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Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce abitualmente il martedì alle 17 e anima la Messa domenicale delle 9.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 26 aprile 2012

Dal presidente: l’incontro di martedì 24 aprile 2012 del gruppo di AC

Dal presidente: l’incontro di martedì 24 aprile 2012 del gruppo di AC

Qualche assenza, compresa quella dell’assistente Don Jim, non deprime l’incontro anzi ne fa uno dei più partecipati. Si apre con le immagini del film “San Pietro” (coprodotto da Lux Vide, Rai Fiction e Sanpaolofilm) che servono a introdurre le letture e a ricordare il contesto del periodo post-pasquale, dalla resurrezione di Gesù alle sue apparizioni agli apostoli e ai discepoli. Si passa alla lettura (prima proclamata e poi silenziosa e meditata) dei brani della Parola di Dio di domenica 29 aprile: Gesù pietra d’angolo dal capitolo 4 degli Atti; l’attesa della seconda venuta del Signore dalla prima lettera di San Giovanni apostolo; il Vangelo di Giovanni dedicato al “buon pastore”. A turno ciascuno dei presenti sottolinea la frase che lo ha maggiormente colpito e la commenta. Su alcuni incisi di non facile interpretazione si accende un animato dibattito. Ad esempio si discute sulla frase di Giovanni: “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiano però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.” I commenti si ampliano sulla seconda venuta del Signore, sul giudizio universale e sulla concezione del Paradiso.


Dal presidente: Storie di Azione Cattolica (4)

Dal presidente: Storie di Azione Cattolica (4)

Il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica (Mlac) è sempre stato un movimento di “frontiera” sin dagli inizi degli anni Trenta, quando mutuò dalla Joc (Jeunesse Ouvrière Chrétienne) un metodo di gruppo che funzionò per tutti gli anni Sessanta e che fu ripreso, con gli adeguamenti necessari, dall’intera Giac (Gioventù italiana di Azione Cattolica). Al Mlac che iniziava il nuovo cammino dopo il Concilio e il nuovo Statuto del 1969 Vittorio Bachelet disse: «Voi siete dell’Azione Cattolica coloro che hanno in questo momento, forse, la parte più difficile. E vorrei dire non solo perché voi volete essere nella realtà viva del mondo del lavoro, del mondo operaio, germi cristiani, fermenti di vita cristiana, presenza di Cristo, chiesa viva in questa realtà; ma anche perché per questa stessa vostra esperienza voi siete come una voce, come l’antenna che trasmette le necessità, le esigenze, i problemi, le speranze, la sete di Cristo che è nella realtà in cui voi operate». Un volumetto storico racconta la lunga esperienza del Mlac in sette capitoli così articolati:
-         Origini del Movimento Lavoratori e suo primo sviluppo nella Gioventù Cattolica
-         Dalla “specializzazione” e dalla Gioc al “Movimento”: metodo formativo e impegni nella società italiana degli anni Cinquanta
-         Nel cambiamento socio-politico italiano i fermenti della Giac e la ‘nuova fase’ del Movimento Lavoratori
-         Le “inchieste-campagna” degli anni ‘60
-         Nelle scelte statutarie una collocazione di compromesso
-         Sulle nuove strade per l’evangelizzazione nel mondo del lavoro
-         Il fine del lavoro è l’uomo. Il Mlac per una nuova etica dell’economia.
Gli autori del volume sono Valentino Marcon, segretario nazionale del Movimento negli anni 1978-80 e Don Tino Mariani, assistente ecclesiastico nazionale del Movimento dal 1967 al 1992. Molto utile è la cronologia dei dirigenti e degli assistenti nazionali, tra i quali si ritrovano personaggi importanti del mondo cattolico: Piercostante Righini, Sandro Berti, Enrico Ziantoni, Paolo Andreoli, Piergiorgio Grassi, Elio Nanni, Maria Fortunato, Tonina La Selva, Maria Luisa Niola, Silvana Farinasso.

(Valentino Marcon – Tino Mariani, Storia del Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, Editrice AVE, 2005, pagine 320, € 15)

mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile

25 aprile

  La mia generazione è stata tra le ultime ad avere come padri e madri coloro che avevano vissuto da adulti i fatti della guerra di resistenza tra il  1943 e il 1945. Da una generazione all’altra i ricordi si affievoliscono e si alterano. I nostri discendenti hanno in genere perso il senso vivo, emotivo, di quei fatti e, spesso, lo stesso loro ricordo storico. Del resto si mantiene la memoria di ciò che ancora serve nel quotidiano e il fascismo è andato, lentamente, dissolvendosi nel popolo italiano, dopo essere stato vinto in guerra e spodestato dal governo della nazione. Ai tempi nostri non ne rimane più nulla. Anche coloro che ancora vi si richiamano esplicitamente, in realtà hanno moventi e fini molto diversi.
  I laici cattolici hanno avuto un ruolo molto importante nella costruzione di una democrazia di popolo in Italia, dopo la fine del regime fascista e la caduta della monarchia sabauda. Non si è trattato solo di un’azione di minoranze illuminate, ma di un fatto di massa, in cui sono state fondamentali le donne, le quali per la prima volta poterono votare nel ’46, contribuendo a legittimare il nuovo ceto politico e ad instaurare la repubblica. Questo è parso in un certo senso riscattare i molti disonorevoli compromessi che avevano caratterizzato la gran parte della cattolicità italiana nel ventennio fascista.
 E’ difficile, per la mentalità di oggi, comprendere come negli anni  ’20 e 30 del secolo scorso, si sia potuti venire ad accomodamenti con un  complesso di ideologie come quelle espresse dal fascismo storico, movimento che fin dall’origine fu fortemente anticlericale  e addirittura antireligioso (è molto significativa in questo senso la biografia del Mussolini). Fondamentalmente fu una scelta determinata dalla paura di mali peggiori. Essa non fu propria solo del gregge, ma anche dei capi religiosi, fino al massimo livello. Essi cercarono di imporla anche ai fedeli riottosi.
 Nella storia dal Settecento ad oggi, la paura del futuro, del nuovo, appare essere stata un fattore determinante nelle decisioni dei nostri capi religiosi, con molte eccezioni naturalmente. Ne subirono duramente le conseguenze coloro che, tra i cattolici, pensavano di poter individuare nella loro contemporaneità anche germi di bene. In particolare i cattolici italiani, poi,  furono cacciati a lungo in un avvilente stato di minorità sociale, dal quale solo con la caduta del fascismo cominciarono veramente ad affrancarsi.
 Mentre il fascismo storico e le sue ideologie si sono ormai dissolti, la diffidenza e il timore, e in alcuni casi il vero e proprio terrore, verso i  tempi nuovi, visti prevalentemente come manifestazione dell'opera degli avversari o addirittura dell'Avversario soprannaturale,  persistono nella nostra collettività religiosa, inducendo talvolta ad atteggiamenti reazionari. Per i cattolici che, come mio padre, i suoi fratelli, e tanti altri loro amici, parteciparono alla Resistenza storica in Emilia, in un’unità di pensiero e d’azione con persone di diversa formazione, gli eventi dell’aprile del 1945 non segnarono solo la fine del servaggio al regime fascista, ma anche la liberazione da quel dominio della paura che aveva caratterizzato in senso tanto negativo l’azione storica della loro comunità religiosa.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.
  

sabato 21 aprile 2012

Dal presidente: Il chimico di Dio – Ultima lettera dal seminario

Dal presidente: Il chimico di Dio – Ultima lettera dal seminario

Il chimico di Dio

Domenica 29 aprile il Papa Benedetto XVI ordinerà sacerdote il giovane Alfredo Tedesco, proveniente dall’esperienza giovanile dell’Azione Cattolica della parrocchia romana di Santa Maria della Mercede (Via Basento 100). Don Alfredo celebrerà la sua prima Messa in questa parrocchia, alle ore 18, circondato dall’affetto dei suoi amici e dell’AC di Roma.

A cavallo dei due secoli, appena fuori le mura aureliane, una parrocchia romana ha visto maturare uno straordinario gruppo di giovani, protagonisti di una esemplare esperienza di Azione cattolica.
Li ho visti crescere, sostenuti da adulti intelligenti e alimentati dal ricambio continuo di un gran numero di ragazzi effervescenti.
Potrei raccontare l’esperienza di quei giovani in molti modi: il confronto costante con il Vangelo e lo stimolo a una vita virtuosa intessuta di conversione, fede, speranza e carità; la sincronia ritmata e creativa ai tempi dell’anno liturgico, dall’avvento alla quaresima, dalla pasqua al mese di maggio; la diacronia di tempo e di spazio riservata alle esperienze più esigenti dei pernotti, dei deserti e dei campi; il servizio alla parrocchia, dalla liturgia alla carità, dal catechismo all’iniziazione cristiana dei più piccoli; le feste più originali, brillanti, spassose, fantasiose, dal “ciao” agli “incontri”, dal “recital” al carnevale, dall’adesione all’AC alle celebrazioni dei patroni e dei santi mercedari.
Ma oggi vorrei aggiungere che quell’esperienza ha rappresentato anche uno straordinario vivaio vocazionale. Lo Spirito santo (di cui Padre Eraldo invocava una discesa “abbondante” nelle celebrazioni delle Cresime) ha distribuito a piene mani i suoi doni di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio. La vita di gruppo ha rappresentato uno stimolo e una sfida per la scelta degli studi universitari, un sostegno nell’avviamento alle professioni. Ho visto belle storie di innamoramento e amore e tanti matrimoni. V’è chi ha scelto impegnativi percorsi di servizio, sulla scia di moderne opere di misericordia corporale e spirituale. Alcuni hanno accettato impegnative responsabilità associative, nella diocesi, nella presidenza nazionale, nel foro internazionale dell’Azione cattolica. E in questo straordinario vivaio vocazionale non è forse un caso che sia anche sbocciata la chiamata di Alfredo al sacerdozio.
Il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola ha voluto regalare alla chiesa di Roma un giovane tra i più bravi, uno scienziato passato dai laboratori di chimica al servizio della parola e dell’eucarestia.
È giorno di festa grande per l’AC di Santa Maria della Mercede e di tutta Roma!

Carlo Finocchietti

L’ultima lettera dal seminario
Egli lo trovò in terra deserta,
in una landa di ululati solitari.
Lo circondò, lo allevò,
lo custodì come pupilla del suo occhio. (Dt 32,10)
Carissimi amici,
anche se da otto anni circa cerco di rendervi  partecipi del mio percorso in preparazione al sacerdozio è con un po’ di emozione che vi scrivo questa lettera perché sembra sempre essere la prima volta, per l’entusiasmo e la gioia che il Signore mi dona e che provo a condividere con noi.
Potrei parafrasare una frase di Gesù tutta pasquale dicendo: ho tanto desiderato  farmi sentire vicino in un momento forte che stiamo per vivere insieme (cfr. Lc 22,15)
Come forse ormai molti sapranno il 29 aprile alle ore 9,30 nella Basilica di San Pietro in Vaticano, sarò ordinato sacerdote da Papa Benedetto XVI.
Ci vogliono poche righe per comunicarlo, ma tutto il cuore per dare ad ogni parola il giusto peso. Finalmente sacerdote per voi, per la Chiesa;  ecco dunque il compimento di traguardo di un lungo cammino ma anche e soprattutto trampolino di lancio per una vita nuova.
Qualcuno mi ha detto: «Finalmente ce l’hai fatta!». Io preferisco dire: «Ce l’ha fatta il Signore con me!». Perché questo non è il compimento di una mia scelta, ma di un’iniziativa di Dio che sceglie me. «Dio che ha iniziato in te la sua opera la porti a compimento» così infatti recita un passaggio del rito di ordinazione.
La frase biblica che ho scelto e che troverete sul ricordino dell’ordinazione  (riportata sopra come in Dt 32,10) , prova a riassumere la bellezza di un cammino durato otto anni, ma che poi affonda le sue radici dal primo istante della mia esistenza. Il Signore mi ha preso per mano, guidato e mi ha condotto fino a qui, l’unica certezza del mio futuro è la Sua presenza, solo questo mi basta.
Il giorno della prima messa che celebrerò nella nostra parrocchia di Santa Maria della Mercede il giorno stesso, il 29 aprile alle 18, avrò modo di ringraziarvi della vostra presenza del mio percorso. Anche se concretamente sarà difficile nominare tutti, sappiate fin da adesso che quel giorno nel pane che verrà portato all’altare, metterò i vostri volti, le vostre storie personali per portarle per la prima volta da sacerdote davanti a Dio, perché diventino il Corpo di Cristo. Tremano le gambe al solo pensiero di una cosa così grande: di essere segno della Sua presenza, nonostante la mia piccolezza e pochezza. Chi può dire «Questo è il mio Corpo», oppure «Io ti assolvo» se non Cristo stesso? Tutto questo è per voi, io non diventerò prete per me stesso, ma per voi. «Sono con voi cristiano, per voi sacerdote» diceva S.Agostino.
E’ un occasione di grazia al punto che la Chiesa accorda in queste occasioni l’indulgenza plenaria alle solite condizioni (confessione, credo, comunione sacramentale, preghiere secondo le intenzioni del Papa), proprio a sottolineare l’opera e la misericordia di Dio che opera in modo speciale in questo momento.

Potrei occupare molte pagine a provare a mostravi la bellezza dei segni dell’ordinazione, ma potrebbe anche essere l’occasione per provarne a parlare di persona, o anche per lasciarsi stupire, senza troppe pretese di spiegazione. Detto questo credo che non ci sia molto da aggiungere se non un  grazie per la fiducia e affetto che mi mostrate chiedendovi di pregare forte per me. Io stesso prego per i vostri percorsi di vita, perché presto prendano la direzione che Dio ha pensato per voi.
Il vostro
Alfredo




Dal presidente: Storie di Azione Cattolica (3)

Dal presidente: Storie di Azione Cattolica (3)

Si chiama Federazione Universitaria Cattolica Italiana, ma è più semplice ed evocativo chiamarla FUCI. È il movimento d’ambiente dell’Azione Cattolica nelle università italiane, costituito da gruppi di giovani studenti e dai loro assistenti. Il libro è una sorta di carta d’identità e ripercorre i tratti salienti della storia fucina e le declinazioni dell’impegno formativo e apostolico della Federazione. Francesco Malgeri, storico contemporaneista della Sapienza, racconta cento anni di vita dalle origini del 1896 al dopoguerra, dal Concilio alla realtà associativa recente. Marco Ivaldo, già presidente della Fuci e oggi docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, analizza il rapporto tra Fuci e cultura (la vita come ricerca; studio e mediazione culturale; fede e cultura). Giulio Conticelli, giurista proveniente dalla Fuci e dal Meic, analizza la dimensione teologica e spirituale dell’esperienza fucina (la spiritualità dell’intelligenza, la Chiesa dell’amicizia; la profezia per la coscienza laicale). Romolo Pietrobelli, dirigente industriale con una lunga esperienza nella Fuci e nel Meic, descrive la scelta universitaria della Fuci e i rapporti con il mondo universitario. Michele Nicoletti si occupa dei rapporti tra Fuci e politica. Maria Teresa Bellenzier Garutti si occupa dell’esperienza femminile e del rapporto uomini-donne. Chiude il volume Ida Bozzini, con una ricostruzione del rapporto tra laici e sacerdoti fucini. Utili si rivelano le tavole cronologiche finali e la bibliografia curate da Luca Rolandi.

(Autori vari, FUCI – coscienza universitaria – fatica del pensare – intelligenza della fede – Una ricerca lunga 100 anni, San Paolo, 1996, pagine 304)

Male personale, male collettivo, male storico

Male personale, male collettivo, male storico

 Il problema del male è centrale nella vastissima letteratura sulla nostra fede e anche nelle pronunce dell’autorità religiosa. Lo è anche nella formazione del fedele. Anche se non si è studiosi di cose religiose bisogna prendere una posizione su di esso. E’ accaduto, ad esempio, nella riunione di martedì scorso del nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica. Il sacerdote assistente ha domandato: “Vi sentite responsabili della morte di Gesù?”. Si è sviluppata una vivace discussione, nel corso della quale sono emerse le posizioni personali di ciascuno in materia. E’ chiaro che esse devono poi confrontarsi con la fede della collettività religiosa. Su certe questioni, infatti, si pretende giustamente una certa uniformità di vedute. Vorrei ragionarci brevemente un po’ su, da ignorante colto che tuttavia aspira ad essere sinceramente fedele.
 La religiosità scaturisce, nella nostra fede, da un certa insoddisfazione per come vanno le cose nel mondo e dal sentirsene in qualche modo personalmente responsabili. L’aspetto etico è quindi molto importante, anche se negli ultimi anni nell’educazione religiosa vi si insiste meno, anche come reazione a certi eccessi che ci sono stati nel passato.
 La nostra tradizione religiosa ci attesta che il male che c’è nella società, come anche quello che scaturisce dalle forze della natura, non può essere superato con le nostre sole forze di umani. Questo corrisponde alla nostra esperienza pratica delle cose. Ma ci narra anche di eventi soprannaturali, e tuttavia storici, non mitologici, relativi all’esistenza del nostro primo maestro, che avrebbero impresso un diverso corso alla storia e all’intero universo. Ci troviamo però in una condizione di attesa, perché aspettiamo religiosamente la sua piena manifestazione o, come si dice, la sua “gloria”. Nel frattempo cerchiamo di rimanere uniti a colui che  ha promesso di tirarci fuori dalla condizione di generale impotenza verso il male in cui collettivamente e personalmente constatiamo di trovarci ancora. Pensiamo di riuscirci seguendo i suoi insegnamenti e il suo stesso esempio, come li abbiamo conosciuti mediante coloro dai quali abbiamo ricevuto la tradizione della fede, innanzi tutto dalle scritture bibliche e poi da un complesso molto esteso di riflessioni e insegnamenti che storicamente sono stati espressi con una certa costanza e che ne hanno poi generato altri, in una specie di  movimento di interpelli e risposte che si è manifestato nel corso di ciascuna epoca storica ed anche da un secolo all’altro, non senza, talvolta, sviluppi tragici. E certamente è molto antico, risalendo addirittura agli scritti biblici nella Nuova Alleanza, il pensiero che fare il male dopo essere stati come rigenerati nella nostra fede è molto grave e, data la stretta relazione che pensiamo di avere con il Nazareno, è come contribuire alla sua passione, come associarsi agli scherni e agli sputi che egli ricevette negli ultimi giorni della sua vita. Ma vi è di più. Ogni offesa che facciamo all’umanità degli altri, nella nostra contemporaneità, colpisce ciò che, nella nuova era in cui pensiamo religiosamente di trovarci, merita di avere un valore infinito essendo incorporato irrevocabilmente nel fondamento ultimo.
 Questa concezione che ho da ultimo esposto, molto rigorosa e impegnativa dal punto di vista etico, presenta indubbiamente dei rischi. Di essi si prese storicamente coscienza nella nostra collettività religiosa. In particolare di quello di colpire con un indelebile marchio d’infamia quelli che, per vari motivi, non avevano tenuto fede all’impegno di mantenere un alto profilo morale, non necessariamente in materia grave. Si rimediò individuando un’azione liturgica che consentì di amministrare il perdono religioso ai pentiti anche dopo la prima iniziazione, che si considerava e si considera anche ora non ripetibile. Poi c’era il pericolo di segnare con quel marchio anche coloro che dissentivano deliberatamente dalla nostra particolare idea religiosa, per essere increduli o credenti di altre fedi, colpendoli duramente, individualmente  e anche collettivamente, con l’accusa gravissima di deicidio. E, in questo, solo negli ultimi decenni si è provato a riparare.
 Certo, è vero che, all’interno del nostro ambiente religioso, si insiste anche sul fatto che saremmo dei salvati. Cioè, il senso di colpa viene evocato per poi affermare che il male e la morte sono stati vinti, anche per quanto ci riguarda personalmente, senza proporzione con il male commesso: insomma, il male, in questa prospettiva, ha idealmente una gravità infinita, addirittura soprannaturale, ma anche la misericordia che ci viene prospettata ha le stesse caratteristiche e sovrabbonda. Ma, nella mia spiritualità personale, ho ritenuto e ancora ritengo che sia bene mantenere la capacità di distinguere; ad esempio la gravità di una colpa o se si tratti di una colpa che dobbiamo condividere con altri, per rimediare alla quale è quindi necessaria un’azione sociale,  o di una della quale siamo interamente e direttamente responsabili e infine tra una colpa storicamente nostra e una che avvertiamo come nostra solo in base a sviluppi delle nostre alte idealità. Del resto simili distinzioni le troviamo certamente nella teologia morale corrente e anche in quella dei secoli passati, e pure nella pratica liturgica e in quella formativa delle coscienze. Fin da piccoli ci  è stato infatti  insegnato a distinguere tra ciò che è “veniale” e ciò che è “mortale”. Chi, da bambino, non ha avuto quella che si suole chiamare “malattia degli scrupoli”? Si correva dal prete a confessarsi per ogni piccolezza. Ci fu insegnato che era una cosa sbagliata. Non è così?
 Storicamente il confine tra “veniale” e “mortale” è variato molto. Ai tempi di mia madre per “fare la Comunione” bisognava non aver bevuto e mangiato per molte ore. Altrimenti si faceva peccato “mortale”. Adesso basta osservare il digiuno da alimenti e bevande almeno da un’ora prima, e si può bere l'acqua. Ma davvero possiamo ritenere che cose del genere possano causare la perdizione eterna? A un male tutto sommato “finito” e rituale conseguirebbe una retribuzione con un male infinito. In termini più elevati ha espresso qualche dubbio in merito, per come mi è parso di capire, il filosofo Emanuele Severino.
 A volte, certe cose, quando si scrive, come dire, sulla pietra,  non si possono esplicitare del tutto. Ecco che, ad esempio, nei catechismi correnti troviamo colpite come “mortali” condotte tutto sommato piuttosto abituali, frequenti addirittura fin dall’infanzia, che istintivamente percepiamo come “veniali”. Come la mettiamo? Davvero delle vite molto giovani, solo per essere sopravvissute un po’ più a lungo, diventando adulte, non hanno sperimentato, metaforicamente, certe fiamme fin da piccole? Eppure da bambino confessai come mortali le disubbidienze ai miei genitori, le quali, tra l’altro, corrispondevano effettivamente a una violazione, come dire, tabellata specificamente nelle leggi mosaiche. E’ una questione che mi pare ancora aperta, non risolta. Poi nella pratica certe asprezze vengono temperate molto. Non ho mai trovato un prete che non mi rimettesse in carreggiata per quel genere di  mancanze ed altre simili.
 Sappiamo, dagli scritti agiografici, che le vite di molti santi uomini furono travagliate da tentazioni a sfondo erotico. Ad esempio quelle di certi anacoreti. Per loro l’avversario soprannaturale assumeva spesso seducenti forme femminili. Allora essi si infliggevano penitenze durissime, ma le tentazioni si ripresentavano. Il problema esiste, certamente. Facciamo quello che non vorremmo, come è stato scritto. Ma lo facciamo. La cosa è molto seria, ma ci si può anche scherzare su, bonariamente.
 Quando ero negli scout cattolici, facevo le scuole medie, un giorno, andando in gita nell’ “alta squadriglia”, composta dai capi e dai vice-capi squadriglia, quindi dai  più grandicelli, tra noi si discusse un po’ di questi temi. Uno di noi narrò che alla scuola di piazza Sempione c’era un ragazzo che veramente eccedeva. Non aveva però un buon aspetto. L’eccesso in lui era, come dire, evidente. C’erano in quella scuola, ci fu detto, di quelli che cercavano di eguagliarlo o, addirittura, di superarlo. Non ci parvero esempi da imitare. Nessuno però pensava che ci si potesse astenere del tutto, anche da parte di un ragazzo cattolico, per di più scout. E, insomma, si convenne su una certa frequenza, che si ritenne moralmente accettabile. Era sicuramente una deliberazione obiettivamente molto lontana dai canoni etici religiosi che pure onoravamo idealmente. Ma, in definitiva, non ci parve che i preti si aspettassero da noi qualcosa di diverso. Non drammatizzavano e non ci insistevano troppo su. Si sapeva che certe condotte, in genere, vengono superate crescendo. Mi pare che fosse un orientamento saggio.
 E’ vero però che l’abbandono di certi ideali non è di solito istantaneo, ma viene preparato da infedeltà che all’inizio sembrano piccole, “veniali”, e che poi, accumulandosi e generando un generale farsi lecito anche in cose più serie, determinano  una condizione di indifferenza tra il bene e il male che è incompatibile con un atteggiamento religioso, raggiunta la quale è effettivamente come se si morisse spiritualmente. Lentamente si perde la capacità di percepire quello che è stato definito il “brusio degli angeli” intorno a sé. “Sapevo il Credo / ed ora l'ho scordato / pur non sapendo più l’Ave Maria,/  come farò a salvar l’anima mia?”, erano alcune strofe di una canzoncina che  sentivo spesso cantare da  mia madre,  quando ero bambino. E non è raro incontrare persone che da piccole sono andate al catechismo e che non ricordano le preghiere più care della pratica religiosa.
 Come rimedio, certe scuole di spiritualità consigliano un più intenso rapporto  personale in una collettività di fede.  Ma bisogna rendersi conto che questo è un metodo che può, alla lunga, deludere, per l’opacità e l’ambiguità che, in genere, caratterizzano la socialità umana, inevitabilmente sembra. Ricordo che una volta Joseph Ratzinger disse che certe comunità celebrano e mettono in scena solo sé stesse e non sempre  sono un bello spettacolo. Nell’iniziazione di certi ordini religiosi ci sono infatti pratiche specifiche per scoraggiare i novizi dal far troppo conto sulle collettività fratesche e monacali. Detto questo, penso che effettivamente il primo passo per recuperare il tempo perduto sia quello di accostarsi ad una comunità di prossimità, come fece Paolo di Tarso dopo essere stato come abbagliato dalla luce della fede, sulla via di Damasco. E’ lì che quel certo orrore che a volte si ha di sé stessi, di come si è diventati, per aver troppo a lungo trascurato certi aspetti della vita, si può trasformare in speranza religiosa.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli






giovedì 19 aprile 2012

Perché i giovani non vengono più in parrocchia?

Perché i giovani non vengono più in parrocchia?

 Verso la fine della riunione di martedì scorso ci siamo chiesti perché i  giovani non vengono più in parrocchia. L’argomento è stato introdotto dal sacerdote assistente ed è stato sviluppato  un po’ frettolosamente, per il poco tempo che rimaneva a disposizione. Come spesso si usa in queste cose l’attenzione si è concentrata sul problema di chi fosse la colpa: di noi genitori che non abbiamo saputo educare i nostri figli e tenerli legati alla religione, dei giovani stessi che si sono disinteressati, del clero che li ha allontanati con discorsi inaccettabili per loro. Probabilmente è stato un po’ di tutto questo, ma affrontare la questione sotto questo profilo non conduce molto lontano; può invece portare a disperare in un cambiamento, perché l’allontanamento dei giovani dalla religione si produce solitamente a partire da un’età in cui l’autorità dei genitori, e in genere degli avi  viventi, si fa più debole, inoltre i giovani sono piuttosto conformisti e sono portati prevalentemente a seguire le costumanze dei loro coetanei e, infine, nel clero cattolico comandano i più anziani, i quali tendono ad essere piuttosto conservatori.
 Io comincerei il discorso prendendo atto che l’allontanamento, non però il completo distacco, dalla religione è un fenomeno sociale e culturale, intendendo per cultura l’insieme dei costumi e delle concezioni sulla vita e sul mondo diffusi in una collettività. Esso è una manifestazione di maggiore libertà personale e, in definitiva, di autonomia individuale. Non di rado, infatti, quando per diversi motivi ci si sente più deboli, ci si riavvicina alla religione. Questo accade anche quando, nelle fasi di passaggio della propria esistenza individuale, si sente il bisogno di un riconoscimento collettivo. Non dobbiamo aspettarci, almeno a breve, un mutamento di questo quadro generale, soprattutto in Europa Occidentale, perché, su scala ormai globale, una condizione di possibilità di maggiore autodeterminazione è associata all’idea di benessere, in particolare nel campo dei traffici economici.
  Approfondendo, constaterei che, come segnalato da chi si occupa professionalmente di questi fatti, l’allontanamento riguarda essenzialmente la religione costituita, strutturata, gerarchizzata, con la sua complessa e stringente ideologia. Si deve invece prendere atto che l’irrazionale, il paradossale, è ancora piuttosto diffuso tra la gente come manifestazione di credenze di tipo magico, tanto da assumere la forza di vera religione alternativa, e ciò anche tra i giovani. Infatti è proprio la grande complessità dell’ordine sociale contemporaneo a condurre le persone verso visioni semplificate basate, come nell’antichità precristiana, sull’idea che, sotto forma di destino o di potenze arcane, vi siano forze misteriose, e un po’ capricciose, che reggono il mondo e che possono essere portate a favorirci mediante certe pratiche, sostanzialmente venendo a patti con loro. Il cristianesimo si basa invece sul presupposto che il mondo sia governato da un disegno amorevole di benevolenza infinita da parte del Creatore, manifestatosi definitivamente e irrevocabilmente nel Cristo, nella sua incarnazione, morte e risurrezione, nella nuova Alleanza valida per sempre. Nelle società la cui ideologia collettiva si basava sul cristianesimo, tale concezione era manifestata simbolicamente con molta forza, nell’architettura civile e nei riti sociali, conducendo le popolazioni a considerarla come dotata di evidenza pratica, quindi come confermata da come andava il mondo. Oggi invece essa, cadute quelle rappresentazioni culturali di cui dicevo, appare come costantemente smentita dai fatti, dalla realtà così com’è. Caduto in rovina, metaforicamente, il Tempio del sacro, che manifestava l’evidenza delle cose religiose, è solo con un faticoso lavoro di introspezione, di riflessione sulla condizione umana e di familiarizzazione con  il senso profondo delle espressioni della religiosità ricevute dal passato che ci si può lasciare persuadere dalle concezioni tipiche e fondanti del cristianesimo. E’ quello che viene anche definito come un catecumenato permanente. Ma quando si è giovani sembra, paradossalmente, mancare il tempo per cose del genere. E’ essenzialmente un portato dalla condizione fisica della condizione giovanile, che, presentata in genere come trasgressiva, riflette invece l’istinto conservativo della specie, quello che, ad un certo punto, spinge con immane forza verso la scelta di un compagno o di una compagna, l’accoppiamento, la riproduzione e la lotta per conquistarsi un posto nella società in cui si vive, scalzando i più anziani dal potere. Un tempo la religione veniva parzialmente incontro anche a questi moventi, perché quei tipi di socializzazione venivano mediati da collettività religiose; oggi ciò accade  molto meno, mentre i divieti rituali in materia di sessualità vengono considerati un impedimento irragionevole e inaccettabile.
 Concluderei notando che, considerando gli sviluppi storici della religiosità collettiva, ci troviamo indubbiamente in un momento di passaggio. Non è cosa iniziata negli ultimi tempi, essa invece risale ad almeno due secoli fa. Nella nostra confessione possiamo considerare fondatamente le acquisizioni del Concilio Ecumenico Vaticano II come un tappa che ha aperto una fase nuova nel progredire dei tempi, in particolare consentendo di discutere liberamente su certi argomenti per meglio capire le situazioni e i problemi. Come in altri aspetti delle società contemporanee si è prodotta un’accelerazione del progredire delle cose, tanto da far apparire rapidamente come desueti alcuni modi di pensare. La soluzione non penso stia nella pertinace conservazione o, addirittura, in scelte reazionarie. Tornare al passato non si può e, in fondo, non si deve. Anche se indubbiamente nel cambiamento vi sono molti pericoli. Ad esempio quello di assecondare il favore collettivo verso gli aspetti magici delle religioni o di accettare compromessi con forze dominanti delle società in cui si vive, abbandonando il forte carattere paradossale e di contrasto etico del cristianesimo, caratteristica che può essere considerata come originaria e fondante in questa forma di religiosità. Ma, in un certo senso, quello del cambiamento è il nostro compito storico, la nostra fatica anche in senso religioso, quell’impegno nel concreto che deve accompagnare sempre, secondo i maestri della spiritualità, l’atteggiamento orante. Raggiunta una nuova sintesi è possibile forse che i giovani ritornino, non solo per connotare di sacro i momenti tristi o quelli di passaggio della loro vita, ma anche per condividere la storia feriale, quotidiana, della collettività religiosa, avvertendo nuovamente a due passi da loro la presenza reale del soprannaturale secondo la concezione cristiana, ad esempio in parrocchia.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 16 aprile 2012

Dal presidente - Storie di Azione Cattolica (2)

Dal presidente - Storie di Azione Cattolica (2)

Ai soci anziani, ma anche ai giovani curiosi, può certamente interessare la storia del gruppo dirigente della Gioventù di Azione Cattolica (Giac) scritta da Francesco Piva, professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Roma “Tor Vergata”. La ricerca si concentra sul dopoguerra e dunque sulle vicende che vanno dalle elezioni del 1948 alla “crisi Rossi” del 1954. Il volume è imponente, con le sue poco meno di cinquecento pagine, ma leggibile e appassionante per il continuo ricorso a documenti, verbali e testimonianze dirette. Scorrono le memorie dei “baschi verdi” e del loro raduno nella Roma del 1948, la mobilitazione contro il comunismo, la spiritualità “militante” dei giovani di quegli anni, la grande personalità di Carlo Carretto, l’operazione Sturzo del 1953, la frattura tra Gedda e Carretto, l’avvento di Mario Rossi, le incomprensioni con i vertici vaticani, fino alle dimissioni di Rossi nel 1954. Molti dei giovani formatisi nella Giac di quegli anni hanno poi raggiunto posizioni importanti. Il volume riporta le biografie di una trentina di ex dirigenti centrali della Giac, tra i quali Pino Arpioni, Don Giovanni Catti, Dino De Poli, Nicola Di Napoli, Wladimiro Dorigo, Umberto Eco, Silvio Garattini, Gianfranco Giro, Michele Lacalamita, Emanuele Milano, Aldo Notario, Adriano Paglietti, Don Arturo Paoli, Fortunato Pasqualino e Luciano Tavazza     

(Francesco Piva, “La gioventù cattolica in cammino…” – Memoria e storia del gruppo dirigente (1946-1954), Franco Angeli, Milano, 2004, pagine 480, € 34)

sabato 14 aprile 2012

Azione Cattolica – F.A.Q. (domande più frequenti)

Azione Cattolica – F.A.Q. (domande più frequenti)
(le risposte alle F.A.Q. che seguono sono frutto di una elaborazione fatta da Mario Ardigò, sulla base di quello che pensa di aver capito dell’Azione Cattolica. Non esprimono necessariamente il pensiero dei vertici associativi, né rappresentano un’interpretazione autentica dell’ideologia associativa – I lettori sono quindi invitati a verificarne personalmente  la correttezza e fedeltà e a far pervenire eventuali rettifiche o integrazioni all’account <marioardigo@yahoo.com>; di esse si darà atto nel blog)

1. L’Azione Cattolica è  Chiesa cattolica?
  L’Azione Cattolica è una delle associazioni di laici inserite nell’organizzazione della Chiesa cattolica italiana. Il suo statuto è approvato dal Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana. Vi sono diverse altre associazioni che hanno analoghe caratteristiche di particolare legame con l’organizzazione della Chiesa cattolica italiana.
2. Chi è il laico?
 Il laico è il fedele cattolico che non è né diacono, né prete, né vescovo (vale a dire membro dell’ordine sacro) e che non appartiene a un ordine religioso o a una congregazione religiosa (che non è, ad esempio, frate o suora; monaco o monaca) (si veda la definizione che del termine laico si dà nella Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Lumen Gentium, al n. 31).
3. Per essere un fedele cattolico laico è indispensabile aderire all’Azione Cattolica?
No.
4. Se un fedele cattolico laico ha già aderito ad un altro gruppo religioso laicale o ha il proposito di farlo, può associarsi all’Azione Cattolica?
Sì.  L’adesione all’Azione Cattolica non è esclusiva. Si può far parte di altri gruppi laicali.
5. L’Azione Cattolica è un gruppo di spiritualità?
 No. Ciò che caratterizza l’Azione Cattolica non è un  particolare tipo di spiritualità, anche se i gruppi locali e le altre articolazioni associative esprimono anche una vita spirituale. Ciascun associato manifesta poi la propria, liberamente scelta. Alla vita associativa partecipano i Sacerdoti Assistenti per contribuire ad alimentare la vita spirituale e il senso apostolico.
6. L’Azione Cattolica è un gruppo di preghiera?
No, anche se nelle riunioni associative vi sono momenti di preghiera.
7.L’Azione Cattolica è un gruppo di approfondimento biblico?
No, anche se associandosi ci si impegna ad approfondire le tematiche bibliche.
8. L’Azione Cattolica è un gruppo di approfondimento culturale?
No, anche se associandosi ci si impegna a conoscere e capire di più del mondo in cui si vive.
9. L’Azione Cattolica è un gruppo per il catecumenato?
No. La conversione, il catechismo per il Battesimo   e il Battesimo sono dati per presupposti. Nella nostra parrocchia è costituita un’organizzazione specifica per queste esigenze.
10. L’Azione Cattolica è un gruppo per il catechismo?
No, anche se associandosi ci si impegna ad approfondire le verità di fede. Nella nostra parrocchia è stata costituita un’organizzazione che si occupa specificamente del catechismo, per i fedeli di tutte le età.
11. L’Azione Cattolica è un gruppo di propaganda religiosa?
No. Essa infatti vuole stabilire con i propri interlocutori una relazione molto più profonda.
12. L’Azione Cattolica è un gruppo che lavora per il proselitismo religioso o associativo?
 L’Azione Cattolica è certamente impegnata, in diretta collaborazione con il Papa e i vescovi, a far conoscere il Vangelo, ad esporre le verità di fede, a far comprendere gli ideali religiosi cristiani, a presentare correttamente il fine e l’azione della Chiesa nel mondo e il significato della sua liturgia, a raggiungere gli altri nel loro bisogno di religiosità, ad aiutare tutti a migliorarsi  secondo la fede professata e, in particolare, a capire come fare per meglio favorire l’accettazione nel mondo dei valori di fede. Ma il proselitismo religioso o associativo, l’obiettivo di “far numero”, di “distribuire tessere”, non è  tra le sue finalità dirette, anche se il riavvicinamento alla vita della parrocchia e adesioni associative possono effettivamente conseguire dalle sue attività.
13.L’impegno degli associati all’Azione Cattolica parrocchiale è principalmente in parrocchia?
 L’Azione Cattolica ha come primo impegno la presenza e il servizio nella Chiesa locale, quindi anche nella parrocchia. Tuttavia, in quanto associazione di laici, in essa è fondamentale l’impegno nella società civile, luogo privilegiato dell’azione laicale, per favorire l’affermazione dei valori religiosi.
14. Associandosi all’Azione Cattolica si è sottoposti ad un giudizio sulla propria vita?
No.
15. L’adesione all’Azione Cattolica richiede un cambiamento di vita?
No. L’associazione si ritiene arricchita dai doni che le provengono dalle diverse condizioni ed esperienze di quanti partecipano alla sua vita.
16. L’adesione all’Azione Cattolica comporta particolari pratiche religiose?
No.
17. L’adesione all’Azione Cattolica comporta particolari  pratiche di vita, oltre quelle raccomandate a tutti i fedeli laici?
No.
18. L’adesione all’Azione Cattolica richiede un particolare livello culturale o scolastico?
No.
19. L’adesione all’Azione Cattolica si sviluppa per gradi iniziatici, vale a dire da livelli inferiori a livelli superiori?
No. Si è membri a pieno titolo fin dal primo giorno e fin quando si vuole. Aderendo, non ci si impegna ad esserlo per un certo tempo o addirittura per sempre. L'adesione va rinnovata anno per anno, pagando una quota associativa.
20. Per chi è l’Azione Cattolica?
L’Azione Cattolica  è per tutti i fedeli laici cattolici e di tutti i fedeli laici cattolici.
21. L’Azione Cattolica risolve i problemi personali degli associati?
 Gli associati si impegnano anche a favorire la comunione fra di loro, quindi anche all’aiuto reciproco, ma non è detto che dall’associarsi in Azione Cattolica derivi la soluzione dei propri problemi personali. Non  vi farei molto affidamento.
22. L’Azione Cattolica risolve, in particolare, i problemi affettivi o di socialità?
 Può accadere. Ma non è scontato che accada. Anche su questo tema, non vi farei molto affidamento.
23. Le persone che, associandosi, si spendono per le finalità dell’Azione Cattolica devono aspettarsi riconoscimenti o corrispettivi, anche solo morali o affettivi?
No. Ci si associa perché si sente bisogno di agire in gruppo in relazione a certi obiettivi che si pensa di non poter raggiungere individualmente. Ma, come tutte le esperienze sociali umane, anche  quella nei gruppi di Azione Cattolica finisce in genere  per deludere certe alte aspettative, almeno sotto il profilo umano. Solo alla lunga e considerandola complessivamente, specialmente verso la fine di una vita, se ne può essere in fondo soddisfatti, soprattutto se la  si considera con sguardo soprannaturale, andando contro le apparenze, in spirito evangelico.
24. Chi comanda in Azione Cattolica?
L’Azione Cattolica è retta su basi democratiche. Tuttavia i  suoi presidenti, a tutti i livelli (nazionale, diocesano, locale), sono nominati dall’autorità ecclesiastica, su proposta dei rispettivi consigli. A livello della parrocchia, l’Azione Cattolica è presente con un’associazione parrocchiale, che è un’articolazione di quella diocesana. Gli organi dell’associazione parrocchiale di Azione Cattolica  sono: l’assemblea parrocchiale (programma la vita associativa e verifica l’attuazione del programma; elegge il consiglio parrocchiale); il consiglio parrocchiale (promuove lo sviluppo della vita associativa secondo le linee del programma approvato dall’assemblea; assicura la presenza dell’associazione nelle strutture di partecipazione ecclesiale; mantiene i rapporti di amichevole collaborazione con le gli altri gruppi della parrocchia; propone al parroco la nomina del presidente parrocchiale); il/la presidente parrocchiale (nominato/a dal parroco, sentito il vescovo ausiliare territorialmente competente  - promuove e coordina l’attività del consiglio parrocchiale; convoca e presiede l’assemblea parrocchiale; insieme al consiglio tiene costanti rapporti con il parroco; si fa garante degli amichevoli rapporti con l’associazione diocesana; rappresenta l’associazione parrocchiale).
25. Ma, insomma, quali sono le caratteristiche per le quali l’Azione Cattolica si differenzia da altri gruppi laicali?
 Non è né facile né semplice rispondere a questa domanda. Bisogna considerare non solo gli statuti associativi, ma anche la storia dell’Azione Cattolica italiana. E, per quanto riguarda gli statuti associativi, bisogna saper intendere bene il sofisticato  gergo teologico con cui sono stati scritti.
 Nello statuto nazionale (articoli 1 e 2) è scritto che l’Azione Cattolica è fatta di laici che si impegnano liberamente, per impregnare dello spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti. Più avanti (art.3) è scritto che gli associati si impegnano in particolare anche ad informare dello spirito cristiano le scelte da loro compiute con propria responsabilità personale, nell’ambito delle realtà temporali (cioè, traducendo dal gergo teologico, nella società civile). E, ancora, (art.11) che quella in Azione Cattolica  è un’esperienza popolare e democratica.  Essa poi è presentata come rivolta alla crescita della comunità cristiana  e si dice animata dalla tensione verso l’unità, da costruire partendo da diverse esperienze e condizioni di vita. Nell’Atto Normativo Diocesano della Diocesi di Roma è scritto che l’esperienza in Azione Cattolica  è una palestra di democrazia e di responsabilità civile.
 La storia. Dalla fine del Settecento cominciano a diffondersi e ad essere attuati, a partire dall’Europa, ideali democratici di organizzazione sociale. Si produce una profonda e tragica frattura tra l’organizzazione di vertice della Chiesa cattolica, espressa dal clero, e i movimenti democratici. Essa attraversa i popoli evangelizzati. In Italia si complica per l’interferenza del potere temporale dei Papi con la questione dell’unità nazionale. L’esperienza storica dell’Azione Cattolica  è stata la manifestazione di vari tentativi di  realizzare, senza rompere l’unità ecclesiale,  una partecipazione di popolo alla missione della Chiesa attuata con maggiore responsabilità laicale e secondo criteri di non esclusiva soggezione gerarchica, sia ideale e programmatica che pratica, almeno nelle cose che riguardano l’organizzazione della società civile. In ciò consiste appunto la sua tendenziale democraticità. L’impegno nel sociale è venuto poi assumendo anche il  significato di un tentativo di risolvere la plurisecolare diffidenza dei vertici ecclesiali, e quindi anche della teologia ritenuta ortodossa dall’autorità, verso le acquisizioni delle scienze contemporanee, sia naturali che umane. E inoltre, dal punto di vista politico, quello di mediare per giungere al superamento del risentimento storico del papato per la perdita del potere temporale in Italia e della storica indifferenza dei vertici ecclesiali verso i regimi istituzionali democratici rispetto a quelli non democratici o addirittura antidemocratici (venuta meno solo nel 1944 con il radiomessaggio natalizio del Papa Pio XII, mentre ancora agli inizi del secolo il Papa allora regnante aveva condannato l’idea di una democrazia cristiana). Con ciò è chiaro che si è trattato di un’azione che ha riguardato non solo la società civile, ma anche la stessa Chiesa. Essa si inquadra in un movimento storico di pensiero e di azione i cui ideali hanno trovato ampia espressione nei documenti del Concilio Vaticano II (svoltosi a Roma, nella Città del Vaticano, dal 1962 al 1965).   A partire da tale evento l’Azione Cattolica, sotto la presidenza di Vittorio Bachelet, ha fatto della piena attuazione, nella Chiesa e nel mondo, dei principi stabiliti da Concilio Vaticano II  uno dei suoi principali obiettivi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 12 aprile 2012

Domenica 15-4-12 - Letture

Domenica 15-4-12 –  Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità – 2° Domenica di Pasqua (o della Divina Misericordia)  – 2° settimana del salterio – colore liturgico: bianco


Prima lettura – dagli Atti degli Apostoli (At 4,32-35)

La moltitudine di colore che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

Salmo responsoriale (dal salmo 118)

Dica Israele:
“Il suo amore è per sempre”.
Dica la casa di Aronne:
“Il suo amore è per sempre”.
Dicano quelli che temono il Signore:
“Il suo amore è per sempre”.

La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.
Il Signore mi ha castigato duramente,
ma non mi ha consegnato alla morte.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo.

Seconda lettura – Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 5, 1-6)

 Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo, e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché è lo Spirito di verità.

Vangelo – Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 19-31)

 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

lunedì 9 aprile 2012

Dare contenuto al nostro servizio

Dare contenuto al nostro servizio

 Riacquistato il senso e la fiducia del nostro compito alla luce dell’insegnamento e degli indirizzi del Concilio, dobbiamo dare contenuto sempre più generoso e concreto al nostro servizio alla Chiesa e ai fratelli

 Dalla lettera scritta da Vittorio Bachelet ai presidenti diocesani di AC il 17-9-67

 Nell’entrare in AC ci si propone spesso di rendere anche un servizio per gli altri. L’obiettivo non è quindi solo quello del miglioramento personale.
 Quando si pensa a ciò che si fa per gli altri, si è spesso insoddisfatti, in particolare pensando a quello che fanno altri gruppi laicali.
 Bisogna rendersi conto, però, che l’impegno di fede proprio dei laici si sviluppa in gran parte fuori delle organizzazioni religiose. Spesso quello che si fa “all’esterno” non è particolarmente considerato e apprezzato, ma è un errore. In particolare, nei documenti del Concilio Vaticano II  è definito il campo d’azione privilegiato dei laici e lo si individua, nel gergo teologico, nell’animazione del profano. Che significa? Vuole dire che la vita che uno conduce in famiglia, nel lavoro, negli affari politici e nelle altre occasioni sociali conta e conta molto. Se poi ci si impegna anche nelle attività sociali, ad esempio, di una parrocchia è bene, ma non consiste in questo quello che primariamente si chiede ai laici.
 Il ruolo laicale nella società civile non consiste nemmeno nell’essere propagandisti di religiosità o agenti della gerarchia della nostra religione. Anzi, certo proselitismo può essere vissuto con fastidio negli altri.
 Il compito dei laici è innanzi tutto quello di adoperarsi per contribuire a trasformare la società intorno a loro con l’affermazione di valori che corrispondano agli ideali religiosi da loro professati. Sono chiamati, secondo un’immagine biblica, a farsi come lievito dell’impasto o sale nel cibo. Fuori di metafora: a cambiare la società in cui vivono senza tiranneggiarla.
 In questo lavoro non conta molto l’eloquenza, ma spesso si ottengono migliori  risultati con l’esempio di vita e la sapienza nelle varie discipline secondo le quali si comprende il mondo e si costruisce in esso. Edificarsi uno stile di vita che corrisponda a a certi ideali può quindi essere considerato come il lavoro che prepara quello successivo, di intervento nella società.
 Poi naturalmente ci si può anche incontrare il martedì (non però il martedì di questa settimana) in parrocchia per passare lietamente e utilmente un’ora insieme. Potremo anche scambiarci opinioni per telefono o via mail. Ma non è che ci sarà accreditato a merito solo questo. Conterà specialmente tutto il resto.
 A volte, nei momenti sconsolati, ci chiediamo forse se quello che facciamo serva veramente. La fede ci appare allora in un certo senso, secondo la metafora che troviamo nel film L’ultimo sigillo di Ingmar Bergman, come un grido nella notte, e nessuno risponde. Ma il senso religioso delle cose ci convince poi a non far tanto conto su noi stessi. La nostra fede ha cambiato e sta ancora cambiando il mondo nonostante innumerevoli sconfitte personali e la perdita di tante vite buone. Dopo l’assassinio di Vittorio Bachelet, il 12 febbraio 1980, si ebbe modo di ragionarci molto su.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

domenica 8 aprile 2012

Cristo è risorto! E’ veramente risorto!

Cristo è risorto! E’ veramente risorto!

 Molti anni fa, durante la mia prima giovinezza, ascoltai in televisione l’ultimo grido pasquale di Giovanni Battista Montini, rivolto con voce roca alla grande folla dabbasso: “Cristo è risorto! E’ veramente risorto!”.  All’epoca non avevo capito bene certe cose. Eppure, emotivamente, quella voce mi scosse e mi rimase impressa per tutta la vita. Essa ora è una dei sostegni delle mie più ferme convinzioni di fede. Mi è tornata spesso alla mente nei momenti critici.
 Devo senz’altro ammettere di aver poco compreso la figura del Montini, quando fui suo contemporaneo. Del resto visse, all’epoca, tempi bui; era  poco amato anche da una parte di quelli della sua stessa fede. Ricordo che in quegli anni una persona solitamente piena di speranza come Giorgio La Pira, ad un certo punto sbottò “Vedo nero, vedo tutto nero!”. Riconosco che da ragazzo fui tra coloro che trattavano con sufficienza diversi temi cari a Montini e lo stesso Montini. Crescendo imparai a conoscerlo meglio, incontrai persone che gli erano state vicine da giovani e che me ne parlarono. Lessi di lui. Ma ormai era tardi. Il suo tempo era ormai concluso… Ora però, entrando nell’età anziana, mi trovo a essere più “montiniano” che mai. Oggi, forse, sono veramente, direi finalmente, un suo contemporaneo, e probabilmente, e paradossalmente, lo sono meno rispetto a molti di coloro che, viventi in questo tempo, mi circondano.  
 Alcune espressioni collettive di oggi della nostra fede mi coinvolgono poco. Non sono molto portato all’emotività e a seguire le moltitudini. Una certa indocilità fa ormai parte permanentemente della mia indole. Diffido un po’ dei capi carismatici. Ad un chiesone pretenzioso di orgoglio principesco come quello che, da noi, racchiude, e in un certo senso certe volte imprigiona, il vertice della nostra istituzione religiosa, preferisco la serena tranquillità della  chiesa madre della famiglia che ho costituito, dove mi sono sposato e dove ho fatto  battezzare la mia primogenita, là sull’Aventino, il quartiere di mia moglie. E ho imparato anche ad affezionarmi alla nostra nuova chiesa, qui alle Valli, dove ho fatto battezzare la mia secondogenita, ma maggiormente da quando l’aria di novità è venuta un po’ passando, sono comparse le prime crepe, certe macchie di umidità, da quando, insomma, mi si è fatta simile. Eppure, per quanto il tempo faccia il suo corso, e il cemento armato invecchia molto più rapidamente della pietra, ogni tanto entrando si trova qualcosa di inatteso. Negli anni i muri si sono andati popolando di dipinti. Oggi poi è tutta addobbata per la Pasqua. Insomma, quell’edificio non è come una bella conchiglia di quelle che si trovano sulla spiaggia, ormai prive del vivente che le costruì. Questo continuo lavorio interno è l’immagine di ciò che accade in una persona nel corso della sua vita. Ecco che, da noi, la statua di San Clemente papa della mia infanzia è stata messa a presidiare un altro settore della parrocchia e in chiesa è apparsa un’altra  sua bella effigie tutta rinnovata. Tutto questo dimostra che costituiamo ancora un corpo vivo! Ma anche che, in fondo, nella nostra fede, nulla va veramente  perso delle persone e delle opere buone del passato.
 Quel grido pasquale di Montini è infatti ancora parte viva di me e, ora, anche di voi che ne avete letto qui.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.