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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 31 agosto 2014

CALENDARIO PASTORALE SETTEMBRE 2014

 
 

 

31-8-14 - 22° Domenica del Tempo Ordinario - Sintesi dell'omelia della Messa

31-8-14 - 22° Domenica del Tempo Ordinario - Sintesi dell'omelia della Messa
 
Letture: Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27.
 
Sintesi dell'omelia della Messa
 
 Il brano evangelico letto oggi è il seguito di quello letto nella Messa della scorsa domenica.
 Dopo aver lodato Pietro per la sua proclamazione di fede, Gesù lo riprende per non aver accettato la prospettiva della Passione. Così pensando, Pietro non è un seguace di Gesù, ma vorrebbe che Gesù seguisse ciò che invece Pietro pensa sia il bene.
 Anche per noi è difficile discernere nelle nostre sofferenze la volontà di Dio. Anche noi, come il profeta Geremia, abbiamo talvolta un moto di ribellione. Ma dobbiamo rinnovare il nostro moto di pensare, secondo l'esortazione di san Paolo nella seconda lettura.
 Chi infatti vuole salvare la propri a vita la perderà, come è insegnato nel brano evangelico.
 Venendo a Messa abbiamo l'occasione di un incontro intimo con Gesù. Lasciamoci cambiare da Gesù per essere veramente suoi seguaci e  ottenere così la vera vita.
 
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso la parole del celebrante.
Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 29 agosto 2014

La crisi del mondo che c'era prima (2)

                                                         La crisi del mondo che c'era prima (2)

 Il sociologo Luca Diotallevi e il filosofo Giovanni Ferretti hanno descritto, nei loro due saggi che ho citato nei precedenti post, le caratteristiche delle metamorfosi della società italiana e delle sue istituzioni che, per la loro vastità e complessità, possono essere descritte come "fine di un mondo". In particolare, nell'era contemporanea, il progresso tecnologico, quello economico e quello giuridico rendono possibile, vantaggiosa e lecita un'espansione dell'autonomia individuale mai sperimentata prima d'ora dall'umanitá, se non in limitati gruppi di appartenenti a classi dominanti. Ciò ha comportato un minor consenso sociale alle istituzioni "pubbliche" create nelle ere precedenti, vale a dire a quelle istituzioni che pretendono di stabilire regole di condotta valide per tutti, come gli stati e le organizzazioni religiose come la nostra collettivitá di fede. 
 Secondo il mio punto di vista, sarebbe però imprudente pensare a un'effettiva "fine" degli uni e delle altre. Ho infatti preferito definire il fenomeno come "metamorfosi", vale a dire come un processo di cambiamento che potrebbe, al suo esito, portare allo sviluppo di istituzioni profondamente diverse.
 Per quanto riguarda gli stati, il processo di globalizzazione favorisce il consolidarsi del potere politico supremo in istituzioni sovranazionali che tendono ad assorbire i poteri che, ancora oggi, gli stati pretendono di esercitare. Esse potranno svilupparsi in senso democratico o autoritario, secondo i modelli rispettivamente della nostra Unione Europea, da un lato, e della Repubblica Popolare di Cina dall'altro. All'interno di questi estremi si collocano i modelli degli Stati Uniti d'America e della Federazione Russa. La differenza sarà fatta dal grado di partecipazione democratica che si riuscirà ad ottenere nelle popolazioni coinvolte e dalla circostanza che essa sia compatibile con il mantenimento dell'ordine e della pace sociale. E occorre considerare a che la democrazia, in questa accezione, è una conquista culturale, alla quale il pensiero sociale della nostra confessione di fede ha fecondamente collaborato nel Novecento, creando le basi culturali della nostra nuova Europa.
 Per quanto riguarda la nostra organizzazione religiosa le cose stanno più o meno nello stesso modo. Con l'importante differenza che essa, nella sua configurazione giuridica, è attualmente profondamente obsoleta, essendo strutturata come un impero religioso feudale sulla base di un'ideologia istituzionale creata in Europa all'inizio del secondo millennio della nostra era. Tale struttura ha inciso molto negativamente negli ultimi due secoli sull'azione sociale dei laici di fede, costituendo un pesante fattore di arretratezza. Ad essa va  addebitato l'esito insoddisfacente del processo di sviluppi dei principi che, elaborati culturalmente nel Novecento tra il primo dopoguerra e gli anni '50, furono recepiti dal Concilio Vaticano 2^, pur in formulazioni emerse all'esito di faticosi compromessi con le componenti reazionarie e conservatrici.
 La resistenza all'introduzione di principi di partecipazione democratica all'interno delle nostre  collettività di fede è ancora molto forte. Che io sappia, solo l'Azione Cattolica, tra le grandi collettività laicali della nostra confessione, ha accettato piemamente,  nel proprio statuto, il metodo democratico, e si propone anche una formazione dei suoi associati per un lavoro collettivo ad esso improntato.
 In genere prevalgono invece modelli autoritari, basati su quella che Diotallevi definisce "imprenditoria religiosa", centrata sulla "produzione" di "beni religiosi" secondo le richiesta del mercato, ad esempio di "sacro" a fini taumaturgici, o di aggregazioni che simulano famiglie allargate per lenire l'isolamento esistenziale.
 Storicamente l'Azione Cattolica ha cercato sempre di essere tutt'altro. È stata sempre proiettata nell'azione nella società civile in cui era immersa, secondo quanto primariamente compete ai laici di fede e con piena loro responsabilità. Un'azione che quindi è stata svolta essenzialmente al di fuori degli  spazi liturgici: gli associati sono quindi stati molto di più di "collaboratori" del prete nei compiti propri di quest'ultimo. Nello stesso tempo però il lavoro dell'Azione Cattolica ha inteso essere, anche dopo il pieno recepimento dei principi democratici, una manifestazione dell'intera nostra collettività religiosa,  non di una sua particolare fazione, setta o articolazione di tendenza. Ciò ha comportato uno sforzo particolare per non separarsi traumaticamente  dall'organizzazione del clero, nonostante il suo carattere marcatamente antidemocratico e feudale, nella consapevolezza della sua particolare funzione nel mantenimento di una unità culturale di fondo nelle questioni religiose. In questo modo il lavoro dei laici di fede è potuto rifluire in quello dei chierici, e attraverso questi ultimi diventare patrimonio culturale largamente condiviso. Una delle più importanti manifestazioni di questo processo si è avuta con il Concilio Vaticano 2^, nel quale ha contato moltissimo il pensiero sociale sviluppato dai laici di fede in organizzazioni strutturate al modo dell'Azione Cattolica Italiana, poi recepito in sistemazioni teologiche, e infine dal linguaggio teologico pervenuto a quello normativo del magistero.
 Diotallevi nel suo libro sostiene che, nell'attuale crisi delle istituzioni del "mondo che c'era prima", c'è una sola certezza: nulla potrà essere "come prima'. La via della restaurazione ci è preclusa. La scelta, per quanto riguarda gli affari religiosi, è quindi tra il portare a compimento il processo manifestatosi nel Concilio Vaticano 2^, e quindi uscire, prima nella prassi e poi nella teoria, dall'organizzazione feudale che ancora formalmente (per quanto ampiamente derogata nella prassi) struttura le nostre collettività religiose, o adattarsi ad un nuovo modello autoritario, secondo uno di quelli emergenti nel mondo, tenendo però ben presente che esso, per il contesto in cui deve inserirsi, dovrà necessariamente "farsi dettare legge", e quindi venire a patti, dalle nuove istituzioni sovranazionali che assorbiranno i poteri degli attuali stati nazionali: siano esse a base democratica o autoritaria esse non accetteranno infatti la concorrenza di un altro potere pubblico autoritario. In ogni caso quindi non si tornerà al modello della "cristianità medioevale". Una organizzazione religiosa che rimanga ordinata su base autoritaria e feudale dovrà rinunciare ad avere una vera rilevanza sociale, nel modo in cui l'ha avuta nella seconda metà del Novecento mediante l'azione dei laici di fede nelle società civili europee. Potrà sopravvivere ripetendo sostanzialmente l'infausta esperienza dei concordati novecenteschi con i regimi totalitari europei, dal cui discredito venne salvata per il grande successo storico del cristianesimo demcoratico nell'Europa del secondo dopoguerra.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

La crisi del mondo che c'era prima

                                                      La crisi del mondo che c'era prima

"... la modernità avanzata ha prodotto un incremento prima inimmaginabile dei processi di individuazione (sul piano personale) e di differenziazione (sul versante sociale), consentendo in quest'ultimo livelli prima inimmaginabili di complessità e di contingenza.
[...]
... in forza di questo processo (la cui espressione più radicale è ciò che chiamiamo globalizzazione) tutte le istituzioni della vecchia generazione vanno in crisi, costrette a fronteggiare da un lato «organizzazioni» sempre più potenti e specializzate e dall'altro «individui» sempre più dotati (per lo meno di alcuni tipi di risorse), nonché più isolati e dominati tra depressione e delirio di onnipotenza, tra alienazione e narcisismo.
 Questa crisi delle istituzioni è crisi di un intero «set» di aggregati di norme, valori e conoscenze, è la crisi del mondo che c'era prima.
[...]
 Coinvolti come siamo nel finire di un mondo, ci potrebbe essere di gran d'aiuto ricordare che il mondo che sta finendo non ha nulla di naturale (anche se alcune versioni della sua ideologia hanno fatto massaggio ricorso alla culturalissima nozione di natura). Questo mondo, come ogni mondo, è stato infatti il risultato (come sempre in parte casuale) di una elaborazione culturale e di una serie di operazioni sociali. Prima non c'era, poi s'è affermato. Si è formato dopo la fine di un altro mondo e, perlomeno per la sua componente religiosa, attraverso una transizione per tanti versi ancora più traumatica di quella in cui oggi siamo inseriti. Lo studio della storia del cattolicesimo italiano tra il 1869 e il 1922 andrebbe calorosamente consigliato a chi in questo momento fosse preda di depressione o di vittimismo, proprio la parrocchia di cui abbiamo parlato, o altre istituzioni come quella di un episcopato nazionale, il parroco come noi oggi lo intendiamo, la Azione Cattolica, ed altro ancora, sono architravi di quel «cattolicesimo popolare Italiano» che, ben lungi dall'essere un retaggio dei secoli della «cristianità» (se mai davvero esistita), è prodotti di un lavoro collettivo di modernizzazione ecclesiastica e religiosa le cui prime pietre furono poste tra. Il 1867 (data di fondazione della Azione Cattolica) ed il pontificato di Pio 10^. Insieme a quanto a quanto appena ricordato ed altro ancora, il Novecento cattolico ci regala la testimonianza di quanto grande rinnovamento è stato possibile e può dunque ancora una volta possibile oggi. Quel rinnovamento precedette e preparò il Concilio [Vaticano 2^-1962/1965] e il Concilio lo riprese, lo purificò, lo approfondì e lo rilanciò in misura prima dai più in concepita. Se un mondo emerse sul finire del 19^ secolo in Italia, e dopo una gravissima crisi, nulla può escludere «a priori» che qualcos'altro del genere  possa verificarsi ancora una volta, come nulla garantisce «a priori» che lo stesso  avvenga, pur essendo possibile. L'unica sicurezza è che un nuovo mondo non potrà ne dovrà essere identico a quello che sta finendo. Nessuna restaurazione è possibile ed anzi i restauratori hanno in genere l'unica funzione di accelerare e velocizzare la crisi. La storia del cristianesimo ... non è storia di una inesorabile e progressiva dilapidazione di un capitale che fu intatto solo all'inizio. Costantemente esposta a cadute, essa è invece storia di crescita perché è proprio la distanza temporale, il mutare delle circostanze e l'avvalersi della Tradizione che rende possibile mediazioni nuove e ancor più penetranti, ancor più fedeli al Vangelo rispetto alle mediazioni che ci hanno preceduto."

[dal saggio di Luca Diotallevie, "I laici e la Chiesa - Caduti i bastioni", Morcelliana, 2013, €16,00]

martedì 26 agosto 2014

Ricerca e zone di incertezza (2)

                                               Ricerca e zone di incertezza (2)

 Da Giovanni Paolo 2^ in poi i Papi hanno voluto presentarsi anche come maestri di spiritualità e ci hanno raccontato le loro vite di fede in testi che hanno avuto larghissima diffusione, scritti dopo l'inizio del loro ministero al vertice della nostra confessione religiosa. Abbiamo quindi saputo su di loro molto più di ciò che si era conosciuto dei loro predecessori, e non di rado molto più di ciò che si sapeva dei sacerdoti che ci erano più vicini, in parrocchia o nei gruppi di riferimento. Ci siamo dovuti confrontare con un nuovo genere letterario, appunto con la letteratura pontificia consistente in testi diversi da quelli formali, ad esempio le encicliche, in cui viene espresso il magistero dei Papi e che, non di rado, pur essendo attribuiti al Papa regnante che li sottoscrive e promulga sono il frutto di un lavoro collettivo di gruppi di esperti più o meno ampi. Gli atti formali di un Papa non sono solo testi letterari, hanno anche una forza normativa che, secondo il diritto canonico, il diritto della nostra collettività religiosa,  ancora molto rilevante, potendo giungere a formulare e imporre principi che non possono essere messi in discussione dai fedeli.
 In occasione della pubblicazione dei suoi libri sulla vita di Gesù, il Papa Benedetto 16^ ha precisato che quanto in essi contenuto doveva essere accolto come il lavoro di uno studioso sui temi in essi trattati, non come formulazione di principi normativi per la fede. Ha quindi ammesso la libera discussione su quelle opere, le quali comunque, provenendo pur sempre dal Papa regnante, mantenevano una notevole autorevolezza, soprattutto per chi non era specialista sugli argomenti in esse trattati, come la gran parte dei fedeli. Possiamo applicare, credo, la stessa regola di valutazione per tutti gli altri documenti provenienti da un Papa e non consistenti in atti formali.
 Questa letteratura pontificia al di fuori di atti formabile magistero è uno dei nuovi modi in cui viene esercitato il ministero dei Papi, la loro autorità, e, in particolare, quel magistero di natura spirituale che, avvicinandoli molto più di un tempo ai fedeli, ne ha fatto uno punto di riferimento e aggregazione per varie iniziative sociali di massa, come gli incontri mondiali della gioventù, al modo in cui lo sono i capi carismatici dei movimenti sociali. Vale a dir che, ad un certo momento, non è stata più ritenuta sufficiente l'autorità "sacrale" che emanava da ministero pontificio. Sempre più i Papi hanno voluto avvicinarsi personalmente ai fedeli, riuscendo in tal modo a recuperare una capacità di influenza sociale che dà venuta attenuandosi con la crescente difficoltà della società contemporanea a interpretare correttamente il sofisticato apparato concettuale e simbolico c'è sorregge l'autorità sacrale.
 Tutto ciò è particolarmente evidente nel ministero di Papa Francesco.
  Il libro da cui ho tratto la citazione riportata nel post del 24 agosto scorso riporta la conversazione del Papa con Antonio Spadaro, direttore della rivista dei gesuiti La civiltà cattolica. Al centro di essa non vi sono, genericamente, temi di spiritualità personale, ma i problemi che travagliano oggi le nostre collettività di fede. Essi sono affrontati facendo riferimento alla storia personale dei Papa, alla sua esperienza di vita, in particolare quale gesuita e vescovo. 
 I gesuiti sono stati storicamente, negli ultimi due secoli e almeno fino a quando dal 1965 iniziarono ad essere guidati da Pedro Arrupe, in genere ostili e polemici verso i moti di rinnovamento emersi nelle nostre collettività religiose, in particolare verso quelli a carattere in senso lato democratico. In un certo senso nell'ordine fu teorizzato quel'«intransigentismo» che, con il senno del poi naturalmente, può ritenersi che abbia inciso molto negativamente sullo sviluppo delle nostre collettività religiose in Italia. E ciò anche se gesuiti ebbero anche un ruolo rilevante nella teorizzazione, verso la fine dell'Ottocento, dei principi di ciò che sarebbe stata definita "dottrina sociale della Chiesa", la quale comunque, pur nel quadro di una nuova considerazione dell'azione dei laici di fede nella società civile, fu a lungo fortemente ostile a posizioni di maggiore autonomia dei laici nelle questioni sociali e politiche (la grave crisi che travagliò, a cavallo tra Ottocento e Novecento, il mondo del laicato italiano e che portò, agli inizi del Novecento, all'istituzione della nostra Azione Cattolica, fu determinata dalle accese controversie su quel tema). Questo orientamento fu quello prevalente nella nostra confessione religiosa, a parte limitati circoli intellettuali fino agli scorsi anni Cinquanta. Fu mutato, per circa due decenni, sulla scia del movimento innovatore indotto dal Concilio Vaticano 2^ (1962/1965) e poi progressivamente ripreso a partire dalla metà degli scorsi anni Ottanta.
 Il Papa, in questa conversazione con Spadaro che pur non avendo l'efficacia di magistero normativo manifesta con chiarezza il suo punto di vista, riprende sostanzialmente l'orientamento emerso dal Concilio Vaticano 2^. Egli si dice infatti contrario a una mentalità "restaurazionista", "legalista", tesa esageratamente alla sicurezza dottrinale e al recupero di un passato perduto, propensa a silenziare il dissenso con la minaccia di provvedimenti disciplinari.
  Poiché il Papa non ha un passato di specialista teologo e proviene dai gesuiti non penso che ci si debbano attendere da lui particolari sorprese in materia di dottrina della fede, ma verosimilmente egli, rivalutando quello che ha definito "margine di incertezza" nelle cose della fede, tende a rendere di nuovo possibile un dialogo più aperto nelle nostre collettività di fede, le quali, in genere, appaiono oggi caratterizzate  da un rigido e intollerante conformismo: in sostanza, si viene accettati solo e in quanto ci si conforma a linee guida che hanno assunto carattere ideologico, vale a dire di metodo per riconoscersi appartenenti a una certa collettività. In genere si preferisce essere semplici "ripetitori" di una dottrina standardizzata, mentre le nuove idee circolano in ambienti piuttosto ristretti, intorno a certe riviste o in certi gruppi.
 Penso che sia destinato a produrre effetti di rilievo l'intento programmatico di consentire una discussione più ampia sui temi della fede, in particolare nei loro risvolti sociali. Esso è funzionale, credo, a far beneficiare anche le nostre collettività diede del metodo democratico, che consente la più ampia partecipazione della gente all'esame degli argomenti "pubblici" e alla decisione su di essi. Nella convinzione, penso, che il corso delle cose nelle nostre collettività di fede sia andato escudendo troppe energie sociali, "sconfessate" ed emarginate come pericolose per l'unità.
 Vedremo se questo autorevole orientamento riuscirà, in concreto, ad avere reali influssi sulla vita delle nostre collettività di fede: allo stato mi pare che in esse prevalga il silenzio. Non sarà facile coinvolgere nuovamente in un discorso religioso, condotto con il nuovo spirito indicato da Papa Francesco, le persone che per tanto tempo ne sono state escluse e per tale motivo hanno perso dimestichezza con la cultura religiosa. L'Azione Cattolica, il cui metodo coincide sostanzialmente con quello indicato da Papa Francesco, può essere una delle sedi in questo nuovo modo di vivere la fede può essere sperimentato. Ma come fare per far arrivare la proposta a perso che hanno molto allentato o addirittura perso i contatti o le parrocchie di riferimento e che quindi rimarrebbero estranee ad "annunci" fatti in tale ambiti? Penso ad esempio ai giovani cresimati della nostra parrocchia che non ho più visto in giro tra noi e che hanno ricevuto una iniziazione religiosa più approfondita. Da notizie indirette che ho raccolto so che in fondo pensano ancora alla fede. Sarebbe bello averli di nuovo tra noi perché ci raccontino le loro esperienze di fede, anche del loro dissenso e dei loro problemi, in modo che si possa imparare a non ripetere gli errori del passato, quelli che li hanno fatti allontanare. 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


domenica 24 agosto 2014

24 agosto 2014 - 21* settimana del Tempo Ordinario - Sintesi dell'omelia della Messa

24 agosto 2014 - 21* domenica del Tempo Ordinario - sintesi dell'omelia della Messa

Letture: Is 22,12-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20.

 L'episodio narrato nel brano evangelico proclamato in questa Messa viene dopo quello della donna cananea, la cui grande fede viene lodata da Gesù, e interpella tutti noi. Quanto è grande la nostra fede e su chi è che cosa è fondata?
 Nella fede noi vogliamo essere un corpo solo, come recitiamo nella liturgia della Messa, ma il capo è Cristo. Chi è Gesù per noi? Senza di lui non possiamo fare nulla.
 Nel brano e evangelico, Gesù non si accontenta del risposte date sulla base delle antiche scritture sacre: secondo esse egli veniva ritenuto un profeta. Vuole sapere dai discepoli chi essi ritenevano che egli fosse, sulla base della loro esperienza. Ottenuta da Pietro la risposta che essi lo essi lo ritenevano il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Gesù affida a Pietro, e ai suoi successori, i Papi, la missione di edificare la sua Chiesa, su Pietro come "pietra" via, con il compito di legare e sciogliere. La missione consiste nel rivelare al mondo l'amore misericordioso di Dio.
 Anche noi siamo coinvolti in tale missione e, in particolare, nel "legare e sciogliere", rimettendo a loro i "debiti" verso di noi, così come ci impegniamo a fare nella preghiera del Padre Nostro. Se, ad esempio, vediamo che qualcuno, secondo noi, si comporta male, non dobbiamo lasciarci andare alla maldicenza, ma dobbiamo aiutarlo a cambiare, innanzi tutto con la preghiera.
 In quel modo, con le nostre buone opere, collaboreremo a rivelare al mondo l'amore misericordioso di Dio.
 Chiediamo di essere aiutati in questo da Cristo, cercando di avvicinarci alla profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio, secondo quanto si legge nella seconda lettura.

Sintesi di Mario Ardigò per come ha inteso le parole del celebrante.
Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

Ricerca e zone di incertezza

                                                        Ricerca e zone di incertezza

"...in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. Per me questa è una chiave importante. Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta, c'è usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signire, non alle nostre certezze; bisogna essere umili. L'incertezza si ha in ogni vero discernimento che è aperto alla conferma della consolazione spirituale.
 Il rischio nel cercare e trovar Dio in tutte le cose è dunque la volontà di voler esplicitare troppo, di dire con certezza umana e arroganza: 'Dio è qui'. Troveremmo solamente un dio a nostra misura. L'atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo sempre. E spesso si cerca a tentoni, come si legge nella Bibbia. È questa l'esperienza del grandi Padri della fede, che sono il nostro modello. Bisogna rileggere il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei. Abramo è partito senza sapere dove andava, per fede. Tutti i nostri antenati della fede morirono vedendo i beni promesssi, ma da lontano... La nostra vita non ci è data come un libretto d'opera in cui c'è tutto scritto, ma è andare, camminare, fare,cercare, vedere... Si deve entrare nell'avventura della ricerca dell'incontro e del lasciarsi cercare e lasciarsi incontrare da Dio.
Perché Dio sta prima, Dio sta prima sempre, Dio 'primerea'. Dio è un po' come il fiore del mandorlo della tua Sicilia, Antonio, che fiorisce sempre per primo. Lo leggiamo nei Profeti. Dunque, Dio lo si incontra camminando, nel cammino. E a questo punto qualcuno potere dire che questo è relativismo. È relativismo? Sì, se è inteso male, come una appesi di panteismo indistinto. No, se è inteso in senso biblico, per cui Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove è come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell'incontro con Lui. Bisogna discernere l'incontro. Per questo il discernimento è fondamentale.
 Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla «sicurezza» del passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante. Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine e di erbacce, c'è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio."

Da "La mia porta è sempre aperta - una conversazione di Papa Francesco con Antonio Spadaro", pag.97-99, Rizzoli, 2013' €12,00

sabato 23 agosto 2014

23 agosto 2014 - 20* settimana del Tempo Ordinario - sintesi dell'omelia della Messa

23 agosto 2014 - 20* settimana del Tempo Ordinario - sintesi dell'omelia della Messa

Letture: Ez 43,1-7a; Sal 84; Mt 23,1-12.

 All'inizio della sua missione, svoltasi durante l'esilio degli israeliti, il profeta Ezechiele aveva visto la gloria del Signore allontanarsi dal Tempio dalla porta che guardava verso oriente. Nella prima lettura egli narra di aver visto la gloria del Signore rientrare nel Tempio attraverso la medesima porta. Il tempo dell'esilio, visto come catastrofe e distruzione, aveva condotto ad una purificazione del popolo, il quale era tornato al Signore. Il Signore quindi era tornato nel Tempio per abitarvi per sempre con il suo popolo e per radicarvi l'albero della vita.
 Nel brano evangelico Gesù critica l'iporcrisia degli scribi e dei farisei, i quali si facevano chiamare "maestri", "rabbì", e "padri". Riconosce la loro funzione sociale di interpreti della legge mosaica, ma invita a seguire ciò che insegnano e non ciò che fanno. Infatti essi caricavano pesanti fardelli sulle spalle della gente, condotte morali molto impegnative, ma loro non seguivano quelle prescrizioni. Alla fine del passo Gesù si rivolge ai discepoli invitandoli all'umiltà e a svolgere la missione a loro affidata in spirito di servizio. Esso deve caratterizzare l'autenticità della vita cristiana.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha compreso le parole del celebrante.
Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

venerdì 22 agosto 2014

22 agosto 2014 - 20* settimana del Tempo Ordinario - memoria della Beata Vergine Maria Regina - Sintesi dell'omelia della Messa

22 agosto 2014 - 20* settimana del Tempo Ordinario - memoria della Beata Vergine Maria Regina - Sintesi dell'omelia della Messa

Letture: Is 9,1-6; Sal 112; Lc 1,26-38.

 L'istituzione della memoria liturgica della Beata Vergine Maria Regina è recente, fu infatti voluta nel 1955 dal Papa Pio 12*. Mancano espliciti riferimenti biblici, ma possiamo pensare che, poiché Cristo è re, Maria è regina in quanto associata al disegno di salvezza di suo figlio, quindi regina nella disponibilità e nel servizio. E infatti per suo tramite, per il suo "sì" a Dio, ci è stato dato Gesù, il figlio annunciato dal profeta Isaia nella prima lettura, e quindi la liberazione dalla schiavitù del peccato, che è la radice di tutte la altre forme di schiavitù dell'umanità, dalle quali è innanzi tutto compito nostro liberare gli oppressi.
 Possiamo così pensare che Gesù, il quale ci ha promesso di portarci con lui nella gloria di Dio nel suo regno, abbia posto innanzi tutto sua madre accanto a lui, dopo averne fatto la prima creatura salvata anche nel suo corpo.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha compreso le parole del celebrante.
Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 21 agosto 2014

Sperimentare modi nuovi per vivere collettivamente la fede

                             Sperimentare modi nuovi per vivere collettivamente la fede

 Nei precedenti interventi ho cercato, con lo stimolo e l'aiuto di mie recenti letture, di dare il senso di ciò  che sta accadendo nella nostra collettività di fede. È qualcosa di legato a un processo storico che risale a circa due secoli fa e che viene interpretato (e valutato) in modi diversi a seconda dei diversi punti di vista e delle diverse sensibilità culturali. Esso non riguarda solo l'organizzazione gerarchica, il sistema dell'esercizio dei poteri "pubblici", che ordina la nostra collettività religiosa, accentrato intorno al vescovo di Roma che svolge anche il ruolo di "padre" universale, ma il modo in cui ciascuna persona di fede vive la propria religiosità, individualmente e insieme agli altri. 
 Ancor prima di una certa maniera di essere capi religiosi, è in questione infatti il complesso delle mediazioni culturali che consente di esprimere la nostra fede religiosa nella società in cui siamo immersi, vale a dire le culture delle persone di fede in senso sociologico, intese come le concezioni e i costumi condivisi che ci rendono riconoscibili come collettività e indirizzano la nostra azione sociale. 
 È un fatto su cui da tempo stanno ragionando intellettuali di vario orientamento e di varie specializzazioni. Contributi molto importanti sono venuti dagli storici e dai sociologi, che hanno cercato di fare chiarezza su ciò che sta accadendo intorno a noi è all'interno delle nostre collettività di fede. Essi hanno beneficiato del clima di libertà in cui, in genere, si sono potute svolgere le loro indagini. I teologi della nostra confessione religiosa hanno operato invece in condizioni assai diverse e ciò per le particolari caratteristiche organizzative delle nostre collettività religiose, nelle quali, per difendere il popolo (visto e trattato come "gregge"), da turbamenti nelle cose di religione, si è in genere pretesa da loro una  marcata uniformità. Ciò, pur in presenza di un'imponente produzione letteraria, ha provocato un certo impoverimento del nostro pensiero religioso, che, solo a prezzo di quella uniformità, ha potuto fruire di quella specie di "marchio di qualità", o "imprimatur" (=si stampi), che i nostri capi religiosi ritengono di essere legittimati ad apporre su tutto quanto riguarda le questioni di fede. Siamo quindi rimasti piuttosto indietro in quel lavoro di "aggiornamento" che ha tanto caratterizzato il Concilio Vaticano 2* (1962/1965) e, che per la sua stessa natura (essendo volto a rimanere al passo con i tempi), non può essere svolto una volta per tutte e in maniera definitiva.
 Per un esame di ciò che ci sarebbe da fare, può essere utile la lettura  del libro del filosofo Giovanni Ferretti "Il grande compito. Tradurre la fede nello spazio pubblico secolare", Cittadella editrice, 2013, €13,89, disponibile in commercio. 
 Le carenze del pensiero religioso si sono pesantemente riflesse sulle prassi quotidiane delle nostre collettività religiose, ancor prima che nelle concezioni in esse diffuse nelle loro basi sociali. Così, in genere le nostre collettività di fede appaiono ancorate a idee e stili di vita arcaici, non sostenibili nella società in cui viviamo e che quindi vengono rifiutati. Di questa "diversità" alcuni vanno addirittura orgogliosi. Bisogna tuttavia prendere atto che di recente siamo stati sollecitati autorevolmente a cambiare metodo, rivalutando la società in cui viviamo con un nuovo lavoro di discernimento e ridefinendo la nostra azione in essa.
 Prendiamo ad esempio il nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, nel quale sono rappresentate quattro generazioni di fedeli: il più anziano, una delle guide spirituali del gruppo, ha oltre novant'anni, e la più giovane ventuno. Ognuno è stato formato nella fede in diverse stagioni culturali e, a parte un radicato atteggiamento di apertura e dialogo verso la società del nostro tempi, essi sono portatori di concezioni e stili di vita, compresi quelli religiosi, piuttosto diversi, che costituiscono altrettanti mediazioni culturali. Ciò che consente il mantenimento dell'unità del gruppo è il metodo democratico, inteso come principi, innanzi tutto quello di riconoscersi reciprocamente pari dignità, e procedure (non abbiamo capi "carismatici", ma coloro che esercitano funzioni nel gruppo sono eletti, e le cose da farsi sono decise collettivamente, non imposte dai capi o addirittura dall'esterno). 
 Non sarebbe male, credo, iniziare a riflettere, nelle riunioni del martedì, sul senso di queste nostre specificità e sulla possibilità di giungere a nuove sintesi condivise anche tra le diverse generazioni rappresentate, a partire dai temi che oggi maggiormente coinvolgono la nostra spiritualità e le nostre concezioni di vita.
 È un lavoro da sperimentare sul campo, senza che possa essere predeterminato un certo tipo di risultato, che potrebbe variare molto anche per influsso di nuove adesioni al gruppo e quindi di nuovi apporti.
 Si potrebbero quindi apportare modifiche alla struttura delle nostre riunioni infrasettimanali del martedì, dedicando la loro parte iniziale e preponderante a questi esercizi di riflessione e di dialogo che, nel gergo associativo, vengono anche definiti "esercizi di laicità", ponendo dopo questa parte le letture bibliche della Messa della domenica seguente e la meditazione collettiva su di esse, in modo da far agire questa forma di spiritualità biblica sui problemi e sulle questioni tratte nella parte precedente dell'incontro.
 Poiché il tempo della riunione è breve, poco più di un'ora, occorrerà da parte di tutti noi uno sforzo particolare per evitare divagazioni, attenendosi strettamente al tema proposto per il dialogo, in modo da consentire a tutti di partecipare al dibattito. Potremmo poi pensare a periodici momenti di approfondimento nello stile classico del "ritiro", ad esempio un sabato al mese, ma sempre nello stesso spirito di apertura e dialogo democratico che caratterizza le attività dell'Azione Cattolica.
 È un lavoro, quello che ho proposto, che, non "nuovo" in assoluto perché praticato in dimensioni più o meno ampie fin dagli anni Sessanta, lo sarebbe senz'altro, per ciò che ho potuto osservare,  nella nostra parrocchia. Un gruppo parrocchiale di Azione Cattolica è la sede più favorevole per sperimentarlo.
 Scrive Ferreti,  nel libro che citato:
"[Occorre] discernere quanto la declinazione della Parola di Dio sia ancora legata ad una trama linguistico-concettuale e di valori propri della cultura premoderna ormai superata non solo a) dalle nuove visioni scientifiche del mondo ma anche b) dalla nuova concezione etica, incar nata in un "sentire" ampiamente diffuso [...] Il diffondersi della scienza moderna, con la sua autonomia dalla religione, ha portato [...] alla perdita dell'ovvietà della fede. Una perdita solidale (in un circolo di causa ed effetto) con il disincanto del mondo, cioè l'uscita da un mondo in cui era ovvio che potenze soprannaturali interferissero nella vita quotidiana, producendo effetti naturali e salvifici [...] Un secondo punto caratteristico della secolarizzazione moderna [...] consiste nell'emergere di una nuova etica, autonoma dalla religione e [che]  soprattutto pretende di essere di dignità superiore alla stessa etica cristiana tramandata e applicata ( con i suoi risvolti eteronomi, ritualistici, sacrificali, di evasione e di disprezzo del mondo, di violenza ideologica ecc.).
 Discernere quanto queste due novità della cultura moderna ci invitino a purificare la nostra idea di Dio e parlare quindi con un nuovo linguaggio, implica un lavoro di 'ripensamento' profondo - come più volte sollecitato da Papa Benedetto 16* - da portare avanti non solo sul piano della riflessione teologico-intellettuale ma anche su quello della prassi concreta, della vita 'spirituale', il che implica un 'rivivere' o 'vivere in modo nuovo' sia il rapporto con Dio sia le forme della sua stessa testimonianza e del suo annuncio. Un lavoro che la teologia del secolo 20* non ha mancato di fare, ma che è ben lungi dall'essere penetrato nella coscienza diffusa e vissuta dei cristiani e della stessa catechesi o evangelizzazione ordinaria"

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

lunedì 18 agosto 2014

Fuga nel privato o riconquista del pubblico?

                                                     Fuga nel privato o riconquista del pubblico?

  Noi laici di fede ci sentiamo spesso criticare per lo scarso impegno che mettiamo nel lavoro per far ispirare ai valori religiosi i principi che reggono la società civile; si parla allora di una nostra "fuga nel privato". Poi però scopriamo che la collaborazione che ci viene chiesta consiste sostanzialmente nell'adeguarci alle direttive che in merito ci vengono dai nostri capi religiosi, tutti appartenenti alla gerarchia del clero e che, quando in coscienza non ci sentiamo di poterlo fare, il nostro apporto non è più gradito. Essi inoltre ci mettono sull'avviso che viviamo in una società che vorrebbe respingere la fede in un ambito esclusivamente privato e ci ammoniscono che noi dovremmo cercare di contrastare questa tendenza, evitando di assecondarla con la nostra inerzia. Cercherò di sviluppare alcune considerazioni in merito.
 Fino al Diciottesimo secolo non ci fu alcun dubbio, in Europa e ovunque nel mondo si fossero sviluppate civiltà complesse, che la religione fosse un affare pubblico e, in particolare, dal Quarto secolo, che la "nostra" religione lo fosse.
 Basti pensare che gli imperatori romani, quando l'ideologia dello stato era ancora ispirata agli antichi culti greco-romani politeistici, che noi spesso e superficialmente definiamo "pagani" quasi che fossero espressione di una spiritualità arretrata e rurale, avevano anche il titolo di "pontefici massimi", vale a dire di capi del collegio sacerdotale la cui istituzione era legata ai miti fondativi della città di Roma e che nel corso della storia romana era diventato il più potente tra tutte le istituzioni religiose simili. Dopo che la nostra fede fu divenuta l'ideologia dell'impero, i primi concili ecumenici, quelli fondativi per la teologia della nostra fede in particolare sulle questioni trinitarie e cristologiche, furono convocati e presieduti da imperatori romani.
 Quando si menziona, trattandone spesso con toni nostalgici quasi fosse il miglior modello di inculturazione della nostra fede, la "civiltà cristiana", intendendo quella affermatasi in Europa nel Medioevo, e ci si riferisce alle sue grandi manifestazioni come le grandi cattedrali gotiche e via dicendo, si evocano appunto tempi storici nei quali, appunto, la nostra fede non era solo un fatto collettivo, quindi da vivere necessariamente insieme ad altri, ma "pubblico", nel senso di rilevante per l'esercizio del potere di governo e per il mantenimento della coesione della società nel suo complesso, anche nei suoi aspetti civili e politici. In ciò la storia della "cristianità" non si differenzia sostanzialmente da quella dell'umanità, dai suoi albori fino alla fine del Settecento, salvo che nei suoi primi tre secoli. Quest'ultima fu l'epoca in cui la nostra fede, distaccatasi progressivamente è piuttosto traumaticamente dal giudaismo delle origini e sempre più vivamente osteggiata dalle autorità romane, per le quali agli inizi era stata  in genere indifferente al pari di altri culti di origine asiatica giunti fin nella capitale dell'impero, si diffuse come un incendio nel grande impero mediterraneo agli estremi margini del quale era sorta. Quelli furono tempi di accentuato pluralismo religioso all'interno della stessa nostra fede. Di solito, nella nostra confessione religiosa, ne conserviamo una memoria molto segnata dalla successiva ideologia religiosa piuttosto intollerante delle differenze, in particolare come di un'epoca segnata dalla lotta contro le diverse varianti dottrinarie, raggruppate complessivamente nella categoria delle "eresie". In essa iniziarono a essere elaborate diverse teologie "politiche", vale a dire riguardanti il corretto uso del potere  in un'ottica religiosa, una delle quali, relativa specificamente l'organizzazione delle nostre collettività di fede ma estensibile potenzialmente ad una comunità politica in cui al nostra fede avesse prevalso, risale proprio a san Clemente papa, al quale è intitolata la nostra chiesa parrocchiale e la stessa parrocchia. Esse immaginarono quali dovessero essere i rapporti tra la nostra fede e l'esercizio dei poteri pubblici nelle società in cui essa si era diffusa. Queste teologie costituirono successivamente le basi culturali della costruzione della nuova ideologia politica a sfondo religioso, basata sulla nostra fede, che sostituì, a partire dal Quarto secolo, quella antica basata sugli antichi culti greco-romani politeistici. Esse costituirono uno sviluppo originale dei principi evangelici, vale a dire che non erano espressamente contenute nella tradizione religiosa risalente alle origini e, in particolare, ai detti del Fondatore. È infatti dato solitamente per pacifico che quest'ultimo non abbia inteso essere un capo politico nè sviluppare un movimento politico. Si narra infatti che egli, interpellato espressamente in merito, abbia dichiarato che il suo "regno" non era di questo mondo.
 Come si viveva, tra le genti della nostra fede, nelle società civili in cui esse erano immerse, prima che tutto l'impero fosse ordinato sotto un'ideologia politica costruita sulla base della nostra religione, quindi prima che anche la nostra fede divenisse una "affare pubblica" e, in particolare, un accade di stato? Sarebbe interessante saperne di più, ma in ciò non vi posso aiutare, neppure da "ignorante colto" quale sono,  vale a dire da persona non specialista nelle discipline bibliche e teologiche che ha ricevuto una formazione su tali materie un po' più approfondita rispetto all'iniziazione religiosa e ha letto qualcosa. Si tratta infatti di una argomento che va oltre ciò che ho fino ad oggi appreso. Mi chiedo se  quella storia, una volta depurata dai molti pregiudizi ideologici da cui mi pare essere stata appesantita e forse alterata nei secoli successivi, possa fornirci qualche elemento utile per i nostri tempi, nei quali è appunto messa in discussione la legittimità di un utilizzo della religione a fini politici. Perché è appunto questa l'evoluzione che si è prodotta a partire dalla fine del Settecento e che ancora pone seri problemi di coscienza per i fedeli che vogliano essere anche leali cittadini di uno stato di democrazia avanzata quale la Repubblica Italiana è. 
 Per capire la natura delle questioni che occorre affrontare, può essere utile leggere il capitolo secondo, scritto da Nadia Urbinati, del saggio "Missione impossibile - la riconquista cattolica della sfera pubblica", di Marco Marzano e Nadia Urbinati, edito da Il Mulino nel 2013, €14,00, disponibile in commercio. Il capitolo di intitola "Laicità a rovescio. I diritti in una società mono religiosa. Ho già scritto di questo libro in un precedente post e me ne avvarrò nel trattare di temi affrontati in questo intervento.
 Bisogna capire bene che qui non viene in rilievo l'argomento se, ai tempi nostri, una persona possa ancora onestamente, dal punto di vista della propria coscienza, tenendo conto delle acquisizioni delle scienze contemporanee e della storia della nostra collettività religiosa per come rientrano nel suo patrimonio culturale, decidere di rimanere nella nostra fede o di aderirvi.
 La questione è se e in che modo la nostra fede possa (ancora) incidere nell'esercizio del potere politico, quindi di organizzazione e direzione della società civile, in un ordinamento di democrazia avanzata. In ciò non viene però in rilievo la fede come ispirazione ideale del cittadino, che poi possa i n qualche modo incidere nelle procedure democratiche di formazione delle deliberazioni pubbliche, quindi obbligatorie anche per i dissenzienti, producendo un orientamento politico che abbia un peso nel dibattito pubblico su tali deliberazioni. Il problema è diverso ed è costituito dal ruolo politico che chi esercita in potere pubblico all'interno della nostra collettività religiosa, secondo il suo particolare ordinamento detto "canonico", pretende ancora si avere nella nostra democrazia. Dal Quarto secolo ad oggi tale potere ha avuto natura "pubblica" anche nella società civile, quindi non solo all'interno della nostra collettività religiosa e ciò, in Italia, anche quando, dall'Ottocento, si è cercato di escluderlo o di limitarlo negli affari che in senso lato si possono definire "di stato". Ad esempio, dagli anni Sessanta dell'Ottocento, quando riuscì ad imporre fedeli cattolici il divieto di partecipare alle procedure democratiche del Regno d'Italia, o quando, nel secondo dopoguerra riuscì (parzialmente) a vietare ai fedeli cattolici l'iscrizione a un partito politico ammesso a partecipare alle procedure democratiche della      Repubblica. Questo potere "pubblico" della nostra gerarchia religiosa costituisce di fatto, a prescindere dalle varie norme costituzionali degli stati che di solito la escludono, una partecipazione al governo in varie nazioni, in particolare in nazioni europee e in nazioni derivate dalla colonizzazione europea. Esso è attualmente molto sensibile in Italia, la cui democrazia è fondata sul principio di laicità dei pubblici poteri.
 Il processo denominato "laicizzazione" consiste appunto nella tendenziale separazione del potere delle autorità religiose da quello delle autorità civili, le quali hanno una legittimazione popolare mediante procedure democratiche le quali non consistono solo nel voto, ma in un costante e libero dibattito politico pubblico tra persone che si riconoscono reciprocamente pari dignità civile. Questo processo, iniziato nel corso del Settecento, ha riguardato l'autorità politica delle gerarchie religiose, per cercare di escluderla o di limitarla. Esso non coincide con il processo di "secolarizzazione", che consiste nel non utilizzare concetti religiosi per spiegare i fatti della vita collettiva e per indirizzarne le dinamiche, anche se indubbiamente può essere favorito della secolarizzazione. Infatti il processo di laicizzazione è iniziato molto prima del diffondersi di quello di secolarizzazione, in particolare in società europee o di derivazione europea che non erano ancora secolarizzate.
 Nell'Ottocento, una società ancora assai poco secolarizzata come quella italiana fu investita potentemente dal processo di laicizzazione, in particolare in concomitanza con i moti risorgimentali per l'unità nazionale, e da una fortissima reazione della gerarchia del clero della nostra fede, il cui potere "pubblico" si c'era cercava di limitare fondamentalmente perché ostile al l'unità d'Italia. Queste dinamiche hanno grandemente e negativamente condizionato lo sviluppo di una democrazia di popolo in Italia, quindi l'esercizio di un potere politico che coinvolgesse tendenzialmente la più ampia base popolare possibile.
 La situazione, ai tempi nostri, è però diversa da quella che ha caratterizzato fasi passate del processo di laicizzazione.
 La "laicizzazione" dei pubblici poteri, quindi la distinzione tra potere della nostra gerarchia del clero e quello degli uffici pubblici, è stata interiorizzata dalla gran parte delle persone di fede che in Italia partecipano alla collettività politica, le quali infatti, assumono determinazioni politiche seguendo talvolta la propria coscienza civile e, più spesso, i propri interessi particolari, o entrambi tali moventi nella misura in cui essi possano essere resi compatibili, non più quindi sulla base dell'obbedienza "canonica" dovuta alle autorità religiose. Ciò scrivo dando credito alle indagini statistiche correnti e alle stesse ricorrenti lamentazioni in merito dei nostri capi religiosi. Questi ultimi non hanno pienamente accettato la laicità dei pubblici poteri, che è uno dei principi fondamentali della nostra Repubblica, considerandola in genere manifestazione di "laicismo", vale a dire della tendenza a escludere i moventi religiosi dal dibattito pubblico sulle cose da fare nella società civile, e quindi come una forma "eretica" che vuole ridurre a fatto "privato" una fede necessariamente comunitaria, inducendo poi la gente a costruirsi una religione "fai-da-te". Ma ciò che appare strano è che, come rilevato nel libro di Marzano/Urbinati che ho citato, le stesse componenti "laiche", quindi per propri principi non sottomesse all'autoritá religiosa, sembrano aver avuto ripensamenti in merito, dopo i furori effettivamente "laicisti" del passato,  e sembrano affascinate dal per certi versi spettacolare magnificente apparato gerarchico della nostra confessione religiosa e propense a trattative, compromessi e accordi con esso. In tali relazioni le nostre autorità religiose intervengono in rappresentanza di tutte le persone di fede, pur ben consapevoli del dissenso maggioritario dei fedeli su molti temi, e, innanzi tutto, proprio su quello della laicità dei pubblici poteri. Ma la controparte "laica" le accredita effettivamente come rappresentanti totalitarie delle nostre collettività di fede, quindi come plenipotenziarie dell'entità politica "Chiesa cattolica".
 L'emergere del dissenso all'interno delle nostre collettività religiose ha avuto ed ha quindi anche una rilevanza prettamente "politica", perché mette in questione la legittimazione politica delle nostre autorità religiose, ed è fondamentalmente per questo motivo che, in Italia e altrove nel mondo, ad esempio in America Latina, è stato duramente represso, sconfessando ed espellendo i dissenzienti, i quali ad un certo punto, su molti dei temi "politici", sono diventati una "maggioranza silenziosa".
 Scrive Marco Marzano nell'opera citata:
"In definitiva, visto da lontano, il mondo cattolico italiano sembra acquiescente e mansueto, in realtà è del tutto estraneo alle scelte della gerarchia. Quest'ultima, dal canto suo, gioca sull'equivoco di rappresentare una base che non incontra mai, dalla quale non ha mai ricevuto alcun consenso, nessuna delega. Ritorna il tema delle due chiese: la prima, quella di popolo, sempre più interessata ad una vita spirituale "autentica", profonda, personale, la seconda impegnata soprattutto sul terreno della politica, del potere e della cultura. La prima chiede essenzialmente di poter sopravvivere, utilizzando le strutture e le risorse materiali e umane (in primo luogo i locali parrocchiali ed il clero, cioè il proprio 'don', della cui guida non vuole vedersi privata da un momento all'altro) messe a disposizione dalla seconda, la quale, a sua volta, pretende che l'equivoco non venga denunciato, che la finzione non diventi palese".
 All'origine della drammatica crisi che, l'anno passato, ha sconvolto il vertice romano della nostra confessione religiosa vi è proprio questa profonda separazione tra quelle che Marzano definisce "due chiese", la prima, di popolo, ormai fortemente pluralistica, alla ricerca di un nuovo modo di vivere senza conflitti, in una vera "conciliazione" dopo quella disonorevole patteggiata dalla nostra gerarchia religiosa durante il regime fascista, la propria fede religiosa e la condizione di cittadini di una repubblica di democrazia avanzata, l'altra, ad ordinamento accentrato e feudale, quella della nostra gerarchia del clero, che, in fondo, è ancora impegnata nella dura lotta per conservare un'egemonia politica in un ambiente democratico iniziata negli anni Sessanta dell'Ottocento; esse non possono più coesistere in quella finzione di unità e concordia evocata da Marzano. Questo è il problema di oggi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli



Domenica 17 agosto 2014 - 20* domenica del Tempo Ordinario - sintesi dell'omelia della Messa

Domenica 17 agosto 2014 - 20* domenica del Tempo Ordinario - sintesi dell'omelia della Messa

Letture: Is 55'1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28.

  Il brano evangelico di oggi ci può sembrare duro. Infatti Gesù si mostra distaccato nei confronti della richiesta della donna cananea, appartenente ad un popolo considerato nemico dagli antichi israeliti. Le risponde come si si sarebbe atteso da lui a quel tempo: egli è stato mandato solo per gli israeliti.
 I discepoli, dal canto loro, chiedendogli di esaudirla, sono mossi essenzialmente dall'esigenza di non essere più infastiditi da lei.
 In realtà Gesù vuole dimostrare quanto sia grande la fede della cananea e rivelare che la salvezza, partita dagli israeliti i quali, destinatari dei doni e della chiamata di Dio [come scrive San Paolo nella seconda lettura], sono stati mandati a tutti i popoli per manifestare loro la misericordia di Dio, è rivolta a tutti, senza distinzione di etnia. Ciò corrisponde alle attese degli antichi profeti di Israele, ad esempio di Isaia: nella prima lettura è scritto che il Tempio di Gerusalemme, luogo dell'incontro di Dio con il suo popolo, sarebbe divenuto "casa di preghiera" per tutti i popoli.
  E' un insegnamento che anche noi, oggi, siamo chiamati a seguire, accogliendo senza riserve e pregiudizi gli immigrati che sono giunti in mezzo a noi. 
 In questo dobbiamo prendere esempio dai santi, come san Rocco, del quale ieri si è celebrata la festa, il quale dedicò la sua vita a soccorrere gli infermi, senza fare alcuna distinzione tra di loro.
 Per riuscirci dobbiamo sempre invocare il sostegno di Gesù Cristo, in questo nostro cammino di fede.

Sintesi di Mario Ardigò per come ha inteso le parole del celebrante.
Azione Cattolica in San Clement Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 16 agosto 2014

15 agosto 2014 - solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria - sintesi dell'omelia della Messa

15 agosto 2014 - solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria - sintesi dell'omelia della Messa

Letture: Ap 11,19a;  12'1-6a. 10ab; Sal 44 (45);  1Cor 15,20-27a; Lc1,39-56.

Sintesi dell'omelia della Messa:

 Maria, in tutta la sua vita, ha continuato a meditare sulle parole dell'angelo nell'Annunciazione, ha partecipato alla missione terrena di Gesù, anche se in modo discreto, ed era presente il giorno della Crocifissione di Gesù, quando ci fu data come madre. Non c'è quindi da meravigliarsi che sia stata la prima creatura ad essere salvata con il suo corpo, dopo essere stata preservata dal peccato.
 Ma il suo destino può essere anche quello di tutti i fedeli, alla fine dei tempi.
 Sul suo esempio, dobbiamo meditare la Parola di Dio.
 Un metodo per farlo e recitando il Rosario, con i suoi misteri gaudiosi, in cui si riflette sull'Annunciazione e sulla nascita di Gesù, con i misteri luminosi, introdotti dal San Giovanni Paolo 2*, nei quali si riflette sul ministero terreno di Gesù, con i misteri dolorosi, in cui si riflette sulla missione terrena di Gesù e con i misteri gloriosi, dedicati alla Resurrezione di Gesù e alla gloria dei santi e della Beata Vergine Maria.
 Dobbiamo convincerci che Dio agisce nella nostra vita e, come Maria, renderne grazie.
 Se non ce ne rendiamo conto può essere perché abbiano chiuso il nostro cuore o ci lasciamo distrarre dalle cose della vita. Meditando la Parola di Dio possiamo esserne di nuovo capaci.

Sintesi di Mario Ardigò per come ha inteso le parole del celebrante.

Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

venerdì 15 agosto 2014

Ave Maria

  Molti anni fa abitai per quale mese a Milano, nel quartiere Città Studi, vicino alla chiesa parrocchiale dei santi Nereo e Achilleo. Ci andai per sottopormi a un trapianto di midollo osseo e ci rimasi per il periodo di stretta osservazione clinica e terapie dopo la procedura. 
 La mattina andavo al centro clinico che mi seguiva, che era lì vicino, in via Venezian. La passavo tra l'ambulatorio e il Day hospital. Il pomeriggio e la sera di solito ero libero.
 Ora è passata, mi sono stati ridati la mia vita, il mio lavoro, un'esistenza normale. Sono nato nel secolo giusto, come mi ha detto il mio odontoiatra; in un'epoca in cui la scienza medica può combattere con successo certe malattie. Ma non era scontato che accadesse.
 La sera, al vespro, le campane della chiesa parrocchiale suonavano, per circa un minuto, la melodia dell'Ave Maria di Lourdes. Benché mi sforzassi di mantenere una mia religiosità, quel minuto era l'unico mio sincero momento di preghiera nella giornata. Era quasi la promessa di una notte di riposo, di un momento di pace. Le notti dei malati gravi sono spesso insonni. Il sonno è allora una benedizione, un miracolo quotidiano per persone che in genere sono poco propense a credere nei miracoli. 
 La fede religiosa del malato grave, quando riesce a conservarla, è molto diversa da quella delle persone sane, alle quali qualche volta capita di ammalarsi e poi di guarire. È una fede dura, senza illusioni, senza sogni di guarigione. Vicino ai letti di degenza dei malati gravi non ci sono gli angeli della Bibbia. La sofferenza estrema rimane incomprensibile anche per l'animo religioso, pur con tutti gli sforzi che si cerca di fare per darle un senso. Nessuna delle spiegazioni che chi attornia il malato grave le dà, sia pure un  sacerdote, convincono veramente. La sofferenza estrema allora è, come disse il Papa Paolo 6* nell'omelia della Messa funebre per Aldo Moro, come un macigno sul cuore, come quello che fu posto a sigillare il sepolcro di Cristo. Tutto il chiacchiericcio a sfondo religioso che ci si fa sopra da parte di chi vuol confortare il malato è vano. Poi spesso il malato grave fa finta di crederci, perché, questo l'ho capito bene, uno dei suo doveri principali  è consolare i sani che lo attorniano e si danno da fare per lui. Per non accrescere la loro pena. In particolare Il malato religioso deve sorreggere la loro fede. Poi quando tutti se ne vanno, perché bisogna pur andarsene, nessun sano resiste a lungo alla sofferenza estrema, solo chi è inchiodato alla croce deve sostenerla ma solo perché è inchiodato, allora si rimane soli con il proprio dolore. Inferi in cui i soli veri angeli, oltre ai familiari che ti assistono da vicino senza inorridire del tuo sfacelo, sono i medici e gli infermieri che, a volte, riescono anche a tirarti fuori, con la loro scienza e la loro umanità e, comunque, si sforzano di farti sopravvivere a dispetto della natura che ti vorrebbe morto.
 In quei miei personali inferi di malato grave, l'unica voce soprannaturale, credibile,che riusciva a farsi strada fino a me era quella melodia delle campane della vicina chiesa parrocchiale, quell'Ave Maria. Chiesa parrocchiale che mi era vietato frequentare in quanto gravemente immunodepresso. Quella melodia era uno dei tenui fili che ancora mi tenevano unito alle altre persone di fede. L'unica preghiera comunitaria alla quale riuscivo a partecipare di cuore.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 

mercoledì 13 agosto 2014

Ricostituire tra noi un pluralismo benevolente

                                      Ricostituire tra noi un pluralismo benevolente

[Le parrocchie] dipendono sempre più, per la loro sopravvivenza, dalla quantità e dalla qualità del personale ecclesiastico [...] La strettissima relazione tra l'istituzione e chi la guida è del resto la conseguenza di un elemento rimasto fino ad oggi immutato nella chiesa cattolica: e cioè il carattere monocratico e assoluto del potere del clero a ogni livello. Il parroco viene nominato d'autorità dal vescovo, senza che la comunità locale dei fedeli possa esprimersi in merito; fino al giorno in cui viene rimosso e assegnato ad altro incarico, egli è titolare di tutte le decisioni, il responsabile ultimo di ogni iniziativa.
[...]
 Il fatto è che [...]  il clero italiano si sta riducendo molto vistosamente [...]  I vertici ecclesiastici hanno escogitato sostanzialmente due rimedi [...]: aumentare il numero di parrocchie affidate a un singolo prete [e] "importare" clero dai paesi in via di sviluppo e dall'Europa orientale. È abbastanza evidente che entrambe le soluzioni favoriscono la concentrazione dei preti sugli aspetti propriamente sacramentali e "interni", a discapito di quelli pastorali e più genericamente culturali.
[...]
 Si può pensare che quel che difficilmente verrà da un clero incanutito e da parrocchie carenti di laici impegnati possa invece provenire dai ranghi dei movimenti ecclesiali.
[...] 
Il loro radicamento ufficiale nella chiesa è divenuto sempre più evidente, a mano a mano che giungevano riconoscimenti, approvazioni degli statuti, permessi di aprire seminari e di formare propri preti.
 Lo sviluppo di queste organizzazioni nell'ultimo mezzo secolo rappresenta in effetti una peculiarità squisitamente italiana [...] Sommati tra loro, gli aderenti di tutti i movimenti ecclesiali [...]  costituiscono di fatto un'imponente massa d'urto. 
[Secondo Oliver Roy]  la secolarizzazione non ha annientato la religione ma ne ha causato piuttosto la scissione dai contesti culturale, politico e territoriale [...] Cone se si trattasse di una religione nuova che cerca di farsi conoscere e di fare proseliti, come se non fosse la religione dei padri, come se non fossimo nel paese del Papa e dei campanili.
[...] È questa la forma emergente di religiosità "movimentista": antiteologica, antintellettualistica, ad alto contenuto emotivo, basata non sul conformismo ma su un'adesione sincera. [...] Il religioso si fa più visibile perché declinante e sempre più distonico rispetto alla società che lo circonda. [...] I religiosi si percepiscono come una minoranza assediata da una moltitudine che ha scelto di adorare i falsi dei del sesso, del denaro, dell'uomo idolatrato. [...] Nell'arcipelago dei movimenti e delle parrocchie non c'è discordia, ma neppure nessuna tensione unitaria. [...]  Ogni movimento conduce un'esistenza totalmente separata dagli altri ed ha una spiritualità e una ritualità proprie, simboli e pratiche diverse. [...]  [Anche le parrocchie] si stanno differenziando e specializzando sempre più, seguendo in questo la direzione intrapresa dai movimenti ecclesiali. Anche se con un livello di settarizzazione, cioè di chiusura verso l'esterno e di standardizzazione omologante, in genere inferiore.

[dall'opera "Missione impossibile", di Marco Marzano e Nadia Urbinati, Il Mulino, 2013, pagine 138' €14,00, tuttora disponibile in commercio; in particolare dal primo capitolo, di Marco Marzano, "L'armata inesistente. L'improbabile ritorno della chiesa cattolica nella sfera pubblica"]

 Vi consiglio di acquistare il libro da cui ho tratto le citazioni che precedono, nel quale troverete l'esposizione di un'ipotesi ricostruttiva (che mi è parsa abbastanza corrispondente alla mia personale esperienza) delle dinamiche in atto nelle nostre collettività di fede. Verificherete poi voi la corrispondenza effettiva alla realtà, in base a ciò che avete potuto direttamente osservare. Si tratta di una situazione, quella descritta nel libro di Marzano, che mi pare aver coinvolto anche la nostra parrocchia, dove, accanto alla nostra Azione Cattolica e ad altri gruppi di tipo devozionale, sono presenti e vitali diverse collettività di perfezionamento spirituale appartenenti ad uno dei movimenti ai quali ha fatto riferimento Marzano in quel libro. Nel secondo capitolo, scritto da Nadia Urbinati, troverete interessanti considerazioni sui problemi di laicità delle istituzioni politiche italiane di cui spesso si discute sui giornali.
 Dobbiamo riconoscere, credo, che anche nella nostra parrocchia si sta manifestando quella "specializzazione" a cui si è riferito Marzano. Infatti, a partire dall'iniziazione religiosa per la Cresima, la formazione spirituale e religiosa dei laici della nostra parrocchia coincide sostanzialmente con quella degli aderenti a quel movimento. Benché il pluralismo associativo non sia stato abolito, in realtà la differenziazione tra la parrocchia e le strutture di quel movimento tende progressivamente a ridursi. Le altre esperienze associative ancora presenti in parrocchia tendono a diventare quindi "gruppi ad esaurimento", tenuti in vita da e per persone, in genere piuttosto anziane, formatesi in una diversa stagione culturale e religiosa. Tendono a rimanere in parrocchia, e anche a convergere dai territori di altre parrocchie, coloro che condividono la particolare spiritualità di quel movimento, il quale, dal canto suo, si presenta definendosi "struttura al servizio della Chiesa locale", accreditando in tal modo l'idea che, almeno nella nostra parrocchia, vi sia una sostanziale assimilazione, e identificazione, con essa, vale a dire che il movimento comprenda ed esaurisca la Chiesa locale.
 Possiamo chiederci, come appartenenti al gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, se rimanga qualcosa da fare per noi in parrocchia, se non essere, appunto, un'esperienza associativa destinata ai più anziani, per andare incontro alle esigenze di chi non può essere "riconvertito" ad una diversa spiritualità, di coloro che, quindi, manifestano di essere, come dire?, "irriducibili". In effetti ho potuto constatare che, all'inizio di ogni anno associativo, c'è un po' di apprensione, non essendo del tutto scontato che si potrà andare avanti. Io credo che qualcosa di più da fare rimanga, piuttosto di limitarsi ad attendere la naturale estinzione o la fatale decisione di praticarci una sorta di eutanasia.
 Osservo infatti che la particolare impostazione del movimento che tanta parte ha nella vita della nostra parrocchia lascia scoperto, ad esempio, tutto il settore delle persone le quali, pur animate da una fede viva, consapevole, motivata, profonda, sociale, non ritengono di doversi porre in rotta di collisione con la società civile e politica in cui vivono, nella quale sono portate a riconoscere anche molti elementi di bene, e vogliono parteciparvi attivamente, collaborando al suo progresso, insieme a non credenti o a diversamente credenti, rifuggendo in ciò le posizioni inquadrate come "fondamentalismo" religioso. Ed inoltre quello di coloro i quali, non pregiudizialmente ostili alla fede religiosa, si vogliono interrogare, in animo di ricerca costante, sincera e onesta, su come tradurla in pratica, su come accoglierla e attuarla nella propria vita, sia come singoli che come parti di corpi sociali, senza ritenersi obbligati ad adottare soluzioni preconfezioniate da altri, siano pure essi persone esperte in umanità e/o in dottrina o stimati capi di collettività di fede, anzi ritenendo in coscienza di dover sottoporre a verifica anche tali soluzioni proposte nelle nostre collettività religiose ben consapevoli storicamente delle molte compromissioni e insufficienze del passato, e ciò nello spirito della "purificazione della memoria". Essi sono convinti che, in religione, pur non volendo rompere l'unità benevolente che li lega alle altre persone di fede e, nella speranza, addirittura a tutta l'umanità, non si sia costretti a seguire una e una sola via.
 Più in generale rimangono scoperti gli ambienti sociali di coloro che non vedono come unica forma di testimonianza credibile ed efficace quella di stabilire una netta separazione tra la vita delle persone di fede e il più vasto contesto sociale civile in cui sono immerse, per chiudersi in collettività molto omogenee ed uniformi, molto caratterizzate in senso esplicitamente religioso, e quindi, come tali, dotate di una particolare visibilità per palese contrapposizione con la società civile che le circonda, risaltando al modo di pecore bianche in un gregge di pecore nere. Insomma di coloro che credono ancora nel valore di quell'impegno nella mediazione culturale della fede, descritto in altri miei precedenti interventi ai quali rimando e, in particolare ai post della serie  "Che cos'è e come si fa la mediazione culturale", del quale ciò che si definisce "inculturazione" dell'esperienza religiosa è parte molto importante.
 Il che significa riconoscere che l'azione espressa dagli amici di quel movimento a cui mi sono riferito non esaurisce tutto quello che una persona di fede, individualmente o come parte di una collettività, può fare e che, pensandola all'opposto, si finisce non per rendere più salda e sicura, ma più povera, la nostra fede, finendo per indebolirla. Significa anche voler accettare, prendendone prima adeguata e realistica consapevolezza, la lezione che ci viene dalla storia, di quella delle nostre esperienze religiose e di quella dell'umanità, e prendere sul serio l'impegno religioso, che riteniamo di esserci stato affidato, a fare di tutte le genti un popolo solo, non però con la forza e puntando all'egemonia, come tante volte si è fatto nel nostro tragico passato. ma nel dialogo e nella collaborazione benevolente con ogni realtà umana, non limitandosi ad attendere solo la rovina escatologica del male che c'è nelle società in cui siamo immersi, ma collaborando attivamente al progresso sociale in senso più umano, in particolare mettendo a frutto le opportunità offerte nella società democratiche contemporanee e, anzitutto, dai principi e dal metodo democratici,
 La difficoltà, nel contesto specifico in cui ci muoviamo, in cui siamo inseriti, è di convincere di questo, della possibilità ed utilità della compresenza di più modi di intendere e vivere la fede, le altre componenti  della parrocchia, clero e laici. "Convincere", non "costringere". È proprio questa la prima, difficile, mediazione culturale in cui ci dobbiamo esercitare. Ed è difficile perché ad essere messa in questione, addirittura come peccaminosa in quanto fonte di cedimenti al "mondo", è addirittura l'opzione per il metodo stesso della mediazione culturale. 
  Occorre insomma, credo, promuovere e ricostituire pienamente il pluralismo nella nostra parrocchia, mantenendo tuttavia (o forse sarebbe meglio dire "ripristinando") l' "agápe", l'unità benevolente di tutte le persone di fede al di là delle loro particolari scelte di vita, superando il muro di diffidenza reciproca che attualmente, mi pare, ci separa, e che ci costituisce spesso non come alleati, ma competitori per l'egemonia, in un clima cupo di sfiducia, sospetto e imsofferenza reciproci, ritenendo, quando ne parliamo all'interno dei nostri gruppi di specifica appartenenza, che si starebbe meglio se non ci fossero gli "altri". E scrivendo questo faccio anche una autocritica e riconosco di dover molto migliorare, io stesso che auspico più pluralismo, proprio nel pluralismo. 
 Su una cosa non concordo con Marzano, nelle considerazioni che ha espresso nell'opera che ho citato, vale a dire quando ritiene che vi fu alle origini della nostra fede, quelle origini che gli amici del movimento di cui ho scritto vorrebbero ripristinare nella loro esperienza collettiva, un momento in cui la nostra fede fu completamente "deculturalizzata", pertanto del tutto avulsa dalla cultura e dal territorio di origine, in particolare dall'articolato giudaismo del primo secolo, quindi  autoreferenziale, e chiusa al dialogo con i non credenti o con i diversamente credenti, raggruppati tutti nella genia dei "pagani". Già solo tenendo conto delle acquisizioni delle scienze bibliche sulla formazione delle tradizioni che furono alla base degli scritti sacri neotestamentari, nella misura in cui esse non sono più ormai patrimonio solo di specialisti ma di ogni fedele che voglia approfondire la questione, sono infatti convinto che l'inculturazione della nostra fede, lo scambio vitale tra la fede e le cultura in cui essa storicamente è immersa, risalga senz'altro ai tempi stessi del Fondatore. Indizi di ciò, per ciò che ne ho letto, sono anche venuti dagli studi sugli antichi manoscritti del Mar Morto: la nostra fede è esplosa in un contesto di un giudaismo fortemente pluralistico e differenziato su basi culturali, nel quale tuttavia si cercò pervicacemente di trasmettere ai posteri non una sola tradizione, individuata come la sola ortodossa, ma la memoria di tutte le tradizioni.
 Se la nostra fede fosse stata espressa, nel primo secolo, solo da gruppi chiusi, ad accesso iniziatico, come ve ne furono molti nella stessa epoca in ambiente greco-romano, essa non avrebbe avuto la straordinaria espansione che invece constatiamo, arrivando addirittura a sostituire, nel volgere di circa tre secoli, le fedi religiose e l'ideologia sociale e politica del grande impero mediterraneo nel quale le nostre prime collettività di fede furono immerse e che inizialmente le era ostile.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa- Roma, Monte Sacro, Valli
 

Da un'intervista a Gabriella Caramore, conduttrice della trasmissione radiofonica "Uomini e profeti"

Da un'intervista a Gabriella Caramore, conduttrice della trasmissione radiofonica "Uomini e profeti"

(Domanda) Un'ultima domanda, brusca e inevitabile, che si saranno posti anche tanti suoi ascoltatori. Lei crede in Dio?
(Risposta) Per la verità non mi pongo il problema. Non so chi sia Dio. Tutte le tradizioni ci raccontano tante cose su Dio, compresa quella biblica, per la quale il volto di Dio non si può vedere, il suo nome non si può pronunciare. È vero però che gli esseri umani hanno dato questo nome alla ricerca di qualcosa che va al di lá della conoscenza umana, e che allo stesso tempo suggerisce al cammino dell'uomo un possibile orientamento in cerca del bene, della libertà, della giustizia. Il deposito di questa ricerca, presente nel racconto di Dio lasciatoci dalle diverse tradizioni religiose, è talmente imponente che non può non interessare anche agli atei e agli agnostici. L'idea di Dio come "invenzione" degli uomini mi sembra un po' infantile. Non si tratta di una invenzione, semmai di una "scoperta" della possibilità di vivere umanamente sulla terra, e della necessità di camminare sempre sulla via della conoscenza.

[da un'intervista di Franco Marcoaldi a Gabriella Caramore, conduttrice della trasmissione radiofonica di RAI - Radio Tre "Uomini e profeti" (va in onda il sabato mattina), pubblicata sul quotidiano "La Repubblica" dell'11 agosto 2014. Il testo completo dell'intervista è disponibile sul sito Web del quotidiano]

  Nelle nostre collettività religiose non mi pare che in genere sia molto valorizzato l'elemento della ricerca che caratterizza la spiritualità della nostra fede. Di solito i percorsi individuali religiosi vengono visti come un accostarsi a un corpo dottrinale piuttosto saldo che va semplicemente appreso e interiorizzato, in particolare nelle sue componenti etiche. In realtà, per ciò che ho potuto sperimentare, la fede religiosa è più di questo. E quel di più che c'è rispetto alla dottrina non è solo la molta emotività che spesso circonda le manifestazioni religiose. 
 Da lungo tempo si diffida generalmente, da parte di chi ha avuto il compito di guidare altri nella fede, di questo aspetto di "ricerca" della nostra spiritualità. Lo si tollera, fino ad un certo punto, in alte intellettualità. Nei fedeli normali viene considerato spesso manifestazione di "indifferentismo" e di "indisciplina", fonti di disordine. Così la nostra gente viene posta di fronte ad un'alternativa secca: correggersi e conformarsi o lasciare le nostre collettività. La spiritualità in ricerca viene cosí, spesso, "sconfessata". Si pretende che i molti aspetti paradossali della nostra fede religiosa, come ad esempio quello di una natura crudele guidata da una provvidenza amorevole, vengano saltati a piè pari facendo ricorso a un affidamento emotivo in una realtà soprannaturale sulla quale però si consiglia di non indagare se non da un punto di osservazione piuttosto distante.  Ma è proprio quando le si guarda da vicino che le realtà di fede pongono i problemi più grossi. E ciascuno, in questa osservazione ravvicinata, può far conto sugli altri solo fino ad un certo punto. 
 Negli anni passati si è posto molto l'accento, nell'insegnamento dei nostri capi religiosi, sull'aspetto di verità oggettiva che le nostre concezioni di fede avrebbero, di modo che di esse non solo ci si potrebbe, ma anche ci si "dovrebbe" convincere con il retto uso della ragione. Di modo che tutte le obiezioni "razionali" che, a partire più o meno dal Cinquecento, sono state opposte, o anche semplicemente poste, alla nostra dottrina di fede sarebbero conseguite ad un errato uso della ragione: è esattamente la contestazione su cui si basò l'inquisizione che travagliò il lavoro intellettuale e la stessa vita di Galileo Galilei.  C'è chi ha considerato ciò un arretramento, rispetto alle posizioni raggiunte e promulgate negli ormai lontani anni '60 nel corso del Concilio Vaticano 2*. In un ambiente religioso simile, in cui si è cercato di compattare le nostra collettività di fede mediante la ricostituzione di una continuità ideale con il passato, è potuto suonare addirittura come rivoluzionario il pensiero, in genere piuttosto in linea con quello tradizionale sulle questioni fondamentali, del nostro nuovo vescovo e padre universale. Esso ha sorpreso anche il mondo non religioso, avendo spazi eccezionali anche sulla stampa considerata più distante dai discorsi di fede. Ma non mi pare che sia riuscito ancora a fare breccia nelle nostra collettività religiose, compattate forzosamente mediante congelamento, non mediante "ricomposizione" (come ci si propose di fare negli scorsi anni '80), per dare l'immagine (artificiale) di un corpo compatto benché minoritario.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

martedì 12 agosto 2014

Problemi ricorrenti

                                                               Problemi ricorrenti

Dopo l'ultima guerra mondiale, tra le tante idee su come costruire la nuova Europa dopo la fine dei totalitarismi nazifascisti che l'avevano a lungo travagliata, vi furono coloro, in Italia, anche tra le persone di fede,  i quali, "tra il serio e il faceto" come si suole dire, lanciarono quella di proporre al Papa di trasferire il suo piccolo dominio territoriale a Malta, all'epoca possedimento britannico, dove ciò che residuava dell'antico ordine di monaci guerrieri dei Cavalieri di Malta disponeva di proprietà che beneficiavano di prerogative assimilabili a quelle della Città del Vaticano a Roma.
 In effetti, a partire dall'Ottocento,la presenza in Italia delle istituzioni pontificie aveva determinato una serie di ricorrenti e specifici problemi politici allo sviluppo e al funzionamento dei processi democratici, e, per altro, ha continuato in qualche misura a produrli, anche se in dimensioni molto più contenute e in modo diversi, fino ai primi mesi dell'anno scorso. Essi, in particolare, avevano influito pesantemente sullo sviluppo dell'azione sociale delle nostre collettività religiose laicali, quando, con l'affermarsi anche in Italia di principi politici liberali, essa poté dispiegarsi producendo anche, in particolare, ciò che il sociologo Pier Paolo Donati ha definito "pensiero sociale cristiano".
 Si tratta di un argomento su cui di solito, nell'iniziazione cristiana, o si sorvola del tutto o ci si limita a dare versioni che risentono di intenti apologetici, vale a dire di difesa a oltranza delle istituzioni di vertice della nostra confessione religiosa, perché, in fondo, e lo dico con l'espressione usata da Primo Mazzolari in un suo celebre saggio, "anche noi vogliamo bene al Papa", tutti noi, me compreso.
 Per i riferimenti storici che seguono mi riferirò all'esposizione di Gabriele De Rosa, nell'opera "Il movimento cattolico in Italia dalla Restaurazione all'età giolittina, Laterza, 1979.
 Ho già ricordato, in un mio precedente intervento, che la prima esperienza anticipatrice di ciò che sarebbe stata l'attuale Azione Cattolica, la bolognese "Associazione cattolica italiana per la difesa della libertà della Chiesa in Italia" di Giambattista Casoni e Giulio Cesare Fangarezzi, era finita nel maggio 1866, dopo solo circa un anno di attività, per l'intervento delle autorità del Regno sabaudo. I suoi fondatori infatti furono colpiti da provvedimenti di domicilio coatto, ai quali si sottrassero con la fuga, quali "austriacanti", in base ad una legge eccezionale del quale era stato relatore Francesco Crispi, uno dei "Mille" di Garibaldi, approvata alla vigilia della terza guerra d'indipendenza contro l'Austria. In realtà ciò che determinò l'applicazione della misura di polizia fu il fatto che il sodalizio cattolico, composto di persone che si proponevano di essere "cattolici tutti d'un pezzo", intendendo con ciò di voler esser disposti alla più completa sottomissione al Papa, sia religiosa che politica, si era apertamente schierato con il Papa nella sua pretesa di mantenere un suo regno territoriale nell'Italia centrale, ciò che contrastava vivamente con l'aspirazione del governo sabaudo di realizzare l'unità nazionale italiana stabilendo la capitale del Regno a Roma.
 Ma analoghi problemi erano sorti già molto tempo prima. La precedente esperienza di un modello associativo laicale che aveva elementi dell'Azione Cattolica dei tempi nostri, la torinese "Amicizia Cattolica" di Cesare D'Azeglio e di Joseph De Maistre, fondata nel 1817, finì per motivi analoghi nel 1825, sempre per sospetti di sovversione filopapale.
 Il sodalizio aveva assunto tra le sue principali finalità, oltre che la diffusione di stampa non contrastante con la dottrina religiosa, la cosiddetta "buona stampa", la promozione a livello popolare di una spiritualità di contenuto devozionale ispirata al pensiero di S.Giovanni Della Croce, di S.Terasa d'Avila e all'insegnamento morale di S.Alfonso Maria de Liguori.  Scrisse in merito De Rosa, nell'opera citata:
"Devozione al Cuore di Gesù, alla Vergine Maria, comunione frequente, sono i segni distintivi della nuova spiritualità [...] questa pietà di tipo italiano, più indulgente, più superficiale talvolta, ma anche più umana e più "popolare", andò sempre più diffondendosi fino a ottenere l'alto riconoscimento di Pio 9*. Dalla devozione mariana al culto dei santi, alla venerazione delle reliquie, alle processioni, ai pellegrinaggi, agli esercizi, una pietà solidissima, anche se non mancava di scadere qui e lì in eccessi di manifestazioni esteriori e teatrali, specialmente nell'Italia meridionale, e che costituì il principale alimento spirituale delle famiglie cattoliche per tutto l'Ottocento e oltre, specialmente nei centi rurali. Di questa pietà si nutrì lo stesso Angelo Roncalli, come è testimoniato dal suo Giornale dell'Anima".
 Ma l' "Amicizia Cattolica" non cadde per quelle attività, ma sulla questione del primato pontificio in politica, in particolare sui temi dell'infallibilità del papa anche in queste materie (il dogma non era stato ancora promulgato e quando lo fu riguardò solo le pronunce in materia di fede) e della separazione tra lo stato e la Chiesa. La società venne sospettata  di essere uno strumento dei gesuiti, istituzione caratterizzata da un particolare impegno di soggezione al papa, per influire sul sovrano sabaudo, in particolare nel campo dell'istruzione scolastica, per mantenere un monopolio degli istituti scolastici religiosi sull'istruzione scolastica.
 L'occasione del ritiro dell'appoggio del sovrano, Carlo Felice, alla società,  con conseguente suo scioglimento, fu data in particolare dall'intervento delle autorità russe, presso le quali il De Maistre aveva svolto brillantemente funzioni diplomatiche per lo stato sabaudo, le quali, dopo i moti insurrezionali decanbristi del 1825, posero sotto sorveglianza tutte le società che si richiamavano a principi religiosi, in particolare quelle influenzate da gesuiti. I russi sospettavano che l'azione dell' "Amicizia Cattolica" fosse influenzata da gesuiti che erano stati espulsi dalla Russia per coinvolgimento in quei moti di popolo. La censura sabauda individuò nei testi diffusi da quella società opere in cui si sosteneva che tutte le azioni umane, senza alcuna distinzione, dovessero essere di competenza della Chiesa, e quindi del Papa quale suo sovrano assoluto, indebolendo sul punto il principio della pienezza della potestà dei sovrani civili. 
 Bisogna ricordare che il De Maistre, intellettuale con grandissimo seguito negli ambienti cattolici e membro fondatore della società, nell'opera "Du Pape" [=sul papa], del 1819, aveva sostenuto l'idea della supremazia indiscutibile e onniestensibile, anche in campo politico, del papa, quindi di un papa che doveva essere obbedito anche dai re al modo di un imperatore e su basi sacrali.
 La questione, che oggi viene in qualche modio "disinnescata" con il ricorso alle distinzioni tra l"ambito religioso e morale e quello politico stabilite dal Concilio Vaticano 2*, anche se ciclicamente torna d'attualità, era all'epoca assolutamente esplosiva per il fatto che, in Italia, il Papa non era solo un capo religioso, ma un sovrano territoriale tra gli altri sovrani territoriali. La materia acquistava quindi un particolare rilievo di politica internazionale e, all'interno degli stati, di sicurezza pubblica. Ciò assunse proporzioni gigantesche, anche a causa della politica pervicacemente seguita dal papato, oscurando quasi del tutto le questioni propriamente religiose, quando il movimento di risorgimentale per l'unità nazionale e la convergente azione politica del Regno sabaudo mirarono a realizzare, anche con campagne militari e insurrezioni popolari, l'unità nazionale italiana sopprimendo la pluralità degli stati in cui la Penisola e le sue popolazioni erano divise, quindi anche il dominio territoriale del Papa-Re.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 

domenica 10 agosto 2014

Domenica 10 agosto 2014 - 19* domenica del Tempo Ordinario - sintesi dell'omelia della Messa

Domenica 10 agosto 2014 - 19* domenica del - Tempo Ordinario - sintesi dell'omelia della Messa

Letture: 1Re 19,9a.11-13a; Sal 84; Rm 9,1-5; Mt 142,22-33. 

                                                Sintesi dell'omelia della Messa

 Fin dai primi secoli si vide nella barca del brano evangelico proclamato oggi l'immagine della Chiesa che, senza più Gesù in mezzo a lei, portava la misericordia di Dio al l'umanità. Ma Gesù, nel racconto evangelico, non rimase in realtà  lontano dai discepoli, ma andò a pregare sul monte, in modo che i discepoli potessero sperimentare la sua presenza in altro modo.
 Nella tempesta Gesù venne in soccorso dei discepoli, ma occorse loro la fede in lui per riconoscerlo.
 Nella fede Pietro viene preso per mano da Gesù e non affonda nelle acque del lago.
 È mediante la preghiera che sperimentiamo l'azione di Dio nella nostra vita e accresciamo la nostra fede. La mancanza di fede genera il dubbio e la paura. Quante volte invece, anche nella sofferenza, ci siamo sentiti, nella fede, come portati per mano da Gesù sulle acque, in modo prodigioso?
 Chiediamoci se nella nostra vita troviamo il tempo per pregare, con calma e pazienza,rinnovare il nostro rapporto con Dio e accrescere la nostra fede. Quante volte, ad esempio, passiamo tanto tempo delle nostre giornate davanti alla televisione e poi non ci rimane nulla nell'interiorità.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante.
Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli


Senza diritto di parola

                                                       Senza diritto di parola

Ma è la stessa vita della Chiesa che risente di questa fragilità del laicato credente; perché, a dispetto di un generoso coinvolgimento di uomini e donne nell'azione pastorale, quest'ultima rimane perlopiù confinata entro le mura parrocchiali, estranea alle questioni più drammatiche e controverse del vivere. È interessante osservare come le nostre comunità cristiane siano state prese in contropiede dall'irrompere delle 38 domande in preparazione al Sinodo sulla famiglia: domande dirette, che non edulcorano le questioni più spinose; e come non si siano trovate forme per una discussione aperta, corale dei laici delle nostre comunità. Eppure la stessa dimensione pastorale è con tali problemi che deve ormai fare i conti, disponendo spesso di strumenti culturali,l teologici, biblici del tutto inadeguati.
 L'afasua del laicato nasce anche da un clima ecclesiale che non favorisce il dibattito e il confronto di idee, perché timoroso di alimentare forme di dissenso e di far emergere elementi di disagio che turberebbero l'ordinata vita delle comunità, già affaticata da mille questioni interne ( dall'eccessivo carico di lavoro dei preti sempre meno numerosi alla progressiva carenza di catechisti o di animatori della liturgia, all'invecchiamento della popolazione che frequenta le parrocchie). E questo crescente concentrarsi su di sè e sulle loro dinamiche interne, tipico di molti ambienti ecclesiali, li rende di fatto inospitali verso chi avrebbe anche i l desiderio o la curiosità o l'interesse a esprimere proprie idee (non sempre in linea con il magistero della Chiesa), introducendo magari questioni esistenziali che producono turbolenze nell'ordinato fluire della vita comunitaria. Non è privo di significato che stiano nascendo all'interno delle Chiese italiane centinaia di gruppi o altre forme aggregative, capaci di interessanti elaborazioni culturali e teologiche, che si collocano, spesso non per scelta loro, ai confini degli spazi ecclesiali. Eppure un dibattito  aperto, in cui si dà voce o a chi ha pensieri, idee, proposte da esprimere, aiuterebbe a creare quel l'opinione pubblica nella Chiesa di cui abbiano urgente bisogno (vedi Giacomo Canobbio in "Chi ha diritto di parola nella Chiesa?",  pubblicato sul numero 2/2013 della "Rivista del clero".

[dall'articolo di Beppe Elia "Tocca ai laici", pubblicato sul numero 6/2013 di "Coscienza", la rivista del MEIC - Movimento Eccleiaale di Impegno Culturale.

 Viviamo in una società in cui le forme e le sedi di reale partecipazione sociale stanno diventando sempre meno. Prevalentemente si vive da "clienti", in collettività di consumatori fidelizzati verso un certo prodotto, o da membri di tribù, soggette al potere indiscutibile di un qualche gruppo di capi e al conformismo verso certe tradizioni. Le nostre collettività religiose non fanno eccezione, anche se in esse la situazione è sotto certi profili più grave, per la storica e pervicace diffidenza e resistenza verso ogni forma di effettiva partecipazione popolare. In tutto questo è centrale un problema di dignità umana, proprio la materia sulla quale, secondo il sociologo Pier Paolo Donati in "Pensiero sociale cristiano e società post-moderna", AVE,1997, il pensiero sociale espresso dalle nostre collettività di fede potrebbe ancora dare un importante apporto nel mondo contemporaneo. Se infatti una persona non ha diritto di parola nella società in cui vive, ne risulta menomata la sua dignità di essere umano. E l'uguaglianza in dignità tra gli esseri umani è una delle basi ideologiche delle democrazie contemporanee, i sistemi politici che anche la nostra gerarchia del clero, pur ancora fondamentalmente su linee antidemocratiche, è giunta a riconoscere (all'inizio degli scorsi anni '90!) come quelli più efficaci per stabilire un ordine pacifico a livello mondiale.
 Beppe Elia scrive che nelle nostre collettività non si è discusso del "questionario" sulla famiglia inviato anche ai laci in previsione del Sinodo su quel tema. Anche nella nostra parrocchia non ne ho sentito parlare. Eppure la famiglia è materia sulla quale spesso anche tra noi si manifestano divergenze di opinioni ogni qual volta sia aprono spazi di dibattito franco. Mi pare infatti che solo una minoranza sia d'accordo con il modello fondamentalista di famiglia che viene in genere proposto, in particolare nella formazione degli adolescenti e dei giovani adulti. Tuttavia, ogni volta che se ne parla, il dibattito viene troncato bruscamente sostenendo che o si accetta quell'impostazione o si è fuori, perché altrimenti si va contro la legge che ci è stata data dall'alto. E non si considera che, ad esempio, i nostri scritti sacri sono un amplissimo catalogo di concezioni etiche in materia di famiglia (e di altro) storicamente superate senza troppi problemi giá nell'antichità e che nella storia postbiblica delle nostre collettività religiose ogni epoca ha avuto il suo modello di famiglia, nel tentativo di impostare secondo i tempi l'esperienza della famiglia secondo i principi evangelici, con esiti molto diversi nelle varie epoche. Sarebbe strano che proprio in tempi di velocissimi cambiamenti sociali, in questi nostri tempi che stiamo vivendo, la famiglia  in religione potesse rimanere organizzata sempre secondo uno stesso stampo. E infatti questa non è la realtà che comunemente si vive. Non si capirebbe, altrimenti, la ragione per cui, ad un certo punto, si è sentita l'esigenza di cambiare le norme del codice di diritto canonico in materia di famiglia, che ora riconoscono alla donna nella famiglia una dignità conforme a quella che le costituzioni democratiche delle società occidentali le attribuiscono. Abbiamo superato senza problemi anche in religione il modello del marito/capo della moglie.
 Da genitore ho vissuto queste tensioni durante le riunioni che si facevano negli anni del catechismo delle mie figlie. Ho constatato, ad esempio, una certa difficoltà ad accettare il fenomeno delle famiglie monogenitoriali, presentate come carenti e imperfette rispetto a un modello ideale. Ma problemi mi pare di ricordare che vi fossero anche verso le famiglie costituite dopo il fallimento di un precedente rapporto coniugale. L'approccio alle persone che vivevano in queste famiglie mi è sembrato poco produttivo, in quanto, sostanzialmente, si sosteneva di accettarle "per misericordia", laddove esse invece reclamavano il riconoscimento, anche in una collettività di fede, di una loro dignità. E qualche volta questa concezione della misericordia mi è parsa addirittura insultante.
 Certo, la società in cui viviamo esprime e pratica anche modelli di vita contrastanti con i nostri principi di fede. Ma le nostre idealità non mancano tuttora di forza attrattiva. Di solito le persone nella loro vita non seguono un unico modello, ma vanno dall'uno all'altro, come a tentoni, o costruiscono sintesi tra modelli differenti. Il credente è chiamato a quel lavoro molto importante che nel gergo viene definito "discernimento" e che consiste nel valutare se ciò che si è costruito nella propria vita è coerente con i principi ai quali si intende improntare la propria esistenza. Non si tratta semplicemente di mettere a confronto la propria vita con uno schema corrente nella tribù in cui si è inseriti. E questo perché anche quest'ultimo è oggetto di discernimento. È sempre in questione la propria responsabilità personale nella costruzione della società in cui si vive, perché siamo legati gli uni agli altri in forme sempre più complesse, e ciò che siamo e che facciamo non è senza influenza sulla vita delle altre persone. L'aspetto e la rilevanza sociale di questo lavoro rendono necessario che esso non sia condotto solo all'interno delle coscienze individuali, ma nel dialogo collettivo. Si parla a questo proposito di "discernimento comunitario", che, benché ciclicamente invocato, è assai poco praticato nelle nostre collettività. In nome dell'unità si pretende in genere dalla gente un certo conformismo. Fatto sta che chi non se la sente di praticarlo rimane fuori, anche se non ostile al discorso religioso. Ho sentito talvolta andare orgogliosi di questo risultato, perché avrebbe condotto a una purificazione delle nostre collettività di fede, selezionando ed escludendo gli imperfetti e compattando le schiere dei più determinati. Io lo considero invece un insuccesso. Come possiamo andare fieri della crescente estraneità della gente in mezzo alla quale viviamo rispetto alle nostre collettività di fede?
 Siamo però disposti a riconoscere la dignità umana anche a coloro che non la pensano esattamente come noi? Siamo disposti a riconoscere loro il diritto di parola nelle nostre collettività? Siamo disposti a praticare veramente lo spirito di dialogo, che è uno dei cardini dei principi promossi dal Concilio Vaticano 2*, accettando anche di confrontarci con il dissenso? O, al contrario, ci sentiamo soddisfatti nel nostro ruolo di "doganieri" della fede, asserragliati nella nostra cittadella tribale al modo dei nativi nordamericani nelle loro "riserve", gelosi delle nostre particolari costumanze?

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli