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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 31 ottobre 2013

Lavori in corso


Lavori in corso

 
 Ieri ho scritto di lavori in corso  nella nostra collettività religiosa e che essi hanno  a che fare in particolare con il pluralismo che è stato riconosciuto, a partire dagli anni '60 del secolo scorso, per quanto riguarda l'azione dei fedeli laici nel mondo. Questa azione, in Europa, e in particolare in Italia, è ancora estremamente rilevante. Basti pensare che l'Unione Europea, una aggregazione politica ormai di rilevanza continentale, vede il protagonismo di una Germania da anni governata da un partito di ideologia cristiano democratica, il quale, negli scorsi anni '90, fu anche artefice del difficilissimo e rischiosissimo processo di riunificazione delle due entità statali tedesche costituite dopo lo sconvolgimento dell'ultimo conflitto mondiale.
 Qual è il problema?
 Esso di solito non viene messo in evidenza nei rituali discorsi che nel nostro giornalismo ciclicamente si fanno sulla nostra collettività religiosa. Gira che ti rigira, si finisce sempre, infatti, a parlare di costumi sessuali, aborto ed eutanasia, come se le tensioni riguardassero essenzialmente questi temi. Questa tendenza, per la verità, è in parte accreditata da prese di posizione del nostro clero, giustamente preoccupato delle questioni che riguardano, in genere, la tutela della vita umana e la sua riproduzione. Ma, rispetto a quei lavori in corso di cui dicevo, quegli argomenti non rivestono un'importanza centrale, per come la vedo io.
 Rinnovare il mondo secondo i principi di fede, secondo le loro competenze e con piena responsabilità: questo il compito che, in religione si attribuisce oggi ai fedeli laici. Ho scritto oggi. Infatti fino a epoca molto recente, che possiamo considerare come lo ieri della nostra collettività di fede, quell'attività venne addirittura vietata ai fedeli laici: in un passato più lontano, nel senso che si riteneva non dovesse essere esercitata se non da dinastie sovrane, più di recente nel senso che si reputava che essa dovesse essere svolta seguendo strettamente le deliberazioni dei nostri capi religiosi, vale a dire le pronunce di quella parte del nostro clero al quale riteniamo siano attribuite funzioni di governo e alla quale spesso si allude quando si parla di Chiesa, escludendo tutto il rimanente popolo. Se però, come  è stato fatto a partire dagli scorsi anni '60, si riconosce una particolare competenza dei fedeli laici nel definire come deve lavorare per il rinnovamento della società, le cose cambiano molto.
 La nostra collettività religiosa, intesa come movimento di popolo e non come gerarchia clericale, nei primi secoli della sua esistenza ha influito moltissimo sulla società del suo tempo, giungendo a improntare dei suoi principi il grande impero mediterraneo nel quale si era sviluppata e che, da un certo punto in poi, aveva tentato di contrastarne duramente ma inutilmente  l'affermazione. Infatti in un tempo relativamente breve il cristianesimo sostituì le precedenti concezioni religiose, fondate su un politeismo assai vario in cui avevano parte anche le istituzioni dello stato assolutizzate e deificate, come ideologia fondativa del potere pubblico. Affermatosi il cristianesimo come religione dello stato, gli imperatori vennero a svolgere anche un ruolo religioso, come nella passata era politeistica. I primi concili ecumenici vennero convocati da loro. Nella crisi dell'impero romano d'Occidente, prodotta da invasioni militari ed etniche di popoli dall'Oriente, emerse il potere del papato romano, che ebbe carattere essenzialmente morale e culturale, mentre nella parte orientale dell'Impero, che sopravvisse come istituzione fino al Quindicesimo secolo, rimase a lungo il ruolo religioso degli imperatori bizantini. Nei secoli successivi, poiché il cristianesimo era stato adottato come religione di stato anche dai regni, dominati dagli invasori, che erano scaturiti dalla dissoluzione della parte occidentale dell'impero mediterraneo delle origini, si pose il problema di coordinare il potere dei vertici romani della nostra collettività religiosa con le nuove entità statali, con le nuove dinastie sovrane dell'Occidente. E' da questa epoca che la gerarchia del nostro clero, in Occidente, si strutturò a somiglianza del sistema feudale con il quale doveva confrontarsi. Al modo come i popoli erano sotto il dominio dei loro signori, delle dinastie sovrane al vertice degli stati, così il nostro clero concepì un potere analogo sui propri fedeli. Ciò risultò in maniera piuttosto eclatante dalla formazione di un sistema giuridico specifico della nostra collettività religiosa, strutturato mediante decreti dell'autorità gerarchica che nella forma ricalcavano quelli delle autorità degli stati, in certe forme liturgiche, nel formarsi di corti, in particolare di una corte pontificia, in certi abiti cerimoniali, che assunsero mode diffuse nell'impero decaduto (ad esempio il vestirsi di abiti in tutto o in parte di colore rosso - la porpora-  a somiglianza degli imperatori romani  e dei senatori). In particolare, in Occidente, il vertice romano della nostra collettività religiosa, insediato nella città che costituiva il centro dell'antico impero decaduto e che ne conservava il prestigio morale, tenne a presentarsi, di fatto, come il successore dei vecchi imperatori romani, proponendo, al modo di quegli antichi sovrani, una propria autorità sacrale e superiore a quella dei regni derivati dalla dissoluzione dell'impero. Si trattava di autorità, quella delle dinastie sovrane e quelle dei vertici romani della nostra collettività che si esercitavano però sui medesimi popoli, i quali, a questo punto dello sviluppo storico, non esprimevano più il movimento religioso  delle origini, ma erano solo oggetto di dominio religioso. Si instaurò una sorta di condominio di autorità religiose e civili sui popoli da loro dominati. I re dominavano la Terra, ma, si sosteneva da capi religiosi, il Cielo dominava anche su di loro. E le autorità religiose esercitavano un potere conferito loro dal gran Re Celeste. Il coordinamento tra autorità religiosa centralizzata e autorità civili venne storicamente determinato, in varie forme e vari modo, a seconda che riuscisse a prevalere la prima o che riuscissero ad ottenere maggiori poteri le seconde, da accordi tra i capi religiosi e civili ai quali i popoli rimanevano estranei. Risultò poi che le autorità religiose e civili, in base a quegli accordi, puntellavano reciprocamente i propri poteri sui popoli, per reprimere ogni insubordinazione.  I presupposti culturali di questa sistemazione di potere cominciarono a mutare a partire, più o meno, dal Cinquecento. Ma è dalla metà dell'Ottocento che  i popoli  cominciarono a ridivenire protagonisti anche nella vita di fede, in concomitanza con l'affermarsi di ideologie democratiche  e con il crollo o, comunque, con il ridimensionamento del potere delle antiche dinastie sovrane civili. A quel punto cominciò ad apparire anacronistica l'organizzazione del potere, la gerarchia, della nostra collettività religiosa, che, dopo il distacco di importanti componenti religiose prodottosi nell'Undicesimo e nel Sedicesimo secolo, rimaneva la sola a rimanere organizzata secondo l'antica ideologia. Con l'emergere di nuovi poteri statali democratici saltarono le intese secolari con le dinastie dell'Antico Regime e divenne difficile raggiungerne altre con i nuovi stati, in particolare su quelli basati sul principio della laicità delle istituzioni pubbliche, vale a dire sul rifiuto delle autorità civili di ingerirsi nelle cose di fede, e comunque esse si dimostrarono spesso insicure e instabili. Altri problemi sorsero nei rapporti con i regimi assolutistici di massa del Novecento, che sostanzialmente pretesero di integrare la religione nelle loro ideologie, dominandola. L'esperienza storica dimostrò chiaramente alle nostre autorità religiose che solo rendendo protagoniste le masse dei fedeli cattolici si sarebbe potuto influire sui nuovi regimi, sia su quelli di tipo democratico  ma anche su quelli di tipo assolutistico, per conservare alle attività religiose quello spazio di autonomia che storicamente avevano sempre avuto e i tradizionali spazi di libertà dell'organizzazione del clero. La prima presa di coscienza formale di ciò da parte del vertice delle nostre autorità religiose fu manifestata nel radiomessaggio  del papa Pio 12° in occasione del Natale del 1944, nel sesto Natale di guerra. Ma si dovette attendere l'inizio degli anni '60 perché da quella consapevolezza basata sull'esperienza storica si passasse a stabilire con atti formali d'autorità un nuovo ruolo del popolo, in particolare dei fedeli laici,  nell'attuazione dei principi di fede nel mondo, in quella che nel gergo religioso viene definito realtà profana, che è tutto ciò che non riguarda strettamente la liturgia, l'amministrazione dei sacramenti, il patrimonio immobiliare e gli istituti scolastici religiosi, il clero nella sua organizzazione gerarchica, le istituzioni di vita religiosa (suore e frati; monaci e monache  e altri istituzioni di vita consacrata). In sostanza ciò che per oltre un millennio era stato affidato ad accordi tra capi religiosi e dinastie sovrane, venne da allora ed anche ora in gran parte affidato all'iniziativa dei fedeli laici, ispirata dai principi di fede.  Ma si tratta di qualcosa di più di questo: la gerarchia del nostro clero, sulla base dell'esperienza storica dei propri insuccessi, a volte clamorosi, nel lavoro di influenzare l'organizzazione del mondo intorno a sé, ha anche riconosciuto che in certe cose i fedeli laici  sono più competenti delle autorità religiose, che hanno sostanzialmente una formazione prevalentemente teologica. Tuttavia nella grande congregazione di capi religiosi tenutasi all'inizio degli anni '60 non si tirarono tutte le conseguenze di queste nuove concezioni e ciò per vari motivi, in particolare perché questa nuova posizione del laicato cattolico era talmente nuova che, mancando in fondo precedenti esempi storici, essa doveva essere sperimentata nella pratica, impersonata nelle vite dei credenti per vedere come funzionasse. E' questo appunto uno dei più importanti lavori in corso nella nostra collettività religiosa. Si tratta di lavori tanto importanti quanto poco esplicitati nella vita della maggior parte dei gruppi di impegno religioso che oggi aggregano i fedeli, salvo, nella mia esperienza, che in Azione Cattolica, la quale ne ha fatto l'oggetto principale e prioritario del suo impegno.  Più volte e in documenti molto autorevoli, che ho riportato in altri miei precedenti interventi su questo blog, i nostri capi religiosi, la gerarchia del clero, ci hanno richiamato l'urgenza e l'importanza di questo impegno.
 Alcuni temono e altri auspicano che questi lavori  in corso possano comportare anche  una revisione di come il potere è esercitato nella nostra collettività religiosa. Probabilmente ciò accadrà. Il cambiamento deriverà dal fatto che l'aver riconosciuto la valenza propriamente religiosa dell'attività svolta dai fedeli laici, come singoli e come collettività e con responsabilità primaria e propria, nelle società civili, nei vari livelli in cui esse si articolano,  comporta il riconoscere nell'organizzazione della nostra collettività religiosa un pluralismo  che finora si era teso a escludere o addirittura a contrastare. Infatti se il clero, la cui unità e data al vertice romano, riconosce di non avere la sufficiente competenza,  intesa non come potere formale ma come capacità di capire e di agire per risolvere i problemi, per produrre un efficace rinnovamento della realtà profana, implicitamente ammette che, avendo riconosciuto tale competenza ai fedeli laici, nei vari settori di intervento nella società e secondo le specifiche competenze  di ciascuno, ai problemi possano essere date varie soluzioni, non una sola imposta d'autorità, e tutte compatibili con i principi di fede. Questo sta comportando una profonda modifica dello statuto, vale a dire di come è intesa e di come pretende di essere obbedito, dell'amplissimo corpo di insegnamenti che va sotto il nome di dottrina sociale della Chiesa. Ricordo che alle origini, che si fanno risalire all'enciclica Rerum Novarum (= [il desiderio] di novità), del 1891, i pontefici ritennero di avere la competenza (intesa sia come potere sia come capacità) di stabilire in dettaglio come dovessero essere organizzate le società umane per essere conformi ai principi di fede.
 La gestione organizzativa di tale pluralismo è ancora un problema nella nostra collettività religiosa. Anche questo è un lavoro in corso. Questo mentre si è prodotta, proprio in questi mesi, una spettacolare e drammatica crisi delle nostre istituzioni religiose centrali di vertice, che ha manifestato chiaramente che la competenza teologica non è  più nemmeno sufficiente al governo della realtà propriamente religiosa.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
  

mercoledì 30 ottobre 2013

Rinnovare il mondo: compito religioso dei laici


Rinnovare il mondo: compito religioso dei laici

 
 Nelle spiegazioni sulla fede si preferisce di solito mettere in evidenza la continuità che c'è stata nelle varie concezioni che storicamente si sono succedute e che hanno riguardato la natura, il fondamento e le finalità della nostra collettività religiosa. E tuttavia talvolta non ci si occupa abbastanza di ciò che invece è mutato per rispondere alle esigenze dei tempi e che è stato considerato un progresso nella vita collettiva della fede. Così può sembrare che ai tempi nostri si viva insieme la fede al modo in cui lo si faceva nel Vicino Oriente negli anni che immediatamente seguirono la morte del Nazareno. E che, addirittura, quello sia il solo modo giusto di vivere collettivamente la fede. Che, insomma, tutta la storia che c'è stata da allora o non abbia valore o ne abbia uno negativo, in quanto appunto allontanamento e differenziazione dalle origini, e che ogni conversione, individuale o collettiva, debba comportare anche una sorta di ritorno al passato. E che questo, in definitiva, debba essere al centro dei lavori in corso  di generazione in generazione nella nostra collettività di fede. E' veramente così? Vi invito a rifletterci su.
 Indubbiamente abbiamo ricevuto dalle origini dei principi e una missione. Come collettività religiosa siamo stati lanciati nel mondo e nella storia. Questo movimento ha caratterizzato fortemente la nostra fede. E' pensabile che tutto ciò che è stato fatto  o non abbia alcun significato o ne abbia solo di negativi? Per come la vedo io non è così. La lunga storia trascorsa insieme ci ha consentito di approfondire i contenuti della fede e di trarre insegnamento dalle esperienze fatte. Non è stata solo una storia di malvagità. I contenuti della nostra fede comune e i caratteri della nostra missione sono stati elaborati nel corso dei millenni, di generazione in generazione, e ogni secolo ha apportato qualcosa che è rimasto nella tradizione comune. Se ci riflettiamo bene, capiamo che non potremmo farne a meno.
 Anche ai tempi nostri il lavoro in corso  non è principalmente quello di un ritorno alle origini, anche se esse ci sono sempre ben presenti essendo state narrate nelle nostre scritture sacre, che hanno un valore per così dire normativo per la nostra fede.
 Nel corso del secolo scorso la nostra fede comune è stata messa a dura prova dallo storia. Istituzioni secolari hanno mostrato i loro limiti. Si è prodotta una grave compromissione con forze malvagie, con il male del mondo. Nelle grandi forze collettive che dall'Ottocento hanno cominciato a rendere protagoniste le masse nel governo del mondo si sono visti  gli aspetti negativi più che le potenzialità positive. Il compromesso e i cedimenti sono derivati dalla paura del nuovo che si stava manifestando. All'inizio degli scorsi anni '60, riflettendo sull'esperienza storica, si è prodotto un marcato moto di cambiamento del quale proprio in questi mesi stiamo vivendo manifestazioni molto eclatanti. Esso ha trovato espressione in documenti normativi aventi la massima autorità nella nostra collettività religiosa, ma scritti in un linguaggio, quello teologico, che si discosta significativamente da quello comune e che richiede pertanto uno sforzo per essere compreso. E' una parte del lavoro di formazione che si fa in Azione Cattolica.
 Le novità, per così dire, sono state molte. Una delle più rilevanti ha riguardato il ruolo dei fedeli laici. In questo campo c'è un lavoro in corso  molto importante, perché alle definizioni di carattere teologico sono seguite varie forme di realizzazione storica sulle quali è del tutto aperto il dibattito all'interno della nostra collettività religiosa. Sintetizzando il cuore della questione, si può dire che il come  fare il  fedele laico nel mondo non è più solo oggetto di insegnamenti del magistero ma è anche il frutto di una elaborazione degli stessi fedeli laici, che, in tal modo, partecipano anche alla definizione dei principi della loro azione collettiva nel mondo. Non era mai accaduto prima. Tutto questo si è accompagnato al riconoscimento ai fedeli laici di una dignità  che si è ricavata dai principi di fede ricevuti dalle origini, ma che per lunghissimo tempo non aveva risaltato negli insegnamenti religiosi. Ed anche al riconoscimento del valore specificamente religioso che ha il lavoro dei laici nel mondo, come singoli e nelle collettività in cui sono inseriti. Se ne tratta in uno dei più importanti documenti deliberati nel corso della grande congregazione di capi religiosi tenutasi all'inizio degli scorsi anni '60, che si seguito riporto:
"Per la loro vocazione  è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori nel mondo e nelle ordinarie condizioni di vita familiare e sociale, di  cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi all'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la loro testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore"
[dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium -=Luce delle genti- sulla Chiesa, del Concilio Vaticano II - deliberata definitivamente e promulgata - diffusa solennemente- il 21 novembre 1964.]
 In un altro documento, approvato nel corso della medesima congregazione, vennero definite le finalità particolari di questa azione dei fedeli laici nel mondo, che possono riassumersi nella parole rinnovamento:
" I laici devono assumere il rinnovamento dell'ordine temporale come compito proprio e in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operare direttamente e in modo concreto; come cittadini devono cooperare con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità; dappertutto e in ogni cosa devono cercare la giustizia del regno di Dio.
 L'ordine temporale deve essere rinnovato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie sia reso più conforme ai principi superiori della vita cristiana e adattato alle svariate condizioni di luogo, di tempo e di popoli. Tra le opere di simile apostolato si distingue eminentemente l'azione sociale dei cristiani. Il Concilio desidera oggi che essa si estenda a tutto l'ambito dell'ordine temporale, anche a quello della cultura"
[Decreto Apostolicam actuositatem -=sull'attività apostolica- sull'apostolato dei laici, diffuso solennemente il 18-11-65].
 Dunque, in base a queste dichiarazioni normative per la nostra collettività  di fede,  è compito religioso  dei fedeli laici quello di rinnovare il mondo secondo i principi di fede sotto la loro propria responsabilità e secondo le loro specifiche competenze. Tenete ben presenti queste dichiarazioni che ho sopra trascritto e tenete conto che nei quasi due millenni precedenti della nostra vita di fede comune non ne troverete di uguali.
 Queste nuove concezioni religiose hanno introdotto nella vita della nostra collettività religiosa un pluralismo che trova corrispondenza nelle dinamiche democratiche delle più avanzate società contemporanee. Si è passati rapidamente da un clima di generale sfiducia nelle capacità dei laici di  operare efficacemente per la diffusione e realizzazione dei principi di fede nel mondo, ad una concezione che li vede impegnati con primaria responsabilità. Ciò è derivato principalmente dall'esperienza storica vissuta dagli anni '20 agli anni '40 del secolo scorso, in cui  masse europee cristianizzate e cattoliche si lasciarono trascinare, senza opporre sufficiente resistenza, da regimi autoritari, violenti, sanguinari, razzisti e poi, invece, recuperata una coerenza ideale con i principi di fede proclamati ebbero un ruolo fondamentale, che dura tuttora, nella costruzione della nuova Europa scaturita dagli sconvolgimenti della Seconda Guerra Mondiale. Il lavoro in corso  ai giorni nostri, di cui tratterò meglio in seguito,  è come integrare questo pluralismo, che deriva dall'azione religiosa dei laici per il rinnovamento del mondo sotto propria responsabilità e secondo le loro competenze, in una collettività religiosa che concepisce come fondamentale un ordine gerarchico, quindi di poteri, storicamente finalizzato a mantenere l'unità  intorno al vertice romano.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.
 

martedì 29 ottobre 2013

Costruire e rinnovare il mondo in cui si vive


Costruire e rinnovare il mondo in cui si vive

   Che cosa pensiamo di trovare avvicinando una collettività religiosa? Da bambini ci si è inseriti d'autorità, ma crescendo bisogna trovare delle motivazioni per rimanervi. Molto tempo fa il problema, in Europa, non si poneva se non per le classi di persone che avevano ricevuto un'istruzione superiore e che inoltre avevano una posizione nella società che consentiva loro di assumere atteggiamenti anticonformistici. Per tutti gli altri manifestare una certa religiosità era come seguire la corrente: si veniva considerati degli eccentrici a fare diversamente. Ma anche se in genere non si poneva l'alternativa di uscire, rimaneva il fatto che si poteva rimanere dentro  secondo vari livelli di adesione, alcuni più superficiali e altri meno. Così, anche se le ideologie correnti tendevano a presentare la nostra collettività religiosa essenzialmente come un'istituzione ben ordinata e anche ben integrata con i poteri civili, e questi ad essa, riservando certi aspetti drammatici, come gli sconvolgimenti che secondo le scritture sacre avrebbero preceduto la fine dei tempi, ad un futuro piuttosto lontano, in realtà la vita religiosa ha sempre avuto, ed è ormai esperienza bimillenaria, carattere di magma ribollente. Anche l'organizzazione di una potente polizia ideologica, ben integrata con la giustizia civile, che ha operato per quasi mille anni anche con poteri di vita e di morte non ha cambiato questa situazione, che ai tempi nostri viene accettata più serenamente, ma non sempre. Sulla base di un nucleo di convinzioni molto forti ricevute dal lontano passato e che ancora oggi mantengono una loro validità e una loro integrità, abbiamo costruito un mondo, il quale però, come tutte le cose degli esseri umani, nel tempo invecchia, si deteriora e va rinnovato. Su questa idea del rinnovamento si celebrò, agli inizi degli anni '60 a Roma, un solenne congresso di tutti i nostri capi religiosi di allora che portò alla definizione di regole che consentissero un aggiornamento lì dove fosse necessario. Al centro di questo moto di rinnovamento fu la riflessione sul ruolo dei laici, vale a dire dei fedeli che non sono né diaconi, né preti, né vescovi (vale a dire membri dell’ordine sacro) e che non appartengono a un ordine religioso o a una congregazione religiosa (che non sono, ad esempio, frati o suore; monaci o monache). Fu loro riconosciuto un ruolo nel cambiare il mondo secondo i principi religiosi, ma questo comportò anche, in fondo, riconoscere loro un ruolo anche nell'incessante e necessaria opera di rinnovamento della nostra stessa collettività religiosa, anche se questo aspetto fu sviluppato nei decenni seguenti. Questo nuovo ruolo dei fedeli laici richiedeva un'adesione alla fede più profonda, più motivata, più consapevole. Essi infatti non potevano più limitarsi a farsi trascinare  dal clero. Da qui il forte accento posto in quella sede sulla necessità di una sorta di formazione  permanente, nella quale la nostra Azione Cattolica si impegnò subito con tutte le proprie forze, anche modificando il proprio statuto per farlo al meglio. Fino a quel momento essa era stata fondamentalmente l'organizzazione di massa che sosteneva nella società le ragioni e le esigenze del clero e i principi dell'insegnamento sociale che venivano dalla gerarchia del clero, la dottrina sociale come ancora oggi  è definita. Il che è come dire, sostanzialmente, che essa era al servizio delle direttive di carattere politico dei vertici della nostra collettività religiosa e questo anche se sempre era stata presente l'attività di formazione religiosa. Dalla fine degli anni '60 in poi cercò di formare e di impersonare, sempre in collaborazione con l'organizzazione del clero, la figura di laico che era stata ritenuta indispensabile per costruire una società secondo i principi religiosi, una persona che fosse capace di autonoma elaborazione e di una maggiore capacità critica, per capire la società del suo tempo,  le sue dinamiche, le concrete possibilità di incidere  su di essa, e, innanzi tutto, di quell'esercizio del dialogo con persone di diverso orientamento in cui si fa consistere, ai tempi nostri, il cuore della democrazia, che è appunto il lavoro di incessante costruzione e rinnovamento delle società umane fondate sulle masse.
 Tutto questo non può essere spiegato, credo, nell'iniziazione religiosa dei bambini. Essi infatti non hanno le basi culturali minime per intenderlo. Però se ne possono edificare le basi. Il punto centrale, per come la vedo io, è comunicare che essi dovranno crescere in umanità, fede e sapienza, proprio come è scritto del Nazareno, e che entrano a far parte di una collettività che ha un ruolo importante nel rinnovare il mondo e non ha come compito principale la polizia interiore al servizio dell'autorità dei genitori. Ciò che imparano in dottrina per ricevere i sacramenti dell'iniziazione non sarà sufficiente per il lavoro che sono chiamati a svolgere nella società, anche se costituirà la base di tutto il resto.
 Più avanti  negli anni i giovani potranno capire il senso di ciò che sta accadendo nel mondo e nella nostra collettività religiosa. Questo però richiederà impegno e fatica. Ma si tratta di un lavoro collettivo, non si sarà mai soli. La nostra fede religiosa  è fortemente vissuta nell'interiorità, ma non solo in essa. Nessuna persona basta a se stessa. C'è un lavoro importante che ci  è assegnato che si  può fare solo tutti insieme.
 L'importanza del cercare di capire risalta maggiormente nelle epoche storiche i cui le società cominciano a scorrere velocemente, come è quella in cui viviamo. Non facendo questo sforzo si può rimanere sconcertati davanti a fatti che manifestano una profonda crisi, come gli eventi che, nella nostra collettività religiosa, abbiamo vissuto qualche mese fa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 28 ottobre 2013

Di padre in figlio


Di padre in figlio

 
 Quand'è che si decide di fare un figlio? Una parte dei discorsi sulla vita  che ho fatto negli anni passati alle mie figlie trattava di questo. Non sono cose che si imparano per sentito dire o per averle lette sui libri, ma si può fare un certo affidamento sui racconti di chi genitore lo è. E questo anche se i propri  genitori spesso tendono a imprimere alle loro narrazione la coerenza delle fiabe, specialmente parlando con i più piccoli. Per certi versi questa tendenza continua anche quando i ragazzi crescono, perché si cerca di presentare in positivo la storia delle loro origini, secondo l'affetto che si prova per loro,
 Indubbiamente c'è un età della vita in cui si desidera un figlio. Ne parlo con l'esperienza di padre e avverto che essa non è uguale a quella di una madre. Ci può essere indubbiamente una pressione sociale che influisce su questa decisione. In religione l'avere figli è presentato addirittura come un dovere morale coniugale. Ma, in definitiva, c'è che ad un certo punto ciò che chiamiamo natura fa il suo lavoro in noi e ci determina. Questo è ciò che ho sperimentato. Ed è un'esperienza piacevole e altamente gratificante, come tutte quelle in cui si seconda la natura che è in noi. Insomma, fare  i genitori è bello e, quando ad una certa età della vita si cominciano a fare i bilanci, di solito si passa in secondo piano tutto ciò che di molto faticoso, di difficile, e anche di doloroso l'essere genitori ha comportato, così come le madri, almeno in quei bilanci, mi pare che diano meno importanza all'esperienza del parto, che può essere assai traumatizzante, almeno per le primipare (è frequente che escano dalla prima sala parto pronunciando dei gran mai più).
 Crescendo, i figli vogliono sapere. E' nella loro natura. Un genitore  si sente così un po' sempre sotto esame. All'inizio appariamo ai bimbi quasi come esseri dotati di poteri soprannaturali. Poi imparano a conoscere chi siamo veramente. Dall'adolescenza cominciano a capire il posto che abbiamo nella società del nostro tempo e intendono che il loro futuro non è solo nelle loro mani, ma dipende anche dal loro punto di partenza, che è stato determinato da noi. E allora a un genitore tocca anche giustificarsi.  Così si cominciano a fare i primi bilanci della propria vita, e talvolta tutto ciò che è venuto prima è ricordato come una corsa veloce, un tempo passato presto, spesso troppo presto, nel ricordo nostalgico.
 Ad un certo momento della vita, di quella nostra e di quella dei nostri figli, viene il tempo in cui noi genitori raccontiamo le storie della vita sulla base di quei bilanci. La fede religiosa fa parte di esse, almeno quando ancora conserva una qualche importanza per noi genitori. Anche in questo bisogno di narrare penso che sia la natura che fa il suo corso. In questi racconti gli elementi culturali, che riflettono ciò che si assorbe nella vita nelle collettività umane, acquistano, man mano che i figli crescono, una importanza sempre più rilevante.
 Perché si nasce e si muore? Come bisogna considerare la società in cui si vive, buona o cattiva? Come bisogna trattare gli altri per sopravvivere? Quali sono le cose che contano nella vita? Come si fa ad ottenere la felicità?
 Una parte di ciò che raccontiamo ai nostri figli fa parte di una memoria condivisa e, per così dire, preconfezionata dalla cultura della società in cui siamo inseriti. Questo vale anche per le cose della religione. Ci si aspetta che tutti possano venirne a conoscenza e spetta innanzi tutto ai genitori di agire. Ma c'è anche dell'altro. Infatti la società non è un blocco coerente, ma è composta di molte componenti, ciascuna con una propria particolare storia e spesso tra loro in conflitto. Nelle storie della vita che si raccontano ai figli man mano che crescono e secondo la loro capacità di comprensione, che si fa sempre maggiore, ci sono anche le nostre esperienze personali e di gruppo, ci quindi sono storie particolari, e, soprattutto, c'è il nostro bilancio su ciò che è accaduto, su ciò che abbiamo sperimentato, la lezione che, come individui e come parte di gruppi, abbiamo imparato dalla vita.
 Uno dei compiti più difficili per un genitore è parlare ai figli del dolore che c'è nel mondo in cui vivono, per prepararli ad affrontarlo,  e tuttavia parlarne in modo da non uccidere in loro la speranza e quindi la voglia di vivere. E anche questo è, in fondo, un imperativo di natura, perché il nostro compito di viventi è di far proseguire la vita di generazione in generazione. Come individui sappiamo bene che avremo una fine, che i nostri giorni sono contati, ma siamo, per natura, proiettati verso una discendenza, come tutti gli altri viventi nostri contemporanei. E' una cosa che mi risultò molto chiara da ragazzo, passando i mesi estivi in campagna, osservando la natura intorno a me.
 L'esperienza che si vive come genitori fa capire che non si è fatti per vivere solo per sé stessi, anche se, secondo una certa logica, sembrerebbe questa la via migliore, perché "finito me, finito tutto". Di modo che, ad un certo momento si è coinvolti nel lavoro del tramandare, non solo quindi di diffondere intorno a noi, ma di passare una memoria e certe convinzioni ed esperienze a una generazione più giovane che ci sopravvivrà. Certe cose che si fanno insieme agli altri le si vorrebbe iniziare a fare anche con i figli, perché poi loro continuino quel lavoro collettivo,  appunto di generazione in generazione, come tante volte si legge nelle scritture sacre. Ma non si tratta più di raccontare favole, come quando i figli erano bambini.
 In religione il compito si fa più difficile. Infatti ancora dobbiamo ancora ben impratichirci, noi popolo di fede, in quel lavoro di purificazione della memoria  a cui fummo autorevolmente chiamati, nel novembre 1998, da papa Giovanni Paolo II:
Innanzitutto il segno della purificazione della memoria: esso chiede a tutti un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani. L'Anno Santo è per sua natura un momento di chiamata alla conversione. E' questa la prima parola della predicazione di Gesù, che significativamente si coniuga con la disponibilità a credere: « Convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1, 15). L'imperativo che Cristo pone è conseguenza della presa di coscienza del fatto che « il tempo è compiuto » (Mc 1, 15). Il compiersi del tempo di Dio si traduce in appello alla conversione. Questa, peraltro, è in primo luogo frutto della grazia. E' lo Spirito che spinge ognuno a « rientrare in se stesso » e a percepire il bisogno di ritornare alla casa del Padre (cfr Lc 15, 17-20). L'esame di coscienza, quindi, è uno dei momenti più qualificanti dell'esistenza personale. Con esso, infatti, ogni uomo è posto dinanzi alla verità della propria vita. Egli scopre, così, la distanza che separa le sue azioni dall'ideale che si è prefisso.
La storia della Chiesa è una storia di santità. Il Nuovo Testamento afferma con forza questa caratteristica dei battezzati: essi sono « santi » nella misura in cui, separati dal mondo in quanto soggetto al Maligno, si consacrano a rendere il culto all'unico e vero Dio. Di fatto, questa santità si manifesta nelle vicende di tanti Santi e Beati, riconosciuti dalla Chiesa, come anche in quelle di un'immensa moltitudine di uomini e donne sconosciuti il cui numero è impossibile calcolare (cfr Ap 7, 9). La loro vita attesta la verità del Vangelo e offre al mondo il segno visibile della possibilità della perfezione. E' doveroso riconoscere, tuttavia, che la storia registra anche non poche vicende che costituiscono una contro-testimonianza nei confronti del cristianesimo. Per quel legame che, nel Corpo mistico, ci unisce gli uni agli altri, tutti noi, pur non avendone responsabilità personale e senza sostituirci al giudizio di Dio che solo conosce i cuori, portiamo il peso degli errori e delle colpe di chi ci ha preceduto. Ma anche noi, figli della Chiesa, abbiamo peccato e alla Sposa di Cristo è stato impedito di risplendere in tutta la bellezza del suo volto. Il nostro peccato ha ostacolato l'azione dello Spirito nel cuore di tante persone. La nostra poca fede ha fatto cadere nell'indifferenza e allontanato molti da un autentico incontro con Cristo.
Come Successore di Pietro, chiedo che in questo anno di misericordia la Chiesa, forte della santità che riceve dal suo Signore, si inginocchi dinanzi a Dio ed implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli. Tutti hanno peccato e nessuno può dirsi giusto dinanzi a Dio (cfr 1 Re 8, 46). Si ripeta senza timore: « Abbiamo peccato » (Ger 3, 25), ma sia mantenuta viva la certezza che « laddove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia » (Rm 5, 20).
[ da Incarnationis Mysterium - 29-11-98 - Bolla di indizione del Grande Giubileo dell'Anno 2000]
 E' stato osservato  (Alberto Melloni - Tutto e niente - I cristiani d'Italia alla prova della storia, Laterza, 2013) che da noi sulle asperità della storia   talvolta si è passata la cartavetrata di una memoria condivisa, che nel controluce cattolico sembrava una indulgenza plenaria secolarizzata. Che significa? E' che, talvolta, nel cercare di appianare i passati elementi di contrasto, si è cercato di raccontare una storia secondo la quale tra noi persone di fede, e tra noi e il mondo intorno, tutto è filato tutto sommato tranquillo, in particolare nei due ultimi secoli, salve le malvagità perpetrate dai persecutori della nostra fede. E alla fine,  a volte,  ci siamo perdonati  e, in definitiva, abbiamo concluso che tutto si è risolto per il meglio,  che ciò in fin dei conti era prevedibile dall'inizio e che se male è stato fatto dalla nostra gente fu  solo come reazione e difesa al male altrui. Ma non è andata così. In verità dobbiamo riconoscere che non è andata così. Ne dobbiamo parlare ai nostri figli, a rischio di disamorarli alla fede? Io l'ho fatto. Innanzi tutto perché  la verità rende liberi, è scritto. E poi perché molti cattolici italiani proprio nell'esame di coscienza collettivo davanti alla storia alla ricerca della verità per la conversione collettiva, iniziato molto prima che ad esso si fosse chiamati da un Papa profetico che l'anno prossimo sarà proclamato santo, hanno dato, a mio parere, il meglio di loro stessi. Noi, in Italia, non abbiamo cominciato da zero nel lavoro di purificazione della memoria alla fine degli anni '90. C'erano stati molti precursori, tutto un popolo di precursori. Una bella storia di fede e vita che merita di essere raccontata e proseguita, anche se è stata e sarà anche dolorosa e faticosa. Per quanto mi riguarda personalmente è stata una storia che ha coinvolto profondamente la famiglia di mio padre e di cui pertanto ho memorie vive, non solo libresche.
 Il compito di raccontare quella storia a cui mi sono riferito spetta innanzi tutto ai laici italiani. In primo luogo perché è un storia che ha visto i laici protagonisti e poi perché è una storia italiana. Spesso nelle nostre parrocchie la cura d'anime è affidata a sacerdoti che vengono da altre parti del mondo. Del resto Roma è, dal punto di vista religioso, il centro di un mondo, della cattolicità, e verso di essa converge clero da tutta la Terra. Questa è una grande ricchezza e la si può apprezzare meglio se si visita in un giorno di lezione una delle numerose università pontificie della nostra città. E' lì che si  manifesta in maniera più eclatante l'universalità delle nostre concezioni religiose. Ma qualche volta chi viene da fuori non conosce a fondo la nostra storia e, comunque, la conosce solo per averne letto sui libri e non è la storia della sua nazione di riferimento. E' un po' come quando noi leggiamo della Guerra di secessione nord-americana e ci appassioniamo ad essa, ma quella storia rimane sempre storia di altri.
 Per comprendere ciò a cui mi riferisco, indico alcuni problemi della storia d'Italia che ebbero un'influenza enorme sullo sviluppo della nostra collettività religiosa nazionale: l'Unità d'Italia si fece contro la volontà dei Papi; a lungo, dopo la conquista militare di Roma da parte del Regno d'Italia, ai cattolici fu vietato, sotto pena di sanzioni canoniche che potevano arrivare fino alla scomunica, di partecipare alla vita democratica del Regno e molti sacerdoti vennero considerati dalla polizia del Regno dei sovversivi, in quanto sostenevano le rivendicazioni territoriali del Papa; all'inizio del Novecento in un'enciclica fu condannato qualsiasi accostamento tra democrazia politica e valori cristiani, tanto che poi il fondatore del movimento della democrazia cristiana fu addirittura scomunicato; nella prima metà del Novecento vennero duramente combattute, anche a colpi di scomunica, alcune tesi che ai tempi nostri non vengono più considerate eretiche; durante il regime fascista la Santa Sede stipulò un Trattato e un Concordato con il dittatore all'epoca egemone, ottenendo vari privilegi e un simulacro di stato territoriale, in un quartiere romano. Questi problemi non vennero superati a partire dai vertici della nostra confessione religiosa, ma a partire dalla base, in particolare dai laici italiani, che  pazientemente, senza mai scoraggiarsi e avvilirsi nonostante le cicliche incomprensioni, costruirono il contesto culturale sul quale poi si innestò il cambiamento, che dopo fu deliberato dai vertici del clero. Esemplare in questo impegno fu il beato Giuseppe Toniolo. E' un lavoro che ebbe  una manifestazione entusiasmante nella prima metà degli anni '60, epoca da cui parte l'opera nuova, tutt'oggi in corso, di un'Azione Cattolica che, per realizzarla al meglio, decise una propria profonda metamorfosi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 

domenica 27 ottobre 2013

Calendario pastorale del mese novembre 2013

 
 
 

Domenica 27-10-13 – Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – 30° domenica del Tempo Ordinario – 2° settimana del salterio – colore liturgico: verde – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove


Domenica 27-10-13 –  Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – 30° domenica del Tempo Ordinario  – 2° settimana del salterio – colore liturgico: verde – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Osservazioni ambientali: temperatura 20° C;  cielo: coperto. Canti: ingresso, Un cuore nuovo; Offertorio, Dolce sentire; Comunione, Symbolum 77. Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.

Buona domenica a tutti i lettori!

Prima lettura
Dal libro del Siracide (Sir 35,15b-17.20-22)

Il Signore è un giudice e per lui non c'è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell'oppresso. Non trascura la supplica dell'orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l'Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l'equità.

Salmo responsoriale (dal salmo 33)

Ritornello:
Il povero grida e il Signore lo ascolta

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mio glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce.

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.

Seconda lettura
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo.

 Figlio mi, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l'annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,9-14)

 In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: "Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo". Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta darà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato.

 

Sintesi dell'omelia della Messa delle nove

 
 Il brano evangelico di questa Messa continua l'insegnamento sulla preghiera e, in particolare, ci dice il modo in cui pregare.  E' ben accetta la preghiera dell'umile.
 Ogni parte del Vangelo ci dà una buona notizia ed essa è che Gesù ci ha salvati, riconciliandoci con Dio. E' così anche per il Vangelo letto oggi.
 Si narra che Gesù raccontò una parabola presentando due persone in preghiera nel Tempio: un fariseo e un pubblicano. Il primo faceva parte di un gruppo che cercava la perfezione nell'osservanza della legge, il secondo era considerato un peccatore perché guadagnava riscuotendo le tasse dagli ebrei per conto dell'occupante romano. Il primo è un giusto, perché osserva la legge e nella sua preghiera lo ricorda, ma, in questo modo, in fondo in primo luogo loda sé stesso per essere riuscito a farlo. E soprattutto ringrazia Dio di non essere come i peccatori e, in particolare come il pubblicano, disprezzandoli. Anche a noi può capitare di avere un atteggiamento simile, quindi di ritenerci migliori degli altri nelle cose di fede. Il pubblicano invece vede chiaro in sé stesso e riconosce il suo peccato e, con atteggiamento umile, con gli occhi bassi battendosi il petto, chiede a Dio di avere pietà di lui.  L'insegnamento evangelico è che è quello del pubblicano il modo giusto di pregare. Ma bisogna anche stare attenti a non praticare una falsa umiltà, in modo da volerci distinguerci dagli altri in questo.
  Siamo tutti peccatori, ma Dio ci ama nonostante il nostro peccato e, in Gesù, siamo stati tutti riconciliati con lui: questa è la buona notizia. Nella preghiera dobbiamo rendere grazie di questo. Dio ci vuole felici, perdonati  e liberi.
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli
Avvisi parrocchiali:
-la Messa vespertina di giovedì, ore 18, è prefestiva della solennità di Tutti i Santi;
-venerdì 1 novembre è il primo venerdì del mese ed è anche la solennità di Tutti i Santi. Le Messe saranno celebrate alle ore 8, 9, 10, 11, 12 e 18, Alle 17 si terrà la solenne celebrazione del Rosario, animata dagli Araldi del Vangelo;
-sabato 2 novembre ci sarà la Commemorazione dei fedeli defunti. Le Messe saranno celebrate alle ore 8, 9, 10 e 11. Durante la Messa delle ore 9:00 verranno ricordate le persone della parrocchia morte quest'anno. La Messa della sera non sarà invece quella della Commemorazione dei fedeli defunti, ma la Messa prefestiva  della 31° domenica del Tempo Ordinario;
-sul sagrato della chiesa parrocchiale sono in vendita alcuni libri di argomento religioso e, tra questi, diversi libri del e sul nuovo Papa e, ad € 10,00, una edizione del Catechismo della Chiesa cattolica pubblicata in occasione dell'anno della fede, maneggevole e con copertina resistente in plastica.
Avvisi di A.C.:
-la riunione infrasettimanale del gruppo di AC si terrà martedì 29-10-13, ore 17:00, nella solita sala nel corridoio dell'ufficio parrocchiale. I soci sono invitati a riflettere, presentando poi un proprio pensiero nel corso della riunione, sulle letture bibliche della Messa del 3-11-13: Sap 11,22-12,2; 2 Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10);
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB  www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB  Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per   scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.

sabato 26 ottobre 2013

Lavorare nel presente con uno sguardo lanciato verso il futuro


Lavorare nel presente con uno sguardo lanciato verso il futuro

 
 Nel vivere la nostra fede siamo saldamente ancorati al presente ma con uno sguardo lanciato verso il futuro. Spesso invece si pensa che in religione si sia molto legati al passato. In effetti si fa memoria di molti fatti di tempi andati e dai secoli trascorsi abbiamo ricevuto un patrimonio culturale che ancora utilizziamo, ma anche qualcosa di più ed è appunto lo slancio verso la fine dei tempi, che ci porta a non considerare mai come definitivo ciò che oggi viviamo. Una parte importante degli insegnamenti etici impartiti nella nostra collettività religiosa ammonisce infatti a non rimanervi troppo legati.  Queste convinzioni vengono molto utili in epoche come quella che stiamo vivendo, caratterizzate da veloci cambiamenti sociali. O in età della vita in cui si muta, come quella tra l'infanzia e la prima età adulta o quella che inizia in prossimità del tempo della pensione. Si è allora veramente, come insegnano i maestri di spiritualità, nella condizione del viandante, o, se si è animati dalla fede, del pellegrino.
 Ai tempi nostri si dà molta importanza alla stabilità: delle istituzioni, dell'economia, di certe consuetudini sociali. Ma, per come l'ho intesa io, non è questo il valore più importante nella nostra fede. E questo anche se storicamente l'organizzazione religiosa ha stretto patti con i poteri politici di volta in volta dominanti, puntellandone la forza nella società, quindi adoperandosi per la loro stabilità. Ciclicamente questi accordi  sono entrati in crisi. Ciò è avvenuto negli scorsi anni '60 e a prodotto una potente metamorfosi in particolare nella nostra Azione Cattolica.
 Pensare e proporsi che l'oggi continui per sempre, o per lo meno per la durata della nostra vita che sotto certi aspetti è la stessa cosa, può essere consolante per alcuni, ma deprimente per altri, per coloro che sono consapevoli di ciò che non va nelle cose umane. La prospettiva della nostra fede, per come credo di aver capito, è più vicina a questo secondo modo di vedere, ma con una visione del futuro tutto sommato positiva, perché  nello scorrere dei tempi si coglie un'opportunità, vale a dire la possibilità del manifestarsi del meglio. Si tratta tuttavia di una concezione di segno marcatamente realistico, nel senso che si è consapevoli che occorre un nostro impegno personale, un nostro lavoro, perché ciò accada, anche se si è anche convinti che non tutto dipenderà dall'opera nostra. Non ci si limita ad attendere, ma anche non si confida troppo nelle proprie forze. Anzi, nell'immaginarci il compimento finale, la fine dei tempi, pensiamo che tutto ciò che sarà rimasto ancora in piedi dopo la travagliata storia umana passerà, sarà sostituito integralmente da un'iniziativa dall'alto. E' solo allora, ci dicono le nostre scritture sacre, che ogni lacrima sarà asciugata.
 L'appello che, nella fede, ci viene nell'oggi è quello di ascoltare la "sua" voce, per non indurire il cuore. Mi pare che in tutta la mia vita sia stato questo  l'obiettivo che nei miei riguardi ha perseguito la collettività religiosa in cui sono stato inserito fin da bambino. Quella voce viene dall'alto, sia con le parole che ci sono giunte dall'antichità, ma anche con quelle che pensiamo ci raggiungano, nel nostro oggi, nell'interiorità. Ci parla di una salvezza potente suscitata  per noi, di una bontà misericordiosa che verrà a visitarci dall'alto come un sole che sorge, di tenebre rischiarate, di una luce capace di dirigere i nostri passi sulla via della pace, di potenti rovesciati, di superbi dispersi, di umili innalzati, di liberazione dai nemici, di promesse valide di generazione in generazione per una bontà misericordiosa che ci si è presentata come indefettibile, sicura ed eterna.  Ho tratto queste espressioni da alcuni salmi che ogni giorno vengono recitati religiosamente in quella liturgia che accompagna i fedeli per tutto il giorno e che viene chiamata pertanto Delle Ore.
 Spesso consideriamo come obiettivo principale dell'iniziazione religiosa quello, a somiglianza di altri tipi di istruzione che si ricevono da bambini, di preparare i più piccoli a vivere nel mondo dei grandi. Vorrei invitarvi a verificare se questo sia vero. E a valutare se invece, in religione, si tenda a preparare i più giovani a superare il mondo dei grandi così com'è e addirittura il mondo che da grandi essi costruiranno. Naturalmente si potrebbe pensare che l'essere in qualche modo alternativi al mondo che c'è debba spingere a chiudersi  in riserve protette, come si fa con certe culture primitive che tuttavia non si ha cuore di distruggere definitivamente, magari dopo averle a lungo perseguitate. Ma questo contrasta con la dinamica fortemente universalistica della nostra  fede, per la quale riteniamo che le nostre convinzioni religiose non possano rimanere solo al livello della spiritualità, interiore, e di piccole collettività omogenee, ma debbano manifestarsi nell'azione,  nel fare per e con gli altri, e ciò oltre limite che divide tra loro gli esseri umani, fin a raggiungere l'intero genere umano. E' insomma stabilito un forte nesso tra la fede e quella particolare benevolenza attiva che, con espressione religiosa, denominiamo carità  (che ci viene dal greco antico), della quale oggi non è sempre facile rendere l'idea, per l'ambiguità del termine amore con la quale in genere viene tradotta. Per farlo si potrebbe cominciare dicendo che pensiamo di partecipare, sentendoci amici, ad un lavoro comune che dovrebbe portare tutti, ma veramente tutti, a partecipare gioiosamente a un bel pranzo insieme in un ambiente confortevole, in cui ce ne sia per tutti e nessuno sia escluso  e si possa incontrare faccia a faccia colui che ci parla dall'alto attraverso tutta la storia umana. E' una situazione che nella Messa, il centro di tutte le nostre liturgie, prefiguriamo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 25 ottobre 2013

L'apertura universale della nostra esperienza di collettività religiosa


L'apertura universale della nostra esperienza di collettività religiosa

 
 Guardando le immagini delle più grandi metropoli dell'Occidente, o trovandosi a girare di persona in quelle grandi città, si può provare una sorta di vertigine se si confrontano le dimensioni della propria personale esperienza di vita, limitata come cerchia di affetti e di amicizie e anche come luoghi più familiari, con la grandiosità delle moltitudini e delle costruzioni civili di quei notevoli conglomerati di umanità. Ma l'intera umanità è una realtà ancora più grande ed è difficile figurarsela, anche solo come approssimazione. Allora si fa rientro, spiritualmente o di persona, nei propri borghi, vale a dire nei luoghi e tra le persone che costituiscono un po' una estensione dello spazio domestico, e ci si sente confortati nel riprendere consuetudini, un modo di vivere, una lingua con un certo accento particolare, un modo di mangiare e di svagarsi, il solito lavoro, di cui forse, in certi momenti neri come ce ne sono nella vita delle persone, ci si era detti stanchi e annoiati. Del borgo, nel senso di cui ho detto, può far parte anche la chiesa parrocchiale, con i suoi preti e le altre persone che negli anni ci sono diventate familiari. Una sensazione analoga, di spaesamento, provo, a volte, anche quando mi capita di visitare da solo la grande basilica romana, considerata il centro mondiale della nostra confessione religiosa, che non è distante dal mio ufficio, tanto che vi posso arrivare a piedi in una ventina di minuti. Quando ci sono andato per qualche liturgia, con migliaia di altre persone animate dallo stesso spirito, è stato diverso: allora mi ci sono sentito come a casa mia. Invece, aggirandomi da solo in quello smisurato chiesone  devo fare uno sforzo per recuperare l'aspetto spirituale, religioso, della mia visita, mentre tutto ciò che mi circonda, benché effettivamente costruito nell'intento di glorificare la nostra fede, urla l'orgoglio tronfio di antichi principi romani. I turisti che in massa frequentano il monumento costituiscono un'umanità estranea e, per certi versi, anche fastidiosa. Accalcandosi mi impediscono la meditazione sull'unica opera artistica alla quale, in quel grande fulgore architettonico, sono veramente affezionato: la statua della Pietà che è, ormai sigillata sotto vetro blindato, nella prima cappella laterale di destra.  I custodi, a volte, a stento riescono a contenere e disciplinare l'accesso della folla rumorosa e quindi può accadere che manifestino un certo nervosismo in momenti critici, il che accresce l'impressione generale di estraneità. Solo concentrandosi nella partecipazione ad una delle Messe che vengono continuamente celebrate nelle cappelle laterali si può recuperare il senso religioso della presenza in quel luogo.  E' tutto diverso entrando nelle varie chiese che per me costituiscono realtà vive, il cuore dei borghi  della mia vita, e tra esse la nostra chiesa parrocchiale, come anche il santuario francescano a due passi dalla mia prima casa bolognese, Il santuario della Madonna di San Luca sempre a Bologna, la chiesa degli Angeli Custodi a piazza Sempione e la chiesa di San Saba all'Aventino, qui a Roma, e alcune altre.
  Certamente spesso la fede di una persona scaturisce da un ambiente di famiglia e di quartiere e rimane ad esso abbastanza legata sul piano emotivo. Quindi, ad esempio, tornando nel proprio borgo si ha la sensazione di essere effettivamente tornati  a casa. Essa è particolarmente intensa rientrando in un piccolo paese, ma in qualche modo si ha anche raggiungendo il proprio quartiere cittadino. Qualche problema può allora sorgere quando, negli spazi che consideriamo più familiari, comincia ad arrivare gente nuova, come sta accadendo nella nostra parrocchia, dove da tempo si stanno insediando famiglie provenienti dall'Asia, dall'Africa e dall'Europa orientale, in particolare dalla Cina, dal Pakistan, dal Bangladesh, dall'Egitto  e dalla Romania. Forse non avevamo ancora fatto a tempo a creare relazioni meno superficiali con le persone che da più tempo incontravamo in giro che si deve ricominciare con gente che appartiene a civiltà un po' più distanti dalla nostra. Del resto il mondo lontano è chiaramente espresso dai sacerdoti della nostra parrocchia, i quali in maggioranza provengono da altre nazioni.
 Bisogna considerare tuttavia che la nostra fede ha una particolare caratteristica, che è in essa considerata come centrale, per la quale non siamo autorizzati a legarla, nel senso di restringerla, a situazioni locali, benché si ritenga che in esse sia manifestato pienamente tutto ciò di cui in religione siamo persuasi.  Questa caratteristica è la sua universalità, per cui, come collettività religiosa, riteniamo di essere stati lanciati  verso il mondo, oltre qualsiasi dimensione nazionale, etnica, di civiltà, per raggiungere ogni essere umano che vive sulla Terra, quindi l'intero genere umano. Questa convinzione risalta fortemente nelle nostre liturgie, se vi prestiamo attenzione e non ci lasciamo prendere da quella distrazione che deriva dall'abitudine. In questa prospettiva non esiste più gente straniera  e ci sentiamo spinti ad interagire con tutte le genti del mondo, senza alcun problema di lingua, di cultura, di particolari concezioni, di stirpe, di abitudini etniche. Si tratta di un'idea che risale alle origini della nostra esperienza di collettività religiosa e che rientra in quello che viene definito il deposito di fede, la ricchezza che ci siamo impegnati a trasmettere di generazione in generazione.
 La cosa straordinaria è che in questa dinamica universalistica non  è coinvolto solo personale specializzato, particolarmente motivato, come ad esempio i missionari che sono mandati in posti lontani per cercare di diffondere la vita  secondo la nostra fede e la fede stessa. Essa riguarda anche, ad esempio,  i bambini del catechismo e le persone molto anziane, come anche i malati che hanno difficoltà a spostarsi in giro e le persone con una giornata molto piena di tante altre occupazioni. Tutti infatti ci consideriamo parte di un solo popolo che  deve estendersi, restando unito nella benevolenza reciproca, a tutto il mondo per portare a tutte le genti la luce dalla quale siamo stati rischiarati.
  A volte ho partecipato a certe Messe in cui c'erano in prevalenza signore molto anziane e dall'equilibrio malfermo, le quali tuttavia intonavano senza alcun problema  o timore le grandi preghiere dell'apertura universale  della nostra fede, ad esempio il salmo che fa "radunò da tutti i paesi, dall'oriente all'occidente, dal settentrione e dal mezzogiorno"  o quello che fa "in mezzo ai popoli raccontate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i sui prodigi". Nelle nostre liturgie quasi sempre proclamiamo senza forse farci più tanto caso, per abitudine, cose grandiose, fateci caso. Questo è molto più del conforto che si prova talvolta nel far rientro nel borgo: è l'entusiasmo di essere spinti oltre ogni proprio personale limite  e non, come in tante epoche della nostra storia, per volontà predatoria, ma per realizzare, impersonandola,  quella giustizia alla quale aneliamo e che, insieme, ci attira a sé, la quale non consiste  solo nel dare a ciascuno il suo, ma innanzi tutto nel riconoscere in ogni persona umana, senza eccezioni né discriminazioni, quella  particolare dignità che le deriva dal suo Creatore e  della quale nella fede religiosa siamo persuasi, e nel cercare di  comportarci di conseguenza con gli altri.
 Nella mia esperienza, il rinchiudersi nel borgo viene naturale, è semplice da attuare, anche se prima o poi la chiusura  finisce per annoiare, per non soddisfare, mentre l'apertura, il prendere il largo  verso le genti in quel senso di cui ho parlato, richiede un sforzo particolare e un cambio di mentalità piuttosto marcato. E' il paradosso della nostra fede: la sicurezza che dà non è mai quella che in genere ci si attende entrando a far parte di una grande e storica collettività che manifesta molte convinzioni piuttosto salde.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli