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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 31 marzo 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (13)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982


13

Quella che si chiama anche ortodossia [deve] intendersi come adesione vitale alla realtà annunciata. Si tratta di una testimonianza di vita.
 Come l'evangelista Giovanni richiama spesso, occorre  "fare la verità" (Gv 3,21; 1Gv 1,6), cioè interiorizzare anzitutto in se stessi la verità di Gesù Cristo perché essa diventi la sorgente segreta di ogni azione.
 Sempre secondo Giovanni la verità non è nozione astratta. Indica [invece] la rivelazione storica di Dio in Gesù Cristo, che si attualizza nel cuore dei credenti in virtù dello Spirito Santo. La Parola e la verità sono come un seme (1Gv 3,9), un olio di unzione (1Gv 2,20.27), acqua viva (Gv 4,10.14); trasforma a poco a poco il credente dall'interno e lo fa "nuovo" in tutto il suo agire.
 C'è una tensione molto feconda nel rapporto tra messaggio cristiano che è irreversibile e definito e la varietà delle espressioni dottrinali, culturali e pratiche, entro cui esso viene veicolato, adattato e spiegato nella vita. C'è il rischio continuo di diluire la forza del Vangelo, ma c'è anche il pericolo che [il] contenuto evangelico sia sopraffatt[o] da contaminazioni ideologiche proprie di certe stagioni culturali, o sia soffocat[o] da assolutizzazioni [esterne] alla rivelazione.
 Il magistero dei successori degli apostoli come anche quello della "collettività dei credenti" uniti ai pastori e sostenuti dalla Spirito nell'unità (Costituzione dogmatica Dei Verbum  - =la Parola di Dio - del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965) [aiutano]  "non sbagliarsi nella fede" (Costituzione dogmatica Lumen Gentium  - =Luce per le genti - del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965).
 Il centro essenziale e sostanziale di tutte le verità cristiane è la proclamazione della misericordia di Dio nell'evento di Gesù Cristo, uomo e Dio incarnato,  morto e risorto per noi, e perciò salvatore e vivente nei secoli. E attorno a simile proclamazione e professione sostanziale e sulla base di essa che va giudicata l'ortodossia o anche la sola compatibilità (o no) delle prospettive e delle opzioni culturali e vitali nuove, emergenti dal mutare degli anni.
 Qualcuno potrebbe pensare che il processo di inculturazione metta in pericolo l'universale forza vincolante dell'unico Vangelo, in quanto apre la via ad un pluralismo pernicioso e relativizzante. Ma si deve osservare che l'universalità del messaggio cristiano, dell'etica cristiana e dell'esperienza cristiana, non è da intendersi in modo fissista e statico, ma dinamico.
  Cita Tullo Goffi, Cattolicità dell'etica acculturata, 1979: "Il Signore ha offerto alla Chiesa il messaggio evangelico come fermento di unità cattolica da realizzare progressivamente; come grazia che orienta faticosamente verso la comunione nell'unica fede; come visione dottrinale destinata a riunire tutti i disparati valori in unità solamente alla fine".
 
Mie considerazioni
 
 La questione dell'ortodossia, del corretto modo di pensare ed esprimere la nostra fede religiosa, ha travagliato le nostre collettività religiose fin dalle origini e ne è rimasta traccia evidente in quella parte delle nostre Scritture sacre che riflette l'esperienze delle prime nostre aggregazioni di fede, in particolare negli scritti di Paolo di Tarso. L'intento di realizzare l'ortodossia ha suscitato storicamente incredibili efferatezze e violenze, fino ad arrivare a vere e proprie guerre,  realtà dalle quali oggi, seguendo il magistero del papa Giovanni Paolo 2°, possiamo onestamente prendere le distanze. Cambiare la storia non è possibile, è possibile invece falsificarne la memoria e ciò è stato fatto, a lungo. Oggi siamo invece chiamati ad un lavoro contrario, vale a dire a quella che è stato definito purificazione della memoria, che implica innanzi tutto fare realistica memoria di ciò che è accaduto e proporsi di distaccarsi dal male che  è stato fatto, prendendo un'altra direzione per il futuro. Non si tratta di ergerci a giudici di personaggi del passato, i quali vissero, ragionarono e agirono secondo la cultura dei loro tempi, per certi versi tanto diversa, e tanto più feroce e intollerante, di quella dei tempi nostri. Si tratta invece di non farsi dominare da un passato che contiene tanta brutalità. E' ciò che si fa, ad esempio, nel confrontarsi con certi brani crudeli delle nostre Scritture Sacre, in particolare di quelle che abbiamo adottato dall'antico giudaismo, in cui si fa l'apologia dell'omicidio, delle stragi, addirittura del genocidio, dello sterminio di interi popoli. Oggi, ad esempio,  non saremmo più disposti a passare tra le case dei nostri concittadini per trucidare, per sacro zelo, coloro che si sono dati agli idoli.  Quello che sto scrivendo può apparire ovvio, ma in realtà non lo è. Per certi versi sembra che solo l'anno scorso si sia usciti dall'era, durata cinque secoli!, dominata dal Sant'Uffizio, la rigida burocrazia di polizia ideologica che, secondo una visione ancora corrente ai tempi nostri, sembrava indispensabile per mantenere l'universalità del messaggio di fede, quasi che esso non si espandesse, in realtà, per  forza propria, soprannaturale.
 Noi laici non abbiamo voce nella riforma delle strutture del clero che esprimono il governo della nostra confessione religiosa. Decideranno quindi i vegliardi che occupano i posti di comandi. Può piacere  o non  piacere, ma così è. Viviamo comunque nel secolo giusto: le loro decisioni, qualunque esse siano, non sconvolgeranno le nostre vite. Fossimo stati, ad esempio, nel Cinquecento, sarebbe stato diverso.
 Quello che possiamo fare è sperimentare nuove forme di convivenza tra di noi, in cui si sia maggiormente tolleranti delle differenze di modi di pensare, di agire, di relazionarsi con gli altri fedeli e con le società intorno. E poi cercare di essere meno clericali, meno dipendenti in tutto, anche in quello che competerebbe primariamente a noi, dai sacerdoti. Cercare quindi di approfondire le questioni, di farsi carico dell'unità, di non rimanere sempre a rimorchio, come pesi morti, di qualche prete. E cercare di non prendere parte nelle lotte clericali, tra fazioni di preti. Non è una cosa facile perché ci hanno cresciuti insegnandoci a farci dipendenti dal clero, obbedienti e docili, al modo di un gregge. E a diffidare di tutti i devianti. Per non avere problemi, che poi potrebbero riflettersi duramente sulla nostra vita spirituale, si tende quindi, nelle questioni controverse, a concedere un assenso formale, mantenendo però riserve interiori. Questo non fa progredire le nostre collettività, che si sono infatti inaridite dal punto di vista del rinnovamento ideale. Si tende ad essere semplici ripetitori. Ecco che ora ci accusano di essere diventati delle mummie, di aver trasformato i nostri templi in musei. Sicuramente noi laici abbiamo le nostre responsabilità, ma bisogna pur dire che, finora,  quelli che comandavano ci hanno voluti proprio così, semplici comparse in uno spettacolo in cui i protagonisti erano i nostri sovrani religiosi. E, in effetti, non è ancora cambiato molto.
 Nell'esperienza religiosa si hanno ciclicamente a che fare con forme individuali e collettive di eccesso e stravaganza, movimenti visionari o tiranneggiati da guide spirituali dispotiche, correnti di bellicoso ritualismo, gruppi che cercano di scalare l'organizzazione feudale della nostra organizzazione religiosa per combattere guerre sante dall'alto dei troni religiosi e via dicendo. Una fede che si propone di fare unità nel genere umano e, in prospettiva, di unificarlo in un solo popolo animato dagli stessi ideali religiosi deve indubbiamente fare i conti con tutto ciò. Tuttavia, probabilmente, la questione va posta, ai tempi nostri, in termini diversi che come ortodossia, intesa come accettazione di un'unica autorità spirituale che tracci i confini con atti normativi e poi giudichi la conformità di pensieri e prassi nel quadro di una sorta di procedimento giudiziario. E, innanzi tutto, quello che si fa in questo campo deve essere forse svincolato dalla burocrazia del clero, che  viene talvolta ad assumere le funzioni di una polizia ideologica, se non esplicitamente politica.
 Dovremmo ideare e sperimentare meccanismi di riconoscimento reciproco condivisi che consentano di far coesistere pacificamente la diversità in una unità benevolente. Mi pare che proprio sviluppando le tematiche che dal secolo scorso hanno riguardato in religione la questione della pace si potrebbero raggiungere dei risultati. Ai tempi nostri infatti parliamo di pace in senso molto diverso dai secoli passati, nei quali una realtà pacificata era in definitiva concepita come quella in cui cessasse ogni dissenso, il pluralismo, la diversità di pensiero e prassi. La pacificazione era intesa quindi come repressione della ribellione. Nell'era contemporanea pace  significa accettazione delle diversità e ricerca di forme organizzative che consentano di farle coesistere senza che diano luogo a conflitti sociali. Il dialogo interreligioso si basa proprio su questa idea. Ciò ha consentito alla nostra confessione religiosa di fare pace con altre confessioni religiose in passato duramente combattute come  eretiche. Si tratta di un portato dei tempi nuovi che stiamo vivendo, che, dunque, non esprimono solo il male e il degrado, come taluni sembrano ritenere. Sono le democrazie occidentali contemporanee ad aver raggiunto i  migliori risultati e, in religione, ci siamo messi alla loro scuola. E, insomma, il nostro magistero professionale si è fatto in questo discepolo, pur continuando, formalmente, a dettare legge. Alcuni vedono in questo un male, ma i frutti sono buoni. Ai tempi nostri non si rischia più la vita per questioni religiose. I laici di fede italiani, che vivono da protagonisti queste nuove dinamiche democratiche, hanno ora la possibilità di essere creativi in campi in cui la polizia ideologica religiosa precludeva l'accesso, pretendendo uniformità e obbedienza. Mancano però le forme organizzative, perché la nostra confessione è ancora struttura al modo feudale. Ma sperimentazioni di base possono essere attuate, ad esempio nei rapporti di diversa ispirazione e tendenza che vivono nelle parrocchie. Dobbiamo innanzi tutto, per come la vedo io, iniziare dal proporci di non far fuori le esperienze degli altri, sebbene diverse dalle nostre.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 30 marzo 2014

CALENDARIO PASTORALE APRILE 2014

 
 
 

 

Domenica 30-3-14 - 4° Domenica di Quaresima, detta "Laetare" - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove


Domenica 30-3-14–  Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità – 4° Domenica di Quaresima, detta "Laetare" - 4° settimana del  salterio – colore liturgico: rosaceo o viola - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove
 
Osservazioni ambientali: temperatura  17C°;  cielo poco nuovoloso. Canti: ingresso, Purificami o Signore; Offertorio, Sei grande Dio; Comunione, Symbolum 77.
Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.
 
Buona domenica  a tutti i lettori!
 
 
Prima lettura
Dal primo libro di Samuele (1Sam 16, 1b.4.6-7.10-13)
 
 In quei giorni, il Signore disse a Samuele: "Riempi d'olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re". Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: "Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!". Il Signore replicò a Samuele: "Non guardare al suo aspetto né alla sua statura. Io l'ho scartato, perché non conta quello che vede l'uomo: infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore". Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: "Il Signore non ha scelto nessuno di questi". Samuele chiese a Iesse: "Sono qui tutti i giovani?". Rispose Iesse: "Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge". Samuele disse a Iesse: "Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui". Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: "Alzati e ungilo: è lui!". Samuele prese il corno dell'olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

 

Salmo responsoriale (dal salmo 23)

 

Ritornello:

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla

 

Il Signore è il mio pastore
non manco di nulla.
Sui pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l'anima mia.

 

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

 

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

 

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò nella casa del Signore
per lunghi giorni.
 
 

Seconda lettura
Dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (Ef 5,8-14)
 
 Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da coloro che disobbediscono a Dio è  vergognoso perfino parlarne, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: "Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà".
 
Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni  (Gv 9, 1-41)
 
 In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?". Rispose Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo  le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo". Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: "Va' a lavarti nella piscina di Sìloe", che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: "Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?". Alcuni dicevano: "E' lui"; altri dicevano: "No, ma è uno che gli assomiglia". Ed egli diceva: "Sono io!". Allora gli domandarono: "In che modo ti sono stati aperti gli occhi?". Egli rispose: "L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: «Va' a Sìloe e làvati!». Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista". Gli dissero: "Dov'è costui?". Rispose: "Non lo so". Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: "Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato  e ci vedo". Allora alcuni dei farisei dicevano: "Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato". Altri invece dicevano: "Come può un peccatore compiere segni di questo genere?". E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: "Tu, che cosa dici di lui dal momento che ti ha aperto gli occhi?". Egli rispose: "E' un profeta!". Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista.  E li interrogarono: "E' questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?". Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé". Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti in Giudei avevano stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: "Ha l'età: chiedetelo a lui!". Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: "Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore". Quello rispose: "Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo". Allora gli dissero: "Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?". Rispose loro: "Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?".  Lo insultarono e dissero: "Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosé! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia". Rispose loro quell'uomo: "Proprio questo mi stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla". Gli replicarono: "Sei tutto nei peccati e insegni a noi?". E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: "Tu, credi nel Figlio dell'uomo?". Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". Gli disse Gesù: "Lo ha visto: è colui che parla con te". Ed egli disse: "Credo, Signore!".  E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: "E' per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi". Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: "Siamo ciechi anche noi?". Gesù risposte loro: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane".
 
Sintesi dell'omelia della Messa delle nove
 
 Con il Vangelo di questa domenica la Chiesa madre ci nutre per la prossima settimana.
  La maggior parte dei miracoli fatti da Gesù e narrati nei Vangeli sono invocati da persone che avevano cercato Gesù e glieli avevano chiesti. Non è così per quello del risanamento del cieco nato.
 Anche nel Vangelo della scorsa settimana, quello in cui si narra dell'incontro tra la donna samaritana e Gesù, quella donna incontrò Gesù andando al pozzo, come faceva tutti i giorni. Ella non aveva cercato Gesù. Dall'incontro con Gesù esce non più abbattuta dalla sua affettività malata, per le molte relazioni irregolari con i suoi precedenti mariti, perché ha incontrato lo sposo, Gesù, e in lei da allora scorre l'acqua viva portata da lui, per cui non ha più necessità di cercare altro di che soddisfare la sua sete.
 Gesù e i discepoli, nel brano evangelico di oggi, incontrano il cieco nato andando per via. Non è il cieco nato che ha cercato Gesù. Egli se ne sta come sempre seduto a chiedere l'elemosina. I discepoli interrogano Gesù per sapere se avesse peccato il cieco o se avessero peccato i suoi genitori, perché quell'uomo perdesse la vista. Infatti, nella concezione del giudaismo dell'epoca, le malattie erano considerate un castigo divino per delle colpe. Gesù dice che né il cieco né i suoi genitori avevano peccato, ma che la cecità sarebbe stata l'occasione per manifestare le opere di Dio. Quindi risana il cieco nato. Gesù fece questo miracolo su una persona cha era considerata un colpevole nella società del suo tempo, pur non avendo fatto del male.
 C'è un progresso nella fede del cieco nato su Gesù. All'inizio, a chi domanda chi lo avesse risanato, egli dice che è stato l'uomo che si chiama Gesù.  Poi, alla domanda su chi pensa che sia Gesù, risponde che lo ritiene un profeta. Infine, alla domanda di Gesù, se egli crede nel Figlio dell'Uomo, titolo che Gesù applica a sé stesso, risponde "Credo, Signore!".
 Con il miracolo del cieco nato il Signore vuole significare che è venuto ad aprirci gli occhi, per consentirci di guardare al mondo in cui ci viviamo con un altro sguardo, per vedere, oltre le apparenze, le meraviglie di Dio. Anche noi, ai tempi nostri, dobbiamo fare attenzione a questo.
 I farisei del brano evangelico sono legati alla legge mosaica. Non credono che il cieco sia stato realmente cieco, non credono che Gesù sia il Messia, credono che Gesù sia un peccatore, perché ha fatto un miracolo di sabato, compiendo un'azione vietata dalla legge mosaica. Per loro la legge è ancora scolpita sulla pietra e non nel cuore.  Gesù è venuto a compiere la legge facendola scendere nei cuori. E' per questo che insegna che già con uno sguardo si può compiere adulterio e con un insulto al fratello si può uccidere. Egli è venuto ad unirsi a noi, nell'Eucaristia, facendoci conoscere le meraviglie di Dio.
 
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli
 
Le offerte raccolte durante le Messe di questa domenica saranno destinata al sostegno di Casa dell'Immacolata, un  casa famiglia per ospitare madri con bambini in difficoltà gestita dall'organizzazione della Caritas, dove prestano servizio suore francescane.

Avvisi parrocchiali:
-martedì 1-4-14, alle ore 16:30, si terrà la riunione del Gruppo di preghiera di Padre Pio;
-mercoledì 2-4-14, alle ore 18:30, nella chiesa parrocchiale, mons. Carmelo Pellegrino terrà una conferenza sulla recente esortazione di papa Francesco Evangelii Gaudium (=la gioia del  Vangelo);
-giovedì 3-4-14 sarà il primo giovedì del mese: il Santissimo sarà esposto dalle ore 10:00 alle ore 18 nella chiesa parrocchiale. Alle ore 18 si terrà la Liturgia della Parola che sarà centrata sulla parole idoli;
-venerdì 4-4-14 sarà il primo venerdì del mese: sarà portata la Comunione agli ammalati; alle ore 17 si terrà il pio esercizio della Via Crucis.
-si segnala il sito WEB della parrocchia:

Avvisi di A.C.:
- la riunione infrasettimanale del gruppo parrocchiale di AC si terrà il 1-4-14, alle ore 17, nell'aula con accesso dal corridoio dell'ufficio parrocchiale. I soci sono invitati a preparare una riflessione sulle letture di domenica 6-4-14: Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45.
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB  www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB  Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per   scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/

 

 

 

 

 

 

La fede e la parola


La fede e la parola

 

 Spiegare la nostra fede a chi non ne ha più o non ne ha mai avuto esperienza diretta è difficile. Cerco ora di parlarne sulla base di ciò che ho vissuto e vivo.
  La fede non  origina da un sistema di cognizioni e di ragionamenti e non si mantiene da esso solo sostenuta. Utilizza testi molto antichi, ritenuti ispirati per azione soprannaturale, ma non è una religione del libro e, più in generale, dei libri, anche se su di essa si è scritto e si scrive molto. Ecco infatti che anch'io sento la necessità di farlo.
 La fede, come persuasione e affidamento, origina da incontri personali e, in particolare, da parole dette. Questi incontri si fanno e queste parole vengono dette e ascoltate innanzi tutto in famiglia. Ma per coloro che non hanno avuto occasione di fare certe esperienze da piccoli divengono fondanti anche altri ambiti sociali e altri momenti della vita.
 Non è la stessa cosa il leggere mentalmente un testo sacro e, invece, il proclamarlo ad alta voce o udirlo  da altri. Le parole dette prendono vita e danno vita.
 Io giro sempre con la Bibbia appresso. Ma in certi momenti di grave sofferenza mi è stato molto difficoltoso, se non impossibile, aprirla e leggerla. Allora, in quei momenti, la mia fede si è alimentata solo con le parole dette, in particolare con quelle udite. Ma anche con le parole proclamate da me. Ricordo, ad esempio, che durante il mio primo, e drammatico, primo ricovero ospedaliero inutilmente cercavo di concentrarmi sul Vangelo. Le parole della fede entravano in me solo quando la mattina andavo nella cappella del Policlinico e, a Messa,  proclamavo la prima lettura a una piccola assemblea fatta di suore, infermieri e medici, studenti di medicina, malati e parenti dei malati. Le parole dette e udite  in quella Messa poi mi accompagnavano per tutto il giorno e, in particolare, nelle lunghissime, interminabili,  notti. In un altro ricovero, più recente, ho parlato a lungo di fede ai miei compagni di degenza, ma in realtà non era tanto per loro che lo facevo, ma per me. Solo parlando di fede agli altri  le parole della fede riuscivano a entrarmi nel cuore.
 Un tempo,  grosso modo prima del Cinquecento, la  forma di preghiera più diffusa tra il popolo era quella vocale, quindi  parlata, detta. Si pregava essenzialmente con la voce. Poi si è diffusa e insegnata  la preghiera mentale, nella quale tanti si sono santificati e che era conosciuta e praticata anche nei secoli precedenti, benché, mi pare, essenzialmente da spiriti eletti. Ma, nella mia esperienza, la parola detta e ascoltata  è quella che veramente  fonda e sostiene la fede. Quella letta o meditata la arricchisce, ma non può sostituirla come fondamento.
 Proclamare e  udire le parole della fede è un'esperienza che dà una grande gioia, soprattutto se avviene nel quadro di un incontro personale. Non è la stessa cosa, ad esempio, udirle per radio o in televisione. Le nostre liturgie, in particolare la Messa, sono piene di quegli incontri personali e di quelle parole e, quindi, sono essenziali per fondare e sostenere la fede. Come avviene che si produca questa gioia? Posso solo dire: provate per credere, venite e vedete. Queste parole che state leggendo  sono, appunto, per voi, parole lette e non hanno quella stessa efficacia, benché provengano da una persona di fede.
 Ricordo, ad esempio, uno di quegli incontri personali fondanti, quello che feci, qui proprio nella nostra parrocchia, durante la prima Confessione. Il sacerdote mi chiese perché pensavo che lui stesse lì a fare quello che stava facendo, quindi a sentire il racconto stereotipato delle mie marachelle infantili. Io, dimenticando tutto ciò che mi era stato spiegato al catechismo, gli risposi che proprio non lo sapevo. Facevo quello che mi era stato detto di fare. "Perché ti voglio bene", mi rispose quel sacerdote. Rimasi molto colpito. Non avevo mai pensato che qualcuno, al di fuori dei miei genitori, dei miei nonni e dei miei zii potesse volermi bene. Ne parlai a mia madre che cercò di spiegarmi la cosa, che comunque continuò ad apparirmi sorprendente. Quel "perché ti voglio bene" mi ritorna in mente ogni volta che mi confesso. Quella  è stata ed è rimasta una esperienza fondativa della mia fede. E' allora che l'amore soprannaturale, l'agàpe,  quello che non dipende da stretti legami di sangue o dall'affetto coniugale, quindi per così dire da vincoli tribali, cominciò a raggiungermi.
 Il rischio nell'udire è di distrarsi. Può avvenire anche  dicendo  certe parole. Questo accade quando tende a venire meno la dimensione dell'incontro personale. Si è fisicamente in un certo luogo, ma in realtà si è altrove. A me accade di frequente: fin da bambino molto piccolo ho sognato ad occhi aperti.
 Le distrazioni, nella vita, sono molte. I maestri di spiritualità se ne disperavano. Cercavano sempre nuove tecniche per combatterle, ma, sembra, tutto sommato invano. Così solo una piccola parte delle parole che possono essere più efficaci per la fede raggiunge veramente quella sfera del nostro intimo che una lunga tradizione culturale definisce come cuore. Quelle parole della fede custodite nel cuore costituiscono un tesoro prezioso e raro che ci sorregge nei momenti difficili, quando certe parole  dette  e udite  in incontri personali significativi ci tornano alla mente, ci sorreggono e ci guidano nelle scelte più difficili della vita. Di questo alimento vitale la persona di fede è sempre alla ricerca. Ne sente il bisogno  urgente come quando ha sete. E solo fino ad un certo punto esso può essere tesaurizzato; ad un certo momento occorre sempre udire nuovamente le parole della fede, fare nuovamente incontri significativi. E' allora che ci si muove da dove si è e si va ad ascoltare quelle parole e a fare quegli incontri. Nella mia esperienza la fede è ricerca, non arriva a domicilio  come un pacco postale, anche se la realtà soprannaturale in cui confidiamo è dovunque e quindi non bisogna essere in un posto particolare per esserne e rimanerne persuasi. Ma qualcuno ce le deve dire, le parole della fede, o noi dobbiamo  poterle dire a qualcuno. La nostra fede è intrinsecamente sociale.
 L'esperienza della fede è stata tradizionalmente descritta come un ricevere luce. Ciò è accaduto anche in altre religioni. Chi ha la fede sente di poter vedere meglio, oltre l'apparenza. E' una sorta di sguardo soprannaturale per il quale le cose consuete ci appaiono, appunto, sotto un'altra luce. E chi ha vissuto l'esperienza della tradizione della fede si rende conto di essere stato considerato, da altri, come luce. Questo aprire gli occhi per vedere oltre l'apparenza è il senso di quello che in religione definiamo profezia, per cui, ad un certo punto, nonostante le contrarie apparenze, giungiamo a proclamare "credo!".
 Di solito a questo punto si dice che l'incontro fondamentale è quello con il nostro primo Maestro, che noi crediamo parte della realtà soprannaturale in cui confidiamo. Ma io non lo  faccio. E questo perché quell'incontro non rientra nella mia personale esperienza, anche se io, nella preghiera, mi rivolgo al fondatore come ad una persona viva, presente qui e ora, e confido che lo sia. Ma il soprannaturale rimane per me misterioso e insondabile, la notte oscura e tuttavia amata di cui hanno scritto alcuni celebri mistici. In ciò che a me personalmente  è mancato ha supplito e supplisce la fede detta e vissuta  dalle altre persone importanti nella mia vita, quelle dalle quali la mia fede è originata e dipende. Innanzi tutto i miei familiari e i sacerdoti che ho incontrato nella mia vita, tutti molto importanti, nessuno di loro ho dimenticato. Poi i miei altri molti maestri ed esempi di vita. Tutte le persone a cui debbo la fede. Non sono quindi autosufficiente. E' come quando, facendo la Comunione, ricevo da altri il pane della vita, non prodotto da me, non cambiato da me in una realtà soprannaturale, e la parola di vita proclamata con la frase "Il Corpo di Cristo" e dico "amen", "è così", è questo assenso è il mio apporto alla liturgia collettiva. Il dipendere da altri, che in altri ambiti mi è penoso, come quando in ospedale non riuscivo più a fare da solo cose elementari della vita,  in religione mi dà gioia e mi conforta e rendo grazie di non essere solo, nella fede. Questa esperienza gioiosa dell'essere parte di una realtà ben disposta verso di me, che mi sorregge e mi alimenta, evoca poi quella dell'essere creatura, non il prodotto del cieco determinismo delle forze della natura, destinato a tornare nel nulla donde è venuto, ma il frutto di un amorevole disegno e da esso orientato verso il Creatore e una vita soprannaturale.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

 

sabato 29 marzo 2014

La fede e la gioia


La fede e la gioia

 

 Un tempo, che io ho vissuto, non era necessario spiegare il perché della propria fede religiosa. Nell'epoca che viviamo è diverso. Lo si deve fare. E il rendere ragione che è richiesto è molto più impegnativo di quello a cui ci si riferiva alle origini, quando si trattava, Scritture sacre alla mano, di dimostrare che gli eventi fondativi della nostra fede erano stati predetti e che si erano effettivamente svolti come preannunciato.
 Non è il fatto di confidare in realtà  invisibili che costituisce un problema. E neanche la circostanza che si crede in realtà soprannaturali le quali, benché ritenute ben disposte verso di noi qui sulla Terra e in questo tempo, non si manifestano concretamente tali, o comunque non sempre, per cui quando sul sagrato della nostra chiesa parrocchiale esponiamo, come tutti gli anni, il grande striscione con scritto "Dio ti ama", poi, parlando con coloro che ci chiedono chiarimenti esponendoci tutti le loro disgrazie, dobbiamo introdurre molti ragionamenti per far intendere che con quell'espressione non vogliamo dire che le cose della vita ci andranno sempre bene, anche se sinceramente credenti e devoti alle prassi liturgiche, etiche e caritative. Infatti nelle concezioni comunemente correnti tra le nostre genti la vita è dominata da potenze incomprensibili e invisibili, caratterizzate da una certa bizzarria e imprevedibilità di condotta, siano esse chiamate fortuna, economia globale, stato, Europa, la finanza, la scienza, la salute, oltre che con vari appellativi propriamente soprannaturali e riferiti a potenze magiche che riscuotono ancora abbastanza credito.
 Il vero problema è spiegare perché, in mezzo a un'offerta tutto sommato sovrabbondante di soprannaturale  e realtà misteriose e magiche, dovremmo confidare proprio nel soprannaturale descritto nella nostra teologia, una realtà in cui, tutto sommato, ci viene chiesto moltissimo e ci viene dato, qui e ora, poco, in termini di contraccambio spicciolo. La vita oltre  la morte? Nessuno oggi ne ha esperienza, al di là di esperienze visionarie e spesso allucinate, che in genere, alla lunga, deludono. Rimane il fatto dell'inevitabile sfacelo del corpo, al quale la nostra psiche appare inscindibilmente legata, e che  i morti non ritornano. Che ce ne viene, allora, ad avere fede, nella versione proposta dalla nostra religione?
 Poi ci sono tutte le difficoltà che derivano dal dovere vivere una fede in un cui la dimensione collettiva, culturale, è tanto importante, che richiede un faticoso apprendimento, che impone di dominare molti istinti naturali e che quindi, in questo senso, non è semplice, al modo in cui lo erano e lo sono certi culti primitivi legati alle forze della natura. Vivere una fede sociale richiede di dover fare i conti con una tradizione e con diverse autorità, con l'approvazione o la disapprovazione sociale, con un numero sterminato di padri   e di madri, oltre che con una schiera innumerevole di persone verso le quali siamo obbligati, al di là dei nostri reali sentimenti, a manifestare sentimenti fraterni. E poi c'è la storia, per molti versi tremenda, mediante la quale quella fede è giunta fino a noi, che, pur apparendo essere stata indispensabile per recapitarla  al nostro domicilio, fino alle nostre vite, è sostanzialmente una sostanziale smentita di quella stessa fede, nelle efferate malvagità che ha prodotto, ma anche, al di là di quegli estremi, nei mali per così dire quotidiani che in essa si sono manifestati, dei quali l'attuale crisi che viviamo nella nostra collettività religiosa è una delle espressioni.
  Nella mia esperienza ogni apologia della fede basta su ragionamenti è vana. Nessuna della tradizionali "prove" dell'esistenza del Creatore soprannaturale in cui crediamo è veramente convincente, tale da non ammettere obiezioni. E neanche l'argomento proposto oggi dagli atei devoti, come già da altri prima di loro, secondo il quale la religione serve per tenere insieme la società, che si creda o non  in un Creatore amorevole (è la tesi del "perché non possiamo non dirci appartenenti alla religione, benché non credenti"). Infatti l'esperienza ha dimostrato che le complesse organizzazioni delle società umane contemporanee possono fare a meno, e di fatto fanno a meno, della religione come affidamento in realtà soprannaturali come supremo fondamento della giustizia terrena.
 L'unico argomento che, per come la vedo io e secondo la mia esperienza di vita, è veramente valido è che la fede, di fatto, dà gioia  e consente di mantenere una propria dignità personale anche nell'estrema sofferenza. Ma questa è un realtà che bisogna vivere e sperimentare di persona, non può essere comunicata da un essere umano all'altro, è quindi veramente inesprimibile. "Venite e vedete", è l'unico invito che possiamo fare, da persone di fede, a chi ci chiede ragione delle nostre convinzioni.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

giovedì 27 marzo 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (12)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982


In questo processo di mediazione culturale, una specie di pellegrinaggio che si compie assieme e in compagnia con tutti i popoli, si può essere presi dalla paura di rischiare troppo, che può essere provocat[a] dalla fatica di cambiare, dall'intendere la tradizione in modo fossilizzato, il che impedisce di condurre la Chiesa per vie ignote, in terra estranea dove c'è da fidarsi solo sulla Parola di Dio e sulla sua fedeltà.
 Legge fondamentale del Vangelo [è] far sì che la fede, penetrando in ogni cultura, la faccia altra da quella che è, lievitandola in senso dinamico.
 Ci sono epoche nelle quali alle Chiese è chiesto di usare di più la libertà e la fantasia, la profezia per promuovere il gusto e il sentimento della differenza qualitativa. La nostra è una di queste.
 Amore e unità devono accompagnare e fondare il cammino di inculturazione sempre ripreso. Questa comunione nell'unità si qualifica come professione di una sola fede e deve essere vissuta non solo con l'animo del possesso, ma anche con quello del progetto, perché ancora attendiamo di vedere e di vivere tutta la pienezza di santità e di verità.
 Il paradosso del destino umano è che si diventa sé stessi diventando qualcosa d'altro. Ciò non toglie che bisogna individuare gli elementi di continuità. Ci sono alcuni elementi dinamici dell'identità cristiana che devono rimanere costanti. In questo tempo la questione è diventata importante, anche perché la stessa concezione della Chiesa  e della sua relazione con la storia e con il mondo si è modificata profondamente. Il volto della Chiesa emerso in questi  anni è meno giuridico e istituzionale, e più sacramentale e missionario. In effetti la Chiesa esiste perché il mondo creda. Essa non può limitarsi a parlare una lingua intesa e comprensibile solo tra credenti, ma deve di continuo imparare il linguaggio degli uomini e della loro storia.
 [Nello] schema classico degli Atti degli Apostoli, e più precisamente [nei] sommari (At 2,42-47; 4,32-35] sono evidenziati alcuni elementi qualificanti [dell'essere Chiesa]: la perseveranza nella dottrina degli apostoli, la comunione fraterna, l'assiduità alla frazione del pane e alla preghiera, la simpatia presso il popolo.
 
Mie considerazioni
  Storicamente, gli intenti di mantenere l'unità ideologica delle nostre collettività religiose hanno originato movimenti mortiferi e oppressivi. Questa esigenza di unità di pensiero è presto degenerata in quella che, con gli occhi contemporanei, può essere vista come una vera e propria ossessione. Essa ha fondamenti scritturistici ed è perciò assai difficile da superare. La sfida dei tempi nostri è di provare a farlo.
 Utilizzando la chiave di lettura dell'analisi dei moti repressivi, può essere individuata, nella storia della nostra confessione religiosa, un'era, che va dal Concilio di Trento, nel Cinquecento, al marzo 2013, che definirei l'era del Sant'Uffizio, quella dell'ultima Inquisizione romana, caratterizzata da una organizzazione burocratica centralizzata e globale della polizia ideologica religiosa, che ha avuto termine con un nostro sovrano religioso che a lungo era stato a capo di quella burocrazia. Negli ultimi quarant'anni l'azione di polizia ideologica ha prodotto il progressivo inaridimento del pensiero religioso e un gravissimo scollamento tra il popolo dei fedeli e la burocrazia da dove quell'azione repressiva scaturiva. Quella macchina poliziesca avrebbe tuttavia continuato a girare efficacemente, essendo un meccanismo particolarmente perfezionato ed efficiente, basato su raffinati schemi di pensiero e dotato di una notevole potenza mediatica, se non che altri settori della nostra burocrazia religiosa centrale hanno ceduto, disgregandosi, in un gravissimo processo degenerativo causato dall'inaridirsi delle nostre più coinvolgenti idealità di fede, per cui ciò che viene definito mondanità, intesa come smania del potere, del prestigio, della ricchezza e del piacere, e desiderio di compromessi e alleanze con altri potenti della Terra, ha fatto, di nuovo, irruzione negli ambienti di governo centrale della nostra confessione religiosa, arrivando a minacciare direttamente colui che dell'unità di fede è il simbolo mondiale. E' la storia della drammatica crisi che abbiamo collettivamente vissuto l'anno scorso, come ci è stata riferita direttamente da sui protagonisti e come è emersa dalle cronache.
 La polizia ideologica religiosa è stata esercitata, negli ultimi anni, secondo lo schema della lotta all'indifferentismo, basata su una sorta di tirannia della ragione, secondo una concezione per la quale, razionalmente, la verità è una e una sola. Uno schema analogo fu utilizzato, con conseguenza molto più gravi, sotto il regime stalinista, in Unione Sovietica, sistema politico caratterizzato anch'esso da forti azioni di polizia ideologica. In quest'ottica la ragione divide: separa coloro che manifestano un pensiero corretto, ortodosso,  da quelli che ne manifestano uno deviato. Quest'ultimo deve essere rettificato.
 Nell'ottica della mediazione culturale la ragione non è invece un fattore di divisione, ma di relazione. La verità è ricercata, ma  mai posseduta. Ci possono essere diversi approcci, accostamenti alla verità. Secondo questo schema il pluralismo ideologico non minaccia l'unità di fede e non va combattuto, ma è espressione di operazioni di inculturazioni  della fede.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 26 marzo 2014

CONFERENZA DI MONS.CARMELO PELLEGRINO SULLA EVANGELII GAUDIUM - No al pessimismo sterile


No  al pessimismo sterile

 

Oggi, alle ore  18:30, dopo la Messa vespertina, nella chiesa parrocchiale, mons. Carmelo Pellegrino terrà una conferenza sulla recente esortazione di papa Francesco Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo). L'incontro sarà ripetuto anche mercoledì prossimo
 
No al pessimismo sterile
84. La gioia del Vangelo è quella che niente e nessuno ci potrà mai togliere (cfr Gv 16,22). I mali del nostro mondo – e quelli della Chiesa – non dovrebbero essere scuse per ridurre il nostro impegno e il nostro fervore. Consideriamoli come sfide per crescere. Inoltre, lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità, senza dimenticare che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania. A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, anche se proviamo dolore per le miserie della nostra epoca e siamo lontani da ingenui ottimismi, il maggiore realismo non deve significare minore fiducia nello Spirito né minore generosità. In questo senso, possiamo tornare ad ascoltare le parole del beato Giovanni XXIII in quella memorabile giornata dell’11 ottobre 1962: «Non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai [...] A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» [citazione da Giovanni 23°, Discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano 2° (11 ottobre 1962)].
[dall'Esortazione apostolica Evangelii Gaudium  [=la gioia del Vangelo] del Papa Francesco, del 24-11-13]
 
 Quello che ho sopra trascritto è il brano che, a mio modo di vedere costituisce il centro della recente esortazione del nostro vescovo. Nell'esporre il programma del suo ministero sacro, egli si collega idealmente con il suo predecessore il quale, all'inizio degli scorsi anni '60, impresse alle nostra collettività religiose un moto di cambiamento.  E lo fa citando alcune frasi del discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano 2°  contro i profeti di sventura, colore che nell'epoca contemporanea (un'epoca che ormai è storia per noi) vedevano solo rovine e guai. All'epoca i fedeli furono invitati a ricercare nel nuovo ordine di cose che si stava producendo anche l'attuarsi dei misteriosi piano della Divina Provvidenza. E' questo il fondamento della gioia del Vangelo, lo stimolo per uscire per il mondo per operarvi nello spirito evangelico. La critica al pessimismo sterile giunge evidentemente perché questo sentimento è diffuso tra noi e limita o addirittura paralizza il nostro impegno e il nostro fervore.
 Ma abbiamo veramente ragioni per non essere pessimisti? In una prospettiva religiosa, di fede, sì: "lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità". Il mondo non è condotto alla salvezza solo per mano nostra: questo che costituisce il riconoscimento di un nostro limite, in una visione di fede è alla base della nostra speranza. Dovessimo confidare solo su di noi, probabilmente avremmo ragione di essere pessimisti. Poiché invece la storia non è condotta solo da noi, possiamo confidare, e questo dà gioia. E' come quando si metta al mondo un figlio: che motivi abbiamo di essere ottimisti sul suo futuro? Il mondo non è forse sempre andato come nel passato, una lunga serie di problemi e sofferenze che si conclude con la morte? Eppure la nascita di un figlio dà gioia e apre alla speranza perché, con una sorta di sguardo soprannaturale, che si eleva sopra la realtà così com'è, intuiamo e confidiamo che quel nuovo essere umano è segno che qualcosa può cambiare e che nel cambiamento può esserci anche un miglioramento, fatto di forze nuove, di nuova benevolenza, di nuova solidarietà. Un figlio è una persona nuova che ci amerà. La figura di Maria, la madre del nostro primo Maestro e fondamento della nostra speranza, indica bene l'atteggiamento con cui noi si poniamo di fronte alle realtà soprannaturali. Noi pensiamo di essere, come collettività, come una madre che tiene tra le braccia il suo Dio. E' questo il potentissimo messaggio che, ad esempio, riluce nel gruppo marmoreo della Pietà, entrando sulla destra, nel gigantesco e pretenzioso nostro tempio romano, cattedra del vertice della nostra confessione religiosa.
 Il recente documento del nostro vescovo è piuttosto lungo e, sebbene non complicato come altri testi del suo genere, presenta qualche difficoltà di lettura per il fatto di non essere tanto un insieme di insegnamenti e di direttive, ma, innanzi tutto, come risulta evidente fin dalla definizione del tipo a cui appartiene, l'esortazione, uno stimolo a collaborare per un cambiamento e una indicazione di metodo.
 Siamo una nazione in cui, accanto a un piccolo numero di lettori forti, c'è una grande maggioranza di persone che da adulte legge meno di un libro all'anno. Senza conoscenza non c'è però consapevolezza dei tempi che si stanno vivendo, e senza questa consapevolezza non si cambia e se non si cambia, dice il nostro vescovo, si diventa come le mummie in un museo. La conoscenza viene dalla lettura.
  Leggere sembra che sia dunque difficile per gli adulti italiani, ma ieri nel gruppo ci è venuto uno stimolo ulteriore a leggere il documento del nostro vescovo: l'emulazione. Ecco che c'erano molti, i più, che ancora erano agli inizi della lettura o non l'avevano proprio iniziata, mentre una nostra storica socia già era arrivata alla fine e cominciava a fare bilanci: ci ha indicato i passi che l'avevano colpita di più. E' questo lo spirito dell'Azione Cattolica, specialmente nella fase che si è aperta dagli anni Sessanta. Fare da apripista, da aiuto e da stimolo per tutti gli altri.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 24 marzo 2014

Spiritualità della tomba e neofeudalesimo


Spiritualità della tomba e neofeudalesimo

 

 "…molti laici temono che qualcuno li inviti a realizzare qualche compito apostolico, e cercano di fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro il tempo libero. Oggi, per esempio, è diventato molto difficile trovare catechisti preparati per le parrocchie e che perseverino nel loro compito per anni  … Questo si deve frequentemente al fatto che le persone sentono il bisogno di preservare i loro spazi di autonomia … Alcuni fanno resistenza a provare fino in fondo il gusto della missione e rimangono avvolti in un'accidia paralizzante … Il problema non sempre è l'eccesso di attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l'azione e la renda desiderabile … non si tratta di una fatica serena, tesa, pesante, insoddisfatta e, in definitiva, non accettata … Così prende forma la più grande minaccia che «è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità [citazione da Joseph Ratzinger, 1996]. Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo"  [dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo, n.81-83]
 
 La resistenza dei laici a impegnarsi in attività di evangelizzazione deriva dal loro desiderio di mantenere i loro spazi di autonomia, di mantenere libero il loro tempo libero? Non è questa la mia esperienza. La ragione che tiene lontani i laici da quel tipo di impegno è proprio la mancanza di autonomia, che è sentita come umiliante nel mondo contemporaneo. E' la struttura feudale della nostra organizzazione religiosa a produrre, oggi, la spiritualità della tomba e a portare alla tomba e alla Chiesa-museo, in cui si entra parlando sottovoce e da estranei, appunto come in un museo o in un cimitero.
  Non è ricercando volenterosi custodi del museo o del cimitero, che le cose cambieranno. Ma non dobbiamo attenderci che il cambiamento arrivi dalla struttura feudale che è la causa del male e in cui la maggior parte dei credenti non ha voce.
 Il cambiamento richiede un pensiero e prassi di liberazione, secondo il processo che ha portato alla defeudalizzazione delle istituzioni civili. Il primo è ostacolato dalle conseguenze della dura opera di repressione ideologica degli ultimi trent'anni, le altre dalla situazione generale delle società occidentali, colpite pesantemente da processi di disgregazione individualistica. Quindi non si può leggere nulla di nuovo in merito e nemmeno si hanno esempi da seguire. Ripartire è sempre possibile, però sarà molto dura.  
 In un gruppo parrocchiale di Azione Cattolica come il nostro si possono sperimentare nuove prassi e riprendere in mano testi che la casa editrice associativa ha continuato a pubblicare nei tempi avversi. Ma senza nuove adesioni ciò servirà a poco.  E' difficile ottenerle, perché nella nostra parrocchia è stato da molto tempo reciso il canale che le produceva, che andava dal catechismo per i sacramenti di iniziazione alla formazione permanente. Non di rado poi i dispersi hanno maturato sentimenti di avversione verso un'organizzazione che hanno sentito come inutilmente oppressiva e dispotica.
  Il primo esercizio di laicità è quello di dare voce a tutti, consentire a tutti di esprimersi. E lo stiamo facendo, con discreti risultati. Ma dobbiamo cercare di fare uno sforzo per crescere un po' di più e più velocemente nelle cose della fede. Cerchiamo di non ripetere approssimazioni e veri e propri errori. Cerchiamo, ad esempio, di utilizzare, nella preghiera biblica, un testo con sufficienti  note e di leggerle, queste note. Cerchiamo insomma, tutti, di dare un contributo a un progresso comune nell'intendere le cose di fede. E' da qui, da piccole cellule che vivono nuovi spazi di impegni e di libertà, moltiplicate per centinaia di migliaia come accade nelle popolosissime società contemporanee, che deriverà, credo, il cambiamento, la defeudalizzazione. Alla fine, ma proprio alla fine, cambierà qualcosa perfino al di là delle muraglie dello staterello di quartiere in cui è arroccato il vertice della nostra confessione religiosa e, forse, ad un certo punto si arriverà anche a nuovi accordi con la Repubblica Italiana, sostituendo tutti quelli conclusi con il Mussolini,  si cesserà di battere monete e di stampare francobolli, si congederà il pittoresco esercito che, per quanto oggi trasformato in una specie di congregazione religiosa, storicamente risale a violente schiere mercenarie, si ammaineranno le pretenziose bandiere della monarchia assoluta, si scioglieranno istituzioni che mimano quelle di uno stato, e potremo tornare ad abitare anche quella porzione di Terra non più da stranieri.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli