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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 31 dicembre 2013

L'ordinamento economico come fonte di povertà sociale


L'ordinamento economico come fonte di povertà sociale

 
48. Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti, senza eccezioni . Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14). Non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre, «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo»,  e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli.
52. L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità [così nel testo italiano diffuso da Libreria Editrice Vaticana. Neologismo dallo spagnolo. Nel testo inglese è reso con inequality (=ineguaglianza - nell'inglese il termine è spesso implicitamente associato all'idea di ingiustizia). Nel testo spagnolo, lingua nella quale il documento è stato verosimilmente pensato, si legge inequidad, da cui verosimilmente il neologismo italiano: in un dizionario spagnolo si definisce "El concepto de inequidad se ha considerado sinónimo del concepto de desigualdad. Es fundamental diferenciar estos dos conceptos. Mientras desigualdad implica diferencia entre individuos o grupos de población, inequidad representa la calificación de esta diferencia como injusta…"; quindi "disuguaglianza ingiusta".] diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità. Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo.
No a un’economia dell’esclusione
53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.
54. In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete.
La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci  sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.
No all’inequità che genera violenza
59. Oggi da molte parti si reclama maggiore sicurezza. Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire. Se ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte. È il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, a partire dal quale non ci si può attendere un futuro migliore. Siamo lontani dal cosiddetto “fine della storia”, giacché le condizioni di uno sviluppo sostenibile e pacifico non sono ancora adeguatamente impiantate e realizzate.
 La riflessione sulla povertà attuata dai teologi della nostra fede  non ha prodotto, fino agli anni Sessanta del secolo scorso, nel magistero del vertice romano della nostra confessione  religiosa, che sul punto ha in genere chiesto uniformità dalle altri fonti del magistero, indicazioni per individuarne l'origine nelle strutture di governo delle società umane. Escludo intenzionalmente l'enciclica Rerum Novarum (=sulle cose nuove), del 1891, del papa Leone 13°, considerata come il primo documento della dottrina sociale della nostra collettività religiosa, nella quale la prima preoccupazione mi pare sia stata quella di contenere il potenziale di sovversione sociale e politica  espresso dalle idee del socialismo che all'epoca si andava diffondendo in Europa e in altre regioni del mondo sensibili all'influsso culturale degli europei (e che consideravano la religione un'impostura sociale per mantenere le classi più povere asservite al dominio di quelle più ricche). Ciò senza naturalmente togliere importanza ad un documento del supremo magistero che per primo indicò all'associazionismo cattolico la via del patrocinio e del soccorso  verso la classe operaia e agli stati la via dell'intervento pubblico "per sottrarre il povero operaio all'inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose". Basti però pensare che una delle proposizioni di quel documento, nella parte dedicata ai rapporti tra le classi sociali, venne intitolato "i vantaggi della povertà". Nella Rerum Novarum  ci si mosse fondamentalmente  nel solco della tradizione del pensiero della nostra fede, individuando nell'avidità e nell'avarizia, quindi essenzialmente nel male morale, dei ricchi la causa delle sofferenze dei poveri, verso i quali non si andava in soccorso con il superfluo  del propri beni e ai quali, se lavoratori dipendenti, profittando della debolezza contrattuale dei lavoratori  non veniva data una sufficiente retribuzione e venivano imposte condizioni di lavoro inumane. Non si misero in questione invece le strutture economiche che reggevano la società del tempo, come si faceva da parte socialista, né si ritennero lecite rivendicazioni solidali di massa per opporsi alla dinamica ingiusta di quelle strutture, che era all'origine della povertà sociale, con particolare riferimento allo sciopero, la principale arma collettiva che i ceti operai avevano cominciato ad utilizzare a sostegno delle loro istanze. Anzi, sotto questo aspetto, si ritenne che gli operai dovessero essere convinti a rinsavire e, in spirito di fraternità, a proporsi  questo obiettivo: stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo (con i datori di lavoro, la loro controparte nelle questioni sindacali).
  Nell'esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia (=riconciliazione e penitenza), del 1984, del papa Giovanni Paolo 2° si adottò il termine di peccato sociale, inteso a)come riflesso sugli altri del peccato personale, b)come peccato "contro la giustizia nei rapporti sia da persona a persona, sia dalla persona alla comunità, sia ancora dalla comunità alla persona"  e c) come peccato contro l'ordinamento pacifico dei gruppi sociali (compreso lo sciopero) e delle nazioni del mondo. Con quel documento si autorizzò quindi ad esplorare la dimensione sociale del peccato, non solo quella morale e interpersonale. Ma è con l'enciclica Sollicitudo rei socialis (=la sollecitudine sociale [della Chiesa]), del 1987, del medesimo Papa, che si comincia a trattare, nel magistero dei papi, di strutture di peccato, intese come "la somma dei fattori negativi, che agiscono in senso contrario a una vera coscienza del bene comune universale e all'esigenza di favorirlo" e che, individuati dall'analisi socio-politica, richiedono, per essere intesi nel loro disvalore, un'indagine di tipo etico, che le collega al peccato personale, dal quale si sviluppano per diffusione sociale. La soluzione contro le strutture di peccato venne vista in quel documento nella solidarietà (Solidarnosc  era il sindacato polacco, animato da forze cattoliche, che in quegli anni stava promuovendo azioni politiche contro il governo comunista egemonizzato dai sovietici),  riconosciuta come  virtù cristiana  e vista come via di pace e di sviluppo. Il magistero sulle strutture di peccato, sviluppato a partire dall'esperienza della resistenza contro il comunismo di impronta sovietica fu negli anni successivi più chiaramente ed esplicitamente esteso alla critica delle strutture delle società capitalistiche.  Con l'enciclica Caritas in veritate (=la carità nella verità), del 2009, de papa Benedetto 16°, si cominciò a criticare l'atteggiamento fatalistico con cui, nell'era della globalizzazione (del mondo in cui le comunicazioni sociali e le relazioni economiche sono estremamente facilitate dal progresso tecnologico e dall'uniformarsi dei sistemi economici di produzione e scambio e del diritto dei rapporti economici e finanziari) vengono affrontate le questioni dell'economia, come "se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana".
 La straordinaria novità della recente Esortazione del nostro vescovo e padre universale Francesco, rispetto al precedente magistero, consiste però nel riconoscere esplicitamente la causa della povertà sociale in un sistema sociale ed economico che governa l'umanità nella fase della globalizzazione e che comporta inequità, neologismo di derivazione dallo spagnola che significa disuguaglianza ingiusta, e quindi esclusione sociale. Si afferma pertanto la natura politica della povertà sociale. E non solo questo. Si giunge ad individuare specificamente l'ideologia politica che è alla base dell'inequità, vale a dire quella basata sulle teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo: questa è l'ideologia del neoliberismo economico e del neoconservatorismo statunitense che classi dominanti, con l'appoggio di potenti istituzioni internazioni, hanno cercato di imporre nel mondo a partire dagli anni '80, in particolare nel continente americano, in Europa, in Russia e in diverse nazioni asiatiche. Nessun Papa si era mai spinto a tanto e questo per il motivo che la nostra gerarchia religiosa, nel complesso, non era mai stata dalla parte dei poveri, ma, nelle nazioni ricche si era storicamente federata alle classi dominanti, quelle espresse dai privilegiati sociali che condizionavano l'azione dei governi nazionali, e nell'ordinamento mondiale si era sempre schierata dalla parte dell'Occidente ricco, nonostante che dalla metà degli Sessanta fossero anche venute accalorate prese di posizione in senso contrario, ma senza reali riflessi sulla politica ecclesiastica.
 Voglio sottolineare che l'impostazione della recente Esortazione è in linea con le concezioni del movimento democratico internazionale contemporaneo il quale, appunto, ha preso coscienza della stretta relazione tra uguaglianza, intesa come pari dignità sociale, e la rimozione delle cause economiche e sociali di discriminazione, espresse, ad esempio, nell'art.3, 2° comma,  della nostra Costituzione:
"E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e          sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini,          impediscono di fatto il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva          partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e          sociale del paese."
 Ponendosi esplicitamente contro le forze egemoni del mondo contemporaneo il Papa si è senz'altro esposto a gravi rischi personali, perché in questa materia l'esperienza storica ha dimostrato che non di rado si è passati dalle accuse di comunismo, che infatti sono piovute abbondantemente sul nostro vescovo e padre universale, ai fatti, intesi come tentativi di tacitazione anche violenti. Che il Signore, il quale ha voluto donarcelo, ce lo conservi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 

Comunicare meglio la verità del Vangelo


Comunicare meglio la verità del Vangelo



34. Se intendiamo porre tutto in chiave missionaria, questo vale anche per il modo di comunicare il messaggio. Nel mondo di oggi, con la velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari. Ne deriva che alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso. Il problema maggiore si verifica quando il messaggio che annunciamo sembra allora identificato con tali aspetti secondari che, pur essendo rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo.
35. Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni,  l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario.
36. Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto.
39…  Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo.
43. Nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita.
45. Vediamo così che l’impegno evangelizzatore si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze. Esso cerca sempre di comunicare meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile. Un cuore missionario è consapevole di questi limiti e si fa «debole con i deboli […] tutto per tutti» (1 Cor 9,22) [Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinti, capitolo 9, versetto 22]. Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva. Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada.
[Dall'Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo) del papa Francesco, diffusa il 24-11-13]
 
 La lunga citazione dal recente documento esortativo del nostro vescovo e padre universale si giustifica fondamentalmente con la necessità di disporre di un'autorizzazione  per scrivere ciò che segue.  Infatti le idee che sono esposte nell'Esortazione nei brani che ho sopra riportato non sono nuove, anzi  sono già alla base, in genere,  delle prassi quotidiane delle relazioni vive tra il clero con "cura d'anime" e i fedeli e tra i fedeli tra di loro; ciò che è nuovo  è stato il proporle in un atto formale del sovrano religioso della nostra confessione, il che costituisce appunto una autorevole autorizzazione di quelle prassi che in precedenza hanno presentato sempre un qualche rischio disciplinare, specialmente per il personale del clero e per i religiosi (monaci e monache; frati e suore).
 L'incredibile asprezza di talune affermazioni della corrente dottrina della fede in ciò che specificamente riguarda la vita dei laici di fede è infatti correntemente temperata e resa sopportabile in concreto da un modo di intendere quelle idee che non la fa gravare veramente sui fedeli. C'è quindi una significativa differenza tra alcune dichiarazioni della teologia, in particolare di quella morale, e il modo in cui di fatto viene esercitato il potere religioso nella stessa materia. Questa che può essere vista come una flessibilità di chi comanda nella nostra collettività religiosa riempie ancora di fedeli le nostra chiese, ma finora è scarsamente rifluita nel campo della teologia, contaminando (secondo la visione di alcuni) solo quella di tipo pastorale, che definisce appunto, nei casi concreti, nei vari specifici ambienti e situazioni, i criteri contingenti di esercizio del potere religioso e dell'attività di educazione religiosa e di ammaestramento delle masse, vale a dire dell'edificazione religiosa, nel senso di costruzione concreta di collettività religiose.
  L'Esortazione  del nostro vescovo e padre universale non cambia quindi la situazione attuale, se non in un aspetto piuttosto importante: essa libera chi nella nostra collettività religiosa esercita funzioni pastorali, di cura d'anime, dal rischio di conseguenze disciplinari. Esso era infatti sempre latente. C'era sempre la possibilità che da teologi sedicenti ortodossi  (vale a dire ansiosi di ristabilire la verità vera)  o da gruppi di tendenza reazionaria giungessero accuse di eresia e richieste di sconfessione e di punizione. Si tratta di una vera e propria inversione di tendenza nell'orientamento del nostro vertice romano, il quale, dal 1993, da quando cioè venne pubblicato quell'atto normativo che venne denominato Catechismo della Chiesa Cattolica, ma che è molto più che è un catechismo, intese invece esercitare una forte azione di normalizzazione, per ridurre la distanza tra dottrina teologica e prassi pastorali e ostacolare il riflusso teologico  di quelle prassi. Quel catechismo normativo viene citato solo due volte nel lungo recente documento esortativo, la prima, testualmente, nel n.44, per limitare il rilievo disciplinare delle azioni dei fedeli comuni, e l'altra, con un rimando non testuale, al n. 240, per ricordare i compiti dello Stato nella promozione del bene comune della società. In base all'Esortazione, d'ora in avanti ci si può attendere che coloro i quali, teologi e non, ragioneranno di fede in materie che abbiano un rilievo pastorale, vale a dire che riguardino le modalità di diffusione della nostra fede nel mondo contemporaneo e di edificazione delle nostre collettività religiose, non debbano più temere punizioni disciplinari. Non dovrebbe più ripetersi un caso doloroso come quello costituito, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, dalla spietata persecuzione disciplinare del sacerdote Lorenzo Milani, una delle figure che nel Novecento ha più influito positivamente per l'inculturazione della fede nell'Italia del suo tempo e che ancora suscita grande ammirazione anche al di fuori della nostra collettività religiosa, il quale, incredibilmente, fu duramente, spietatamente e lungamente punito dai suoi superiori ecclesiastici appunto solo per aver ragionato in tema di teologia pastorale; uno spreco sconsiderato di una preziosa risorsa scaturita da un periodo di grande vitalità della Chiesa fiorentina. Una ferita ancora aperta nel cuore della nostra collettività religiosa.
 Preso atto dell'inversione di tendenza di cui ho parlato, ci si può chiedere naturalmente se sia veramente indispensabile nella nostra collettività religiosa il mantenere, al centro, una sofisticata burocrazia di polizia ideologica che, pur impedita di arrivare alle estreme conseguenze per i limiti che ai tempi nostri le concezioni democratiche degli Stati in cui opera le impongono e pur ristrutturata in modo da non confliggere con le idee umanitarie di quelle concezioni, è ancora, in fondo, strutturata sulla base di principi imposti nei primi tre secoli dello scorso millennio, caratterizzati dalla volontà di creare un impero religioso romano  e da una marcatissima, crudele e violenta aggressività su basi teologiche verso nuove esperienze religiose, generatrice di fatti che, con la sensibilità contemporanea e in sede di purificazione della memoria, riteniamo gravissimi e inaccettabili, come la stragista crociata teologica indetta e attuata nel meridione della Francia contro le comunità catare (1207-1213).
 Indubbiamente, è storicamente dimostrato che l'immaginazione religiosa, lasciata a sé stessa e inquinata da concezioni di tipo magico, può condurre i fedeli lontano da centro del messaggio evangelico così come l'abbiamo ricevuto. L'esercizio di un magistero religioso, di un'autorità nell'insegnamento della fede, ha quindi ancora un senso e, in effetti, è stata mantenuta in quasi tutte le altre confessioni della nostra fede. In proposito si osserva che  "il gregge senza pastore si disperde" e ciò è effettivamente confermato dall'esperienza comune. Il problema quindi consiste nelle modalità di esercizio di quell'autorità, ma, ancor prima, nelle concezioni fondamentali di quella parte della teologia che fornisce il linguaggio a quell'autorità  e che dovrebbero forse essere da un lato meno autoritarie, nel senso di esserlo solamente quando veramente indispensabile per conservare il nucleo centrale e irrinunciabile  della nostra fede, e dall'altro meno ossessionate dalla coerenza logica di sistema, riconoscendo, come si fa nell'Esortazione del nostro vescovo e papa universale che: "non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti. La fede conserva sempre un aspetto di croce, qualche oscurità che non toglie fermezza alla sua adesione. Vi sono cose che si comprendono e si apprezzano solo a partire da questa adesione che è sorella dell’amore, al di là della chiarezza con cui se ne possano cogliere le ragioni e gli argomenti." (n.42).
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

lunedì 30 dicembre 2013

Un mondo nuovo


Un mondo nuovo

 
 Io e mia moglie siamo  piuttosto abitudinari nello scegliere le nostre vacanze estive. Da quando ci siamo sposati, il mese di agosto l'abbiamo sempre passato a Bolsena, sul lago, nel Viterbese (Lazio settentrionale, a confine con la Toscana), il  paese della famiglia paterna di mia moglie. Ma non solo: da  vent'anni frequentiamo in quel periodo lo stesso stabilimento balenare e ci piazziamo più o meno allo stesso ombrellone. Intorno abbiamo persone che sono abitudinarie come noi, quindi più o meno la stessa gente. Tutti gli anni c'è una sorta di rituale della conversazione, nel quale persone degli ombrelloni vicini vengono al nostro ombrellone e osservano che fa molto caldo, allora c'è chi osserva che "a Roma però fa molto più caldo" e io replico che a settembre comincerà a fare più fresco e che a novembre il tempo peggiorerà molto. Insomma, le stagioni dell'anno, che si ripetono simili dall'ultima era glaciale sembra che costituiscano sempre una sorpresa. Ma in effetti non dovrebbero esserlo perché  "i segni dei tempi" si ripetono nello stesso modo tutti gli anni, e più o meno a marzo spuntano le margherite sui prati.
 Quando invece pensiamo alle società umane "i segni dei tempi" ci dicono tutt'altro  e questo particolarmente da circa settant'anni, nel corso dei quali la popolazione mondiale si è quasi triplicata, passando da circa 2 miliardi e mezzo di esseri umani a quasi sette miliardi, e sono state introdotte tecnologie che da ragazzo vedevo solo nei film di fantascienza. Le collettività umane, le loro culture, i loro costumi, ogni altra cosa che le riguarda, sono in velocissima evoluzione. Mentre quando ci stupiamo dei mutamenti climatici determinati dal trascorrere delle stagioni non avremmo in realtà ragione di meravigliarci, anche tenendo conto delle novità determinate dalle attività umane sul pianeta e da certi sconvolgimenti naturali come le eruzioni vulcaniche, non dovremmo invece aspettarci che il mondo,  inteso come umanità, rimanga sempre lo stesso e che sia rimasto tale nei secoli che ci hanno preceduto. Da quando esiste una storia narrata, contenuta in documenti che l'umanità ha preservato dalla distruzione, possiamo seguire il corso delle cose umane con una certa continuità. In particolare, negli ultimi duemila anni, che sono quelli in cui la nostra fede religiosa è sorta, si è strutturata e si è diffusa potentemente in tutta l'umanità, a parte il nostro aspetto fisico, che  è cambiato meno velocemente e più che altro a causa dell'incrocio di genti di etnie diverse, ogni altra cosa, cultura, istituzioni, tecnologia, arte, urbanistica, etica, convinzioni religiose, ha subito mutamenti radicali, a partire dalla lingua parlata e scritta. In religione, però, talvolta ci piacerebbe fermare il tempo e, per la verità, ci accade anche di immaginarlo come effettivamente fermo. Ma non siamo mai veramente riusciti  a fermarlo, nonostante le varie strategie attuate storicamente. Anche la nostra collettività religiosa quindi non è rimasta sempre la stessa, anche se ci tranquillizza immaginarlo. Qualche giorno fa ho ascoltato in radio un  esperto di teologia dogmatica che sosteneva che nella nostra confessione religiosa, una volta stabilito un dogma, un'affermazione fondamentale in materia di fede, essa non  è mai stata successivamente modificata e invitava gli ascoltatori a verificare personalmente la cosa. Quello che posso osservare è che sicuramente si è modificata nel tempo la comprensione di certi dogmi, pur mantenendone la formulazione letterale, e, alla fine, si può concludere, per il resto, che ci troviamo a utilizzare un apparato concettuale che è piuttosto datato. Da un lato è apprezzabile l'attaccamento alla tradizione di fede ricevuta, ma possiamo veramente andare orgogliosi del fatto di costringerci ad utilizzare modi di esprimere la fede elaborati in epoche tanto lontane?  Di fatto molti problemi sono superati perché, per spiegare i concetti espressi nei dogmi, li  traduciamo in lingua corrente, così come facciamo senza problemi per i testi biblici, sui quali quei dogmi sono fondati. Ad esempio, pur disponendo di una buona traduzione in italiano elaborata nel 1974, si è sentita l'esigenza di farne una nuova, che è stata ultimata nel 2008 e che oggi utilizziamo nelle nostre liturgie (dal punto puramente letterario certamente non supera la precedente, anche se ci viene detto che è in linea con le ultime acquisizioni delle scienze bibliche nell'interpretazione degli antichi testi che poniamo a base della nostra fede).
 Prendere coscienza che tutto cambia, anche nelle cose di fede, può essere angosciante, tanto che alcuni, allora, pensano che si debba tornare a ciò che c'era prima e che sembra aver dimostrato una maggiore stabilità. Ci sono ad esempio coloro che apprezzano le antiche liturgie in latino, senza però considerare che il latino non è la lingua originaria dei nostri testi biblici, che ci sono arrivati, con  moltissime varianti nei tanti testimoni del testo (documenti scritti pervenutici dall'antichità, salvati dagli sconvolgimenti storici), scritti in ebraico antico e greco antico, né quella  di tutte le Chiese più antiche, ma la lingua "ufficiale" della sola Chiesa latina, quella che nel corso della storia si  è aggregata intorno al papato romano. I nostri dogmi fondamentali di fede furono elaborati in greco antico.
  Mantenersi legati ad antiche espressioni concettuali e a un'antica lingua non è mai servito a fermare il tempo, anche nelle cose di fede. Ha anche creato diversi problemi, in particolare ostacolando la comprensione della fede in cerchie più vaste dei sofisticati circoli dei teologi. E' stato osservato che, ad esempio, la nostra fede è stata come lungamente imprigionata nel latino ecclesiastico, rendendo difficile alla gente che non aveva potuto avere un'istruzione classica di capire il senso delle nostre belle liturgie, che dovrebbero essere azione di massa. E' stato un po' come quando, ai tempi nostri, ci capita di acquistare un elettrodomestico e di constatare che le istruzioni di funzionamento sono scritte in tante lingue, ma non in italiano. Come ci rimaniamo?
 I nostalgici del bei tempi passati osservano che se abbandoniamo le espressioni della fede del passato, il latino del passato, le liturgie del passato, rendiamo meno stabile la nostra fede, ma in realtà le molte novità che sono state introdotte ci sono servite per capire meglio la nostra fede e soprattutto per operare meglio nel mondo in cui quella fede deve essere diffusa: la nostra collettività religiosa ritiene infatti questo suo essere lanciata  nel mondo come una sua ragione di vita.
 La stabilità della nostra fede non sta nel seguire acriticamente i costumi e gli usi del passato, ma nel compiere, costantemente e  collettivamente, un  lavoro di attualizzazione del deposito di fede, in modo che anche nei tempi contemporanei possa essere mantenuta l'originaria relazione con il soprannaturale e, in base ad essa, la conseguente relazione tra gli esseri umani, nelle varie forme di collettività in cui essi sviluppano le loro personalità. Il soprannaturale deve sempre continuare a scendere ad abitare fra gli esseri umani e siamo noi fedeli contemporanei che abbiamo avuto la missione di manifestarlo al mondo, secondo il comando ricevuto alle origini. Si osserva in merito che, sebbene non siamo stati partecipi della Creazione, essa infatti è avvenuta senza di noi, per la nostra salvezza sarà necessaria la nostra collaborazione. In particolare non dobbiamo aspettarci che le cose nel mondo cambino al modo in cui cambiano le stagioni, che si alternano senza che in definitiva noi si possa o si debba fare alcunché (anche se continuiamo a sorprenderci del loro trascorrere, come se, nell'arco di una vita umana, all'inverno potesse non seguire sempre la primavera): ogni mutamento, come del resto  è dimostrato dalla lunga storia della nostra confessione religiosa, richiederà un faticoso nostro impegno. Non ci si deve però aspettare che la semplice inerzia, il non agire, lasci le cose come stanno: il corso della storia dell'umanità continuerà a fluire velocemente, ma prenderà probabilmente un direzione diversa da quella che noi vorremmo imprimergli secondo le idealità di fede. Rimanere inerti significa in realtà disertare.
 Ed è proprio a un rinnovato impegno nella storia dell'umanità, per mantenervi viva la fede ricevuta dal passato, che oggi siamo chiamati, con toni accorati, dal nostro nuovo vescovo e padre universale. Fedeltà al deposito di fede ricevuta non significa accontentarsi del principio del "fare come si è sempre fatto", ci ha scritto nell'ultima sua Esortazione. Audacia, creatività, generosità,  coraggio sono le doti che siamo chiamati a manifestare in un lavoro che per riuscire utile deve anche essere collettivo,  in modo che si possa far conto gli uni sugli altri.  Senza divieti né paure, ha anche scritto.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

domenica 29 dicembre 2013

Natività nel presepe della chiesa parrocchiale - cercata, trovata e fotografata domenica 29 dicembre 2013

 



Natività del presepe  della chiesa parrocchiale, ricercata, trovata e fotografata domenica 29 dicembre 2013 prima della messa delle nove

CALENDARIO PASTORALE GENNAIO 2014

 
 

 

Domenica 29 dicembre 2013 – Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità – Ottava di Natale – festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe - salterio: proprio del tempo – colore liturgico: bianco – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove


Domenica 29 dicembre 2013 –  Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità – Ottava di Natale – festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe - salterio: proprio del tempo – colore liturgico: bianco – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

 
Osservazioni ambientali: temperatura 14° C;  cielo coperto. Canti: ingresso, Venite fedeli!; Offertorio, Astro del ciel; Comunione, Tu scendi dalle stelle.
 Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.
 
Buona domenica e buon Tempo di Natale  a tutti i lettori!
 
Il presepio nella chiesa parrocchiale:
 Quest'anno il presepio allestito nella chiesa parrocchiale, vicino alla nuova icona di Sen Clemente papa, sul lato destro della chiesa guardando l'abside, più o meno a metà distanza tra l'abside e le porte della chiesa, presenta un'interessante particolarità, che manifesta in modo molto marcato un ulteriore insegnamento religioso rispetto ai consueti presepi del genere.
 Dunque, guardandolo di fronte, ci viene presentata, illuminata e con bei dettagli, la scena di un paese rurale, con la gente intenta nelle sue faccende. Sopra, il cielo stellato. Ma, ci si chiede, Gesù e la sua famiglia, dove sono? Di solito nei presepi parrocchiali la Natività ha il posto centrale, ben illuminato e riconoscibile.
 Anch'io, quando stamattina con mia figlia minore, mi sono avvicinato a quel presepe per scattare una fotografia da pubblicare sul blog, mi sono chiesto dove fosse la Natività, non riuscendo a trovarla. Allora si comincia a guardare dentro le casette, ma non la si trova; c'è solo gente del paese. Si guarda la collina sopra il paese, ma nulla. Non vi nascondo che all'inizio sono stato un  po' contrariato, perché la Messa stava per cominciare e io non avevo ancora trovato Gesù.
 Poi mi sono ricordato del brano del Vangelo di Luca che dice che Maria aveva posto il bambino nella mangiatoia di una stalla perché non avevano trovato posto (Lc 2,7) e della poesia di Guido Gozzano, La notte santa  (la trascrivo in fondo)  che piace tanto a mia madre (da bambino, me la recitava sempre a Natal e che racconta sui tanti rifiuti opposti dagli albergatori di Betlemme alla Santa Famiglia) e ho cominciato a cercare Gesù e la sua famiglia lontano da paese e, in effetti, alla fine l'ho trovato, in una nicchia poco illuminata sull'estrema destra dell'allestimento, ma non sulla parte frontale, invece girato l'angolo (la foto è sul blog). E, insomma, ho capito che questo è un presepe fatto apposta per far meditare sul senso del Natale, ricordare le narrazioni evangeliche sulla Natività e per far cercare Gesù, Giuseppe e Maria lontano dalle luci del centro città.  Complimenti a chi lo ha ideato!
 
Prima lettura
Dal libro del Siracide (Sir 3,2-6.12-14)
 Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre. Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore. L'opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.
 
Salmo responsoriale (dal salmo 127)
 
Ritornello:
Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie


Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.


La tua sposa come vite feconda
nell'intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d'ulivo
intorno alla tua mensa.


Ecco com'è benedetto
l'uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!
 

Seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi (Col 3,12-21)
 Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Voi, mogli, siate sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattate con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto: ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.
 
Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 2,13-15.19-23)
 I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: "Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo". Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: "Dall'Egitto ho chiamato mio figlio". Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: "Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino". Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: "Sarà chiamato Nazareno".
 
Sintesi dell'omelia della Messa delle nove
 
 Questa domenica la liturgia ci fa celebrare la festa della Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria.
 Il Verbo si fece carne, venne ad abitare in mezzo a noi e volle crescere in una famiglia come gli altri esseri umani.
 Oggi la famiglia appare in crisi: su di essa hanno inciso le idee sulla contraccezione, sull'aborto e sul divorzio. Sembra spesso che si preferisca convivere, invece che sposarsi formando famiglie stabili. Il valore del matrimonio è riconosciuto invece con molta forza  dalle persone omosessuali. C'è più incertezza sui ruoli che in una famiglia sono ricoperti dall'uomo e dalla donna.
 Le lettura bibliche di questa domenica si insegnano l'importanza che nei rapporti familiari ha l'obbedienza a Dio, alla quale devono essere ispirate le relazioni familiari specialmente dove comportino obbedienza e sottomissione della propria volontà a quella altrui. Chi nella famiglia dell'autorità esercita l'autorità non deve farlo con durezza, ma con amore, senza esasperare coloro che a quell'autorità sono sottomessi. San Paolo insegna che nell'ubbidienza e nell'amore bisogna prendere esempio dal modello dell'ubbidienza dovuta al Signore e dall'amore del Signore per la Chiesa [lettera agli Efesini 5,21-33]. Per imparare a esercitare rettamente l'autorità in famiglia bisogna aver fatto esperienza dell'obbedienza ispirata dall'obbedienza al Signore. E occorre continuare ad ascoltare Dio in ciò che si fa. Solo in questo modo ci si può riuscire e trarne benefici, come si insegna nella prima lettura.
 Nel brano evangelico ci viene presentato Giuseppe, che nell'esercizio della sua missione che riguardava Maria e il bambino Gesù, per tre volte riceve in sogno l'ispirazione divina mediante le prole di un Angelo e obbedisce a ciò che dall'alto gli viene ordinato di fare (fugge in Egitto con la famiglia, la riporta in Israele, va a vivere in Galilea, a Nazaret, per evitare la minaccia costituita da Archelao, figlio di quel re Erode che aveva minacciato al vita del bambino alla sua nascita.
 Nel ricevere oggi l'Eucaristia riceveremo anche lo Spirito Santo, il quale con la sua voce ci orienterà a vivere le relazioni familiari secondo la volontà di Dio. Ascoltiamola.
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli
Avvisi parrocchiali:
- il 31-12-13, ultimo giorno dell'anno, al termine della Messa vespertina delle ore 18, si canterà il Te Deum;
-il 1 gennaio le Messe saranno celebrate con orario festivo: alle ore 8, 9, 10, 11, 12 e 18;
-il 2-1-14 sarà il primo giovedì del mese: il Santissimo sarà esposto nella chiesa parrocchiale, dalle ore 10 alle ore 18 per l'adorazione dei fedeli;
-il 3-1-14 sarà il primo venerdì del mese: verrà portata la Comunione agli ammalati e alle ore 17 si terrà la recita solenne del Rosario animata dal gruppo degli Araldi del Vangelo;
-sabato 4-1-14, alle ore 15 i Magi arriveranno nella chiesa parrocchiale per incontrare i bambini. Il parroco invita i genitori a portare i propri figli piccoli segnalando che sarà un modo per trasmettere loro la nostra fede;
-la Messa delle ore 18 di domenica 5-1-14 non sarà Messa della domenica, ma Messa della solennità dell'Epifania del Signore, del giorno seguente (per adempiere al precetto festivo domenicale bisognerà quindi partecipare ad una delle Messe della mattina, che saranno celebrate alle ore 8, 9, 10, 11 e 12).
-il 6-1-14, solennità dell'Epifania del Signore, le Messe saranno celebrate con orario festivo, alle ore 8, 9, 10, 11, 12 e 18.
Avvisi di A.C.:
- le riunioni infrasettimanali del gruppo parrocchiale di AC riprenderanno il 7-1-14. I soci sono invitati a preparare una riflessione sulle letture di domenica 12-1-14, festa del Battesimo del Signore: Is 42,1-4.6-7; Sal  28; At 10,34-38; Mt 3,13-17;
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB  www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB  Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per   scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/
La notte santa

di Guido Gozzano
in La poesia del Natale, Paoline, 1997

«Consolati, Maria, nel tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell'osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei».
Il campanile scocca
lentamente le sei.
«Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po' di posto avete per me e per Giuseppe?»
«Signori, ce ne duole, è notte di prodigio;
son  troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe».
Il campanile scocca
lentamente le sette.
«Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io sono così rotto!»
«Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria più sotto».
 Il campanile scocca
lentamente le otto.
«O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!"
«S'attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno
d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove».
Il campanile scocca
lentamente le nove.
«Ostessa dei Tre Merli, pietà d'una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!»
«Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…»
Il campanile scocca
lentamente le dieci.
«Oste di Cesarea…». «Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame:
non amo la miscela dell'alta e bassa gente".
Il campanile scocca
le undici lentamente.
La neve! «Ecco una stalla!». «Avrà posto per due?»
«Che freddo!». «Siamo a sosta».
«Ma quanta neve, quanta!»
«Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue…»
Maria già trascolora divinamente affranta…
Il campanile scocca
la Mezzanotte Santa.
E' nato!
Alleluja! Alleluja!
E' nato il Sovrano Bambino.
La notte, che giù fu sì buja,
risplende d'un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!
Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill'anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni s'attese
quest'ora su tutte le ore.
E' nato! E' nato il Signore!
E' nato nel nostro paese!
Risplende d'un astro divino
la notte che già fu sì buia.
E' nato il Sovrano Bambino.
E' nato!
Alleluja! Alleluja!