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Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce abitualmente il martedì alle 17 e anima la Messa domenicale delle 9.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 22 gennaio 2013


La messa è tutto ciò che abbiamo come comunità di fedeli

 

L'Eucaristia è il modo privilegiatissimo in cui questa universale attrazione -sanante, unificante, beatificante, del sacrificio del Signore unico e irripetibile si rende sensibilmente presente a ogni uomo e a ogni generazione: o, forse meglio, in cui ogni uomo e ogni generazione sono per un istante sottratti ai loro limiti spazio-temporali e sono assunti nel "kairòs" di Cristo, posti in contatto salvifico con l'evento storico della croce in atto di svolgimento. L'evento si è realizzato una volta per tutte ("apax"), il sacramento si realizza ogni volta (1Cor 11,26) che noi lo poniamo: ogni volta noi diventiamo contemporanei dell'evento unico e irripetibile.

Da Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011


 Domenica scorsa ho sentito che nell'invitare le persone a partecipare a un'iniziativa parrocchiale veniva detto che si sarebbe fatta un'esperienza di Chiesa più coinvolgente del semplice partecipare alla Messa. Non bisogna però dimenticare che la Messa è centrale nella nostra esperienza comunitaria. Per quanto possa essere bello stare insieme ad altri, sentirsi un gruppo molto coeso, le collettività quasi sempre alla lunga deludono. Non così quando si è riuniti per la Messa. Il prodigio che si realizza nell'Eucaristia è l'unico che onestamente possiamo promettere agli altri quando si accostano alla nostra Chiesa. Tutti gli altri sono opinabili: o poi non si realizzano o a guardare bene consistono in mere illusioni o sensazioni emotive. In particolare proporre la fede come facilitatrice della vita non è realistico, tenta a considerare le cose della religione sotto un aspetto magico. Per certi versi, anzi, la fede complica la vita, anche se l'animo religioso non può rinunciarvi. Ogni conquista è frutto di impegno personale, di una pervicacia che non si arrende di fronte all'insuccesso e alla sofferenza. In questo può fare la differenza anche una spiritualità di fede, alimentata dall'Eucaristia, in quanto orientata verso un mondo che va in modo diverso da quello in cui viviamo e dunque tesa al cambiamento, al rinnovamento. Per questo la Messa, la semplice Messa con i suoi elementi essenziali, anche priva di tutti gli allestimenti e le aggiunte che talvolta piacciono e talvolta meno, rimane, a mio parere, il modo migliore per vivere la religione come collettività.
 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

domenica 20 gennaio 2013

Domenica 20 gennaio 2013 – 2° del Tempo Ordinario - Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – salterio: 2° settimana – colore liturgico: verde – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove - avvisi parrocchiali e di A.C.


Domenica 20 gennaio 2013 –  2° del Tempo Ordinario -  Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – salterio: 2° settimana – colore liturgico: verde – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove -  avvisi parrocchiali e di A.C.

 
Osservazioni ambientali: temperatura 12° C . Cielo: coperto, pioggia. Canti: ingresso, Alzo gli occhi verso i monti; Offertorio, Guarda questa offerta; Comunione, Il Signore è il mio pastore. Partecipazione volenterosa e attenta. Il gruppo di A.C. è schierato nei banchi a sinistra dell’altare, guardando l’abside.

Buona domenica a tutti!

 
Prima lettura
Dal libro del profeta Isaia (Is 62,1-5)

 

 Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la sua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno di chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terrà avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.

Salmo responsoriale
Dal salmo 95

 
Ritornello:

Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore.
 

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.

Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome.
 
Prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: "Il Signore regna!".
Egli giudica i popoli con rettitudine.
 

Seconda lettura
Dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 12,4-11)

 
 Fratelli, vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito;  vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in  tutti. A ciascuno è  data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno, infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede;  a un altro, nell'unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l'interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l'unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.
 
Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,1-11)

 In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino". E Gesù le rispose: "Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora". Sua madre disse ai servitori: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela". Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le anfore"; e le  riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: "Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto". Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto -il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua- chiamò lo sposo e gli disse: "Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora". Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
 
Sintesi dell’omelia della Messa delle nove
 
 Il brano evangelico di questa domenica è tratto dal secondo capito del Vangelo secondo Giovanni. Il primo capitolo comincia con le parole greche en archè, in principio, che richiamano quelle con cui si apre il libro della Genesi, nell'Antico Testamento, In principio Dio creò il cielo e la terra. Anche nel racconto evangelico del prodigio avvenuto durante il convivio per le nozze di Cana, di cui si tratta nel Vangelo di questa domenica possiamo riconoscere l'intenzione di manifestare in Gesù l'inizio di una nuova creazione: per trasformare la morte in vita, la tristezza in gioia, così come l'acqua venne trasformata in vino.
 Durante il banchetto nuziale Maria, la madre di Gesù, si accorge che era venuto a mancare il vino, fonte di gioia, dell'allegria della festa. Era presente Gesù, il quale era stato invitato insieme ai suoi discepoli. Maria comunica a Gesù che non c'era più vino, ricevendo una risposta che a una considerazione superficiale più sembrare sgarbata: "Donna, che vuoi da me. Non è ancora giunta la mia ora". In realtà la parola Donna richiama  la Eva del racconto biblico della Genesi e si può quindi intendere che Maria sia considerata la nuova Eva. Ma Donna viene chiamata Maria, quando, ai piedi della Croce, Gesù le affida Giovanni come suo figlio e, in Giovanni, tutta la Chiesa. E anche nel libro neotestamentario dell'Apocalisse si parla di una donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi.
 Alle parole di Gesù, Maria non si scoraggia e ordina ai servitori di fare quello che Gesù avrebbe detto loro. Gesù disse di riempire di acqua sei anfore di pietra che servivano per la purificazione rituale. Tenendo conto della capienza di ciascuna, di cui si narra nel brano evangelico, possiamo immaginare che potessero contenere da quattrocento a settecento litri di liquido: una quantità notevole. L'acqua con cui vengono riempite viene mutata in vino:  quindi poi ci fu vino in abbondanza per i commensali, a significare che Dio non è avaro nei suoi doni.
 In occasione di altri miracoli Gesù fa qualche azione specifica per compiere il prodigo: pronuncia una benedizione, pronuncia altre parole, fa un gesto. Nel caso delle nozze di Cana non dice o fa nulla, salvo disporre che le anfore siano riempite d'acqua. Possiamo quindi concludere che il prodigio si sia prodotto per l'obbedienza dei servitori, che fecero quello che Gesù aveva detto loro di fare.
 Anche nella nostra vita, ad un certo punto, può mancare il vino, vale a dire che si può essere colpiti dalla sofferenza o comunque perdere la gioia di vivere. E' allora che dobbiamo rivolgersi a Gesù e fare ciò che ci dice, essere obbedienti. Non dobbiamo sorprenderci delle difficoltà della vita ma essere sicuri che dopo  di esse Gesù può intervenire, cambiando la nostra vita in meglio. 
 A questo punto il celebrante ci narra una parte della storia della sua vita. E' stato raggiunto dal messaggio di Gesù attraverso l'azione di un movimento ecclesiale, il Cammino Neocatecumenale, quando era già adulto e la sua vita è tanto cambiata che poi si è fatto prete.
 Domani in parrocchia, alle 20:30, in parrocchia inizierà un ciclo di catechesi di quello stesso movimento, nel corso delle quali si potrà venire a contatto con la parola di Gesù.
  Attraverso iniziative della parrocchia come queste la nostra vita può cambiare, scoprendo, riscoprendo o approfondendo la nostra relazione interiore con Gesù. Dobbiamo in questo mostrarci obbedienti e prendervi parte, perché è questo quello che Gesù oggi ci dice di fare; in ciò dobbiamo seguire l'esempio dei  servitori durante il banchetto di nozze a Cana.
 
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli


E' seguito un annuncio di una signora del Cammino Neocatecumenale, uno dei vari movimenti attivi in parrocchia, per invitare i fedeli a partecipare alla catechesi di domani. Gli anziani possono chiedere di essere accompagnati e per i genitori che hanno bambini piccoli sono disponibili delle persone con mansioni di baby sitter. La signora ha testimoniato che, partecipando alle catechesi del movimento, ha scoperto un modo per vivere con più gioia nella fede, superando varie difficoltà dell'esistenza.

 Avvisi parrocchiali:
- domani, lunedì 21-1-13, alle 20:30, in parrocchia, inizieranno le catechesi del Cammino Neocatecumenale.

 Avvisi di A.C.:
-martedì 22 gennaio, alle ore 17:00, nella sala nel corridoio davanti al Centro di ascolto), si terrà la riunione del gruppo parrocchiale dell’Azione Cattolica. Gli associati sono invitati a preparare una meditazione  sulle lettura di domenica 27 gennaio 2013   - 3° del Tempo Ordinario (Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21). Saranno trattati temi relativi all’Anno della Fede e alla pace e sarà presentata la storia del gruppo di resistenti antinazisti tedeschi della Rosa Bianca;
- si segnala il sito WEB  www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB  Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per   scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 19 gennaio 2013

La Chiesa vuole rinnovare il mondo

La Chiesa vuole rinnovare il mondo
 
Dal  decreto Apostolicam Actuositatem (traduzione dal latino: L'attività apostolica) sull'apostolato dei laici, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)

 L'opera di redenzione di Cristo ha per natura sua come fine la salvezza degli uomini, però abbraccia pure il rinnovamento di tutto l'ordine temporale. Di conseguenza la missione della Chiesa non mira soltanto a portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche ad animare  e perfezionare l'ordine temporale con lo spirito evangelico. Il laici dunque, svolgendo tale missione della Chiesa, esercitano il loro apostolato nella Chiesa e nel mondo, nell'ordine spirituale e in quello temporale. Questi ordini sebbene distinti, tuttavia sono così legati nell'unico disegno divino, che Dio stesso intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo per formare una creazione nuova: in modo iniziale sulla terra, in modo perfetto alla fine del tempo. Nell'uno e nell'altro ordine il laico, che è simultaneamente membro del popolo di Dio e della città degli uomini, deve continuamente farsi guidare dalla sua unica coscienza cristiana.

 
 In queste poche righe del decreto conciliare Apostolicam Actuositatem, del Concilio Vaticano 2°, sono concentrati alcuni principi molto importanti e anche molto controversi nella storia della nostra confessione religiosa.
 Innanzi tutto, iniziamo a tradurre i termini che vengono utilizzati nel documento, i quali, a loro volta, sono una traduzione dal testo originale scritto in latino ecclesiastico moderno. 
 Che cosa è l'ordine temporale? E' il mondo in cui viviamo, l'ambiente naturale  e sociale.  Lo si distingue dall'ordine spirituale che, nella terminologia teologica,  è quello della fede, in cui il soprannaturale tocca la realtà naturale e, in particolare, interagisce e dialoga, con noi viventi qui sulla Terra. Questi due ordini da sempre sono stati considerati distinti per i cristiani, e, da un certo punto in poi, diciamo più o meno, dal terzo secolo della nostra era, però anche legati
 Il cristianesimo nasce nella Palestina del primo secolo, in un popolo di cultura e religione ebraica ma sotto occupazione militare e politica romana. La situazione politica del tempo non era tranquilla. La rivolta covava, ma c'erano periodi in cui bisognava organizzare una convivenza in qualche modo pacifica. L'idea di  distinzione origina da questa situazione, per cui, ad un certo punto, dinanzi al problema dell'ossequio preteso dalle autorità degli occupanti, invece di risolversi per la guerra ai romani, all'opposizione dura,  si deliberò  di dare "A Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Cesare era l'imperatore romano: anche in seguito gli imperatori romani mantennero questo appellativo, così come altri monarchi dei tempi successivi (Zar è un forma contratta di Cesare). Parlando di Dio in quel contesto ci si volle riferire ai doveri specificamente religiosi.
 Nei primi secoli, quelli dell'opposizione e della persecuzione, il modo della distinzione prevalse. Poi il cristianesimo, con un processo durato circa due secoli, si integrò nell'ordine politico dell'impero romano. In questa epoca comincia a porsi il problema del legame, vale a dire dell'influenza dei principi religiosi, oggi diremmo dei valori, sull'ordinamento politico e civile della società. Non è che, prima di allora, le società dominate dall'impero romano non fossero religiose: non dobbiamo fare l'errore di considerare quelli che, secondo la terminologia un po' intollerante dei secoli dell'affermazione politica del cristianesimo nell'impero romano, chiamiamo i pagani fossero atei. Tutto al contrario, i pagani dell'ellenismo e della latinità erano molto religiosi. Altrimenti non si  spiegherebbe perché costruirono tutti quei grandi e magnificenti templi, molti dei quali sono giunti fino a noi. Il fatto è che le religioni precristiane diffuse nell'impero romano avevano principi molto diversi da quelli cristiani, anche se poi alcuni loro aspetti, in particolare quelli liturgici, furono assimilati dal cristianesimo. Basti pensare al titolo di pontefice che si dà al Papa e che richiama il massimo sacerdozio religioso dell'antica Roma pagana.
 La dialettica, che ebbe storicamente anche evoluzioni drammatiche, tra il papato romano e gli imperatori, e i monarchi, politici in genere, che si succedettero in Europa nelle nazioni divenute cristiane si basò tutta sul rapporto tra distinzione  e legame. Il problema non è mai stato del tutto risolto. Nelle ere delle monarchie assolute, quelle in cui i popoli erano considerati una sorta di proprietà ereditaria delle dinastie regnanti o, al più, figli in una famiglia politica autoritaria di cui il monarca era come il padre (voglio ricordare che l'appellativo di Papa, attribuito al monarca assoluto della nostra confessione religiosa, deriva dal vocabolo greco pàpas, che significa papà), si era instaurato una sorta di condominio sui sudditi, tra i papi (sovrani nello spirituale) e i monarchi civili (sovrani nel temporale) ed esso, come succede nei condomini negli edifici, era travagliato da continue controversie, aggravate dal fatto che fin da epoca remota i papi furono anche sovrani propriamente temporali (un simulacro di questa realtà è in qualche modo l'attuale Città del Vaticano, a Roma). Ancora oggi, di fronte a certe pronunce del Papa che investono problemi morali implicati nella legislazione politica sorgono problemi. L'accusa di papismo cattolico ostacolò a lungo la via ai candidati cattolici alla presidenza degli Stati Uniti d'America, superata solo al tempo dell'elezione di John Kennedy. Questioni analoghe costarono la vita all'inglese san Tommaso Moro (1478-1535), importante  ministro e consigliere del re Enrico 8°.
  Nella visione antica del legame tra temporale  e spirituale, pace si otteneva quando i sovrani nei due ordini riuscivano a trovare un'intesa. Ciò fatto, la rivolta contro il principe in un ordine era considerata illecita anche dal principe dell'altro ordine. Questo ordine di idee portò dal Settecento la Chiesa cattolica, intesa in particolare come gerarchia del clero, a schierarsi, in genere,  con le dinastie civili contro i moti popolari democratici. In questo costituisce una eccezione il caso degli Stati Uniti d'America, ordinamento politico in cui però all'origine prevalevano i principi religiosi di confessioni originate alla Riforma e i cattolici, quando iniziarono ad arrivare, in particolare con l'immigrazione irlandese, polacca e italiana erano emarginati.
 Dal Settecento, rinnovamento dell'ordine temporale, vale a dire della società civile, significò in genere, nelle nazioni europee soggette a monarchie assolute e nei popoli a loro assoggettati, rivoluzione. I primi a farla, in senso moderno, furono i coloni britannici del Nord America, nel 1776. La Chiesa cattolica non fu mai storicamente favorevole alle rivoluzioni, anche se nella teologia ufficiale tomistica c'erano principi anche per decidere quando rivoltarsi a un sovrano ingiusto. Ma in particolare si è dimostrata avversa alle rivoluzioni democratiche come quelle che portarono alla deposizione delle dinastie regnanti con le quali aveva concluso accordi favorevoli. Ancora oggi vediamo talvolta ricevuti in Vaticano con onori particolari gli eredi di antiche dinastie regnanti ormai senza più alcun potere. 
 L'assimilazione alle monarchie assolute iniziò però ad essere vissuta con fastidio dai papi da un certo momento in poi, diciamo dai tempi del Concilio Vaticano 2°. Essi, ad esempio, cominciarono a sentirsi a disagio nei momenti liturgici in cui, secondo un'antica tradizione, dovevano indossare il fastoso copricapo detto tiara o triregno, che reca tre corone, una sopra l'altra, incastonate in una sorta di turbante dorato, simbolo dell'essere, in vari sensi, anche in quello politico, re dei re.
 E' chiaro che la prospettiva è molto diversa nel brano della Apostolicam Actuositatem che ho sopra citato. Qui  l'idea di rinnovamento delle società civili è addirittura centrale. Non c'è l'immagine della Chiesa come regno, ma come popolo. Infatti, storicamente, negli ultimi tre secoli il rinnovamento è scaturito da azioni  di popolo. Ma anche l'immagine degli ordinamenti politici è diversa da quella di un tempo: essi vengo denominati città degli  uomini, espressione cara a Giuseppe Lazzati e che richiama l'idea contemporanea di sovranità popolare. Insomma si tratta di una rappresentazione in cui, con riferimento all'idea di rinnovamento delle società civili, sono tramontati i monarchi e sono sorti i popoli
 La pace tra cielo e terra non è poi più affidata ad un accordo condominiale tra monarchi del temporale e dello spirituale, ma a un'altra realtà che in passato era guardata con grande sospetto, quando pretendeva di sindacare gli ordini di sovrani: la coscienza.
 

Mario Ardigò  - Azione Cattolica  in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

Riunione del 15 gennaio 2013


Riunione del 15 gennaio 2013
 
 All’inizio della riunione abbiamo cordialmente salutato un nuovo membro del gruppo.
 Siamo poi passati alla riflessione sulle letture bibliche di domenica 20 gennaio 2013 (2° del Tempo ordinario: Is 61,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11) e, in particolare, sul brano evangelico di Giovanni e in quella sui temi della pace e dell’unità dei cristiani (il mese di gennaio è da molti anni dedicato in A.C. al primo argomento e venerdì prossimo inizia la Settimana per l’unità dei cristiani, con una Messa animata dal nostro gruppo).
 L’assistente ecclesiastico ha introdotto la riflessione biblica.

******* sintesi delle parole dell’assistente ecclesiastico******

  Il brano evangelico di Giovanni ci invita a riflettere su ciò che cambia se facciamo entrare Gesù Cristo nella nostra vita. Molti matrimoni finiscono in divorzio perché i coniugi non hanno lo hanno invitato alle nozze.
 Maria nota che manca il vino in una festa di nozze. Possiamo immaginare che, secondo i costumi dell’epoca, non fosse lì solo a festeggiare, ma che, con le altre donne, desse anche una mano a  preparare e servire cibi e bevande agli invitati. Va da Gesù e gli espone il problema ottenendone la risposta “Donna, che vuoi da me?”, che, a una considerazione superficiale, può apparire piuttosto brusca. Nella riflessione teologica su questo brano si è andati oltre: “Donna” era Eva, come Gesù è considerato il nuovo Adamo; anche nell’Apocalisse biblica si narra di una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi; Maria è chiamata Donna da Gesù quando, ai piedi della croce, le viene affidato come figlio Giovanni. In queste parole si è visto un riferimento alla crocifissione di Gesù, una anticipazione di quell’evento fondamentale, che per i cristiani è fonte di salvezza. “Qualsiasi cosa vi dice, fatela”, dice Maria ai servi. Portano sei anfore piene d’acqua, che viene tramutata in vino. Si tratta di una quantità di vino molto grande a significare che l’amore di Dio è abbondante e trasforma la morte in vita, la tristezza in gioia. Nella scrittura all’acqua, ai flutti in particolare, è associata spesso la morte. Nella riflessione teologica si è visto nell’azione di tramutare l’acqua in vino, fonte di gioia per il convito nuziale, un segno che significa che la morte non ha potere su Gesù.  Ricordiamo ad esempio l’episodio biblico dell’attraversamento del Mar Rosso da parte degli Israeliti in fuga, consentito dall’azione divina o l’episodio evangelico in cui Gesù cammina sulle acque del lago di Galilea: entrambi insegnano che Dio vince la morte. Il vino è invece legato alla Terra promessa (come primo segno della fertilità della terra in cui gli israeliti stavano per entrare, gli esploratori portarono dell’uva, su un palo), alla gioia e alla vita. Il vino di Gesù è molto buono, tanto che al convito ci si stupisce che, contro le consuetudini del tempo, sia stato portato in tavola non all’inizio ma dopo che ne era stato servito altro meno buono. Anche questo, nella riflessione teologica, è stato riferito all’opera di Gesù, che è molto buona. Se consideriamo il brano di Giovanni insieme alla prima lettura, tratta dal libro di Isaia, possiamo ritenere che Gesù ci sia presentato come lo sposo del suo popolo, che porta vita, gioia e salvezza. Ma il riferimento evangelico alla sua ora, all’ora  di Gesù, deve considerarsi riguardare la Croce. L’immagine sponsale ci chiama  una intimità spirituale con il Signore, che può cambiare la nostra acqua in vino. Le sofferenze ci sono nella vita di tutti, ma il vero problema e dar loro un senso. Se le consideriamo nella prospettiva della fede e non con gli occhi del mondo esse acquistano un senso. Se riusciamo a capire che hanno un senso, esse perdono il potere di distruggerci. Ad esempio le donne soffrono durante il parto, ma sanno che queste loro sofferenze hanno un senso, perché, attraverso di esse, daranno alla luce i loro figli.
 Nella seconda lettura, di san Paolo, è scritto che a ciascuno è data una manifestazione dello Spirito, per il bene comune, quindi dell’intera Chiesa, non per farci sentire meglio degli altri o per scopi egoistici. Non è un dono privato. Infatti in Cristo noi costituiamo un unico corpo, in cui ciascuna parte opera per il bene di tutti.  
 Ricordiamo sempre  la centralità di Gesù Cristo anche nell’interpretazione della Scrittura. Ignorare la Scrittura è ignorare Gesù Cristo, ma noi  seguiamo una persona, Gesù Cristo, non siamo, in fondo, un popolo del libro. Attraverso la Scrittura incontriamo la sua Parola, che è eterna, parla alla nostra vita e ci fa incontrare con lui.

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 Il presidente ci ha poi parlato dell’intervento di mons.Matteo Zuppi all’incontro del 13 gennaio scorso sul tema del  messaggio del Papa in occasione della Giornata mondiale della pace. Il relatore ha illustrato in particolare la relazione tra pace e giustizia, radicata biblicamente, utilizzando l’aneddoto del Lupo di Gubbio delle storie su San Francesco.
 A Gubbio c’era un lupo grandissimo, terribile e feroce che divorava gli esseri umani. Tutti giravano armati e, comunque, non si azzardavano ad uscire da soli dalla città.
 San Francesco ebbe compassione e decise di intervenire. Si fece innanzi tutto il segno della Croce, manifestando così di porre tutto nella mani di Dio.
 Il lupo gli si fece incontro con la bocca spalancata. “Vieni, frate Lupo: io ti comando  dalla parte di Cristo, di non fare male né a me né ad altri”, lo apostrofò il santo. Il lupo allora chiuse la bocca e gli si accostò mansuetamente. San Francesco allora gli fece l’elenco delle sue colpe e, in particolare, a quella di avere la consuetudine di mangiare gli esseri umani, fatti a immagine di Dio. Gli disse tuttavia che voleva fargli fare la pace con quelli di Gubbio. Gli porse la mano e il lupo le pose sopra la zampa per significare che accettava la proposta. Poi il santo chiese a quelli di Gubbio di dare da mangiare al lupo, in modo che non soffrisse la fame. In questo modo risolse la cause della aggressioni del lupo. Il lupo visse ancora diversi anni frequentando pacificamente la città  e, quando morì di vecchiaia, tutti se ne rammaricarono.
 Ieri ho poi  ricevuto un interessante contributo scritto di un membro del gruppo sui temi della riunione che di seguito trascrivo.

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 Nell’incontro di martedì scorso si è parlato a lungo del Vangelo (le nozze di Cana):

-del buon vino che rallegra sempre il cuore degli uomini;

-della relazione tra il vino e l’Eucaristia e della sofferenza che non è mai inutile;

(don J. ci ha fatto notare che la sofferenza, oltre a farci sentire più uniti a Cristo sofferente in Croce, ci fa capire di più il mondo che soffre e ci invita a considerare non solo quello che ci manca, ma, soprattutto, quello che abbiamo).

Poi si è parlato della seconda lettura (1 Cor 12,4-11), dell’unità nella diversità a beneficio però di tutti.

 Non abbiamo detto una parola a commento della 1° lettura, tratta dal libro di Isaia. E’ sempre un altro che ci dà la certezza di cui abbiamo un bisogno assoluto: la certezza di volere ancora qualcosa, dal momento che qualcuno ci ama.

 Da tempo ci consegni alcuni fogli per farci prendere confidenza con il Vaticano II e, soprattutto, per far crescere anche in noi di San Clemente la voglia di Concilio.

 La tua iniziativa è lodevole, perché le letture di questo evento sono passate dall’approvazione ecclesiastica alla critica sarcastica e bisogna vigilare di fronte a interpretazioni negative per partito preso, del tutto infondate in riferimento sia allo spirito che alla lettera del Concilio.

 Devo però farti rilevare (e lo faccio a malincuore!) che pochi sono quelli che a casa leggono i tuoi fogli.

 Manca una base di comprensione.

 La tua iniziativa resta un monologo da “esperto”, non un piccolo spazio per la condivisione di esperienze.

 Secondo me, prima di seminare è necessario dissodare il terreno, prima di ricevere qualcuno occorre apparecchiare adeguatamente la tavola e prima della parola ci va il silenzio, come ci ha ricordato il Papa nel bellissimo messaggio per la 46° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

 Comunicare non è “dire qualcosa a qualcuno”. La prima mossa della comunicazione non è la parola, ma il silenzio: prima di tutto va allestito lo spazio perché l’altro possa sentirsi accolto. Prima di “enunciare”, la comunicazione è sempre incontro e relazioni.

 E poi comunicare non è scambiarsi messaggi, ma ridurre le distanze, allargando un po’ alla volta lo spazio di quella “communio” che non è già dato, ma va desiderato e costruito con pazienza, senza arrendersi alle difficoltà.

 La comunicazione non è un dato, ma un miracolo, scriveva il filosofo Paul Ricoeur. Ma è un miracolo che accade, e ci fa desiderare di poterlo ripetere. Perché no, da noi?

 Grazie, poi, per quanto hai scritto sugli anziani del nostro gruppo, che dimostrano ancora lo spirito indomito della loro gioventù. Peccato che molti dei nostri amici hanno paura dell’invecchiamento, che considerano una colpa che bisogna nascondere con forme varie, anche ridicole, di giovanilismo.

 Non si avvedono, i poveretti, che hanno bisogno di un invecchiamento attivo, che significa vivere dentro la propria pelle  cercando di starci al meglio. Curando la salute, la qualità delle relazioni  sfruttando le molte potenzialità acquisite negli anni.

 Pochi si sono accorti che proprio il 2012, l’anno che ci sta alle spalle, è stato dedicato dall’Unione Europea all’invecchiamento attivo e alla solidarietà tra le generazioni, iniziativa che non ha fatto scalpore, perché quasi nessuno si è sentito parte in causa.

  Come diceva mia moglie: “Ogni età ha il suo fascino”. E aveva ragione. Bisogna saper vivere appieno il tempo che ci è dato, la stagione in corso. Questo potrebbe essere un altro tema da comunicare ai nostri!

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Mie osservazioni sull’intervento che ho trascritto

 
 Sono veramente felice di aver suscitato questo interessantissimo contributo, che condivido per intero. E’ un segno, molto positivo, del riavvicinamento tra le generazioni, uno degli obiettivi che dobbiamo fortemente perseguire in Azione Cattolica.
  Per quanto riguarda i miei compitini  che distribuisco ad ogni riunione, si tratta di cose che non scrivo solo per i membri del gruppo, ma innanzi tutto per le mie figlie e poi anche per altri, in particolare per i lettori del nostro blog.  Scrivo con spirito religioso, vale a dire del tutto indifferente rispetto all’efficacia immediata del mio lavoro. Resto convinto, comunque, che quello che quello di buono che scrivo, quello che riesco a scrivere nello spirito di fede, recherà frutto, non però per merito mio  ma per merito di colui che mi ha ispirato.
 Non si sa mai che cosa accadrà di un pezzo scritto, ad esempio di un foglio di carta ricevuto occasionalmente in una riunione. Può darsi che finisca subito nell’immondizia, o venga utilizzato per incartarci qualcosa, o, come facevano gli antichi, riutilizzato nella parte bianca posteriore per scriverci su qualcosa d’altro. Può anche darsi, come accade spesso a me, che venga messo da parte e riscoperto anche dopo anni e che, allora, si abbia la voglia e il tempo di leggerlo e dica qualcosa.
 Avverto però i miei lettori che non sono un esperto delle cose di fede: prendano dunque con riserva il mio pensiero. Ne verifichino sempre personalmente la correttezza.
 Scrivo solo ciò che ho ricevuto: il mio pensiero non è quindi originale. La prima mia fonte è il pensiero di mio zio Achille, morto da qualche anno, dal quale fin da piccolo ho ricevuto ammaestramenti su questi temi. Poi le mie esperienze in FUCI  e nel MEIC. Poi diverse cose che ho letto (le cito spesso nei miei interventi).
 Il primo obiettivo dei miei compitini settimanali è di contribuire a ricostruire sinteticamente nel nostro gruppo una memoria condivisa di ciò che è stato in Italia il  cattolicesimo sociale e  democratico, in modo che chi abbia voglia di farlo possa ripartire riallacciando un discorso che ha una lunga storia. I miei scritti vanno quindi considerati come dei riassuntini di temi rilevanti, delle sorte di bignami di A.C..
 Il problema dell’invecchiamento comincia a riguardare anche me. Sono entrato nel gruppo parrocchiale di AC dopo che, a causa di una lunga fase di malattia, ho avvertito la necessità di un impegno religioso di prossimità, perché girare per la città mi è divenuto faticoso. E’ tanto, ad esempio, che non frequento il mio gruppo MEIC della Sapienza, che si riunisce nella cappella universitaria, anche se rimango in comunione ideale con loro. Devo dire che, poiché conduco ancora una vita molto attiva di lavoro, non ci penso molto su. Non mi rimane molto tempo per farlo. Ma, tra una decina d’anni, si tratterà di un tema che mi riguarderà più da vicino. Oggi, se penso al mio futuro a medio termine, è l’eventuale ripresa della malattia che mi preoccupa di più.
 Quanto alla capacità di comunicare con gli altri, devo dire che non mi riconosco un particolare carisma in questo. Ma nel gruppo ci sono quelli che molto meglio di me sanno fare questo lavoro. Ognuno, secondo  l’insegnamento di san Paolo fa ciò che gli riesce meglio, a beneficio di tutti.
 Nella spiritualità il silenzio è molto importante, come preparazione alla meditazione religiosa e alla preghiera. Ma, ad un certo punto, bisogna anche parlare, e questo vale maggiormente quando si tratta di altre questioni, come quelle che riguardano, ad esempio,quello che nel gergo si definisce promozione umana. Se si vuole, come penso accada a noi, riattivare un’esperienza associativa come la nostra che ha sua peculiari caratteristiche storiche, è inevitabile affrontare la fatica di ricordare  e di capire. E anche di ascoltare, perché  questo è un lavoro collettivo. Il tempo  è poco, nelle nostre riunioni, e tuttavia queste ultime sono importanti e manifestano la volontà di impegnarsi in un campo che  nella Chiesa di oggi non è facile accostare.
 Concludo ricordando che nella riunione scorsa la lettura di Isaia ha avuto un suo spazio: è stata infatti ricordata la dimensione sponsale del nostro rapporto con Cristo. La gioia richiamata dall’episodio evangelico delle nozze di Cana, si è detto, deriva per noi dall’incontro con Cristo, come Chiesa, al modo di sposi: come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.  Ritrovare l’entusiasmo e la gioia dell’incontro con Cristo è senz’altro uno degli obiettivi della nostra esperienza associativa, come, in fondo, di tutte le altre che ci sono nella Chiesa. Per noi in A.C. questo passa anche per un atteggiamento particolare verso il mondo in cui viviamo, che pensiamo di poter migliorare anche in base ai nostri principi di fede  e lavorando pure con coloro che non la pensano come noi in religione.


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Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

giovedì 17 gennaio 2013

Fede cristiana: speranza credibile e onesta o pia illusione?


Fede cristiana: speranza credibile e onesta o pia illusione?

 

Preghiera di Paolo VI per la Messa funebre per Aldo Moro (13 maggio 1978 – San Giovanni in Laterano)

 

  Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il “De profundis”, il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce.

   Signore, ascoltaci!

   E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui.

   Signore, ascoltaci!

   Fa’, o Dio, Padre di misericordia, che non sia interrotta la comunione che, pur nelle tenebre della morte, ancora intercede tra i Defunti da questa esistenza temporale e noi tuttora viventi in questa giornata di un sole che inesorabilmente tramonta. Non è vano il programma del nostro essere redenti: la nostra carne risorgerà, la nostra vita sarà eterna! Oh! che la nostra fede pareggi fin d’ora questa promessa realtà. Aldo e tutti i viventi in Cristo, beati nell’infinito Iddio, noi li rivedremo!

   Signore, ascoltaci!

   E intanto, o Signore, fa’ che, placato dalla virtù della tua Croce, il nostro cuore sappia perdonare l’oltraggio ingiusto e mortale inflitto a questo Uomo carissimo e a quelli che hanno subìto la medesima sorte crudele; fa’ che noi tutti raccogliamo nel puro sudario della sua nobile memoria l’eredità superstite della sua diritta coscienza, del suo esempio umano e cordiale, della sua dedizione alla redenzione civile e spirituale della diletta Nazione italiana!

   Signore, ascoltaci!

 

 Interrompo gli interventi sui temi del Concilio Vaticano 2° per proporre una riflessione sulla base del dibattito  che si è articolato nella riunione di martedì scorso del nostro gruppo.

 La fede religiosa ci salva dalla sofferenza dandole un senso, si è detto. Eppure spesso siamo piuttosto angosciati da ciò che ci accade e lo sono stati anche dei Papi in alcuni momenti della loro vita. Ho sopra trascritto la preghiera che il papa Paolo 6° recitò nel corso della messa funebre per Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana, suo amico personale, ucciso quattro giorni prima da un’organizzazione terrorista di impronta comunista, le “brigate rosse”, dopo un lungo sequestro di persona.

 Una delle accuse più tremende rivolte alla nostra religione è di essere una organizzazione dedita a una pia frode, che prospetta realtà soprannaturali immaginarie per lenire sofferenze reali invece che porvi rimedio per quanto possibile, disperando di riuscirvi o rinunciando a farlo per vigliaccheria o addirittura per collusione con gli oppressori e aggressori. Si tratta di un’obiezione molto dura perché, dal punto di vista storico e sociologico ha qualche fondamento di verità, anche se, nella nostra spiritualità, ci convinciamo che in definitiva è infondata.

 Noi, da credenti, non ci facciamo illusioni sulla consistenza ed effettività del male e del dolore nella vita degli esseri umani: costituiscono effettivamente un grosso ostacolo sulla via della fede, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, secondo l’espressione usata dal papa Paolo 6°. Se certamente la fede religiosa  può essere uno dei modi per reagire alle avversità, in alcuni casi essa può addirittura essere di impaccio sulla strada della resistenza e allora ce se ne libera. Ma, di solito, quello che in certe condizioni personali difficili si rifiuta non è la vera fede, ma una sua approssimazione insufficiente, il fideismo. Tuttavia non dobbiamo sottovalutare le difficoltà che anche da credenti ben formati si incontrano in certe condizioni di contrasto e di dolore. La nostra infatti è una fede religiosa paradossale, che quindi non trova  definitive conferme nell’osservazione del realtà intorno a noi, anche se la magnifica complessità della natura suggerisce l’idea di un disegno intelligente che si spera essere anche amorevole, visto che l’amore nella natura c’è. La caducità delle cose e dei viventi e l’incessante lotta di questi ultimi per la sopravvivenza e, anche oltre questo, per prevalere a spese di altri possono anche sorreggere convinzioni opposte. Per quanto poi ci si ragioni molto su e ci cerchi di dimostrare in concreto che le cose, in conclusione, vanno per il meglio, è solo nella spiritualità interiore profonda che noi troviamo il fondamento della nostra speranza religiosa, alla quale, per quanto osteggiata nel mondo come effettivamente va, sentiamo di non poter rinunciare, pur mantenendo una visione realistica delle cose, quindi non chiamando bene il male per poi superficialmente concludere che tutto è bene. Piuttosto, e qui richiamo una espressione che lo scrittore Bernanos usò nel romanzo  Diario di un curato di campagna  (1936), possiamo arrivare ad ammettere che tutto è grazia, che insomma, pur con tutte le sue avversità e con la prospettiva certa della morte, la vita umana,  la nostra vita, merita di essere vissuta, che le cose belle che ci sono capitate non ce le siamo in fondo meritate ma ci sono state come donate e che, nella prospettiva della gioia che è al fondo del vivere, riusciamo ad accettare quella realtà di dolore che sembra ineliminabile dalla nostra esistenza e addirittura l’idea della fine. Naturalmente in religione c’è molto di più di questo, ma non darei per scontato che tutti riescano ad arrivarci con facilità:  ad agevolare in questo i credenti serve appunto la nostra organizzazione religiosa, in cui ci si sorregge gli uni gli altri. E’ bello riuscire a concludere, secondo le espressioni usate dal papa Paolo 6°:  Non è vano il programma del nostro essere redenti: la nostra carne risorgerà, la nostra vita sarà eterna! Oh! che la nostra fede pareggi fin d’ora questa promessa realtà.     
 
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

mercoledì 16 gennaio 2013

Scrutare i segni dei tempi


Scrutare i segni dei tempi

Dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965):

Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione.

Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito.

LA CONDIZIONE DELL'UOMO NEL MONDO CONTEMPORANEO

4. Speranze e angosce.

Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. Ecco come si possono delineare le caratteristiche più rilevanti del mondo contemporaneo. L'umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all'insieme del globo. Provocati dall'intelligenza e dall'attività creativa dell'uomo, si ripercuotono sull'uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e d'agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, i cui riflessi si ripercuotono anche sulla vita religiosa.

Come accade in ogni crisi di crescenza, questa trasformazione reca con sé non lievi difficoltà.

 

 L’Azione Cattolica è particolarmente impegnata non solo ad attuare i deliberati del Concilio Vaticano 2°, ma a svilupparne tutte le idee innovative, in particolare quelle che riguardano il ruolo dei laici nella Chiesa e nel mondo e che assecondarono una trasformazione che già si era prodotta nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Non dobbiamo nasconderci che questo non è, nella Chiesa di oggi, l’unico modo di considerare ciò che si debba fare nel dopo Concilio. Ci sono anche tendenze e movimenti in senso contrario, vale a dire in senso reazionario. C’è insomma chi ha nostalgia della Chiesa-di-prima, anche se probabilmente ormai sono pochi a serbarne memoria affidabile. Ciò in particolare accade con riferimento alla liturgia e al modo di proporsi al mondo  in cui i cristiani vivono, a ciò che si muove fuori dello spazio specificamente liturgico. Qui mi interessa in particolare la seconda questione.
  Riassumendo molto, le posizioni che prevalsero durante il Concilio Vaticano 2° furono quelle piuttosto fiduciose nelle trasformazioni che le civiltà umane stavano subendo in vari campi, in particolare in quelli della scienza e della tecnica e della politica. Si aveva la consapevolezza di problemi, anche gravi, che venivano producendosi e si capiva che essi riguardavano o avrebbero riguardato anche gli aspetti religiosi della vita umana, si aveva quindi consapevolezza di trovarsi in un tempo di crisi, in una fase di passaggio, ma si era ottimisti sui risultati di questo processo. Nel brano della Gaudium et spes che ho sopra trascritto si parla infatti di crisi di crescenza con riferimento ad esso. Si volle quindi aprire gli occhi e il cuore a quello che accadeva nel mondo, per capirne le opportunità religiose di bene. Si usò a questo proposito l’espressione evangelica scrutare i segni dei tempi, parlandone come di un dovere permanente  per la Chiesa: anch’essa la troviamo nel brano che ho sopra riportato. Ora, bisogna considerare che, storicamente, questa può essere considerata una novità rispetto alle posizioni precedenti del magistero.  E giunse in un tempo in cui ancora sussisteva l'Unione Sovietica, una delle principali minacce per le visioni religiose diffuse nel mondo, un sistema politico in cui si faceva propaganda attiva di ateismo, e si era ancora nel tempo della cosiddetta guerra fredda, la contrapposizione anche militare tra i due blocchi politici dominati dagli Stati Uniti d'America e dall'Unione Sovietica che tuttavia  non esplodeva in una conflitto guerreggiato, in una nuova guerra  mondiale, per il timore dell'annientamento globale a causa dei tremendi effetti distruttivi di una guerra combattuta con l'impiego di armi nucleari. Tuttavia bisogna ricordare che, dopo la morte dell'egemone russo Stalin, si era anche nel tempo in cui sembrava che si aprissero nuove prospettive di pace mondiale. Anche l'impossibilità pratica di una nuova guerra mondiale venne considerata da alcuni (ad esempio dal politico cattolico Giorgio La Pira) come un segno  provvidenziale. Dovettero però passare altri trent'anni perché queste speranze di vera distensione a livello mondiale divenissero infine realtà. 
 Fino al Settecento la Chiesa cattolica  fu piuttosto integrata con il mondo in cui viveva, ne era parte autorevole e attiva, ma generalmente al modo in cui lo erano le potenze di quelle epoche, vale a dire attraverso i suoi capi o, comunque, i suoi esponenti principali: Papa, vescovi, altro clero, religiosi. Un ruolo religioso ebbero alcune dinastie profane. Il resto del popolo dei fedeli generalmente si limitava ad obbedire, così come faceva con i suoi signori delle nazioni. 
  A partire dal Settecento la situazione mutò rapidamente. Non furono tanto e non solo i fondamenti ideali del pensiero religioso ad essere messi in questione, ma il potere temporale della Chiesa, vale a dire la sua capacità di influenza sul mondo in cui viveva. Di fronte a queste contestazioni, che poi vennero cristallizzandosi nei movimenti liberali e socialisti, la Chiesa reagì con un moto di opposizione e di contrasto in quasi tutto il mondo in cui la sua azione era consentita, con l’eccezione degli Stati Uniti d’America per la particolarità dell’ideologia rivoluzionaria di quella entità statale, che aveva mantenuto saldi legami con fondamenti religiosi cristiani. Questo modo di proporsi al mondo culminò in due momenti: l’elencazione legislativa degli errori del tempo, contenuta nel documento denominato Sillabo, allegato all’enciclica Quanta Cura, promulgata nel 1864 dal papa Pio 9°, la condanna del movimento cosiddetto modernista, contenuta nell’enciclica Pascendi Dominicis gregis, promulgata nel 1907. Con specifico riferimento alla situazione italiana si aggiunse il divieto fatto ai cattolici, dopo la conquista di Roma da parte del Regno d’Italia sabaudo, di partecipare alla vita politica, impartito con provvedimento della Penitenzieria Apostolica (un ufficio della Santa Sede) del 1870, confermando un precedente provvedimento del 1868 di altro ufficio della Santa Sede. Con l’enciclica Graves de communi, promulgata dal papa Leone 13°, del 1901, venne condannata esplicitamente l’idea di una politica democratica cristiana. Possiamo considerare come espressione dello stesso modo di intendere le cose anche la conclusione, nel 1929, dei Patti Lateranensi con il regime fascista italiano: benché presentati come conciliazione con il Regno d’Italia, quindi con il mondo profano, essi assecondarono di fatto le tendenze reazionarie diffuse in quel tempo in Italia, che in particolare colpivano i movimenti liberali, socialisti e, in genere, ogni tendenza democratica. La situazione cominciò lentamente a cambiare dopo la Seconda guerra mondiale, sotto il pontificato del papa Pio 12°, non tanto con riferimento alla posizione del magistero, ma ai contributi che, di fatto, venivano dati dai laici cristiani alla costruzione del nuovo mondo. Le idee che trovarono espressione nei deliberati conciliari furono elaborate nei vent’anni precedenti.
  Nel brano della Gaudium et spes che ho sopra riportato viene chiarito il senso dell’espressione scrutare i segni dei tempi: essa vuole dire conoscere e comprendere il mondo in si vive, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. 
 La Chiesa nei secoli precedenti si era considerata e dichiarata maestra di umanità, come ancora ritiene di essere. Generalmente però aveva dedotto i propri insegnamenti in materia dalla propria tradizione teologica. Dal Concilio Vaticano 2° in poi si è proposta di avere una visione più realistica del mondo fuori dello spazio liturgico, per capirlo meglio. In questo lavoro ha riconosciuto una specifica competenza dei laici, i quali in precedenza era considerati generalmente degli esecutori delle deliberazioni del magistero. Possiamo notare, in particolare, come questa concezione abbia molto influito sull’elaborazione della dottrina sociale della Chiesa, in particolare dall’enciclica Populorum progressio, promulgata dal papa Paolo 6° nel 1967.
 La concezione ottimistica dell’andamento delle cose del mondo espressa nei deliberati del Concilio Vaticano 2° è andata piuttosto temperandosi durante il pontificato del papa Giovanni Paolo 2°. Egli fu certamente uno dei maggiori artefici degli sviluppi conciliari, ma era portatore, specialmente negli ultimi anni del suo regno, di una visione pessimistica sull’umanità sua contemporanea, vista come soggiogata da potenze di morte. Ho letto che fu abbastanza forte in questo l’influsso del pensatore eclettico ortodosso russo Vladimir Soloviev (1853-1900), il quale pronosticava l’avvento dell’Anticristo nell’apparente progressismo delle tendenze sociali moderne e che era portatore di una visione di stampo religioso  fortemente pessimistica sul mondo del suo tempo. In quest'ordine di idee abbiamo quindi oggi dei movimenti che idealmente agiscono come piccolo resto in opposizione a un mondo malvagio, dando molto risalto agli aspetti negativi e antireligiosi delle civiltà contemporanee. Come in certe fasi del cristianesimo delle origini allora ci si ritrae, di fronte a una supposta ostilità o vera e propria persecuzione del mondo di oggi, in piccole comunità di impronta familiare, quindi autoritaria, in cui si cerca di vivere un cristianesimo integrale sorretto dall’amicizia e dalla solidarietà degli altri aderenti che condividono le stesse idee e lo stesso impegno di vita.
 Con l’enciclica Caritas in veritate, promulgata nel 2009 dal papa Benedetto 16°, la tendenza si è di nuovo invertita.
 Non che nella Chiesa cattolica non possano avere cittadinanza forme di vita comunitaria improntate all’idea del piccolo resto: esse anzi ci saranno sempre, in particolare nella vita comunitaria degli istituti di vita religiosa. La Chiesa cattolica, nonostante ciò che comunemente si crede, ha un ordinamento fortemente pluralistico, in cui da sempre sono ammesse molte varietà di interpretazione del cristianesimo, pur nella condivisione di alcuni principi comuni, in particolare di quelli che specificamente vengono denominati dogmi  di fede. Ma, dato l’ordinamento democratico della gran parte delle società civili contemporanee, è importante che vi sia chi si occupa di partecipare ad esse per sostenere i punti di vista religiosi non solo con la modalità della testimonianza di vita, ma anche con quella della partecipazione attiva per influire articolando i principi religiosi, i valori, in forme che possano essere condivise anche da chi religioso non è (secondo la tecnica della mediazione culturale) e collaborando ai processi di trasformazione sociale che comunque vengono incontro alle istanze religiose, come ad esempio quella della pace universale tra i popoli e della universale libertà religiosa. 
 Capire il mondo è fatica, non nascondiamocelo. Per i più anziani è poi più semplice chiudersi in una religiosità familiare che richiama quella della loro infanzia, centrata prevalentemente sulle liturgie parrocchiali e sulla spiritualità personale. Ma, devo dire, i più anziani del nostro gruppo di Azione Cattolica dimostrano invece lo spirito indomito laicale della loro gioventù  e in questo a volte sorprendono i più giovani, i quali sono più facili allo scoramento. 
 Bisogna riconoscere che nell’opera di comprendere meglio il mondo più si è più il risultato è migliore. E ciò è ancora più vero se in questo lavoro sono coinvolte persone appartenenti a diverse generazioni che tuttavia sono disposte al dialogo reciproco. Nel nostro gruppo di Azione Cattolica mancano le persone più giovani. Finisco quindi, come spesso mi accade di fare, con un appello ai più giovani perché prendano parte a questo nostro lavoro, nella consapevolezza che esso non consiste tanto in un ritornare, quindi in un moto reazionario, ma nel costruire il nuovo, un mondo come, anche dal punto di vista religioso, non c’è mai stato nel passato.
 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli