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Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.
Questo blog è un'iniziativa di laici aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se i laici di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.
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Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce abitualmente il martedì alle 17 e anima la Messa domenicale delle 9.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 30 novembre 2014

Domenica 30-11-14 – 1° Domenica di Avvento – Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità –colore liturgico: viola – 1° settimana del salterio - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Osservazioni ambientali: temperatura 25° C (tira scirocco); cielo: poco nuvoloso. Canti: ingresso, O cieli, piovete dall’alto; offertorio: Come Maria; Comunione, Preghiera semplice;  canto finale, Andate per le strade.
Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.

Buona domenica a tutti i lettori!

Una buona idea: aderire all’AC, proprio quest’anno.  E’ un impegno associativo che lega fede e libertà. Si decide insieme, democraticamente, che fare e come farlo. Nel settore giovani e famiglie si tratta di ripartire, di riorganizzare una presenza parrocchiale. Gli adultissimi troveranno invece più compagnia. 
Nel post che precede troverete una mia risposta alle domande più frequenti che ci si sente rivolgere sull'Azione Cattolica. 

Prima lettura
Dal libro del profeta Isaia (Is 63,16b-17.19b; 64,2-7);

 Tu. Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, come un panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.


Salmo responsoriale (dal salmo 79 (80))

Ritornello:
Signore, fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi.


Tu, pastore d’Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
E vieni a salvarci.

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso fort.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome


Seconda lettura
Dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai  Corinzi (1Cor 1,3-9)

 Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo! Rendo grazie continuamente al mio Dio in voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza. La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!





Vangelo
Dal Vangelo secondo Marco  (Mc 13,33-37)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. E’ come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!


Sintesi dell'omelia della Messa delle nove

 Con questa domenica di Avvento inizia il nuovo anno liturgico. Avvento significa venuta, la venuta di Gesù. Nell’antichità questo tempo liturgico durava quaranta giorni, dedicati al digiuno e alla preghiera. Ai tempi nostri dura quattro settimane. E’ rimasto un tempo di meditazione e di preparazione.
 La venuta di Gesù su cui medita in Avvento è quella avvenuta circa duemila anni fa, quella che avviene oggi nei sacramenti e quella che verrà alla fine dei tempi.
 Gesù ha fiducia in noi.
 Ci chiede di amarlo, di seguirlo e di lasciarci plasmare da lui. Dunque, vegliamo e prepariamoci a questo.


Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa– Roma, Monte Sacro Valli



Avvisi parrocchiali:
-si segnala il sito WEB della parrocchia:
- le offerte raccolte durante la Messa saranno destinate a una famiglia della parrocchia che si trova in difficoltà.

Avvisi di A.C.:
- la riunione infrasettimanale del gruppo parrocchiale di AC si terrà  il 2-12-14, alle ore 17, nell'aula con accesso dal corridoio dell'ufficio parrocchiale. I soci sono invitati a preparare una riflessione sulle letture di domenica 7-12-14, 2° Domenica di Avvento: Is 40,1-5.9-11; Sal 84 (85); 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8;
-si stanno raccogliendo le quote per l’adesione al gruppo parrocchiale di AC per il 2015;
- si segnala il sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/






Azione Cattolica – F.A.Q. (domande più frequenti)

Azione Cattolica – F.A.Q. (domande più frequenti)
(le risposte alle F.A.Q. che seguono sono frutto di una elaborazione fatta da Mario Ardigò, sulla base di quello che pensa di aver capito dell’Azione Cattolica. Non esprimono necessariamente il pensiero dei vertici associativi, né rappresentano un’interpretazione autentica dell’ideologia associativa – I lettori sono quindi invitati a verificarne personalmente  la correttezza e fedeltà e a far pervenire eventuali rettifiche o integrazioni all’account <marioardigo@yahoo.com>; di esse si darà atto nel blog)

Giuseppe Toniolo con la moglie Maria Schiratti


1. L’Azione Cattolica è  Chiesa cattolica?
  L’Azione Cattolica è una delle associazioni di laici inserite nell’organizzazione della Chiesa cattolica italiana. Il suo statuto è approvato dal Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana. Vi sono diverse altre associazioni che hanno analoghe caratteristiche di particolare legame con l’organizzazione della Chiesa cattolica italiana.
2. Chi è il laico?
 Il laico è il fedele cattolico che non è né diacono, né prete, né vescovo (vale a dire membro dell’ordine sacro) e che non appartiene a un ordine religioso o a una congregazione religiosa (che non è, ad esempio, frate o suora; monaco o monaca) (si veda la definizione che del termine laico si dà nella Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Lumen Gentium, al n. 31).
3. Per essere un fedele cattolico laico è indispensabile aderire all’Azione Cattolica?
No.
4. Se un fedele cattolico laico ha già aderito ad un altro gruppo religioso laicale o ha il proposito di farlo, può associarsi all’Azione Cattolica?
Sì.  L’adesione all’Azione Cattolica non è esclusiva. Si può far parte di altri gruppi laicali.
5. L’Azione Cattolica è un gruppo di spiritualità?
 No. Ciò che caratterizza l’Azione Cattolica non è un  particolare tipo di spiritualità, anche se i gruppi locali e le altre articolazioni associative esprimono anche una vita spirituale. Ciascun associato manifesta poi la propria, liberamente scelta. Alla vita associativa partecipano i Sacerdoti Assistenti per contribuire ad alimentare la vita spirituale e il senso apostolico.
6. L’Azione Cattolica è un gruppo di preghiera?
No, anche se nelle riunioni associative vi sono momenti di preghiera.
7.L’Azione Cattolica è un gruppo di approfondimento biblico?
No, anche se associandosi ci si impegna ad approfondire le tematiche bibliche.
8. L’Azione Cattolica è un gruppo di approfondimento culturale?
No, anche se associandosi ci si impegna a conoscere e capire di più del mondo in cui si vive.
9. L’Azione Cattolica è un gruppo per il catecumenato?
No. La conversione, il catechismo per il Battesimo   e il Battesimo sono dati per presupposti. Nella nostra parrocchia è costituita un’organizzazione specifica per queste esigenze.
10. L’Azione Cattolica è un gruppo per il catechismo?
No, anche se associandosi ci si impegna ad approfondire le verità di fede. Nella nostra parrocchia è stata costituita un’organizzazione che si occupa specificamente del catechismo, per i fedeli di tutte le età.
11. L’Azione Cattolica è un gruppo di propaganda religiosa?
No. Essa infatti vuole stabilire con i propri interlocutori una relazione molto più profonda.
12. L’Azione Cattolica è un gruppo che lavora per il proselitismo religioso o associativo?
 L’Azione Cattolica è certamente impegnata, in diretta collaborazione con il Papa e i vescovi, a far conoscere il Vangelo, ad esporre le verità di fede, a far comprendere gli ideali religiosi cristiani, a presentare correttamente il fine e l’azione della Chiesa nel mondo e il significato della sua liturgia, a raggiungere gli altri nel loro bisogno di religiosità, ad aiutare tutti a migliorarsi  secondo la fede professata e, in particolare, a capire come fare per meglio favorire l’accettazione nel mondo di quegli ideali. Ma il proselitismo religioso o associativo, l’obiettivo di “far numero”, di “distribuire tessere”, non è  tra le sue finalità dirette, anche se il riavvicinamento alla vita della parrocchia e adesioni associative possono effettivamente conseguire dalle sue attività.
13.L’impegno degli associati all’Azione Cattolica parrocchiale è principalmente in parrocchia?
 L’Azione Cattolica ha come primo impegno la presenza e il servizio nella Chiesa locale, quindi anche nella parrocchia. Tuttavia, in quanto associazione di laici, in essa è fondamentale l’impegno nella società civile, luogo privilegiato dell’azione laicale, per favorire l’affermazione dei valori religiosi.
14. Associandosi all’Azione Cattolica si è sottoposti ad un giudizio sulla propria vita?
No.
15. L’adesione all’Azione Cattolica richiede un cambiamento di vita?
No. L’associazione si ritiene arricchita dai doni che le provengono dalle diverse condizioni ed esperienze di quanti partecipano alla sua vita.
16. L’adesione all’Azione Cattolica comporta particolari pratiche religiose?
No.
17. L’adesione all’Azione Cattolica comporta particolari  pratiche di vita, oltre quelle raccomandate a tutti i fedeli laici?
No.
18. L’adesione all’Azione Cattolica richiede un particolare livello culturale o scolastico?
No.
19. L’adesione all’Azione Cattolica si sviluppa per gradi iniziatici, vale a dire da livelli inferiori a livelli superiori di perfezione?
No. Si è membri a pieno titolo fin dal primo giorno e fin quando si vuole.
20. Per chi è l’Azione Cattolica?
L’Azione Cattolica  è per tutti i fedeli laici cattolici e di tutti i fedeli laici cattolici.
21. L’Azione Cattolica risolve i problemi personali degli associati?
 Gli associati si impegnano anche a favorire la comunione fra di loro, quindi anche all’aiuto reciproco, ma non è detto che dall’associarsi in Azione Cattolica derivi la soluzione dei propri problemi personali. Non  farei quindi molto affidamento su questo aspetto.
22. L’Azione Cattolica risolve, in particolare, i problemi affettivi o di socialità?
 Può accadere. Ma non è scontato che accada. Non vi farei molto affidamento.
23. Le persone che, associandosi, si spendono per le finalità dell’Azione Cattolica devono aspettarsi riconoscimenti o corrispettivi, anche solo morali o affettivi?
No. Ci si associa perché si sente bisogno di agire in gruppo in relazione a certi obiettivi che si pensa di non poter raggiungere individualmente. Ma, come tutte le esperienze sociali umane, anche  quella nei gruppi di Azione Cattolica finisce in genere  per deludere certe alte aspettative, almeno sotto il profilo umano. Solo alla lunga e considerandola complessivamente, specialmente verso la fine di una vita, se ne può essere in fondo soddisfatti, soprattutto se la  si considera con sguardo soprannaturale, andando contro le apparenze, in spirito evangelico.
24. Chi comanda in Azione Cattolica?
L’Azione Cattolica è retta su basi democratiche. Tuttavia i  suoi presidenti, a tutti i livelli (nazionale, diocesano, locale) sono nominati dall’autorità ecclesiastica, su proposta dei rispettivi consigli. A livello della parrocchia, l’Azione Cattolica è presente con un’associazione parrocchiale, che è un’articolazione di quella diocesana. Gli organi dell’associazione parrocchiale di Azione Cattolica  sono: l’assemblea parrocchiale (programma la vita associativa e verifica l’attuazione del programma; elegge il consiglio parrocchiale); il consiglio parrocchiale (promuove lo sviluppo della vita associativa secondo le linee del programma approvato dall’assemblea; assicura la presenza dell’associazione nelle strutture di partecipazione ecclesiale; mantiene i rapporti di amichevole collaborazione con le gli altri gruppi della parrocchia; propone al parroco la nomina del presidente parrocchiale); il/la presidente parrocchiale (nominato/a dal parroco, sentito il vescovo ausiliare territorialmente competente  - promuove e coordina l’attività del consiglio parrocchiale; convoca e presiede l’assemblea parrocchiale; insieme al consiglio tiene costanti rapporti con il parroco; si fa garante degli amichevoli rapporti con l’associazione diocesana; rappresenta l’associazione parrocchiale).
25. Ma, insomma, quali sono le caratteristiche per le quali l’Azione Cattolica si differenzia da altri gruppi laicali?
 Non è né facile né semplice rispondere a questa domanda. Bisogna considerare non solo gli statuti associativi, ma anche la storia dell’Azione Cattolica italiana. E, per quanto riguarda gli statuti associativi, bisogna saper intendere bene il sofisticato  gergo teologico con cui sono stati scritti.
 Nello statuto nazionale (articoli 1 e 2) è scritto che l’Azione Cattolica è fatta di laici che si impegnano liberamente, per impregnare dello spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti. Più avanti (art.3) è scritto che gli associati si impegnano in particolare anche ad informare dello spirito cristiano le scelte da loro compiute con propria responsabilità personale, nell’ambito delle realtà temporali (cioè, traducendo dal gergo teologico, nella società civile). E, ancora, (art.11) che quella in Azione Cattolica  è un’esperienza popolare e democratica.  Essa poi è presentata come rivolta alla crescita della comunità cristiana  e si dice animata dalla tensione verso l’unità, da costruire partendo da diverse esperienze e condizioni di vita. Nell’Atto Normativo Diocesano della Diocesi di Roma è scritto che l’esperienza in Azione Cattolica  è una palestra di democrazia e di responsabilità civile.
 La storia. Dalla fine del Settecento cominciano a diffondersi e ad essere attuati, a partire dall’Europa, ideali democratici di organizzazione sociale. Si produce una profonda e tragica frattura tra l’organizzazione di vertice della Chiesa cattolica, espressa dal clero, e i movimenti democratici. Essa attraversa i popoli evangelizzati. In Italia si complica per l’interferenza del potere temporale dei Papi con la questione dell’unità nazionale. L’esperienza storica dell’Azione Cattolica  è stata la manifestazione di vari tentativi di  realizzare, senza rompere l’unità ecclesiale,  una partecipazione di popolo alla missione della Chiesa attuata con maggiore responsabilità laicale e secondo criteri di non esclusiva soggezione gerarchica, sia ideale e programmatica che pratica, almeno nelle cose che riguardano l’organizzazione della società civile. In ciò consiste appunto la sua tendenziale democraticità. L’impegno nel sociale è venuto poi assumendo anche il  significato di un tentativo di comporre la plurisecolare diffidenza dei vertici ecclesiali, e quindi anche della teologia ritenuta ortodossa dall’autorità, verso le acquisizioni delle scienze contemporanee, sia naturali che umane. Infine, dal punto di vista politico, quello di mediare per giungere al superamento del risentimento storico del papato per la perdita del potere temporale in Italia e della storica indifferenza dei vertici ecclesiali verso i regimi politici democratici rispetto a quelli non democratici o addirittura antidemocratici (venuta meno solo nel 1944 con il radiomessaggio natalizio del Papa Pio XII, mentre ancora agli inizi del secolo il Papa allora regnante aveva condannato l’idea di una democrazia cristiana). Con ciò è chiaro che si è trattato di un’azione che ha riguardato non solo la società civile, ma anche la stessa Chiesa. Essa si inquadra in un movimento storico di pensiero e di azione i cui ideali hanno trovato ampia espressione nei documenti del Concilio Vaticano II (svoltosi a Roma, nella Città del Vaticano, dal 1962 al 1965).   A partire da tale evento l’Azione Cattolica, sotto la presidenza di Vittorio Bachelet, ha fatto della piena attuazione, nella Chiesa e nel mondo, dei principi stabiliti da Concilio Vaticano II  uno dei suoi principali obiettivi.
26. Vediamo che nel gruppo di Azione Cattolica in San Clemente Papa prevalgono gli elementi più anziani. Perché?
 Il gruppo si trova in una fase di passaggio. In realtà è composto da persone di diverse età, dai vent'anni ai novanta. E' portatore di una tradizione culturale importante che deve passare da una generazione all'altra: questo è il lavoro che attualmente è in corso. Nei decenni passati l'attenzione del laicato si è forse concentrata su altri temi, ritenuti più urgenti, e su altre esperienze religiose. Oggi dai vescovi italiani viene un rinnovato appello ai laici cattolici per un impegno che corrisponde a quello tipico di Azione Cattolica.
 La partecipazione alla riunione del martedì alle cinque del pomeriggio può risultare difficoltosa a chi lavora e si deve occupare di figli ancora bambini o molto giovani. Ci sono altre modalità per tenersi in contatto. I più giovani possono pensare a incontri a loro specificamente dedicati. E' importante tuttavia mantenere un'occasione periodica di incontro per tutti gli associati, appunto per favorire il passare di una tradizione di generazione in generazione. Nell'organizzazione nazionale e diocesana dell'Azione Cattolica vi sono settori distinti per le varie età e condizioni della vita. Tuttavia il lavoro che si fa parte dall'idea che c'è un unico popolo che attraversa la storia dell'umanità.

 Per chi vi volesse approfondire segnalo i seguenti link:
Statuto AC Nazionale:
http://www.acroma.it/sites/default/files/allegati/1/statuto%20AC.pdf
Atto normativo diocesano:
http://www.acroma.it/sites/default/files/allegati/1/Atto%20Normativo%20Diocesi%20di%20Roma.pdf


Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

Fede religiosa come processo o irruzione del soprannaturale?

Fede religiosa come processo o irruzione del soprannaturale?

“La via  verso la fede è la via della fede. Sembra una tautologia, ma non lo è. Non possiamo cercare Dio per altre vie  che non siano la stessa via con cui cerca noi
[…]
Questa via della fede, come unica via per arrivare a Dio, è l’unica ancora adesso aperta all’uomo; anche per l’uomo moderno non c’è altra via per arrivare a Dio che la via della fede, la stessa via di Dio.
 La fede non può essere un atto semplicemente umano e tanto meno un processo, cioè uno sviluppo di atti umani.
[…]
 La fede quindi non si iscrive in una successione, sia pure generosa e incessante, di atti umani, ma irrompe repentinamente come puro dono di Dio, senza rapporto di causalità rispetto a quelli. Al dono deve certo corrispondere un ruolo da parte dell’uomo, un ruolo prevalentemente di predisposizione di alcune condizioni, e che è di risposta, di accoglienza, di abbandono totale. Ma la fede è irruzione, è un salto qualitativo, di abbandono totale.
[…]
Ogni volta che noi ascoltiamo la voce di Dio – e questo succede ogni volta che viene proclamato l’evangelo – la voce di Dio che risuona eternamente entra nel tempo, assume in sé il tempo, la nostra storicità, e ci immerge nell’eternità, spezza lo sviluppo dei nostri singoli atti storici e li traspone nell’eternità della sua Parola, plasmandoli  a sua immagine.
[…]
Noi favoleggiamo – perdonatemi se lo dico con slancio così appassionato – quando parliamo di un cristiano che ha raggiunto l’età adulta: ma quale età adulta? Psicologicamente adulta? Posso concedervelo. Sociologicamente adulta? Non avrò difficoltà ad ammetterlo, per quanto anche su questo ci sarebbe da dire. Noi però in questo modo facciamo una ricostruzione della storia a modo nostro: non si tratta di età adulta psicologica o sociologica, o comunque storica, in proporzione di un certo sviluppo culturale, ma si tratta di età adulta secondo la fede, che è tutt’altra cosa. Non è affatto dimostrato che l’età adulta secondo la fede sia in coincidenza con un’età adulta psicologica o sociologica o storica. L’età è adulta secondo la fede quando essa è il lampo che illumina non più in maniera intermittente ma in maniera quasi continua; quando l’irruzione di Dio e la voce che parla eternamente viene ascoltata dall’uomo giunto alla pienezza della statura di Dio in Cristo con minore discontinuità di quello che abitualmente non sia per la maggioranza degli uomini anche battezzati.

[da: Giuseppe Dossetti, Un solo Signore – esercizi spirituali, EDB, 2000]

  Il pensiero di Giuseppe Dossetti [1913-1996, capo della Resistenza emiliana, politico democristiano di primo piano, prete, figura importante nel Concilio Vaticano 2°, monaco] è stato molto importante per me, perché mi sono formato alla fede in  contesto familiare fortemente improntato ad esso.
  Gli è stato rimproverato di non essere stato un teologo, ma di aver scritto di argomenti teologici. In effetti nella sua prima vita fu professore universitario di diritto canonico, disciplina in cui si utilizza molta teologia ma che non è considerata teologica bensì giuridica. Indubbiamente però egli espresse anche una teologia della politica e poi della Chiesa e poi ancora di tutte e due insieme, nell’ultima parte della sua vita. Benché per capire il suo pensiero sia necessario una iniziazione teologica, non consigliava ai laici lo studio della teologia come via per la spiritualità personale: teneva sempre ben distinte le due cose.  E i brani che ho sopra citato sono tratti da un suo corso di esercizi spirituali tenuto a Camaldoli nel settembre 1969, quindi non voglio essere teologia, pensiero sistematico sulla fede comune, benché la contengano.
 L’argomento trattato nei passi sopra trascritti è di attualità. Infatti la fede viene spesso presentata come un processo,  o un cammino, o un metodo, per cui si cresce  nella fede, e si può anche arretrare. Per Dossetti, che si ispira anche ad alcune teologie dell’ebraismo, da Maimonide (12 secolo della nostra era) ad Abraham Heshel (1907/1972), non è così. Per lui la nostra fede religiosa è caratterizzata dall’irruzione  del soprannaturale, al modo di una illuminazione, e la scelta dell’essere umano è aderirvi o non.  Quello che Dossetti insegna per ciò che riguarda la fede personale, lo pensava anche per il dispiegarsi nella storia del disegno provvidenziale (leggete, su questo blog, il post  del 22-10-12: Micro-macro e la ricerca della felicità). Per lui la nuova Gerusalemme, la città manifestazione della realtà soprannaturale dell’universo e dell’umanità non conseguirà a un processo storico che è nelle nostre mani. Anche lì, secondo Dossetti, ci sarà l’irruzione  nella storia umana, dall’alto di una nuova realtà.
 Eppure, non è vero che la fede è anche qualcosa che  si apprende, quindi un fatto culturale? L’apprendiamo innanzi tutto dai nostri genitori, poi dal resto dell’ambiente familiare, poi nella società, in cerchie via via più vaste, mano a mano che le nostre relazioni si estendono. Nella società troviamo anche gli argomenti contro  la fede religiosa, gli ostacoli. La fede personale è sempre profondamente segnata dall’epoca in cui si vive. Non esiste una fede personale atemporale. Questa è la mia esperienza.
 La fede è anche qualcosa che si costruisce e si trasmette, di generazione in generazione, e in questo processo ognuno mette qualcosa di originale.
 C’è però effettivamente qualcosa che è al di fuori del contesto culturale in cui origina la fede, qualcosa che viene dall’alto? Ogni persona di fede sa che effettivamente c’è. C’entra la nostra emotività, c’entra il nostro intelletto, c’entriamo noi nella nostra particolare individualità, per cui, alla fine, dobbiamo riconoscere che in ciò che definiamo nostra fede personale c’è più di ciò che abbiamo ricevuto dall’ambiente familiare e, in genere, sociale che ci ha plasmati.
 Qualche volta mi pare che i cammini di spiritualità che ci vengono proposti siano un po’ come una sorta di gioco dell’oca: un percorso ben definito, delle tappe chiare, segnate sulla carta, un punto di arrivo che nel gioco è ben fissato mentre in quei percorsi tende ad allontanarsi indefinitamente. Si buttano i dadi e si avanza, ma si può anche arretrare. L’altra metafora che è utilizzata è quella della salita di un monte: si sale, ma si può anche cadere; allora ci si rialza e si riprende a salire. Chi è più avanti  tira su chi è più sotto o più indietro. Dov'è in tutto questo l’irruzione  del soprannaturale?
 Nella mia esperienza, la fede è invece un po’ un’esperienza come quella degli scout-esploratori  del vecchio West, che se ne andavano oltre le frontiere, vivendo in nuovi mondi, e poi tornavano indietro e facevano da guida alle carovane dei coloni e alle colonne militari. Nel loro vagabondare nella frontiera a volte sposavano donne indiane e vivevano nelle loro tribù. Nel loro viaggio non c’erano strade, erano loro stessi  a tracciarle. La fede religiosa, insomma, nella mia esperienza,  è sempre esposta a delle  novità. Tutto alla fine sarà fatto nuovo, così è scritto. E tuttavia, effettivamente, questa novità sarà una sorpresa, una scoperta, non è distintamente prevedibile con nel gioco dell’oca, perché non dipende solo da noi, non è un nostro prodotto, esula dalle nostre programmazioni  e dai nostri metodi o tirocini iniziatici.
 E’ più facile, raggiunto un risultato, ripercorrere idealmente la serie delle cause da cui è scaturito: di solito da questo esame a ritroso le cose appaiono più chiare e lo sviluppo storico, quello personale e quello collettivo,  più coerente, comprensibile come processo. L’apertura  della fede mi pare riguardi essenzialmente il futuro. E i segni dei tempi mantengono sempre, visti dall'oggi, una qualche indecifrabilità.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli



sabato 29 novembre 2014

Coscienza storica

Coscienza storica

“Mentre, dunque, nel movimento operaio che si raccoglieva  nelle società di mutuo soccorso a direzione democratica e moderata, si formavano nuovi gruppi operaisti assertori del principio che i lavoratori dovessero fare da sé  e adottare il criterio della resistenza nei confronti con il padronato, tra i cattolici si continuava a ritenere che la questione operaia potesse risolversi con  le società miste [riunendo datori di lavoro e lavoratori dipendenti]  a direzione confessionale.
[…]
…Paganuzzi [Giovan Battista Paganuzzi – 1841/1923 – fondatore, esponente e, dal 1889, presidente dell’Opera dei Congressi], proponendo nel 1890 un congresso operaio, ribadiva che le associazioni operaie cattoliche “possibilmente” dovevano essere costituite da padroni e  operai. Il principio della resistenza non era ancora ammesso tra i cattolici intransigenti: incominciò a farsi strada dopo la Rerum Novarum [sulle “novita”, promulgata dal papa Leone 13° nel 1891], con l’elaborazione dottrinale del Toniolo, anche se tra un’infinità di cautele.
[…]
 Il cattolico intransigente era refrattario ad ammettere la resistenza, non perché gli mancasse la sensibilità per i problemi della miseria operaia, ma perché culturalmente  egli era portato a ritenere che quella miseria fosse non tanto il prodotto di una condizione economica nuova, quanto la conseguenza della perdita, causata dalla rivoluzione liberale, del principio corporativo cristiano, che avrebbe avuto ancora una sua vitalità […] il padrone può “salvarsi” dalla ferrea legge capitalistica con uno sforzo morale e religioso, tornando al senso della solidarietà e fraternità cristiana.
[…]
 La resistenza e i sindacati presuppongono una rottura dell’unità culturale città-campagna che l’intransigente non accetta: per Paganuzzi e i suoi amici l’operaio ha bisogno della terra e della parrocchia, la sua condizione in regime capitalistico è una distorsione, un fatto innaturale, contro la legge umana e divina.

[da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia – dalla Restaurazione all’età giolittiana, Laterza, 1979]    

 Dopo la violenta epopea risorgimentale, che produsse il dominio sull’intera Italia di una classe politica informata ai principi del liberalismo, si aprì nell’Italia degli ultimi trent’anni dell’Ottocento una vivace stagione di moti sociali centrata sull’idea di tutelare e risollevare i ceti che in quella nuova società erano svantaggiati, in particolare quello dei lavoratori dell’industria concentrati nelle città industriali.  Si trattò di un movimento che coinvolse l’intera Europa di allora e anche la gente di fede italiana. Comportò un profondo mutamento culturale delle concezioni religiose in materia di organizzazione della società, che produsse un’ideologia che nel corso del Novecento fu definita di democrazia cristiana, la quale affermava la possibilità di pensare a una ordinamento sociale più giusto in base a valori affermati in religione. In questo sviluppo interferirono pesantemente le pretese temporalistiche dal papato, che voleva coinvolgere la base sociale delle genti di fede in un azione di pressione per recuperargli il soppresso dominio statale, in particolare sulla città di Roma, e solo in quei limiti e con quella finalità, in fondo, ammetteva l’impegno sociale di laici e preti. La questione, in quest’ottica, veniva ad essere essenzialmente di potere, mentre la prospettiva degli democratici cristiani era molto più ampia.
 Che serve fare memoria di queste cose, lontane nel tempo? Serve, perché la gran parte dei problemi che oggi, in Italia, incontriamo nelle cose religiose ha radici lontane, proprio in quell’epoca. La carenza di una coscienza storica è la più grave carenza nell’istruzione religiosa di base dei tempi nostri. Di solito ai nostri catecumeni viene infatti somministrata una pappa ideologica in cui la memoria storica viene abbastanza manipolata, in particolare per legittimare l’azione politica e sociale della nostra gerarchia del clero, nell’organizzazione molto accentrata e autoritaria che abbiamo ricevuto dal secondo millennio della nostra era.



Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli                                                                                                                                                                                                                                       

venerdì 28 novembre 2014

Riforma sociale e riforma delle collettività religiose

Riforma sociale e riforma delle collettività religiose

Achille Ardigò



Quel che è certo è che, specie sotto il pontificato di Leone 13° [dal 1878 al 1903], in un periodo dominato dalla borghesia laicista sullo Stato italiano (e però dalle prime avvisaglie dell’insorgenza  socialista e marxista  in nome della classe operaia), la Gerarchia ecclesiastica, forte della cultura ultramontana per il ripristino dell’unità della Chiesa intorno al Papa, propone una restaurazione sociale […]. Nasce il progetto a lunga portata di un nuovo ordine sociale e politico che sottragga il popolo allo sfruttamento del capitalismo e all’influenza socialista, facendo del Papa il supremo moderatore  dei rapporti sociali nazionali e internazionali. Il teorico più compiuto e fedele di questo modello restauratore è –in Italia […]- Giuseppe Toniolo [1845-1918, proclamato beato nel 2012], non insensibile  ad alcuni fondamentali motivi delle concezioni di Joseph De Maistre [1753-1821 – si veda precedente post “storico” del 13-7-14] e F.R. Lammenais [Hugues-Félicité Robert de Lamennais:prete  e teologo - 1782-1854, per certi versi, in particolare per la sua attività giornalistica, modello di un nuovo attivismo religioso . Si veda post  del 20-7-14]sul papato garante dell’universalità nella storia e sulla religione cattolica come unico presidio di un ordine sociale e politico secondo natura, contro tutti i rischi individualistici e panteistici dello stato liberale.
 Il grande progetto leonino teorizzato da Giuseppe Toniolo, di restaurazione di una posizione di supremazia civile della Chiesa, anche come «potestas indirecta», per ripristinare uno stato cristiano, ma democratico e popolare , è un progetto che si muove in una società che ha visto le conquiste della rivoluzione borghese, il suffragio elettorale anche se ristretto –fino al 1913 in Italia- e la libertà di opinione e di associazione pubblica. Perciò, per questa società il progetto restauratore e riformatore di Leone XIII ha bisogno del concorso volontario dei laici, che entrino nello Stato ostile alla Chiesa e operino per la Chiesa accanto alle tradizionali relazioni  tra Chiesa istituzionale e Stati nazionali.
[…]
 Ma la riforma della società ad opera della Chiesa, voluta dagli intransigenti assertori della prima posizione [quella di chi considera il papato come detentore della soluzione dei problemi sociali, senza alcuna autonomia dei laici nell’affermazione dei principi di azione sociale], presto o tardi non poteva apparire difficile senza, prima, un adeguamento della Chiesa al nuovo compito sacrale profano. Di qui la tentazione di «riformare la Chiesa» in senso omogeneo alla società profana, cioè razionalista e illuminista; di qui il modernismo [composito movimento di riforma religiosa sviluppatosi a cavallo tra Ottocento e Novecento e duramente represso dal papato dagli inizi del Novecento]  [si riferisce a uno scritto di Franco Rodano, Questione democristiana e compromesso storico, Roma 1977]. L’interpretazione rodaniana, sebbene infondata con riferimento al Toniolo che ben comprese la novità e rilevanza della struttura delle classi sociali, ha una sua parte di verità, come vedremo più avanti, se riferita a R. Murri [prete e politico – 1870-1944 – ideologo della democrazia cristiana]. Non può applicarsi invece al Toniolo, anche perché il Nostro considerò sempre il «partito cristiano» come sottoposto alle direttive pontificie.

[da: Achille Ardigò, Toniolo: il primato della riforma sociale  - per ripartire dalla società civile, Bologna 1978]

 Quando ci si propone di cambiare la società in senso più conforme agli ideali evangelici, prima o poi si finisce con doversi porsi il problema della riforma dell’organizzazione delle stesse collettività religiose. Queste ultime, infatti, sono parte della società. In questa proposizione possono, in un certo senso, vedersi riassunte le dinamiche che hanno arricchito e travagliato le collettività religiose italiane dal secondo dopoguerra.
 Dopo le sperimentazione degli anni ’70, nel successivo trentennio si è prodotta in Italia quella  ricomposizione  del nostro mondo religioso che venne auspicata nel 1979 dal padre Bartolomeo Sorge, in un suo saggio dal titolo La ricomposizione dell’area cattolica. Ciò ha però  sostanzialmente congelato il movimento di riforma sociale e religiosa innescato negli anni ’60 dal Concilio Vaticano 2°, semplicemente togliendo certe questioni dall'agenda delle genti di fede italiane.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


giovedì 27 novembre 2014

Sovversivi

Sovversivi


 “Il 18 settembre 1897 Di Rudinì  [presidente del consiglio dei ministri] inviò una circolare di prefetti invitandoli a considerare come sovversive le manifestazioni cattolice che attentassero «alle istituzioni e ai regolamenti che ci reggono» e a considerare come «pericolose per l’ordine pubblico al pari di quelle dei sovversivi» le conferenze delle associazioni cattoliche.
[…]
«Protesta dello stomaco» venne detta l’agitazione tumultuosa che si diffuse in tutta l’Italia nel maggio 1898 con una rapidità, come scrisse il Colajanni, «prodigiosa». Sommosse scoppiarono contemporaneamente al Nord come al Sud, al grido: «pane e lavoro!». I disordini, invero, avevano come causa immediata il rincaro del prezzo del pane; ma una carestia assai acuta aveva incominciato a diffondersi, specie nelle campagne, sin dall’autunno del 1897.
[…]

I moti del maggio 1898 non furono un moto socialista. Eppure, secondo i moderati, la causa della rivolta  sarebbe stata nella propaganda dei partiti sovversivi: socialisti, repubblicani, anarchici e clericali.
 […]
Due paure dominavano, ormai, i pensieri della classe dirigente liberale, cortigiane e militaresca, ammalata di autoritarismo: quella del socialismo, in cui, come scriveva il De Viti, la borghesia italiana vedeva la critica dei suoi privilegi economici, fatta in forme sensazionali e capaci di trascinare le masse; e quella del clericalismo intransigente, che con il suo astensionismo, co il suo rifiuto di correre in aiuto del moderatismo borghese, sembrava che non attendesse altro che il crollo dello Stato liberale.
[…]
Circolava già fra i giovani il nome nuovo della democrazia cristiana; nuclei attivissimi di preti e laici, seguaci di Romolo Murri [prete e politico], esistevano un po’ in tutte le regioni. Albertario [Davida Albertario, prete e giornalista; direttore del quotidiano L’osservatore cattolico] aveva aperto le colonne del suo giornale a molti di questi giovani. Ma il presidente dell’Opera [Opera dei Congressi, il coordinamento delle associazioni di impegno sociale e culturale dei cattolici: 1876-1904], Paganuzzi, era diffidente: riteneva che non ci fosse nulla da cambiare nei vecchi programmi. Inutilmente Radini Tedeschi, vicepresidente dell’Opera, lo invitava, ancora un mese prima dei moti popolari, ad abbracciare «un programma più deciso di azione popolare»
[…]
L’ondata reazionaria si abbatté sull’Opera, mentre essa dormiva ancora nel caldo letto delle sue vecchie formule paternalistiche. L’uomo che era più esposto per la sua dura polemica antiliberale, per il suo atteggiamento di sfida contro i benpensanti, l’Albertario , fu arrestato e processato. La maggior parte dei comitati diocesani e  molti comitati parrocchiali furono sciolti dai prefetti.

[da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia; dalla Restaurazione all’età giolittiana, pag.170-176,Laterza, 1979]

 Il Risorgimento italiano, il moto per l’unificazione nazionale, aveva avuto in Giuseppe Mazzini, repubblicano, l’ideologo del nazionalismo come rivoluzione popolare, sociale e politica, con connotazioni religiose non clericali espresse nel motto Dio e popolo. Prevalsero tuttavia, con il Cavour e il Garibaldi, le correnti politiche che vedevano nell’unità d’Italia sotto la dinastia savoia e in un parlamento eletto democraticamente il punto di arrivo dei moti nazionalisti.
 Ai tempi nostri, dopo tanti anni in cui l’orientamento politico prevalente delle persone di fede italiane si è manifestato come moderato, se non addirittura come conservatore, si fa fatica a immaginare le nostre collettività come impegnate in un disegno di riforma sociale. Eppure fu proprio questo che scaturì dalle esperienze di impegno collettivo sociale che in religione si fece in Italia nell’ultimo quarto dell’Ottocento. La riforma sociale fu al centro del lavoro di Giuseppe Toniolo. L’efficacia nella società di questo composito movimento fu molto limitato dai divieti posti dalla gerarchia del clero, sempre profondamente diffidente verso tutto ciò che si veniva costruendo nella società civile al di fuori del suo diretto controllo. Era una gerarchia piramidale, come in fondo ancora è, che centrava tutta la sua ideologia sociale sul ruolo del papato romano, sull’appoggio alle sue rivendicazioni politiche e sulla tutela dei privilegi sociali delle organizzazioni del  clero. Non dobbiamo nasconderci che la nostra Azione Cattolica nacque nel 1906 sulle ceneri dell’Opera dei Congressi, che  fu sciolta dal papa Pio 10° nel 1904,  dopo l’ultimo suo drammatico congresso del novembre 1903 in cui si erano scontrate duramente correnti democratiche cristiane e cattolici intransigenti  secondo le rigide direttive pontificie di allora.  
  Ma non furono solo i moti di riforma sociale a fare considerare  politicamente  sovversive le attività dei circoli di gente della nostra fede, al pari degli agitatori socialisti, ma fondamentalmente le rivendicazioni legittimiste del papato che rivoleva un potere temporale sul Lazio e su Roma. La composizione tra reazione politica e clericopapismo si ebbe solo negli anni ’30 del Novecento, dopo il Patti lateranensi conclusi dal papato con il regime mussoliniano. I disegni di riforma sociale su ispirazione religiosa poterono nuovamente dispiegarsi solo con la caduta del fascismo, del 1945. Tra il 1904 e il 1945 essi furono come congelati.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in  San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


mercoledì 26 novembre 2014

Sfide dei tempi impreviste

Sfide dei tempi impreviste


  Al centro delle riflessioni svolte durante il Concilio Vaticano 2°, la grande assemblea deliberativa dei nostri capi religiosi giunti da tutto il mondo svoltasi in varie fasi (sessioni) tra il 1962 e il 1965, fu l’analisi di quelli che vennero definiti segni dei tempi. A questo lavoro fu trovata una base nei detti evangelici lì dove si fa riferimento all’agricoltore, il quale per programmare il suo lavoro nei campi scruta il cielo e cerca di predire che tempo farà. In religione si  è convinti che il dispiegarsi della storia degli esseri umani manifesti un disegno provvidenziale, dunque di origine soprannaturale: il capire  i segni dei tempi veniva inteso anche come uno sforzo per comprendere quella dinamica soprannaturale della storia e ciò venne proposto come metodo anche per il futuro.  D’altra parte la maggiore attenzione alla storia umana che si volle all’epoca sollecitare nei fedeli non si riguardava solo l’osservazione, ma comprendeva anche un richiesta di compartecipazione alle dinamiche sociali, bene espresso nella prima frase di uno dei più caratterizzanti documenti di quella grande assemblea di clero (con una minuscola e solo simbolica presenza di alcuni laici, senza potere deliberativo) degli anni sessanta, la Costituzione pastorale Gaudium et spes  (=la gioia e la speranza…]:
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi  eco nel loro cuore”.
 L’altro grande tema di quell’assemblea fu quello dell’aggiornamento. Esso era strettamente collegato con il metodo dell’osservazione dei segni dei tempi. Si ritenne infatti che le nostre collettività religiose fossero rimaste indietro rispetto ai progressi conseguiti dall’umanità in vari campi e che oltre che osservare ciò che di nuovo la storia umana aveva prodotto occorresse anche imparare da essa. Questo atteggiamento fu la vera novità introdotta da quel Concilio quale direttiva per chi nelle nostre collettività esercitava il potere. Infatti, in fondo, venne chiesto a chi comandava in religione di essere insieme maestro e discepolo dell’umanità. Questo non era mai accaduto prima di allora. Se consideriamo, ad esempio, la prima grande legge promulgata dalla nostra gerarchia del clero in materia di impegno sociale dei fedeli, l’enciclica Rerum Novarum [=sulle novità (dei tempi)] del 1891, del papa Leone 13°, vediamo che in essa il legislatore manifesta di voler prescrivere soluzioni ai problemi sociali, in particolare all’ingiustizia sociale contro la quale combattevano i moti socialisti, traendole autonomamente dalla dottrina teologica di sempre, fondata sulle scritture sacre e sulla tradizione. L’atteggiamento che prevalse durante il Concilio Vaticano 2° fu molto diverso. Rese la nostra dottrina religiosa meno autoreferenziale. E iniziò un moto di apertura alla collaborazione dei laici nella formulazione di principi di azione sociale, fondata sul convincimento che essi avessero una maggiore competenza nelle cose dell’umanità, in ciò che nel gergo teologico viene definito come il temporale, che è semplicemente la storia umana nei suoi sviluppi nel tempo, contrapposta a ciò che in essa è manifestazione dell’eterno, il sacro,  visto come campo specifico del clero. La distinzione tra temporale  e sacro  è molto importante da un punto di vista teologico, anche se nella pratica presenta molti problemi. Infatti proprio quella distinzione consentì l’apertura  conciliare, quindi dei nostri capi religiosi, al progresso dei tempi nuovi, intesa come necessità di aggiornamento. Si prese coscienza che il temporale, la realtà al di fuori del sacro, era soggetto a mutamenti, quindi, in particolare, che le civiltà umane mutavano evolvendosi, e che anche in religione era necessario imprimere un moto analogo in quel campo se non si voleva restare indietro, privandosi della possibilità di incidere nei moti sociali contemporanei. Lo spazio del sacro  continuò però ad essere concepito come immutabile nel tempo. Questo rese possibile il superamento dei problemi creati all’inizio del Novecento dalle istanze del  movimento modernista, centrato sul tema dell’adattamento, in cui si voleva mettere mano, per adeguarlo allo spirito dei tempi, ad ogni aspetto dell’esperienza religiosa.
 Il quadro in cui si trovò a ragionare quell’assemblea deliberativa negli anni Sessanta fu quello di collettività religiose rimaste indietro  rispetto ai progressi, sociali e tecnologici, dell’umanità. Ci si propose quindi di partecipare a quelle dinamiche di progresso per innestarvi valori religiosi.
 Ai tempi nostri la situazione è inaspettatamente mutata, sul versante di ciò che si muove fuori degli spazi liturgici, del sacro. Si notano infatti nelle società umane evidenti segni di regresso in più campi, per cui le nostre collettività religiose e le loro ideologie sociali, profondamente segnate dal moto di aggiornamento innescato dal Concilio Vaticano 2°, si trovano ad essere, oggi,  in molti campi all’avanguardia sul fronte del progresso sociale. In realtà non sono andate poi molto avanti in quest’ultimo campo, ma risaltano improvvisamente per le dinamiche reazionarie innescate in varie parti del mondo. Da un lato si confrontano con le dinamiche politiche e ideologiche autoritarie prevalenti in oriente, d’altra parte con il fondamentalismo religioso che sempre più sembra prendere piede in Asia e in Africa.  La spettacolare manifestazione della nuova situazione si è avuta durante l’incontro del Papa, del leader palestinese  e del presidente israeliano in Vaticano dell’8 giugno scorso, accompagnati da esponenti religiosi delle fedi presenti in Palestina. In quell’incontro l’unico a ipotizzare veramente una possibilità di composizione pacifica dei conflitti in  quell’area del mondo, con la collaborazione delle religioni in essa operanti, è stato infatti il Papa. E poco tempo dopo quell’evento nel Vicino Oriente sono esplosi conflitti violentissimi molto caratterizzati in senso religioso, che hanno spinto tutte le parti coinvolte ad un ulteriore irrigidimento delle loro ideologie, anche su basi religiose.
 In sostanza non ci si può più aspettare di respirare  il progresso sociale nell’aria, come si pensava di poter fare negli anni Sessanta, perché le dinamiche globali che sembrano oggi prevalere appaiono di tipo reazionario. Esse avevano iniziato a coinvolgere anche le collettività di fede italiane. E non è un caso che queste ultime appaiano oggi come paralizzate di fronte alle esortazioni del loro nuovo sovrano religioso universale, venuto da molto lontano, da un ambiente sociale che, per essere in definiva arretrato più o meno  di una trentina d’anni rispetto all'attuale contesto europeo, ha conservato meglio, paradossalmente, gli ideali di progresso sociale, nel temporale, che caratterizzarono il moto di aggiornamento conciliare innescato negli anni Sessanta.  

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
  




martedì 25 novembre 2014

Conciliazione

Conciliazione


[Nel 1887] usciva l’opuscolo del padre Tosti [Giuseppe Tosti, monaco benedettino e abate di Montecassino; fin dai moti rivoluzionari del 1948 si era speso per convincere il papa Pio 9° a rinunciare al potere temporale] «La conciliazione», che si diceva fosse stato approvato al papa. Il padre Tosti, che aveva già partecipato «col cuore e con la penna agli entusiasmi del ‘48» [cita un’opera di Arturo Carlo Jemolo], noto per il suo «caldo senso d’italianità e la più rigida sottomissione alla disciplina monastica»[cita la medesima opera], scriveva:
“Quando i popoli si reggevano a monarchia assoluta, i principi regnavano e governavano a un tempo e se usurpavano roba e ragioni della Chiesa, i papi sapevano a chi rivolgersi per farla restituire. Ma oggi i principi regnano e non governano. Il deposito delle leggi è nelle mani dell’universale, il governo è nella nazione; e se in quello è cosa malamente usurpata, il pontefice può dolersi di chi la usurpò, ma non può volgersi al principe perché gli sia restituita. Perciò richiesto il re d’Italia di restituire Roma al papa, non poté farlo perché non era più sua. Avrebbe dovuto riconquistarla con la forza al papa, strapparla dalle mani della nazione e scompaginar questa col ferro del parricida e con quello dello straniero. Quante stragi, quante rapine!”

[da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia – Dalla Restaurazione all’età giolittiana, pag.139, Laterza,1979]

 Il Risorgimento italiano, il movimento culturale e politico per l’unità nazionale,  fu vivamente anticlericale, con toni polemici asprissimi, di cui non è rimasta, in genere, memoria collettiva, per l’efficace opera di correzione di tale memoria compiuta in epoca fascista. Giuseppe Garibaldi, il grande eroe dell’epopea risorgimentale italiana, arrivò a invocare un decreto che liberasse l’Italia dal papato. Mentre un giornalista e deputato del Regno d’Italia, Ferruccio Petruccelli della Gattina, scriveva, dopo la presa di Roma:
“La Chiesa cattolica è un’idea del passato, è un cadavere; che il cadavere si dissolva da sé senza la vostra responsabilità: abolite la Legge delle guarentigie [la legge con cui nel 1871 il Regno d’Italia aveva unilateralmente regolato le sue relazioni con il papato romano e concesso particolari immunità alle istituzioni pontificie] tra il papato e l’Italia: tra l’Italia e la tradizione nefasta del papato non resterà più nulla, tranne una maledizione reciproca. Impossessandoci di Roma colla forza  noi abbiamo, o signori, compiuta la più grande rivoluzione dei tempi moderni. Enrico VIII, Lutero avevano scacciato dai loro paesi il papa. Noi abbiamo  scacciato dal mondo  il papato temporale e messo lo spirituale nella necessità di morire. Noi abbiamo emancipato lo spirito umano  dall’autorità del papato. L’opera non è compiuta ancora”  [citato nell’opera di G. De Rosa sopra menzionata, che a sua volta riprende una citazione da P. Vigo, Storia degli ultimi trent’anni del secolo XIX,  1908].
 L’anticlericalismo del Risorgimento italiano non fu tanto, come i moti rivoluzionari francesi di fine Settecento, un fenomeno anti-religioso, ma essenzialmente una reazione alla posizione del papato in merito all’unità nazionale, che i nazionalisti italiani volevano costituire intorno alle vestigia culturali e storiche di Roma, la capitale dell’antico Impero Romano caduta nell’8° secolo della nostra era sotto il dominio temporale del papato, che l’aveva usurpata al potere dell’impero bizantino prima alleandosi con i longobardi e poi con i loro nemici carolingi.
  Allo scoppio del moti rivoluzionari francesi di fine Settecento, il papato romano era federato con le dinastie assolute dell’Europa continentale. Nei moti ottocenteschi per l’affermazione di monarchie costituzionali, esso, tranne che durante un’effimera parentesi sotto il regno del papa Pio 9°, rimase legato all’assolutismo monarchico, sia nella propria organizzazione interna, sia nei rapporti con gli altri stati. E ciò per le ragioni bene esposte dal  Tosti nel brano che sopra ho citato. Il papato confidava nelle dinastie monarchiche assolute per la  migliore e stabile tutela dei propri possedimenti e delle proprie ragioni. Esso ha invece nutrito sempre una profonda diffidenza verso il potere democratico, in ciò risentendo anche della concezione pessimista che della democrazia avevano gli antichi filosofi greci, che vi vedevano la manifestazione degli impeti emotivi delle folle, preda dei demagoghi, e le preferivano organizzazioni politiche dominate da legislatori-filosofi. Questa diffidenza dura tutt’ora, tanto che la nostra gerarchia religiosa, espressa totalmente dal clero, pur avendo accettato (ma solo dal 1991!, regnante Karol Wojtyla) il regime politico democratico come quello oggi preferibile, continua a rifiutare i principi democratici per la propria organizzazione.
 La ricostruzione del Tosti sul perché i re d’Italia Savoia non avessero accettato di restituire Roma al Papa non corrisponde alla realtà storica. A Vittorio Emanuele 2° di Savoia, uno dei protagonisti, con Cavour, Garibaldi e Mazzini, del processo di unificazione nazionale, e al suo successore Umberto 1° di Savoia non era mai passato per la mente di assecondare le pretese del Papa sulla città di Roma  e la loro ideologia in merito credo sia bene espressa dal motto “Ci siamo e ci staremo”, che fu in voga dopo la presa di Roma. In questo erano assolutamente in sintonia con il Parlamento nazionale, in cui, a causa del divieto pontificio di partecipare alla vita politica del Regno d’Italia impartito ai cattolici, i cattolici in linea con il Papa non erano rappresentati.
 Come superare la frattura tra i cattolici e il nuovo stato unitario e, in particolare, tra il papato e il nuovo potere politico insediatosi a Roma? Una volta compreso che l’aspettativa di un recupero di Roma al papato sulla base di pressioni internazionali o di rivolte popolari sarebbe andata frustrata, apparve chiara l’insufficienza dell’iniziale strategia intransigente del protestare e aspettare. Ma anche una conciliazione sulla base di una nuova federazione con la monarchia sabauda appariva impraticabile per l’acceso clima anticlericale che dominava il Parlamento del Regno d’Italia, sul quale nessuna influenza aveva il papato in quanto, con il divieto ai cattolici italiani di fare politica, si era precluso la possibilità di sponsor  politici in sede parlamentare. Rimaneva la strada di revocare quel divieto e di consentire ai cattolici la politica nazionale. Ma la profonda ostilità reazionaria del papato alle organizzazioni politiche di popolo impedì di percorrerla fino alle soglie della Prima guerra mondiale. La ragione? Il timore che, una volta aperte le porte alla democrazia, le tendenze democratiche rifluissero anche nei confronti della gerarchia religiosa, organizzata secondo criteri rigidamente assolutistici. L’ideologia democratico-cristiana, che sosteneva la conciliazione tra fede e democrazia di popolo, venne condannata dal Papa Leone 13°, con l’enciclica del 1901 Graves de communi re [=I gravi problemi sulle questioni economiche]. Lo stesso Papa, con l’enciclica Rerum Novarum [=sulla novità] del 1891, aveva condannato i moti socialisti per la risoluzione delle ingiustizie sociali. Il  papato era (è?) incapace di relazionarsi con il potere democratico, caratterizzato da un rapido avvicendarsi di persone al vertice dello stato. Vi vedeva una condizione di perenne incertezza, determinata dalla tirannia delle maggioranze di volta in volta mutevoli. La conciliazione  fu fatta quindi solo quando il potere dello stato cadde nuovamente nelle mani di un potere assoluto, quello del fascismo mussoliniano, che verso la fine degli anni ‘20 sembrava avere forte e duratura presa sulle masse. Fu una valutazione che si dimostrò gravemente errata. L’indebolimento della posizione del papato conseguita alla caduta del regime con cui esso si era federato determinò il papato ad accettare un compromesso con i democratici cristiani di De Gasperi, accreditati sulla scena politica post-fascista nazionale e internazionale per il loro importante ruolo nella Resistenza italiana, i quali, in cambio della non ostilità del papato alla nuova Repubblica democratica, riuscirono ad adoperarsi per salvare le immunità, i privilegi e il piccolo regno di quartiere che i Patti Lateranensi, gli accordi conclusi nel 1929 con il Regno d’Italia dominato dal fascismo mussoliniano, avevano concesso al papato.
 Ma una vera conciliazione tra la democrazia italiana e il papato deve, in un certo senso, ancora venire. Essa non potrà prodursi senza una profonda trasformazione dell’organizzazione del papato. Ciò però è al di là delle possibilità di intervento dei soli fedeli: deve prodursi necessariamente  per autoriforma gerarchica, per così dire per decreto pontificio. Così come, in definitiva, anche la Repubblica italiana non si è costituita con un atto rivoluzionario, ma, come è stato osservato, in un certo senso per decreto reale, con il decreti del Luogotenente del regno del 1944 e del 1946 con cui venne indetto il referendum istituzionale sulla forma del nuovo stato postfascista, monarchia o repubblica,  in esecuzione del cosiddetto Patto di Salerno dell’aprile 1944 tra la monarchia sabauda e i partiti antifascisti. I fedeli possono però collaborare a costruire il quadro culturale e ideologico del  mutamento e, innanzi tutto, iniziare a sperimentare nuovi modi di vivere collettivamente la fede sfruttando le possibilità che già ora sono state istituzionalizzate, ad esempio nell’organizzazione democratica dell’Azione Cattolica. Per dimostrare nei fatti che l’introduzione di forme di partecipazione democratica nell’organizzazione della nostra collettività religiosa non comporta la dissoluzione di quest’ultima. Ciò che invece  seriamente si  temette nel corso degli scorsi anni ’70, durante l’ultima travagliatissima e angosciosa fase del pontificato di Giovanni Battista Montini, e che fece calare sull’Italia, in un certo senso, il gelo polacco, come estremo rimedio.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli