho creduto anche quando dicevo:
“Sono troppo infelice”.
Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.

Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore

Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo,
negli atri della casa del Signore,
in mezzo a te, Gerusalemme

Seconda lettura – dalla lettera di San Paolo ai Romani (Rm 8,31b-34)

Fratelli, se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!

Vangelo – dal Vangelo secondo Marco (Mc 9,2-10)

 In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Rabbi, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo!”. E improvvisamente, guardandosi attorno, noi videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano da monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.



lunedì 27 febbraio 2012

Che cosa sapeva di Gesù un laico del Duecento come Francesco d’Assisi?

Che cosa sapeva di Gesù un laico del Duecento come Francesco d’Assisi?

 Nel libro “Francesco d’Assisi”, edito da Mondadori nel 1989, l’autore Franco Cardini si chiede che cosa sapesse del Cristo un uomo come Francesco d’Assisi, un laico che non aveva nessuna specifica cultura scritturale o ecclesiastica e che non aveva mai frequentato con assiduità ambienti religiosi.
 I laici del suo tempo ne avevano un’idea a tre livelli: evangelico, sacramentale, immaginale.
 Le Scritture erano apprese essenzialmente tramite la predicazione. Un laico che volesse impegnarsi a  leggerle direttamente in latino era addirittura sospettato di eterodossia. Tuttavia i preti di allora spesso ne avevano una conoscenza insufficiente.
 C’erano gli affreschi o le sculture delle chiese, che però creavano un po’ di confusione perché gli artisti si ispiravano spesso ai vangeli apocrifi.
 C’era una forte devozione per Gesù-sacramento.  Si sapeva che la consacrazione trasformava realmente pane e vino nel corpo e sangue di Gesù.
“Ma dal Cristo evangelico conosciuto a brani, con qualche incertezza e nebulosità, o dal Cristo dell’altare avvicinato e magari amato nel mistero eucaristico, era difficile attendersi indicazioni immediate sul da farsi.”
 C’era poi quello che Cardini definisce “Cristo delle immagini”, delle icone, raffigurato in tre modi fondamentali: il Cristo-Bambino; il Cristo in maestà, sul trono; il Cristo crocifisso.
Ma l’immagine del crocifisso non era così comune come sarebbe poi divenuta …: sovente la croce era un simbolo trionfale, un gioiello gemmato o sagomato in forma di Albero della Vita, e non portava appesa la forma di Gesù”.
 La stessa tavola dipinta sagomata in forma di croce in San Damiano (il “crocifisso di San Damiano”) presentava un Cristo appeso con quattro chiodi, ma  assolutamente privo di segni di sofferenza, secondo il modello bizantino del Cristo trionfante.
 Nondimeno Francesco d’Assisi, contemplando la tavola di San Damiano iniziò a fare della crocifissione di Gesù il centro della sua meditazione.
“…a Francesco non era accaduto nulla di speciale: salvo che egli aveva cessato di essere un cristiano come un po’ tutti gli altri, che accettava il mistero dell’amore e della passione come una vecchia e sia pur verissima storia da confinare tra le mura delle chiese o nei recessi della mente e alla quale rendere omaggio soltanto durante le feste comandate o nei momenti di intimo abbandono”.
 Egli, secondo Cardini, comprese inoltre che come laico gli competeva innanzi tutto il fare, l’azione, in senso letterale.
       “Bisognava quindi ‘agere’ [latino: agire], fare         qualcosa       e   farlo subito".

Mario Ardigò – Azione Cattolica San Clemente Papa – Roma – Montesacro, Valli

domenica 26 febbraio 2012

Alba - poesia di D.M. Turoldo e mie riflessioni

Alba

Ancora unalba sul mondo:
altra luce, un giorno
mai vissuto da nessuno,
ancora qualcuno è nato:
con occhi e mani
e sorride.

David Maria Turoldo

Mie riflessioni

 Nella mia stanza d'ufficio ho appeso la poesia di Turoldo che ho sopra trascritto. C'è indubbiamente una continuità nella nostra vita e, a volte, il passato pesa, e pesa molto, addirittura ci atterra. Questo accade, ad esempio, a chi, in carcere, sta soffrendo una pena per obbligo deciso dalla collettività. O al malato grave che, dopo l'effimera libertà del sogno notturno, al mattino deve prendere di nuovo coscienza della sua precaria condizione di vita.
  Eppure la vita è anche discontinuità, nuovo inizio. Il succedersi dei giorni, con l'alternarsi di giornate e di notti, di luce e di buio, ce lo evoca. E' quindi la stessa natura, alla quale in tante cose dobbiamo soggiacere come a una spietata padrona, in particolare nel progressivo decadimento fisico e nella malattia, a rappresentarcelo.
 In particolare, nelle cose umane cambiare è  possibile. Le società riescono a mutare  piuttosto velocemente e, a volte, inaspettatamente, anche se non necessariamente in meglio. Anche quando ci lasciamo semplicemente trascinare da un moto collettivo, come gli uccelli in uno stormo in movimento, ne siamo nondimeno coautori, il corso delle cose è determinato pure da  noi. Per non lasciarci travolgere dagli eventi bisogna innanzi tutto ragionarci su. E per incidere sulle sorti di una collettività bisogna ragionarci su insieme ad altri. Paradossalmente questo è divenuto più difficile ai nostri tempi, così affollati di persone. Si è parlato, in merito, di folle solitarie.  Lo constatiamo, ad esempio, quando cerchiamo di rafforzare, mediante nuove energie,  una piccola società come una comunità parrocchiale, che è fondata su forti idealità piuttosto che su bisogni elementari.  C'è una certa difficoltà  a credere in progetti comuni lungimiranti, che vadano oltre il futuro prossimo. E, prima di tutto, anche solo  a pensarci su, a elaborarli con piena responsabilità. Si dispera di poter determinare mutamenti rilevanti. Appare tutto un vano agitarsi. Che vantaggio viene alluomo da tutta la fatica in cui ci si affanna sotto il sole? Ciò che è stato è ciò  che sarà: niente di nuovo sotto il sole. Ciò che è storto non si può raddrizzare, si pensa.
 C'é però un tirocinio verso il nuovo che si può seguire per riacquistare fiducia  in noi: è quello di richiamare e rivivere nella memoria le fasi storiche che hanno segnato cambiamenti collettivi significativi. Ad esempio quella segnata dal Concilio Vaticano II, del quale quest'anno ricorre l'anniversario dei cinquanta anni dall'inizio. Se oggi, ad esempio, possiamo ascoltare tutta la Messa in italiano lo dobbiamo a quell'evento.  Ho cinquantacinque anni e da bambino ho fatto in tempo a partecipare a Messe domenicali in latino. Per gli adulti di allora sembrava impossibile che si potesse cambiare, dopo decine di secoli di liturgie in quell'antica lingua, ormai compresa veramente solo da chi aveva fatto almeno il liceo o il seminario. A mia nonna piaceva non potere capire tutto della liturgia, le pareva che il sacro ne fosse valorizzato. Potremmo rinunciare, oggi, a comprendere le parole della Messa?
Mario Ardigò - Azione Cattolica San Clemente Papa - Montesacro, Valli

sabato 25 febbraio 2012

Un brano di Dionigi l’Aeropagita (sulla bellezza-bontà) e mie riflessioni in coda

Un brano di Dionigi l’Aeropagita (sulla bellezza-bontà) e mie riflessioni in coda

Dall’opera  Nomi Divini di Dionigi l’Aeropagita (1° sec. d. C. – si convertì a cristianesimo in seguito alla predicazione di san Paolo – si veda in Atti degli apostoli  cap. 17 vers.34), come riportato in Olivier Clément, Nuova Filocalia, Edizioni Qiqajon, 2010, pag.26.

[Dio è bellezza] E’ questa bellezza a produrre ogni amicizia, ogni comunione. E’ questa bellezza … a muovere tutti gli esseri e a conservarli dando loro l’amoroso desiderio della loro propria bellezza. Essa costituisce dunque per ciascuno il suo limite e l’oggetto del suo amore, poiché è lei il suo fine … e il suo modello: tutto infatti si definisce a sua immagine. Così, l’autentica bellezza si confonde con la bontà, perché, qualunque sia il motivo che muove gli esseri, essi tendono sempre alla bellezza-bontà, e non c’è cosa alcuna che non partecipi della bellezza-bontà … Grazie a essa tutte le cose sussistono, sono unite e distinte, identiche e opposte, simili e dissimili, i contrari comunicano e gli elementi uniti si sottraggono alla confusione … Ancora grazie a essa tutto comunica con tutto, ciascuno alla sua maniera, gli esseri si amano senza perdersi  gli uni negli altri, tutto si armonizza, le parti si accordano in seno al tutto … le generazioni si succedono, le menti, le anime e i corpi restano nello stesso tempo fissi e mobili perché essa è per loro simultaneamente stasi e movimento, dato che è al di là dell’una e dell’altro.

 Mie riflessioni

 La prima lettura della Messa di domenica 26 febbraio 2012 è tratta dal libro della Genesi e si riferisce all’alleanza stabilita con Noè, i suoi discendenti e tutti gli animali dalla terra salvati nell’arca durante il diluvio.
 Si può considerare quel racconto in diversi modi e con diversi propositi. Una lettura spirituale, che fa risuonare nell’interiorità, lentamente e per diverse volte di seguito, quelle parole che ci giungono  dall’antichità, può risvegliare potenti emozioni, in particolare l’immagine e il desiderio della pacificazione tra i viventi, di quella bontà-bellezza di cui scrisse Dionigi l’Aeropagita.
 E come la mettiamo con la realtà dura della natura, che vediamo sempre travagliata dalla lotta per l’esistenza, addirittura per la stessa sopravvivenza, con i viventi impegnati a mangiare gli altri e a cercare di non essere mangiati o uccisi?
 Le nostre città e la nostra stessa civiltà sono un tentativo di sottrarsi a quel modo di vivere nella violenza. Anche nel nostro quartiere, che in molti documentari è stato ripreso come dimostrazione di un tipo di urbanistica funzionale in cui la bellezza non era certo il primo dei moventi degli architetti e costruttori, troviamo un ordine, espressione di una intenzionalità di bene. Ci sono posti per gli edifici destinati ad abitazione, ci sono le strade in cui si circola secondo la disciplina del codice, tenendo la destra, rispettando i segnali stradali e la regola suprema di non fare del male agli altri, di evitare scontri e investimenti, ci sono marciapiedi per i pedoni. Si cerca di preservare la vita umana. Ma c’è un posto anche per la natura. Gli alberi di via Val Padana, ad esempio, che oggi ospitano colonie popolose di uccelli. Non sono vegetazione spontanea, sono stati piantati con un preciso progetto, lungimirante perché si pensava all’effetto che si sarebbe prodotto dopo venti/trent’anni da quando vennero messi a dimora i “pinetti”. E c’è il “pratone” che via via, alcuni dicono “di elezione in elezione”, da spazio destinato all’ulteriore edilizia (le buche quadrate che ha in mezzo erano spazi per le fondazioni), è stato conquistato al quartiere come territorio franco  per immergersi nella natura ed è stato  organizzato come luogo ameno. Si tratta di un ordine che sentiamo però come precario. Ad esempio, da quando, per i lavori per la metropolitana in piazza Conca d’Oro, è stato necessario istituire una nuova disciplina del traffico e una imponente corrente di veicoli  attraversa il quartiere, lungo via Val di Lanzo, la vita comune è peggiorata. Non credete? Lo si temeva e ricordo che se ne è discusso in parrocchia prima che i lavori iniziassero. Il flusso delle macchine è molto aumentato anche lungo via Val Santerno, passando proprio davanti all’ormai  piccolo sagrato della chiesa parrocchiale, disperatamente presidiato da paletti e catenelle davanti alle scale che portano al marciapiede. Si tratta di cose alle quali si fa più caso quando, o  per malattia o per anzianità, il camminare si fa più incerto e difficoltoso. La velocità della macchine allora fa veramente paura. E’ un’emozione che probabilmente provano, in natura, anche gli animali selvatici verso certi predatori, quando appunto l’avanzare degli anni rende meno acuti i sensi e meno agili gli arti.
 L’ordine della natura è, in realtà, frutto di molta violenza ed è sempre instabile. L’ordine della città deriva dal nostro desiderio di pace. Anch’esso è instabile. A differenza di ciò che avviene in natura, il nostro desiderio è però di preservare i viventi, primi fra essi gli umani. Non lasciamo quindi che la lotta per l’esistenza venga portata alle sue estreme conseguenze; che, poniamo, il grosso SUV faccia fuori la piccola vecchina appena uscita dalla Messa (il pesce grosso mangia il pesce piccolo, secondo l’ordine della natura). Perché?
 Io ho una mia idea in merito, ma mi piacerebbe conoscere l’opinione di chi legge, per discuterne.
Mario Ardigò – AC San Clemente Papa – Roma, Montesacro, Valli.

Domenica 26 febbraio 2012 - letture

Domenica  26 febbraio 2012 –  – Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità – 1° domenica di Quaresima –1° settimana del salterio – colore liturgico: viola

Prima lettura – Dal libro della Genesi  (Gen 9,8-15)

 Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i  vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra”. Dio disse: “Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco  sulle nubi, perché sia segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la  mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne.

Salmo responsoriale  -  Dal salmo 25

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Ricordati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
Ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.

Seconda lettura -  Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 3,18-22)

 Carissimi, Cristo è morto una volta per  sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava  l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi;  non porta via la sporcizia del corpo,  ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte della buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.

Vangelo – Dal Vangelo secondo Marco  (Mc 1,12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.

giovedì 23 febbraio 2012

Mons Ignazio Sanna – “Gesù e i poveri” – intervento del 10-2-12 al convegno “Gesù nostro contemporaneo.

Vi trascrivo l’intervento di mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano, al convegno svoltosi in Roma dal 9 all’11-2-12 sul tema “Gesù nostro contemporaneo”
Mario Ardigò – AC San Clemente Papa – Roma – Montesacro, Valli

Mons Ignazio Sanna – “Gesù e i poveri” – intervento del 10-2-12 al convegno “Gesù nostro contemporaneo.
Gesù e i poveri
Conversazione con Armand Puig Tarrech e Cariosa Kilcommons
(Roma, Convegno Gesù nostro contemporaneo, 10 febbraio 2012)

 Il titolo del mio intervento è: “Gesù e i poveri”. Poteva essere: “Gesù e il povero”, oppure “Gesù e la povertà”. In questo caso, però, il “povero” e la “povertà” sarebbero solo una categoria sociologica o culturale. Parlare di poveri, invece, significa parlare di persone concrete che vivono negli ambienti più diversi ed affrontano le difficoltà più disperate. Mentre Gesù è sempre lo stesso, ieri, oggi e sempre, come ci dice la lettera agli Ebrei, i poveri non sono sempre gli stessi. I poveri che chiedono l’elemosina a Lima non sono quelli che dormono alla stazione di Milano. I poveri che scontano la pena nelle carceri non sono i nuovi poveri divorziati e separati, che dormono nelle macchine o nelle case dei vecchi genitori. E’ necessario allora chiarire anzitutto il concetto di “povertà” e di “poveri”. Per questo chiarimento ritengo di fondamentale importanza il documento di Medellin (Colombia), dell’Assemblea dei vescovi latino-americani (1968) (1).
 Il documento di Medellin presenta tre nozioni di povertà. La prima è quella che si chiama povertà reale e rappresenta una situazione di marginalità, di esclusione, che non comprende il solo aspetto economico. Nella prospettiva biblica, il povero è una persona insignificante, che non conta, non ha alcun peso nella società. L’insignificanza può essere causata da diversi fattori: problemi di carattere economico, per mancanza di mezzi; di carattere culturale, per il colore della pelle, la difficoltà a parlare bene la lingua del paese ospitante, l’appartenenza ad una cultura considerata inferiore; di carattere sociale, per essere donna. Il documento di Medellin chiama questa situazione di povertà disumana. Undici anni dopo, il documento di Puebla la definisce antievangelica.
 In effetti, oggi l’ 82,7% del reddito mondiale è in mano al 20% della popolazione mondiale e i 2/3 dell’umanità si devono accontentare di gestire il 2% del reddito mondiale. Tutto questo rappresenta una vera e propria minaccia per la sopravvivenza stessa dell’umanità. Un tale sbilanciamento della gestione delle ricchezze si ripercuote negativamente anche sui Paesi ricchi, generando disoccupazione, “nuove povertà” che riguardano l’essere più che l’avere, conflitti, immigrazioni di massa, nuove forme di schiavitù, di cui la prostituzione è un segno eclatante.
La seconda è la povertà spirituale. Essa è sinonimo di infanzia spirituale. Consiste fondamentalmente nella capacità di porre la propria vita nelle mani di Dio, di fare sempre e in tutte le circostanze la volontà del Padre, sull’esempio di Gesù. Ovviamente, quando si parla di infanzia spirituale si intende il termine infanzia nel suo significato traslato di stagione dell’anima, indipendente dalla stagione anagrafica dell’organismo umano. In questo senso, una persona di 80
anni può essere adulta fisicamente e “piccola” spiritualmente. La povertà spirituale fa adottare un atteggiamento di umiltà, di dipendenza. Nella storia della spiritualità è ben nota la “piccola via” di Teresa di Lisieux, che consiste nel porre la propria vita nelle mani di Dio. Così ella scrive al riguardo: "La santità non consiste in tale o tal'altra pratica, bensì consiste in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli nelle braccia di Dio, consci della nostra debolezza e fiduciosi fino all'impudenza nella sua bontà di Padre… Quello che piace al buon Dio nella mia anima è il vedermi amare la mia piccolezza e povertà, è la cieca speranza che ho nella sua misericordia… Non temere: più sarai povero, e più sarai amato da Gesù!". In ultima analisi, povertà reale è uguale a insignificanza sociale, mentre povertà spirituale significa fiducia totale in Dio e nella sua provvidenza; significa sopra tutto porre il cuore nel tesoro vero, secondo l’indicazione del messaggio evangelico.
La terza è la povertà come scelta di vita. Il padre del monachesimo occidentale, S. Benedetto, nella sua Regola scrive: "Nel monastero il vizio della proprietà deve essere assolutamente estirpato fin dalle radici. Tutto sia in comune a tutti, come dice la Scrittura, e nessuno dica o consideri sua proprietà qualsiasi cosa”. Anche senza diventare tutti monaci benedettini, non è molto difficile constatare che c'è una povertà subìta, che spesso è generata dalle ingiustizie degli uomini e va lottata, perché non rende felice nessuno. E c'è una povertà liberamente scelta, che rende beati e costituisce la maniera migliore per combattere la prima forma di povertà. Questa è la virtù della povertà evangelica, praticata da Gesù e rimasta nella Chiesa come un segno eloquente della sua presenza in mezzo a noi. S. Francesco d' Assisi l'ha vissuta, anzi l'ha "sposata", come fonte di liberazione, di pace, di perfetta letizia e di fraternità. Un cristiano sceglie liberamente di essere
solidale con i poveri e di vivere in povertà. Una simile scelta è possibile ed è anche giustificata e motivata. Essere solidali con i poveri, tuttavia, non vuol dire amare la povertà per la povertà. La povertà non va mai idealizzata. Essa va piuttosto combattuta. In quanto tale, la povertà è sempre un male da combattere ed eliminare. Talvolta si pensa di essere solidali con i poveri divenendo la loro voce, con la nobile intenzione di dare voce a chi non ha voce. Ma questo non basta. Bisogna fare sì che i poveri stessi abbiano voce, non che noi siamo la loro voce. Essi devono avere voce e diventare i protagonisti del proprio destino.
 Alla luce di questa descrizione delle diverse forme di povertà, ora, ci si può chiedere in che senso si debba parlare di Gesù e i poveri. Diciamo subito che la scelta di fondo di Gesù nei confronti della povertà la troviamo nella sua risposta a Satana, alla fine dei quaranta giorni trascorsi nel deserto:
“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4).
 In base a questa scelta di fondo, Gesù invita i cristiani a chiedere al Padre celeste ogni giorno solo il pane quotidiano (Mt 6, 11) e a non affannarci di quello che mangeremo o indosseremo, dal momento che il Padre nostro conosce ciò di cui abbiamo bisogno (Mt 6, 25-34).
 Dal punto di vista sociale, Gesù era figlio di un artigiano, e, quindi, non era né ricco né poverissimo. Si può dire, perciò, che Gesù sceglie liberamente di vivere da povero. Nella sua vita pubblica egli si adatta allo stile di vita dei “rabbì”, che vivevano dell’ospitalità delle persone simpatizzanti, come viene attestato da diversi passi evangelici (cfr. Lc 8,3; 10, 38).
Sul piano sapienziale, Gesù predica che i beni materiali sono effimeri, danno sicurezze illusorie, schiavizzano il cuore dell’uomo (Mt 6, 24; 13, 22; Lc 12, 15-21). Sul piano profetico, Gesù rivolge dei richiami molto forti ai benestanti: “Guai a voi, ricchi… (Lc 6, 24-26). In questa linea si comprenderanno, in seguito, le invettive di Giacomo contro i ricchi latifondisti (Gc 5, 1-6) e tutte le prese di posizione dell’apostolo Paolo nei confronti del valore effimero dei beni di questo mondo (1Cor 7,30).
 In sintesi, si può dire che in Gesù non c’è una condanna della ricchezza in se stessa e un’esaltazione della povertà economica, la quale, in sé, non può essere considerata un bene. Gesù, però, dice chiaramente che la ricchezza fine a se stessa è idolatria; la ricchezza serve solo per il giusto sostentamento. Proprio per questo motivo, al giovane ricco egli chiede di vendere tutto quello che ha e di darlo ai poveri, prima di porsi alla sua sequela (Mt 19, 21). In ultima analisi, non si tratta della semplice rinuncia ai beni di questo mondo. Questa la fanno anche i filosofi stoici o i maestri spirituali delle religioni orientali: essi rinunciano ai beni per non essere infastiditi dalle cose materiali. Il Vangelo non disprezza la ricchezza in quanto ricchezza, ma la ricchezza fine a stessa, ossia la pura accumulazione di beni, che non ha altra giustificazione se non quella dell’accumulazione stessa. Per questo, il Vangelo propone di usare i beni terreni come segno di amore gratuito, come strumento di condivisione. I beni materiali, infatti, possono occupare il cuore
dell’uomo e diventare l’idolo che prende il posto di Dio (Mt 6, 24). Per seguire Gesù, bisogna imitare Lui, l'unico “buono”, che condivide i suoi beni con tutti, a partire dai bisognosi. Gesù riconosce come figli di Dio e suoi fratelli coloro che hanno compiuto anche un semplice gesto di condivisione e di accoglienza: dar da mangiare, dar da bere, visitare il malato, accogliere il pellegrino. Sono gesti di amore ordinario, feriale, che non hanno nulla di eroico. Sono però gesti che ci permettono di incontrare e amare Gesù in persona, il quale si identifica col povero: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, le avete fatte a me” (Mt 25, 40).
 A proposito di incontrare Gesù nei poveri, il ministro pakistano delle minoranze Shahbatz Bhatti, assassinato nel marzo del 2011, ha scritto nel suo testamento spirituale: “I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro. Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati. Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani.
 Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.
 Dopo questa indicazione generale, possiamo prendere in considerazione un problema concreto piuttosto attuale e domandarci che senso abbia parlare di “opzione preferenziale per i poveri”, così come l’ha teorizzata a suo tempo la teologia della liberazione. A mio parere, ha senso parlare ancora di opzione preferenziale per i poveri a condizione che si precisi il suo vero significato, valido anche fuori della realtà latinoamericana, all’interno della quale essa è stata elaborata. E’ opportuno precisare, infatti, che l’opzione preferenziale significa anzitutto che la solidarietà per i poveri è la “prima” di altre forme di solidarietà. Ma la prima, in questo caso, è un numero ordinale, che, come tale, implica che ci sia una “seconda” e una “terza” forma di solidarietà, e così via. Se così non fosse, si dovrebbe dire semplicemente “una”. Prima è la prima di una serie. Una è semplicemente una e basta. Se l’opzione preferenziale per i poveri viene intesa in questo modo è in pieno accordo con il dato fondamentale del messaggio biblico dell’universalità dell’amore di Dio. E’ vero che Dio ama tutti senza distinzione e senza preferenza; che Dio è creatore e salvatore di tutti. Ma è anche vero che l’amore universale di Dio ha delle priorità. Prima di tutti, infatti, vengono i deboli, i
maltrattati, gli esclusi, gli oppressi, gli indifesi; in una parola, i poveri reali. Ce lo ricorda il profeta Isaia quando descrive la missione del Salvatore dell’umanità: “Lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri” (Is 61, 1); ce lo ripete il cantico che Maria di Nazaret ha donato alla Chiesa: “Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1, 51-53).
 Quindi, non esiste contraddizione tra opzione preferenziale per i poveri e universalità dell’amore divino, oppure, tra amore di Dio e amore del prossimo, come, invece, risulta dalla confessione del povero prete, protagonista del film di Ermanno Olmi Il villaggio di cartone: “Mi sono fatto prete, per fare il bene. Per fare il bene non serve la fede. Il bene è più della fede”. Il metodo cattolico è di inclusione, non di esclusione; si realizza con l’et-et non con l’aut-aut. C’è di sicuro, e ci può essere tensione tra le due istanze. Ma questa tensione è come quella che esiste tra la contemplazione e l’azione, tra la preghiera e l’apostolato, e, quindi, non si può parlare di contraddizione. Nel nostro caso, si può parlare di tensione, nel senso che una dimensione esige l’altra. Benedetto XVI, il 13 maggio 2007, nel discorso inaugurale ad Aparecida, disse: “Possiamo ancora farci un'altra domanda: Che cosa ci dà la fede in questo Dio? La prima risposta è: ci dà una famiglia, la famiglia universale di Dio nella Chiesa cattolica. La fede ci libera dall'isolamento dell'io, perché ci porta alla comunione: l'incontro con Dio è, in sé stesso e come tale, incontro con i fratelli, un atto di convocazione, di unificazione, di responsabilità verso l'altro e verso gli altri. In questo senso, l'opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci con la sua povertà (cfr 2Cor 8, 9)”.
 Nella Lectio divina su At 20,17-38 (il discorso di Mileto) nell’incontro con i parroci e i sacerdoti della diocesi di Roma, l’11 marzo 2011, il pontefice ripeté: “Alla fine appare un elemento importante della Chiesa, dell’essere cristiani. "In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: ‘Si è più beati nel dare che nel ricevere’" (cfr v. 35). L’opzione preferenziale per i poveri, l’amore per i deboli è fondamentale per la Chiesa, è fondamentale per il servizio di ciascuno di noi: essere attenti con grande amore per i deboli, anche se forse non sono simpatici, sono difficili. Ma essi aspettano la nostra carità, il nostro amore, e Dio aspetta questo nostro amore. In comunione con Cristo siamo chiamati a soccorrere con il nostro amore, con i nostri fatti, quelli che sono i deboli”.
 Nel messaggio evangelico, riproposto dal magistero di Benedetto XVI, dunque, l’opzione preferenziale per i poveri non è una categoria sociologica, classista, ma una testimonianza di amore cristiano, con un chiaro fondamento teocentrico e cristologico. Proprio il fondamento cristologico, con al centro il mistero dell’Incarnazione, è alla base della valenza umana del messaggio del vangelo, inclusa l’attenzione per tutti i poveri e tutti coloro che attendono di essere salvati. Il
fondamento cristologico dell’attenzione per i poveri traspare dal modo stesso con cui Gesù si rapporta alle persone: usa delicatezza sia verso i bambini che verso l’emorroissa; mostra di essere capace di cambiare modo di vedere di fronte all’insistenza della donna cananea; si serve di immagini e metafore per parlare del Regno, e tra queste ricorre all’immagine del banchetto, che altro non è se non un modo pratico per invitare alla fraternità. Un modo del tutto particolare dell’attenzione di Gesù per i poveri, poi, è senz’altro il miracolo dei pani. Il primo miracolo dei pani, chiamato tradizionalmente “la moltiplicazione dei pani”, è riportato in termini uguali sia dai sinottici, sia da Giovanni; è l’unico miracolo che Giovanni condivide con i Sinottici. Matteo e  Marco riportano anche un secondo miracolo, per cui si raggiunge il numero totale di 6 racconti di miracolo dei pani. In realtà, nel racconto di questo miracolo, nessuno degli evangelisti parla di moltiplicazione dei cinque pani e due pesci. Il vero significato del gesto che Gesù suggerisce ai discepoli, perciò, è quello della condivisione. Gesù insegna a condividere le cose che si posseggono, soprattutto a condividere il poco, perché cinque pani e due pesci sono poco; nell’episodio evangelico, il poco è condiviso con una moltitudine. Il fatto che il miracolo dei pani sia l’unico racconto evangelico che ritorna 6 volte, secondo Gustavo Gutierrez, da cui attingiamo le nostre riflessioni, sta ad indicare che i discepoli rimasero molto impressionati dal gesto di Gesù, e si resero conto che si trattava di qualcosa di fondamentale per una retta concezione del Regno di Dio. Sotto questo punto di vista, si può veramente affermare che il vangelo è un vangelo di liberazione perché vangelo di umanizzazione. Chi segue Cristo, infatti, l'uomo perfetto, scrive la Gaudium et Spes, si fa lui pure più uomo (GS,41). Il contributo della fede cristiana a far diventare l'uomo più uomo, ovviamente, non va inteso nel senso che la fede cristiana dia qualcosa di più o di diverso alla natura umana rispetto a quanto le possano dare altre istanze religiose o culturali o filosofiche. Il farsi più uomo va riferito al contributo originale che la fede cristiana può dare perché l'uomo sia uomo, sia, cioè, quello che è e che deve essere. In altri termini, il più non si riferisce alla natura umana, come oggetto da umanizzare di più, ma alla fede cristiana come soggetto che umanizza di più, perché parte dall'evento storico dell'umanità pienamente realizzata di Cristo.
+Ignazio Sanna
Arcivescovo di Oristano

(1)
La II Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano si celebrò nella città di Medellín (Colombia) nel 1968 (26 agosto-6 settembre).

mercoledì 22 febbraio 2012

Dal presidente: l'Azione Cattolica, la parrocchia e il quartiere (2^ parte)

Dal presidente: l'Azione Cattolica, la parrocchia e il quartiere (2^ parte)

Continuo la riflessione avviata nel blog il 5 febbraio scorso sul ruolo della nostra parrocchia e dei gruppi che ad essa fanno riferimento. Il primo compito è quello di annunciare il Vangelo, trasmettere principi di fede, alimentare la vita della comunità parrocchiale. In breve dalla parrocchia e dai gruppi deve venire un'offerta di senso, una proposta di vita nuova, una sollecitazione alla conversione evangelica, un cammino di fede, una sperimentazione di vita comunitaria.
E’ vero tutto ciò per la nostra parrocchia? E’ possibile fare una diagnosi onesta?
Esattamente due anni fa i parrocchiani hanno avuto l’opportunità di rispondere in modo anonimo a un questionario di due sole domande sulla loro partecipazione alla Messa. Hanno risposto in 273. Ecco i risultati.

Prima domanda: “Cosa significa per te la partecipazione all’Eucaristia domenicale?”Lo spoglio e la lettura delle schede compilate relative alla prima domanda hanno fatto emergere le seguenti tendenze di sintesi:
·     sottolineatura dell’aspetto sacramentale e della dimensione individuale nella partecipazione all’Eucaristia (143  schede, pari al 52%);
·     sottolineatura della dimensione intimistica ed emotiva nella partecipazione all’Eucaristia (90 schede, pari al  33%);
·     sottolineatura della dimensione comunitaria della celebrazione (28 schede, pari al 10%);
·     casi particolari (12 schede, pari al 5%).
Come si vede, la metà dei fedeli (52%) sottolinea l’aspetto sacramentale e la dimensione individuale nella partecipazione all’Eucaristia; un terzo dei fedeli (33%) esplicita la dimensione intimistica ed emotiva di questa partecipazione; solo una minoranza (10%) ne sottolinea infine la dimensione tipicamente comunitaria. Questi dati rivelano che i livelli di coscienza della propria partecipazione da parte dei fedeli sono articolati e non autorizzano dunque una diagnosi netta e univoca.
 
Seconda domanda: “Cosa cambia nella tua vita concreta la partecipazione all’Eucaristia domenicale?”Lo spoglio e la lettura delle schede compilate relative alla seconda domanda hanno fatto emergere le seguenti tendenze di sintesi:
·     cambiamenti nella sfera personale individuale (serenità, vivere meglio, controllo di vizi e difetti, pace interiore, ecc.) (119 schede, pari al 44%);
·     cambiamenti nei comportamenti sociali e nei rapporti con gli altri (aiuto al prossimo, testimonianza della propria fede, amicizia, ecc.) (43 schede, pari al 16%);
·     cambiamenti nella propria relazione con Dio (preghiera, conforto, ascolto della Parola, ecc.) (80 schede, pari al 29%);
·     nessun cambiamento (18 schede, pari al 7%);
·     casi particolari (13 schede, pari al 4%).

Come si vede la partecipazione alla Messa produce risultati significativi soprattutto nella sfera personale individuale (44%.) e nella relazione personale con Dio (29%); solo una minoranza del 16% rivela cambiamenti nei comportamenti sociali e nei rapporti con gli altri (aiuto al prossimo, testimonianza della propria fede, amicizia, ecc.).
 

Dall’insieme delle risposte emerge nitidamente l’esigenza di lavorare particolarmente sulla dimensione comunitaria. L’annuncio del Vangelo e l’Eucarestia, almeno nella nostra parrocchia, sono in grado di dare risposte alle domande più individuali e personali, ma lasciano ancora insoddisfatti sulla capacità di generare una comunità viva.
Il gruppo di AC è impegnato da anni proprio sulla dimensione comunitaria della vita di fede e della liturgia. Con cadenza settimanale infatti:
  • il gruppo legge, studia, approfondisce e verifica la Parola di Dio che viene annunciata nella Messa della domenica successiva;
  • il gruppo anima settimanalmente la Messa domenicale del mattino fornendo alla comunità il servizio liturgico completo (monizioni, letture, canto, raccolta delle offerte, servizio all’altare, preghiera dei fedeli, ecc.).

Pur nell’ovvia coscienza che la qualità dell’impegno sia sempre migliorabile, credo si possa onestamente riconoscere che il nostro gruppo di AC dedichi gran parte del suo tempo a quello che ho definito il primo compito della comunità parrocchiale. Nelle prossime puntate vorrei continuare la verifica sugli altri compiti della parrocchia.