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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 30 novembre 2013

Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale.


Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale.
[Dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=La gioia del Vangelo) del papa Francesco - 24 novembre 2013, n.10)

 
  Come ho ricordato in un mio precedente intervento, diversi anni fa venne a lavorare da noi in parrocchia un sacerdote che mi parve sulla trentina e che, al termine della Messa domenicale, aveva l'abitudine, come succede più di frequente in altre nazioni, di mettersi sul sagrato per salutare i fedeli che uscivano. In un'omelia notò che la gran parte di essi avevano la faccia scura. Mostravano anche qualche difficoltà, durante la liturgia, a scambiarsi reciprocamente il segno della pace. Era una cosa alla quale non avevo fatto caso, ma ponendovi attenzione notai che era vero e lo feci notare anche alle mie figlie che allora erano ancora bambine. Facemmo, come un gioco, a contare le persone con la faccia lieta che incontravamo per strada. Erano pochissime! Poi mi dissero che quel sacerdote aveva avuto un problema in famiglia, una persona gravemente ammalata. Anche lui, allora, fece la faccia scura e dopo un po' non lo vidi più in chiesa da noi. All'epoca frequentavo la parrocchia come semplice utente, non ero granché coinvolto nella sua vita, quindi non approfondii la questione. Mi dissero che, prima di venire tra noi, aveva seguito gli scout e nel tempo in cui fu da noi formò una numerosa squadra di chierichetti, tradizione che poi mi pare si sia persa (anch'io fui chierichetto nella nostra parrocchia, anche se piuttosto imbranato. Non avevo capito bene quello che dovevo fare e allora mi mettevano a fare l'aiuto-chierichetto. Anche a quei tempi, si era negli anni '60, c'era una numeroso gruppo di ragazzi che svolgeva quel servizio). La sua letizia contagiò molti e produsse dei cambiamenti positivi, ma quando si intristì tutto tese ad andare nella direzione di prima. Forse, quando fu lui ad avere bisogno di essere consolato, non trovò in noi, senz'altro non in me, un aiuto sufficiente. Ora me lo rimprovero.
 Ogni tanto i sacerdoti della parrocchia lo ricordano nelle loro omelie: non si avverte sempre  la gioia della fede nella partecipazione alle nostre liturgie eucaristiche, che pure dovrebbero essere al centro della vita comunitaria religiosa e dunque manifestarla. Chi ci vede da fuori  come può essere attratto da quello che c'è dentro, se sembra che partecipiamo solo a un triste dovere, per non fare peccato? Ma, mi sono detto tra me quando ho sentito questo, non è per dovere che oggi si va in chiesa la domenica, perché trasgredire quell'obbligo non suscita più la riprovazione sociale e quindi chi non vuole andarci non ci va, punto. Molti di quelli con le facce scure vanno in chiesa per essere consolati.  Ma, evidentemente, i motivi di dolore e di disperazione superano le capacità consolatorie  dell'insieme. E poi non siamo più così pronti ad farci entusiasmare dal linguaggio altamente simbolico della liturgia, di cui forse non intendiamo più tutte le implicazioni. Bisogna anche tener conto  che l'età media dei fedeli è piuttosto alta. L'allegria è dei giovani. "Gaudeamus igitur, iuvenes dum sumus!" faceva l'inno degli universitari di un tempo: gioiamo, orsù, finché siam giovani. E poi: post iucundam iuventutem, post molestam senectutem, nos habebit humus, dopo la gioiosa gioventù, dopo la molesta vecchiaia, ci avrà la terra. E ora, dobbiamo anche sentirci tirati per le orecchie, perché, con i problemi che abbiamo, a volte carichi di anni,  non siamo gioiosi?
  Eppure sarebbe bello recuperare la gioia di vivere che tutti abbiamo provato in una o più epoche della nostra vita. Perché vivere bisogna pure. In fin dei conti, si vive.
 L'appello alla gioia che ci viene dal vescovo  non è per farci più efficaci come piazzisti del sacro. Con le facce tristi si vende poco  e via dicendo. Non siamo in giro per vendere il prodotto fede. E neanche per fare nuovi adepti per riempire le nostre chiese (questo è il proselitismo in senso deteriore, da lui criticato). La gioia scaturisce dalla vita, è parte della nostra natura. La vita dà gioia. Sono le circostanze in cui la vita si svolge che a volte la privano della gioia. E, a parte gli accidenti che ci capitano e che derivano dal mondo in cui viviamo, dalle avversità sociali, da quelle della natura ambientale e, infine, dal nostro invecchiare corporeo, che è anch'esso un processo naturale, incombe su tutti noi, in modo sempre più angoscioso col passare degli anni, il pensiero della propria fine personale. E' così che si perde la gioia di vivere, quel sentimento di letizia interiore che caratterizza i nostri momenti veramente felici e che ci fa essere fiduciosi nel futuro e capaci di costruire grandi cose insieme agli altri. Esso ha sicuramente un dimensione sociale, così come la ha l'infelicità, e una spirituale, interiore.  La fede incide e richiede un impegno personale su entrambe. L'appello religioso alla gioia è un'esortazione ad un impegno di quel tipo. L'azione che ci è proposta è quella di radunare i dispersi costituendo un'unità  fondata sull'amore/agàpe. Essa si fonda su una voce che riteniamo esserci giunta e giungerci dall'alto, trasmessa fedelmente fino a noi di generazione in generazione e ricevuta e confermata nella nostra interiorità personale. Essa ci dice che la morte, la nostra fine personale, l'ultima nemica, non è l'ultima parola su ciascuno di noi. Quella voce non ci arriva solo da fuori  di noi, essa corrisponde a un sentimento interiore che ci rende capaci di ascoltarla e di darle credito: "…sento l'acqua viva che mi parla dentro e mi dice «Vieni al Padre»,  scrisse Ignazio di Antiochia (vescovo di Antiochia dal 70, ucciso a Roma per ordine delle autorità imperiali nel 107) in una  Lettera ai cristiani di Roma, andando verso la nostra città per esservi giustiziato. Tutti gli esseri umani sono chiamati a formare un popolo animato da quell'unità amorevole, gioiosa e festosa. "Nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore", insegnò Giovanni Battista Montini in un'esortazione apostolica del 1975, durante il suo ministero religioso di padre universale: lo ricorda il vescovo nel documento di qualche giorno fa. Non usciamo  di chiesa per ritornarvi  con un portafoglio di adesioni. Non siamo nel mondo per distribuire tessere religiose. Siamo nel mondo per suscitarvi la gioia di vivere, radunando, risanando, consolando. Può essere un impegno molto coinvolgente, fonte esso stesso di gioia perché è il principio del nuovo mondo, fonte soprannaturale e spirituale di cambiamenti significativi nella realtà visibile e sociale e del riscatto delle persone dalla propria coscienza isolata ed autoreferenziale (Evangelii Gaudium, n. 8).
 I momenti più belli e motivanti della mia vita, in famiglia, sul lavoro, nella società, sono stati caratterizzati dalla partecipazione a un impegno di quel tipo. Non ero solo, partecipavo a grandi movimenti ideali in cui anche la fede religiosa era implicata. Ai tempi nostri si accusa quelli della mia generazione di aver tentato di ribaltare il mondo di prima sulla base di sogni irrealizzabili. Le cose vanno come vanno ed è così che debbono andare, ci rimproverano: il forte prevale sul debole, il pesce grande mangia il pesce piccolo (metafora usata abitualmente dal filosofo Aldo Capitini - 1899/1968) e così seguitando. Ma io non rimpiango di non aver agito diversamente: Non, je ne regrette rien (= non rimpiango nulla. E' il verso di una famosa canzone di Edith Piaf -1915/1963 che venne citato nel testamento di uno dei sette frati trappisti uccisi a Tibhirine - Algeria  nel 1996 da terroristi). Sono sogni anche quelli della nostra fede? Ma essi hanno cambiato e stanno ancora cambiando il mondo. Venite e vedete.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 

La buona notizia: vale ancora la pena di vivere


La buona notizia: vale ancora la pena di vivere

 
 La fede è gioia e riempie il cuore, scrive il nostro vescovo. Questo corrisponde anche alla mia personale esperienza in religione. Spiegare agli altri in che cosa consista il fondamento di questa gioia, da dove essa scaturisca, non è però facile. Ci insegnano a fare innanzi tutto riferimento all'antico nostro Maestro, al Nazareno. Egli ci ha tanto amato da dare la vita per noi. Lo ha fatto nonostante la nostra innata tendenza al male, che si è manifestata da sempre in tutte le società umane che si sono succedute da quando si ha memoria di una storia e probabilmente anche in quelle che ci sono state prima, e nonostante il male che l'umanità ha fatto e di cui ciascuno, in spirito di verità, onestamente, deve riconoscersi responsabile. Egli fu  un essere umano, nella Palestina di circa due millenni addietro, ma noi lo riconosciamo anche come fondamento di tutto ciò che esiste,  ieri, oggi, sempre, quindi diciamo anche, in senso religioso, che egli è. "Per mezzo di lui tutte le cose sono state create", recitiamo nel Credo, nella Messa di ogni domenica. Quindi vediamo in lui anche una manifestazione del soprannaturale, di una realtà che, al di là di ciò che si vede, si sente, si tocca qui nel mondo che ci circonda, sorregge tutto ciò che esiste, l'universo e noi in esso. Ma non pensiamo che sia qualcuno come un angelo, come lo si concepisce nella nostra fede, o un fantasma. Siamo fermamente convinti, nella nostra fede, che tutto abbia un senso, che si vada verso una precisa direzione, noi e la natura intorno a noi, e che esso si quello di muoverci, nella nostra storia personale e in quella collettiva, verso colui che ha fatto tutto ciò che esiste, prima che i tempi iniziassero, e che ha un nome, non è un impersonale meccanismo della natura come tanti che osserviamo e studiamo, cercando ci capirli, intorno a noi. Quel nome è appunto quello del nostro antico Maestro, che  nell'ebraico antico significa azione di salvezza e riteniamo santo, nel senso che è manifestazione di benevolenza infinita e, quindi, di un fondamento  e di un compimento beato  della nostra vita, personale e collettiva. Avverto che qui ho trattato, non usando il teologhese, di principi fondamentali della fede: è esperienza comune quella di dover sempre migliorare nella loro comprensione e quindi di doversi sempre confrontare, quando se ne parla, con chi ne sa di più e in particolare con chi ha, come missione e responsabilità, il compito di spiegarli agli altri. Invito quindi chi legge a verificare personalmente, nell'ascolto del nostro magistero religioso, se ciò che ho scritto corrisponda effettivamente alla nostra fede comune. Ero presente in piazza San Pietro, tanti anni fa, quando Karol Wojtyla, affacciandosi dalla facciata della grande basilica dopo aver assunto la grande missione di essere nostro padre universale, si esortò con un "Correggetemi se sbaglio!" : ho cercato sempre di imitarlo in questo e qui faccio mia quell'esortazione.
  Se, allora, la nostra esistenza si basa su un fondamento santo, su una benevolenza infinita che, al di là dell'imperfezione che vediamo bene caratterizzare la nostra vita personale e collettiva, al di là dei nostri limiti palesi, scende verso e su di noi e rimane salda anche quando sbagliamo, perché trasformarci in "persone risentite, scontente e senza vita"?, scrive il nostro vescovo. E aggiunge: "Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua". Vale a dire che non vivono, rievocandola e rendendola presente nelle loro vita, l'esperienza della liberazione dai limiti che ci affliggono, da tutto ciò che in varie forme e manifestazioni ci lega alla morte, alla fine nostra e di tutti e di tutto, e alla consapevolezza del male che c'è in noi e attorno a noi. Il dolore non è l'ultima parola sull'esistenza umana, secondo la nostra fede. Il nostro vescovo ci esorta dunque a ritornare a rinnovare oggi stesso il suo incontro   con colui che è il fondamento beato  di tutto e la fonte della nostra gioia e che crediamo ci voglia salvare perché ci vuole bene,  o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da lui, cercandolo ogni giorno senza sosta.
 Devo dire che nella mia personale vita religiosa c'è sempre stata veramente poca emotività. Sono sempre stato molto legato alla mia concreta esperienza della realtà intorno a me, così come effettivamente mi si presentava. Ho fede religiosa, ma non ho mai udito voci soprannaturali, non ho fatto esperienza del soprannaturale in questo senso, non ho visto angeli né mai mi sono figurato di averli visti. Del Nazareno ho sentito parlare e ho letto, ma non l'ho mai incontrato così come incontro le persone che mi circondano. Ho incontrato la memoria di lui, che mi è giunta, di generazione in generazione, attraverso altre persone di fede. Ho creduto non perché ho visto. L'esigenza di credere in lui è scaturita dalla mia interiorità, nel confronto con il mondo così come l'ho sperimentato nella mia vita. Penso di essere stato effettivamente predisposto, come essere umano, a credere in lui: la mia fede è stata quindi il compimento di un'esigenza interiore e di un'attesa. Ma capisco i problemi di chi, all'appello religioso a incontrarlo, rispondono di non riuscire a farlo perché non lo vedono e non lo sentono. E anche di non capire come un essere che non si vede, non si sente e non si tocca possa cambiare in meglio la vita di coloro che vivono nel mondo che c'è, si vede, si sente e si tocca. Dicono che  ci perdona: e allora? Uno alla fine a perdonarsi ci arriva anche da solo, perché che cosa sono le nostre colpe dinanzi alla pena che sicuramente ci toccherà di scontare, la morte personale? Si tratta di obiezioni serie, da non sottovalutare, tanto che le troviamo trattate anche nei nostri scritti sacri, in particolare in quelli che abbiamo ricevuto dal giudaismo antico.
L'uomo si affatica e tribola per tutta un vita.
Ma che cosa ci guadagna?
Passa una generazione  e ne viene un'altra;
ma il mondo resta sempre lo stesso.
 Ho riflettuto anche su tutte le ingiustizia che si compiono in questo mondo. Gli oppressi piangono e invocano aiuto, ma nessuno li consola, nessuno li libera dalla violenza dei loro oppressori. Invidio quelli che sono morti. Essi stanno meglio di noi che siamo ancora in vita. Anzi, più fortunati ancora quelli che non sono mai nati, quelli che non hanno mai visto tutte le ingiustizie di questo mondo.
[Qoelet 1, 3; 4,1]. Traduzione interconfessionale della Bibbia in lingua corrente, Elle Di Ci -A.B.U., 1985]
 Alcune persone, sentendosi rivolgere quell'appello all'incontro personale e non riuscendo a realizzarlo, possono pensare di essere come menomate o, addirittura, quando quell'appello viene rivolto in certi modi perentori, addirittura cattive, o, comunque, di essere considerate tali da parti di coloro da cui esso proviene. Poiché poi, pur considerandosi con sincerità, concludono di non essere né menomate né cattive, tendono a rifiutare in blocco la fede e chi gliela propone.
 Non nascondo che anch'io, pur ritenendomi una persona di fede, ho sempre avuto difficoltà analoghe, quando mi hanno detto cose come "All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva" (una frase di papa Ratzinger citata dal vescovo nel suo ultimo documento e tratta dall'enciclica Deus caritas est [=Dio è amore/agàpe/gioiosa benevolenza comunitaria come in un banchetto nuziale]). Per me infatti la fede è scaturita certamente dall'incontro con delle persone, con la generazione di coloro che me l'hanno trasmessa al modo di un contagio, prima con le loro vite che con  i loro discorsi, ma la scoperta della Persona, alla quale in quella frase ci si riferisce, è venuta dopo ed è stata coeva con esigenze etiche, che considero tuttora molto importanti, e con molte grandi idee.
 Per intendere bene il senso di quel modo di esprimersi, che centra il sorgere della fede su un'incontro con la Persona, la figura divinizzata del primo Maestro, del Nazareno, bisogna considerare che esso è manifestazione di una reazione a modi teologici di presentare la nostra fede comune che davano molta importanza alle ragioni del credere, quindi alle giustificazioni razionali  dell'atto di fede, e al conformarsi a prescrizioni etiche rituali, religiosamente condivise. Di fronte all'obiezione, risultata fondata, che tutte le prove dell'esistenza della realtà soprannaturale creduta per fede si sono dimostrate insufficienti e che l'inevitabile mutare dei costumi  porta a superare sempre ogni concezione etica, di fronte quindi alla generale insufficienza di ogni sistemazione puramente ideologica della fede, si cerca di basare le motivazioni di fede su un rapporto personale con il fondamento beato, che precede ogni ragionamento e anche l'etica rituale. E' una via, questa, che ha precisi agganci nelle scritture sacre e che è stata seguita anche, per quello che ho letto, nell'ebraismo dei saggi del Talmud. E' stata più volte riscoperta nella storia della nostra collettività religiosa e, nei tempi più recenti, proprio nel confronto con la saggezza dell'ebraismo contemporaneo della nostra confessione religiosa. Essa, ad esempio, fu espressa nell'Ottocento dallo scrittore russo Dostoevskij affermando che egli avrebbe comunque scelto Cristo anche se gli avessero dimostrato che  Cristo non era la verità. L'invito a centrare la fede sull'incontro con la Persona libera dalle molte costrizioni, conformismi, luoghi comuni, commistioni tra sacro e profano,  non veramente necessari alla vita di fede, anzi spesso ostacolo ad essa, che storicamente si sono costruiti intorno alla fede nell'edificare e nel disciplinare una religione, vale a dire un modello collettivo di vita di fede. Ma non bisogna pensare, per come la vedo io, che quell'incontro sia come quello che possiamo avere la mattina, al risveglio dal sonno, quando apriamo gli occhi e vediamo i nostri familiari. L'incontro con quella  Persona è pur sempre un andare verso  e, insieme, un rendersi disponibili ad accogliere una persona che non si vede, nella sua realtà soprannaturale. L'accostarsi al soprannaturale presenta sempre questa difficoltà, quando non si parli di cose diverse dalla nostra fede religiosa come ad esempio di magia o esperienze emotive paranormali, vale a dire che ci si cerca di aprire a ciò che non si vede, ma di cui avvertiamo interiormente la presenza. Ed è effettivamente esperienza comune che non è vero che ciò che non si vede non c'è. A parte realtà microscopiche e le frequenze inaccessibili ai nostri sensi, cerchiamo sempre di figurarci il passato  e il futuro e questa attività ,molto importante nello stabilire che fare oggi, riguarda oggetti che non si vedono e addirittura non sono più  o non sono ancora. Il soprannaturale, nella concezione religiosa c'è ed è anche accessibile ad un nostro senso interiore, a quello che possiamo definire  sguardo soprannaturale, alla luce del quale il mondo in cui viviamo ci appare trasfigurato. Nella nostra fede, e anche in altre fedi religiose, il soprannaturale è definito come luce.
 Il mondo ci appare per certi versi come un complicato meccanismo di cui noi siamo un piccolo ingranaggio. C'è sempre un grande darsi da fare, scambiarsi cose e lavorare gli uni per gli altri per un certo prezzo. Si nasce, ci si riproduce e si muore. Nei secoli dei secoli. Ma essere solo parte di un ingranaggio non da gioia, non ci appaga veramente del tutto. Lo scrittore Primo Levi dichiarò che l'etica degli affari uccide l'anima immortale (cito a memoria). Sotto un certo profilo quindi, giunti verso la fine, si potrebbe concludere tristemente con "tutto qui?"  o con un "Ne è valsa la pena?".  La buona notizia che ci giunge dalla nostra fede è che, sì, ne vale la pena o, a seconda delle prospettive in cui ci si pone, ne è valsa la pena.  E ciò perché nella vita c'è l'amore/agàpe che dà gioia. E' questo che si incontra/scopre nella Persona che, nella fede, riteniamo essere il fondamento e il destino beato di tutto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

giovedì 28 novembre 2013

La gioia del Vangelo


La gioia del Vangelo

  L'altro giorno il nostro vescovo, che per il diritto canonico è anche il capo assoluto della nostra confessione religiosa, ha diffuso un lungo documento denominato esortazione apostolica, dal titolo Evangelii Gaudium (= La gioia del Vangelo) in cui tratta di vari argomenti, relativi alla struttura della nostra collettività religiosa e alla sua azione nella società e ai problemi delle società civili. Esso, provenendo dalla massima autorità umana che, in religione, riconosciamo, ha natura normativa, anche se vuole essere meno un insieme di comandi e più una segnalazione di problemi e una sollecitazione a risolverli. Ha natura anche prettamente ideologica, vale a dire di pensiero semplificato diretto ad orientare l'azione collettiva. Per la natura di alcuni degli argomenti trattati si inserisce nel campo della dottrina sociale della Chiesa. Nei confronti dei fedeli laici ha prevalentemente natura autorizzatoria,  vale a dire che riconosce la legittimità e correttezza di aperture, nel campo del pensiero e dell'azione, che si erano già prodotte e conferma, nel contempo, alcuni limiti.
 In altri interventi successivi cercherò di riassumerne il contenuto e di esaminarlo nel dettaglio.
 Il documento ha avuto in genere buona accoglienza, tra i giornalisti e i primi commentatori, nel campo progressista, nel silenzio di quelli conservatore  e reazionario. E' stato accolto con soddisfazione da chi, nella nostra organizzazione religiosa, già era in linea con il pensiero che in esso vi è espresso e con imbarazzo e preoccupazione dagli altri, in particolare da chi pensa che per la conservazione della fede collettiva sia indispensabile un capo assoluto a Roma e una struttura direttiva centralizzata intorno a lui. Poiché le autorizzazioni prevalgono nettamente sui divieti  confermati, si è preferito, in genere, non soffermarsi particolarmente su questi ultimi.
 Le aperture e le nuove idee organizzative espresse nel documento non hanno carattere rivoluzionario, perché corrispondono ad un pensiero  già largamente sviluppato e diffuso nella nostra collettività religiosa, sia tra i  laici che tra il clero. Vale a dire che il pensiero espresso nel documento non è veramente nuovo. Lo è sicuramente dal punto di vista normativo, nel senso che da decenni, dal vertice romano non erano uscite affermazioni così chiare. E' il bilancio tra autorizzazioni  e divieti che fa la differenza. In passato ad ogni apertura si faceva seguire una clausola di chiusura, un limite, in modo che, in definitiva, ogni documento potesse essere fatto proprio sia dai progressisti, sia dai conservatori  e spesso anche dai reazionari. Quando uso queste categorie per distinguere correnti di pensiero e di azione all'interno della nostra organizzazione religiosa non associo automaticamente a ciascuna di esse un valore, semplicemente le uso per descrivere degli orientamenti rispetto alla concezione che in un certo momento è quella che, per legge canonica, della nostra collettività religiosa, è quella a cui si è chiamati ad aderire, pur con una certa libertà di opinione sui dettagli.
  E' interessante chiedersi, prima di entrare nei particolari, se sia ancora giusto, ai tempi nostri, che si debba attendere che un capo assoluto detti legge per attuare ciclicamente aggiornamenti  e rinnovamenti che dovrebbero essere la normalità in ogni corpo sociale basato sulla dignità universale delle persone e quindi sulla libertà di pensiero e di azione e sul pluralismo. Insomma, se sia ancora giusto essere così papadipendenti come lo siamo noi italiani, e non parlo solo dei fedeli laici, ma addirittura di coloro che si definiscono laici, nel senso di non credenti  o  di agnostici. E noi fedeli, in particolare, sentiamo sempre di dover confermare preliminarmente, come Primo Mazzolari, nel 1942, degli "Anch'io voglio bene al Papa" ad ogni passo avanti che programmiamo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 27 novembre 2013


Le elezioni per il rinnovo degli incarichi nell'associazione parrocchiale di AC

 
 Ieri si sono svolte le elezioni per il rinnovo degli incarichi nell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della parrocchia San Clemente Papa, in Roma. Il presidente uscente ha tenuto una relazione sull'attività svolta negli anni del suo ministero. Sono stati eletti il consiglio parrocchiale, un'incaricata per i giovani e una delegata per i rapporti con il Centro nazionale e le attività internazionali. Il consiglio parrocchiale ha eletto il nuovo presidente, confermando il presidente uscente. La nomina del presidente, a norma di statuto, sarà poi di competenza del parroco, sentito il vescovo ausiliare territorialmente competente, sulla base della proposta espressa del consiglio parrocchiale. Gli incarichi associativi sono conferiti per un triennio. L'assemblea ha anche programmato, sulla base della relazione del presidente uscente, le grandi linee del programma associativo.
 In tutte le associazione parrocchiali della diocesi di Roma si tengono di questi tempi analoghe elezioni. Procedure simili si faranno poi a livello diocesano e, dal 30 maggio al 3 aprile 2014, a livello nazionale.
 Il metodo democratico, sia nell'affidamento degli incarichi sia nella programmazione delle attività, ha sempre caratterizzato l'Azione Cattolica, anche negli anni dell'infelice compromesso della nostra gerarchia religiosa con il fascismo mussoliniano, e, a partire dallo statuto approvato nel 1969, è stato inglobato nell'ideologia associativa. Ciò significa che il tipo di rinnovamento del mondo secondo i principi di fede che i laici di Azione Cattolica si propongono di attuare nelle società del loro tempo comprende anche la realizzazione di un ordinamento politico e sociale pienamente democratico. Questo lavoro ha preceduto, non seguito, le dichiarazioni in merito fatte dalla dottrina sociale della Chiesa. La piena accettazione del metodo democratico e della sua compatibilità con i principi di fede da parte dei nostri capi religiosi ha richiesto molto tempo, ben oltre un secolo, essendosi prodotta solo con l'enciclica Centesimus Annus [= il centesimo anno. L'enciclica celebrava i cento anni dall'enciclica Rerum Novarum  - = sulle novità (dei tempi) - del papa Leone 13° ] del 1991, del papa Giovanni Paolo 2°, in cui  si legge:
46. La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. Essa, pertanto, non può favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi particolari o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato.
Un'autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia delle singole persone mediante l'educazione e la formazione ai veri ideali, sia della «soggettività» della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità. Oggi si tende ad affermare che l'agnosticismo ed il relativismo scettico sono la filosofia e l'atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti son convinti di conoscere la verità ed aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposito, bisogna osservare che, se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.
[Il testo dell'enciclica può essere letto sul WEB all'indirizzo
 
 A lungo, infatti, si è discusso se religione e democrazia potessero conciliarsi. Agli inizi del Novecento l'enciclica Graves de communi re [=le serie (dispute) sugli affari pubblici]    del Papa Leone 13° lo escluse, condannando l'idea che fosse possibile una democrazia cristiana. L'evoluzione non si può considerare compiuta. I nostri capi religiosi hanno infine accettato l'idea che il regime democratico sia quello preferito per il governo civile di popoli, ma sono restii a consentire la pratica della democrazia all'interno degli affari specificamente religiosi. Infatti si sente a volte affermare, sbrigativamente, che la nostra collettività religiosa non è una democrazia e ciò anche se, in particolare dalla prima metà degli anni '60 del secolo scorso, si è riscoperta la dimensione popolare della nostra esperienza religiosa. La vita dell'Azione Cattolica dimostra che fede e democrazia possono essere armonizzate e che, in particolare, i fedeli laici trovano nella democrazia una importante opportunità per sviluppare nelle società civili i valori derivanti dai principi di fede. Va rilevato, infatti, che nella nostra associazione il metodo democratico non serve solo ad eleggere dei dirigenti, ma anche a definire il programma delle attività comune e i principi ai quali esse devono ispirarsi. Non si tratta quindi solo di attuare  linee generali decise dal clero, che esprime la totalità dei nostri capi religiosi, ma, secondo quanto stabilito normativamente durante la grande congregazione di capi religiosi della prima metà degli scorsi anni '60, di definire con autonomia linee di azione in base alla specifica competenza che i laici hanno nelle cose profane, vale a dire che riguardano ciò che si muove al di fuori degli spazi specificamente liturgici dove regna il clero.
 Il metodo democratico non consiste solo nella regola secondo la quale vince la maggioranza. Esso comprende importanti valori, come quello della pari dignità degli esseri umani, del rispetto del valore delle persone umane, nel loro pensiero, nella loro possibilità di libera autodeterminazione, nelle esigenze del loro pieno sviluppo di vita, nella tutela delle loro stesse vite. E riguarda anche la serena accettazione del pluralismo sociale, nelle sue varie manifestazioni. La democrazia, come insieme di regole e valori valido per tutti, a prescindere dal ceto sociale, dal livello culturale, dall'appartenenza etnica o religiosa, dal sesso, dalle opinioni politiche e da altri fattori sociali di discriminazione, insomma la democrazie di popolo è una conquista culturale molto recente, in particolare in religione. Essa va costantemente coltivata e tramandata di generazione in generazione. E' un lavoro che l'Azione Cattolica ed altre aggregazioni su basi religiose sentono come proprio. Ma nell'Azione Cattolica, per il suo particolare legame con la nostra organizzazione religiosa espresso nei suoi statuti, diventa più chiaramente obiettivo specificamente della nostra confessione religiosa  per la formazione delle masse dei fedeli laici, in vista del compito religioso  proprio dei laici nel mondo. Non tutte le aggregazioni laicale a base religiosa della nostra confessione  condividono questo interesse e hanno struttura democratica. In alcune è ancora vivo il sospetto che fino a non molti anni addietro circondava, in religione, i discorsi che si facevano sulla democrazia. Il lavoro dell'Azione Cattolica in questo campo non riguarda quindi solo quello che c'è all'esterno  della chiese, ma anche a ciò che si fa all'interno di esse. La crescita culturale dei valori democratici nella nostra confessione è tuttora un lavoro in corso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

martedì 26 novembre 2013

Individualismo e comunità. La caduta degli dei


Individualismo e comunità. La caduta degli dei

 
 Una delle ragioni delle minor forza delle concezioni dell'origine e del funzionamento del mondo basate sul soprannaturale è stata identificata nel crescente individualismo delle persone, portate a ricercare in primo luogo il proprio benessere, anche inteso come piacere. Questa dinamica sociale è indicata come secolarismo. La spiegazione di questo fenomeno con il decadere di tradizioni comunitarie corrisponde alla mia esperienza personale, di uomo che ha vissuto,  e quindi non conosce solo per sentito dire o per aver letto, l'epoca in cui si sviluppò e alle ricostruzioni offerte dagli analisti di varie discipline. Si è trattato del manifestarsi di un nuovo modo di vita, a partire grosso modo dagli anni '60. Esso ha corrisposto a trasformazioni sociali piuttosto intense e generalizzate che hanno riguardato, in particolare, i costumi sessuali, le relazioni famigliari e quelle tra i più anziani e i più giovani. Nella nostra collettività religiosa se ne sono colte le opportunità, ma anche le minacce. Le vecchie tradizioni religiose, spesso a carattere etnico, confliggevano in genere con l'esigenza di un'adesione di fede più consapevole e informata, meno basata su elementi di carattere magico, che si voleva diffondere a livello di massa (un anelito senza precedenti nella storia della nostra confessione religiosa e corrispondente al moto di democratizzazione delle società civili e lo sviluppo di un'ideologia di cittadinanza attiva di massa), ma il loro superamento portava a tagliare legami  di tipo comunitario che nel passato avevano sorretto la diffusione della fede in tutti gli strati della popolazione, anche tra quelli meno colti. Come reazione, nella nostra collettività religiosa si sono diffusi e radicati movimenti che hanno alla base l'idea di ricostituzione di costumi comunitari, basati su una più intensa solidarietà tra le persone: essi  hanno come elemento unificante, appunto, l'idea di comunità, anche se le vie scelte per ricostruire questi legami tra le persone sono diverse. Si richiamano a questo intento, ad esempio, il movimento Comunione e Liberazione, il Movimento dei Focolari, la Comunità di Sant'Egidio  e il  Cammino Neocatecumenale. Sul primo e sul quarto ho potuto fare a lungo  osservazioni personali e dirette, perché da adolescente sono stato amico di un coetaneo che è entrato in Comunione e Liberazione e perché vivo in una parrocchia dove si è insediato il Cammino Neocatecumenale. Tutte queste esperienze associative, al di là del richiamo più o meno intenso a una tradizione  religiose, sono organizzazioni che non hanno precedenti nella storia della nostra collettività religiosa e che cercano di armonizzare una intensa ma più informata religiosità al recupero di relazioni di tipo comunitario. Esse si distaccano dalla religiosità tradizionale nel rifiuto di elementi di carattere magico o addirittura superstizioso che caratterizzano a volte le forme popolari di manifestazione della fede ricevute dal passato. In particolare l'elemento che, a un osservatore esterno, sembra caratterizzare il tipo di vita comunitaria proposta dal Cammino Neocatecumenale è lo sforzo di costituire famiglie stabili con più dei due figli, numero che è, oggi, lo sforzo procreativo che la maggior parte dei coniugi programmano per la loro vita matrimoniale. Nel passato, al tempo in cui la forma prevalente di economia in Italia era quella rurale, e poi al tempo dell'urbanizzazione della classe operaia prima dello sviluppo e dei successi del movimento per la tutela dei diritti dei lavoratori, più figli significava, per i ceti al di sotto della borghesia, povertà. Per quello che ho capito nel Cammino Neocatecumenale vengono quindi attuate, su base comunitaria, varie forme di assistenza alle famiglie nel loro sforzo procreativo. Il risultato di famiglie con più figli viene presentato come un successo nell'attuazione di quell'ideologia a base religiosa che riguarda il rifiuto dell'idea di programmazione delle nascite (che non significa contraccezione).  Da ciò viene fatto conseguire che le idee che in passato si avevano, in religione, sulla famiglia possono funzionare anche ai tempi nostri. C'è effettivamente una superficiale somiglianza tra le famiglie numerose inserite nel Cammino Neocatecumentale e le famiglie numerose delle classi popolari del passato, in particolare del Meridione animato da intense e vive tradizioni religiose popolari. Si tende quindi a stabilire un rapporto tra famiglie numerose e ripresa della fede, che però andrebbe sottoposto a più rigorosa verifica. Ciò che distingue queste neo-famiglie a base comunitarie dalle "famiglione" del passato è che in queste ultime il numero dei figli, spesso oltre i dieci, era vissuto come un evento  naturale, e a volte come un cataclisma al pari dei terremoti e delle inondazioni, non come una scelta e tanto meno una scelta religiosa. I figli venivano. E per una donna del popolo avere un gran numero di figli non escludeva l'aver fatto ricorso all'aborto, largamente praticato, pur sotto minaccia di gravi sanzioni penali e religiose, in forme artigianali e pericolose. I vecchi parroci di campagna lo sanno bene. E soprattutto per le neo-famiglie di oggi avere più figli non significa povertà: è per questo che quella di aver più figli della media  è vissuta come una scelta e non una dannazione. Ad un'osservazione meno superficiale risalta che la scelta  su base religiosa di avere famiglie più numerose mette a prova la fede (non la sorregge di per sé), può essere quindi considerata un campo di impegno sociale in cui misurare l'intensità delle proprie convinzioni, ma che da famiglie più numerose non discende automaticamente una motivazione più forte alla vita di fede. E' piuttosto l'intensificarsi dei rapporti di collaborazione e mutuo aiuto tra le neo-famiglie, su base comunitaria, che effettivamente è un fattore generante e rinvigorente  la fede religiosa, che nella concezione cristiana si basa essenzialmente sull'idea di una identificazione del soprannaturale con la carità-agàpe, una forma molto intensa di benevolenza che si ritiene pervada l'universo e coinvolga particolarmente l'umanità.
 La secolarizzazione, nel senso che ho precisato, è stata vista, in religione, come un'opportunità per liberarsi da forme di fede di tipo magico e superstizioso e per rinnovare l'ideale di fede di un'umanità costituita in un unico popolo animato da relazioni amorevoli e in cammino nella storia verso un destino beato promesso dall'alto e nel mondo verso ogni essere umano, senza alcuna distinzione. In altre parole  è stata vista anche come una salutare caduta degli dei, vale a dire di quelle false, dal punto di vista della nostra  fede, immagini del sacro che erano ancora piuttosto diffuse a livello popolare, superficialmente armonizzate con le nostre concezioni religiose. Esse caratterizzavano fortemente alcune forme comunitarie tradizionali, su base regionale, che, ad un certo punto, vennero vissute come oppressive e inaccettabili nei tempi nuovi. La fuga dal paese, con i suoi pregiudizi, le sue costrizioni e le sue velenose chiacchiere,  era il sogno di molti dei giovani degli anni in cui anch'io fui giovane, in particolare delle ragazze. Per le donne le culture tradizioni, che a volte sono nostalgicamente rievocate in religione, significavano forme di sottomissione parentale e coniugale che ai tempi nostri non sono più accettate. Spesso questi vincoli venivano giustificati su base religiosa e allora il rifiutarli portava anche all'allontanamento dalla fede.
 L'Azione Cattolica non si è mai specificamente caratterizzata su base comunitaria e, in questo senso, non è mai stata una organizzazione basata su moventi reazionari, nel senso di caratterizzati dalla volontà di reagire, contrastandoli, contro i tempi nuovi, visti nei loro lati negativi. Essa invece è stata storicamente più orientata a coglierne le opportunità che a temerne le minacce. Non  è che, tuttavia, si sottovaluti l'importanza del mantenimento di relazioni sociali comunitarie pur in epoca di valorizzazione dell'individualità della persona. In particolare, dalla fine dalla fine degli anni '60, in cui ha inglobato il metodo democratico nella propria esperienza comunitaria, l'Azione Cattolica si sforza di sviluppare nella società l'ideale comunitario che costituisce la base ideologica fondamentale delle democrazie di popolo europee, espresse nelle loro Costituzioni e, ora, nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, in cui riconosce anche valori sociali di origine religiosa. E non si tratta solo di limitarsi a osservare principi che sono, ai tempi nostri, leggi vigenti negli stati, ma anche di dar loro piena espansione e  attuazione nelle società, in particolare in ciò che in cui più specificamente concordano con la missione specifica dei laici di rinnovare il mondo secondo i principi di fede operando nel mondo, insieme a tutte le persone di animo retto, religiose o non religiose. L'Azione Cattolica, per come la vedo io, preferisce puntare a creare un mondo-comunità piuttosto che piccole comunità in un mondo non comunitario, preda dell'individualismo egoistico.
 E tuttavia l'idea di intensificare le relazioni sociali negli ambienti sociali quotidiani come manifestazione della propria fede non è estranea all'Azione Cattolica, anche se, come esperienza prettamente laicale, essa è più proiettata all'esterno dello spazio specificamente liturgico delle chiese. Questo  proposito del resto può farsi scaturire da quel movimento di redenzione sociale che, originato nel corso dell'Ottocento, ha visto il protagonismo dei movimenti laicali della nostra confessione religiosa e ha successivamente prodotto quella parte del magistero denominata dottrina sociale della Chiesa. Sotto un certo punto di vista, ad esempio, la liberazione dalla morte, la salvezza  in questo senso, fa oggi meno presa nell'Italia in cui ci sono tanti più anziani di un tempo, quindi persone che, ad un bel momento, hanno accettato  l'idea della propria morte, mentre  è molto più sentito il problema della liberazione dalla vecchiaia, che nella società di oggi si manifesta nei propositi anti-religiosi di eutanasie e in quelli, su base religiosa, di cooperazione per liberare  i vecchi dalla solitudine e dall'isolamento mediante il recupero di impegni e corrispondenti attività a base comunitaria. Il "Visitare i vecchi" non era compreso nelle tradizionali opere di misericordia e ciò corrispondeva a un tipo di civiltà in cui la vecchiaia era una sorta di privilegio, mentre ai tempi nostri è un'opera di misericordia non codificata, ma che si fa scaturire dall'etica religiosa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.
 
 

lunedì 25 novembre 2013

La Chiesa "Costantiniana" e il problema della libertà religiosa


La Chiesa "Costantiniana" e il problema della libertà religiosa
 

Sintesi di un articolo di Lamberto Riva, presidente del gruppo MEIC di Lecco morto il 13-6-13, dal titolo La libertà religiosa, "initium libertatis" [=inizio della libertà religiosa], pubblicato sulla rivista Coscienza, del MEIC, n.3-4/2013, nel quale si riassumono alcuni dei temi trattati in un ciclo di incontri promossi dal gruppo MEIC di Lecco sul tema della libertà religiosa, in particolare le relazioni del prof. Emranno Arslan e del prof. Saverio Xeres.

Nota di metodo: la sintesi è una forma di "condensazione del testo" in cui vengono utilizzate frasi del testo condensato unificate da elementi di raccordo (di seguito posti tra parentesi quadre [ ]) del sintetizzatore. Si tratta di una elaborazione del sintetizzatore che potrebbe non riflettere o non riflettere a pieno il pensiero dell'autore del testo condensato in quanto dipende dai limiti di comprensione di chi opera la sintesi. Il testo "sintetizzato" è circa un terzo di quello originario.

 [L'imperatore] Costantino [274-337] cambierà profondamente, anzi essenzialmente, il ritratto dell'imperatore, perché cambierà radicalmente l'ideologia imperiale; a partire dal 324, quando egli riunifica tutto il potere nelle sue mani e recepisce in pieno il cristianesimo, ponendolo come fondamento del nuovo impero, che diventa appunto impero romano-cristiano, [mediante l'Editto di Milano del 313] ripresa dell'Editto di Galerio [imperatore romano morto nel 311] del 311.
 L'editto di Galerio è il vero documento che "segna" la libertà dei cristiani nell'Impero romano, non solo, ma introduce un periodo di vera tolleranza religiosa, riconoscendo ad ogni gruppo di professare la propria religione. Galerio, erede di un potere che aveva perseguitato i cristiani, chiede agli stessi di cooperare al bene dello Stato pregando il loro Dio per l'Impero stesso.
 Costantino, invece, era robustamente pagano e amava immagini dell'imperatore come padrone assoluto, come gli altri predecessori. Anno dopo però recepisce questo editto così come recepisce in pieno il cristianesimo e ne fa il fondamento della nuova ideologia dell'Impero romano e cristiano. Costantino vede la propizia occasione per rinsaldare fortemente il suo potere, dopo la fine di Licinio [Co-imperatore, vinto e deposto da Costantino nel 324] e l'unificazione dell'impero. La data simbolica è appunto il 324. E' allora, come riferisce Eusebio, che Costantino racconta il suo famoso "sogno", col motto In hoc signo vinces [=sotto questo segno vincerai] e utilizzerà in peno l'opera di sua madre Elena e la di lei famosa "invenzione"[nel senso di scoperta] della vera croce [di Cristo - ritrovamento della croce di Cristo in Gerusalemme], finendo anche per inventare il labaro, nella sua veste di imperatore del nuovo Impero, che doveva diventare l'insegna ufficiale dell'Impero e di tutto l'esercito imperiale. Il labaro portava impressi la croce e il monogramma di Cristo, il famoso Crismòn, che rappresentava nell'abbreviazione del nome di Cristo l'insegna della nuova divinità cristiana, del Dio dei cristiani.
 La tolleranza [religiosa] appartiene solo al periodo di fine 3° secolo ed inizio del 4°. Poi purtroppo l'Impero romano cristiano, a partire dall'anno 380 con Teodosio, va sempre più verso l'intolleranza non solo nei confronti del paganesimo ma anche di tutte le altre religioni o manifestazioni religiose fino ad arrivare, per esempio, a costringere le sacerdotesse di riti che prevedevano il nubilato a sposarsi per eliminare i loro status religioso e con esso la loro libertà di religione. Cenno a parte fa fatto per gli ebrei, i quali poi saranno tra le vittime più perseguitate dell'intolleranza cristiana per secoli fino all'Olocausto del secolo scorso ad opera dei nazisti.
 Costantino non ha affatto "scoperto" il valore della coscienza soggettiva e della tolleranza, che è una "riscoperta" solo moderna e che la Chiesa riconoscerà solo nel 1965 con la [Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae - =sulla dignità umana- sulla libertà religiosa, approvata durante il Concilio Vaticano 2°]. Insomma solo col Concilio Vaticano 2°, dopo secoli di travaglio ed anche di lotte drammatiche, la libertà religiosa si è affermata come valore in sé. Con Costantino invece la libertà per i cristiani è funzionale a un primo riconoscimento del cristianesimo a fianco del paganesimo; è un momento di passaggio verso la costruzione di un sistema politico religioso nettamente intollerante: il modello costantiniano di Chiesa e la libertà religiosa non sono compatibili tra loro, anzi, sono opposti l'uno all'altra. Costantino "assume" la Chiesa come elemento integrante della struttura politica ed ideologica dell'Impero; ne consegne che la Chiesa diventa funzionale all'Impero e dunque pesantemente condizionata; proprio per questo essa "deve" essere compatta, anzi uniforme: l'importante è "salvaguardare l'unità". [Quindi] la Chiesa deve essere intollerante verso le diversità per non indebolire il supporto garantito all'Impero; questo è lo spirito e la lettera della lotta alle "eresie". Il Regno di Dio si identifica con l'Impero romano, con la conseguente perdita della prospettiva escatologica [=centrata sulla concezione di fede del compimento finale dell'universo] del "Regno" e sfera religiosa e ambito politico si sovrappongono con conseguente perdita della dimensione costitutiva di laicità.
 Costantino, proprio in quanto imperatore secondo la reiterata mentalità pagana, si dichiara "vescovo universale" - paradossale per lui che non era neppure battezzato - ed in questa veste convoca il Concilio di Nicea [325], lo presiede e ne manda in attuazione le decisioni. E' nella Chiesa non come semplice membro ma come "gestore esterno" e vuole persino essere ricordato, appunto in quanto imperatore, come "tredicesimo apostolo". Questo mutamento trova il suo compimento con la Costituzione di Teodosio [347-395, imperatore dal 379] del 380. E' questa Chiesa, così profondamente modificata rispetto alla propria identità originaria, che si intende quando si parla di "Chiesa costantiniana".
 Questa impostazione costantiniana-teodosiana [permane] in tutto il Medioevo, con una semplice correzione, ossia la progressiva sostituzione pur con qualche salto di qualità, al vertice del sistema politico-religioso della figura del papa a quella dell'imperatore.  Il papa comincia allora ad essere indicato come "vicario" di Cristo, ma questo termine indica una figura assimilata a quella dell'imperatore nella concezione pagana antica. E' una Chiesa che comunque ha sempre un ruolo determinante nella gestione del "temporale", della "cristianità", il che comporta pesanti modificazioni rispetto alla Chiesa delle origini: fortemente strutturata in maniera uniforme e verticistica quella medievale, e tendenzialmente caratterizzata da centralità e direttività in ambito politico. E' una situazione che permane sostanzialmente immutata fino alla Rivoluzione francese.
 Il superamento dell'era costantiniana, dopo una lenta maturazione fin dalla fine del secolo 19° viene pienamente recepito dal [Concilio] Vaticano 2°. Xeres [afferma]: " La riscoperta identità teologica della Chiesa (Lumen Gentium [la Costituzione dogmatica sulla Chiesa]) apre la presa di distanza rispetto alla «Chiesa costantiniana» verso una Chiesa semplicemente presente nel mondo, con una propria funzione; si riapre cioè la prospettiva escatologica, per cui la Chiesa è «profezia» [=comprensione dei tempi presenti alla luce delle idee di fede] del Regno che viene, come si riapre la dimensione laicale, strettamente legata alla «autonomia delle realtà temporali», illustrata nella Gaudium et Spes [,la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo approvata durante il Concilio Vaticano 2°]. Come conseguenza diretta vi è da parte della Chiesa del Concilio il recupero positivo del pluralismo, di cui sono espressioni l'ecumenismo all'interno del cristianesimo, e nella più ampia prospettiva religiosa, l'affermazione della libertà religiosa, ossia il riconoscimento del valore intrinseco ad ogni scelta religiosa, in quanto fondata sulla dignità della persona (esplicitamente affermante nella epocale Dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae)".
Sintesi di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 24 novembre 2013

Domenica 24-11-13 – Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell'Universo – salterio: proprio del tempo – colore liturgico: bianco – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove


Domenica 24-11-13 –  Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell'Universo  – salterio: proprio del tempo – colore liturgico: bianco – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove


Osservazioni ambientali: temperatura 11°C;  cielo coperto. Canti: ingresso, Cieli e Terra Nuova; Offertorio, Ti offro Signor; Comunione, Symbolum '77.
 Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.


Buona domenica a tutti i lettori!

Prima lettura
Dal Secondo libro di Samuele (2Sam 5,1-3)

 In quei giorni, vennero tutte le tribù d'Israele  da Davide a Ebron, e gli dissero: "Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti  ha detto: "«Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d'Israele»".  Vennero dunque tutti gli anziani d'Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un'alleanza a  Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d'Israele.

Salmo responsoriale (dal salmo 121)

Ritornello:
andremo con gioia alla casa del Signore.


Quale gioia, quando mi dissero:
"Andremo alla casa del Signore!".
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!

È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d'Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide

Seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi (Col 1,12-20)


 Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi  nella luce.  È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. E' piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca  (Lc, 35-43)

 In quel tempo, dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: "Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto". Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso". Sopra di lui c'era anche una scritta: "Costui è il re dei Giudei". Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso  e noi!".  L'altro invece lo rimproverava dicendo: "Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male". E disse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso".


Sintesi dell'omelia della Messa delle nove


 Questa è l'ultima domenica dell'anno liturgico ed è dedica alla solennità di Cristo Re. È un'occasione per esaminare l'anno che è trascorso e chiederci se abbiamo seguito Cristo o altri re.
 Il brano evangelico ci propone la narrazione di ciò che accadde dopo la crocifissione di Gesù e, vicino a lui, di altri due uomini, dei malfattori.
 Ai piedi della croce c'era gente che assisteva e, tra essa, dei capi religiosi e  i soldati incaricati del supplizio. Molti forse era stati attirati dalla curiosità di vedere che cosa sarebbe accaduto. Sapevano che Gesù era stato considerato il Cristo atteso dal giudaismo dell'epoca e che aveva resuscitato dei morti, come la figlia di Giairo, il figlio delle vedova di Naim, Lazzaro  e volevano vedere se avrebbe resuscitato anche se stesso.
 I capi religiosi e i soldati non  credevano che Gesù fosse il Cristo. Gli dicono: salvi se stesso "se" è il Cristo, il re dei Giudei". Il Cristo atteso dal giudaismo antico era infatti un personaggio potente, capace di prodigi. Non potevano riconoscerlo in Gesù, che in fondo era un poveraccio, che si lasciava deridere e uccidere in quel modo.
 I due malfattori invece sapevano che Gesù era veramente il Cristo, l'atteso. Uno di loro allora gli chiede di salvare se stesso e loro con lui.  Infatti, non era forse il Cristo!". Quante volte anche noi facciamo lo stesso, quando chiediamo di essere liberati dalle sofferenze e dai problemi e siamo delusi se non siamo esauditi!
 L'altra malfattore invece, riconoscendosi colpevole dei crimini per cui era stato sottoposto al supplizio e credendo in Gesù, gli chiede di ricordarsi di lui quando fosse entrato nel suo Regno. E' questo l'atteggiamento giusto. Mentre infatti Gesù non risponde ai capi religiosi, ai soldati e al primo malfattore, al crocifisso che si riconosce colpevole e meritevole del dolore inflitto e si affida a lui, promette che sarebbe stato con lui quel giorno stesso in paradiso.
 L'insegnamento è che nelle sofferenze si deve rimanere uniti a Cristo, perché da lui avremo la vita eterna. Egli è infatti il Re dell'Universo.
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli
Avvisi parrocchiali:
-Domenica 1 dicembre si terrà in tutta Italia, durante le Messe, una raccolta straordinaria di fondi per le popolazioni colpite dal tifone, nelle Filippine, promossa dai vescovi italiani, La Chiesa Italiana destinerà a questo scopo anche tre milioni di euro ricevuti dallo stato come ripartizione dell'8 per mille fiscale. La Caritas nazionale invierà centomila euro, quella diocesana trentamila euro. A questi fondi si aggiungeranno quelli della raccolta straordinaria;
Avvisi di A.C.:
-la riunione infrasettimanale del gruppo di AC si terrà martedì 26-11-13, ore 19:00, nella solita sala nel corridoio dell'ufficio parrocchiale. Si terranno le votazioni per il rinnovo delle cariche associative. Chi voglia proporsi per incarichi, è pregato di comunicarlo al presidente o ad un membro del consiglio uscente;
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB  www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB  Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per   scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità;
-si segnala il blog curato dal presidente http://wwww.blogcamminarenellastoria.wordpress.com/