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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 30 novembre 2012

Eterno presente o apertura verso un futuro diverso?

Eterno presente o apertura verso un futuro diverso?
(30 novembre 2012)


Da parte di Abramo dunque … emerge una disponibilità all’accoglienza dei tre uomini, dei tre stranieri che, inesplicabilmente, si trovano improvvisamente davanti a lui. La tradizione mistica di Israele qualificherà questa disponibilità come bontà o carità (“chesed”) ... li riceve: non come dei simili o degli uguali, ma come esseri misteriosi … e di grande importanza. […] Il presente di Abramo … improvvisamente è messo allerta da un mistero. Li riceve come se dei visitatori fossero, per principio, sempre messaggeri dell’Eterno, esseri che bisogna servire senza chiedersi se lo meritano. Messaggeri che per di più dovrebbero essere serviti prima di Colui che li ha inviati. Il che sembra –in ogni caso qui- il modo migliore per servirLo. [… ] Il presente … si trova liberato dalle limitazioni insopportabili e mortali perché si mostra capace di essere toccato dal mistero dell’altro, dalla sua presenza discreta e inafferrabile.
 In questo racconto della Torà è questo mistero che  fa dell’altro un inviato dell’Eterno –un angelo- e non è il fatto di aspettarsi dall’altro che risponda finalmente al mio desiderio e sia lo strumento della mia soddisfazione che porta a vedervi un angelo. [… ]
 Ricevere un angelo –il soffio e le parole dell’Eterno incarnati, fugacemente, qui e ora, in un uomo, in uno straniero – è dunque prendere delle iniziative – preparare da bere e da mangiare –senza cercare prima di familiarizzarsi con l’identità dell’altro e ancor meno chiedersi come trarne profitto per sé ,,, è considerare l’altro … irriducibile a ogni conoscenza che si pretenda di avere di lui.
 […] Il racconto studiato qui mostra come, grazie all’accoglienza di questo mistero, la chiusura nel presente si schiude e come ciò che sembrava impossibile è annunciato come possibile, la novità, l’avvenire, la nascita di un figlio […] Infatti solo l’alleanza della Parola e della carne fa vedere a una persona ciò che, fino a quel momento, restava invisibile, impercettibile o senza presenza di carne.
[In: Catherine Chalier, Angeli e uomini, Giuntina, 2009, pag.53-55; commento al racconto biblico di Gen 18,1, l’apparizione ad Abramo di tre uomini alle querce di Mamré]

 Uno dei pregi maggiori che alcuni pensatori del passato hanno visto in alcuni tipi di religiosità è l’apertura al futuro, all’inaspettato.  Nel cristianesimo è l’aspetto della speranza che ha colpito particolarmente anche fuori del nostro mondo.
 In religione si confida di essere liberati dalla morte e di essere salvati dalla pena eterna. Quando accadrà questo? Nessuno lo sa, ci viene insegnato; è scritto. Nei travagli dell’oggi siamo convinti però che qualcosa è cambiato, proprio nel mondo in cui viviamo, con la nascita di Gesù, migliaia di anni fa. E che alla fine dei tempi si avrà il compimento beato di tutto ciò che nella fede religiosa crediamo, con il ritorno glorioso di Cristo. Nel frattempo siamo però invitati a non rimanere inattivi. Bisogna rimanere vigili e pronti, come le sentinelle nella notte (così sosteneva Dossetti). In particolare bisogna scrutare i segni dei tempi, come fanno gli agricoltori nel loro mestiere, per capire quando è tempo di seminare e quando di raccogliere. Ma c’è di più: abbiamo la possibilità di influire sul corso dei tempi, su come vanno le cose nel mondo, e, in particolare noi laici, siamo stati invitati a farlo dai padri del Concilio Vaticano 2° e i nostri capi religiosi non cessano di ricordarcelo. Questa nostra attività sembra che non abbrevierà di un secondo il tempo che manca alla fine di tutto, ma manifesta il nostro assenso a ciò che religiosamente crediamo, è il nostro concreto amen.
 A parole sembra tutto facile, nella pratica molto meno, specialmente quando ci si propone di incidere su fatti sociali. Chi decide che cosa si fa per cambiare il mondo? Il Papa e i vescovi, i quali hanno formazione prevalentemente teologica e ci chiedono aiuto in tutto il resto? Decidiamo a maggioranza? E se poi le maggioranze, come è accaduto, si pervertono e, invece di tendere a ciò che conta, pensano prevalentemente al proprio tornaconto? E se non andiamo d’accordo su ciò che deve fare, come mantenere l’unità della nostra collettività religiosa?
 Come ho scritto, si tratta di temi sui quali soluzioni soddisfacenti non sono state ancora trovate, a mio parere naturalmente.
 Nella nostra parrocchia, ad esempio, convivono stili di religiosità molto diversi, che in qualche campo sono addirittura contrastanti. Alla fine allora si tende a stare con chi la pensa come noi e si fanno molte chiacchiere, spesso malevole, sugli altri. Una ricerca sul WEB ci convincerà facilmente che circolano in rete le accuse più tremende contro gli avversari, e sono sotto accusa addirittura Papi e Concili ecumenici.
 Non è che al di fuori della Chiesa le cose vadano meglio. Si parla in merito di estesa frammentazione sociale e di corporativismo. Ognuno pensa per se e, di scontro in scontro, si arriva solo a provvisori compromessi.
 Un esempio storico di ciò a cui voglio riferirmi lo abbiamo nella Palestina contemporanea. Proprio  lì, in luoghi sacri  a tre religioni, sembra rivivere l’esperienza desolante della biblica Babele. E anche noi cattolici pretendiamo di dire la nostra al massimo livello, concludiamo accordi, intavoliamo trattative. Ma con che risultati, poi? La mia spiritualità è poco legata a quei posti, che mi sembrano anche piuttosto inospitali come ambiente naturale, visti con gli occhi di un italiano. L’unico luogo a cui sono legato emotivamente è il “mare” di Galilea, che è tanto simile al lago dove vado in vacanza d’estate, quello di Bolsena. Ma capisco che il mio è  un punto di vista particolare, limitato, e che ci sono buoni motivi religiosi per occuparsi di quelle terre. Farlo pacificamente sembra però piuttosto difficile e la storia ce lo ha confermato e lo conferma ancora.
 Eppure l’attesa del futuro, la vera speranza, può avere in fondo solo natura religiosa.
 Un primo atteggiamento che vorrei provare a sperimentare è confrontarsi con gli altri senza preventivamente calcolare i vantaggi che ci verrebbero da un’alleanza con loro o, viceversa, gli svantaggi. E’ l’insegnamento che la Chalier ricava, sulla base della riflessione dei saggi ebrei, dal racconto biblico dell’incontro misterioso di Abramo alle Querce di Mamre. Quindi di cogliere negli altri ciò che supera l’utilità materiale che le loro vite possono darci.
 La religione ci dà la capacità di uno sguardo soprannaturale che consente di cogliere ciò che prima restava invisibile, impercettibile, e che quindi veniva trascurato. E’ così che ho spiegato alle mie figlie la protezione che i cattolici vogliono fornire a organismi umani che non hanno ancora o non hanno più la capacità di entrare in relazione con noi nei consueti modi degli esseri umani. E questo a prescindere da altre questioni più complicate come quelle che riguardano l’anima e via dicendo. Ma anche nei riguardi dei morti, di quelli che dal punto di vista scientifico non vivono più, che mi capita di incontrare spesso in certi miei turni di lavoro, l’animo rimane incredulo di fronte alla realtà fisica della fine, del disfacimento dei corpi, della cosificazione dell’essere umano, disgregabile in pezzi minuti nelle pratiche autoptiche, e, potente, emerge l’esigenza di aderire alla promessa di salvezza che in religione abbiamo accettato e professato.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.




giovedì 29 novembre 2012

La parrhesia* evangelica

La parrhesia* evangelica

*parrhesia: vocabolo del greco antico. Significa franchezza, libertà nel parlare. Parlare pubblicamente, apertamente, coraggiosamente

…in condizioni di innegabili (ma non imprevedibili) necessità, piuttosto che tacere tutti, occorre che qualcuno si assuma l’iniziativa –non per velleità di protagonismo, ma con cuore umile e mosso solo da “parrhesia” evangelica- di professare pubblicamente la legge evangelica dell’amore e del rispetto dovuto ad ogni uomo
“Parlerò delle tue testimonianze davanti ai re
e non ne avrò vergogna” (Sa 119,46)
 E poiché ciò avvenga occorre che –nelle forme e con lo spirito dovuti, sempre di più nell’educazione interna e nella formazione della Chiesa di Cristo di faccia spazio non solo ai singoli episcopati, orientandoli a una coscienza eclesiale propria ma non nazionalista, veramente “cattolica” ma che anche si dia respiro alle grandi componenti in cui si articolano le Chiese locali, specialmente le loro associazioni qualificate di laici: perché divenga sempre più vero quello che si dice, e cioè che ai laici particolarmente spetta intervenire direttamente nella costruzione politica e nella organizzazione della vita sociale, agendo di propria iniziativa e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.
 …occorre compiere una revisione rigorosa di tutto il proprio patrimonio culturale e specialmente religioso, purificandolo radicalmente da ogni infiltrazione emotiva e da ogni elemento spurio che non attenga al nucleo essenziale della fede e che possa favorire anche solo in maniera indiretta ritorni materialistici o idealistici capaci di alimentare miti classisti, nazionalisti, razzisti ecc.
[Da Non restare in silenzio mio Dio, di Giuseppe Dossetti, introduzione scritta per il volume di L. Gherardi, Le Querce di Monte sole; ora in Giuseppe Dossetti – La parola e il silenzio – Discorsi e scritti 1986-1995, Paoline Editoriale Libri, 2005, €22,00]

 Su certi temi religiosi è inutile cercare istruzioni nei vari catechismi in commercio. Si tratta infatti di materie sulle quali ancora si discute e si sperimenta e non si è ancora trovata una posizione stabile, se non definitiva. In particolare questo accade per quanto riguarda l’impegno  religioso nei laici nella storia per influire sulla costruzione degli ambienti umani e delle società.
 Occorre riassumere brevemente alcuni punti che ho trattato precedentemente:
a) alle origini, diciamo nei primi quattro secoli della nostra era, le Chiese   cristiane erano ben distinte dalle istituzioni civili, alle quali prestavano  obbedienza in ciò che non contrastava con doveri religiosi ma sentendosi  come stranieri (“ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria è terra       straniera”, citazione dalla Lettera a Diogneto, scritto anonimo che si fa      risalire alla fine del secondo secolo della nostra era);
b)dal quarto secolo il cristianesimo diviene l’ideologia unificante dei sistemi          politici delle nazioni dominate dalle istituzioni imperiali romane e poi,          nell’Europa occidentale dei sistemi politici succeduti al crollo delle istituzioni          imperiali romane; in questa nuova situazione si instaura una dialettica, fatta   di accordi e scontri tra le autorità religiose e quelle civili, in cui i popoli        vengono in rilievo essenzialmente quali sudditi di una specie di condominio    in cui è molto importante stabilire chi comanda nelle varie questioni,  a       seconda che abbiano rilievo esclusivamente o prevalentemente religioso o    rilievo civile; oggi può sembrare strano, ma, in queste dinamiche e  concezioni, la pace tra i popoli non è un veramente un valore nella prassi   politica, compresa quella delle autorità religiose; non lo è neanche  l’autodeterminazione dei popoli (le concezioni democratiche contemporanee          sono molto lontane);
c) dal Cinquecento comincia ad affermarsi l’idea che i sistemi sociali possano   essere mutati per corrispondere ad esigenze razionali. Si tratta dei   movimenti ideali precursori delle concezioni democratiche contemporanee.   In queste epoche i popoli cristiani sono dominati da monarchie ereditarie, che si sentono minacciate dalle nuove idee. Il Papato solidarizza con le        dinastie monarchiche  diventa una forza di reazione. Questo atteggiamento si inasprisce di fronte ai sommovimenti politici della fine del Settecento e poi  nell’Ottocento. I movimenti democratici vengono essenzialmente concepiti    dai Papi come fonte di disordine sociale e di disubbidienza anche alle          autorità religiose. In Italia la situazione è particolarmente grave perché    l’unità nazionale si costruisce anche contro  il Papato, che domina Roma. Le         ultime condanne papali della democrazia, sia pure orientata in senso     cristiano, risalgono agli inizi del Novecento;
 d) la situazione muta molto con l’esperienza delle due Guerre Mondiali del          Novecento (1914/1918; 1939/1945) e, in particolare, in nel confronto con i          regimi totalitari fascisti e nazisti (la Chiesa cattolica invece in quel periodo       non fece esperienza diretta del totalitarismo sovietico, in quanto quest’ultimo  dominava nazioni cristiane ortodosse); in quell’epoca comincia a diventare   centrale il tema del perseguimento della pace universale e perpetua non più       solo mediante accordi con i capi delle nazioni (che con i capi fascisti, nazisti non avevano funzionato e che non si era neppure potuto iniziare a intavolare        con i capi sovietici), ma attraverso un’azione collettiva di masse illuminate;
e) da quell’esperienza, dalla quale la posizione morale del Papato esce          gravemente pregiudicata pur se la nuova Europa era andata strutturandosi          anche in base si riallaccia a principi     cristiani soprattutto per merito di movimenti laicali che, allontanandosi   dall’atteggiamento prudenziale del       Papato, avevano partecipato alla resistenza europea contro i fascismi e i        nazismi, scaturì un diverso atteggiamento verso la democrazia, vista ad         un certo punto come una forza che poteva impedire il riaffacciarsi dei         totalitarismi. Richiamo il celebre Radiomessaggio Natalizio del 1944 del        papa Pio 12°:
 Il problema della democrazia
 Inoltre — e questo è forse il punto più importante —, sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
 Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
 In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?”

f)  Bisognerà però arrivare agli anni Sessanta, al Concilio Vaticano 2° (1962-         1965)  e all’enciclica Populorum Progressio  (1967) del papa Paolo 6°, perché il Papato chieda ai popoli cristiani una autonoma e originale iniziativa  dei laici cattolici  per la realizzazione di un ordine giusto e pacifico.
 Siamo arrivati ai tempi nostri, caratterizzati da discussioni e sperimentazioni sul tema dei rapporti tra impegno religioso, promozione umana, in particolare elevazione degli umili,  e contrasto  di strutture sociali di peccato, in esso compresa la liberazione degli oppressi. Il fine è di pacificare la società costruendo ordini sociali  fondati sulla giustizia (per il legame che biblicamente si vuole vedere tra giustizia  e pace). Tuttavia si è vista che un’azione di pacificazione di questo tipo può non essere del tutto o per nulla pacifica, richiedendo di combattere le forze che promuovono e mantengono l’ingiustizia. In Italia questa è stata appunto l’esperienza storica delle forze cattoliche che aderirono alla resistenza armata al fascismo e all’occupante nazista, tra il ’43 e il ’45: si definivano ribelli per amore.
 Il più notevole tentativo di costruire un movimento di quel tipo, che si situasse tra l’organizzazione ecclesiale in senso proprio e le organizzazioni della società civile, non caratterizzate religiosamente, è stato quello delle varie teologie della liberazione, che originarono negli anni Sessanta e vennero duramente contrastate e represse, in particolare sotto il Papato di Giovanni Paolo 2°, per motivi prettamente teologici e per motivi politici, in quanto le si sospettava di cedimento alle ideologie marxiste e di assecondare i disegni sovietici nell’America latina.
 Negli anni ’80 e ’90 abbiamo assistito ad un forte attivismo politico internazionale, nel senso di cui dicevo, da parte del papa Giovanni Paolo 2°. Esso lasciò poco spazio ad autonome iniziative laicali. Si affermò in questo il modello di impegno laicale della Polonia, molto legato al collegamento con i vescovi. In Italia, dopo la fine dell’esperienza unitaria democristiana, poco spazio è stato lasciato ai laici e sui temi specificamente politici con rilevanza religiosa ha inteso esercitare un’azione di coordinamento la Conferenza Episcopale Italiana. Negli ultimi due anni ha ripreso ad essere molto attiva anche la Segreteria di stato Vaticana, qualche volta con iniziative che divergevano dalle concezioni della Conferenza Episcopale Italiana. Insomma, il laicato italiano è continuato ad essere quel brutto anatroccolo di cui ha parlato Fulvio De Giorgio nel suo bel libro omonimo del 2008.
 Un momento di particolare tensione si ebbe al tempo del referendum abrogativo in merito ad alcune norme della legge sulla procreazione assistita (2005), in cui la gerarchia cattolica aveva, indirettamente naturalmente, consigliato l’astensione, per non far raggiungere il numero minimo di votanti perché la consultazione fosse efficace e invece diversi cattolici decisero di andare a votare, pur votando contro l’abrogazione della legge (che era conforme alle concezioni dei vescovi). Volarono parole grosse tra laici schierati su posizioni opposte. Chi era conosciuto come cattolico e andava a votare veniva visto come in aperto dissenso con la gerarchia. In quell’occasione si manifestò chiaro il problema aperto dall’attivismo autonomo che si era iniziato a pretendere dai laici cattolici: esso doveva necessariamente svolgersi con metodi democratici e quindi rispettando la dignità morale e la libertà di coscienza di ciascuno. Questa convinzione fa fatica ad affermarsi nella nostra Chiesa, dominata da una gerarchia che rifiuta il metodo democratico nei compiti che sono suoi propri, ma è costretta a tollerarlo nell’azione nella società, se vuole veramente coinvolgere le masse nello sviluppo di una società ispirata a valori religiosi.
 Le cose si sono complicate ulteriormente per l’alta laicizzazione delle attuali formazioni politiche dalla metà degli anni 90, per cui l’adesione a un determinato orientamento religioso, ad esempio alla dottrina sociale della Chiesa, non è più presentato come caratterizzante e da tutti si fa professione di tolleranza e multiculturalismo. Ma sono più complicati anche i problemi e i dilemmi davanti ai quali ci si trova. Vi è la necessità di ragionare bene sulle cose e sugli effetti delle proprie decisioni, in uno spirito che, in democrazia, non può tener conto solo degli interessi della propria parte, fosse anche la propria Chiesa, ma del bene di tutti i consociati. E allora certi sbrigativi appelli a votare questo o quello, che sicuramente verranno anche in occasione delle prossime elezioni politiche, come sono venuti nel passato, vengono accolti spesso con fastidio, perché gli anni del dopo Concilio non sono stati senza effetto e quindi non si tollera più umiliarsi nell’atteggiamento di sudditi di un potere indiscutibile, fosse anche a base sacrale, ma ci si sente impegnati a un atteggiamento responsabile che impone di capire e di convincersi bene sui vari temi. L’autorità, nelle cose della politica e, in genere, della costruzione delle società umane, la Città dell’uomo di Lazzati, non va data per scontata, ma deve essere conquistata giorno per giorno con buoni argomenti ed esempi edificanti.
 L’Azione Cattolica si sente particolarmente impegnata nell’azione di formazione delle coscienze necessaria per svolgere responsabilmente la missione che ai laici compete nel mondo di oggi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


mercoledì 28 novembre 2012

Noi e la storia. Chi siamo veramente?

Noi e la storia. Chi siamo veramente?

Su quale bilancia si pesa la vita di un uomo? Secondo quale ordine si tirano le somme, da cui risultano il guadagno e la perdita di questa vita, e appare chiaro il suo senso ultimo? Di fronte alla natura non si può parlare di bilancia, perché tutto va come deve andare secondo la sua legge intrinseca. Ma nell’uomo l’agire e l’essere sono affidati alla libertà, e libertà significa che si può fare qualcosa di giusto, ma anche di sbagliato, che si può preservare qualcosa ma anche che qualcosa si può corrompere. Qual è dunque la bilancia, e quale l’ordine?
 [In: Romano Guardini, La Rosa Bianca, Morcelliana, 1994, pagine 84, € 8. Commemorazione di Sophie e Hans Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf  e prof. Dr Huber* – discorso pronunciato a Tubinga il 4-11-1945]
*membri del gruppo di resistenti tedeschi La Rosa Bianca, giustiziati dal regime nazista nel 1943.

 Di solito quando si pensa all’espressione scrutare i segni dei tempi, che venne usata nella costituzione pastorale Gaudium et spes (n.4) del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), si pensa ai tempi correnti, a quelli che stiamo vivendo nell’oggi. Il grande insegnamento del papa Giovanni Paolo 2° (regnante dal 1978 al 2005) fu di considerareil dovere di fare memoria veritiera anche del passato, per discernere anche in esso ciò che merita di essere preso ad esempio e quello che invece deve essere lasciato alla storia come manifestazione non più attuale o addirittura negativa: si tratta del lavoro che egli chiamò di purificazione della memoria.
  In un certo senso siamo abituati a farci narrare la nostra storia di collettività religiosa dai nostri capi, ma questo non rientra nel compito che riteniamo essere esclusivamente loro. Tutti siamo chiamati a ragionare sulla nostra storia, in particolare noi laici che abbiamo il compito specifico di ordinare secondo Dio le realtà temporali, vale a dire di costruire, in ciò che è umanamente possibile, un ambiente e una società dove gli esseri umani possano essere felici, secondo le nostre prospettive religiose.
 Non si tratta naturalmente di mettersi al posto di Dio e di anticipare presuntuosamente il giudizio finale sull’umanità e sui singoli suoi membri, evento sul quale in questo tempo liturgico di Avvento poniamo particolare attenzione. Poiché però noi non siamo stati creati dal nulla e in un nulla, ma siamo nati una determinata storia nella quale ci siamo progressivamente inseriti con un ruolo sempre più attivo e dalla quale siamo stati anche determinati e condizionati, innanzi tutto in ciò che si definisce la cultura del nostro popolo, il complesso di concezioni, abitudini, schieramenti, modi di esprimersi e via dicendo,  è nostro dovere, anche religioso, darne una valutazione, che ci riguarda da vicino, in quanto ha ad oggetto una esperienza di cui siamo parte.
 Nella coscienza religiosa si è sempre saputo che intere società possono andare contro i  valori religiosi: è questo anche l’insegnamento biblico. Molto più recente è la consapevolezza di doversi attivare religiosamente per combattere quelle che vengono definite strutture sociali di peccato. Questa espressione si trova in particolare nel magistero degli anni ’80 del papa Giovanni Paolo 2°. Certe organizzazioni della società, intese come istituzioni o movimenti, favoriscono o inducono al peccato, cioè a violare doveri religiosi. E’ un fenomeno che i cristiani hanno sperimentato fin dalle origini, fin da quando le istituzioni dell’impero romano pretendevano da loro l’ossequio religioso agli dei antichi. Ai tempi nostri abbiamo preso coscienza che lo schiavismo fu una struttura di peccato, ma si è trattato di una evoluzione culturale piuttosto lunga e travagliata. E’ stata considerata una struttura di peccato quella dei movimenti che inducevano alla lotta di classe, ma parallelamente, e su base biblica, si è anche presa maggiore consapevolezza che pure l’ingiustizia su base classista, dunque quella di coloro contro i quali si dirigeva la lotta di classe, è una struttura di peccato. Nel 2000, durante il Grande Giubileo che si celebrò quest’anno, si assistette a una spettacolare evoluzione di questa concezione: la Chiesa, guidata dal Papa, si impegnò a riflettere su ciò che nel proprio impegno storico aveva costituito struttura di peccato, proponendosi di distaccarsene.
 Di solito, quando riflettiamo sulla nostra esperienza religiosa, tendiamo a schierarci tra i buoni e poi partiamo con varie critiche, più o meno veementi, che riguardano quelli che non la pensano o non fanno o non sono come noi e facciamo loro la morale. Non sto a fare esempi, perché sicuramente ciascuno li ha in mente.  Pensiamo di essere gente pacifica, ma in realtà l’Italia ha un corpo di spedizione militare in Asia. Facciamo parte della parte più ricca dell’umanità e siamo piuttosto preoccupati del processo globale di ridistribuzione di una parte delle ricchezze del mondo che si sta producendo a favore di popoli che solo recentemente sono usciti dal sottosviluppo. E se dovessimo fronteggiare strutture sociali di peccato che furono quello che schiacciarono i resistenti tedeschi del gruppo della Rosa Bianca, come ci comporteremmo. Innanzi tutto: saremmo capaci di esprimere una veritiera, coraggiosa ed efficace critica sociale?
 Qualche volta, quando si parla dell’impegno dei laici cattolici nel mondo, li si pensa un po’ come dei piazzisti del sacro, dei venditori porta a porta di religiosità, sulla base delle indicazioni espresse dai capi della ditta, del loro catalogo. Si ha qualche difficoltà nel vederli invece impegnati un una riflessione creativa che riguardi anche i principi  e i valori, sulla base del lavoro di purificazione della memoria  e di approfondimenti personali che facciano reagire fede e vita. Questo accade all’interno della nostra Chiesa, ma anche fuori di essa. Spesso la persona di fede viene vista come un soggetto eterodiretto e incapace di autonomia di giudizio. Un credulone affascinato dal sacro.
 Riprendere in mano i documenti del Concilio Vaticano 2° può far apparire la sproporzione tra gli impegni che, già negli anni Sessanta, si ritenne di affidare al laicato e ciò che poi si è fatto in questo campo. E tuttavia dobbiamo tener conto che un lavoro religioso non è condizionato dalle forze concretamente disponibili in  campo o dal tempo che si ha a disposizione per agire. Esso vive nella prospettiva degli ultimi tempi ed è sempre svolto nella prospettiva dell’Avvento. Per quanto effettivamente la nostra buona disposizione d’animo e i nostri sforzi concreti contino, e siano manifestazione della nostra adesione interiore alla fede comune, il compimento di tutto non dipenderà da noi e c’è tutto il tempo che occorre per fare quello che si deve.
 Anche il piccolo gruppo dei resistenti della Rosa Bianca, che agiva anche in una prospettiva religiosa, non fu paralizzato dal considerare la scarsità del numero dei propri aderenti rispetto al mostro sociale contro il quale si dirigeva la loro critica sociale. A maggio ragione non dobbiamo esserlo noi, del gruppo parrocchiale di A.C. in San Clemente papa, che viviamo, tutto sommato, in tempi tanto meno complicati e pericolosi. Forse dovremmo però riscoprire l’entusiasmo dei nostri anni di gioventù, questo sì. E pregare che il nostro lavoro sia continuato anche da gente più giovane, nel nostro stesso filone ideale. Anche il sacrificio della Rosa Bianca fu fecondo in questo senso.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

Riunione del 27-11-12

Riunione del 27-11-12
Prepararsi nell’amore verso tutti all’Avvento, a compimento beato della storia nell’ultimo giorno: appesantimento del cuore, peccato, dissipazione, discriminazione sociale, evoluzione del diritto

 Quella di ieri è stata una riunione veramente interessante del nostro gruppo di A.C.  Un’ora di incontro sembra non bastare, si vorrebbe rimanere ancora insieme per parlare degli argomenti che ci appassionano e, in particolare, su come nelle nostre vite e nella società del nostro tempo reagiscano le parole della Bibbia, alla luce della tradizione della nostra Chiesa. Spero che questi miei interventi possano essere utili a proseguire le nostre riflessioni nel corso della settimana. Del resto è proprio quando usciamo dai locali della parrocchia che comincia il lavoro proprio di noi laici, è lì che come cristiani siamo mandati a operare.
 La prossima domenica sarà la prima di Avvento, un tempo in cui si sente il bisogno di curare meglio la propria interiorità e, in particolare, la propria spiritualità cristiana. Il presidente ci ha ricordato che sabato prossimo, 1 dicembre 2012, con inizio alle ore 9 e fino alle ore 16, presso il Monastero delle suore benedettine Camaldolesi sull’Aventino, Clivo dei publicii 1, si svolgerà un ritiro per il tempo di Avvento per il Settore adulti di AC della Diocesi di Roma, con una meditazione del vice assistente diocesano don Gianni Di Pinto sul tema “Credo! Aiutami nella mia incredulità”. Ci si può prenotare presso la segreteria del Centro Diocesano di AC dalle ore 16:30 alle ore 19:30, telefonicamente al n.06.6.796.740 e via email all’account segreteria@acroma.it. Il contributo per l’ospitalità sarà di € 5,00, mentre se si vorrà pranzare presso il monastero il contributo sarà di € 17,00.
 All’inizio della riunione è stato proiettato un filmato sulla comunità ecumenica di Taizè (Francia), che ha  quest’anno ha programmato un incontro per giovani a Roma dal 28 dicembre di quest’anno al 2 gennaio 2013. Il parroco sta cercando sistemazioni per i giovani pellegrini, che verranno da tutto il mondo, e chiede la collaborazione dei parrocchiani per offrire un ricovero, anche solo un locale dove stendere dei sacchi a pelo, e la prima colazione. La comunità ecumenica di Taizé, composta di persone di diverse confessioni cristiane, fondata negli scorsi anni ’40 da frére (fratello) Roger Shutz, ha in un certo senso anticipato il clima di comprensione e di amicizia inaugurato con i cristiani delle altre confessioni dal Concilio Vaticano 2°, dopo secoli di dure contrapposizioni, accuse reciproche di eresia e sospetti.
 Le riflessioni sui brani biblici di domenica prossima (Ger 33,14-16; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36) hanno offerto lo spunto ad un interessante dibattito sull’atteggiamento da seguire di fronte ad evoluzioni del costume che stanno portando a concepire come diritti comportamenti che la dottrina della Chiesa considera peccati.
 Ha introdotto l’assistente ecclesiastico, del quale si sintetizzano di seguito le riflessioni.
******riflessione dell’assistente ecclesiastico-sintesi*****
 Stiamo entrando nel tempo Liturgico dell’Avvento, che è un tempo aperto. Nelle prossime quattro settimane celebreremo sempre la Pasqua del Signore, ma anche faremo memoria della sua venuta nella carne, tra noi sulla Terra, e del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi. In un certo senso, come tutto l’anno celebriamo la Pasqua, dovremmo considerarci sempre in tempo di Avvento, anche al oltre lo specifico tempo liturgico. Infatti sempre attendiamo la venuta di Cristo. Quando ciò avverrà, nessuno lo sa, come è stato proclamato nel Vangelo di domenica 18 novembre, 33° del Tempo Ordinario. Ma viviamo veramente questa attesa del Signore che con la bocca proclamiamo nel corso della Messa “...proclamiamo la tua Resurrezione, nell’attesa della tua venuta?”.  L’attesa del ritorno del Signore vivifica la nostra vita di fede. Forse quel giorno potrebbe essere già oggi, noi ancora viventi. Se sapessimo che Cristo tornerà, ad esempio, tra due o trecento anni, potremmo lasciarci un po’ andare, pensando che per allora saremo già tutti morti.
 Il Tempo liturgico di Avvento  è strutturato in due periodi: nel primo si celebra la seconda venuta di Cristo, nella gloria, alla fine dei tempi; dal giorno 17 con la Novena di Natale si celebra il passato, al prima venuta di Cristo nella carne, la sua nascita come bambino, persona umana tra persone umane.
 Il brano biblico del profeta Geremia, nel quale si parla delle realizzazione delle promesse di bene fatte ad Israele e del fatto che germoglierà par la gente di Davide un germoglio giusto che salverà gli israeliti e Gerusalemme è riferito, dalla dottrina della Chiesa, a Cristo. Le altre due letture ci incitano a guardare al Cielo e a Cristo che viene. San Paolo parla di amore vicendevole che deve sovrabbondare, mentre nel Vangelo si danno anche dei consigli pratici per prepararsi agli ultimi tempi, essendo svegli e vigilanti. I nostri cuori non devono essere appesantiti dal peccato e dagli affanni della vita. La fede viene provata dalle avversità e la presentazione dei cataclismi che viene fatta nel Vangelo vuole indicare che essi ci saranno, ma che saranno segno del compimento del disegno divino: infatti la nostra liberazione sarà vicina perché verrà il Figlio dell’uomo, colui che nella fede attendiamo.
 L’attesa religiosa trova oggi particolari difficoltà? In realtà il catalogo dei peccati è sempre più o meno lo stesso. Quello che è cambiato e che alcuni comportamenti che nella visione religiosa costituiscono peccato, ai tempi nostri costituiscono diritti, ad esempio c’è il diritto a divorziare, c’è il diritto a farsi praticare in strutture pubbliche l’interruzione volontaria della gravidanza, e c’è il diritto a vivere apertamente un rapporto di amore omosessuale, senza subire discriminazioni o censure, e anzi ci sono proposte per dare veste giuridica a queste unioni, strutturandole al modo di vere e proprie famiglie, in modo da consentire anche l’adozione di bambini a quella coppie.
 Sotto un certo profilo questi cambiamenti dei costumi sociali e anche del diritto vengono vissuti nella nostra Chiesa come quei cataclismi cosmici menzionati nei Vangeli quando narrano degli ultimi tempi. E tuttavia dobbiamo considerare che l’insegnamento religioso ci dice che gli sconvolgimenti ai quali assistiamo ci confermano solo che Cristo è vicino: è questa la realtà sulla quale dobbiamo centrare la nostra attenzione e la nostra spiritualità. Non bisogna perdere di vista ciò che è importante. Infatti l’esperienza dimostra che gli affanni e le preoccupazioni del mondo passeranno, finiranno. A volte il timore della fine è già una specie di morire, a cui poi si aggiunge l’affanno della vera fine.  Il Tempo liturgico di Avvento ci aiuta a vivere l’attesa del futuro, pur tra molti affanni e problemi, in un’attesa gioiosa, perché nel futuro c’è  Cristo che viene.
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 C. F. ci ha proposto un intervento giornalistico di Gherardo Colombo, ex magistrato di punta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, dal titolo Più domande che certezze. E l’unico metodo per capire è lasciarci coinvolgere.
******sintesi dell’intervento di Gherardo Colombo*******
 Quale messaggio vogliamo diffondere sulla base della tradizione biblica? Sono possibili varie interpretazioni dei testi sacri e le divisioni tra i cristiani lo dimostrano. Nel corso della storia della cristianità sono prevalse di volta in volta immagini discordanti della divinità e sono state costruite, sul medesimo dato biblico, diverse teologie e dottrine. Qual è la Parola di Dio? Quella che in alcuni salmi incita allo sterminio degli empi o quella che impone l’amore del prossimo? Dio è il Padre che ama o il giudice che giudica e condanna?
 Oggi sentiamo di non poter più fare a meno di un approccio storico critico che porta a considerare i racconti biblici nel loro contesto storico e la Bibbia complessivamente come la manifestazione di un cammino evolutivo all’esito del quale si perviene al punto di riferimento esaustivo ed esaurienteAma il prosimo tuo come te stesso; fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”.
 Qual è il senso della Bibbia che si vuole trasmettere. L’opinione di Colombo, il quale ha una formazione prevalentemente giuridica e non teologica, anche se, come tutti noi, ragiona di temi biblici e teologici, è che “non si possa trasmettere nulla se non coinvolgendo i destinatari del messaggio. Essi non possono rimanere ascoltatori passivi; quanto più saranno protagonisti della relazione tanto più saranno disponibili a ricevere. Non possono soltanto ascoltare la relazione deve essere fortemente dialogica”.  L’obiettivo, secondo Colombo, non deve essere tanto trasferire ad altri le proprie conoscenze, ma  rendere possibile ad altri un contatto con la parola e il cammino conseguente, in cui possiamo essere aiutati ma dove nessuno ci può sostituire.
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 I temi trattati nel corso della riunione ci hanno posto dinanzi ad alcuni temi molto caldi delle relazioni tra gli animi religiosi e i nostri tempi.
 L’evoluzione del costume ci porta a superare atteggiamenti discriminatori di cui c’è testimonianza molto chiara nella Bibbia. Fin dove possiamo assecondare questi nuovi atteggiamenti?
 Un primo tema è quello dell’emancipazione femminile. Nel contatto con la mentalità degli islamici che sono venuti a stabilirsi tra noi emerge con più chiarezza quanto la condizione della donna si sia avvicinata a quella degli uomini nella nostra società, almeno quanto a dignità sociale, se non ancora come potere effettivo e eguaglianza di capacità di reddito. In Europa le donne hanno pieno diritto di parola, possono mostrarsi in pubblico ed essere rispettate senza che debbano portare speciali abbigliamenti che nascondano parti sessualmente attraenti e possono lavorare dove credono. La loro esistenza non è più totalmente dedicata alla cura della famiglia. Si è trattato di una evoluzione molto veloce. La disciplina giuridica del divorzio  e dell’interruzione volontaria della gravidanza venne motivata ideologicamente da questo intento di liberazione delle donne, quindi in particolare da una condizione familiare che poteva divenire sgradita  e da una genitorialità che si pensa di non poter sostenere per vari motivi. Come si era previsto con lungimiranza nella nostra Chiesa questa evoluzione ha però portato a una forte denatalità, in quanto parallelamente all’evoluzione del diritto nelle direzioni che ho detto non si sono sviluppate le provvidenze dirette ad agevolare le condizioni delle donne nelle condizioni di coniugi e di madri. E’ stato notato come i compiti di cura sono ancora oggi prevalentemente attribuiti alle donne e questo complica loro la vita. Vivere la famiglia, pur in una società che, anche in crisi economica, è ben più ricca di quella che visse, tra gli anni Cinquanta e Sessanta il cosiddetto periodo di boom, di veloce miglioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione, uscita molto impoverita dalla Seconda Guerra mondiale, è diventato più penoso, tanto che le statistiche ci dicono che un quinto delle gravidanze vengono interrotte volontariamente in strutture pubbliche (a questo dato deve aggiungersi quello degli aborti procurati illecitamente o all’estero).
 La mia opinione è che, se non vogliamo aggravare la situazione, non dobbiamo mai, nei discorsi che si fanno su quegli argomenti, farci coinvolgere dalla ripresa di discorsi di discriminazione contro le donne, anche sotto forma di colpevolizzazione del solo elemento femminile. Le relazioni sessuali e la generazione non si vivono mai da soli, in particolare non ne sono responsabile solo le donne: si tratta di fatti che coinvolgono sempre anche un’altra persona, la compagna della vita affettiva. Bisogna sforzarsi di ricordarlo sempre e di ragionare conseguentemente. E occorre anche ricordare che certe discorsi che imprudentemente  a volte si fanno su questi temi ai tempi nostri, con forzature e accentuazioni polemiche, possono addirittura finire per costituire reato, perché la discriminazione delle donne è vietata dalle leggi dello Stato.
 Analogo discorso può farsi sull’omosessualità, considerata nella Bibbia come un peccato grave. Nell’ambiente greco-romano non lo era, se non nei tempi più antichi di quelle civiltà. La concezione religiosa cristiana ha fondato per millenni la discriminazione degli omosessuali. Essi venivano considerati persone cattive, viziosi e quindi peccatori. Questa è ancora la concezione islamica del problema, per quello che so e leggo. 
 In Occidente ad un certo punto si è passati a considerarli malati da guarire, affetti da perversioni sessuali, ma oggi anche questa concezione è stata superata dal punto di vista scientifico. L’omosessualità è oggi  considerata una semplice variante sessuale. Si è presa anche consapevolezza di una cosa che si sapeva da sempre: nel corso di una vita e a seconda delle condizioni in cui ci si trova si può passare da atteggiamenti eterosessuali ad atteggiamenti omosessuali, come accade nelle carceri, sul naviglio di lungo corso o nelle forme di convivenza religiosa unisessuale. In questo non è implicata tanto una volontà viziosa, ma un’emotività su base biologica. Mentre l’osservazione dei primati ha dimostrato che comportamenti omosessuali sono osservabili  in alcune comunità di scimmie antropomorfe. Insomma, l’innaturalità dell’atteggiamento omosessuale, che era posta a base della condanna biblica e della conseguente teologia omofobica, è posta seriamente in questione. In questa nuova condizione gli omosessuali sorreggono un movimento nella società per avere un riconoscimento giuridico dei loro rapporti affettivi, che, manifestati oggi alla luce del sole, sono divenuti talvolta più stabili. Per quanto ideologicamente si miri al matrimonio, al modo di quello eterosessuale, in realtà quello che si vorrebbe  è una specifica disciplina che tenga conto delle particolarità delle famiglie omosessuali come si sono venute manifestando nella società.  La Chiesa, intesa come Papa e vescovi, ci impegna a contrastare le proposte di legislazione in quel senso. Essa infatti, pur non considerando più peccato il semplice orientamento omosessuale, ritiene ancora peccaminosa la relazione omosessuale, quindi in particolare i rapporti sessuali omosessuali, del resto sulla base del dato esplicito biblico.
 L’esperienza concreta che viviamo nelle nostre parrocchie è quella però della non esclusione degli omosessuali. Ci viene consigliato un atteggiamento amorevole verso di loro, dove fin a non molti decenni fa era praticata e consigliata la discriminazione e l’allontanamento.
 Teniamo conto che l’evoluzione giuridica delle società occidentali va verso l’eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione a sfondo sessuale. In Italia questo si fonda sul chiaro dettato dell’art.3 della Costituzione “senza distinzione di sesso”, anche se probabilmente pochi dei Costituenti si sarebbero immaginata una evoluzione come quella che stiamo vivendo. La discriminazione contro gli omosessuali, a mio parere, già illecita da punto di vista civile come discriminazione sessuale, ad un certo punto verrà anche vietata penalmente. Si tratterà a quel punto di trovare un nuovo linguaggio per riferirsi  a questo argomento. Questo porterà forse ad approfondire la riflessione sul dato biblico, secondo la proposta che ha fatto Colombo, sull’esempio di quello che sta avvenendo in altre confessioni cristiane. Si tratta  di fenomeni nuovi che possono destare sconcerto, per chi, come me, è stato ancora educato nell'infanzia, nella formazione della propria sessualità, a considerare l’omosessualità come  una perversione della virilità e un peccato religioso molto grave e a evitare con disgusto ogni contatto con persone omosessuali. Diciamo così: a prescindere da ogni altro discorso, è proprio la mentalità del disgusto che dobbiamo sforzarci di superare.
 Lo sforzo, non facile, che dobbiamo fare parlando di questi temi è di capire come conciliare l’aspirazione a una vita buona che riguardi anche l’espressione della sessualità, tanto importante per gli esseri umani, con il comandamento dell’amore del prossimo, da vivere con l’ampiezza richiesta dalle attuali concezioni della società. Dove un tempo certe discriminazioni erano date per naturali, oggi ci si ragiona sopra per superarle. Non si tratta sempre di cedimento alla dissipazione, alla licenza e alla dissolutezza dei costumi.
 Quello che saremo capaci di escogitare probabilmente servirà anche, nel tempo, come esempio per altre esperienze religiose che ancora sono fortemente discriminanti per certe parti della società, come sta accadendo in India per il miglioramento della condizione civile delle persone appartenenti ad etnie bollate come intoccabili in base a un comandamento religioso.
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 In conclusione della riunione L.D. ci ha parlato del nuovo libro del Papa intitolato L’Infanzia di Gesù, che completa la trilogia di libri su Gesù  iniziata con Gesù di Nazareth (2007) e Gesù di Nazareth – Dall’Ingresso in Gerusalemme sino alla risurrezione (2011).  Molte copie del libro sono disponibili presso l’ufficio parrocchiale.
 I racconti sull’infanzia di Gesù non sono solo favole, ci danno un importante insegnamento religioso. Ci narrano di un Dio che si fa uomo.  Nel libro del Papa si dà conto dei tanti maestri dell’antichità che ne hanno trattato, con meraviglia. La nascita terrena di Gesù ci parla di un Dio che ci ama per primo.


Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli

lunedì 26 novembre 2012

Propositi alla consegna delle nuove tessere di AC

Propositi alla consegna delle nuove tessere di AC

 Il prossimo 8 dicembre ci verranno consegnate le nuove tessere dell’Azione Cattolica. Di questi tempi possiamo quindi fare un bilancio di quello che è stato fatto e propositi per il futuro.
 Già l’essere ancora insieme è un buon risultato. Abbiamo continuato ad animare la Messa domenicale delle nove. Le nostre riunioni del martedì hanno trattato temi interessanti.
 Il programma per il prossimo anno si prospetta anche più coinvolgente, inserendosi nelle iniziative che saranno svolte nel corso dell’Anno della fede.
 Per la mia famiglia questa sarà la seconda tessera dell’A.C. parrocchiale in San Clemente papa. L’anno scorso non l’ho potuta ritirare di persona perché mi trovavo in ospedale. L’hanno fatto per me mia moglie e le mie figlie.
 Sono entrati anche altri nuovi membri del gruppo, giovani e meno giovani. Quindi, in fin dei conti, sono stati cattivi indovini quelli che, guardando il gruppo dal di fuori, ne temevano la prossima estinzione.
 Uno dei campi in cui potremmo pensare come migliorare collettivamente è, dal mio punto di vista, quello dell’apertura alla gente di fuori.
 Veder facce nuove tra di noi dovrebbe rallegrarci e a volte è proprio così, ma forse, un po’ per questioni di indole o di abitudini, non lo diamo a vedere. E innanzi tutto mi piacerebbe “agganciare” veramente chi viene da fuori per le prime volte, ad esempio avere un suo recapito mediante il quale mettersi in contatto con lui, un indirizzo, un numero di telefono, un indirizzo email.
 A volte le persone non vengono ai nostri incontri e non si sa bene perché. Stanno male? Hanno bisogno di aiuto? Sono tristi o abbattute? Hanno qualche problema? Sono rimasti insoddisfatte o sono state urtate da qualcosa? Come fare per contattarle?
 Ho notato che in certe occasioni o ricorrenze sono ricomparse persone che erano socie “storiche” del gruppo e che, o per l’età avanzata  o per acciacchi vari, non erano potute venire le altre volte. Mi piacerebbe che riuscissimo a mantenere un contatto anche con loro.
 Ora, non si tratta di “fare l’appello” ogni volta, come nelle nostre classi scolastiche di una volta, ma di predisporre un modo perché, chi lo voglia, possa tenersi in contatto con  il gruppo, almeno con qualcuno del gruppo, anche se non può venire ai nostri incontri.  Propongo quindi di scambiarci i nostri recapiti, come si faceva da ragazzi a scuola. Alla fine di ogni “foglio” che a volte distribuisco alle nostre riunioni, inserisco i miei recapiti: chi vuole se ne serva.
 E ch fare per attirare altri a collaborare al lavoro che ci proponiamo di fare in A.C. Ad esempio, ne parliamo in famiglia, in particolare ai nostri parenti più giovani?
 Innanzi tutto io ci comporrei una preghiera su, da recitare ogni volta che ci riuniamo, insieme alle altre preghiere tradizionali che facciamo. In definitiva siamo un gruppo religioso e specialmente in questo desiderio di apertura agli altri, che corrisponde alla missione che abbiamo come parti vive della Chiesa, possiamo e dobbiamo confidare in un aiuto dall’alto. In questo modo, facendo di questo tema un argomento di preghiera, da vivere con fiducia nella propria interiorità, ci potremmo abituare a collocare questo desiderio degli altri, questo bisogno di gente nuova, nel profondo del cuore  e al centro delle attenzioni del gruppo: questo potrebbe aiutarci a disporci meglio ad aprirci verso coloro che effettivamente verranno.
 “Di più saremo insieme, più gioia ci sarà” diceva il moto di un Jamboree, il raduno internazionale degli scout, di tanti anni fa. Ma non si tratta solo di questo, della gioia che si prova nell’essere in tanti. Ogni nuova persona che si avvicina a noi in amicizia si arricchisce del suo particolare punto di vista, delle sua specifica esperienza di vita. C’è tanto da fare, c’è tanto da imparare, c’è tanto da leggere, e questo vale anche nell’età più anziana, almeno in una prospettiva cristiana, quindi di una fede che confida nel rinnovamento finale, quando, come è scritto, ogni cosa sarà fatta nuova e ogni lacrima sarà asciugata. Noi non temiamo il futuro, perché è nel futuro il compimento beato, e anzi lo  invochiamo e diciamo “vieni!”.
 Il lavoro del cristiano, anche se vissuto nella solitudine monacale, è fatto per le moltitudini, e non solo dei viventi qui e ora, ma anche di coloro che sono trapassati e di coloro che verranno: ecco perché vorremmo essere sempre più premurosi nel diffondere e proteggere la vita umana in tutte le sue manifestazioni, anche lì dove altri vedono solo materia biologica in trasformazione.
 Essere in molti, non comporta però, in religione, nella vita di fede, essere anonimi in una massa di individui, far quindi parte di quelle che vengono definite “folle solitarie”, come può essere la gente che frequenta in un certo giorno una stazione ferroviaria, persone che vanno, persone che vengono, tutte che sanno dove andare di preciso  ma che se ne stanno per conto proprio, divergendo l’una dall’altra. Il nostro modo di essere in tanti è quello dell’agàpe, del bel convivio in cui si sta insieme nella gioia di gustare cibi e bevande abbondanti e buone. Secondo me sviluppare questa agàpe è parte del nostro impegno religioso: conosciamoci meglio, apprezziamoci meglio, ognuno abbia un suo ruolo nel gruppo e non sia semplice occasionale spettatore.
 Un impegno che potremmo prendere per il prossimo anno è di sforzarci di produrre ciascuno qualcosa ad ogni riunione, in particolare i più anziani facendo memoria viva del passato. L’A.C. ha una storia piuttosto lunga ed è passata anche per anni piuttosto travagliati, resistendo di generazione in generazione e anche imparando dalle difficoltà. Quando, prima dell’estate, abbiamo iniziato a riferire episodi di vita di A.C. del passato ho notato che chi parlava si concentrava sulla propria infanzia, adolescenza e prima gioventù, evidentemente tempi di grandi scoperte, che avevano lasciato una forte traccia emotiva. Ma il tempo che è venuto dopo, quello della maturità, quello degli impegni come coniugi e come genitori, non ha anch’esso un significato importante? Come è stato vissuto in A.C.? Non è stato anch’esso bello, appassionante? Per diversi di noi quegli anni, diciamo gli anni Sessanta e Settanta hanno coinciso con un’epoca di profondi cambiamenti, sia nella società che nella nostra Chiesa. In A.C. i particolare qualcosa in quegli anni si è perduto, e non è stato più recuperato, e alcune speranze sono state disattese. C’è stato un momento in cui è venuto meno o è stato più difficoltoso il ricambio generazionale, non tanto ai vertici dell’associazione, ma nella base, come possiamo constatare esaminando la situazione del nostro gruppo parrocchiale. Ragioniamoci su!

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 25 novembre 2012

Sintesi dell’articolo di Chiara Finocchietti:“Situazione dei cristiani in Terra Santa”


Sintesi dell’articolo di Chiara Finocchietti:
“Situazione dei cristiani in Terra Santa”
pubblicato nella "Rivista di studi politici" dell'Istituto S. Pio V di Roma, n. 2/2012 - Anno XXIV - Aprile/Giugno.

(sintesi di Mario Ardigò  per come ha inteso il testo dell'autrice– testo sintetico non rivisto dall’autrice - il testo sintetizzato potrebbe non corrispondere al pensiero dell'autrice)

Nota di metodo: Nel testo “sintetizzato” le parole sono tratte dal testo originario, ad esclusione di quelle tra parentesi quadre. Una parte del testo originario viene omesso, per esigenze di “sintesi”, ma le omissioni non vengono segnalate. Il testo sintetizzato corrisponde a circa un 35% di quello originario

Situazione dei cristiani in Terra Santa

La chiesa cristiana nasce dalla Chiesa madre di Gerusalemme, a cui tutti guardano, per sostenere la realtà e la vitalità delle fede cristiana là dove “tutto è cominciato”. [In Terra Santa è presente] un mosaico molto vario di culture, lingue, chiese e tradizioni.

Le sfide

Nel 2010 si è tenuto a Roma il Sinodo dei Vescovi sul Medio Oriente [che ha] ha delineato le sfide maggiori che i cristiani di tutta l’area
La prima sfida è quella dei conflitti politici.
La seconda è quella della libertà religiosa e di coscienza.
Un terzo nodo è quello del confronto con l’evoluzione dell’Islam contemporaneo, in particolare l’Islam politico.
La quarta sfida è quella dell’emigrazione, accentuata negli ultimi decenni dall’instabilità politica dell’area e dalla difficile situazione economica.
La quinta sfida indicata dal documento sinodale [consiste nell’]aumento dell’immigrazione cristiana in Terra Santa, soprattutto di lavoratori immigrati dall’Asia e dall’Africa.

La popolazione cristiana in Terra Santa

L'attuale popolazione cristiana in Terra Santa (Israele, Palestina, in particolare, la Giordania e, eventualmente, Cipro) è così suddivisa:
Giordania: 200.000, di cui 50.000 latini;
Palestina: 54.000, di cui 18.000 latini;
Israele: 120.000, dei quali 27.000 arabi latini e 300 latini di lingua ebraica.
In Israele i lavoratori immigrati dalle Filippine, Romania, Sri Lanka, eccetera possono essere più di 50.000. A questi si aggiungono i 5.000 sudanesi rifugiati politici e forse 40.000 russi di origine cristiana immigrati in Israele come ebrei.
In totale, quindi, il numero dei cristiani arabi (non stranieri) diventa 374.000, di cui 95.000 di rito latino. A questi si aggiungono circa 55.000 cristiani stranieri e 40.000 cristiani russi che gradualmente si sono inseriti nella società israeliana perdendo la loro fede originaria. La maggior parte degli israeliani di origine russa sono ortodossi.
 I sacerdoti del Patriarcato latino sono 85. Essi sono aiutati da una trentina di religiosi (francescani, carmelitani, religiosi del Sacro Cuore di Bétharram). L’età media è tra i 55 e i 60 anni.

I cristiani in Terra Santa: tante tessere di un unico mosaico

La situazione dei cristiani in Terra Santa è articolata, e presenta caratteristiche e peculiarità, luci, ombre e caratteristiche diverse a seconda del territorio a cui si fa riferimento.

Gerusalemme

Parlare della presenza cristiana nella città santa significa in primo luogo toccare il tema dello status giuridico di Gerusalemme. Alla fine della seconda guerra mondiale, con la nascita dello stato di Israele e con le prime risoluzioni delle Nazioni Unite sul tema … si pone in modo urgente all’attenzione internazionale la questione dello status della Città Santa.
La prima risoluzione [dell’Assemblea delle Nazioni Unite], la n. 181 [del 29-11-47], sanciva che Gerusalemme [venisse] sottoposta a uno speciale regime internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite. In sintesi, la risoluzione riconosceva che Gerusalemme è [oggetto]  di diritti ed interessi legittimi la cui titolarità apparteneva alle collettività mondiali delle tre grandi religioni monoteistiche e quindi, visto anche l’influsso che queste religioni avrebbero avuto sulla storia e la cultura di tanti popoli e nazioni, a tutta l’umanità.
 [Queste indicazioni] sono rimaste in gran parte inattuate, per le vicende militari, politiche, sociali del conflitto in Terra Santa dal secondo dopoguerra ad oggi, che hanno visto Gerusalemme prima divisa tra Israele e Giordania, e dopo, dalla Guerra dei Sei giorni ad oggi, annessa allo Stato Israeliano.
La questione di Gerusalemme è stata in questi ultimi sessanta anni oggetto di costante interesse della Santa Sede.
Nel gennaio 1964, Paolo VI compì il suo primo viaggio internazionale dopo l’elezione al soglio pontificio proprio in Terra Santa, primo successore di Pietro a recarsi pellegrino nei luoghi sacri per il cristianesimo.
[Secondo quel papa, vi erano] due aspetti essenziali e impreteribili. Il primo riguarda[va] la libertà di culto, il rispetto, la conservazione, l’accesso ai Luoghi Santi.
 Il secondo aspetto della questione si riferi[va] al libero godimento dei diritti religiosi e civili, che legittimamente spettano alle persone, alle sedi, alle attività di tutte le comunità presenti nel territorio della Palestina.”
 [Il papa Giovanni Paolo II, nella] lettera apostolica “Redemptionis Anno” del 1984, rivolta da Giovanni Paolo II “Ai vescovi della Chiesa cattolica, ai sacerdoti, ai religiosi e religiose, e ai fedeli tutti sulla città di Gerusalemme, patrimonio sacro di tutti i credenti e desiderato crocevia di pace per i popoli del Medio Oriente”, richiam[ò] il valore simbolico e l’aspirazione alla pace per Gerusalemme, città santa per il cristianesimo, l’islam e l’ebraismo. V[enne] inoltre affermato il valore universale di Gerusalemme, patrimonio dei fedeli delle tre religioni rivelate e dell’intera famiglia umana.
In sintesi dunque v[enne] ribadita la necessità che Gerusalemme goda di uno status speciale, garantito a livello internazionale, e che non possa esser messo in discussione da singoli stati
 Per perseguire [gli] obiettivi di tutela della cattolicità in Terra Santa e di protezione e sostegno alla comunità cristiana, la Santa Sede ha stipulato anche accordi bilaterali rispettivamente con lo stato di Israele nel 1993 e con l’Organizzazione di Liberazione della Palestina (OLP) nel 2000.
 [Con il] primo accordo Israele e la Santa Sede si impegnano a mantenere lo Status quo: questo significa che il Vaticano rinuncia a richiedere la restituzione degli spazi più importanti dei luoghi santi, perduti nel corso dei secoli. In secondo luogo Israele si impegna a rispettare la libertà di coscienza e di religione, e riconosce alcuni importanti diritti alla Chiesa Cattolica.
Il trattato con l’OLP del 2000 richiama l’importanza di una soluzione giusta della questione di Gerusalemme per la pace in tutta la regione, e definisce quelli che per la Santa Sede costituiscono le caratteristiche essenziali dello statuto, internazionalmente garantito, della Città Santa: una giusta soluzione della questione di Gerusalemme, basata su risoluzioni internazionali, è fondamentale per un’equa e durevole pace nel Medio Oriente, e le decisioni unilaterali e le azioni che alterano lo specifico carattere e lo status di Gerusalemme sono moralmente e legalmente inaccettabili. [Si auspica] infine, uno speciale statuto per Gerusalemme, internazionalmente garantito, che possa salvaguardare:  [l]a libertà di religione e di coscienza riconosciuta a tutti; [l]’uguaglianza di fronte alla legge delle tre religione monoteiste e delle loro istituzioni e fedeli nella Città; [l]a specifica identità e il carattere sacro della Città e del suo significato universale, il suo patrimonio religioso e culturale; i Luoghi Santi, la libertà di accedervi e di praticarvi il culto; il Regime di "status quo" in quei Luoghi Santi dove già vige.
 A questi documenti di riferimento va aggiunta, tra i testi più recenti, l’Omelia di Benedetto XVI pronunciata nella Valle di Giosafat a Gerusalemme 12 maggio 2009, in occasione della sua visita in Terra Santa, che riafferma il carattere universale di Gerusalemme, patrimonio delle tre grandi religioni monoteistiche.
 Padre David Maria Jaeger, francescano della Custodia di origini ebraiche, noto a livello internazionale anche per il suo ruolo dal 1992 di Membro ed Esperto Giuridico della Delegazione della Santa Sede alla Commissione Bilaterale Permanente di Lavoro tra la Santa Sede e lo Stato di Israele, ha così sintetizzato la posizione della Santa Sede su questo tema in un’intervista a Radio vaticana: “La Santa Sede, in particolare, ha sempre sostenuto questo orientamento della comunità internazionale, ed auspica per Gerusalemme uno statuto speciale internazionalmente riconosciuto. Questo, naturalmente, implica uno strumento giuridico internazionale che vada oltre qualsiasi accordo bilaterale: salvaguardare, quindi, in particolare la libertà di religione e di coscienza; parità di condizione giuridica delle tre grandi religioni monoteistiche, delle loro istituzioni e dei loro seguaci; tutela del carattere speciale di Gerusalemme in tutte le sue parti; la salvaguardia dei luoghi santi… Comunque sia, Israele e Palestina non sono abilitati a disporre di Gerusalemme, se le Nazioni Unite non avranno riconosciuto che le finalità della comunità internazionale siano state rispettate.

Essere cristiani a Gerusalemme: la questione delle case

Uno dei nodi principali per tutti i cristiani di Terra Santa, alla quale Gerusalemme non fa eccezione, è costituito dal fenomeno dell’emigrazione [alla quale] si affianca anche il dato della bassa natalità delle famiglie cristiane. I cristiani infatti, mediamente più colti e istruiti, adottano tassi di crescita demografici “occidentali”.

 Uno degli impegni che possono essere di aiuto per contrastare il fenomeno dell’emigrazione dei cristiani che vivono nella Città Santa, è quello dell’accesso alla casa. Si tratta di un problema antichissimo.
 Per questo uno degli impegni della Chiesa di Terra Santa è proprio quello di ristrutturare e costruire case da dare alle famiglie cristiane.
 La Custodia infatti da secoli possiede più di 400 unità abitative nella città vecchia di Gerusalemme, date alle famiglie cristiane più povere. Tali edifici sono però spesso fatiscenti.

Betlemme

L’impegno dei cristiani: educazione dei giovani, ecumenismo, bambini in difficoltà

Betlemme, come Gerusalemme, è sempre stata oggetto della sollecitudine dei pontefici. Fu in particolare Paolo VI che ne segnò la “vocazione”, impegnando i cristiani di questo territorio sui tre fronti dell’educazione dei giovani, dell’ecumenismo, della carità, soprattutto verso i bambini in condizioni di sofferenza. Lo fece attraverso tre opere, che ancora oggi testimoniano la presenza della Chiesa e dei cristiani.
La prima opera è quella dell’Università Cattolica di Betlemme, fondata nell’ottobre del 1973.
Un secondo dono di Paolo VI a Betlemme è quello dell’Istituto Ecumenico per gli studi teologici Tantur, che sorge su una collina lungo la strada tra Gerusalemme e Betlemme.
La terza opera è quella dell’Istituto “Effetà Paolo VI”, anch’esso nato per volontà del Pontefice, che nel suo viaggio del 1964 in Terra Santa constatò che c’erano molti bambini e ragazzi non udenti senza assistenza. Nacque così questo istituto Pontificio per la riabilitazione e la rieducazione audiofonetica dei più piccoli con problemi di udito, la cui gestione fu affidata alla Congregazione delle Suore Maestre di Santa Dorotea di Vicenza.
Oltre a queste tre opere nate per desiderio di Paolo VI, parlare dell’impegno dei cristiani a Betlemme, significa parlare di molte altre realtà di impegno, carità, preghiera, solidarietà. Tra queste, sempre in riferimento all’attenzione ai più piccoli, non si può non citare il lavoro fondamentale svolto dal Caritas Baby Hospital, unico ospedale pediatrico della Palestina.
 Nella primavera di quest’anno (2012), inoltre, è stata presentata al Santo Padre l’iniziativa della costruzione di un nuovo ospedale pediatrico-chirurgico, per volontà del Patriarcato di Gerusalemme e dalla Fondazione Giovanni Paolo II, grazie anche all’apporto della Conferenza Episcopale Italiana e della Regione Toscana.

Vivere a Betlemme: speranze e difficoltà

Se quindi il fenomeno dell’emigrazione dei cristiani è un dato comune a tutti i cristiani di Terra Santa, a Betlemme e nei Territori occupati diventa ancora più emblematico dei dolorosi effetti del conflitto arabo-israeliano.

I cristiani in Israele

Un’identità complessa

Per i pellegrini che si recano in Terra Santa parlare di Israele significa pensare a territori come quello della Galilea, e a luoghi cari alla cristianità come Nazareth, il Lago di Tiberiade, Cana, Il Tabor, il Monte Carmelo, solo per citarne alcuni. Parlare invece delle “pietre vive”, cioè dei cristiani che vivono in Israele, significa fare riferimento a una realtà che vive una situazione diversa da quella dei cristiani che abitano in Palestina, ma non per questo meno delicata e complessa. Si tratta infatti di una realtà articolata, una comunità cristiana di arabi cristiani cittadini di Israele che rappresentano una minoranza di lingua araba, come anche di una piccola comunità di lingua ebraica, di cui si parlerà più avanti.
 Secondo dati recenti dell’Ufficio Centrale Israeliano di Statistica, aggiornati alla fine del 2011, sono 154.500 i cristiani che vivono in Israele, cioè il 2% della popolazione dello Stato. L’80,4% dei cristiani in Israele sono arabi, mentre il resto è costituito principalmente da cristiani che sono emigrati in Israele con i membri ebrei delle loro famiglie grazie alla Legge del Ritorno.
 La maggior parte di loro sono arrivati con l’ondata di immigrazione iniziata nel 1990 e sono provenienti dalla ex Unione Sovietica.
I cristiani che risiedono in territorio israeliano costituiscono dunque per la maggior parte una presenza radicata qui dalla nascita del cristianesimo. La creazione dello stato di Israele ha portato a una situazione nuova, che li ha messi di fronte al problema di una quadrupla identità: arabi, palestinesi, cristiani, abitanti di Israele.
 Sul tema dell’educazione, va sottolineato il ruolo fondamentale delle scuole cristiane, non solo in Israele ma in tutto il territorio della Terra Santa, come spazio di promozione della libertà dell’uomo e di educazione alla pace alla convivenza e al dialogo.
La realtà delle scuole cristiane è strutturata, ed è coordinata dall’Ufficio delle Scuole Cattoliche in Israele (USCI).

Una nuova realtà: I cattolici di espressione ebraica

“Essere cattolici in ebraico in una società a maggioranza ebraica è una nuova esperienza nella storia della Chiesa”. È quanto afferma Padre David Neuahus, un padre gesuita israeliano, oggi chiamato nella chiesa di Terra Santa a ricoprire il ruolo di Vicario patriarcale latino per i cattolici di lingua ebraica in Israele. Cristiani e cattolici di espressione ebraica sono presenti nello stato di Israele sin dalla sua nascita nel 1948: una presenza alimentata dalle ondate di immigrazione riversatesi nel corsi degli anni nel paese, che hanno portato migliaia di cattolici, membri di famiglie ebraiche a entrare a far parte di una società di lingua, cultura e religione ebraica e israeliana. Negli ultimi anni la popolazione israeliana ha registrato un incremento demografico significativo, frutto di ulteriori ondate migratorie: una di queste ha portato in Israele circa un milione di persone di lingua russa, tra cui molti cristiani. A loro si aggiungono decine di migliaia di lavoratori stranieri cattolici, migliaia di rifugiati giunti da ogni luogo della Terra, e decine di famiglie arabe-cristiane che si sono trasferite in aree dove l’ebraico è la lingua dominante.  
In Terra Santa oggi sono sette le comunità cattoliche di espressione ebraica: Gerusalemme, Tel Aviv-Giaffa, Haifa, Beersheba, Tiberiade e Nazaret, più delle comunità di lingua russa.

La Giordania

Gesti di pace: dignità della persona umana, accoglienza dei profughi, educazione

Alla situazione complessa in cui vivono molti dei cristiani di Terra Santa fanno da contraltare realtà che, pur non avendo eliminato problemi e sofferenze, indicano vie concrete di presenza e dialogo dei cristiani in Medio Oriente. Una di queste realtà è quella dello stato Giordano.
Una convivenza e un dialogo reso possibile anche da molti gesti concreti di pace.
 Un’altra esperienza che appartiene al cosiddetto “modello Giordania”, modello appunto di convivenza e dialogo, è quello dell’accoglienza dei tanti profughi scappati dagli altri conflitti dell’area, in particolare iracheni e palestinesi.
 Una terza esperienza che concorre a consolidare le fondamenta dei percorsi di pace in Giordania è l’impegno dei cristiani per l’educazione. Uno degli esempi più recenti in questo senso è la costruzione dell’Università cattolica di Madaba, la cui prima pietra è stata posta proprio da Benedetto XVI durante il suo viaggio in Giordania.
 Nel “modello Giordania” un ruolo importante è giocato anche dall’impegno delle autorità del Paese, a partire dalla famiglia reale giordana che ha intrapreso diverse azioni per favorire la coesistenza islamo-cristiana.

Dialogo cattolico-musulmano

Un altro terreno di confronto e riflessione comune è quello del dialogo interreligioso tra cattolici e musulmani. Un terreno che in Giordania è particolarmente favorevole e che rappresenta un laboratorio cruciale per tutta l’area, tanto che nel 2011 viene ospitato qui il secondo incontro Forum cattolico-musulmano.
 Il secondo Forum cattolico-musulmano, si è svolto in Giordania a Al-Maghtas, ritenuto il sito del Battesimo di Gesù, dal 21 al 23 novembre 2011, su “Ragione, fede e persona umana. Prospettive cristiane e musulmane” (tema che richiamava la lezione di Benedetto XVI del 2006 a Ratisbona). La Delegazione cattolica, di cui faceva parte Mons. Twal, è stata guidata dal cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, mentre quella islamica era guidata dal principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal. L’incontro è stato ospitato dal Reale istituto Aal al-Bayt per il pensiero islamico, di cui il principe Ghazi è presidente, e i partecipanti hanno incontrato anche il re di Giordania Abdullah II per condividere alcune questioni d’attualità che riguardano cattolici e musulmani. Nel comunicato finale si afferma che “Cattolici e musulmani sperano di continuare il loro dialogo come un modo per approfondire la comprensione reciproca e promuovere il bene comune dell’umanità, e in particolare il suo anelito per la pace, la giustizia e la solidarietà”.

Il sostegno internazionale dei cristiani nel mondo

La solidarietà e il sostegno materiale e spirituale ai cristiani di Terra Santa si può manifestare in molti modi. Uno è quello dei pellegrinaggi.
 Un secondo aiuto concreto è quello di “dare voce” ai cristiani di Terra Santa, condividendone problemi e speranze attraverso l’informazione continua, e facendo risuonare attraverso i media i bisogni e le parole di futuro di questa comunità. L’impegno per la comunicazione rappresenta una delle attenzioni di tutta la Chiesa di Terra Santa.
Un terzo modo è quello del sostegno economico. L’idea di contribuire economicamente alle necessità dei cristiani che vivono in questa terra affonda le radici nelle prime comunità cristiane, se è vero che già San Paolo si prese a cuore la sorte dei cristiani più poveri promuovendo una colletta in loro favore.
I pontefici più volte hanno richiamato all’impegno a favore dei fratelli di Terra Santa, fino al 1974, quando Paolo VI, con l’enciclica “Nobis in animo”, esortazione apostolica “sulle accresciute necessità della Chiesa in Terra Santa”, istituisce la “Colletta pro Terra Sancta” il venerdì santo di ogni anno.
 Oltre a questa forma di sostegno c’è quello della R.O.A.C.O. (Riunione Opere Aiuto Chiese Orientali), un Comitato che riunisce tutte insieme le Agenzie-Opere di vari Paesi del mondo, che s’impegnano al sostegno finanziario in vari settori, dall'edilizia per i luoghi di culto, alle borse di studio, dalle istituzioni educative e scolastiche a quelle dedite all'assistenza socio-sanitaria.
 In conclusione, sostenere e alimentare la speranza e le concrete possibilità di vita e di crescita della comunità cristiana in Terra Santa e più ampiamente in tutto il Medio Oriente in fermento rappresenta un impegno per tutti i cristiani e non solo. Le vie della pace richiedono la presenza dei cristiani che abitano queste terre da millenni.