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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 30 giugno 2014

Punti di vista


Punti di vista

 

 Le cose umane possono essere osservate da diversi punti di vista e allora cambiano aspetto. Più sono gli osservatori che guardano e dialogano fra loro più una società avrà una visione realistica, affidabile, del mondo. Ai tempi nostri, in religione, il problema è che le questioni vengono osservate prevalentemente dal punto di vista di un clero di professionisti, che ha fatto della religione un mestiere. Questo comporta un certo spirito aziendale, per cui il bene dell'organizzazione in cui si è inquadrati, e innanzi tutto la sua sopravvivenza, poi le sue fonti di sostentamento,  le sue relazioni con altre componenti della società e il suo credito  social, il  è considerato come la questione più importante. Comporta anche di considerare quelli che non appartengono ai ranghi aziendali come dei clienti  o, a seconda dei casi, dei dilettanti. Per  un prete, in fondo, noi laici siamo appunto gente così. L'ordinamento gerarchico della nostra collettività religiosa, tutto centrato sul clero, accredita questa visione delle cose e, rivendicando una sorta di monopolio della definizione dei principi religiosi, tende a sconfessare tutto ciò che viene ideato e attuato dai laici. Oggi i nostri capi religiosi lamentano una nostra afasia, una nostra scarsa partecipazione al dibattito sulle cose da fare e alla loro attuazione, ma in realtà essa è stata prodotta anche e prevalentementre dalla loro ideologia religiosa.
  Negli ultimi due secoli i risultati più importanti dell'azione religiosa nella società non sono stati prodotti dal clero, ma  dai laici. Il clero, nonostante l'allestimento sacrale di cui si circonda tutto teso a farlo apparire l'avanguardia delle nostre collettività, si è manifestato, in genere, in questa stessa era come una forza reazionaria che con difficoltà e ritardo ha seguito l'iniziativa laicale. Nessuna delle  cose nuove in materia di fede è venuta dalla nostra gerarchia in questo arco temporale, essa le ha prima combattute e poi faticosamente accettate, con molte resistenti e nel quadro di compromessi non sempre soddisfacenti. Questo ha riguardato in particolare l'idea religiosa che fosse possibile attuare un ordine mondiale pacifico fondato sulla dignità inalienabile delle persone umane, quindi sull'ideologia dei diritti umani fondamentali. Essa ha prodotto risultati spettacolari, ma essi, come tutte le cose umane, religioni comprese, non sono irreversibili e necessitano di essere sostenuti di generazione in generazione.  Il progresso culturale può essere perso molto più velocemente dei progressi genetici, per cui animali terrestri ci hanno messo tempi lunghissimi per ritornare acquatici, ma assetti pacificanti dell'ordine globale possono essere persi nel giro di una generazione o anche in tempi più brevi, se non c'è chi li sostiene. E' appunto il grave rischio della situazione in cui ci troviamo. Ma la gente della nostra fede, che è stata protagonista nell'evoluzione culturale che ha portato storicamente  molto vicini a un ordine mondiale pacificato, e in particolare a un lunghissimo periodo di pace nella nostra nuova Europa, sembra avere gettato la spugna: solo i più anziani sono ancora coinvolti in quel grande disegno. I più giovani, negli anni che ho definito dell'era glaciale, in cui l'iniziativa laicale è stata scoraggiata e sconfessata, non hanno avuto una formazione adeguata, si è interrotta una tradizione culturale, ha prevalso il punto di vista del clero, che ora talvolta si lamenta che noi laici ancora impegnati nelle cose di fede, non meramente clienti  di servizi religiosi, sembriamo voler diventare preti di complemento. I più giovani sono cresciuti integralmente all'interno della cultura a sfondo economicistico che vede nelle lotta tra le persone e i gruppi sociali una fonte di progresso sociale, di miglioramento delle società umane: essa è stretta parente di quelle che hanno scatenato i due conflitti mondiali del Novecento e, se non contrastata, porterà ad un ordine mondiale molto diverso da quello che ancora immaginiamo in religione, ma ormai più a livello di sogno che di possibilità concreta.
  Ma i nostri capi religiosi, nella loro straripante produzione documentale, non hanno continuato a invocare la pace? Certo, lo hanno fatto. Ma, secondo un'antica tradizione, rivolgendosi prevalentemente ai capi delle nazioni, con cui essi sono soliti stipulare accordi per spartizione del potere sulle società sottoposte, i concordati. Si sono limitati a prediche moralistiche a quelli che comandano nelle società civili. Ma non è così che questi ultimi saranno convinti a perseguire finalità di pace. Essi, anzi, avendo come obiettivo principale il proprio potere, come tutti quelli che hanno il potere, compresi i capi religiosi, faranno mostra, sì, di condividere i discorsi pacificatori, ma pensando poi a quale utile ricavare da essi in termini di potere, quali accordi si spartizione potranno essere conclusi. Storicamente gli obiettivi di pacificazioni sono stati raggiunti solo su base democratica, sulla base di un progresso culturale che ha coinvolto le masse e di cui i laici di fede, in particolare in Italia, sono stati fortemente impegnati. Ma la nostra gerarchia religiosa è ancora piuttosto sospettosa, e a volte addirittura ostile, verso i principi democratici, tanto che non teme, ciclicamente, di dire che fede religiosa e democrazia sono incompatibili. Essa infatti vede nella democrazia un attacco al suo monopoli nella definizione dei principi religiosi, che, in realtà, essa ha ormai perso, perché  i principi di azione sociale a sfondo religioso che hanno prodotto i più grandi risultati non sono stati da essa elaborati.
 Il problema di noi laici di fede di oggi è molto maggiore di quello di trovare un bilanciamento con la gerarchia per ricavarci un nostro ruolo più attivo nelle nostre collettività religiose. E' un problema che non è interno alla nostra organizzazione di fede. Noi dobbiamo riprendere l'iniziativa sociale per sorreggere quel progresso culturale che ha portato a far ritenere a portata di mano un nuovo ordine mondiale ed è un lavoro che va svolto in collaborazione con forze di tutto il mondo. La dimensione mondiale della nostra confessione religiosa e della sua organizzazione lo favorisce  e costituisce una grande opportunità.  Ma dobbiamo costituire nuovamente centri dove poter fare quel lavoro, riprendendo le fila dal punto in cui, ormai molto tempo fa, esso è stato interrotto, ricostituendo vitali relazioni sociali, riprendendo a riflettere collettivamente sulla situazione in cui ci troviamo e sulle sue ricadute sui principi di fede.  Essi, ai tempi nostri, scarseggiano, essendo state da lungo tempo scoraggiate esperienze laicali di questo genere, a favore di quelle di impianto nettamente spiritualistico, viste come più dominabili del clero.
 Scrive Beppe Elia, nell'articolo "Tocca ai laici", pubblicato sul numero 6/2013 di Coscienza, la rivista del M.E.I.C.:
"Senza entrare nel merito di questa rinuncia [all'impegno laicale all'esterno della comunità ecclesiale] e sulle responsabilità di questa involuzione (non riconducibili solo ad un'eccessiva sovraesposizione dell'episcopato), è tuttavia necessario comprendere quali conseguenze essa abbia nella Chiesa e nel rapporto fra la Chiesa e il mondo.
 Se i credenti infatti hanno abdicato in larga misura al loro compito di essere testimoni del Vangelo nei luoghi più critici e rilevanti della vita civile (la politica, le grandi questioni etiche, il diffondersi di modelli culturali radicalmente antievangelici), questo ha determinato non tanto l'irrilevanza della presenza cattolica nel Paese, che non sarebbe in sé un gran male, ma ha reso debolissima la proposta di scelte e orientamenti che proprio nel Vangelo trovano la loro ispirazione. E spesso, quando si è voluta palesare una presenza più evidente, lo si è fatto con uno stile autoritario … è la stessa vita della Chiesa che risente di questa fragilità del laicato credente … L'afasia dl laicato nasce anche da un clima ecclesiale che non favorisce il dibattito e il confronto di idee, perché timoroso di alimentare forme di dissenso e di far emergere elementi di disagio che turberebbero l'ordinata vita delle comunità … Questo crescente concentrarsi su di sé e sulle loro dinamiche interne, tipico di molti ambienti ecclesiali, li rende di fatto inospitali".
  Così nell'azione per la diffusione della fede, osserva Luca Diotallevi nel libro I laici e la Chiesa. Caduti i bastioni, citato nell'articolo di Elia, hanno si sono espansi gli uffici pastorali specializzati delle diocesi, nei quali "il prete diventa il leader eil laico il collaboratore subordinato, per quanto vezzeggiato, con effetti negativi ormai già empiricamente misurabili".
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

domenica 29 giugno 2014

Domenica 29-6-14 – Solennità dei santi Pietro e Paolo, apostoli - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove


Domenica 29-6-14 – Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità - Solennità dei santi Pietro e Paolo, apostoli - salterio: proprio del tempo – colore liturgico: rosso - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove
 
Osservazioni ambientali: temperatura 25 C°; cielo: sereno. Canti: ingresso, Nella Chiesa del Signore;  Offertorio: Vocazione; Comunione, Simbolum 77.Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.
 
Buona Domenica a tutti i lettori!
 
 
Prima lettura
Dagli Atti degli apostoli (At 12,1-11)
 
 In quel tempo il re Erode iniziò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. Mentre Pietro era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: "Àlzati, in fretta!". E le catene gli caddero dalle mani. L'angelo gli disse: "Mettiti la cintura e legati i sandali". E così fece. L'angelo disse: "Metti il mantello e seguimi!". Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell'angelo: credeva invece di avere una visione. Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l'angelo si allontanò da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: "Ora so veramente che il Signore ha mandato un suo angelo e mi ha strappato dalle mani di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei attendeva.

 

 

Salmo responsoriale (Sal 33 (34))

 
 

Ritornello:
Il Signore mi ha liberato da ogni paura

 

 

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

 

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi  ha risposto
e da ogni paura mi ha liberato.

 

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.

 

L'angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com'è buono il Signore;
beato l'uomo che in lui si rifugia.

 

 

Seconda lettura
Dalla seconda lettera di San Paolo apostolo a Timòteo (2Tm 4,6-8.17-18)
 
Figlio mio, io sto per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l'annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
 
 
 
Vangelo
Dal Vangelo  secondo Matteo (Mt 16,13-19)
 
 In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". Risposero: "Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti". Disse loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". E Gesù gli disse: "Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
 
Sintesi dell'omelia della Messa delle nove
 
Questa domenica la Chiesa celebra la festa dei santi Pietro e Paolo, testimoni e colonne della fede. La liturgia di oggi ha come tema quello della liberazione: nella prima lettura infatti Pietro viene fatto uscire dal carcere, nella seconda lettura san Paolo afferma: «così fui liberato dalla bocca del leone» e prosegue proclamando «il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno». Persino il salmo responsoriale che abbiamo letto fa riferimento alla liberazione «Il Signore mi ha liberato da ogni male». Anche oggi il Signore ci viene a liberare dalle nostre paure; la principale delle quali è la paura della morte; perché infatti l'uomo commette peccato? Non perché sia malvagio, ma perché ha paura della morte, paura della sofferenza che si può rinvenire nel matrimonio, nella nascita di un nuovo bambino. Ecco però che il Signore ci viene a liberare da questa paura, solo così noi possiamo affrontare la sofferenza, le difficoltà della vita. Cristo ci viene a liberare dai nostri preconcetti, dalla visione che abbiamo di noi stessi così come ha fatto con san Pietro, quando gli ha dimostrato che anche lui poteva tradirlo. E' solo dopo questa rivelazione che Pietro ha potuto affermare «tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Anche Paolo ha sperimentato questa liberazione: è stato infatti liberato non solo dalla bocca del leone, che simboleggia il male, ma precedentemente era stato liberato dalla visione che egli aveva di se stesso, Paolo infatti era un fariseo. Coraggio dunque, anche in quest'eucaristia il Signore viene e ci libera e ci dà questa speranza: le potenze degli inferi non prevarranno sulla Chiesa. Il termine "potenze" si rinviene nella nuova traduzione della Bibbia; nella precedente traduzione, invece, veniva usato il termine "porte": le porte degli inferi non prevarranno sulla Chiesa, anzi è la Chiesa che combatte vittoriosamente le potenze degli inferi. Di questo abbiamo la certezza che ci viene da Cristo che, con la sua risurrezione, ha "spaccato" le porte degli inferi, le ha aperte e ha vinto definitivamente la morte. Così risulta vano il nostro timore di perdere la vita.
Dobbiamo essere grati al Signore per san Pietro e san Paolo, che hanno sperimentato e testimoniato con la loro vita la liberazione dal peccato e dalla morte. 
 
 
Sintesi di Giulia, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa– Roma, Monte Sacro Valli
 
 

Avvisi parrocchiali:

-si segnala il sito WEB della parrocchia:
 
Avvisi di A.C.:
- le riunioni infrasettimanali del gruppo parrocchiale di AC riprenderanno nel prossimo ottobre. Il gruppo continuerà ad animare la Messa domenicale delle ore 9;
-le letture della Messa di domenica prossima 6-7-14, 14° Domenica del Tempo ordinario,  sono: Zc 9.9-10; Sal 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30.
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi e il mondo attorno a noi


Noi e il mondo attorno a noi

 
 

 Per quello che ho potuto constatare, nell'educazione religiosa di base si presta poco attenzione alla grande storia e ai suoi processi evolutivi, che è come dire al corso del mondo attorno a noi. Non è una cosa nuova: corrisponde anzi a una tradizione che risale alle origini. Non è che non ci sia occupati dell'argomento, solo che veniva considerata cosa da dotti, non per tutti. Alla gente comune veniva proposta una spiritualità personale a sfondo morale che cercava di indurre a un certo stile di vita nelle relazioni con gli altri e nella partecipazione alle liturgie. Questo è quanto in fondo accade tuttora. Come reazione agli assilli moralistici del passato, anche piuttosto recente, ho notato un certo spostamento dei toni dall'impegno personale sulla via del bene, la fatica del bene, al tema dell'affidamento ingenuo nell'azione soprannaturale su di noi, ma la sostanza non cambia. Il patto educativo che i genitori contraggono con la nostra organizzazione religiosa è fondamentalmente quello di dare alle nuove generazioni una certa impronta morale e questo risultato viene di solito effettivamente conseguito, perché poi in genere chi è formato in questo modo prenderà come riferimento per stabilire ciò che è bene e ciò che è male i Dieci Comandamenti nella versione estesa proposta dalla nostra confessione, e questo anche se nella sua vita li violerà tutti quanti. Questa impostazione è gravemente insufficiente perché non mette in condizione le persone, tutte le persone, di operare consapevolmente le mediazioni culturali che servono a far vivere gli ideali di fede nel mondo di oggi. Un tempo ci si poteva (e anzi spesso ci si doveva) limitare a seguire la linea promulgata dall'autorità, senza porsi tanti problemi. In società in cui le masse hanno voce e potere la cosa cambia aspetto: bisogna occuparsi del corso della storia e del suo significato religioso per poi essere in grado di prendere le decisioni giuste. Oggi è raro trovare persone che sappiano intendere realisticamente il corso degli eventi anche nella sua portata religiosa. Questo comporta non essere in grado di capire le minacce che dalla storia vengono alle nostre visioni di fede e, correlativamente, di intendere le opportunità che ci sono offerte dalla storia. Uno degli obiettivi del lavoro che si fa in Azione Cattolica è quello di costruire percorsi di autoformazione per rimediare a questo problema. Lo si capisce chiaramente esaminando il catalogo dei libri pubblicati dall'editrice dell'associazione, la A.V.E.. Vi invito a farlo sul WEB:  http://www.editriceave.it/
  Per quanto mi riguarda, se non fosse stato per l'Azione Cattolica non sarei mai uscito da quella dimensione di spiritualità personale e liturgica in cui mi aveva introdotto la prima iniziazione religiosa, che ho ricevuto proprio qui, nella nostra parrocchia. Oggi è più difficile fare questo progresso personale, anche se l'Azione Cattolica non è la sola organizzazione che è impegnata in questo lavoro. Questo dipende dal clima generale che si è vissuto da tanti anni nelle nostre collettività di fede, in Italia, per cui questa maturazione spesso è stata ritenuta non indispensabile e, a volte, addirittura pericolosa.
 Quando cominciai ad essere coinvolto nelle attività dell'Azione Cattolica, e ciò avvenne da universitario, in FUCI, capii che l'associazione era parte di un movimento impegnato in un processo di portata storica che, definito espressamente in relazione alla fase di attuazione degli ideali del Concilio Vaticano 2°, andava molto oltre questo obiettivo specifico e si collegava a moti a carattere mondiale di trasformazione delle società in cui l'umanità era divisa, per raggiungere una unità mai sperimentata nel passato, anche se forse talvolta immaginata. Di essi i laici di fede erano stati protagonisti dall'inizio dell'Ottocento e, in particolare dagli anni '30 del Novecento.  
  Ma è compito della gente di fede cambiare il mondo? Non deve limitarsi ad attendere che lo cose cambino per azione soprannaturale? Che bisogno c'è di darsi tanto da fare quando tutto cambierà a prescindere da noi? Su questi argomenti ci sono nelle nostre collettività di fede diverse opinioni. C'è chi pensa che se la fede è solo una attesa inerte non è poi tanto interessante. Di fatto, storicamente, non la si è mai intesa solo così. La gente di fede è sempre stata piuttosto attiva e l'attivismo, fin dal nome "Azione" Cattolica, ha caratterizzato la nostra associazione. Questo attivismo sociale è stata la peculiarità di  masse di laici di fede dall'Ottocento in poi, arrivando a produrre il pensiero sociale cristiano, una ideologia a sfondo religioso che è alla base di una straordinaria evoluzione culturale prodottasi in Occidente. Essa ai tempi nostri ci fa sembrare a portata di mano l'obiettivo di una pace universale. Nella nostra nuova Europa, storicamente travagliata da una serie senza fine di conflitti, esso ha avuto la sua più eclatante concretizzazione. La situazione che stiamo vivendo non ha precedenti storica, è assolutamente  nuova. Per la prima volta nella storia dell'umanità si è avuta una realizzazione di un ordine sociale e politico pacifico non basato sull'assoggettamento ad un'unica autorità politica. Questo ideale, di cui ai tempi nostri non si riesce più a cogliere l'origine religiosa, risale alle origini della nostra teologia, vale a dire all'inizio degli sforzi per costruire le prime grandi mediazioni culturali della nostra fede, trasferendo le limitate prospettive ideologiche che caratterizzavano il giudaismo donde essa aveva tratto le proprie basi culturali in quelle enormemente più ampie del grande impero mediterraneo in cui essa si era rapidamente diffusa. Lo troviamo espresso in termini piuttosto sofisticati nell'opera del filosofo/teologo Agostino d'Ippona La città di Dio, scritta nel Quinto secolo della nostra era.
 Si viveva, quando quell'opera fu costruita, in tempi assai tribolati, molto più dei nostri attuali. La nostra fede era divenuta da meno di un secolo l'ideologia del grande impero mediterraneo in cui essa si era diffusa e già tutto pareva crollare, in Occidente, a causa delle invasioni di popoli immigrati del Nord-Est dell'Europa. Nel 410 Roma era stata saccheggiata dai Visigoti, guidati dal loro re Alarico. Vi furono coloro che imputarono alla nuova fede religiosa l'incapacità di resistere agli invasori, sostenendo la superiorità dell'ideologia pagana. Agostino apre la sua opera osservando che, durante il sacco di Roma, erano stati rispettati i templi cristiani, dove avevano trovato rifugio, scampando alla morte, cristiani e non cristiani.
"Dalla città terrena sorgono nemici, contro i quali si deve difendere la città di Dio … Eppure oggi non potrebbero parlare in modo così ostile, se non avessero salvato la loro vita, di cui vanno così fieri, proprio nei luoghi sacri, mentre fuggivano dal nemico.
 Non è forse vero che essi, ostili al nome di Cristo, furono risparmiati dai barbari proprio per questo nome? Ciò è testimoniato dai luoghi dei martiri e dalle basiliche degli apostoli, che durante la devastazione dell'Urbe accolsero credenti e non credenti in cerca di scampo. Fin qui infuriava il nemico sanguinario, qui il furore dell'eccidio trovava un limite; là erano spinti dalla compassione del nemico coloro che erano stati risparmiati, perché non incappassero in nemici meno compassionevoli … In tal modo si salvarono molti che ora contestano i tempi cristiani e attribuiscono invece al nostro Cristo i mali che soffrì quella città … E' proprio questo che dovrebbero riconoscere ai tempi cristiani: il fatto che dei barbari feroci, contro ogni costume di guerra, li hanno risparmiati, non solo in qualunque luogo, grazie al nome di Cristo, ma pure i quegli enormi luoghi consacrati al suo nome  e così scelti, secondo una grande misericordia, per contenere moltissima gente; per questo dovrebbero rendere grazie a Dio e rivolgersi sinceramente, per sfuggire alla pena eterna, a quel nome da molti adoperato in modo falso per sfuggire alla pena di una pena immediata"
[La Città di Dio, I,1,  trad. di Luigi Alici. ed. Bompiani, 2001]
  Partendo da questo episodio storico, Agostino sviluppa l'idea della nostra fede religiosa come fondamento di una nuova condizione di pace universale, sempre desiderata dagli esseri umani ma mai raggiunta perché cercata solo per soddisfare interessi particolari:
"Chiunque osservi insieme a me le realtà umane e la nostra natura comune, riconosce che non come non vi è nessuno che non voglia godere, così non vi è nessuno che non voglia possedere la pace. Addirittura, anche coloro che ricercano le guerre non vogliono altro che la vittoria, quindi desiderano fortemente raggiungere la gloria e la pace attraverso la guerra. Che cos'è infatti una vittoria se non la eliminazione di ogni resistenza? E proprio quando ciò sarà accaduto, si avrà la pace. Dunque è in vista della pace che si conducono le guerre … Anche coloro che vogliono turbare lo stato di pace i cui si trovano, non odiano la pace, ma desiderano cambiarla a loro arbitrio … Ognuno quindi desidera essere in pace con i suoi, volendo però che vivano secondo il suo arbitrio".
[La Città di Dio, XIX,12,1, edizione prima citata]
 Egli intuisce che gli ideali della nostra fede, in cui ci si propone di prendersi cura amorevolmente gli uni degli altri, in spirito di servizio e di dedizione, sull'esempio del nostro primo Maestro, può essere la base per un nuovo tipo di pace, diverso da quello basato sul dominio della forza. In questo modo la pace terrena può tendere  a quella  celeste, perfetta secondo gli ideali religiosi.
 Il senso del movimento sociale e politico di cui anche il Concilio Vaticano 2° è stato espressione e di cui l'Azione Cattolica è parte, risiede proprio in questo tentativo di realizzare una pacificazione universale non sulla base di azioni di forza, quindi imponendo a tutti i popoli del mondo un unico dominio politico, un unico impero a cui soggiacere, ma attraverso un progresso culturale delle masse, che le renda capaci di sottrarsi alla tentazione dell'uso della forza a fini di rapina e di conquista  e di realizzare un nuovo ordine sociale mediante l'organizzazione sociale che storicamente ha dato voce alle masse, vale a dire mediante la democrazia nell'estensione in cui la si concepisce nel mondo contemporaneo.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

sabato 28 giugno 2014

Passato, presente, futuro


Passato, presente, futuro

 

 Una delle differenze più marcate tra i giovani e gli anziani è il giudizio sul corso della storia umana. Gli anziani sono portati a vedervi un progressivo degrado, i giovani invece si concentrano sulle opportunità di miglioramento che pensano possano esserci nel futuro. Gli anziani criticano i giovani perché sostengono che il loro ottimismo deriva dal fatto che non hanno fatto ancora esperienza sufficiente di come va il mondo, i giovani criticano gli anziani dicendo che il loro pessimismo deriva dall'errata convinzione che non si possa cambiare in meglio mentre in realtà è possibile e proprio l'esperienza storica lo dimostra. Entrambi in fondo hanno ragione. Ma l'opinione degli anziani è paralizzante, perché scoraggia l'attivismo sociale. La nostra collettività religiosa è da tempo dominata da anziani e ne risente molto. In particolare,   a cavallo tra la fine del secondo millennio e l'inizio del successivo, ho letto che i nostri capi supremi erano influenzati, citandolo espressamente, dal pensiero fortemente pessimistico sulla civiltà moderna dell'eclettico filosofo e teologo russo Vladimir Sergeevic Solo'vev, il quale, nell'Ottocento, vide al lavoro addirittura un Anticristo nei progressi sociali e culturali che a quel tempo  interessarono l'Occidente europeo, anche nelle teologie espresse nelle sue confessioni religiose. Quest'ordine di idee ha caratterizzato fortemente il primo decennio del terzo millennio e può essere considerato una delle ragioni della gravissima crisi che, più vicino a  noi, ha investito il vertice romano della nostra confessione religiosa, dopo un progressivo inaridimento sociale della base. Quando, nel 2005,  i vescovi italiani indirizzarono ai fedeli laici un accorato appello alla collaborazione nell'azione per la promozione nella società degli ideali di fede [Lettera ai fedeli laici "Fare di Cristo il cuore del mondo" della Commissione episcopale per il laicato della Conferenza Episcopale Italiana, 27 marzo 2005] osservando
"Non sempre l’auspicata corresponsabilità ha avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali contraddittori. Si ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato. Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura, ecc. Vi è in alcuni casi anche un impoverimento di servizio pastorale all’interno della comunità ecclesiale. Serve un’analisi attenta ed equilibrata delle ragioni dei ritardi e delle distonie, per poterle colmare con il concorso di tutti.
A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure, all’opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa situazione. Una cosa è certa: il Signore ci chiama; chiama ognuno di noi per nome. La diversità dei carismi e dei ministeri nell’unico popolo di Dio riguarda le forme della risposta, non l’universalità della chiamata. Nel mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore affida a ogni membro della Chiesa. Il momento attuale richiede cristiani missionari, non abitudinari."
 e formulando questo invito
"Alle soglie del nuovo millennio cristiano, invitiamo il laicato delle nostre Chiese ad aiutarci a leggere la mappa del nostro tempo e a concorrere efficacemente per far crescere un nuovo modello di vita ispirato ai più alti valori umani e cristiani. In tal modo potranno dare un grande contributo al progetto culturale della Chiesa italiana."
la nostra risposta fu tutto sommato scarsa. Del resto quel documento, pur manifestando la consapevolezza dei problemi dell'epoca riguardanti l'impegno laicale nelle cose di fede:
"È indispensabile uscire da quello strano ed errato atteggiamento interiore che faceva sentire il laico più “cliente” che compartecipe della vita e della missione della Chiesa. La riscoperta della comunione, come piena partecipazione alla natura della Chiesa, postula che anche tutti noi scopriamo la Chiesa come nostra patria spirituale e ci poniamo al suo servizio, condividendo gioie, prove, lotte; non restando indifferenti o insensibili a tutto ciò che la riguarda; nutrendo per la Chiesa stessa un sentimento di profonda devozione filiale: «Non può avere Dio per Padre colui che non ha la Chiesa per Madre»".
rimase ancora tutto interno all'ordine concettuale che quei problemi aveva prodotto, non arrivando a riconoscere al mondo dei laici il ruolo che storicamente esso aveva già svolto nelle cose di fede, e con risultati eclatanti, vale a dire quello di elaborazione dei principi  di azione sociale ispirata alla fede, molto al di là della semplice attuazione di principi enunciati dalla gerarchia religiosa. La sensazione dei vescovi che lo slancio conciliare si fosse attenuato  era sicuramente esatta, ma essi non giunsero a riconoscere che ciò era dipeso prevalentemente da un'azione di governo, della quale loro stessi erano stati partecipi, per attenuarlo. Del resto la nostra gerarchia religiosa è stata sempre, per ciò che ho potuto osservare nella mia vita e per ciò che ho letto, poco propensa all'autocritica ed anche in quel documento i laici vengono presentati quasi come causa di un problema del quale in realtà erano stati ed erano ancora le vittime.
 Scrive Luigi Alici nell'articolo "Il coraggio della profezia" pubblicato sul numero 6/2013 della rivista Coscienza, del M.E.I.C. - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale:
"Non possiamo far finta di nulla dinanzi al grave deficit di discernimento -personale e comunitario, pastorale e culturale - che caratterizza il nostro tempo, come un  fenomeno complesso e pervasivo che attraversa e trascende la dimensione pastorale. I risultati  in larga misura disattesi del Convegno ecclesiale nazionale di Palermo (1995), che aveva rilanciato in modo convinto la priorità del discernimento comunitario, dovrebbero dirci qualcosa: non dobbiamo nasconderci dietro un consumismo semantico tipico di tanti progetti pastorali, che spesso vivono di slogan effimeri, messi in campo e rapidamente cestinati per far posto ad altri. I decenni in cui si è rilanciata l'idea del discernimento comunitario non solo non hanno visto crescere significativamente l'esperienza del «consigliare» nella Chiesa, istituzionalmente collocata nei consigli pastorali, diocesani e parrocchiali, ma addirittura hanno coinciso con il suo progressivo e sostanziale svuotamento".
  Con l'espressione in ecclesialese  "discernimento comunitario" si vuole appunto intendere quel ruolo attivo nella elaborazione dei principi di azione sociale ispirata alla fede di cui prima ho scritto. Un ruolo che i laici, di fatto, hanno già svolto  in Occidente con particolare efficacia in particolare a partire dagli anni '30 del secolo scorso e che ha portato alla creazione del nuovo ordine mondiale  scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale, con l'affermazione di principi di civiltà ai quali poi, tra molte difficoltà, la nostra gerarchia religiosa si è gradualmente adeguata, a volte riuscendo anche a riconoscervi l'origine nella nostra fede. Non si tratterebbe quindi, facendo spazio ai laici di fede in questo campo, di inventarsi nulla di nuovo, perché si tratterebbe di prendere atto di una realtà che già c'è, già si è manifestata, benché in genere fortemente osteggiata, e di legittimarla ed estenderla, facendo della collaborazione dei laici all'elaborazione di quei principi un metodo corrente nelle nostre collettività, istituendo anche percorsi catechetici di iniziazione e formazione a quel lavoro.  Nulla di tutto questo è ancora all'orizzonte. Si sostiene che esso non rientra nella tradizione della nostra collettività religiosa, ma su questo si possono portare diverse obiezioni.
  Bisogna innanzi tutto osservare che la storia delle nostre collettività di fede è stata pesantemente influenzata, fin dalle origini, da presupposti ideologici e da una correlativa opera di polizia culturale e politica. Abbastanza presto le questioni centrali della nostra fede divennero cose da specialisti, in particolare di filosofi che si erano venuti concentrando sulle questioni religiose, i teologi. Quando si parla di Padri della Chiesa  e di Tradizione ci si riferisce essenzialmente a loro e alla loro opera. Ad un certo punto la gente di fede comune semplicemente non ha più avuto voce. Hanno parlato solo interpreti qualificati delle cose di fede, non di rado scontrandosi aspramente. Possiamo farci un'idea della situazione delle nostre prime collettività di fede in particolare nelle parti degli scritti di quei primi teologi in cui si rampognano le loro collettività (a volte essi ne erano anche i loro capi gerarchici) per disordini nei costumi o per deviazioni ideologiche. Il quadro che ne emerge è quello che ci si attende in società di fede in fortissima e spettacolare espansione numerica e geografica: c'erano molteplici opinioni e costumi sulle varie questioni implicate nella vita di fede. Gestire questa complessità si presentò subito piuttosto difficile. Scriveva Clemente romano, il nostro  San Clemente, vissuto nel primo secolo della nostra e vescovo di Roma dall'anno 88 [Lettera ai Corinzi 46, 5-47]:
"Perché liti, collere, discordie, scismi e guerre tra voi? Non abbiamo forse un unico Dio, un unico Cristo, un unico Spirito di grazia diffuso su di noi, un'unica vocazione in Cristo? Perché straziare e lacerare le membra di Cristo, perché ribellarsi contro il proprio corpo e arrivare a tal punto di delirio da dimenticare di essere gli uni membra degli altri?".
 
Questo pluralismo sociale produsse varie dottrine e contrasti tra di esse e tra i loro ideatori e fautori: esso, al di là delle questioni dottrinali, verosimilmente era lo specchio di una corrispondente realtà sociale piuttosto composita. Quando questo, dal Quarto secolo della nostra era, diventò anche un problema politico, poiché la nostra teologia venne sostituita a quella antica politeistica corrente nel mondo greco-romano come ideologia politica dell'impero mediterraneo dove la nostra fede strepitosamente si diffuse a partire dal Primo secolo, il metodo seguito per fare unità fu quello della repressione ideologica e politica di coloro che dissentivano dalla linea adottata dalla suprema autorità politica, che all'epoca era quella degli imperatori civili egemoni nell'area mediterranea. Esso comportò anche l'uso della violenza politica in misura piuttosto rilevante. Essa era giustificata come misura sanitaria per risanare il corpo malato di una società di fede vista nella sua estensione soprannaturale. Si pensava così facendo di obbedire a un comando divino. L'autorità civile era vista come anche come autorità religiosa, con delega soprannaturale. Le autorità propriamente religiose si presentavano in vario modo collegate con legami feudali con quelle civili. La situazione non cambiò sostanzialmente durante l'Alto Medioevo, quindi per tutta la seconda metà del primo millennio della nostra era, solo che in Occidente mutarono le dinastie sovrane, sostituite da quelle dei popoli che provenendo dal Nord-Est dell'Europa erano immigrati nell'Europa Occidentale. La preminenza delle autorità civili su quelle religiose risulta chiaramente da questo passo del libro Storia del Cristianesimo  di Gian Luca Potestà e Giovanni Vian, edizione Il Mulino, 2010:
"Scendendo a Roma per esservi incoronato imperatore, Enrico 3°, re di Germania, Italia e Borgogna, trovò tre papi fra loro in conflitto. Li fece dimettere o  li depose (sinodi di Sutri e di Roma, 1046) e al loro posto nominò il vescovo di Bamberga, papa Clemente 2°. Rivendicato a sé il diritto di elezione già preteso da Ottone 1° [nel 962], Enrico mirava a liberare la sede papale da condizionamenti e intromissioni locali. Dopo Clemente scelse altri due papi. Leone 9° e Nicolò 2°" [pag.180 ].
 Si era nell'Undicesimo secolo della nostra era. Il modello di organizzazione religiosa che ancora caratterizza la nostra collettività di fede fu elaborato a partire da quell'epoca, in polemica con la pretesa di supremazia degli imperatori germanici. Esso ai tempi nostri sta vivendo il suo declino  e probabilmente sarà storicamente superato in un processo che potrebbe essere anche piuttosto veloce. L'inizio di questo declino può essere visto, in germe, nel Concilio Vaticano 2°, anche se il superamento dell'antico ordine era ancora fuori degli obiettivi di quel grande consesso di nostri capi religiosi. Ne furono però posti i presupposti nel progettare, fondandola teologicamente, una ideologia sociale di fede  che non era centrata sull'ordine gerarchico, ma su ciò nel gergo teologico viene chiamata comunione, che implica innanzi tutto il ripudio della violenza ideologica e politica come fattore di unità. In questo nuovo clima cominciarono ad avere voce, ad esprimersi, le istanze della base delle nostre collettività di fede.






Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

 

 

 

venerdì 27 giugno 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (22)


 
Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982

22
 Occorre attendere il Signore che tornerà. Il ritorno del Signore non sarà però un mero completamento ultimo di un processo evolutivo in mano agli uomini. Il suo arrivo è una sorpresa  e bisogna tenersi pronti e vigila per non farsi trovare impreparati. Noi non abbiamo quaggiù una città stabile. Siamo nomadi attraverso la storia e il cosmo, ma il nostro passaggio li deve trasformare entrambi in senso salvifico. Rimane pertanto egualmente impegnativo evangelizzare.
 Le tradizioni religiose dei popoli sono segno della pedagogia di Dio plasmatore delle identità culturali e preparazione evangelica. [Occorre] rispettare nel popolo la sua capacità di narrare e profetizzare, sperare e confessare Dio dentro gesti e simboli umani trasmessi da generazioni. [Ma] non tutti quelli che ne parlano hanno attenzione a rispettare il popolo e la sua dignità. Col pretesto della religiosità popolare si ribadiscono le proprie ostilità alla storia attuale e la nostalgia per altre epoche ormai relegate agli annali e ai musei etnografici.
 La religiosità popolare ha certamente i suoi limiti: la superstizione, la magia, il ritualismo senza vita, il fatalismo e la rassegnazione, egoismo e frustrazione collettiva. Ma è anche ricca di valori genuini. E' in fondo  il grido di speranza e idi redenzione di un popolo che attende giustizia e fraternità.
 
Mie considerazioni
 La vita in una delle nostre collettività di fede di base, come la parrocchia, rende manifesto che in religione ci sono diverse tradizioni culturali, quindi vari concezioni, costumi,  tipi di relazioni a sfondo religioso, finalità e attese. Credere  è un fatto sociale e ognuno, in fondo crede nel modo in cui lo ha appreso in una collettività viva. Questo pluralismo crea inevitabilmente problemi e prima di tutto quello di fare unità ed un'unità pacificata, come richiesto dai nostri ideali di fede ispirati alla finalità dell'agàpe  universale, di riunire tutta l'umanità in un unico convito festoso e amicale. Storicamente la strategia prevalente nella nostra organizzazione religiosa, soprattutto nel secondo  millennio della nostra era, è stata quella di fare unità soggiacendo ad un'unica autorità suprema terrena, concepita come direttamente delegata e ispirata da quella soprannaturale. Questo ha comportato che l'unità si facesse prevalentemente per via di repressione del dissenso e dei costumi oggettivamente devianti. Ai tempi nostri questa strategia costituisce essa stessa un problema. E questo per l'avanzare nell'organizzazione delle nostre società dei principi democratici nell'estensione che essi hanno avuto nel mondo contemporaneo. In particolare quella forma di dispotismo a fini unitari non è più ritenuta conforme alla dignità delle persone umane. Noi attualmente siamo in una fase di passaggio culturale: ci siamo pentiti dei suoi eccessi, ma la manteniamo come fattore generale unificante.
  Il  fare unità è anche un obiettivo democratico come dimostra il motto della rivoluzione americana: e pluribus unum,  espressione in latino che significa fare dei molti un solo popolo, dove però è sottinteso che l'unificazione si debba fare nel rispetto dei diritti inalienabili che vanno attribuiti a tutti gli esseri umani e ad ognuno di essi per il fatto di essere stati creati uguali   in dignità. In una concezione democratica dell'unità infatti si rifiuta il dispotismo gerarchico come fattore unificante, vale a dire che nell'unità si rispetta il pluralismo ed anche che l'unità è affidata a un progresso culturale della base, quindi di tutta la società, invece che ad un'azione di polizia ideologica sviluppata dal vertice.
 Storicamente le due strategie fondamentali per fare unità sono entrate in conflitto e, generando vari tipi di precari compromessi e di armistizi, hanno prodotto le varie fasi di un processo che è ancora in corso e che può essere riassunto in un progresso dal dispotismo alla democrazia, dall'unità affidata a una gerarchia feudale a quella basata sull'integrazione culturale generata alla base delle società. Ai tempi nostri, però, non è questo il conflitto dominante nel nostro mondo, come da tempo si comincia ad osservare da parte di molti commentatori dei fatti sociali.
 Il contrasto all'ordine del giorno è tra concezioni  culturali che ancora si propongo di fare unità, in uno dei modi in cui essa può essere ottenuta, e quelle basate sull'idea che il conflitto tra le società umane e i gruppi all'interno di esse sia fonte di progresso e non un male da combattere e che quindi esso vada stimolato e non combattuto. Queste ultime concezioni, che sono state elaborate da ultimo sulla base del pensiero economico dominante che vede nella competizione di mercato un fattore di progresso, condividono l'ideologia sviluppata a partire della fine dell'Ottocento del darwinismo sociale, che sulla base della lotta di tutti contro tutti che ha caratterizzato e caratterizza l'evoluzione naturali delle specie viventi e che è stata esposta per la prima volta dal naturalista britannico Charles Darwin (1809-1882), propongono di vedere nei conflitti sociali di tipo egoistico, basati sulla lotta per accaparrarsi risorse scarse, una fonte di progresso in quanto mezzi per favorire la sopravvivenza del più adatto. Lo sviluppo di questa concezione nelle nostre società, in particolare in quello Occidentali, ha portato alla crisi sia dei dispotismi tradizionali sia delle democrazie di popolo. Essa sta avendo riflessi anche in religione e in particolare nella religiosità popolare.
  Leggendo nostri testi sacri si ha un panorama molto vasto di forme di religiosità storicamente attuate e quegli scritti sono stati organizzati e ci sono stati proposti in modo da evidenziare uno sorta di progresso da concezioni primitive ad altre successive che sono conseguite a particolari illuminazioni soprannaturali e, in particolare, dal politeismo al monoteismo. Le forme primitive di religiosità sono più in linea con l'attuale ideologia del conflitto egoistico permanente come fonte di progresso sociale. In quell'ottica ogni popolo aveva il suo dio e la storia era vista anche come una lotta tra dei, in cui prevaleva il dio più forte, in quanto più forte. Questo tipo di religiosità non si propone alcun fine di giustizia, i suoi dei non sono forti in quanto più giusti. E' il tipo di religiosità che vediamo espressa, ad esempio, all'interno di alcune società criminali correnti in Italia e, sotto un certo profilo, alcune concezioni economiche per così dire estreme manifestano profili criminali.
  Ai tempi in cui scriveva Mondin, si avvertiva il problema dello sfruttamento di tipi primitivi di religiosità a fini reazionari, quindi per contrastare i moti democratici nella nostra organizzazione religiosa e pertanto dell'indebito utilizzo a tali di fini del potere sacrale. Oggi la questione si pone in modo piuttosto diverso. E consiste appunto nell'integrazione di concezioni a sfondo religioso in stili di vita collettiva che non hanno di mira l'agàpe, ma la prevalenza in una lotta sociale con altri gruppi. Essa viene espressa direttamente dalla base sociale ed ha una chiara valenza magica, in quanto ritiene di poter modificare con certi riti religiosi  il corso degli eventi. E, alla fine, risulta frustrante perché comporta l'accettazione dell'ingiustizia sociale. In quest'ordine d'idee si mira ad ottenere di volta in volta il favore soprannaturale in una specifica situazione. Rispetto all'ideologia dell'agàpe costituisce una involuzione, un regresso. E' tuttavia lo specchio dei tempi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli