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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 31 luglio 2014

Problemi nell'azione comunitaria

                                                        Problemi nell'azione comunitaria

Scrive Pier Paolo Donati nel suo "Pensiero sociale cristiano e società postmoderna", editrice AVE,1997:
"La situazione odierna è decisamente paradossale: la globalizzazione uccide la comunità, mentre al contempo ne esalta il bisogno [...] La società moderna è stata come un'apertura del vaso di Pandora: sollevando il coperchio di un'ordine sociale imposto dall'alto, sono fuoriuscite esigenze di nuove relazioni sociali e comunicative che oggi non sono più riconducibili a un qualche ordine, tantomeno comunitario in senso stretto. Adesso le relazioni vengono continuamente create e distrutte, in un gioco che lascia poco spazio ai progetti e ai disegni di soggetti comunitari concepiti all'antica, come la famiglia tradizionale, la chiesa, il quartiere, le istituzioni locali ereditate dal passato. Occorre che questi soggetti imparino a fare comunità in modo nuovo, combinando aperture e chiusure discrezionali in modo da essere universali nel particolare."
 Donati descrive molto efficacemente i problemi che anche noi incontriamo come gruppo parrocchiale di Azione Cattolica. Abbiamo bisogno di gente nuova, ma è difficile aggregarla all'interno della nostra esperienza associativa, che è vista da chi ne è fuori come inquadrata in una organizzazione, la chiesa locale, che appare insuperabilmente legata al passato e incapace di dare risposta alle questioni vitali per le persone di oggi. D'altra parte è proprio del tempo in cui viviamo, come osservato ad esempio dall'anziano sociologo inglese Baumann, il trovare difficoltá nell'organizzare risposte collettive, pubbliche, ai problemi privati, individuali. 
 In una società che si fa sempre più insicura per le persone, che sono incerte sul proprio futuro, a cominciare da quando sono giovani, dall'età in cui la disillusione derivata dalle esperienze concrete di vita non dovrebbe avere ancora scavato a fondo nelle fondamenta delle speranze individuali, anche la fede religiosa viene vissuta spesso solo come sostegno privato alla propria psicologia, e non sempre in questo modo funziona come nel passato. L'esperienza in Azione Cattolica è sempre stata molto più di questo. È stata fin dall'origine motivata dall'intento di esercitare un'influenza collettiva sulla societá in cui si è immersi per migliorarla secondo gli ideali di fede, e questo in diversi modi, che vanno dal discorso religioso esplicito alla collaborazione per l'elevazione sociale delle persone e per la modifica di strutture sociali carenti o inique. In ogni caso si tratta di un lavoro che si fa collettivamente e che richiede uno sforzo per agire collettivamente. Questo comporta cercare di comporre le divisioni mediante il dialogo collettivo, metodo caratteristico dell'Azione Cattolica, quindi di fare unitá a partire da una collettivitá, ma senza che la collettivitá domini sulle persone o senza che l'unitá derivi dall'assoggettare la collettivitá alla volontá di uno solo o di pochi. Queste ultime sono state soluzioni per dare coerenza a collettivitá attuate in concreto in varie esperienze sociali nella nostra confessione di fede, ma non hanno mai denotato  il lavoro di Azione Cattolica. La nostra esperienza è, in questo senso, "aperta" e lascia maggiore spazio di altre a quel "fare comunitá in modo nuovo" di cui ha scritto Donati. I nostri statuti ci consentono una maggiore discrezionalità, pure garantendoci ancora una collocazione sicura all'interno del contesto istituzionale della nostra confessione religiosa. Questa è un'opportunità che può essere sfruttata. 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 


martedì 29 luglio 2014

Una nuova inculturazione

                                                          Una nuova inculturazione.
"Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù.
 Una cultura inedita palpita e si progetta nella città."
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (= la e gioia del Vangelo), del papa Francesco, del 24-11-2013]
 Viviamo da persone di fede in un società ancora profondamente permeata di ideali a sfondo religioso derivati dalla nostra stessa fede, in particolare per stabilire ciò che è giusto. E questo anche se il potere politico delle istituzioni della nostra collettività religiosa viene esercitato, in genere, in modi e forme che non contrastano con il principio fondamentale, stabilito dalla vigente Costituzione italiana, della laicità delle istituzioni pubbliche. In base a quest'ultimo è illegale in Italia discriminare le persone in base alla loro fede religiosa, il che significa che la dignità sociale delle persone non può essere sminuita a motivo del loro credo religioso.
 Nonostante ciò che spesso si sente ripetere in religione, non ci troviamo quindi in un ambiente sociale particolarmente ostile alla nostra esperienza religiosa; tutt'altro. E l'influenza sociale e politica esercitata dalle nostre collettività religiose è ancora molto forte. Essa è giunta a sviluppare con successo un potere di interdizione contro iniziative legislative o amministrative ritenute non in linea con gli ideali religiosi, o semplicemente sfavorevoli agli interessi concreti delle istituzioni espresse dalla nostra organizzazione religiosa, con risultati che sono stati anche piuttosto criticati sotto il profilo della ragionevolezza, dell'equità e del mancato rispetto del principio costituzionale di eguaglianza.
 In questa situazione, come accade che  tanta gente appaia tanto distante dai nostri spazi liturgici e sociali, lì dove si forma e si consolida quell'ideologia che poi viene attuata nelle iniziative sociali e politiche? Tanto che il nostro nuovo vescovo e padre universale ha sentito la necessità, in quello che viene considerato il documento programmatico del suo ministero romano, di sollecitarci espressamente e particolarmente ad uno sforzo rinnovato e deciso per una nuova diffusione dei nostri ideali di fede nelle culture sociali in cui siamo immersi?
 Il problema risiede in realtà nella distanza tra l'ideologia normativa, vale a dire contenuta in atti con valore normativo, promulgata dai nostri capi religiosi, tutti appartenenti al clero e tra loro coordinati in un impero religioso feudale, strutturato nel corso dei primi tre secoli del secondo millennio della nostra era, e quelle espresse nelle collettività di coloro che, a partire dagli scorsi anni '60, furono invitati a farsi "popolo", ma in modo diverso da come lo erano stati fino ad allora, vale a dire in modo diverso da semplici sudditi. Questa distanza ha prodotto, come ho scritto in precedenti interventi, una selezione tra coloro che hanno accettato di sottomettersi al l'ideologia normativa del clero e coloro che, pur non condividendola in diversi punti, non se la sentivano di metterla in discussione apertamente, di farne un problema, e innanzi tutto un problema da affrontare collettivamente. Questi ultimi si sono allontanati dalle nostre chiese, rinunciando a svolgervi un ruolo attivo, ritornandovi di quando in quando più o meno come spettatori o clienti, in occasione di qualche evento particolare della loro vita o altrui o di particolari rappresentazioni spettacolarmente organizzate da chi era rimasto dentro.
 Ora, bisogna capire che lo sforzo a cui dobbiamo tendere, se ci proponiamo di modificare la situazione che ho descritto, non deve essere quello di una "riconquista" religiosa della nostra società civile all'ideologia ufficiale, "normativa", della nostra confessione religiosa, lavoro impossibile e inutile in considerazione dei molti problemi che quell'ideologia attualmente presenta, essendo stata e ed essendo parte delle difficoltà in cui ci troviamo, ma quello di riaprire occasioni, "centri", di reale dialogo per consentire un ruolo più attivo a coloro che, per il processo che ho descritto, sono rimasti "fuori",in modo di dare loro modo di esprimersi "all'interno" delle nostre collettività religiose, quindi per stabilire un dialogo effettivo con quelle culture ancora permeate di ideali religiosi le quali però non hanno più diritto di cittadinanza nelle nostre chiese.
 È passato veramente molto tempo dall'inizio di quella che ho chiamato "era glaciale" della nostra collettività religiosa. Pochi ancora ricordano il vivace pluralismo che, in religione, caratterizzava l'esperienza sociale italiana negli scorsi anni '60 e '70. Nulla di paragonabile al grigio conformismo che mi pare la nota prevalente in Italia, sia pure con molte e importanti eccezioni, ai tempi nostri, per cui le persone di fede che hanno occasione di manifestare pubblicamente il loro pensiero finiscono, in genere,e in diverse salse, con il ripetere più o meno le stesse cose, talvolta per convinzione ma spesso,credo, per prudenza.
 In questo contesto è piombata, suonando addirittura come rivoluzionaria, l'iniziativa del nostro nuovo vescovo e padre universale, senz'altro al di lá delle sue intenzioni, delle sue aspettative e della sua stessa indole. Predomina ancora un silenzio ammutolito, anche se comincio a leggere, qua è lá, qualcosa di veramente nuovo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

lunedì 28 luglio 2014

Riflettere sulla nostra esperienza collettiva di fede

 Un teologo diventato piuttosto critico verso le innovazioni liturgiche introdotte dopo il Concilio Vaticano 2*, nel commentare la nuova posizione del celebrante durante la Messa, rivolto verso l'assemblea e non più verso i monumentali altari che ancora vediamo nelle chiese costruite prima degli anni 60*, in cui era incastonata la teca per la custodia delle ostie consacrate, il tabernacolo, scrisse che in quel modo si era data troppa importanza alla collettivitá dei fedeli radunati per l'atto liturgico, e che era come se l'assemblea invece di celebrare un evento di portata soprannaturale rivolgendosi all'origine di esso, volesse celebrare se stessa, e qualche volta non era un bello spettacolo.
 Questo modo di pensare è stato (è?) molto diffuso nel nostro clero, anche ai suoi massimi vertici, a partire dagli scorsi anni 60*. I nostri capi religiosi non sono stati soddisfatti di noi fedeli, perchè in fondo non abbiamo corrisposto, noi collettività di fede realmente esistente, ai loro modelli teologici di popolo. Ma anche noi fedeli non ci siamo posti veramente il problema di farci popolo, secondo gli auspici dei saggi del Concilio Vaticano 2*, dalla condizione di gregge in cui eravamo stati tenuti. Anche in questo caso la teologia è stata parte del problema. Infatti, nel definire ciò che un popolo deve essere in religione, si è partiti in genere da ragionamenti teologici, con i quali coloro che il popolo dovrebbero costituire hanno in genere poca confidenza. E chi c'è l'ha, ha in genere insufficiente dimestichezza con coloro che dovrebbero farsi popolo. 
 Ma c'è di più.  Il fatto è che, nelle varie teologie che si sono affermate normativamente come ideogia della nostra organizzazione religiosa sul tema del "popolo di fede", non sono molto chiari aspetti importanti riguardanti come ci si dovrebbe "fare popolo", intendendo con tale espressione che bisognerebbe essere diversi da come lo si è stati per la gran parte del secondo millennio della nostra era, vale a dire come sudditi di un impero religioso assoluto.
 Ciò in particolare riguarda anche le concezioni teologiche considerate ortodosse dalla nostra gerarchia religiosa su quel tema  a partire dagli stessi documenti del Concilio Vaticano2*. E in realtà non è possibile procedere sulla via indicata da quel consesso di capi religiosi senza andar molto oltre i risultati, spesso frutto di faticosi compromessi, c'è all'epoca si raggiunsere nel campo della ideazione e progettazione delle novità.
 Infatti nelle norme promulgate in quella grande assemblea troviamo l'affermazione di una nuova concezione di "popolo", nel senso di diversa da quelle storicamente attuate nella nostra confessione religiosa per gran parte del secondo millennio della nostra era, ma, insieme, una concezione istituzionale che,nelle grandi linee, ricalca, sia pure con la previsione di importanti temperamenti, quella "imperiale" ideata all'inizio del secondo millennio 
 Siamo in un momento di passaggio. Quale può essere, oggi, il nostro ruolo di fedeli laici? 
 Siamo stati chiamati ad essere più attivi, senza attendere come si è sempre fatto istruzioni dei nostri capi religiosi, i quali, quando anche riuscissero a risolvere le controversie teologiche che impegnano gran parte delle loro forze speculative, rimarrebbero ancora molto, troppo, distanti dal popolo di cui vorrebbero essere pastori.
 Le soluzioni dei problemi che travagliano la nostra collettività religiosa, e che sono stati efficacemente sintetizzati dal nostro vescovo e padre universale nel documento sulla gioia della fede promulgato lo scorso novembre,non verranno da ulteriori speculazioni teologiche, ma da sperimentazioni attuate nelle nostre collettivitá di fede. La teologia seguirà.
 Dobbiamo provare ad attuare un modo di essere popolo in cui eguali in dignità riflettano collettivamente sulla loro esperienza di fede nel mondo contemporaneo, senza pregiudizi e senza esclusioni, e soprattutto senza presumere di aver giá trovato ciò che in questo lavoro si ricerca.
 È ancora possibile mantenere, anche collettivamente, una prospettiva di fede nella società in cui viviamo? Possiamo ancora animare religiosamente il mondo in cui siamo immersi? O tutto, in definitiva, si risolve in un supporto alle nostre deficitarie psicologie individuali nelle difficoltà della vita? E in che modo possiamo attuare collettivamente le nostre prospettive di fede?
 Si tratta di cose in cui , a differenza delle questioni formali di teologia, siamo, e dobbiamo pretendere di essere considerati, competenti, perchè si tratta delle nostre vite vissute.

Mario Ardigò -Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli


domenica 27 luglio 2014

Domenica 27-7-2014; 17* domenica del Tempo Ordinario - sintesi dell'omelia della Messa

Domenica 27-7-2014 17* domenica del Tempo Ordinario - Sintesi dell'omelia della Messa

Sintesi dell'omelia della Messa

Il brano evangelico che abbiamo proclamato oggi conclude uno dei discorsi di Gesù riportati nel Vangelo secondo Matteo.
 Il "tesoro nascosto" e la "perla preziosa"sono la nostra fede. Le parabole rendono il senso di meraviglia di fronte a questo dono, che richiede una nostra risposta. Spesso però per chi ha ricevuto la fede da bambino essa appare come scontata. In realtà non lo è più. Dobbiamo  infatti confrontarci con una cultura che definisce sé stessa come "moderna" e che considera la nostra fede come una realtà superata,legata al passato, fossilizzata. In questa visione il nuovo è buono in quanto nuovo.
 La nostra fede qualche volta è legata esclusivamente alla tradizione e ad aspetti esteriori. La tradizione è importante ma non è più sufficiente. Dobbiamo impegnarci a fare più.
 Nella terza parabola ci viene presentata una pesca in cui vengono pescati pesci buoni e cattivi. Tuttavia i pescatori non fanno come di solito accade, non distinguono tra pesci più e meno pregiati, ma solo tra pesci buoni e cattivi. È importante scegliere tra cose buone e cattive.
 Nell'ultima parte del brano evangelico ci viene spiegato che nella fede il passato non viene respinto, ma ci si confronta anche con cose nuove. La società in cui viviamo ci propone molte cose nuove; dobbiamo valutarle alla luce del Vangelo, per distinguere quelle buone da quelle cattive.  Ciò significa fare quello che nella lettera di Pietro è indicato come "rendere ragione della speranza che è in noi". È quella sapienza che, come è scritto nella prima lettura, Salomone chiese a Dio, venendo lodato perché non aveva fatto una richiesta egoistica, come una lunga vita o la vittoria sui nemici.
 Nella seconda lettura San Paolo scrive che che "tutto concorre al bene per coloro che amano Dio". Questo non significa che è tutto bene ciò che accade, ma che anche nella sventura e nel dolore Dio ci indica il modo per immettere elementi di bene intorno a noi. Questo è ciò che chi ha avuto il dono della fede deve fare come risposta, per non divenire insipido nella società in cui vive.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante.

Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma - Monte Sacro - Valli










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martedì 22 luglio 2014

Fare unità, fare popolo


Fare unità, fare popolo

  

 

 Uno degli aspetti più problematici nella nostra esperienza religiosa è quello di fare unità, di costituire un popolo di fede. Storicamente la strategia che sembra aver avuto più successo in questo campo è quella attuata nella nostra confessione religiosa, vale a dire quella di accettare di sottomettersi ad un'unica autorità e, al vertice supremo, alla volontà di un unico uomo. Quest'ultimo è visto come investito di un potere di origine soprannaturale, quindi come titolare di un potere dall'alto, in virtù del quale è anche assistito da particolari doni dal Cielo per cui si confida religiosamente che, almeno nelle cose essenziali della fede, non sbaglierà. In religione ci siamo dati quindi un'organizzazione molto ben definita, con esatta specificazione di ruoli, funzioni e poteri ad ogni livello, quindi anche giuridicamente strutturata, che ricalca fondamentalmente quella delle monarchie feudali che storicamente si aggregarono nei grandi imperi europei a partire da quello carolingio (dal nome del suo fondatore: Carlo Magno) nel 9° secolo. La struttura giuridica della nostra organizzazione religiosa risale all'11° secolo, quindi al secondo millennio della nostra era, e da allora è rimasta fondamentalmente la stessa, pur con molti adattamenti, l'ultimo dei quali è quello promosso all'inizio degli scorsi anni Sessanta durante quel grande congresso di nostri capi religiosi che è denominato Concilio Vaticano 2 (1962-1965).
  La riflessione giuridica e teologica sulla natura, sul significato e sulla missione dell'organizzazione storica della nostra collettività religiosa, così come era andata strutturandosi all'inizio del secondo millennio, risale al 14° secolo. Essa fu centrata sull'esigenza di difendere il potere dei papi romani dagli attacchi di coloro che sostenevano la supremazia dei monarchi assoluti civili nelle cose di fede e di coloro che ritenevano che al di sopra del potere dei papi romani vi fosse quello dei Concilii, dei congressi generali dei capi religiosi federati nella nostra confessione religiosa. Si ripropose quindi, anche nelle cose di fede, la dialettica, sempre latente nelle società feudali, tra l'imperatore, i monarchi a lui formalmente sottomessi e il sottostante sistema feudale. Ciò coincise con l'istituzione di un pervicace ed efficiente sistema di polizia ideologica che, con varie accentuazioni, è sopravvissuto, sia pure privato degli effetti più letali e in particolare del potere di discriminazione  civile, fino ai giorni nostri. Esso, coordinato con la giustizia penale degli stati federati con i nostri sovrani religiosi romani,  storicamente represse, anche mediante pene criminali, addirittura con la pena di morte oltre che con lunghe pene detentive ed altri tipi di dure sanzioni, praticamente ogni movimento popolare che introdusse novità in materie di vita di fede e di concezioni religiose senza accettare di rimettersi, e quindi di sottomettersi, all'arbitrio dei papi romani per decidere che fare e che pensare.  Questa impostazione culturale, tutta centrata sulla realtà istituzionale e sociale della nostra confessione religiosa e sull'aspetto visibile ed esterno della sua organizzazione, fu molto accentuata dal 16° secolo, in reazione allo scisma inglese ordinato dal monarca Enrico 8° e alla Riforma protestante e, in particolare, alle teologie ed ecclesiologie dei suoi principali esponenti culturali, Lutero, Calvino e Melantone. La nostra organizzazione religiosa viene concepita quindi come una  società perfetta, vale a dire con tutte le caratteristiche proprie di uno stato, quindi con un'autorità dotata di effettività, di un popolo e di un territorio su cui quell'autorità viene esercitata. Si ricorda in merito la definizione di Chiesa data da Roberto Bellarmino (1542-1621), santo, dottore della Chiesa, consulente del Sant'Uffizio nella tragica inquisizione del filosofo Giordano Bruno, giustiziato mediante rogo a Roma il 17 febbraio 1600:
"
La chiesa è una società composta di uomini uniti tra loro  dalla professione di un'unica e identica fede cristiana e dalla comunione agli stessi sacramenti sotto la giurisdizione di pastori legittimi, soprattutto del Romano Pontefice".
 
  Scrisse il teologo Yves Congar (1904-1995) nel 1960 (in L'ecclesiologia del 19° secolo):
 
"[Dall'11° secolo] lo sforzo del papato era consistito nel definire la chiesa come realtà che è non solo un'associazione spirituale, ma una società propriamente detta, visibile, istituzionalmente differenziata, gerarchica e indipendente, cha ha da parte di Dio un ordine proprio, dotata non solo di realtà spirituali ma di mezzi visibili, esteriori, insomma una società perfetta, che inoltre possiede a titolo speciale non solo ministeri spirituali, che dirigono le coscienze personali verso l'autorità tutta spirituale di Dio, ma anche ministeri gerarchici, che hanno ricevuto e rappresentano in forma visibile e propriamente giuridica un'autorità soprannaturale, conferita positivamente da Dio. Autorità che esiste nei vescovi e che esiste soprattutto, per istituzione formale e speciale di Dio, come autorità di governo supremo, sacerdozio e ministero, del papa, successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo, delegato dei suoi poteri".
 
 Osservò il teologo Angel Antòn, nel 1973,  che, nella concezione del Bellarmino, "Cristo non interviene se non come fondatore e lo Spirito Santo come garante delle decisioni infallibili del magistero. Eccettuate all'inizio alcune pagine sul termine «ecclesia» e alcune citazioni bibliche, il mistero della chiesa sparisce per lasciar posto alla società perfetta. La chiesa e la madre che ci dà certezza nelle incertezze: ad essa dobbiamo obbedienza".
  Durante il Concilio Vaticano 2° si tentò di inserire nelle norme giuridiche che riguardavano la Chiesa (i documenti del Concilio sono delle fonti di norme giuridiche) gli aspetti che concezioni sul modello di quella bellarminiana avevano tralasciato, in particolare con riguardo a quello relativo a come deve concepirsi il popolo di Dio.  Sotto quest'ultimo profilo si definì la parità essenziale tra tutti i membri della Chiesa, i quali godono tutti delle stesse grazie fondamentali e degli stessi diritti (così riassunse l'innovazione il teologo Georges Dejaifve nel 1973). Si trattò di un lavoro incompiuto. Infatti la struttura feudale della nostra organizzazione religiosa risalente all'11° secolo rimase sostanzialmente intatta. Quando ci si propone di muoversi nello spirito del Concilio si intende dire che si vuole portare a compimento il processo innescato negli scorsi anni Sessanta. Questo però non potrà farsi solo dal vertice. Richiede un impegno alla base. Si tratta infatti di impersonare  un popolo in una maniera in cui storicamente non lo si è mai fatto. Non pensiamo di trovare dei modelli utili in un qualche nostro passato. Non ci sono. Infatti gli sviluppi dell'ecclesiologia delle confessioni della nostra fede dal 19° secolo corrispondono allo sviluppo delle grandi democrazie di popolo, un fenomeno senza precedenti nella storia dell'umanità. Certo, nelle antiche nostre teologie, possono trovarsi degli agganci, degli spunti. In una organizzazione come quella nostra di fede che dà tanto importanza alla tradizione, quindi a ciò che si fa  e si pensa dai più per lungo tempo, questo può avere una rilevanza come legittimazione delle novità. Tuttavia si tratta, in realtà, di una cosa veramente nuova, così come lo è l'idea di pace universale come obiettivo concretamente realizzabile, concezione che è alla base di molte organizzazioni internazionali del nostro mondo e che si è fatta strada anche nel pensiero sociale cristiano e nel  magistero sociale, in particolare in quello del papa Giovanni Paolo 2°.
  Benché tendessimo a concepirci come gregge, nelle questioni religiose, siamo stati in genere collettività piuttosto rissose, in  genere poco capaci di tollerare diversità di pensiero e di modi di fare. Ciò risale alle origini: ne troviamo traccia addirittura negli scritti sacri prodotti dalle nostre prime collettività di fede. Alla fine, come ho ricordato, è sembrato che solo sottomettendosi alla volontà di uno solo, di un imperatore religioso, si potesse conseguire l'unità. E' possibile farlo in altro modo? Questa è la sfida delle democrazie contemporanee. Esse ai tempi nostri sono in crisi. La sfida che ci viene proposta in religione, realizzare l'unità di fede a partire da collettività di uguali in dignità,  superando gradualmente il millenario modello feudale, corrisponde a quella che, più in generale, ci viene nell'era che stiamo vivendo nella società civile in cui siamo immersi. L'unità globale del genere umano è possibile solo secondo un modello autoritario?  Negli scorsi anni Sessanta si riteneva di no.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

 

lunedì 21 luglio 2014

Accrescere la nostra competenza


Accrescere la nostra competenza

 
 

 Uno delle ragioni per cui partecipare a un gruppo parrocchiale di Azione Cattolica è quella di accrescere la propria competenza nelle cose della fede  e della società. Spesso dimentichiamo che essere persone di fede e cittadini è cosa che richiede un lavoro di apprendimento, ma non solo: esige il dialogo costante con gli altri per confrontare i vari punti di vista.
 Un libro  curato da  Alberto Melloni, Rapporto sull'analfabetismo religioso in Italia, uscito di questi tempi, mostra che nella nostra società, ed anche tra coloro che si considerano persone di fede e tra le persone colte, si ha poca dimestichezza con le basi della nostra cultura religiosa. Questo ci impedisce di uscire dalla condizione di gregge per farci popolo, vale a dire collettività in grado di incidere consapevolmente  e significativamente, sulla base della propria esperienza di vita, nelle vicende della società in cui è immersa. Non basta a questo fine valersi della consulenza dei preti e dei religiosi. Anzi, essi, che per certi versi vivono in un mondo separato e sentono il bisogno di un maggiore collegamento con il mondo intorno a loro, avrebbero bisogno del nostro aiuto in questo. Ma noi in genere non siamo in grado di fornirlo.
 Non di rado, e anche tra le persone colte, la familiarità con le cose della fede risale all'istruzione religiosa di base ricevuta da bambini, per l'iniziazione alla Prima Comunione. Ma ho notato che qualche volta si è persa dimestichezza addirittura con le preghiere comuni della nostra fede. Così, quando ci si propone, come accade più di frequente di questi tempi, di muoversi nello spirito del Concilio, intendendo il Concilio Vaticano 2°, in realtà molti dei nostri interlocutori non sanno bene che cosa questo significhi. La sofisticata teologia espressa nei documenti di quel grande consesso svoltosi negli scorsi anni Sessanta non è più accessibile a molti. In questo modo si pensa, confusamente, che andare sulla strada di quel Concilio significhi adeguarsi ai costumi dei tempi in cui si vive, nel bene e nel male, un po' come accade con la moda dell'abbigliamento.
 Si perde la capacità di cogliere il senso storico e religioso di fatti sociali molto rilevanti dei nostri tempi, come, ad esempio, la denatalità e i fenomeni migratori verso la nostra nazione.
  Così, si constata che nel nostro quartiere ci sono molti più anziani e più immigrati dall'Asia e dall'Europa Orientale di un tempo e si traggono conclusioni affrettate e inesatte. Allora si dice che la popolazione del quartiere è invecchiata perché si sono fatti meno bambini e siccome ci sono meno giovani sono venuti gli immigrati. Perché si sono fatti meno bambini? Perché non si è ubbidito al comando religioso "crescete e moltiplicatevi", si è ragionato in maniera egoistica pensando solo al proprio benessere e così si sono usati metodi contraccettivi nella vita di coppia. La situazione che stiamo vivendo sarebbe quindi una conseguenza della nostra vita peccaminosa e, in definitiva, soprattutto di peccati di natura sessuale. La soluzione? Fare più bambini e non usare la contraccezione.
 Io sono abbastanza sicuro che questo ragionamento abbia scarso fondamento. Dovremmo impegnarci a spiegare il perché a chi ne è convinto, e non sono pochi.
  Partiamo dalle nostre parti. Nel nostro quartiere ci sono più anziani per il motivo che la speranza di vita è aumentata rispetto a un tempo e gli abitanti delle nostre case non sono morti ma sono invecchiati. Hanno fatto bambini, nell'età riproduttiva, ma i figli se ne sono andati e hanno lasciato gli anziani lì dove stavano. La denatalità, che sicuramente c'è, c'entra poco con il fatto che nel nostro quartiere si vedono in giro molti anziani.
 La denatalità e l'immigrazione dall'estero hanno motivazioni simili e, in particolare, sono determinate dall'insicurezza esistenziale. Quando ci sentiamo insicuri abbiamo due strategie: o fare progetti di corto respiro, alla giornata, e questo contrasta con il progettare dei figli, o emigrare verso società più sicure. Se anche gli italiani di stirpe avessero fatto più figli avremmo avuto gli stessi fenomeni migratori, perché nel mondo, e anche in Italia, è aumentata l'insicurezza esistenziale.
  Coloro che erano in età fertile avevano motivo di esseri insicuri sul proprio futuro? Certo che l'avevano. Il posto di lavoro, la casa e il resto che serve per vivere non sono più scontati per una famiglia e a volte nemmeno per chi vive da solo. A maggior ragione avevano motivo di essere insicuri i migranti.
 Possiamo far conto, nel progettare la nostra vita, che le soluzioni verranno miracolosamente dal Cielo? Sulla base della mia esperienza pratica consiglio di no. Scegliere quella via non significa essere più religiosi, ma non di rado essere semplicemente  degli incoscienti. La vita  non è un gioco d'azzardo. In religione non siamo obbligati a ritenerla tale.
 La soluzione sociale all'insicurezza è realizzare più solidarietà, il che religiosamente significa creare l'agàpe, far posto a tutti in un convito festoso in cui si è accolti con benevolenza. E' una cosa che va progettata realisticamente, sulla base delle forze e dei mezzi disponibili. Bisogna conoscere bene la società in cui si è immersi, che è la fonte dei nostri problemi ma anche delle loro soluzioni.
 Quanto all'aumento dell'età media della popolazione, che è un dato diverso dalla speranza di vita, esso dipende certamente dalla denatalità e dall'aumento dei vecchi causato dall'incremento della speranza di vita. Nell'epoca che stiamo vivendo stanno raggiungendo l'età anziana i baby boomers,  coloro che nacquero negli anni Cinquanta, quando si verificò un incremento della natalità. Considerato che la speranza di vita, già alta, continuerà verosimilmente ad aumentare, dobbiamo abituarci ad avere più vecchi tra di noi. L'immigrazione, in gran parte di giovani in età fertile, ha contribuito a rendere meno pesante il fenomeno.
 A mio parere sbaglieremmo colpevolizzandoci, pensando che l'invecchiamento della popolazione e l'immigrazione straniera dipendano da qualcosa di sbagliato che abbiamo fatto a letto, nell'età fertile. Detta così non vi sembra un po' semplicistica? Ed effettivamente lo è.  Ma poi perché dovremmo considerarli proprio come fatti negativi?  Morire carichi di anni non è anche una prospettiva religiosa, che leggiamo in particolare negli scritti vetero-testamentari? E non è stato proprio un eclatante fenomeno migratorio, la diaspora degli antichi ebrei nel mondo greco-romano, che ha contribuito in maniera determinante alla prima diffusione della nostra fede, fino a qui, a Roma, il centro dell'antico impero mediterraneo al margine estremo del quale era sorta?
 Come conciliare, infine, la visione universalistica che è propria della nostra fede con una certa xenofobia che trapela  talvolta da alcuni discorsi che si fanno correntemente sull'immigrazione? Come se gli stranieri fossero apportatori di male. Inquinatori delle nostre società, quelli che sporcano il nido, come si usava dire in Tirolo (riferendosi agli italiani di stirpe). Pensare che si starebbe meglio senza di loro. Farne gli obiettivi della nostra angoscia per l'insicurezza esistenziale. Vederli, in definitiva, come la zizzania che inquina il buon seme. Lo so, in religione si è fatto e detto di tutto, e c'è stato anche il razzismo fondato sulla fede. I razzisti nordamericani del Klu Klux Klan non rischiaravano i loro raduni con grandi croci infuocate? Ma noi, qui a Roma, dovremmo proprio evitare di cadere in queste aberrazioni, tenendo conto della missione spirituale che ha la città, nel quadro della nostra fede, e noi in essa. Le moltitudini hanno storicamente guardato a Roma religiosamente come una nuova Gerusalemme e non cesseranno di mettersi in pellegrinaggio verso la nostra città, finché almeno in essa ci sarà ancora la nostra fede.
 Cerchiamo, allora, come compito a casa per l'estate, di approfondire il senso storico e religioso di ciò che accade intorno a noi, di liberarci dei luoghi comuni, in particolare di quelli cattivi, che discriminano, che possono fare del male agli altri. Cerchiamo di trovare di che costruire progetti di bene per il futuro. E, soprattutto, da anziani, liberiamoci dell'angosciosa visione della vita secondo cui tutto va sempre peggio.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

domenica 20 luglio 2014

Domenica 20-7-14 – 16° Domenica del Tempo Ordinario - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove


Domenica 20-7-14 – Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità - 16° Domenica del Tempo Ordinario - salterio: quarta settimana – colore liturgico: verde - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove
 
Osservazioni ambientali: temperatura 26 C°; cielo: sereno. Canti: ingresso, Beati quelli che ascoltano;  Offertorio: Guarda questa offerta; Comunione, Symbolum 77. Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.
 
Buona Domenica a tutti i lettori!
 
 
Prima lettura
Dal libro della Sapienza (Sap 12, 13.16-19)
 
 Non c'è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall'accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che  sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l'insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.

 

 

 

Salmo responsoriale (Sal 85 (86))

 

 

Ritornello:
Tu sei buono, Signore, e perdoni

 

 

Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi ti invoca.
Porgi l'orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche.

 

Tutte le genti che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome.
Grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.

 

Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà,
volgiti a me e abbi pietà.

 

 

 

 

Seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,26-27);
 
 Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.
 

 
Vangelo
Dal Vangelo  secondo   Matteo (Mt, 13,24-43)
 
 In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola, dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo!». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio»". Espose loro un'altra parabola, dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un'altra parabola: "Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata". Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: "Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin  dalla fondazione del mondo". Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: "Spiegaci la parabola della zizzania nel campo". Ed egli rispose: "Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Ci ha orecchi, ascolti!".
 
 
 
Sintesi dell'omelia della Messa delle nove
 
  Nel brano evangelico di oggi ci incontriamo con le parabole.  I discepoli chiedono a Gesù di spiegare la parabola della zizzania, perché non hanno capito che cosa volesse intendere. Dunque ci sono il mondo, i figli della luce e i figli delle tenebre che crescono insieme. I servi, nella parabola, non appena si rendono conto che  c'è la zizzania, vanno del padrone per chiedergli se devono sradicare la zizzania. Gesù dice loro di no; c'è bisogno di pazienza. Bisogna lasciare che la zizzania cresca con il grano, fino alla fine del mondo, quando la zizzania verrà separata dal grano. C'è infatti sempre il pericolo di sbagliare: può essere difficile distinguere il grano dalla zizzania. Ma al tempo della mietitura è facile. Anche nella vita è così. Se, ad esempio, nella vita di Sant'Agostino Dio non avesse avuto la pazienza di aspettare, la Chiesa non avrebbe avuto un santo così grande.
 Lo sbaglio che facciamo e quando guardiamo una persona e la giudichiamo.  E giudichiamo secondo i nostri criteri, ma non vediamo tutto, non vediamo tutto il quadro.  A volte persone che giudichiamo buonissime fanno qualcosa di male e allora ci scandalizziamo. Ci rendiamo conto che non avevano conosciuto per niente quelle persone. Altri li giudichiamo male, ma in realtà non hanno fatto il male.  Per questo il padrone della parabola dice che non bisogna mietere subito, che bisogna avere pazienza. Bisogna lasciare che grano e zizzania crescano insieme; solo alla fine ci sarà la mietitura, quando tutto sarà chiaro. Ora possiamo sbagliare.
 La stessa cosa si può applicare anche alla Chiesa. Gesù dice che il campo della parabola è il mondo. Nel campo il diavolo semina la zizzania.  Anche nella Chiesa c'è la zizzania, persone che sono motivo si scandalo, e altre persone che sono veramente sante: crescono insieme. Non mi riferisco solo alle persone che non vengono a messa, ma anche a quelle che vengono a messa. Anche tra i preti ci sono i buoni e c'è la zizzania, infatti i preti sono uomini e gli uomini sono peccatori e sono tentati. Il nemico vuole distruggere la Chiesa;  semina la zizzania per distruggere la Chiesa, il campo della parabola. Se si distrugge il sacerdozio si distrugge la Chiesa. Se un giovane oggi entra in seminario deve e sapere che non sarà come nel passato, nel suo ministero sarà disprezzato, trattato male. E' per via della zizzania che c'è nel mondo. Ci si incontra con un prete cattivo e si pensa che tutti i preti siano cattivi. La zizzania di strugge le famiglie. Nessuno vuole più sposarsi. Che serve sposarsi se poi dopo due o tre anni ci si divorzia? Non si fanno più figli e poi ce ne lamentiamo. La popolazione italiana è invecchiata perché ha fatto pochi figli. Questo è ciò che vuole il demonio, è zizzania. Pero c'è una speranza, perché è vero che Dio è paziente e non vuole che la zizzania sia sradicata adesso, però ci sarà la fine del mondo, quando la zizzania sarà sradicata dal campo, quando la zizzania sarà bruciata. E' una parola di speranza, ma che ci impegna a vivere oggi nella situazione così com'è, coscienti che siamo in mezzo al mondo, in mezzo alla zizzania, e ciò anche nella Chiesa. Noi siamo chiamati ad essere il grano buono, ma viviamo nel mondo, ogni giorno. Viviamo il combattimento di rimanere fedeli a Dio.
 Nella mentalità popolare ci sono stante cose che ormai non sono più peccato. Sembra che certe cose non siano più peccato perché tutti le fanno.  Così, sottilmente, veniamo indotti a cambiare la nostra mentalità. La zizzania cerca di distruggere il buon seme. Questo è il nostro combattimento, giorno per giorno, per rimanere fedeli a Dio. E Dio è paziente, perché c'è la speranza che quelli che oggi non vanno in Chiesa, che vivono la loro vita senza riguardo a Dio e agli altri, si convertano  a Dio. Fino alla fine, fino all'ultimo respiro, c'è sempre speranza.  Dio non vuole la morte di nessuno, non  vuole giudicare nessuno, perché il giudizio di Dio è la croce di Cristo. Cristo è morto per tutti noi, per salvarci.   E' paziente, aspettando che il mondo si converta.
 La parabola della zizzania si può applicare a ciascuno di noi, individualmente. In ognuno di noi c'è il buon seme e c'è la zizzania, perché se no non peccheremmo. Noi pecchiamo perché dentro di noi c'è la zizzania.
  A volte pensiamo che il mondo sarebbe migliore se non ci fosse la zizzania, se Dio ci avesse creati incapaci di peccare. Ma il padrone dice no, lascia che tutti e due, la zizzania e il grano crescano insieme. Non è vero che sarebbe meglio se non ci fossero tentazioni, se fossimo stati creati incapaci di peccare. Le tentazioni, le difficoltà, i problemi sono tutti necessari. Senza la libertà di peccare, senza la libertà, non c'è amore. L'amore lascia che l'altro viva. Dio ci lascia vivere, liberi di peccare e di non peccare. Non vuole che pecchiamo, ma ci lascia liberi. La Chiesa può apparire insignificante nel mondo e così la nostra vita di tutti i i giorni, ma siamo chiamati a far lievitare gli altri. Il lievito non diventa farina, ma fa il suo lavoro nella farina, così noi, crescendo giorno per giorno nella nostra fede, siamo chiamati a fare il nostro lavoro nel nostro quartiere, senza fare grandi scene, per aiutare tutti gli altri.
 Con il passare del tempo sembra che tutto stia peggiorando e questo ci lascia senza parole. Come è possibile che un Dio buono permetta tutto questo, tutti questi peccati, tutta questa violenza? La Parola ci dice che Dio permette che la zizzania e il grano crescano insieme. La nostra fede, la nostra speranza, il nostro amore  è che alla fine ci sarà la mietitura e ciascuno riceverà la ricompensa secondo la propria vita. Saremo giudicati con amore e  misericordia, ma anche sulla base della nostra risposta a questa misericordia.
 Anche la nostra risposta alla misericordia di Dio è importante.  Così ora con l'Eucaristica, con i sacramenti, con la Parola di Dio, con il Corpo e Sangue di Cristo usciremo nutriti, rafforzati, e potremo vivere nel mondo rimanendo sempre buoni.  
 
 
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa– Roma, Monte Sacro Valli
 
 

Avvisi parrocchiali:

-si segnala il sito WEB della parrocchia:
 
Avvisi di A.C.:
- le riunioni infrasettimanali del gruppo parrocchiale di AC riprenderanno nel prossimo ottobre. Il gruppo continuerà ad animare la Messa domenicale delle ore 9;
-le letture della Messa di domenica prossima 27-7-14, 17° Domenica del Tempo ordinario,  sono: 1Re 3,5.7-12; Sal 118 (119); Rm 8,28-30; Mt 13,44-52;
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come stranieri


Come stranieri

 


 La Città del Vaticano, a Roma, istituita dal Trattato Lateranense del 1929 come spazio territoriale di indipendenza e autonomia del vertice romano della nostra confessione religiosa e da quest'ultimo organizzato come uno stato (nel Trattato non si rinviene l'espressione "Stato della Città del Vaticano", ma solo "Città del Vaticano"), è l'immagine di come, sostanzialmente, la nostra gerarchia religiosa ancora concepisce la sua relazione con i fedeli laici: questi ultimi infatti, se non legati da particolari rapporti di dipendenza funzionale con l'organizzazione centrale della nostra confessione religiosa e quindi ammessi come "sudditi", possono entrare in quel simulacro di stato, presidiato da truppe che storicamente sono l'evoluzione di antiche milizie mercenarie, solo  come stranieri. I laici che sono rimasti dentro la nostra collettività religiosa hanno in fondo accettato, sia pure spesso con molte riserve mentali, questo ordine di idee. Essi sono diventati minoranza in una società che rifiuta legami di tipo feudale. E la loro azione nella società si è anche insterilita. Infatti non appena produce nuove esperienze deve fare i conti con una estenuante vaglio di polizia ideologica, dal quale raramente esce indenne. E' questa la situazione all'origine dei problemi che ai tempi nostri incontriamo negli aspetti sociali della nostra fede. E' questo, in fondo, il fronte sul quale ci sentiamo chiamati a impegnarci quando ci proponiamo di muoverci in linea con il Concilio Vaticano 2°.  In realtà occorre andare molto oltre quell'obbiettivo: i documenti normativi di quel grande consesso di capi religiosi risalgono infatti ad un'epoca ormai piuttosto lontana da noi, in cui, ad esempio, non sembrava strano riferirsi agli "uomini" per intendere "persone umane", maschi e femmine. Ma sentiamo la necessità, per il contesto feudale che ci domina, di riferirci sempre ad una qualche autorità riconosciuta e, come dire, titolata per avvalorare le nostre affermazioni e i nostri propositi, come se non bastassero le nostre argomentazioni.
  Nel clima nuovo inaugurato l'anno scorso dal nostro nuovo vescovo e padre universale, cominciano a sentirsi di nuovo voci laicali fuori del coro. Ma il lavoro da fare è ancora molto. Abbiamo accettato molto a lungo di farci selezionare  e  silenziare. Abbiamo anche accettato, come esercizio di umiltà, di farci insultare in vari modi. Il primo obiettivo penso che debba essere recuperare una certa nostra dignità all'interno della nostra collettività religiosa. Questo comporta anche fare un esame di coscienza, perché, lasciandoci normalizzare, siamo diventati corresponsabili del corso delle cose.
  Dobbiamo lavorare sul concetto di popolo. In religione non di rado lo concepiamo come un gregge. Quest'ultimo ha un ruolo passivo rispetto a quello del pastore. Quella del gregge  è un metafora che origina dalle nostra scritture sacre, ma in esse è utilizzata per criticare le condotte dei pastori, non per proporre un modello di comportamento sociale per tutta l'altra gente. Da ultimo si è detto che i pastori devono avere l'odore del gregge, per intendere che chi esercita funzioni di direzione nella nostra collettività religiosa deve rimanere in contatto con i suoi governati, occuparsene attivamente avvicinandoli personalmente. Anche qui la metafora è stata utilizzata per ammonire i pastori. Spesso invece noi fedeli laici abbiamo trovato comodo farci gregge, vale a dire starcene quieti a pascolare lì dove ci dicevano. E' un modello piuttosto diverso da quello che ci proponiamo di seguire in Azione Cattolica, che deve essere caratterizzata, appunto, da un maggiore attivismo.
  Abbiamo qualcosa da dire sulle cose della nostra fede. La nostra vita religiosa non consiste solo nel cercare di adeguarci a direttive e modelli altrui. Da essa abbiamo imparato cose che sembrano ancora rimanere poco conosciute a chi ritiene di avere il monopolio della verità di fede. Scriveva Lorenzo Milani che di questo dobbiamo parlare con la nostra gerarchia di fede, altrimenti poi non possiamo lamentarci che  i nostri vescovi ci vengano su male. Ai tempi nostri, i nostri capi religiosi del clero sembrano quasi ammutoliti di fronte al nuovo scenario che si sta componendo. Tacciono. Ma questo non è un male: può darsi che essi comincino ad ascoltare veramente la società in cui sono immersi, a cominciare dai loro fedeli.
  L'idea di un sovrano religioso che sia anche capo carismatico di un movimento sociale con la sua forte personalità e il suo esempio personale di vita, che ha dominato gli ultimi trentacinque anni della nostra collettività religiosa, è l'evoluzione storica di una vecchia concezione  guelfa. quella che voleva la supremazia sociale e politica del vertice romano della nostra confessione religiosa in quanto apportatore di civiltà. Essa fu espressa agli inizi dell'Ottocento dal prete  e teologo Félicité de Lammenais (1782-1854), per certi versi, in particolare per la sua attività giornalistica, modello di un nuovo attivismo religioso. A lui può farsi risalire storicamente la polemica politica sull'indifferentismo in materia religiosa che ha travagliato anche la nostra collettività religiosa negli ultimi dieci anni e che nel 1864 trovò eclatante espressione normativa in quello sconcertante catalogo reazionario che fu il Sillabo, allegato all'enciclica Quanta Cura  del papa Pio 9°.
 Dopo la ripresa dell'attività seguita alla caduta di Napoleone Bonaparte, l'Amicizia Cattolica, rifondata nel 1917 a Torino sulla base delle precedenti esperienze dell'Amicizia Cristiana di Nicolaus Joseph Albert von Diessbach e di Pio Bruno Lanteri, che possiamo considerare sotto diversi aspetti come precorritrice della nostra Azione Cattolica, fui influenzata dalle idee del Lammenais.
 Scrive  Gabriele De Rosa, nel suo Il movimento cattolico in Italia - Dalla Restaurazione all'età giolittiana:
"Se fondatore dell'Amicizia Cattolica fu il Lanteri, il vero animatore ne fu Cesare D'Azeglio, che, proprio per meglio sostenere e fare conoscere la società, concepì l'idea del periodico «L'Amico d'Italia». […] Nei primi anni  di vita, «L'Amico d'Italia» subì l'influenza  delle teorie del primo Lammenais, assertore della supremazia del papa, antigallicano [=contrario alle idee francesi di autonoma organizzazione delle Chiese nazionali] e sostenitore del dovere del re di applicare la legge di Dio, sotto la guida della Chiesa. […]. L'idea della supremazia indiscutibile e onniestensibile del papa, che si riassumeva nella formula «papa e re», la visione che il Lammenais faceva balenare, di un papa obbedito dai re, affascinarono a un certo punto  larga parte del clero francese e, in Italia, cattolici come il d'Azeglio e Joseph De Maistre".
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli