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Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce abitualmente il martedì alle 17 e anima la Messa domenicale delle 9.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 31 marzo 2012

Buttarsi nella mischia – mie riflessioni

Buttarsi nella mischia – mie riflessioni

[…]
Stolto sarebbe chi volesse trarre da questa mia decisione la conclusione che l’AC è ormai superata. Chi mi attribuisse questa intenzione offenderebbe profondamente i miei più cari sentimenti.
 E’ con tanto dolore che lascio questa organizzazione giovanile alla quale qualcosa ho dato, ma dalla quale molto più ho ricevuto e nella quale resterò sia pure umile gregario, per poter alimentare la mia lampada e potere essere sempre ed ovunque apostolo di Cristo.
 Ma vana sarebbe l’opera dell’AC se non sapesse formare gli uomini per tutti quei campi di lavoro che l’apostolato e l’attività umana esige.
 Preparato dall’AC, con lo spirito che in essa ho assimilato, mi lancio pieno di speranza nel nuovo campo di lavoro sicuro di non lasciare scoperto quello che abbandono perché anime generose raccoglieranno l’eredità.
 Non mi sono scelto una posizione comoda, ma una irta di difficoltà in tutti i sensi.
 Mi sembrerebbe ingeneroso però non buttarmi nella mischia quando tanti figli delle tenebre si affaticano in politica a combattere Cristo e la sua Chiesa.
 Unicamente per Lui, i miei passi intraprendono un nuovo sentiero

 Dalla lettera che Giuseppe Lazzati (dirigente dell’AC, professore universitario, politico, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) scrisse il 20-10-1945 all’Arcivescovo di Milano card. Shuster per confermare la sua decisione di impegnarsi in politica, lasciando il suo incarico di presidente diocesano della Gioventù di AC (trascritta in Lazzati, un cristiano nella città dell’uomo, a cura di Armando Oberti, editrice AVE, 1996, pag.225, € 8:00 (disponibile in commercio).

 Anche se è tutto sommato piacevole incontrarsi in AC, non sarebbe giusto pensare che il fine del nostro stare insieme sia quello di sottrarci temporaneamente alle vicende della società in cui viviamo, in una sorta di ristoro religioso. La storia dell’AC dovrebbe convincerci invece che lo scopo è quello di prepararsi per buttarsi nella mischia, secondo l’espressione di Lazzati.
 Questo forse è più chiaro da giovani. Da anziani si pensa forse di avere già dato e che sia giunto il momento di “riposarsi”. In realtà non è proprio così, specialmente ai nostri tempi. In una società in cui ci sono molti più anziani di un tempo, e sempre più ce ne saranno, si richiederà  loro un ruolo molto più attivo di una volta. La differenza è che i giovani guardano a traguardi più lontani mentre chi è più avanti negli anni è più attento alla quotidianità. E’ scritto che gli uni profeteranno e gli altri faranno sogni, nell’età dello spirito. Ho letto molte interpretazioni di questo “fare sogni”. Potrebbe intendersi come la capacità di avere uno sguardo soprannaturale, per cui ciò che ci circonda, viventi e cose, appare come trasfigurato?
 Nella riunione di martedì scorso  una gentile signora del nostro gruppo, vedendo vicino a me mia figlia liceale, ha osservato che una ragazza così giovane dovrebbe stare con i giovani, mentre l’età media della nostra AC è abbastanza elevata. Io le replicato che allo sguardo soprannaturale le persone appaiono non più fiaccate e mutate dagli anni e dalle traversie della vita. In una prospettiva religiosa questo riesce meglio. Ma accade anche quando si  è animati da altre idealità. E’ allora che talvolta dalla gente emerge un popolo, nella continuità delle sue generazioni.
 Ho invitato le mie figlie a seguirmi, con mia moglie, nella nostra AC per dare loro il senso che il nostro nuovo impegno non è un ricominciare da capo. Mettiamo mano ad un’opera che altri prima di noi hanno intrapreso, sostenuto, arricchito e tramandato. Non è così che funziona la fede? Temo i propositi di palingenesi, quando appunto si vuole ricominciare da zero, e non vorrei certo ripartire come ai primi tempi. La storia è una maestra sapiente, a saperla intendere e, ancor prima, conoscere. Chi la rifiuta rischia di ripetere tutti gli errori di un lungo passato, è stato osservato.
 L’AC non è solo per giovani, né solo per adulti o per i più anziani: è per tutti. Centrale nella sua esperienza è l’autoformazione, non l’indottrinamento. Questo lavoro richiede un recupero della continuità generazionale, perché, specialmente nelle cose religiose, gli stili di vita si tramandano di generazione in generazione, nel contatto vivo e nel dialogo tra l’una e l’altra.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

Nota organizzativa:
 Il nostro gruppo di AC si riunisce ogni martedì (non quello dopo Pasqua) alle ore 17 in una sala parrocchiale al primo piano. Provenendo dalla chiesa, si prenda il corridoio davanti all'ufficio del parroco, poi si giri a sinistra e poi subito a destra per l'androne delle scale. Provenendo dal portone su via Val Sillaro, girare subito a destra e poi ancora  a destra, per l'androne delle scale.

venerdì 30 marzo 2012

Salvazione / liberazione: mie riflessioni

Salvazione / liberazione: mie riflessioni

 Se penso alla storia del diluvio universale, la trovo un buon esempio di ciò che si può intendere per salvezza. Le acque salgono e caparbiamente si costruisce il vascello che consentirà di preservare le vite degli altri. L’uscita, piuttosto movimentata, degli israeliti dall’Egitto mi pare che invece renda bene l’idea della liberazione. Emotivamente quest’ultima mi prende  più di quell’altra. Ricordo del giorno della prima Comunione di mia figlia minore, di quando fu intonato quel canto che fa, grosso modo, “rovesciò in mare cavallo e cavaliere…”, più o meno così. Mi edificò, eppure, a pensarci bene, si riferiva a una scena piuttosto cruenta. In qualche modo quando immaginiamo un impegno nel sociale mi pare che oscilliamo tra quelle due idee di cui dicevo: salvazione-liberazione. Entrambe poi mi paiono riassunte nell’ideale pasquale di noi cristiani.
 Non mi è mai riuscito di capire bene e a lungo il senso profondo della salvazione/liberazione proposta dalla nostra fede. A volte mi pare di essere riuscito a interiorizzarlo, ma spesso mi capita di rendermi conto di doverlo riscoprire.
 Zelo zelatus sum pro Deo Domino exercituum – Ardo di zelo per il Signore delle schiere celesti: è il motto dei carmelitani. Ma nei nostri propositi religiosi la liberazione va insieme alla salvazione; nei nostri momenti migliori ci proponiamo infatti di salvare tutti. Si va tutti insieme alla vita eterna, come sottolinea spesso nella liturgia della Messa il nostro don Carlo. La nostra, insomma, non è milizia di sterminio.
 Ma allora, chi sarà vindice dei giusti oppressi?
 Non riesco a immaginare, in certe situazioni, che non si lotti.
 In fondo lo facciamo anche in democrazia, quando non ci accontentiamo di una composizione degli interessi divergenti, ma continuiamo a preoccuparci di chi sta peggio.  E’ il concetto politico di democrazia cristiana di cui trattava Giuseppe Toniolo, tra poco beato, nel brano che ho trascritto ieri; idea che di cui si cominciò a discutere tra noi cattolici italiani alla fine dell’Ottocento (e dopo pochi anni venne sul punto una reprimenda pontificia).
 Per quanto la nostra religione non si risolva solo in  questo, l’operare nel sociale può avere anche un senso religioso. Non è forse questo quello che si propone di fare la nostra Azione Cattolica?
 Come il gesto di spezzare e dividere il pane può diventare il simbolo della nostra fede, così può essere per un impegno di  liberazione/salvazione del fedele laico, in particolare attuato secondo il metodo democratico, che appunto significa lottare ma preservando le vite altrui.
 Eppure, ricordiamolo, l’affermazione degli ideali democratici non è stata né facile né incontrastata in religione. La composizione di fede/democrazia, nello spirito di liberazione/salvazione, è stata storicamente, ed è, caratteristica peculiare dell’ideale dell’Azione Cattolica. E’ ciò che la distingue da diversi altri gruppi di spiritualità laicale, alcuni dei quali hanno anche un forte e meritorio impegno nel sociale.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli



giovedì 29 marzo 2012

Giuseppe Toniolo (1845-1918) – sulla democrazia cristiana

Giuseppe Toniolo (1845-1918) – sulla democrazia cristiana

 Vi ha indubbiamente oggidì fra i cattolici di tutta Europa, un movimento sociale, sotto la denominazione di democrazia cristiana, il quale non è artificioso, ma ha la sua logica e storica espressione che il pubblico sente ed intuisce meglio forse che gli scienziati non riescono a definire categoricamente. Qualunque sia il significato etimologico (in vero poco esatto) di questa parola democrazia cristiana, essa nel senso comune attualmente accolto dinota un insieme di dottrine e di azioni pratiche per parte dei cattolici  in favore del popolo. E questa parola popolo (in cui favore si dispiega tale movimento teoretico e pratico) s’intende contemporaneamente in due sensi: in quello ampio di intera popolazione con tutte le sue classi (ciò corrisponde a società) e in quello più ristretto di classe inferiore. E ancora questo movimento teoretico e pratico si riferisce tanto all’ordinamento etico sociale, quanto all’ordinamento politico o Stato. E quindi la odierna democrazia tende a costruire: “in primo luogo e come fine essenziale, un ordinamento etico e sociale che converga proporzionalmente a beneficio di tutte le classi e inspecie delle classi inferiori; e in secondo luogo, come mezzo accidentale a quel fine un ordinamento giuridico e politico a cui partecipino proporzionalmente tutte le classi, ed in cui abbia un posto suo proprio anche la classe inferiore”.  Questa, se io non erro, nei suoi due aspetti principali, è la tendenza o l’indirizzo ideale pratico, che si nasconde sotto il nome di democrazia, al quale si aggiunge il predicato di cristiana, perché quel programma non si oppone, anzi corrisponde ai principi filosofici e alle tradizioni del cristianesimo o meglio del cattolicesimo.

Dallo scritto di Giuseppe Toniolo “La genesi dell’odierno proletariato e il movimento democratico cattolico”, pubblicato in Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, 1898.

Nota: Giuseppe Toniolo sarà beatificato il 29 aprile 2012.

mercoledì 28 marzo 2012

riun. 27-3-12: miei appunti dalle riflessioni di don Jim

Riunione del 27-3-12 del Gruppo di AC in San Clemente Papa: miei appunti dalle riflessioni di don Jim sulle prime due letture di domenica 1 aprile 2012, Is 50, 4-7 e Fil 2,6-11

 Il discepolo è uno che ascolta: se non ascoltiamo, predichiamo solo noi stessi. Gesù  ci viene mostrato come una persona che ascolta, infatti dice quello che sente dal Padre. Spesso ci viene presentato mentre prega in luoghi solitari.
 Di fronte alle difficoltà, spesso noi non andiamo diritto, cerchiamo invece di evitarle, per salvarci. In questo non seguiamo l'esempio di Gesù.
 Essere cristiani non è un privilegio, ma un servizio verso gli altri. Dovremmo essere come il lievito o il sale di una società. Lo possiamo diventare dando la vita per dare la luce agli altri, così come una candela si consuma per dare luce. Con la nostra vita dovremmo illuminare il mondo.
 Essere cristiani non significa solo essere persone ben educate, brave persone. In questo non ci sarebbe differenza con gli altri che cercano di esserlo ma non in una prospettiva religiosa.  Non si deve ridurre il cristianesimo ad essere dei buoni cittadini.
 Il problema è che cerchiamo sempre di preservare la nostra vita, intesa anche come mentalità. Invece siamo chiamati a salvare il mondo e dobbiamo mostrare con il nostro atteggiamento la via della salvezza.
 La gloria di Dio è l’essenza di Dio. Spesso non mostriamo agli altri la nostra gloria. Nella vita sociale è come se indossassimo delle maschere, adattando la nostra condotta agli ambienti in cui ci troviamo. Abbiamo timore di mostrarci come veramente siamo.  Gesù invece si è mostrato quale era. E dopo l’incontro con Cristo non dovremmo rimanere le stesse persone.

Programma per la Settimana Santa e per quella successiva: martedì prossimo, 3 aprile 2012, dalle 17 alle 18:30 assisteremo a un film. Il martedì successivo, 10-4-12, non ci sarà la riunione settimanale.

Da Mario Ardigò, AC in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 26 marzo 2012

Oltre la natura?

Oltre la natura?

“…il grande e misterioso sta in questo: che il Signore non si è contentato del Suo primo disegno, quello della natura, quello che a noi è conoscibile. Ha voluto sovrapporre un’altra serie di rapporti con noi che sono ineffabilmente più profondi, più vivi, non ci sono svelati con la stessa chiarezza e accessibilità da noi, quanto sono le cose nella scena naturale; ma sono ancora più reali e più nostre, queste relazioni che, dicevo, vuole instaurare che non quelle che troviamo stabilite nell’ordine naturale stesso”.

 Da un discorso pronunciato dal card. Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, l’11 aprile 1963 nel Duomo di Milano, durante la Messa “In coena Domini” del Giovedì santo.

Mie riflessioni

 Ad un certo punto della mia vita la natura ha cessato di parlarmi del soprannaturale, di esserne una prova, come dicono i teologi. Quando  è successo? Quando il mio fisico ha cominciato a deludermi. Allora ho cominciato a osservare la violenza che regola la vita degli altri viventi, animali, piante e tutti i microrganismi. La morte su larga scala che è condizione necessaria per la continuazione della vita sul nostro pianeta, non solo frutto del nostro male morale. Ho cominciato a ragionare sulla precarietà dell’ambiente in cui ci è dato vivere, con i suoi sconvolgimenti spesso imprevedibili e difficilmente fronteggiabili, e dello stesso cosmo (stelle che esplodono, galassie che si scontrano). Tutto questo mangiarsi a vicenda che sarebbe poi il senso delle catene alimentari. Mi è diventato un po’ più difficile vedere in tutto ciò, nella realtà come la sperimento, quel “disegno intelligente” soprannaturale di cui spesso si parla trattando dell’universo e, in particolare, della biologia.
  Ma sono diventato più sensibile a quegli altri rapporti, a quelle altre relazioni a cui faceva riferimento il Montini nel brano che ho sopra trascritto. E’ vero, non se ne può avere una visione chiara e accessibile come quella della natura intorno a noi. Eppure per me indubbiamente esistono. Parlando con le mie figlie, dico spesso che in certe cose occorre una visione soprannaturale. Entrando nell’età anziana mi pare di esserne più capace. Giro per il nostro quartiere, che certo non può essere considerato un modello di bellezza urbanistica, e scopro di essergli affezionato. Anch’esso ha ora per me una costituzione soprannaturale, come quella che intravedo in molti miei simili. Vi vedo più di quello che appare e si sperimenta.  Forse per l’aura che gli deriva dai miei ricordi del passato, del tempo che vi ho vissuto fin da piccolo, con persone chi mi volevano bene, alcune delle quali non sono più. Da ragazzo non lo consideravo più di un agglomerato di cose, invaso da estranei. Ora mi piacerebbe farne qualcosa di diverso. E’ anche per questo che sono entrato nell’Azione Cattolica della nostra parrocchia.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

domenica 25 marzo 2012

La processione della domenica delle Palme

La processione della domenica delle Palme

E’ stato calcolato che l’effetto di una predica dura al massimo due minuti e  trentacinque secondi, mentre il predicatore può sentirsi elevato  anche per cinque … Ecco perché Nostro Signore ha dovuto istituire i Sacramenti.

da Girl in May (it.: La Ragazza di Maggio) di Bruce Marshall. Edito in Italia da Longanesi fino agli anni ‘70, ma da allora non più ristampato in italiano.

 Domenica prossima è la domenica delle Palme. Dalla prima Messa della mattina in parrocchia distribuiranno rametti di  ulivo benedetti. Alla fine della Messa delle nove, quella animata dal gruppo di Azione Cattolica, la chiesa sarà chiusa. Dal cortile vicino, alle nove e trenta, dopo la solenne benedizione di rametti di ulivo (negli anni passati c’erano anche veri rami di palma), partirà una processione che percorrerà alcune vie del quartiere, si dirigerà verso piazza Capri, passando per via Val Sesia, e poi tornerà indietro verso la chiesa, transitando anche nei pressi di casa mia. La processione infine entrerà  in chiesa, per primo il sacerdote che porta il Crocifisso. Seguirà la Messa con la lettura a più voci di un brano del  Vangelo di Marco che narra la Passione di Gesù. La Messa successiva inizierà alle undici e trenta.
 Ho seguito molte processioni in vita mia, cominciando da quando facevo il Lupetto ed ero parte della scorta d’onore della liturgia. Quelle di paese si integravano meglio nel contesto urbano. In qualche modo accadeva anche nel corso di quelle che partivano da piazza Sempione, davanti alla Chiesa degli Angeli Custodi. L’urbanistica ha una sua importanza in questo. Nel nostro quartiere delle Valli, le strade e i palazzoni sono meno accoglienti per simili celebrazioni. Forse perché non c’è un vero e proprio centro. Le strade sono attraversate da un flusso incessante di veicoli con gente dentro che viene da altre parti e va da altre parti. Scarseggiano i posti dove la gente ha piacere di trattenersi. Solo via Val Padana si avvicina un po’ ad essere un luogo ameno, in alcune giornate. Ma mia nonna materna, quando veniva da noi e mi portava a spasso da piccolo, esclamava ogni tanto, contemplando i dintorni, “Ah, questi casermoni!”. Insomma la preghiera sembra essere un po’ fuori posto, all’esterno della parrocchia.
 Eppure anche quest’anno si va. Non da propagandisti porta a porta. Ma nella speranza, religiosa e quindi insensibile a certe dure realtà, che un po’ della luce che talvolta sentiamo in noi traspaia all’esterno.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli


sabato 24 marzo 2012

Desiderio, attesa e virtù

Desiderio, attesa e virtù

Il desiderio della visione: la fede.
Il desiderio del possesso: la speranza.
Il desiderio dell’amore: la carità.
Con l’attesa, Dio accresce il desiderio.
Con il desiderio, scava le anime.
Scavandole, le rende più capaci di riceverlo.

Da Commento alla Prima lettera di Giovanni 4,6, di Agostino di Ippona.

 Gli antichi avevano le loro idee su come funzionano  il mondo e la gente. Questa immagine del desiderio che ti “scava” dentro  è suggestiva. Chissà pero se è vero quello che segue, vale a dire che, creato uno spazio vuoto, poi dentro ci vanno cose che portano al bene? Nell’esperienza comune, spesso la povertà, sia materiale che spirituale, inaridisce le persone e il desiderio inappagato le disillude o addirittura le incattivisce.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 23 marzo 2012

Il risveglio dello spirito assopito – mie riflessioni

Il risveglio dello spirito assopito – mie riflessioni

Dal romanzo Siddharta di Herman Hesse (pubblicato nel 1922)
edizione italiana Adelphi 1973 (titolo ancora in commercio per Adelphi, € 10,00)

 Ed ecco, da riposti ricettacoli della sua anima, dalle remote lontananze della sua vita affaticata, palpitò un suono. Era una parola, una sillaba, ch’egli pronunciava senza rendersene conto, con voce cantilenante, l’antica parola con cui hanno inizio e fine le preghiere dei Brahmini, il sacro Om, che equivale a “perfetto”, o,”il Perfetto”. E nell’istante in cui il suono Om sfiorò l’orecchio di Siddharta, immediatamente si risvegliò il suo spirito assopito …
 “Om!” diceva tra sé e sé: “Om!”. E seppe di Brahma, seppe dell’indistruttibilità della vita,seppe  del Divino,seppe di nuovo tutto ciò che aveva dimenticato.

  Siddharta è un libro che ebbe molto successo durante la mia adolescenza. Ambientato nell’India all’epoca del Buddha, narra di un uomo che, lasciata la famiglia d’origine per insoddisfazione spirituale, finisce per immergersi nella vita profana e poi riscopre il sentire religioso. Gli anni ’70, tremendi sotto certi aspetti,  furono nondimeno un tempo propizio per certi argomenti.
 Se dovessi provare a descrivere l’esperienza religiosa la paragonerei al partecipare ad un canto molto coinvolgente, in un coro. Voglio dire che essa va molto oltre le parole e i concetti. Può essere evocata provando a ripetere certe preghiere apprese da ragazzi, come  accade al protagonista del romanzo di cui dicevo.
 Anche quando le scienze riusciranno a spiegarci lo spirito umano, nelle sue basi biologiche e, in particolare, neurologiche, tuttavia penso che il vivere da esseri spirituali caratterizzerà sempre gli umani, la loro soggettività. In particolare determinerà le loro scelte.
 E’ paradossale che, come è stato osservato, in un’epoca come la nostra in cui le conoscenze degli umani hanno raggiunto livelli incomparabili con quelli dei passati millenni, rimanga tuttavia così importante il determinarsi per intuizioni spirituali.  E forse solo per tale via è pensabile una vera unificazione del genere umano, le cui dinamiche, altrimenti, rimangono piuttosto imprevedibili.
 Si vorrebbe, ad esempio, provare a garantire a tutti una fonte di reddito sufficiente ad un’esistenza libera e dignitosa, secondo l’espressione che troviamo nell’art.36 della nostra Costituzione, ma questo storicamente si è rivelato una meta irraggiungibile, anche nelle economie pianificate delle società totalitarie comuniste. Ogni pronostico economico a lungo termine tende infatti a rivelarsi fallace, se si computano gli esseri umani e le loro azioni come semplici oggetti.
 Nel bene e nel male, non ci si rassegna alla pura razionalità del sistema in cui si è inseriti. Ad avere solo ciò che spetta. Al fatto che qualcuno debba essere abbandonato a sé stesso, anche se gli esperti dicono che poi, complessivamente, le cose andrebbero meglio. Da un certo punto di vista, l’ideale di giustizia sociale può essere accettato solo con spirito religioso.
 Ed in effetti poi si deve constatare che quando si è tollerato l’azzardo morale, la spietata legge di natura per cui la violenza prevale, il farsi lecito tutto ciò che si può, le cose per gli umani non sono andate meglio, ma molto peggio.
 La via di salvezza non sta, sembra di poter capire, nella sicurezza delle cose e nell’accettare la legge di natura, dalla quale pure siamo stati plasmati nelle ere antiche e che ora probabilmente ci porterebbe invece fino allo sterminio globale, ma nel prestare ascolto a una voce e nel seguire una luce  che ci si manifestano solo in un’esperienza spirituale.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.




giovedì 22 marzo 2012

Paradossi nell’etica religiosa

Paradossi nell’etica religiosa

 Ricordo che diversi anni fa, in una riunione dei genitori dei ragazzi che avevano appena ricevuto la Cresima, furono proposte della attività per i neo-cresimati e, insomma, nell’illustrarne i vantaggi alle famiglie si disse che così la parrocchia avrebbe, come dire, provveduto a raddrizzarli. Io espressi delle obiezioni, anche se poi, concordando in questo con mia moglie che mi aveva rimproverato, mi dissi che non avevo scelto il momento giusto per esporle. C’è un tempo per gioire e uno per obiettare e quello doveva essere solo un tempo per la gioia.
 Certamente una religione, se si diffonde molto in una società, può ad un certo punto essere presa come riferimento per quel minimo etico comune che deve sempre esserci  alla base di ogni istituzione pubblica comunitaria, come è lo Stato e come sono le altre organizzazioni che, a vari livelli, curano il governo e il benessere di tutti (almeno nei propositi).
 Se consideriamo il Decalogo, vi vediamo espressi ideali che ancora oggi sono il fondamento di norme giuridiche vigenti da noi in Italia: non rubare, non uccidere, non dire falsa testimonianza, ma anche non turbare l’ordine della famiglia, assistere i parenti bisognosi, in primo luogo i più giovani e gli anziani, non estraniarti dalla vita della comunità, rispetta i principi supremi su cui la vita comune si basa. Si tratta di valori che si chiede a tutti di accettare con convinzione, non solo per il timore di una sanzione o nell’aspettativa di un vantaggio, di un’utilità. Devono essere, come dire, scritti sui cuori, se si vuole essere buoni cittadini. Nella pedagogia civile si cerca quindi, con buoni argomenti, di spiegarli ai più giovani, nell’interesse di tutti. E, in effetti, dobbiamo constatare che questo lavoro ha successo, perché la nostra società si regge, non si dissolve. La trasgressione c’è e storicamente dobbiamo constatare che c’è sempre stata. Ma di solito coinvolge sempre minoranze tutto sommato esigue.
 Ciò detto, ai tempi nostri non è più necessario avere una visione religiosa per convincersi a condividere quel minimo etico di cui dicevo. Basta arrivare a capire che la grande complessità delle società umane contemporanee, nelle quali storicamente si è realizzato il massimo livello di benessere mai raggiunto dalla specie umana nonostante l’enorme incremento della popolazione, richiede una collaborazione attiva, consapevole, di tutti. E’ quello che accade, ad esempio, nella gestione dei rifiuti prodotti dalla vita della gente, che sono aumentati moltissimo, sia per l’incremento  degli abitanti delle città, sia perché il livello di igiene e di sicurezza che oggi pretendiamo richiede involucri, contenitori e simili che in passato non venivano usati: così, se non vogliamo vivere sommersi dall’immondizia, dobbiamo abituarci all’impegno, che è anche culturale, della raccolta differenziata.
 Osservo anche che la religione cristiana non si presta facilmente a diventare quello che si definisce “religione civile”, il minimo etico di una società. Questo per il suo carattere paradossale, che è come dire, in un certo senso, irragionevole dal punto di vista del senso comune. Esso è bene rappresentato da certe figure esemplari, come Francesco d’Assisi, considerato da molti, ai suoi tempi e nella sua città, un figlio ribelle. Del resto, siamo sinceri, chi ai nostri giorni vorrebbe avere un figlio così? Dico, naturalmente, senza essere sicuri che lo faranno santo, ma forse anche in questa prospettiva. Eppure uno come Francesco d’Assisi fu prestissimo riconosciuto come santo cristiano e oggi, addirittura, nel Nuovo Mondo ci sono metropoli che tramandano il suo ricordo e quello dell’opera dei suoi seguaci (San Francisco, Los Angeles ecc.).
 Ma, in definitiva, non è proprio questo carattere “strano” della nostra religione che ci avvince? L’idea, così contrastante con la realtà che ci circonda e che tocchiamo con mano, di una tenerezza che avvolge tutte le creature, di trovare sempre chi risponde, se lo si invoca con cuore sincero, e chi rialza colui che cade, e via dicendo seguendo le Scritture.
 Penso che il cristiano possa essere anche un buon cittadino, dal punto di vista di una comunità civile, purché quest’ultima non pretenda di essere l’unico suo riferimento.  Tuttavia forse l’integrazione civile non è tutto per lui. E, devo dire, nella formazione che ho avuto fin da bambino, non mi venne mai proposta come meta. Né, ammetto, io ho mai presentato alle mie figlie in questo modo la nostra religione. Del resto il nostro primo maestro non fu certamente un modello  in questo: fu infatti giudicato colpevole e messo a morte da chi comandava ai suoi tempi. E, riflettendoci, mi pare di aver capito che, storicamente, l’efficacia del cristianesimo come agente di cambiamento del mondo sia dipesa proprio da questo suo carattere paradossale, per il quale, al dunque, esso finì sempre per suscitare insoddisfazione e critica morale e sociale verso tutti i vari accomodamenti sui quali si fondavano le società che attraversò, permeandole e trasformandole.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 21 marzo 2012

Su che cosa fondare una fede religiosa oggi – mie riflessioni

Su che cosa fondare una fede religiosa oggi – mie riflessioni

 Nella riunione di ieri del gruppo di Azione Cattolica in San Clemente Papa tutto cooperava a farci riflettere su che cosa fondare oggi una fede religiosa come quella nostra: le letture della Messa di domenica prossima, le sequenze del film del regista Martin Scorsese L’ultima tentazione di Cristo (1988), i miei appunti da una relazione tenuta nel 2006 da mons. Giuseppe Lorizio.
  Nel credere religioso sono implicati vari fattori: una storia di collettività, quella biblica e quella di dove proveniamo noi, molteplici culture che sono andate formandosi e sviluppandosi nei millenni intorno ad un’idea iniziale tramandandoci tradizioni, scritture e modi di intenderle, la nostra particolare storia personale e familiare, la nostra lingua, gli incontri che abbiamo fatto, i nostri particolari modi di essere, con una certa condizione fisica ed emozioni e affettività, esperienze di vita, conoscenze, capacità, volontà. Anche se la conversione viene descritta come un nuovo inizio, bisogna riconoscere che non si parte mai da zero. E per quanto la conversione significhi anche cambiamento, se si cercasse veramente di fare piazza pulita di ciò che si era stati prima si scoprirebbe probabilmente di aver tagliato anche la buona radice.
 Personalmente non ho mai vissuto l’esperienza della conversione. Fin da bambino sono stato formato nella mia fede religiosa e non l’ho mai messa in dubbio, neanche quando, da più giovane, sono stato meno assiduo nella liturgia e ho vissuto con più fatica la disciplina canonica. Oggi, avvicinandomi verso l’età anziana, e forse essendoci già dentro, a cinquantaquattro anni, tutto è più facile.
 Si è solo trattato, per me, di scoprire, crescendo, in quanti altri modi si poteva esprimere la propria religiosità. Fondamentalmente ho seguito degli esempi di umanità, innanzi tutto quelli dei sacerdoti che ho incontrato, che non mi hanno mai deluso. In questo l’emotività ha avuto senz’altro un ruolo importante nel mio credere.
 Avere una fede religiosa significa per me non farmi assorbire completamente dalle dinamiche della società in cui vivo e dallo stesso fluire della vita fisica nel mio corpo. E’ un’esperienza di libertà che desidero fare sulla base di un certo mio innato spirito di indocilità e di insoddisfazione, quindi di questo mio particolare e preesistente carattere, che non è stato fonte solo di cose cattive. Qualcosa come un moto di ribellione. L’ho trovato bene espresso in un detto di Aldo Capitini, quando sbottava che lui non riusciva proprio ad accettare la legge per la quale il pesce grosso deve mangiare il pesce piccolo.
 Ma di fronte a quello che osservava mons.Lorizio, che, insomma,
l’atto del credere, la fede come atto e come contenuto, trascende sempre e comunque anche le sue espressioni pubbliche, sociali e giuridiche. Come trascende le sue espressioni etiche. Non si tratta di credere in un quadro di valori, non si tratta di fare delle battaglie per delle leggi. L’atto del credere riguarda il mio rapporto di persona, quindi soggetto relazionato, con Gesù Cristo. Questo è il punto. Cioè l’atto del credere in fondo altro non è se non la mia risposta personale, di soggetto relazionato, alla domanda “Voi chi dite che io sia?”, “ Tu chi dici che io sono?”.
che dico?
 Sarebbe stato diverso, per me, quanto al credere religioso, che le cose, nella Gerusalemme di circa duemila anni fa, in quella Pasqua di morte e di rinnovata speranza di cui mi si è tanto a lungo narrato, fossero andate diversamente, se quel processo non ci fosse stato, se quell’esecuzione atroce non fosse avvenuta?
 Affettivamente, emotivamente, sono molto legato a tutti gli articoli del Credo. Nella formazione che ho ricevuto sono riusciti molto bene a rendermi presente il significato di quegli eventi, le persone stesse che vi parteciparono. Certamente, per quell’opera paziente e amorevole di tanti che mi hanno preceduto e che mi hanno affiancato, l’antico maestro mi è molto prossimo, come se l’avessi qui, adesso, davanti a me o, meglio, a fianco a me, come quei due che gli furono vicini, appesi, nell’ultima ora. Nell’esperienza della sofferenza estrema mi è più volte capitato di ripercorrerne la passione, di supplicare che passassero il dolore e la prospettiva della fine e di scegliere comunque di accettarla con spirito religioso, chiedendo di portarmi con lui, nelle vita nuova.
 Così, da tutto quel complesso di ragioni dal quale scaturisce il credere, dalla mia vita come è stata, si è mantenuta e si mantiene la mia fede religiosa, che, pur accresciuta di tante esperienze e insegnamenti e di alcune letture, non è distante da quella che mi è stata trasmessa da bambino.
 Se però rifletto sulla frase conclusiva di mons. Lorizio:
“Se continuo a credere è perché sono sostenuto dalla grazia di Dio, che individualmente e comunitariamente dobbiamo sempre invocare ed accogliere, con la speranza che il Figlio dell’uomo, al suo ritorno, trovi ancora autentica fede sulla terra.”
sento ora molto forte la responsabilità di essere, a mia volta, sostegno per gli altri nel fondare la fede religiosa. Essa, fin dagli inizi è stata vissuta comunitariamente e non può tramandarsi che così.
 Oggi dobbiamo fare i conti con popolazioni molto diverse da quelle degli esordi. Allora, poi, ci si contava in milioni e ora in miliardi, una straordinaria molteplicità. Tornare indietro non si può e, se ci pensiamo bene, neanche si deve: ci insegnano ad amare, rispettare, tutelare e sviluppare la vita umana ed essa, amata, produce altra vita. Fin dall’inizio la nostra fede fu aperta verso le moltitudini. Non è mai stata cosa per pochi iniziati. E’ lanciata verso tutti, è tendenzialmente globale, oltre ogni caratterizzazione comunitaria e personale, di etnia, di lingua, di cultura, di stirpe. Crea agàpe, l’esperienza fondamentale di condividere la gioia di un pasto comune in cui ce n’è per tutti, nessuno escluso, che viviamo nella liturgia della Messa. Si può fare anche qui da noi, realmente, in Monte Sacro - Valli, nella Roma del 21° secolo dell’era cristiana.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

martedì 20 marzo 2012

Domenica 25-3-12 - letture

Domenica 25-3-12 –  Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità – 5° domenica di Quaresima  – 1° settimana del salterio – colore liturgico: viola

Prima lettura – dal libro del profeta Geremia (Ger 31, 31-34)

 Ecco, verranno   giorni –oracolo del Signore-, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li ho presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l’alleanza che concluderà con la casa d’Israele dopo quei giorni –oracolo del Signore-: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande –oracolo del Signore-, poiché io perdonerò le loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.


Salmo responsoriale -  dal salmo 51

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore:
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Insegnerò ai ribelli le tue vie
e i peccatori a te ritorneranno.

Seconda lettura –  dalla lettera agli Ebrei (Eb 5, 7-9)

  Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte e, per il suo pieno abbandono in lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

Vangelo – dal Vangelo secondo Giovanni  (Gv 12, 20-33)

 In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che rea di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: “E’ venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre glorifica il tuo nome”. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”. La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato  un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”. Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.


lunedì 19 marzo 2012

Lettera di Pasqua - da Annarosa

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

   IL CUORE DI GESU’ DEVE REGNARE                              VIENI,SPIRITO SANTO, VIENI

AVE MARIA!
                               
                                               SANTA PASQUA 2012
Carissimi,
nel libro Potenza Divina d’Amore (Palestrina –XXIII ristampa – ed. marzo 2008) è riportata una commovente preghiera:
  O dolcissimo Gesù, Figlio Unigenito del Padre, il mio cuore è tutto per Te (pag.81).
 Meditando queste parole, anzi contemplando la Parola di Dio, incarnatasi per noi, adoriamo il Cuore di Gesù, delicatissimo e sensibilissimo ad ogni espressione di amore e premura nei suoi confronti. Mi piace ricordare alcuni episodi della sua vita, per provare quanto ha patito per il disprezzo, gli insulti, i rifiuti verso la sua amabile persona e quanto sia stato riconoscente per l’accoglienza e l’affetto a Lui rivolti.
 Penso all’unzione della donna, mentre Gesù si trovava a Betania in casa di Simone il lebbroso. Non solo la loda per il suo gesto, ma alle rimostranze di alcuni discepoli promette:
“In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il Vangelo, si  racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mc 14, 3-9)
 E Dio che è fedele ha mantenuto la sua promessa: quando leggiamo il Vangelo ammiriamo la donna che ruppe un vasetto di alabastro pieno di olio profumato di vero nardo di gran valore e versò l’unguento sul capo del Maestro.
 Un episodio non riportato dai Vangeli, ma entrato nella tradizione della Chiesa e nella sesta Stazione della Via Crucis, è quello della carità con cui una donna (la Veronica) terge il volto inondato di sangue di Gesù, vincendo con l’amore ogni rispetto umano (cfr “Passo Christi” ed. Opera del S. Cuore, FI, 1943). Il Salvatore lascia infatti sul candido lino l’immagine del suo viso, straziato dalle sofferenze e dalle torture subite, in riconoscenza della compassione dimostratagli.
 Ancora una volta Gesù si commuove al dolore di Maria di Magdala, che, dopo essere corsa ad avvisare gli Apostoli Pietro e Giovanni, non riesce a staccarsi dal sepolcro vuoto.
 Gesù non era ancora salito al Padre, quindi rimanda il suo ingresso in Cielo per le lacrime di Maria! Maria, da parte sua, riconosce solo alla dolce voce che la chiama per nome il Diletto suo cuore, che ne fa la Sua prima testimone presso i fratelli dell’annunciata Risurrezione.
 Come è buono Gesù, quanto ci ama! Come possiamo ricambiarlo? Amandolo con tutto il nostro povero cuore e amando il prossimo per amor suo, come è suo desiderio.
 E siamo riconoscenti (cfr Col 3-15)! Pensiamo al lebbroso sanato che ritornò a ringraziare: il Signore lo salvò, liberandolo anche dalla lebbra del peccato (Lc 17, 15-19).
 Per mano di Maria Santissima, nostra tenerissima Madre, avviamoci verso la nostra Pasqua, di accettato dolore e di radiosa gloria.
                                                          Auguri di santità!
                                                                                         Annarosa    

sabato 17 marzo 2012

Quaresima 2012 – riflessioni

Quaresima 2012 – riflessioni

  La Quaresima è un richiamo indispensabile, perché la polvere dei giorni si insinua nel nostro spirito, lo rende opaco, pesante, zavorrato, non attento alle indicazioni per seguire il Signore. Quando si sperimenta il deserto, abitato dai serpenti e dalla fiere, affiora minacciosa la tentazione di non credere più in Lui e di rinnegarlo. Può sembrare un paradosso, ma sono queste le ore della vicinanza a Dio e le ore della tentazione. Quaresima significa, per me, prova, esame, diagnosi profonda di me stesso, per verificare se Dio veramente in me esiste o è solo apparenza e atteggiamento superficiale.
 Ma ci sono i deserti che sorgono dalla vita, le esperienze che mettono alla prova la fiducia in Dio. Le morti dei propri cari, i tradimenti dei figli, le divisioni delle famiglie, l’incomprensione nei matrimoni, nelle amicizie, i momenti di sventura e di violenza strappano  al cuore il grido: “ma Dio dov’è?”. Il rifiuto di alcune verità fa male; tutto si fa deserto. Ore di amarezza, di scoraggiamento, di sconforto, ore di smarrimento, perché non sai che cosa fare. Momenti tristi nei quali cadono le sicurezze, in cui la Parola perde il suo significato, non sorregge: e allora, proprio allora, hai bisogno in questo deserto di dissetarti, hai le labbra asciutte e aride, hai bisogno di una goccia d’acqua;  e questa acqua cristallina, fresca, è l’acqua che scaturisce dalla Parola di Cristo, è l’immagine della croce, dalla quale sgorga senza mai seccarsi l’acqua dissetante del suo costato. E Dio in questi momenti ti chiede: “Credi in me, vuoi seguirmi? Sì o no?”. Se è Sì, senti che il tuo cuore si alleggerisce, non è più indurito, palpita e senti la sua voce, che è quella di Dio, di Cristo, del Salvatore. Non aprire la mente, ma il cuore. Non porti domande, ascolta la mia voce, perché io ti amo senza misura. E allora assieme a Lui attraversiamo il deserto e ad ogni passo vi è un’oasi dove attingere la gioia della vita, e poi quella della resurrezione assieme a Lui e accanto al Padre.
 E allora la Quaresima diventa un richiamo forte a rinnovarsi, a purificarsi. E questo possiamo fare se camminiamo insieme a Lui, come i due sulla via di Emmaus. Specialmente per chi scende la sera, e gli ultimi raggi del suo tramonto lo avvolgono di un tepore di quiete e di serenità, inizia il secondo viaggio, quello verso l’eternità. Allora  quel deserto, che è silenzio e solitudine del cuore, diventa luogo privilegiato, perché non siamo soli, ma bene accompagnati da Cristo Gesù, tentato più di noi. Potremmo, se volessimo, non percorrere quel deserto. Vi sono i piaceri della vita, le vittorie, la gloria, la ricchezza, la lussuria, e quanti desideri e quanta allegria. Ma Dio non abbandona mai le sue creature, Dio opera, come dice  Manzoni, non per farle soffrire, ma per prepararle a una vita migliore, quella insieme a Lui, partendo dal sorriso di un bimbo, dallo stelo di un fiore, dalle rughe della vecchiaia, dalla parola di un sacerdote e dal nuovo giorno, in cui l’alba annuncia il nuovo uomo, il Figlio dell’uomo. Ed è il momento delle rinunce, dell’elemosina, del digiuno, della carità. Allora, anche il terreno del deserto, prima arido e desolante, diventa fertile e capace di germogliare, sempre e soprattutto nel nome di Cristo.
 Darà anche frutti, quelli della pace con noi e con gli altri, dell’amore fra di noi, verso gli altri; della speranza nostra e degli altri. Può apparire paradossale pensare che il dolore con Cristo sia il sentiero stesso della gioia, certo non riducibile alle categorie dell’intelligenza umana, ma a quella della fede, che vuol Dire amare Dio con autenticità. Diceva un teologo: “La croce  è dentro l’amore”. In questo cammino di Quaresima, l’animo si  dispone all’accoglienza dell’amore di Dio e lo traduce pregando, pregando, pregando. Per un attimo pensiamo alla sua misericordia nei nostri confronti di peccatori incalliti: Gesù non giudica, ma è giudicato, Gesù non condanna, ma è condannato, Gesù non rifiuta ma è il rifiutato. In questi giorni di cammino per incontrare il Cristo Risorto, l’uomo si scopre un peccatore perdonato,  un traditore assolto e amato. E, nella sofferenza di questo deserto che avvertiamo durante la nostra vita, rivolgiamo gli occhi verso quella croce, nella quale l’agonia del Cristo è dono grande di amore verso di noi e invito ad aprire il cuore ad accogliere ogni giorno il suono amico e armonioso della sua voce che ci chiama, che è vicina a noi, che è con noi, che è già dentro di noi, per capire che la morte è una trasformazione per risorgere con Lui accanto al padre, e che la vita genera la vita facendo con Lui lo stesso percorso del Calvario.
 Fratelli e sorelle, ci stiamo preparando alla primizia che è quella della santa Pasqua, la Risurrezione del Cristo di Nazareth, il fondamento della nostra fede.

 Ciccio – Azione Cattolica San Clemente Papa

I giovani e la politica - mie riflessioni

I giovani e la politica  - mie riflessioni

 Il presidente mi ha chiesto di sviluppare il tema “giovani e politica” su cui qualche giorno fa, su questo stesso blog, ha scritto mia figlia Beatrice, liceale diciottenne.
  So che tra i cattolici impegnati nell’associazionismo si discute molto di “giovani e…” e, qualche volta, si vuole anche parlare ai giovani. Si dice “giovane” e si ha in mente un tipo umano tra i diciotto e i venticinque anni che pensa solo a  sesso-musica-telefonino-computer-alcol/droga-sballo-tifo sportivo e che dopo la Cresima non si è visto più in chiesa (lo si rivedrà solo, forse, per il suo Matrimonio –che fallirà ben prima del compimento del fatidico settennio-, per  Matrimoni di altri, per Battesimi e Cresime di figli, funerali). Uno sterotipo generazionale. Questo orientamento dipenderà del fatto che a parlare di e a sono spesso degli ultracinquantenni?
 In genere un cinquantenne è come invisibile per un giovane tra i diciotto e i venticinque, se non ne è il genitore. E anche in questo caso non è facile parlare con il giovane. Ci scherzava su una “striscia” di cartoni statunitense che fino a qualche anno fa veniva pubblicata sul settimanale Linus. E’ un fatto reale e difficilmente evitabile, almeno in una società come la nostra, dominata dagli ultracinquantenni. Tra la mezz’età e la prima giovinezza c’è un’enorme differenza umana, che non sempre il cinquantenne coglie più, mentre la sente con molta forza il ventenne. Non è solo un fatto culturale, ma anche biologico. Il modo in cui una persona di mezz’età pensa al sesso è, ad esempio, molto distante dall’esperienza di chi è appena uscito dall’adolescenza. Certe volte il cinquantenne cerca ancora di mimare l’età più giovane, ma alla fine gli mancano le forze. Certe cose, poi, non sono più al centro dei suoi interessi. Spesso ha carichi di famiglia ed essi prendono molte delle sue energie. Poi c’è il lavoro e nella mezz’età si compete spesso per le posizioni di comando. Nell’età ancora più avanzata si ha il prestigio sociale conseguito in passato e si è impegnati (spesso vanamente) a mantenerlo anche in quiescenza. Per un ventenne tutto questo è ancora da venire, da realizzare, da sopportare. Si valutano le opportunità, nell’amore come in altri campi. Per quello che ricordo dalla mia giovinezza, c’è ansia di provare tutto, per accaparrarsi il meglio. E’, in fondo, il portato di una legge di natura che vediamo all’opera anche nelle popolazioni degli animati non umani.
 Le società si organizzano secondo leggi che mirano a garantire la stabilità delle organizzazioni. In una popolazione come quella italiana, con un’età media veramente molto alta, questo favorisce, e forse addirittura privilegia, i più anziani e i loro cosiddetti diritti acquisiti. I più giovani vivono quindi uno stato di minorità. Man mano che aumentano i  più anziani, diventa sempre più arduo uscire da quella condizione, non essere considerati più dei “giovani”.  Anni fa si parlò di “giudice ragazzino” a proposito di una persona matura, adulta, un uomo fatto.
 I più anziani temono il cambiamento, perché di solito vivono un situazione sociale che li avvantaggia. Inoltre sperimentano il decadimento fisico, inevitabile ma fronteggiato con le cure, molto costose per la collettività, che oggi sono disponibili  e, in Italia, gratuite. Quando non si arriva più a fare le cose si vorrebbe essere aiutati. Da chi? Dai più giovani, naturalmente. Ma i più anziani sono il passato e i  più giovani sono invece biologicamente lanciati verso il futuro.
 Osserviamo popolazioni umane che sono fatte di giovani, di meno giovani e di anziani. Ideologicamente vorremmo fare di esse un popolo, cosa che richiede di comporre quelle pluralità di esistenze in una unità. Lo tentiamo anche nella nostra religione: ci concepiamo infatti come popolo unificato dall’idea religiosa. In questo probabilmente cerchiamo di correggere la natura, secondo le cui leggi la solidarietà intergenerazionale non c’è o c’è poco. In natura è legge la violenza e i più forti sottomettono ed emarginano, quando non uccidono, i più deboli, e questi ultimi sono di solito i più anziani. In religione vorremmo che fosse legge la biblica agàpe, come dire l’esperienza del mettersi insieme a pranzo con gli altri, idealmente con tutti gli altri, condividendo la gioia del pasto. Per farlo occorre però  costruire dei legami, dei rapporti, un dialogo con  coloro che vogliamo coinvolgere. Questo è piuttosto difficile tra i più anziani e i più giovani.
 Non vorrei parlare dei giovani, ma con  coloro che sono più giovani di me, diciamo la fascia generazionale 20-50 anni. E’ appunto per questo che, in via sperimentale, ho iniziato questo blog. Ma, per ora, mi manca quasi del tutto la materia essenziale per il dialogo, vale  a dire persone di quell’età con cui discutere. Come padre ho il privilegio di poter parlare con le mie figlie, che appunto sono nella prima giovinezza. Avverto in loro il timore dell’esclusione sociale, di essere schiacciate dalle regole di una società di più anziani che non sembra avere bisogno di loro, per la quale loro sono semplicemente un problema. Di più non so dire, perché le persone non ci si può limitare a “figurarsele”, bisogna conoscerle veramente.
 Da qualche anno ogni tanto ritorno sul pensiero di Giuseppe Mazzini, che fu un grande mobilitatore di masse giovanili. Andava contro quello che gli storici chiamano il “Regime Antico”. Incitava al cambiamento rivoluzionario. Vedeva l’Italia, popolo “giovane” come altri popoli dei suoi tempi, ad esempio quello polacco, schiacciata dal vecchio ordine. Pensava a un’Europa unita dall’amore, ma spingeva i più giovani alla violenza della guerra, anche della guerra civile, per cambiare. In tutt’Italia gli hanno dedicato strade e piazze, ma oggi, credo, non accetteremmo più quei metodi. Eppure probabilmente non ci sarà modo di fare spazio ai più giovani senza abbandonare alcune delle idee a cui i più anziani sono attaccati. Il problema è che, nelle società europee di oggi, la democrazia, che consente cambiamenti anche radicali con metodi non violenti, è dominata da maggioranze composte dai più anziani. Il problema si fa naturalmente più acuto in  religione, dove non si pratica, se non in maniera residuale,  la democrazia e in cui vige l’avanzamento sociale per cooptazione decisa dai più anziani, per di più solo maschi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli




Dal presidente – il libro “Laicità in dialogo.I volti della laicità nell’Italia plurale” di Chiara Canta

Dal presidente – il libro “Laicità in dialogo.I volti della laicità nell’Italia plurale” di Chiara Canta

  L’ultimo libro di Chiara Canta (professore ordinario di sociologia all’Università di Roma Tre) dedicato a “Laicità in dialogo. I volti della laicità nell’Italia plurale” è stato presentato giovedì 15 marzo all’Istituto Luigi Sturzo. Il tema è d’attualità e riguarda il rapporto tra la religione e la politica. “Da una parte ci sono i fautori della città di Dio che reclamano leggi che scaturiscono dal Vecchio Testamento, dal Vangelo e dal Corano e che ad essi si ispirano, dove il ‘sacro’ costituisce l’ambito di vita in cui l’autorità appaia ‘segno’ e ‘sacramento’ di Dio. Dall’altra parte si collocano i sostenitori di una città degli uomini retta e regolata dagli uomini stessi e dove l’autorità diviene espressione delle decisioni umane senza ingerenze religiose ‘estranee’. Si potrebbe dire: da una parte la religione con tutti i suoi apparati, dall’altra la scienza con tutte le sue articolazioni”.
Se si torna indietro con la storia possiamo ricordare che “l’imperatore Augusto aveva assommato nella sua persona ambedue i poteri, religioso (divus) e secolare (imperator). Fino a quando, in quello stesso periodo di tempo, in Palestina, un uomo non rovesciò la logica del conflitto, intendendo sia l’uno che l’altro genere di potere come servizio e, perciò, escludendo la lotta. La sua natura ‘sacerdotale’ e la sua funzione ‘regale’ si fusero nella vocazione di servizio agli uomini. Così, la figura di Gesù Cristo diviene dirimente: laico ante litteram. Il suo insegnamento si sviluppò intorno alla netta distinzione tra potere religioso e potere politico: a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio; rimangono distinti, ma non in conflitto, ciascuno con le proprie caratteristiche e i propri ambiti di competenze e di responsabilità; ciascuno riconosciuto e rispettato”.
Interessanti le pagine dedicate ai diversi profili di “laici”: la laicità del credente, la laicità filosofico-gnoseologica, la laicità dei non credenti (laicismo), la laicité, la laicità dell’’ateo devoto’. Come pure l’analisi dei rapporti della laicità con la libertà religiosa, con la secolarizzazione, con la post-modernità, con l’Islam, verso un’idea di laicità dialogante.


Dal presidente: l’incontro di martedì 13 marzo 2012 del gruppo di AC

Dal presidente: l’incontro di martedì 13 marzo 2012 del gruppo di AC

 Bella riunione, stimolante e partecipata. Apre Ciccio Frangone che legge una sua riflessione sulla Quaresima, testimoniando il suo coinvolgimento esistenziale nella prospettiva del “deserto” e delle direzioni di una vita nuova da costruire. La prima lettura della quarta domenica di Quaresima (tutte le letture sono disponibili nel blog) ricorda la fine della deportazione degli ebrei e le parole di Ciro che si impegna a ricostruire il tempio di Gerusalemme. La lettura (2 Cronache 36) è stata commentata dall’Aria “Dio di Giuda” del Nabucco di Giuseppe Verdi. Lo splendido salmo 136 (Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre) è stato commentato dal “Va pensiero” dal Nabucco, cantato in coro. Sono stati poi letti Efesini 2 e Giovanni 3 con la storia di Nicodemo. Don Jim ha spinto a vivere la Quaresima come un tempo di pulizia interiore e di liberazione dagli idoli per riacquistare la capacità di accogliere la Parola di Dio: “Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati”. Mario Ardigò ha infine presentato le sue riflessioni sul ruolo dei cattolici a partire da un testo di Gustavo Zagrebelsky. Del vivace dibattito seguito dà conto lo stesso Mario nel blog.

martedì 13 marzo 2012

Come influire da cattolici sulla società? – mie riflessioni dopo la riunione di stasera

Come influire da cattolici sulla società? – mie riflessioni dopo la riunione di stasera

 Torno dalla riunione di stasera del nostro gruppo di Azione Cattolica. Sullo spunto di un articolo di Gustavo Zagrebelski del 2008, si è accesa la discussione su come influire, da cattolici, sulla società, in modo da diffondere le nostre idee. Si deve essere più uniti, ad esempio in un solo partito politico, al modo in cui lo si era nella Democrazia Cristiana? Si è però osservato che quel partito non rappresentava del tutto le idealità dei cattolici.  E’ stato anche obiettato che  gli altri partiti che, nei nostri tempi, dicono di essere sensibili alle istanze della Chiesa non soddisfano del tutto. Io ho replicato che l’impegno in un partito è solo una delle tante forme in cui si può cercare di rendere concreto il proposito di agire sulla collettività in cui viviamo. Ognuno di noi è inserito in qualche comunità, ad esempio quella del lavoro. E’ in quel contesto che  ci si può innanzi tutto  attivare, ma con spirito religioso, senza l’ansia del risultato immediato e soprattutto senza proporsi l’obiettivo irraggiungibile dell’unanimità dei consensi. L’importante è mantenere la capacità  e la voglia di agire, di entrare in contatto con gli altri, in particolare noi laici. E di avere o conseguire  quel particolare tipo di sapienza pratica che consiste nel proporre le nostre buone ragioni in termini che possano essere ben compresi dai nostri interlocutori. Non dovremmo essere “pescatori di uomini”? Infine ho osservato che noi cattolici manteniamo, anche nelle società molto secolarizzata di oggi, una notevole forza di influenza sociale, anche se qualche volta ci consideriamo, sconsolati, in minoranza, soprattutto su certi temi etici. Non significa naturalmente che i più siano effettivamente obbedienti agli insegnamenti religiosi, ma che nella società il riferimento al sistema etico cattolico è ancora piuttosto diffuso (se non erro, circa il 70% degli italiani si dice ancora credente al modo dei cattolici) e che i nostri capi religiosi, i vescovi e il Papa, sono ascoltati in molte questioni, quindi che le loro parole di solito non cadono nel vuoto. Questo ci costituisce, come laici cattolici, in una posizione di maggiore responsabilità verso la società in cui viviamo.
Mario Ardigò – Azione Cattolica San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli