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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 31 ottobre 2012

Riunione del gruppo di A.C. del 30 ottobre 2012

Riunione del gruppo di A.C. del 30 ottobre 2012

 L.D. ci ha esposto le sue riflessioni sul Vangelo di domenica prossima (Mc 12,28b-34) centrato sul comandamento dell’amore. Lo ha fatto utilizzando uno dei suoi cartelloni, che dal 1998 prepara ogni domenica (da allora ne ha fatti circa 600), in cui i brani evangelici sono proposti evidenziando in diversi colori e con diversi caratteri le parole che propongono gli insegnamenti religiosi, per richiamare meglio l’attenzione dei lettori su ogni loro parte e non perdere nulla di ciò che viene letto.
 Dopo l’esame del passo evangelico, ci ha letto questo suo scritto:
************************** di L.D.*******************************
 Da quanto abbiamo letto e analizzato, si può affermare che nel cuore di Gesù ci sono due grandi amori: l’amore di Dio suo Padre e l’amore degli uomini, che vuol fare fratelli.
 Questi due amori non possono essere separati l’uno dall’altro, perché non possiamo far piacere a Dio se non amiamo gli uomini che Lui –nostro Padre e Padre di tutti – ama come suoi figli.
 Quando Gesù ci parla del primo comandamento e del secondo che gli è simile, ci dice che bisogna amare come lui ama.
 Gesù, nell’elogiare lo scriba, afferma che tutto ciò non è sufficiente, perché il Regno di Dio è Gesù stesso e se non si abbandona tutto per seguirlo, il Regno resta inaccessibile.
 Appena morta Lucia, un amico mi ha mandato questo racconto:
Esso parla di due uomini, ricoverati nella stessa stanza dell’ospedale, che impararono a condividere insieme le ore, i pensieri, la vita. Uno dei due poteva anche mettersi seduto per un’ora al giorno, mentre l’altro  era costretto a rimanere sempre steso. Il primo aveva il suo letto vicino alla finestra, così ogni volta che si metteva seduto passava il tempo a raccontare al so compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori della finestra.
 L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno.
 La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto pieno di anatre e i cigni che giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barchette di carta. Giovani innamorati camminavano abbracciati, tra fiori di ogni colore, e c’era una bella vista della città in lontananza.
 Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena.
 Passarono i giorni e le settimane.
 Un mattino l’infermiera di turno trovò il corpo senza vita dell’uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno,
 L’infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo.
 Non appena gli sembrò opportuno, l’altro uomo chiamò chiese di spostarsi nel letto vicino alla finestra: sognava infatti di poter vedere anche lui direttamente tutto quello che l’amico gli descriveva.
 Quindi, lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò e si voltò per guardare fuori dalla finestra vicino al letto.
 Ma rimase stupito nel vedere che essa si affacciava su un muro bianco.
 L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico, che era morto, a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra.
 L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro.
“Forse, voleva farle coraggio…”, concluse.
 Lucia è morta da un anno e questo racconto me lo porto dentro con tanta commozione.
 Penso che racconti il segreto dell’amore che ci dà forza quando noi la doniamo agli altri, che ci dà felicità quando vogliamo dare felicità agli latri.
 Da quanto abbiamo letto, centellinato parola per parola, identificati scene e simboli, il Cristiano è colui che mette l’altro al primo posto, che non vede solo il suo piccolo o grande disagio, la sua piccola o grande sofferenza, ma anche quella degli altri.
 Così, facendosi attento e solidale, spezza il circolo vizioso dell’egoismo e sana anche le proprie ferite.
L.D. – A.C. San Clemente papa
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 L’assistente ecclesiastico ci ha poi proposto le sue riflessioni sul medesimo brano evangelico.
**********************************Ass.eccl.*************************************
 C’è un legame tra la prima lettura, tratta dal Deuteronomio, e il brano evangelico. In entrambe risuona l’appello “Ascolta, Israele!. Ascoltare è importante, spesso le nostre preghiere sono piene di chiacchiere.
 Si ascolta chi parla se si pensa che abbia qualcosa di importante da dire. Se si crede di sapere tutto, non si sente la necessità di ascoltare. Se Dio parla, dobbiamo ascoltarlo. Nella preghiera recitiamo “sia fatta la tua volontà”, ma come facciamo a conoscere la sua  volontà se non lo ascoltiamo?
 Allo scriba che lo interroga, Gesù ricorda la preghiera che gli ebrei fanno ogni giorno, che inizia con “Ascolta Israele!”. Ascoltano le parole di Dio devono entrare in noi, non rimanere all’esterno e produrre comportamenti solo esteriori. In altri passi evangelici si ricorda che veniva rimproverato ai discepoli di Gesù di non digiunare e Gesù dice che non era quello il momento di digiunare, mentre lui era tra loro; vale a dire che collega l’atto esteriore del digiuno a una interiorità, che in quel tempo, in cui Gesù annunciava la buona notizia dell’avvento del suo Regno, doveva esprimersi nella gioia.  Solo in Gesù infatti trovavano, e trovano, pieno  compimento le sue parole.
 Nella prima lettura e nel Vangelo viene ricordato il comandamento di amare Dio con tutta la mente e con  tutto  il cuore. Dio deve venire al primo posto, non, ad esempio, dopo il coniuge, dopo i figli o dopo i nipoti. Possiamo veramente amare gli atri, compresi i nostri cari, solo se siamo capaci di quell’amore per Dio.
 In questa riunione ci occupiamo anche dei temi del Concilio Vaticano 2°: in quell’occasione anche l’autorità ecclesiale venne collegata all’amore e concepita con e servizio ai fratelli  e custodia della verità.
 Uno dei documenti di quel concilio si intitola Lumen Gentium, Luce delle Genti. Possiamo essere luce per gli altri solo se la parola di Dio si fa carne in noi. E’ così che possiamo arrivare anche ad amare i nostri nemici, chi ci fa del male. Questo è un amore soprannaturale al quale possiamo arrivare se crediamo con lo Spirito di Cristo. Perché il cristiano deve essere di più che una buona persona. Non occorre essere cristiani per esserlo. Occorre seguire il comandamento dell’amore cristiano, che significa molto di più.
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C.F. ci ha quindi parlato di sue esperienze di vita, anche all’estero, in particolare in Svezia , dove ha studiato, e in Albania, legate alla nuova realtà ecclesiale dopo il Concilio Vaticano 2°.
 Di seguito ho trattato del tema della uguale dignità ecclesiale dei fedeli proclamata, sulla base per altro della dottrina della Tradizione, in quel concilio, in particolare nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

lunedì 29 ottobre 2012

Gioia e timore alla base dell’impegno religioso nella società

Gioia e timore alla base dell’impegno religioso nella società

 Leggo in Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8, che ho utilizzato questa estate per le mie meditazioni religiose:
[…] nella … nuova economia l’amore –motivo fondamentale dell’osservanza dei precetti non elimina il santo timore filiale che, con soggezione totale e trepidante adorazione della maestà di Dio, deve permanere a ogni livello della vita spirituale.
 Perciò, anche restando nel Nuovo Testamento, vediamo che c’è un timore di Dio che e inculcato assiduamente dagli apostoli (la stessa Lettera ai Romani 11,10; la Lettera agli Ebrei 4,1; la Prima lettera di Pietro 1,17 e 3,16); ed è inculcato da Gesù stesso come necessario (Mt 10,28),
[…]
Certo l’Eucaristia, se davvero vissuta nella fede, suppone la gioia: ma non necessariamente una gioia sensibile.
 Deve esser una gioia non adolescenziale, ma da adulto, che non presuppone … di saltare il timore, ma che nasce proprio da un timore virile e consapevole: stiamo di fronte al corpo e al sangue del Verbo eterno di Dio”.
 Questo  discorso che Dossetti riferiva specificamente all’Eucaristia può essere esteso all’atteggiamento che complessivamente la persona religiosa può avere nei confronti del tempo e della società in cui si trova a vivere. Il timore deriva dalla consapevolezza della grandezza degli ideali professati e dalla conseguente responsabilità, ma la gioia deriva della stessa fonte e, in particolare, dalla convinzione che quegli ideali non siano basati solo sulle proprie forze e che, quindi, l’universo, e l’umanità in esso, sia tratto da una forza irresistibile, non spinto da noi, verso un  suo beato compimento. In altre circostanze, al contrario, timore e gioia non vanno d’accordo, se il primo deriva dall’incertezza sul futuro, che può anche mettersi molto male, e dalla considerazione dell’insufficienza delle proprie forze e  conseguentemente la gioia, se anche c’è, finisce per essere piuttosto precaria e minacciata ed è essenzialmente gioia nell’oggi e anzi addirittura solo nell’ora corrente. Quella che scaturisce dal timore religioso è invece gioia per il passato, per il presente e per il futuro, quindi si basa su una valutazione complessivamente positiva e fiduciosa della storia. Si fonda su una considerazione realistica delle cose come vanno, e questa è come si dice nel lessico attuale la sua laicità, perché la fede non è solo immaginazione e sentimento, ma anche su una spiritualità intima e quindi profonda che cambia molto l’atteggiamento che si ha verso ciò che ci circonda e che, in tanti modi, ci determina, ci interroga, ci sollecita e, a volte, ci atterrisce. L’animo religioso, di conseguenza, di fronte ad ogni difficoltà della vita, sia  essa di quelle proprie personali o di quelle di realtà vicine come la famiglia o l’ambiente umano abituale, come anche su scala maggiore, di quelle che riguardano la propria città, regione, nazione o, al limite, l’intera umanità, innanzi tutto si raccoglie nella propria spiritualità per rafforzare il suo legame con il fondamento beato, in quell’atteggiamento che Dossetti indica come di devozione filiale, quindi in una familiarità di relazione con esso che non intacca il sentimento di stupore e trepidazione di fronte ad un assoluto che si pensa sorprendentemente  animato da amore viscerale, materno, ma anche virile, paterno, nei confronti di noi umani. Il passo successivo è quello della comprensione del mondo intorno a sé e poi dell’azione in esso, nel tentativo di comporre profano e religioso in una esperimento sapienziale nel proprio tempo, che, senza pretendere di esaurire tutto ciò che si può dire e fare in merito, rende, e uso concetti espressi nel sussidio Un passo oltre dell’Azione Cattolica, Editrice A.V.E, 2011, testimoni dell’oltre, vale a dire di quel fondamento religioso, nell’impegno laicale nel mondo in cui ci si è trovati a vivere, nell’umanità di cui si è parte, innanzi tutto nella propria famiglia, poi nel proprio lavoro, poi nelle istituzioni pubbliche di cui si è partecipi, ad esempio in ciò che si fa come cittadini (in una città, in una regione, in una nazione, in un’unione sovranazionale), fino ad arrivare a ciò che deriva dall’essere partecipi dell’intera umanità in un certo tempo storico, con la conseguente responsabilità globale  in ciò in cui di fatto si influisce su di essa o si potrebbe farlo o farlo diversamente. Questo è quello che in quel sussidio si definisce come cattolicità attiva, che non significa essere nella nostra società una sorta di piazzisti del sacro o di lobbisti della nostra confessione religiosa  (ad esempio per procurarle privilegi ed esenzioni) o di militi o messi di una potenza conquistatrice e dominatrice delle anime, ma prendere sul serio l’imperativo religioso che ci spinge tra le genti per provare a radunarle nel popolo di Dio, in una comunione di vita, di carità e di verità, insegnando loro ad osservare tutto ciò che ci è stato comandato, innanzi tutto la legge dell’amore-agàpe.
 Questo programma, che ho esposto brevemente, non è facile da attuare e, innanzi tutto, richiede che si impari a collaborare con gli altri. L’impegno religioso, come ci  è stato ricordato nella lettera apostolica Porta Fidei (2011) con cui è stato indetto l’Anno della Fede iniziato l’11 ottobre scorso, non è un fatto privato. Ecco che in questo può essere interessante l’impegno in Azione Cattolica. Esso è appunto un impegno, quindi un’esperienza faticosa i cui risultati non sono del tutto scontati e in cui gli insegnamenti ricevuti sono solo una base di partenza negli esercizi di laicità che si faranno, vale  a dire nello sforzo di comprensione  realistica del mondo in cui si vive alla luce di una spiritualità religiosa. Chi pensasse di trovare in un gruppo di Azione Cattolica ricette  di vita, personale o comunitaria, già pronte e ammaestramenti globali su ciò  che si deve fare o si deve pensare in ogni occasione rimarrebbe deluso. Un gruppo di Azione Cattolica non è una sorta di centro addestramento reclute in cui sergenti maggiori iniziano la gente al servizio in una santa milizia. In Azione Cattolica si è consapevoli di partecipare a un lavoro comune di ideazione e di azione di progettazione di un futuro di bene, per noi, per la società in cui viviamo, per l’intera umanità. In esso ognuno porta  i propri doni in un mutuo scambio che accresce gli altri, in uno sforzo comune per promuovere l’unità universale del genere umano a partire dalle realtà più vicine fino a quella globale.
 “[…] la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito con lui.
[,,,] In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell’unità”
[dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n.13, del Concilio Vaticano 2°]
 Ora  è chiaro, riprendendo il discorso da cui sono partito, che l’universalità di questo impegno comune, la sua cattolicità, la sua effettiva apertura a tutte le genti alle quali riteniamo di essere stati inviati, dipende dal suo fondamento religioso e quindi da quel timore  di cui si diceva, il quale, in particolare, deve prevenire da ogni tentazione di assolutizzare una soluzione, un modello, un’esperienza, un  cammino, una ideologia, una concezione filosofica, una spiritualità, un capo, una guida spirituale, un’organizzazione particolare, e via dicendo: si tratta di una familiarità con l’assoluto caratterizzata, appunto, da devozione filiale, nella considerazione che, secondo gli insegnamenti ricevuti, il Regno, quello di cui religiosamente attendiamo la manifestazione alla fine dei tempi, non è di questo mondo, sebbene sia già presente come in embrione in questo mondo, e pertanto non lo possiamo mai ritenere pienamente realizzato in nessuna delle nostre ideazioni e soprattutto non ce ne possiamo mai attribuire la sovranità.  Questo, ben lungi dallo scoraggiare e umiliare, è anche la base della creatività religiosa  nella società e quindi dell’efficacia della nostra azione comune, che non deve mai cessare di scrutare i segni dei tempi  e determinarsi con sapienza di conseguenza, rinnovandosi incessantemente.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

domenica 28 ottobre 2012

Enzo Bianchi riferisce sul Sinodo mondiale dei vescovi dell’ottobre 2012

Enzo Bianchi riferisce sul Sinodo mondiale dei vescovi dell’ottobre 2012

Su La Stampa  del 28-10-12 è stato pubblicato un articolo in cui Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, nel Comune di Magnano, provincia di Biella, in Piemonte,  ha riferito sul Sinodo mondiale dei vescovi svoltosi a Roma in questo mese di ottobre. Egli è stato invitato a parteciparvi come esperto. Di seguito riassumo il suo pezzo.
 Il sinodo si è occupato di una rinnovata evangelizzazione nel mondo contemporaneo, nello spirito di un aggiornamento, termine caro al papa Giovanni 23°, il papa del Concilio ecumenico Vaticano 2° (1962-1965). Nei cinquant’anni trascorsi da quel concilio, molte volte il sinodo è stato convocato per  affrontare nuovi problemi e delineare scelte concrete per la vita dei cattolici. Quello svoltosi questo ottobre 2012 è durato tre settimane e si è chiuso domenica 28 ottobre. Vi hanno partecipato circa duecentocinquanta vescovi da tutto il mondo. Essi hanno ricercato insieme, discusso  e dialogato.
 Le chiese cristiane vivono un tempo di crisi. La trasmissione della fede conosce fatiche e  intoppi. Nella  Chiesa cattolica si registra una diminuzione di membri e di vocazioni e, in clima di secolarizzazione, appare talvolta minoritaria, periferica, marginale. Anche dove le culture dominanti sono ancora ispirate al cristianesimo, si vanno diffondendo valori che non sono di supporto alla vita cristiana, privilegiando l’individualismo e negando ogni forma di solidarietà e di vincolo comunitario.  In Occidente il cristianesimo è ormai una via religiosa tra le altre e l’indifferentismo di società consumistiche mette in affanno i cristiani.
 In Sud America, Africa, Asia, la Chiesa cattolica, oltre a doversi confrontare con altre religioni storicamente presenti in quei luoghi, conosce anche la concorrenza di sette cristiane, di spiritualità esoteriche e di fenomeni legati alla magia. Nel mondo c’è ancora un incantamento religioso, ma le chiese tradizionali sembrano incapaci di eloquenza.
 L’Islam, con le sue diverse componenti,  è una presenza che interroga. In Africa, in Medio Oriente e Asia la convivenza non è sempre facile. La dimensione missionaria incontra difficoltà a causa della mancanza di libertà religiosa. C’è il rischio che i cristiani, anche in luoghi in cui erano presenti prima dell’Islam, siano percepiti come Occidentali, quindi quasi come intrusi, e spinti ad emigrare.
 I vescovi, pur di fronte a queste difficoltà, si sentono impegnati nel dialogo, senza accenti aggressivi o toni da crociata. In ciò è evidente il mutamento della Chiesa dopo il Concilio Vaticano 2°: non “ostilità” verso gli infedeli, ma dialogo, comune responsabilità per il bene della società, ricerca di pace tra le religioni, libertà di coscienza, affermazione della necessaria “ragione umana” in ogni dottrina religiosa; tutti frutti di quel concilio.
 La Chiesa non vuole promuovere un proselitismo che imponga il Vangelo o seduca le persone umane, ma ritiene che tutti abbiano il diritto di ascoltare la Buona Notizia che reca al mondo. Si impegna ad evangelizzare innanzi tutto se stessa. E’consapevole che il mondo non è un deserto, un vuoto senza bene e senza valori, ma che esso è in attesa di risposte adeguate, plasmato com’è da esseri umani, creati ad immagine e somiglianza di Dio, dunque capaci di bene.  Nell’evangelizzazione i cristiani devono ascoltare il mondo, conoscerlo, leggerne le gioie e le sofferenze e, innanzi tutto, discernere in esso i poveri, le vittime. Infatti la Chiesa è chiamata, al seguito del suo Signore, a  essere innanzi tutto Chiesa povera e di poveri.
 Si attendeva dal Sinodo una pronuncia di speranza e di bontà sulle quotidiane storie di amore che oggi appaiono faticose e ostacolate perché ritenute non sempre adeguate agli ideali evangelici. Essa c’è stata.
 Si è ribadito che l’amore del Signore resta fedele anche quando ci sono situazioni di infedeltà, perché la Chiesa è casa di tutti i battezzati, anche di quelli che vivono in contraddizione al Vangelo.
 Il Sinodo ha voluto infine  proclamare al mondo che i cristiani partecipano senza esenzioni alla costruzione di una convivenza più umanizzata e sanno di dover essere portatori di fiducia e di speranza. La Chiesa è impegnata più che mai nel dialogo con la postmodernità, nella convinzione che realizzare il Vangelo è compito sempre arduo, e a volta appare persino impossibile, ma che solo questo è richiesto ai cristiani.
 Sintesi di Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

Domenica 28 ottobre 2012– Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità – 30° domenica del Tempo Ordinario – 2° settimana del salterio – colore liturgico: verde – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove avvisi parrocchiali e di A.C.

Domenica 28 ottobre 2012–  Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità – 30° domenica del Tempo Ordinario  – 2° settimana del salterio – colore liturgico: verde – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove  avvisi parrocchiali e di A.C.

Osservazioni ambientali: 17° C; cielo coperto; vento sostenuto. Discreta affluenza alla Messa (va tenuto conto che alle 12 ci sarà la Messa solenne per l’apertura dell’Anno della fede in parrocchia); volenterosa partecipazione ai canti.  Il gruppo di A. C. si è schierato come al solito  sui banchi di sinistra, guardando l’abside.

Questa domenica alle ore 10 partirà una processione per le vie del quartiere (Largo Val Santerno, via Conca d’Oro, via Val Maira, via Prati Fiscali, viale Tirreno, via Valsesa), con la partecipazione del vescovo mons. “Cristoforo” Krzystof Nitkiewicz (il quale per diverso tempo celebrò la Messa domenicale delle ore 11 in parrocchia), per comunicare alla gente che vive nella parrocchia l’apertura, per tutta la Chiesa, dell’Anno della Fede, avvenuta l’11 ottobre scorso, cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano 2°. Alle ore 12, verrà celebrata una Messa solenne per l’apertura dell’Anno della Fede nella nostra parrocchia. Nel corso dell’Anno della Fede,  in parrocchia si terranno vari eventi, che saranno in seguito comunicati (in particolare: lectio divina in Avvento e catechesi in Quaresima).


Prima lettura
Dal libro del profeta Geremia (Ger 31,7-9)

 Così dice il Signore: “Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: ‘Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele’. Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, E’fraim è il mio primogenito”


Salmo responsoriale
dal salmo 125

ritornello:
Grandi cose ha fatto il Signore per noi

Quando il signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Allora si diceva tra le genti:
“Il Signore ha fatto grandi cose per loro”.
Grandi cose ha fatto il Signore per no:
eravamo pieni di gioia.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

Seconda lettura
Dalla lettera agli Ebrei (Eb 5,1-6)

Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”, gliela conferì come è detto in un altro passo: “Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedek”.

Vangelo
Dal  Vangelo secondo Marco (Mc 10,46-52)

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Sintesi dell’omelia della Messa delle Nove

 Il Vangelo di questa domenica ci presenta l’episodio del cieco di Gerico. Si trattava di una persona che aveva perso la vista, ma, come dice il proverbio “Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere”. La cecità spirituale è, dal punto di vista religioso, molto più grave. Si è in quella condizione quando ci si rifiuta di vedere e allora ci si inganna. Ad esempio quando ci si rifiuta di vedere come si è diventati e si passa con disinvoltura sopra ai propri peccati, mentre si è in genere piuttosto attenti ai peccati degli altri. Per quanto ci riguarda siamo di solito portati a minimizzare. Come quel cieco di Gerico dobbiamo chiedere di poter vedere di nuovo, in particolare di saper  fare chiarezza in noi stessi.
 Spesso nella nostra preghiera ci scoraggiamo e smettiamo. Sembra che Dio non ci ascolti. Il brano evangelico ci sollecita ad insistere, senza timore delle critiche che ci possono venire da altri. Dobbiamo rinnovare la nostra relazione con Gesù, perché è da lui che viene la salvezza. Non basta essere convinti che “Dio c’è” o essere religiosi, nel senso di andare in chiesa o di pregare o compiere altri atti religiosi come il digiuno. Bisogna  confidare in Gesù. affidarsi in lui: questo è appunto lo specifico dell’essere cristiani.  La salvezza non viene infatti da noi stessi, da ciò che siamo, crediamo o facciamo, ma da Gesù, il Salvatore. Non dobbiamo quindi mai disperare nella salvezza, perché Dio non ci ama per ciò che abbiamo fatto, quindi perché siamo persone amabili: egli ci ama nonostante la nostra cattiveria, i nostri peccati, i nostri difetti, perché Dio è amore. In particolare la salvezza non ci viene dall’obbedienza alla legge, ma solo dall’amore misericordioso di Dio.
 Nella prima lettura ci viene presentato il popolo che il Signore  raduna dalle estremità della terra per ricondurlo dall’esilio. Tra la gente che torna ci sono il cieco, lo zoppo, la donna incinta e la partoriente, tutte persone che hanno bisogno di aiuto nelle difficoltà della vita e che non ci si aspetterebbe vedere impegnate in un cammino tanto lungo. E’ un invito a confidare in ogni occasione nell’azione misericordiosa e salvifica  di Dio così come fece il cieco di Gerico. Ad esempio nelle decisioni che in famiglia si assumono sui figli da generare.
  La fede è un dono di Dio. A volte però è come se, ricevuto quel dono, lo mettessimo in un cassetto senza aprire la confezione che lo contiene. A che ci servirà allora?  L’Anno della Fede, che oggi sarà iniziato nella nostra parrocchia con una processione per le vie del quartiere e una Messa solenne, è un’occasione propizia per riscoprirlo. Mettiamoci dunque tutti in cammino con il Signore, iniziando dalla processione che comincerà tra poco,  in un pellegrinaggio verso di lui e la salvezza che ci ha preparato.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli

Avvisi parrocchiali:
- giovedì 8 novembre inizieranno le attività di sostegno per gli alunni delle scuole medie e del biennio delle superiori. Martedì 6 novembre, alle ore 16:00, nei locali della parrocchia, si terrà una riunione  con gli insegnanti che vogliano collaborare all’iniziative e gli alunni che vogliano seguire i corsi;
Avvisi di A.C.
-martedì 30 ottobre, alle ore 17:00, in sala da individuare (troviamoci nel corridoio del Centro di ascolto, si terrà la riunione del gruppo di A.C. . I soci sono invitati a preparare una riflessioni sulle letture della  Messa della domenica 4 novembre, 31° del Tempo ordinario (Dt 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28b-34);
- si segnala il sito WEB  Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per   scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.

sabato 27 ottobre 2012

Città di Dio, città dell’uomo, città del diavolo

Città di Dio, città dell’uomo, città del diavolo

  Il peccato che è nell’uomo decaduto si ritrova anche nelle sue città e nelle forme sociali più vaste e complesse: queste ultime possono assicurare agli uomini vantaggi sensibili in varie direzioni, ma tendono a porsi come grandi concentrazioni di potere (le megalopoli, gli imperi) e divenire sempre più anonime e soprattutto consentire uno sfrenamento più incontenibile delle peggiori passioni umane: l’ambizione prevaricatrice, l’avidità di illimitati guadagni, il lusso spettacolare, la lussuria sempre più cupida di ogni perversione, l’adulterazione industrializzata della verità, lo spargimento ingiusto di sangue ecc. Sicché non si può parlare di un’ambivalenza delle forme sociali e del potere, come fanno molti sociologi contemporanei, ma il credente deve riconoscere un loro inquinamento profondo con altissimi rischi: il rischio più grave di tutti è la guerra, sempre più generalizzata e distruttiva a livello planetario.
[da Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8,00]
 Dossetti pronunciò le parole sopra riportate dopo aver preso sinteticamente in rassegna la dottrina e l’esperienza biblica, dai primordi di Israele a tutto il Nuovo Testamento. Si era nel 1987, in un mondo molto diverso da quello in cui viviamo oggi e, in particolare, non si era ancora nell’era della globalizzazione, della interconnessione planetaria delle economie e delle società umane.  L’umanità era dominata da due grandi sistemi politici sovranazionali, quello centrato sugli Stati Uniti d’America e quello che prendeva a riferimento l’Unione Sovietica, e seguiva due gruppi di sistemi economici, piuttosto articolati al loro interno, quelli di tipo capitalista e quelli di tipo socialista-collettivista. Le accuse di perversione sociale venivano lanciate e rilanciate dall’uno all’altro degli schieramenti, che concepivano sé stessi come reciprocamente alternativi, l’uno il rovescio dell’altro. Questo comportava che chi, in ciascuno di quegli universi sociali contrapposti, assumesse una posizione critica nei confronti della  civiltà umana in cui si trovava, poteva fare riferimento all’altro mondo che le si contrapponeva come a un mondo alternativo, al regno del bene, a un modello positivo. Ai tempi nostri quest’alternativa sembra mancare, perché la Terra sembra retta da potenze umane omogenee ed è diventata così più significativa la critica globale alle società umane che si può ricavare dal dato biblico, seguendo Dossetti: il male appare come universalmente connaturato con l’esperienza delle società umane e da esse ineliminabile. Come disse Dossetti, non vi è quindi una semplice ambivalenza tra male e bene, ma un inquinamento profondo che ora si manifesta come pervasivo di tutta l’umanità, senza reali alternative. E tuttavia, paradossalmente, il rischio di guerra globale, ancora molto alto al tempo in cui Dossetti pronunciò quelle parole, sembra oggi molto meno forte in una umanità molto più numerosa dei tempi antichi, con il conseguente aumento dei motivi di conflitto, e in un tempo in cui le capacità distruttive si sono enormemente accresciute. Questa è anche opera umana. La pace ha anche una valenza religiosa e quindi si è spinti a ragionarci su anche sotto questa prospettiva. E ci si può chiedere come conciliare le esigenze di impegno nel mondo nuovo in cui ci troviamo a vivere con il pessimismo biblico sulle organizzazioni sociali umane.
 Bisogna allora evidenziare un importante problema che noi, gente di fede, abbiamo nel trattare, insieme con altre persone al di fuori della cerchia di chi condivide le nostre convinzioni religiose, le cose del nostro mondo: i principi ai quali vogliamo riferirci per orientare le nostre condotte individuali e collettive sono tratti da un’antica sapienza che si è formata in un mondo radicalmente diverso da quello in cui viviamo. Non si tratta di una differenza di un più rispetto al meno (oggi, ad esempio, il  mondo è più popolato; le armi oggi sono più potenti e via dicendo), si tratta di una novità profonda, strutturale e piuttosto recente. Non dobbiamo però pensare che si tratti di un processo anche irreversibile. I tempi nuovi in cui ci troviamo dipendono da una certa organizzazione sociale molto complessa e quindi anche particolarmente fragile, nonostante la sua pervasività e potenza globale. Anni fa uno scrittore italiano scrisse un libro vaticinando le condizioni della morte di megalopoli,  della crisi di un’organizzazione sociale umana moderna molto articolata e complicata. Un nuovo medioevo, in senso negativo, una regressione catastrofica, è quindi senz’altro possibile, ipotizzabile. Ce ne possiamo prefigurare le condizioni. Le tempeste che travagliano le relazioni economiche su scala globale ne possono essere considerate in qualche modo delle avvisaglie.  Oggi più che in qualsiasi altra precedente epoca storica appare quindi rilevante, nel dirigere le nostre società, una sapienza che scaturisce da competenze umane molto raffinate e dall’interazione solidale e virtuosa tra i centri collettivi di potere, in una tensione verso il bene dell’umanità, per preservarla dai pericoli e dal  male che sempre incombe. Pur nella consapevolezza religiosa dell’influsso di potenze invisibili, quella che spinge verso la Città di Dio e quella che invece tenta verso la Città del diavolo, compresenti nelle nostre società come in ogni singola persona, sembra che per la costruzione della Città dell’uomo, espressione cara a Giuseppe Lazzati (1909-1986), ai tempi nostri ci si debba impegnare molto nella storia umana, più che nelle ere passate, nella ricerca in concreto di soluzioni escogitate responsabilmente da noi stessi, ragionando e cooperando con tutti coloro che sono bene intenzionati, avendo innanzi tutto di mira la prevenzione di quel gravissimo rischio di cui parlava Dossetti, quello di una guerra globale e catastrofica, e poi di quello che Dossetti nel 1987 non poteva ancora presagire, di una crisi economica catastrofica globale, una specie di carestia biblica che coinvolga tutta la Terra. Non possiamo limitarci a considerarci solo spettatori del conflitto cosmico soprannaturale. Siamo spinti a scuoterci da una certa passività nell’impegno sociale che può derivare da quel pessimismo religioso sulle cose umane  a cui ho accennato e dal concepirci sempre come stranieri in ogni patria terrena, nel senso però di estranei. E l’esperienza storica, ad esempio quella della cooperazione europea sfociata nell’Unione Europea di oggi, ha dimostrato che questi sforzi collettivi possono avere successo.   Ogni soluzione, però, non sarà mai univoca: per ogni problema se ne possono infatti  pensare di diverse e le predizioni sulla loro efficacia si sono dimostrate in diverso grado fallibili. Inoltre ogni tipo di soluzione è strettamente correlato al tipo di problema al quale risponde e i problemi hanno un’evoluzione storica, come tutte le cose umane e come gli stessi esseri umani. Questo incide abbastanza sulla possibilità di formulare una dottrina sociale che coniughi in modo realistico, universale e definitivo le esigenze della nostra fede religiosa, che è strutturata anche su principi che si riferiscono a un mondo che non c’è più, con quelle dell’umanità di oggi. E, prima di ogni cosa, sull’affidabilità di una dottrina con quelle pretese formulata con autorità da capi religiosi che fanno principalmente riferimento a un contesto teologico, di coerenza teologica.
 Mi piacerebbe, a questo punto, concludere anticipandovi la soluzione delle soluzioni, il discorso ragionevole che chiuda il sistema in modo rassicurante per noi persone religiose, chiarendo che il problema è solo apparente e che vi è ancora una via semplice per vivere da persone di fede nel nostro tempo. Tuttavia non posso farlo, perché di passo in passo vi ho portato sulle frontiere estreme delle nostre concezioni religiose, oltre le quali, benché la storia ci spinga collettivamente in quella direzione, non si sa bene che cosa ci si debba aspettare.
 Voglio precisare che la novità della situazione dei tempi nostri è apprezzabile essenzialmente su scala globale, mondiale, perché su scale più piccole (nazione, regione, città, quartieri, condomini ecc.) le cose si presentano diversamente e mantiene piena affidabilità orientativa il contesto tradizionale dei principi di fede, caratterizzato da un certo pessimismo sulle faccende umane. Questo rientra nella nostra esperienza quotidiana. Eppure il nuovo ci si presenta anche in essa, nella nostra vita feriale, e può, ad esempio, avere il volto dell’immigrato da un altro continente che chiede il riconoscimento di una cittadinanza universale sulla base di quella nuova organizzazione globale delle cose umane  di cui dicevo. In questioni come queste anche noi, individualmente e come piccoli gruppi, abbiamo voce in capitolo e non si tratta sempre di scelte facili. E sul risultato globale, per i meccanismi delle democrazie di popolo che reggono le nostre società, incideranno anche le nostre scelte, così come esse hanno certamente influito, in una dinamica corale, sul risultato dei tanti decenni di pace nel continente europeo.

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

venerdì 26 ottobre 2012

Uguale dignità nella Chiesa tra tutti i fedeli

Uguale dignità nella Chiesa tra tutti i fedeli

  Sintetizzo le riflessioni che ho svolto nei giorni scorsi su uno dei temi ancora caldissimi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), nel senso che in quella grande assemblea fu intuito e sviluppato concettualmente, ma ancora la sua realizzazione è, come dire, in corso d’opera,  e si tratta di un lavoro in cui l’Azione Cattolica è particolarmente impegnata.
 Prima di cominciare richiamo alla vostra memoria questo che segue, di cui mi sono occupato in interventi precedenti: a)dalla fine del Settecento e in particolare dalla metà del secolo scorso, si è prodotta nel mondo una evoluzione politica delle istituzioni supreme per la quale si è passati da forme di governo caratterizzate dall’accentramento del potere in poche persone, dalle quali poi il potere veniva delegato in un scala gerarchica discendente, ad altre che consentivano una più larga partecipazione delle genti; b) questi sviluppi erano basati sull’idea di uguaglianza  intesa come pari dignità sociale; c) la pari dignità sociale è fondata sull’affermazione di diritti fondamentali che devono essere riconosciuti a moltitudini di esseri umani; d) il riconoscimento di questi diritti fondamentali è alla base del metodo democratico, quello che rende possibile la partecipazione di masse al potere supremo e che quindi non consiste solo nella regola secondo la quale vince la maggioranza; e) dopo il secondo conflitto mondiale il movimento per il riconoscimento universale dei diritti umani fondamentali di tutti gli esseri umani ha avuto il suo massimo sviluppo, producendo, ad esempio con a Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, una serie di dichiarazioni in cui quei diritti fondamentali non vennero più legati a una condizione di cittadinanza politica particolare (essere cittadini italiani o di un altro stato), ma alla sola condizione di esseri umani; f) nel mondo globalizzato (che significa unificato dal farsi più deboli le frontiere politiche che lo dividevano) di oggi il sistema dei diritti umani fondamentali sta avendo la sua massima estensione ed è alla base dell’idea di cittadinanza universale, realizzata la quale non vi sarebbero più nel mondo apolidi, genti private di una qualche possibilità di influire sui destini comuni; g) l’idea dell’esistenza di diritti umani fondamentali ha fondamento religioso e, in particolare, fondamento religioso cristiano, perché, in fondo, non può argomentarsi per altra via l’idea della pari dignità degli esseri umani, che per i cristiani dipende dall’essere stati tutti gli esseri umani creati uguali sotto quel profilo della dignità, da un unico Padre.
 Questi sviluppi democratici dell’ordine mondiale trovarono eco nella gerarchia cattolica a partire dal radiomessaggio natalizio del 1944  del papa Pio 12° (la Seconda Guerra Mondiale era ancora in corso in una sua fase particolarmente cruenta):
Il problema della democrazia
 Inoltre — e questo è forse il punto più importante —, sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
 Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
 In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?
 Poiché ha rinunciato ad esercitare un potere politico diretto, salvo che su una specie di simulacro di stato nel quartiere Vaticano in Roma, e ritiene di avere la missione di custodire inalterati alti ideali che riguardano il senso dell’universo, il destino degli esseri umani e la morale, la gerarchia della Chiesa cattolica, intesa come il papa e i  vescovi, non ha voluto, sulla scia del movimento democratico globale, democratizzare anche la Chiesa cattolica, nel senso di sottoporre certe decisioni supreme, ma anche molte di minore spessore,  al consenso della maggioranza. Paradossalmente quindi la Chiesa, pur consigliando la democrazia al suo esterno, rimane una potenza non democratica, essendo tutto il potere canonico sull’organizzazione ecclesiale concentrato nel Papa romano e nella sua piccola corte (la Curia vaticana) e solo parzialmente decentrato ad altri vescovi. Tuttavia gli sviluppi contemporanei dell’idea di pari dignità degli esseri umani, che del resto ha fondamento religioso, non sono stati del tutto senza conseguenze nella  Chiesa. Ciò si rileva particolarmente nei documenti del Concilio Vaticano 2°, che per altro, secondo il metodo della teologia cattolica, la quale si sforza di tenere sempre insieme  vecchio e nuovo, passato, presente e futuro, l’umanità antica e quella nuova, i morti e i vivi e i popoli di tutta la Terra, secondo il comandamento di unità ricevuto, sono formulati in modo da evidenziare particolarmente la continuità piuttosto che la novità.

 Un passo centrale lo si ritrova nel capitolo 4°, n. 32, della Costituzione dogmatica Lumen Gentium  sulla Chiesa, dove è affermata la vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune di tutti i fedeli nell’edificare il Corpo di Cristo. Questo il brano:
Dignità dei laici nel popolo di Dio
32. La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà. «A quel modo, infatti, che in uno- stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non hanno tutte le stessa funzione, così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siano membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5).
 Non c'è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c'è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché « non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11).
Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto a titolo uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio (cfr. 2 Pt 1,1). Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo di Cristo.
 Che cosa comporta, per noi laici, questa pari dignità nella Chiesa?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli –

giovedì 25 ottobre 2012

E pluribus unum: quale fondamento per l’unità?

E pluribus unum: quale fondamento per l’unità?

 Sullo stemma degli Stati Uniti d’America compare il motto latino E pluribus unum, che significa da molti, uno. Fu proposto dai rivoluzionari autonomisti nordamericani Adams, Jefferson e Franklin nel 1776 e successivamente adottato ufficialmente. Si riferisce alla volontà delle tredici colonie britanniche nordamericane di unirsi in una dichiarazione di indipendenza contro la Gran Bretagna, fondata sulla convinzione della  pari dignità umana, per essere stati gli esseri umani creati uguali in certi diritti umani fondamentali inalienabili e, innanzi tutto, in quelli alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.  Perché mi riferisco spesso alla nascita degli Stati Uniti d’America? Perché quella vicenda storica segna l’origine delle democrazie contemporanee e, nello stesso tempo, la creazione di un’unità politica in democrazia caratterizzata da un forte anelito religioso cristiano. Essa mostra quindi che ideali cristiani e ideali democratici possono convivere, non sono necessariamente in conflitto. Ciò con cui la democrazia non può convivere è infatti la tirannia. Questo era tanto chiaro a quei rivoluzionari che Benjamin Franklin aveva anche escogitato un altro motto: Ribellarsi al tiranno è obbedire a Dio. Benché quest’ordine di idee fosse molto antico nell’ideologia cristiana e fosse stato in particolare  affermato, su basi bibliche, nell’ordine concettuale di S.Tommaso D’Aquino (filosofo del Duecento, il cui pensiero venne approvato ufficialmente con l’enciclica Aeterni patris del Papa Leone 13° - del 1879), la democrazia come  è intesa oggi (con l’affermazione del diritto politico di resistenza al tiranno che violi quei diritti umani fondamentali inalienabili) venne accettata dalla Chiesa cattolica come regime politico preferibile solo nel 1944 (radiomessaggio natalizio del papa Pio 12°).
 Anche lo stato dal quale i rivoluzionari nordamericani vollero staccarsi era fondato sull’unità di diversi popoli (Inghilterra, Galles e Scozia: la Gran Bretagna), In questo caso però il fattore di unità era la sudditanza a una dinastia monarchica, la quale ad un certo punto, sulla base di precise accuse storiche esplicitate nella Dichiarazione di indipendenza  del 1776, venne vista come tirannica. Paradossalmente quindi la proclamazione di un’unità politica su certi principi, fatta dai rivoluzionari nordamericani, coincise con la secessione da un’unità politica fondata sulla sudditanza a un potere visto come tirannico.
 La questione dei fondamenti dell’unità è stata una di quelle fortemente critiche anche nella Chiesa cattolica, in particolare da quando, nel quarto secolo della nostra era, essa divenne rilevante per l’unità politica dei popoli unificati nell’impero romano e successivamente  anche per quella dei nuovi stati sorti dalla dissoluzione, nell’Europa Occidentale, di quel dominio. Quando si parla di radici cristiane dell’Europa ci si vuole riferire anche  a questo. In questa materia ha inciso potentemente il Concilio Vaticano 2°, aprendo veramente una nuova epoca.
 Il punto di partenza del nuovo ordine concettuale è la pari dignità delle persone che formano il popolo di Dio.
  ...comune è la dignità dei membri per  la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c’è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché “non c’è né Giudeo né Gentile, non c’è schiavo né libero, non c’è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28 gr; cfr Col 3,11).
[…]
… vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo.
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.32].
 Questa pari dignità conduce a rispettare la varietà nella Chiesa che raduna quel popolo
La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà.
[…]
Così nella diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo.
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.32].
  Il fattore di unità è di ordine spirituale:
… infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la  Chiesa e per tutti e singoli i credenti è principio di associazione e di unità, nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr At, 2,42).
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.13]
 La realizzazione dell’unità è impegno comune di tutti i fedeli:
…le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono con uno scambio mutuo universale verso la pienezza dell’unità.
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.13]
 Ad essa siamo spinti dalla legge dell’amore cristiano:
Questo popolo messianico ha per capo Cristo […] Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel core dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr Gv 13,34).
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.9]
 Per capire a che tipo di amore ci riferisca quando si parla della legge cristiana dell’amore è opportuno leggere il testo greco del brano del Vangelo di Giovanni citato nella costituzione dogmatica: “Entolèn cainèn dìdomi umìn, ina agapàte allèlus, cathòs egàpesa umàs, ina cai agapàte allèlus.(trad.:Vi do un comandamento nuovo che vi amiate [agapàte] gli uni gli altri; come io vi ho amato [egàpesa], così amatevi [agapàte] anche voi gli uni gli altri”. In questo brano viene utilizzato il verbo greco agapào che ha la stessa radice del sostantivo agàpe [in italiano tradotto con amore], il quale nella Bibbia richiama l’idea di pasti comuni come segno d’amore reciproco.
 Riassumendo: secondo le concezioni conciliari, l’unità non significa necessariamente uniformità e trova fondamento dal basso, in una comune ispirazione ideale che spinge gli uni verso gli altri, come quando si partecipa a una bella cena tutti insieme, per una comunione di vita, di carità e verità [Lumen Gentium, n. 9].
 Ora, non è che queste idee siano veramente nuove, perché erano tra quelle fondamentali fin dalle origini. La loro portata innovativa sta nel fatto che esse sono stata proclamate nel Concilio Vaticano 2° dopo che per quasi due millenni i fattori di unità nella Chiesa cattolica erano stati visti principalmente nella sudditanza sacrale ad un unico Pastore terreno  e nella stretta uniformità ideologica e liturgica (ad esempio nell’uso universale del latino liturgico).
 Dove voglio andare a parare con tutto questo? Cerco di dirlo nel modo meno “traumatico” possibile.
  Il fatto che l’Anno della Fede che è appena iniziato  sia stato così esplicitamente collegato al Concilio Vaticano 2°, tanto da essere stato fatto iniziare nel giorno del cinquantesimo anniversario dell’apertura di quel concilio, rende ben chiaro che non si vuole da noi il ritorno alla preponderanza degli antichi fattori di unità. Quell’era della nostra confessione religiosa è finita. Dobbiamo resistere alla tentazione di “ritornare” nel senso di incamminarci di nuovo per vecchie strade che portano a un mondo dal quale faticosamente ci siamo infine distaccati, dopo tanto dolore, perché basato su principi non evangelici. L’evo antico ha comportato nella storia della Chiesa, della quale nella  lettera apostolica Porta Fidei di indizione dell’Anno della Fede siamo chiamati a prendere maggiore consapevolezza, fatti gravi dei quali abbiamo dovuto collettivamente pentirci, sotto la guida del papa Giovanni Paolo 2°, nel corso del  Grande Giubileo dell’Anno 2000.
[…]
Un Rappresentante della Curia Romana: 
Preghiamo perché ciascuno di noi,
riconoscendo che anche uomini di Chiesa,
in nome della fede e della morale,
hanno talora fatto ricorso a metodi non evangelici
nel pur doveroso impegno di difesa della verità,
sappia imitare il Signore Gesù,
mite e umile di cuore. 

Preghiera in silenzio. 
II Santo Padre: 
Signore, Dio di tutti gli uomini,
in certe epoche della storia
i cristiani hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza
e non hanno seguito il grande comandamento dell'amore,
deturpando così il volto della Chiesa, tua Sposa.
Abbi misericordia dei tuoi figli peccatori
e accogli il nostro proposito
di cercare e promuovere la verità nella dolcezza della carità,
ben sapendo che la verità
non si impone che in virtù della stessa verità.
Per Cristo nostro Signore. 

R. Amen. 
R. Kyrie, eleison; Kyrie, eleison; Kyrie, eleison. 
[Dalla liturgia della Giornata del perdono, celebrata il 12-3-2000 nel corso del Grande Giubileo dell’Anno 2000]
 Come risulta chiaramente dalla lettera apostolica di indizione, si vuole che nell’Anno della Fede noi fedeli approfondiamo un cammino comune nella fede, aiutandoci gli uni gli altri in unione spirituale pur nella legittima varietà  di stili di vita individuali e comunitari, anche per un rinnovato impegno di testimonianza nella società in cui viviamo, per influire in tal modo su di essa con rinnovata sapienza e consapevolezza infondendo  valori cristiani, cercando di promuovere, secondo il comando ricevuto, l’unità spirituale di tutti i popoli della Terra. Non ci viene chiesto invece di realizzare un’unità discriminatoria, separando da noi, come “infedeli” o “scarsamente fedeli”, coloro che su alcune cose legittimamente la pensano diversamente da altri, nel presupposto che questi ultimi siano monopolisti della retta dottrina, della retta liturgia, dei retti principi di vita comunitaria. Questo significherebbe in un certo senso  tornare al nostro tremendo passato, equivocando gli scopi dell’importante iniziativa alla quale siamo stati tutti chiamati.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.