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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 31 maggio 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (19)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982


19
 Il processo di mediazione culturale e di inculturazione non deve significare affatto sminuire la forza del radicalismo evangelico, il rigore di una sequela che comporti associazione alla vita del maestro.
 Seguire è credere dirà Giovanni, seguire è abbandonare e rinnegarsi dicono i Sinottici; seguire è imitare spiegherà meglio Paolo.
 Mediazione culturale significa ancora riconoscere che la storia del cristianesimo in fondo non è che una storia di imitatori e seguaci.
 
La vera teologia della chiesa è la storia degli eventi salvifici che di contino si incarnano nella vita dei credenti. E' la storia di racconti che sono insieme memoria e testimonianza di una vita che "conquista senza bisogno di parole quelli che si rifiutano di credere alla Parola".
 La nostra storia è una storia di peccato e di grazia, di sequela e di attesa. Anche quella delle singole comunità ecclesiali.  Occorre [quindi] "demitizzare" la nostra storia e le nostre "narrazioni": scomponendo di continuo il monolite delle tradizioni decodificando nella memoria e nell'identità ereditata gli elementi che sono realmente tipici, essenziali e irrinunciabili, per distinguerli da quelli che sono contingenze culturali, stratificazioni prodotte dal pessimismo o dall'ottimismo [nell'espressione delle concezioni di fede], dai rapporti ereditati con civiltà obsolete, da limitazioni personali, pastorali, socio-economiche connaturali ad altre epoche e non alle nostre.
 Le nostre comunità di credenti hanno bisogno di ascoltare di nuovo ciò che devono credere, le ragioni della propria speranza, il comandamento nuovo dell'amore. In altre parole hanno bisogno di essere riconvocate e convertire.
 
Mie considerazioni
  L'evoluzione culturale delle società umane si sviluppa secondo criteri in parte analoghi a quelle dell'evoluzione biologica: per conservazione e accumulo e per varianti che vengono mantenute, con in più, trattandosi di processi consapevoli, effettivamente in parte determinati da disegni collettivi intelligenti, un continuo lavoro di correzione e adattamento, da una parte, e di imitazione dall'altra. Queste ultime caratteristiche consentono un'evoluzione complessivamente estremamente più veloce delle società umane rispetto a quella biologica e non determinata esclusivamente dal risultato di sopravvivenza dopo conflitti. Le capacità cognitive degli esseri umani consentono infatti una stupefacente capacità delle società umane di interagire tra loro anche nelle modalità della solidarietà e dello scambio per equivalenti oltre che in quella, spietata e cieca al modo delle dinamiche naturali, del conflitto. E' proprio la cultura, intesa come "un insieme complesso che include la conoscenza, le    credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e       abitudine acquisita dall'uomo come membro della società [E.B.Taylor in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871, citato nel testo da Secondin - si veda parte n.1 di questa sintesi], che ha fatto storicamente la differenza, tra gli umani, per questo tipo di evoluzione. Questo aspetto differenzia profondamente le società umane dalle altre popolazioni animali, che fondamentalmente sono assoggettate alla dura legge di natura del conflitto e della predazione, secondo la quale, in particolare, tutti mangiano tutti, pesce grosso mangia pesce piccolo, una legge spietata e sanguinaria che in religione consideriamo come il frutto di una caduta, immaginando una originaria diversa realtà da erbivori, alle origini della storia dei viventi animati.
 Spesso non ci si rende conto dell'importanza che ha, nell'evoluzione delle società umane, la capacità di farsi volontari imitatori e seguaci. E' proprio questo che ha consentito lo straordinario processo di conservazione e accumulo di informazioni che ha determinato, finora, il successo degli umani su tutti gli altri viventi terrestri e, in particolare, il prevalere sociale su quasi tutti i viventi nemici naturali dell'umanità, ad eccezione, per ciò che ne so, di batteri patogeni e virus. Le società umane, a differenza delle popolazioni degli altri animali, non hanno bisogno di attendere il lunghissimo esito del processo di selezione naturale indotto dalla spietata legge della natura, ma possono introdurre varianti fortunate per imitazione e scambio di equivalenti, in quest'ultimo caso secondo le dinamiche di mercato. La possibilità di interazioni di progresso tra società umane che, secondo le leggi di natura, dovrebbero tendere semplicemente a prevalere l'una sull'altra, sterminando tutti gli individui delle società concorrenti e in tal modo eliminando i loro codici genetici, sono date secondo le modalità dell'agàpe, quindi della possibilità di scoprire solidarietà con società teoricamente concorrenti e di radunarne  gli individui in un convegno festoso, condividendo  risorse e facendo in tal modo unità. Questa opportunità venne sottovalutata dalle correnti del cosiddetto darwinismo  sociale le quali, dalla metà dell'Ottocento, applicarono alquanto semplicisticamente le leggi dell'evoluzione biologica delle specie animali all'evoluzione della società umane, ritenendo un bene che la sanguinosa legge di natura fosse volontariamente applicata anche a queste ultime, finendo poi per dare le basi culturali al razzismo novecentesco, che pretese di avere fondamento scientifico e fu diffuso anche in Italia negli anni '30.
 L'evoluzione delle società umane ha anche un'altra importante caratteristica che la rende più veloce: la capacità degli esseri umani di individuare razionalmente e combattere gli errori  nella replicazione dei modelli e di introdurre volontariamente varianti, in quest'ultimo caso senza attendere i tempi lunghissimi della produzione casuale e dell'affermazione con le modalità della selezione naturale. Questa capacità, che negli ultimi millenni ha riguardato la dimensione sociale, ora, con il progresso della bioscienze, comincia  a riguardare anche la nostra fisiologia.  In un certo senso è vero, quindi, che noi abbiamo la capacità di creare esseri umani nuovi. Questa possibilità di incessante rinnovamento riguarda anche la religione; è sempre stato un fatto molto evidente, ma se ne è cominciato a prendere veramente collettivamente coscienza e, soprattutto, ad accettarla come un fenomeno anche positivo solo dagli scorsi anni Sessanta.
 Scrive  Paul Paupard, in un articolo pubblicato sull'ultimo numero di Coscienza, trattando della genesi della costituzione conciliare Gaudium et spes [=la gioia e la speranza] del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), e, in particolare, del n.54 di quel documento normativo:"…aggiunge il testo, le scienze storiche giovano a far considerare le cose sotto l'aspetto della loro mutabilità ed evoluzione. Basta pensare al significato del tempo nella storia della salvezza, dalla Genesi all'Apocalisse. Viene dopo, l'industrializzazione, l'urbanesimo e le altre cose che favoriscono la vita comunitaria e creano nuove forme di cultura (cultura di massa), da cui nascono nuovi modi di pensare, di agire, di impiegare il tempo libero. Il n. 54, dedicato a questi nuovi stili di vita, conclude, secondo la confidenza di monsignor Moeller su una visione proprio teilhardiana [dal teologo Marie-Joseph Pierre Teilhard de Charidn, filosofo gesuita - 1881-1955] Così poco a poco si prepara una forma più universale di cultura umana che tanto più promuove ed esprime l'unità del genere umano, quanto meglio rispetta la particolarità delle diverse culture".
  Ora, usciamo da un'era storica in cui, nella nostra organizzazione religiosa, quel lavoro di correzione  degli errori di cui dicevo ha comportato non solo la funzione molto importante di contenimento del male  (riprendo il concetto da un recente libro del filosofo italiano Cacciari), ma anche un lavoro piuttosto pervicace di inibizione di ogni variante. Questo ha oggettivamente impoverito la nostra vita di fede e ne ha determinato il regresso nella società, questa volta, sì, quasi al modo in cui un fenomeno simile viene indotto dal processo di selezione naturale nelle popolazioni animali. Ripensare a fondo questo orientamento è così diventato, veramente, questione di vita o di morte, di sopravvivenza; fatto di cui possiamo renderci ben conto nel nostro gruppo di Azione Cattolica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

Bizzarrie dell'evoluzione


Bizzarrie dell'evoluzione

 

  Comunemente si associa il concetto di evoluzione a quello di progresso.  Quest'idea è antica e deriva dal pensiero filosofico, ma anche è molto legata a visioni religiose radicate nella nostra fede. In quest'ottica si pongono gli esseri umani ai vertici del processo evolutivo, visto come un progredire verso di loro. Siamo poco meno degli angeli, si dice in religiose, simili alla divinità. Abbiamo raggiunto la facoltà del pensiero e dell'autocoscienza, osservano i filosofi. Questo ci distingue dagli animali antropomorfi, anche se tra noi e loro si percepisce, come dire, una certa aria di famiglia e le scienze naturali ce lo confermano.
 Ai tempi nostri si cerca di saldare le visioni filosofiche e quelle religiose in un pensiero umanistico  che ci situa al culmine del creato, del quale non si sentiamo solo parte, quindi oggetto del processo evolutivo, ma dominatori e responsabili. In quest'ottica ragioniamo effettivamente come divinità, simili ad esse.  In realtà su questo, come in altre materie, le scienze della natura si dimostrano piuttosto agnostiche.  Non è infatti assolutamente scontato che il processo evolutivo si risolva in un progresso, nel senso, da un punto di vista molto umano, di un miglioramento. Quindi, da un punto di vista scientifico, non può essere confermata l'idea, oggi corrente in religione, nella nostra fede, di un disegno intelligente che sorregge l'evoluzione e, anzi, molti risultati del processo evolutivo destano perplessità e non confortano l'ideologia evolutiva progressista. E questo non solo dal punto di vista della biologia, ma, ad esempio, anche di quello della psicologia. Per quanto infatti l'umanità abbia, da lungo tempo, sviluppato un pensiero collettivo tendenzialmente razionale, gli esseri umani rimangono sostanzialmente dei viventi irrazionali. Questo ha importanti riflessi sulla nostra vita sociale e, ad esempio, manda all'aria molte teorie economiche sul mercato che pongono il postulato della razionalità delle scelte degli attori dell'economia. La tendenziale irrazionalità degli esseri umani costituisce la base psicologica dell'affermazione delle religioni, anche di una molto strutturata in un pensiero razionale come la nostra. E' per questo che noi riusciamo a credere in realtà invisibili, che da un punto di vista puramente razionale appaiono immaginarie. E a figurarci una realtà oltre la morte fisica individuale.
  Queste considerazioni possono allarmare, ma solo chi collega razionalità  e  verità, come in particolare fecero alcune correnti filosofiche dal Settecento in poi.  In realtà, benché osservandoli da vicino i processi della natura possano essere compresi dalla ragione umana e quindi in questo senso abbiano una loro razionalità, quando si tenta di calare lo sguardo sull'universo, quello naturale e quello sociale, in cui si è immersi, le categorie della razionalità non bastano più, di fronte a ciò che ci appare come un mistero occorre andare oltre e il nostro animo agevolmente ci riesce, e ci riesce perché ne ha bisogno. Su questo si basa la nostra speranza religiosa.
 Fermo restando questo sentimento di fede, che ci consente di tirare avanti, gioiosamente fino ad un certo punto, nonostante l'apparente mancanza di senso di tutto ciò che c'è, il processo evolutivo, sia da punto di vista biologico che da quello sociale può risolversi in un regresso. Noi naturalmente cerchiamo di correggerlo lì dove produce effetti negativi, ma questo, per ora,  ci riesce meglio nei problemi della società che in quelli della natura, anche se abbiamo fatto significativi passi avanti anche in quest'ultimo campo. Nella nostra religione, tuttavia, negli ultimi trentacinque anni questo lavoro si è pervicacemente dedicato, con successo, a contrastare le tendenze sociali evolutive progressiste, in ciò, del resto, perfettamente in linea con una tendenza ormai millenaria che vede la nostra fede sempre schierata in campo reazionario. Queste tendenze reazionarie sono risaltate di più che in passato perché sono venute dopo una breve era in senso contrario, caratterizzata da aperture, una effimera primavere a cui è seguita un'era glaciale.
 Poiché l'Azione Cattolica si era profondamente legata alle dinamiche progressiste, in questo processo reazionario, di spinta verso il regresso in direzione del passato, ci ha scapitato. Ad esempio essa, nella nostra parrocchia, è ridotta a un pervicace e orgoglioso resto  di sopravvissuti all'era glaciale. Testimoni della possibilità di vivere la fede in un modo che non è più tanto comune. Una fede caratterizzata dalle modalità dell'apertura e del dialogo, una fede non clericale e, in particolare, non papista, nel senso deteriore dei questo termine. Una fede che rifiuta il ruolo di  ideologia sociale di chi nella società comanda, ai fini di dominio delle masse. Una fede che rifiuta l'assimilazione nei nazionalismi e quindi di essere la fede  solo  di un particolare popolo, di una particolare etnia, di una particolare cultura. Una fede benevolente verso chi sta peggio ed è caduto. Una fede che immagina di poter radunare tutti i popoli della Terra in una agàpe, quella particolare forma di convivenza gioiosa che è raffigurata in un pasto insieme tra amici. Una fede, infine, che ha riscoperto i fondamenti religiosi delle democrazie contemporanee ed è capaci quindi di costruire forme di potere sociale, anche nell'organizzazione religiosa, rispettosa della dignità personale e che quindi tende a superare l'antica e obsoleta struttura feudale, costruita nei secoli passati e storicamente fonte di tanti problemi, detto piuttosto eufemisticamente.
 Abbiamo sperimentato che, anche in tempi di disgelo, non è facile ricominciare, pensare di riuscire ad andare oltre la pura e semplice sopravvivenza. All'esterno appariamo infatti come un gruppo prevalentemente di anziani. Si è interrotta una tradizione e abbiamo difficoltà a ricucire, a rattoppare, la trama della nostra storia. I più giovani hanno conosciuto solo le manifestazioni religiose dei tempi dell'era glaciale e, anche grazie a un'ideologia continuista, che tende a sdrammatizzare molto il senso dell'evoluzione storica che abbiamo vissuto e che ci ha plasmati socialmente, non si rendono conto della possibilità di vivere una fede in una maniera come la nostra. Ecco quindi che, benché oggi si sia invitati a vivere la fede nella dimensione dell'apertura e dell'uscita, si tende poi a radunarsi in massa, come del resto si è stati abituati a fare, intorno alla figura che impersona nella nostra organizzazione religiosa il vertice del potere feudale. E quando nella società viviamo e proclamiamo certi principi che hanno chiara matrice religiosa, come quelli dell'uguaglianza in dignità, della solidarietà sociale e della pace sociale, non ci sentiamo in ciò di vivere già solo per questo in una realtà di fede, non ci sentiamo persone di fede già solo per questo : quei principi, infatti, sono stati sconfessati, ridotti per così dire allo stato laicale, come alcuni preti esponenti del movimento di rinnovamento della breve e contrastata primavera conciliare.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

 

  

  

 

 

giovedì 29 maggio 2014

Essere consapevoli dell'evoluzione storica


Essere consapevoli dell'evoluzione storica

 

  Come ho diverse volte ricordato nei mie precedenti interventi, nell'istruzione religiosa di base di solito si sorvola sull'evoluzione storica delle nostre collettività di fede e delle loro ideologie. Viene proposto un unico modello di organizzazione che viene riferito direttamente alle origini, rispetto al quale tutte le successive varianti storiche, presentate molto sommariamente, vengono presentate come, in qualche modo, deviazioni. Viene presentata un'unica dottrina come se essa fosse stata l'ideologia delle nostre prime collettività religiose e se fosse quindi riferibile direttamente all'insegnamento del nostro primo Maestro. In realtà storicamente, nei duemila anni della nostra esperienza di fede, vi sono stati moltissimi modelli organizzativi e non pochi configgenti tra loro. L'evoluzione  storica di questi modelli non  è stata solo una sorta di aberrazione, ma ha comportato dei progressi rispetto a modelli precedenti, e anche a quelli delle origini. Noi, ad esempio, ai tempi nostri non accettiamo più di vivere l'antigiudaismo religioso che fu manifestato dalle prime nostre collettività e che si riflette pesantemente, con toni che con la sensibilità di oggi appaiono addirittura sconvolgenti, negli scritti dei Padri della Chiesa. E, a bene vedere, il modello delle origini, quello che è narrato negli Atti degli apostoli e negli scritti di Paolo di Tarso, appare primitivo in tutti i sensi e non potrebbe più reggere un'organizzazione religiosa che comprende centinaia di milioni di persone. Per quanto riguarda poi la nostra ideologia religiosa, essa si è consolidata a partire dal Quarto secolo, ma si è poi molto sviluppata attraverso le ere che hanno caratterizzato la nostra esperienza sociale di fede: in particolare per quanto riguarda le forme gerarchiche essa risale agli inizi del secondo millennio, quindi a mille anni dopo gli eventi delle origini. Il prendere consapevolezza di questa realtà a volta spaventa, perché sembra che, allora, non vi sia più nulla di sicuro. Una parte di questa paura ci è stata però indotta, insegnata. Nelle altre cose della vita non ci fa problema constatare quanto siamo diversi dagli antichi. Magari poi ci piacciono i film sugli antichi romani e vediamo riprodotta la vita di allora, con gente  in costume e scenografie spettacolari, ma non vorremmo di punto in bianco impersonare oggi quegli antichi delle sceneggiature, rimetterci addosso i loro abiti, vivere come loro, rifare le loro istituzioni. In religione, invece, qualche volta ci si pensa e addirittura lo si fa veramente. In alcune nostre liturgie "romane" rivive, ad esempio, lo splendore delle antiche cerimonie "imperiali".
 L'evoluzione biologica ha prodotto, nel giro di centinaia di milioni di anni i grandi rettili, i dinosauri, e poi, molto, molto, più di recente gli umani come oggi si presentano, dopo alcune decine di milioni di anni di evoluzione specifica di primati antropomorfi. In questo processo i duemila anni di storia della nostra fede sono un battito di ciglia. Benché in genere non si ritenga di poter riportare indietro la cronologia dell'evoluzione, anche di quella più recente che riguarda gli umani, in religione, anche qui, ci si pensa. Del resto, dal punto di vista fisiologico gli umani di oggi non differiscono sostanzialmente da quelli di duemila anni fa: l'evoluzione biologica non ha avuto ancora il tempo di consolidare differenze rilevanti, a parte un certo rimescolamento genetico derivante da fenomeni migratori, per cui tendiamo ad avere, localmente, un po' tutti le stesse facce e si coglie in giro, talvolta, una certa aria di famiglia. Le differenze rilevanti tra gli umani sono quindi essenzialmente culturali e quelle compresenti in uno stessa epoca tendono, nell'era della globalizzazione, ad essere rapidamente superate. Alcuni pensano che, come possono essere superate le differenze coeve, possano anche superate quelle tra le diverse epoche storiche rimandando indietro l'orologio della cronologia dell'evoluzione culturale. E' l'atteggiamento fondamentale reazionario che a lungo ha dominato nelle nostre collettività religiose. Ecco dunque che ci sono quelli che voglio annullare, o quantomeno bloccare o mitigare, le evoluzioni culturali prodotte a partire dal Concilio Vaticano 2°, nel scorsi anni Sessanta.  Questo atteggiamento non considera che l'evoluzione biologica, di cui quella culturale può essere considerata una manifestazione, è determinata da reazioni con l'ambiente circostante, da un processo di adattamento che comporta il superamento di forme biologiche e culturali che si dimostrano meno valide di fronte ai problemi della sopravvivenza delle popolazioni dei viventi. Parlando di "adattamento" ho utilizzato però un eufemismo, perché, nei processi evolutivi, è sempre questione, per così dire, "di vita o di morte". Gli organismi, anche di tipo umano come i Neanderthal, che son sono stati superati dal punto di vista evoluzionistico non sono sopravvissuti e sono stati superati perché, appunto, meno adatti alla sopravvivenza. Anche nell'evoluzione culturale è questione "di vita o di morte". Gli schemi del passato condurrebbero a morte le popolazioni di oggi. E' in fondo questo uno dei problemi che ha determinato la drammatica crisi che la nostra collettività religiosa sta vivendo. Il deliberato intento di bloccare l'evoluzione culturale delle nostre collettività di fede, o addirittura di riproporre forme culturali del passato cercando di mandare indietro l'orologio dell'evoluzione, ha determinato un isterilimento della nostra esperienza di fede che noi oggi, dolorosamente, stiamo vivendo. Così, mi pare condivisibile l'appello al cambiamento che, oggi, ci viene da alcuni nostri capi religiosi. Ma anzitutto dobbiamo superare la paura dei cambiamenti che ci è stata tanto a lungo insegnata.  Possiamo farlo prendendo serenamente consapevolezza dell'evoluzione storica delle nostre collettività di fede e delle nostre ideologie e constatando che, nonostante questa evoluzione, nonostante tutti questi cambiamenti, alcuni dei quali molto marcati, la nostra fede non è scomparsa dalla Terra, anzi, in una dinamica spettacolare ha raggiunto tutti i popoli degli umani.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clementi papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 28 maggio 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (18)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale
Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982
 
18
  La mediazione culturale comporta stima e simpatia per tutte le ricchezze delle culture e delle nazioni e strati etnici. Ricchezze sono le consuetudini e le tradizioni, arti e scienze, sapere e modi di vivere, avvenimenti storici e riti collettivi. Ma la simpatia di fondo per la storia e per le possibilità umane di gestirla non si significa accettazione acritica di qualsiasi corrente culturale popolare o elitaria emergente.  Una serie di tensioni dialettiche o di antinomie spirituali ci fanno sempre compagnia nella ricerca delle mediazioni culturali. Sono situazioni di contrasto, di conflitto insopprimibile. Essi si radicano nello stesso mistero della salvezza: la pasqua -come tensione e come dialettica fra morte e vita- è la prima delle antinomie (Rm 6,1-11). E lo Spirito santo è il principio generatore delle antinomie, perché è lui che spinge alla fedeltà in alto e in avanti, alla terra e al cielo, orizzontale e verticale insieme.
Mie  considerazioni
  Nel corso delle conversazioni sul tema "La norma nelle scienze e nella morale" tenute nell'incontro del gruppo MEIC romano della Sapienza lo scorso 22 maggio, di cui ho dato conto in uno dei precedenti interventi su questo blog, ci è stato spiegato che la produzione di varianti  è alla base dell'evoluzione delle specie viventi, che può condurre a progressi, quindi all'affermazione delle popolazioni portatrici di una variante  fortunata, o al contrario anche all'annientamento di popolazioni portatrici di varianti negative. Questa legge  biologica, che esprime ciò che  di norma accade nella natura, si applica in fondo anche all'evoluzione delle culture umane, delle quali la religione, come fatto sociale, fa parte. Ed in effetti la nostra collettività religiosa non è rimasta sempre uguale a quelle delle origini, anch'essa ha subìto una evoluzione: questo è un fenomeno molto evidente, ma si ha una certa ritrosia ad ammetterlo e, a volte, si vorrebbe invertire il corso della storia, tornando a un lontano passato nel quale si situa ogni bene. In un canto che facciamo in parrocchia durante la Messa ci si propone di tornare alla Chiesa primitiva, che significa voler annullare tutta l'evoluzione culturale che c'è stata in duemila anni, vagheggiando di riprodurre la situazione di effervescenza e di espansione del primo secolo. Questo è, in fondo, un atteggiamento propriamente reazionario, ma irrealistico, irrazionale, perché ciò che si vuole riprodurre come ritorno al passato, come forma ideale di esperienza sociale religiosa, nel passato non c'è mai veramente stato. E' stato infatti osservato che si tende a costruire un lontano passato situandovi il modello di progetti per il futuro che in realtà non sono che varianti  reazionarie dell'oggi. Quindi: pensiamo un certo futuro e cerchiamo di accreditarlo proiettandolo  nel passato.
  Volendo invece essere realistici, nel nostro passato c'è la nostra tutta la nostra tremenda, sanguinaria e mortifera storia religiosa, inestricabilmente connessa con una storia diversa, di bene, di compassione e solidarietà universale, come sempre accade nella storia delle società umane: non è possibile recuperare solo quest'ultima, distillandola  dal passato; se si evoca il passato esso ritorno anche con i suoi orrori, dai quali, faticosamente, ci siamo iniziati a liberare solo di recente, diciamo dagli scorsi anni Sessanta. Nei primi secoli, ad esempio, c'è, molto evidente, un forte antigiudaismo, che riflette una situazione di vivissimo contrasto delle nostre prime collettività con l'esperienza religiosa dalle quali originarono e si differenziarono (una variante che si  è dimostrata fortunata). Esso si manifesta già nei nostri scritti sacri, ad esempio nel Vangelo di Giovanni, ed è fortissimo in altri scritti che riteniamo fondativi della nostra ideologia religiosa, quelli che attribuiamo genericamente ai Padri della Chiesa.
 Che cos'è che attira nell'esperienza delle origini? Mi pare che sia una certa unità e concordia spirituale, che si vuole contrapporre alle discordie dei tempi nostri, in cui come ricorda Secondin viviamo una serie di forti antinomie. In realtà la lettura dei nostri scritti sacri dimostra con molta chiarezza che antinomie e contrasti vi furono fin dalle origini, addirittura vivente il nostro primo Maestro. L'evoluzione culturale, divenuta indispensabile per la conservazione dell'umanità a causa dell'organizzazione estremamente complessa delle sue società che consente la sopravvivenza delle moltitudini, richiede di imparare ad accettare e vivere positivamente queste antinomie, senza sognare semplicemente di sopprimerle. L'ideologia democratica consiste proprio in questo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

martedì 27 maggio 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (17)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982

 
17
[La] simpatia presso il popolo è una delle costanti dell'avventura della Chiesa primitiva (si vedano ad esempio i richiami [negli] Atti degli apostoli 2,47; 4,21.33; 5,13) [ed è] quindi uno dei criteri per riconoscere se si appartiene alla "cattolicità".
 Secondo gli esegeti questa  karis  [parola greca che significa carisma = dono soprannaturale] può essere intesa come la forza di Dio che accompagna il ministero con segni e prodigi ma [ad avviso dell'autore vi deve essere] incluso  e sottolineato il valore particolare di questa simpatia del popolo.
 Nello sforzo di creare una vera fraternità attorno al Signore, i credenti si guardano bene dal trasformarsi in ghetto.
 Questo dialogo intenso con il mondo circostante  [procura] simpatia e favore: è vero sempre. La vita costringe ad organizzarsi in fraternità compatte, in strutture sociali che consentano di rinnovare e rafforzare la fede a contatto con i testimoni qualificati e con la celebrazione orante della frazione del pane, rito specifico. Ma nel contempo i credenti si devono rendere conto che per poter svolgere la loro azione profetica devono essere aperti agli altri.
 La stessa cosa del resto raccomandava Pietro ai cristiani  dispersi ed emarginati:"Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza" (1Pt 3,15).
 Il ruolo di minoranza conoscitiva e profetica nel Nuovo Testamento è sempre visto in osmosi con tutto il cammino dell'ecclesìa (=Chiesa) e della società civile, per non degenerare nell'illuminismo esoterico o nella situazione settaria tipica degli esuli della storia.
Mie considerazioni
Spesso i sacerdoti, in parrocchia, ci fanno notare come il mondo che ci circonda, e anche nel nostro quartiere, si sia allontanato da una visione religiosa della vita.  Questo è senz'altro vero. Questa situazione  è molto progredite in questo senso dai tempi in cui scriveva  Bruno Secondin, all'inizio degli anni '80. Mi capita di notarlo spesso quando devo sentire delle persone nel mio lavoro e, quando gli chiedo informazioni sulla loro situazione familiare, alla voce "coniugato?", mi rispondono "convivente". È però, a mio parere, un fenomeno diverso dal secolarismo, perché non ha comportato una diminuzione delle credenze nel soprannaturale, un aumento della razionalità della gente. Mi pare invece di capire che le persone si muovano pensando che ciò che loro accade sia determinato da un contesto, per così dire, magico, che interpretano secondo criteri che, per una persona religiosa, sono pure superstizioni. Quindi, in realtà, non è la religione ad aver fatto passi indietro, ma è la nostra  religione ad aver perso presa tra la gente e questo per vari motivi. Di solito, per spiegare ciò che accade, si fa riferimento, ad esempio, ai costumi sessuali più disinvolti della nostra epoca, che contrastano con la severa morale religiosa. Ma invito a riflettere sulla circostanza che nei duemila anni della nostra storia religiosa le condotte sessuali delle genti cristiane, in realtà, clero e popolo, sono state sempre assai divergenti dai modelli proposti nella predicazione. Ci sono state epoche in cui gli stessi Papi avevano concubine, chiamate, appunto, Papesse. Da questo punto di vista uno dei punti più bassi, nella storia della nostra Chiesa, si è raggiunto intorno all'anno Mille, proprio alla vigilia di cambiamenti epocali, dell'introduzione di leggi della nostra confessione religiosa che hanno profondamente segnato le istituzioni della nostra collettività religiosa, per cui, ancora oggi, il modello organizzativo della nostra  confessione religiosa, pur dopo i mutamenti decisi nel corso e a seguito del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), risale ancora a quell'epoca.
 In qualche modo è la dimensione collettiva della vita di fede ad essere stata colpita e ciò è dimostrato, in Italia ma anche in tutta Europa, dal distacco dalla liturgia, in particolare dalla frequenza alla Messa domenicale. Possiamo considerarlo un'espressione di un male che ha colpito in generale tutta la società civile, in particolare nella sua organizzazione politica, che in democrazia richiede una intensa partecipazione alle decisioni collettive. Si preferisce vivere la propria fede religiosa nella propria individualità, o al massimo in piccoli gruppi amicali che mimano la vita in famiglia. Questo comporta, distaccandosi dalla matrice originale, lo sviluppo di una incredibile varietà di concezioni religiose, talvolta coincidenti con le visioni del singolo individuo, con tutti i limiti derivanti dalle capacità di comprensione di una persona isolata. Spesso, a questo proposito, si parla di ignoranza  religiosa, nel senso che la gente sembra non avere più consapevolezza delle verità fondamentali della nostra fede, ma credo che, in realtà, si tratti di qualcosa di diverso, vale a dire della difficoltà di vivere la propria fede insieme  ad altri e in particolare a molti  altri, a moltitudini  di altri. E' l'organizzazione delle società Occidentali del nostro tempo, in particolare nel settore dell'economia, con il marcato accento sulla competizione come fattore di miglioramento  sociale (lo ritroviamo addirittura nell'atto fondativo della nostra nuova Europa, nel Trattato di Lisbona, del 2007, entrato in vigore il 1 dicembre 2009), a spingerci verso questo orientamento, di diffidenza verso le masse. In genere non si pensa di avere nulla da guadagnare agendo tutti insieme, in molti. Si pensa invece di migliorare distinguendosi, come quando, in certi naufragi, prevale l'istinto di sopravvivenza e tutti si accalcano verso la salvezza, spintonandosi e spingendo indietro gli altri per farsi strada e guadagnare l'uscita.
 Finora i tentativi del nostro clero di modificare la situazione riaffermando la propria autorità normativa sulla gente sono risultati vani. Del resto lo sono stati anche durante tutta la storia della nostra confessione religiosa, a parte i primi tre secoli in cui si è prodotta una straordinaria espansione delle nostre visioni religiose in un mondo che, come cultura di massa, era a loro completamente estraneo.
 L'affermazione di ciò che chiamiamo cristianità, in Europa e nelle parti del mondo che vennero egemonizzate dalle genti europee, non si è fondata, dal quarto secolo in poi, vale a dire da quando la nostra  ideologia religiosa è divenuta quella fondante delle istituzioni politiche, sulla simpatia delle genti, come invece era avvenuto nei tre secoli precedenti, ma essenzialmente sull'esigenza di obbedire ad un'autorità comune per rafforzare la potenza delle proprie politiche di popolo, verso l'interno e verso l'esterno. Questo è rimasto il modello corrente fino al definitivo affermarsi delle democrazie di popolo, in un processo che è partito dalla fine del Settecento e può dirsi concluso  nella seconda metà del secolo scorso. In questa epoca è gradatamente venuto meno il valore della nostra fede religiosa, almeno di quella esplicita, come fondamento ideologico delle istituzioni politiche. E' questo il processo di secolarizzazione, quello appunto riguardante la secolarizzazione della politica, che ha inciso fortemente sull'affermazione della nostra fede religiosa nelle società del nostro tempo. Del resto la secolarizzazione  della politica è stata anche un'istanza religiosa, dagli scorsi anni Sessanta in poi. L'ideologia politica a sfondo religioso si era infatti dimostrata storicamente piuttosto mortifera, nella lunghissima era della federazione tra capi politici e feudatari religiosi (la nostra organizzazione religiosa fu infatti, e sostanzialmente è tuttora, organizzata secondo criteri feudali).
 Ai tempi nostri la situazione è complicata dal fatto che ad essere in crisi sono anche le istituzioni politiche democratiche della nostra società civile: il processo di secolarizzazione della politica si sta evolvendo in un processo di dissoluzione della politica, che è determinato dall'incapacità di accettare visioni per così dire religiose della politica, vale a dire fondate su qualcosa di più della semplice contrattazione su interessi spiccioli e concreti. In realtà le democrazie di popolo nascono proprio da queste nuove visioni religiose della politiche: ad esempio nel  proclamare il principio universale dell'eguaglianza in dignità  tra tutti gli esseri umani, a prescindere da ogni condizione storica di distinzione. L'idea di una fraternità universale ha specifiche matrici religiose nella nostra fede, come appare evidente se si considerano i principi proclamati nella rivoluzione che portò alla costituzione degli Stati Uniti d'America, ancora oggi il modello delle grandi democrazie di popolo.
 L'accomodamento politico che ha prodotto nei secoli passati il modello della cristianità è finito per sempre, con il declino dell'ordinamento feudale delle nostra società politiche, che prima o poi finirà per riverberarsi anche nella nostra organizzazione religiosa. Tuttavia le nostre società dimostrano di non potersi reggere senza una visione religiosa della vita che però non può più essere veicolata efficacemente (solo) dall'organizzazione del nostro clero. In qualche modo ciò che sta accadendo ai nostri tempi ha inaugurato un'era nuova che definirei l'era del laicato, quella in cui è il popolo, tutto il popolo, a dover divenire protagonista. Si tratta di un'esigenza evidente dei tempi, ma noi laici non vi siamo preparati. Siamo ancora troppo clero-dipendenti, che è come dire clericali in senso proprio. Del resto è stata l'ideologia religiosa affermatasi dagli scorsi anni '80 ad averci spinto a questo. E sicuramente il clericale non raccoglie la simpatia della gente. Eppure, a ben vedere, vi sono effettivamente settori del laicato che raccolgo questa simpatia, che quindi sono capaci di coalizzare consenso intorno alle proprie proposte, ai propri stili di vita. Essi però, nel recente passato, sono stati sconfessati e si sono dovuti mantenere, per così dire, anonimi. Sono stati sconfessati in quanto non clericali. Quali sono? Essi sono molto evidenti. Il fatto di non riuscire a vederli dipende proprio da quel pervicace lavoro di sconfessione  che ha segnato profondamente, e in senso molto negativo, la vita delle nostre collettività religiose negli ultimi trentacinque anni; un periodo lunghissimo, il nostro grande inverno, la nostra era glaciale.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 26 maggio 2014

Incontro MEIC del 22-5-14 sintesi delle relazioni del prof.Cirotto e del prof. Zuccaro


Vi trascrivo di seguito i miei appunti sull'incontro del gruppo romano Uniroma 1 Sapienza  del MEIC  - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale sul tema La norma nella scienza e nella morale” tenutosi il 22 maggio 2014 presso la Cappella universitaria dell'Università La Sapienza Roma.
 Sono stati relatori il prof. Carlo Cirotto, Presidente nazionale del MEIC, Ordinario Università di Perugia (scienze biologiche), e il  prof. don Cataldo Zuccaro, già Assistente nazionale del MEIC, Ordinario Pontificia Università Urbaniana (teologia morale fondamentale)
 
Dalla relazione del prof. Carlo Cirotto
 
 Nelle discipline scientifiche di solito si parla di leggi per descrivere le dinamiche dei fenomeni naturali, come ad esempio quando si parla di legge di gravità, ma ciò non rende bene l'idea di ciò che si vuole intendere. Non si tratta infatti di un'obbligazione che viene da fuori.  Nelle discipline scientifiche la parola  norma, vale come  di norma: descrive ciò che abitualmente accade, ma con delle eccezioni.
  Noi esseri umani viviamo in un universo di dimensioni mediane tra il più grande  e il più piccolo: in questo modo possiamo comprendere l'uno e l'altro, ma il problema e di metterli insieme. Possiamo misurare dimensioni in anni luce  e parsec, ma anche cose estremamente piccole. Ci sono norme, vale a dire regolarità, che riguardano il grande e il piccolo.
 Le leggi classiche,  come quelle che regolano il moto dei pianeti sono di tipo deterministico, come lo è la legge di Newton della gravitazione universale. Quest'ultima però vale solo per sistemi semplici e necessità di correzioni nei casi concreti. Le leggi deterministiche valgono comunque solo per le masse grosse e non per i costituenti atomici o molecolari. E le  masse grosse sono soggette a  quelle leggi, ma con molte variabili.
 Quando si devono considerare fattori di interazione imprevedibili, si fa ricorso alle leggi probabilistiche per capire le variabili diverse dalle leggi classiche.  Le leggi probabilistiche si applicano ad esempio a livello molecolare semplice e indicano l la distribuzione di frequenza intorno a una frequenza media. Esse sono espresse dalla curva di Gauss. Per ogni evento si ha una certa distribuzione di frequenza: si calcola allora la frequenza media. Le leggi probabilistiche  possono essere assai precise: su di esse, ad esempio, si basa il calcolo del gioco d'azzardo e la possibilità di chi tiene banco di guadagnare sempre.
 Ma per descrivere  e capire  i fatti della natura, ma anche ad esempio dell'economia, si usa anche la legge di potenza, che può essere compresa pensando a come si distribuiscono i frammenti quando di sbriciola un biscotto: ci saranno pochi pezzi più grandi e tanti pezzi più piccoli. E' questa la legge che regola le dinamiche di mercato: fa capire perché il mercato, lasciato a sé stesso, produca grandi diseguaglianze.
 Per quanto riguarda le dinamiche della vita biologica bisogna osservare che gli esseri viventi copiano quello che c'era prima: quindi la vita biologica non risponde a necessità di ordine chimico o fisico, ma  si sviluppa secondo la legge dell'evoluzione. Essa consiste nella conservazione e accumulo delle informazioni. In questo processo le informazioni subiscono delle variazione, nelle fasi di copiatura, ed esse talvolta posso arricchire la vita biologica, essere quindi vantaggiose. Le variazioni rispondo a leggi probabilistiche: errori nella copiatura accadono statisticamente, ma ci possono anche essere errori fortunati che saranno trasmessi alle generazioni seguenti e determineranno un progresso della specie.
 Nelle concezioni religiose si hanno posizioni fissiste  e posizioni  evoluzioniste. In realtà molte cose sono cambiate nel corso della storia della Chiesa, al modo delle dinamiche biologiche evoluzionistiche. Lo vediamo ad esempio nei modelli di santità che ci sono stati storicamente proposti.
 
dalla relazione del prof. Zuccaro
 
 La teologia morale esprime la visione religiosa della norma.
 In passato il discernimento morale era visto come articolato nella coscienza, l'aspetto soggettivo, e nella norma morale, che esprimeva una verità oggettiva. In questa visione la coscienza doveva adeguarsi alla norma morale.
 Dopo il Concilio Vaticano 2° si concepisce invece la norma come l'indicazione di un cammino: essa diventa legge morale quando l'individuo la riconosce doverosa in coscienza.
 Le norme morali si articolano in norme pure, che esprimono valori storici permanenti, immutabili (ad esempio il Decalogo), e in norme che sono interpretazioni di norme pure sulla base delle esperienze concrete.
 Nella visione più recente, quindi, le norme morali non sono imposizioni dall'esterno, ma sono strettamente collegate a valori che a  loro volta sono tali perché conformi alla dignità dell'essere umano. Esse devono essere riconosciute e accettate a livello soggettivo. Del resto l'amore, la morte e la coscienza hanno componenti fortemente soggettive.
 Gesù ha imposto delle norme?  In realtà egli non è venuto a imporci una morale nuova, ma è venuto a parlarci del Padre.

domenica 25 maggio 2014

Domenica 25-5-14– 6 Domenica di Pasqua - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove


Domenica 25-5-14– Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità - 6 Domenica di Pasqua - salterio: proprio del tempo – colore liturgico: bianco - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove
 
Osservazioni ambientali: temperatura  24° C; cielo: sereno. Canti: ingresso, Nella casa del Signore;  Offertorio, Quando busserò; Comunione, Le tue mani.
Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.
 
Buona Domenica a tutti i lettori!
 
 
Prima lettura
Dagli Atti degli apostoli (At 8,5-8.14-17)
 
 In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti  da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città. Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

 

 

Salmo responsoriale (dal salmo 65 (66))

  

Ritornello:
Acclamate Dio, voi tutti della terra.

 
 

Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: "Terribili solo le tue opere!

 

A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome".
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.

 

Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume;
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.

 

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.


 

Seconda lettura
Dalla prima lettera di san Pietro Apostolo (1Pt 3,15-18)
 
 Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo  è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
 
 
Vangelo
Dal Vangelo secondo  Giovanni (Gv 14,15-21)
   
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi sempre, lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui  che mi ama. Chi ama me sarà amato dal padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui".
 
Sintesi dell'omelia della Messa delle otto (per impegni di lavoro ho partecipato a questa Messa)
 
 Con il cuore non si ragiona. E' difficile spiegare l'amore di Dio per noi. Nei capitoli dal 13 al 17 del Vangelo di Giovanni questo amore viene a noi come delle grandi onde: ne è appena passata una e ne sopraggiunge un'altra.
 E' Dio che fa il primo passo verso di noi.  Bisogna quindi lasciarsi amare da Dio, lasciarsi riconciliare con lui. Gesù non ci lascia soli, ci invia un Paràclito, lo Spirito di verità che sta vicino a noi e ci aiuta: un altro modo per definirlo è Consolatore, che esprime lo stesso significato.
   
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa– Roma, Monte Sacro Valli
 
 

Avvisi parrocchiali:

-si segnala il sito WEB della parrocchia:
 
Avvisi di A.C.:
- l'ultima riunione infrasettimanale del gruppo parrocchiale di AC prima della sospensione estiva si terrà il  27-5-14, alle ore 17:30, nell'aula con accesso dal corridoio dell'ufficio parrocchiale. Faremo un bilancio dei risultati della sessione ottobre 2013/maggio 2014. I  soci sono anche invitati a preparare una riflessione sulle letture di domenica 1-6-14, solennità dell'Ascensione del Signore:At 1,1-11; Sal 46 (47); Ef 1,17-23; Mt 28,19a.20b.
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/