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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 31 dicembre 2014

Felice Anno Nuovo a tutti i lettori dal gruppo parrocchiale AC San Clemente papa - Roma

Presepe allestito presso la portineria della casa delle suore della Santa Famiglia del Sacro Cuore - Divina Provvidenza a Roma

Elementi critici della ideologia religiosa corrente sul matrimonio (2)

Elementi critici della ideologia religiosa corrente sul matrimonio (2)


Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la  propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio [Mt 5,31-32].

Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “E’ lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre le la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Gli domandarono: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?”. Ripose loro: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli: all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra commette adulterio.
 Gli dissero i suoi discepoli: “Se questa è la situazione  dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. Egli rispose loro: “Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca. [Mt 19,3-12]


Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Dissero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse pe vi questa norma. Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina, per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.
 A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: “Chi ripudia la moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”. [Mc 10, 2-12]

Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata al marito, commette adulterio. [Lc 16,18]

[Citazioni dai Vangeli secondo Matteo, secondo Marco e secondo Luca, dalla traduzione ufficiale della Bibbia della CEI del 2008]


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L’intima comunità di vita e d’amore coniugale, fondata al Creatore e strutturata con leggi proprie è stabilita dall’alleanza dei coniugi, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale. E così, è dall’atto umano col quale i coniugi si danno e si ricevono, che nasce, davanti alla società, l’istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordine divino. In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall’arbitrio dell’uomo.
[…]
Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità.
[…]
L’autentico amore coniugale è assunto dall’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e di madre Per questo motivo i coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. [n.48]
[…]
Quest’amore, ratificato da un impegno mutuo e soprattutto consacrato da un sacramento di Cristo, resta indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito, di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni divorzio [n.49]

[dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes (=la gioia e la speranza), del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]

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L'uomo immagine di Dio Amore
11. Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,26s): chiamandolo all'esistenza per amore, l'ha chiamato nello stesso tempo all'amore.
Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale d'amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell'essere, Dio iscrive nell'umanità dell'uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell'amore e della comunione (cfr. «Gaudium et Spes», 12). L'amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.
In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, l'uomo è chiamato all'amore in questa sua totalità unificata. L'amore abbraccia anche il corpo umano e il corpo è reso partecipe dell'amore spirituale.
La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all'amore: il Matrimonio e la Verginità. Sia l'uno che l'altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell'uomo, del suo «essere ad immagine di Dio».
Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l'uomo e la donna si donano l'uno all'altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l'intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte. La donazione fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente: se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente.
Questa totalità, richiesta dall'amore coniugale, corrisponde anche alle esigenze di una fecondità responsabile, la quale, volta come è a generare un essere umano, supera per sua natura l'ordine puramente biologico, ed investe un insieme di valori personali, per la cui armoniosa crescita è necessario il perdurante e concorde contributo di entrambi i genitori.
Il «luogo» unico, che rende possibile questa donazione secondo l'intera sua verità, è il matrimonio, ossia il patto di amore coniugale o scelta cosciente e libera, con la quale l'uomo e la donna accolgono l'intima comunità di vita e d'amore, voluta da Dio stesso (cfr. «Gaudium et Spes», 48), che solo in questa luce manifesta il suo vero significato. L'istituzione matrimoniale non è una indebita ingerenza della società o dell'autorità, ne l'imposizione estrinseca di una forma, ma esigenza interiore del patto d'amore coniugale che pubblicamente si afferma come unico ed esclusivo perché sia vissuta così la piena fedeltà al disegno di Dio Creatore. Questa fedeltà, lungi dal mortificare la libertà della persona, la pone al sicuro da ogni soggettivismo e relativismo, la fa partecipe della Sapienza creatrice.
[Dall’esortazione apostolica Familiaris consortio (=la famiglia), del papa Giovanni Paolo 2°, diffusa il 22-11-81

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Can. 1055 - §1. Il patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento.
§2. Pertanto tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento.
Can. 1056 - Le proprietà essenziali del matrimonio sono l'unità e l'indissolubilità, che nel matrimonio cristiano conseguono una peculiare stabilità in ragione del sacramento.
Can. 1057 - §1. L'atto che costituisce il matrimonio è il consenso delle parti manifestato legittimamente tra persone giuridicamente abili; esso non può essere supplito da nessuna potestà umana.
§2. Il consenso matrimoniale è l'atto della volontà con cui l'uomo e la donna, con patto irrevocabile, dànno e accettano reciprocamente se stessi per costituire il matrimonio.
[dal Codice di diritto canonico promulgato il 25-1-83 dal papa Giovanni Paolo 2°, con la Costituzione apostolica Sacrae Disciplinae Leges (=le leggi della sacra disciplina]

1.Matrimonio-atto e matrimonio-rapporto
L’insegnamento costante  dei nostri capi religiosi sull’indissolubilità del matrimonio religioso è molto chiaro, risalente alle nostre collettività religiose delle origini, quindi ad una tradizione molto antica,  ed ha fondamenta bibliche, e in particolari neotestamentarie. Ho sopra trascritto i brani evangelici, con detti del Maestro, che vengono di solito citati sul tema dell’indissolubilità matrimoniale. Ho anche riportato brani della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes (=la gioia e la speranza), dell’esortazione apostolica Familiaris consortio (=la famiglia) e del Codice diritto canonico che ne trattano e ne forniscono la spiegazione religiosa.  
 Rilevo che la disciplina giuridica del matrimonio di impronta religiosa, come contratto consensuale indissolubile dal quale discendono determinati effetti, in particolare doveri irrevocabili, risale al Sesto Secolo, mentre il riconoscimento del matrimonio come sacramento risale al Concilio di Firenze del 1439. Ciò ha determinato una particolare concentrazione della teologia sacramentale sul momento costitutivo del sacramento del matrimonio, quindi sul matrimonio-atto, secondo la più antica impostazione giuridica (per altro certamente influenzata a sua volta dal pensiero religioso). Infatti, in religione, si ritiene che, una volta espresso validamente il consenso reciproco sul patto matrimoniale nell’atto-contratto formale di matrimonio, la successiva volontà dei coniugi, anche consensuale,  sia  del tutto ininfluente sul permanere del vincolo insieme sacramentale e giuridico. L’attività del complesso apparato giurisdizionale, che nelle nostre collettività religiose è stato organizzato sul modello di quello degli stati fruendo degli spazi di autonomia garantiti dall’ordinamento costituzionale italiano, ha contribuito a rafforzare e dettagliare questo orientamento facendo riferimento, secondo le consuetudini giudiziarie, a un gran numero di casi concreti, ma anche, come sempre accade nell’attività di interpretazione giudiziaria, a venire incontro, nei limiti del possibile, a esigenze di giustizia emergenti dalle parti in causa.  Ciò è avvenuto, però, senza farsi lecito di uscire dall’ideologia giuridica di impronta religiosa tutta concentrata sull’atto costitutivo del vincolo sacramentale e giuridico, quindi sul matrimonio-atto. Accade quindi che venga dichiarata la nullità di matrimoni religiosi nonostante una prolungata convivenza dopo il matrimonio-atto, addirittura oltre i dieci anni ed anche in presenza di figli, come era accaduto nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione nella sentenza più avanti citata. Va ricordato che, prima della riforma del diritto di famiglia del 1975, la dichiarazione di nullità del matrimonio non comportava, per il coniuge alla quale la nullità fosse imputabile, l’obbligo di versare periodicamente delle somme all’altro coniuge a titoli di alimenti, per aiutarlo nel caso non disponesse  di mezzi di sostentamento. Ciò rendeva il regime della nullità matrimoniale più favorevole economicamente per il coniuge che disponeva di maggiori mezzi economici, in genere il marito, rispetto a quello della separazione, che prevedeva l’obbligo di versare un assegno di mantenimento, per consentire al coniuge più debole, in genere la moglie, di mantenere  la condizione economica di cui godeva in famiglia a seguito del matrimonio.
 Nel diritto civile della Repubblica italiana si è data invece sempre più importanza al matrimonio-rapporto (inteso come vincolo rafforzato da un periodo di esperienza matrimoniale, in cui sia perdurante la volontà di vivere insieme in un nucleo caratterizzato da diritti e doveri), e, in particolare, alle concrete dinamiche della convivenza matrimoniale (concetto più esteso della semplice coabitazione). Si è ritenuto in particolare, con la sentenza delle Sezioni Unite  della Corte di Cassazione (il più importante collegio di giudici Repubblica) numero 16.379 del 17-7-14, che la rilevanza del matrimonio-rapporto sia talmente grande nel nostro ordinamento civile da costituire principio di ordine pubblico, quindi caratteristica essenziale dell’istituto matrimoniale secondo la Costituzione e le leggi fondamentali della Repubblica, tanto da affermare il principio di diritto che debba essere negata la dichiarazione di efficacia nella Repubblica di  dichiarazione di nullità matrimoniale pronunciate da tribunale ecclesiastici nonostante che dopo la celebrazione del matrimonio i coniugi abbiano convissuto al modo di coniugi per oltre tre anni. Infatti, il particolare rilievo dato al momento costitutivo del vincolo matrimoniale/sacramentale, porta il pensiero giuridico ecclesiastico a negare la rilevanza della volontà dei coniugi espressa in corso di rapporto sia in senso negativo, per sciogliere i vincolo, sia in senso positivo, per sanare un iniziale vizio del consenso confermando nei fatti, con la convivenza al modo di coniugi, la volontà di vivere da coniugi cristiani.  La disciplina dell’ordinamento matrimoniale della Repubblica italiana è diversa e prevede che, dopo un certo periodo di convivenza al modo di coniugi  non possa più essere chiesta la dichiarazione di nullità del matrimonio. Per questa via, già prima della riforma del diritto di famiglia realizzata nel 1975 si dava rilevanza al matrimonio- rapporto, pur non giungendo ad affermare che un’unione coniugale potesse costituirsi per via di fatto, a prescindere da un atto formale di celebrazione di matrimonio. Questo orientamento è stato poi determinante nell’introduzione in Italia dell’istituto del divorzio, che per quanto riguarda il matrimonio religioso con effetti civili si presenta come cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso, nel 1970, disciplina che ha superato, nel 1974, il vaglio di un referendum, nel quale la posizione contraria all’abrogazione della legge sul divorzio riportò il 59% dei consensi popolari (deve ritenersi comprendenti anche in larga misura voti dell’elettorato cattolico). Il divorzio si presenta infatti come soluzioni per problemi insorti nel corso del matrimonio rapporto. Il medesimo orientamento poi ha inciso in diverse disposizioni della legge di riforma del diritto di famiglia del 1975 e, in particolare, in quelle che hanno allungato il tempo di convivenza richiesto perché non sia più proponibile una domanda di annullamento del matrimonio. E, in epoca più recente, ha portato i giudici italiani, in particolare la Corte Costituzionale, il giudice delle leggi, e la Corte di Cassazione, il giudice che vaglia la corretta interpretazione delle norme giuridiche da parte degli altri giudici, a distinguere anche nella norma costituzionale dedicata al matrimonio e alla famiglia
Art.29. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
 Il matrimonio è ordinata sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabili dalla legge a garanzia dell’unità familiare.
un distinto riferimento al matrimonio-atto (in relazione al matrimonio come atto fondante della famiglia) e al matrimonio-rapporto (in relazione alla famiglia come società naturale e all’ordinamento egualitario tra i coniugi), con analoga rilevanza.
 Questo distinto rilievo del matrimonio rapporto è ritenuto di grande importanza, in quanto lo si collega a disposizioni costituzionali che hanno natura di principi costituzionali  supremi, come tali inderogabili anche dallo stesso legislatore costituzionale, e, in particolare al principio personalistico (di derivazione dal pensiero sociale cristiano) di cui si tratta nell’art.2 della Costituzione, dove vengono riconosciuti   come inviolabili i diritti degli esseri umani nelle formazioni sociali in cui si svolge la loro personalità: la famiglia è considerata appunto una delle principali di tali formazioni sociali. Come insegnato dalla Corte Costituzionale in una sentenza del 2008:
La Costituzione non giustifica una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti (...). E proprio da tale ultima disposizione l'art. 2 della Costituzione, appunto, conformemente a quello che è stato definito il principio personalistico che essa proclama, risulta che il valore delle "formazioni sociali", tra le quali eminentemente la famiglia, è nel fine a esse assegnato, di permettere e anzi promuovere lo svolgimento della personalità degli esseri umani" [citazione dalla sentenza della Corte costituzionale n. 494 del 2002].
 Ma la medesima grande rilevanza viene data al matrimonio-rapporto anche in documenti normativi di carattere internazionale che applicano i principi umanitari espressi dalla Dichiarazione universale dei diritti umani approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1948, e precisamente nell’art. 8, paragrafo 1, della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e nell’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, norme che hanno vigore nel nostro ordinamento e vincolano la Repubblica Italiana alla loro osservanza.
 Questo, della rilevanza del matrimonio-rapporto, è attualmente uno degli elementi critici della ideologia religiosa corrente sul matrimonio, in quanto le concezioni di quest’ultima, in particolare quelle espresse dai giudici ecclesiastici, contrastano con principi ritenuti supremi e inviolabili nel diritto della Repubblica Italiana, tanto che i giudici di quest’ultima ritengono di non poterle recepire. Ma non si tratta solo di questo, di una questione di contrasti giudiziari tra giudici operanti in diversi ordinamenti. La scarsa rilevanza data al matrimonio-rapporto nelle concezioni religiose riguardanti la stabilità del vincolo matrimoniale contrasta ormai con un sentire comune diffuso anche nella gente di fede, che, essendo espressione di principi umanitari definiti come supremi da importanti norme di diritto internazionale e dalla nostra Costituzione, non può essere sbrigativamente liquidato come peccaminoso in tutti i casi in cui si manifesta.  E, infatti, come tale non  è più  considerato nemmeno dal magistero dei nostri capi religiosi, che in merito si interrogano, come è avvenuto durante l’ultima sessione, di quest’anno, del sinodo dei vescovi, convocato per discutere sulla vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporano. Trascrivo, come esempio di questo atteggiamento, alcuni passi della Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica circa la ricezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, diffusa nel 1994 dalla Congregazione per la dottrina della fede:
2 […] una speciale attenzione meritano le difficoltà e le sofferenze di quei fedeli che si trovano in situazioni matrimoniali irregolari. I pastori sono chiamati a far sentire la carità di Cristo e la materna vicinanza della Chiesa; li accolgano con amore, esortandoli a confidare nella misericordia di Dio, e suggerendo loro con prudenza e rispetto concreti cammini di conversione e di partecipazione alla vita della comunità eccesiale.
[…]
6. Il fedele che convive abitualmente «more uxorio» con una persona che non è la legittima moglie o il legittimo marito, non può accedere alla Comunione eucaristica. Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori, date la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della persona(10) e del bene comune della Chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa. Devono anche ricordare questa dottrina nell'insegnamento a tutti i fedeli loro affidati.
Ciò non significa che la Chiesa non abbia a cuore la situazione di questi fedeli, che, del resto, non sono affatto esclusi dalla comunione ecclesiale. Essa si preoccupa di accompagnarli pastoralmente e di invitarli a partecipare alla vita ecclesiale nella misura in cui ciò è compatibile con le disposizioni del diritto divino, sulle quali la Chiesa non possiede alcun potere di dispensa. D'altra parte, è necessario illuminare i fedeli interessati affinché non ritengano che la loro partecipazione alla vita della Chiesa sia esclusivamente ridotta alla questione della recezione dell'Eucaristia. I fedeli devono essere aiutati ad approfondire la loro comprensione del valore della partecipazione al sacrificio di Cristo nella Messa, della comunione spirituale(13), della preghiera, della meditazione della Parola di Dio, delle opere di carità e di giustizia.
 Trascrivo di seguito anche alcuni passi del documento di sintesi (denominato con parola latina Lineamenta) del risultato delle riflessioni svolte nell’ultima sessione del sinodo dei vescovi, tenutasi nell’ottobre di quest’anno:
23. Con intima gioia e profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che restano fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e incoraggiandole per la testimonianza che offrono. Grazie ad esse, infatti, è resa credibile la bellezza del matrimonio indissolubile e fedele per sempre. Nella famiglia,«che si potrebbe chiamare Chiesa domestica» (Lumen Gentium, 11), matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia,  il mistero della Santa Trinità. «È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1657). La Santa Famiglia di Nazaret ne è il modello mirabile, alla cui scuola noi «comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo» (Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964). Il Vangelo della famiglia, nutre pure quei semi che ancora attendono di maturare, e deve curare quegli alberi che si sono inariditi e necessitano di non essere trascurati.
24. La Chiesa, in quanto maestra sicura e madre premurosa, pur riconoscendo che per i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede. «Pertanto, senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno. […] Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà. A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute» (Evangelii Gaudium, 44).
 Gli orientamenti verso chi versa in situazioni irregolari dal punto di vista della disciplina religiosa sul matrimonio, improntati alla misericordia e alla non esclusione, divergono marcatamente da quelli seguiti non molti decenni addietro, più o meno fino agli scorsi anni Sessanta, quando, in un ambiente sociale che però a differenza di oggi colpiva i divorziati con un giudizio negativo, i divorziati risposati erano considerati pubblici peccatori e duramente  emarginati dalle nostre collettività, quasi nella condizione di scomunicati.
2.La prassi nelle nostre collettività religiose
 Per ciò che ho potuto constatare nelle collettività religiose a cui partecipo e ho partecipate, in particolare nelle parrocchie che ho avuto modo di frequentare, l’atteggiamento di misericordia consigliato nella citata lettera della Congregazione per la dottrina della fede è quello prevalente.
 Devo rilevare tuttavia che persistono vari pregiudizi sfavorevoli verso le persone che si trovano a vivere in situazioni familiari che divergono da quella ritenuta ideale nella nostra dottrina religiosa, che sono sentiti come umiliati da quelle persone. Ne sono vittime le persone che vivono in famiglie basate su unioni di tipo coniugale non fondate su un matrimonio religioso, che può mancare del tutto o essersi concluso come effettiva convivenza, siano esse persone che vivono al modo di coniugi o i figli nati da tali unioni. In particolare si dà per scontato, senza verificare nei fatti se ciò corrisponda a realtà che in tali famiglie si vivano rapporti di amore imperfetti, nel senso di meno intensi e generosi di quelli che caratterizzano le famiglie basate su matrimoni religiosi. C’è anche il pregiudizio, vale a dire la convinzione a prescindere da ogni valutazione delle concrete dinamiche familiari, che le famiglie con un solo genitori, per morte dell’altro genitore, separazione dei coniugi o dei genitori che vivevano come coniugi pur non essendo legati da matrimonio, divorzio o dichiarazione di nullità di un matrimonio, siano meno valide a crescere i figli di quelle fondata su matrimoni religiosi in cui i coniugi abbiano persistito nella convivenza. La dottrina religiosa sull’indissolubilità matrimoniale non ci impone di seguire questi pregiudizi.
 La discussione in collettività religiose su questi temi presenta dei rischi specifici. Infatti l’esprimersi a favore di una maggiore rilevanza del tema del matrimonio-rapporto può essere considerato addirittura come un indizio della esclusione della indissolubilità del vincolo matrimoniale ed essere posta a base di una domanda di dichiarazione di nullità del matrimonio religioso davanti al giudice ecclesiastico.
 La scarsa rilevanza delle concrete dinamiche dei rapporti coniugali nelle concezioni religiose sul matrimonio  è difficile da spiegare nella formazione religiosa. Rimane l’idea che, in sede soprannaturale, sia stabilito una sorta di ufficio dello stato civile in cui vengono registrati i matrimoni religiosi e che tale ufficio sia del tutto insensibile, per partito preso,  alla volontà dei coniugi, anche consensuale, dopo la celebrazione dell’atto di matrimonio. Non è facile spiegare perché, dopo aver definito la famiglia come società naturale, si tenga così poco conto della naturalità  del rapporto coniugale, quindi delle concrete dinamiche dell’amore, che nei casi specifici possono superare la possibilità di dominio delle persone. Di fatto, anche i matrimoni religiosi falliscono e in sede religiosa se ne prende atto, ammettendo l’istituto della separazione personale dei coniugi. Pretendere che una persona, pur osservando gli obblighi di assistenza familiari previsti dalle leggi civili, rinunci all’esperienza coniugale con altre persone è sentito ai tempi nostri come una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti, nel senso inteso dalla Corte Costituzionale nella sentenza che ho sopra citato.
 Lasciando ai teologi la riflessione se e come dare maggiore rilevanza al matrimonio-rapporto nel matrimonio religioso e ai nostri capi religiosi le conseguenti decisioni, penso che noi laici di fede possiamo contribuire a lenire gli aspetti critici della nostra ideologia religiosa sul matrimonio che ho sopra ricordato evitando di emarginare e umiliare chi si è trovato a vivere il fallimento del proprio matrimonio e coloro che si trovano a vivere in famiglie basate su unioni al modo coniugale che divergono dal modello previsto dalle leggi canoniche. E, innanzi tutto, non lasciandoci trascinare da pregiudizi e partiti presi sulle loro famiglie e accettando si ascoltarli in spirito di dialogo, per conoscere meglio loro e le loro famiglie. Concludo scrivendo che noi laici, che non siamo pastori nel senso in cui ciò viene inteso nelle nostre collettività religiose, vale a dire titolari di una formale autorità religiosa sugli altri, dovremmo evitare di riferire tale atteggiamento a una nostra pretesa misericordia verso persone considerate come peccatrici, ciò che viene sentito come fortemente umiliante dai supposti beneficiari di tale sentimento, ma fare quello che va fatto semplicemente nello spirito del grande ideale dell'agàpe, il sentimento di amicizia analogo a quello che ci lega a coloro con i quali stiamo  bene a tavola e che speriamo di vivere nella pienezza in ciò che chiamiamo banchetto celeste; atteggiamento amorevole che caratterizza fortemente le nostre convinzioni religiose e che è la cosa che più attira gli altri verso di noi, quando, nei nostri momenti migliori, riusciamo a metterlo in pratica.


Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 29 dicembre 2014

Obbedienza

Obbedienza 

Don Lorenzo Milani


A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.
 C'è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto. A questo patto l'umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.
[da: Lorenzo Milani, Lettera ai giudici,  18 ottobre 1965]

 Suonano ciclicamente appelli religiosi all’obbedienza e alla docilità. Essi non riguardano i rapporti con le autorità civili, nei quali invece è raccomandata l’obiezione di coscienza, ma specificamente quelli con l’autorità religiosa. Si parla in merito di cristiana obbedienza. Ne troviamo menzione nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium  (=luce per le genti), del Concilio Vaticano 2°, al n.37:
I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori, quali rappresentati di Cristo, stabiliscono in nome del loro magistero e della loro autorità nella Chiesa, seguendo in ciò l’esempio di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata dei figli di Dio.
 Talvolta l’appello all’obbedienza è rafforzato menzionando la docilità. Leggiamo ad esempio, quanto ai principi per la condotta di vita dei coniugi, nella  Costituzione pastorale Gaudium et spes (=la gioia e la speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, approvata durante il medesimo concilio ecumenico,  al n.50:
I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria.
 E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con docile riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che sia con forme alla legge divina stessa; e siano docili al magistero della Chiesa, che interpreta in modo autentico quella legge alla luce del Vangelo.
  Eppure, bisogna riconoscere che se, nella lunga storia della nostra confessione religiosa, si fosse stati meno obbedienti e docili alle nostre autorità religiose forse si sarebbero potute evitare molte efferate violenze e coercizioni delle quali, per altro dopo molte resistenze e con molti dubbi, siamo arrivati a pentirci nel corso del Grande Giubileo dell’Anno 2000, sotto la guida del santo Karol Wojtyla, all’epoca regnante come papa Giovanni Paolo 2°.
  Insomma, anche all’interno delle nostre collettività religiose è ancora attuale l’appello di Lorenzo Milani, lui stesso sottoposto a gravi prove morali per questioni di obbedienza e docilità verso i suoi superiori. Oggi vediamo chiaramente quale errore sia stato l’esiliare quella grande anima in una delle più remote parrocchie toscane, quale gravissimo danno abbia comportato per la nostra gente, quali potenzialità di bene siano andate irragionevolmente sprecate. E tuttavia qualcosa, nella vicenda del Milani, differì da altre analoghe che colpirono spiriti liberi delle nostre collettività religiose, anche con crudeli violenze e la morte nei secoli passati e, una volta strappata dalle mani dei nostri capi religiosi la scure del boia, con la totale emarginazione. Egli poté infatti continuare ad esprimersi. I tempi, infatti, erano cambiati. Egli svolse il suo ministero sacerdotale negli anni dell’incubazione del Concilio Vaticano 2°, in quelli di quella grande assise di saggi della nostra fede e in quelli dell’attuazione dei principi conciliari. In questi anni cambiò il modo in cui si concepisce l’esercizio dell’autorità religiosa e, in particolare, fu recepito il principio umanitario della libertà di coscienza, trovandovi i fondamenti religiosi.
 L’idea fondamentale è che, anche in religione, l’esercizio dell’autorità debba essere rispettosa della dignità umana.
 S legge, ad esempio, nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium, al n.37:
I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano  la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa e si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre.
  Si tratta di un principio, che definisce spazi di libertà dovuti al rispetto della dignità umana, che è applicato, con riferimento al matrimonio, anche nel brano che ho sopra citato, tratto dalla  Costituzione Gaudium et spes (n.50), e in cui si menziona pure la docilità:
I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria.
 E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con docile riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa.
Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. 
  In materia, la novità portata dal Concilio Vaticano 2°, rispetto alle prevalenti concezioni precedenti, è la presa di coscienza, non parlerei di scoperta perché la cosa è da sempre conosciuta in religione, che questo stile di esercizio dell’autorità corrisponde al modello incarnato nel nostro primo Maestro e Signore. Trascrivo di seguito un passo della dichiarazione Dignitatis Humanae (=sulla dignità degli esseri umani), del Concilio Vaticano 2°, al quale si attribuisce di soliti grandissima rilevanza (n.11)
Dio chiama gli esseri umani al suo servizio in spirito e verità; per cui essi sono vincolati in coscienza a rispondere alla loro vocazione, ma non coartati. Egli, infatti, ha riguardo alla dignità della persona umana da lui creata, che deve godere di libertà e agire con responsabilità. Ciò è apparso in grado sommo in Cristo Gesù, nel quale Dio ha manifestato se stesso e le sue vie in modo perfetto. Infatti Cristo, che è Maestro e Signore nostro, mite e umile di cuore, ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. Certo, ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i miracoli per suscitare e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare su di essi alcuna coercizione. Ha pure rimproverato l’incredulità degli uditori, lasciando però la punizione a Dio nel giorno dei giudizio.
  Mi pare di aver capito, allora, che trattando di obbedienza in religione, è sull’attributo   di cristiana che si dovrebbe sviluppare la riflessione. L’autorità in religione non è mai tirannia, perché quest’ultima non può dirsi cristiana, vale a dire improntata all’insegnamento e all’esempio del Maestro. E il fedele, per quanto rispettoso verso l’autorità sacra, non è autorizzato a farsi da essa tiranneggiare, perché in merito vale sempre il principio, ricordato anche dal Milani, che si deve obbedire prima alla legge soprannaturale che agli uomini (At 5,29). La dignità umana non è infatti solo un diritto, ma anche un dovere. E questo perché, subendo passivamente un ordine tirannico, se ne diventa complici, come ricordava il Milani.
 Tutt’altro discorso  è poi quello dei rapporti con gente che pretenda di esercitare su di noi un’autorità religiosa al di fuori di ciò che compete all’Ordine Sacro. Qui è del tutto fuori luogo tirare in ballo l’obbedienza canonica e la docilità. E purtroppo, a fronte della saggezza e moderazione con cui l’autorità religiosa viene in genere esercitata da coloro ai quali, secondo le leggi della nostra collettività religiosa, essa compete, talvolta ci si imbatte in leader di gruppi religiosi che, a vari livelli, pretendono obbedienza e, non di rado, obbedienza cieca, senza avere altra legittimazione che il loro carisma personale o il mandato ricevuto dalla fazione alla quale appartengono. Francamente in questo caso non ho alcuno scrupolo di coscienza nel respingere le loro pretese, in particolare quando, come accade, essi mi scaraventino addosso una obsoleta ideologia reazionaria. Sono cose che accadono, di questi tempi in cui nella nostra collettività religiosa è in atto un marcato aggiustamento di rotta, con risvolti potenzialmente drammatici per la reazione di coloro che sostenevano il precedente corso e che, ora, talvolta, mentre reclamano obbedienza  verso il basso, sembrano volersi sottrarre disinvoltamente all’obbedienza verso l’alto. Personalmente sono piuttosto insofferente verso queste dinamiche conflittuali e preferirei recuperare quella dimensione di amicizia e cordialità che è spesso evocata nei documenti dell’ultimo concilio ecumenico, come in questo passo  del Decreto conciliare Apostolicam Actuositatem (= sull’apostolato [dei laici]):
Infatti, per promuovere lo spirito di unione, affinché in tutto l’apostolato della Chiesa splenda la carità fraterna, si raggiungano le comuni finalità e siano evitate dannose rivalità, si richiede una stima vicendevole fra tutte le forme di apostolato nella Chiesa e un conveniente coordinamento, nel rispetto della natura propria di ciascuna. (n.23)

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli






domenica 28 dicembre 2014

Famiglie

Famiglie




1. Famiglia/famiglie
 Nell’ultimo incontro del MEIC romano è stato osservato che la famiglia è divenuta da isola arcipelago. La famiglia può essere considerata isola nella sua funzione di protezione  dei suoi membri dal grande oceano sociale in cui sono immersi. Se diviene arcipelago è perché diventano correnti diversi modelli di famiglia. In religione questa metamorfosi è vista in genere come negativa perché si ritiene che il modello familiare debba essere uno solo, quello che troviamo tratteggiato, ad esempio, nei nostri catechismi e che rimanda al magistero dei nostri capi religiosi. In realtà anche questo modello religioso in concreto si articola in diverse interpretazioni, che tutte pretendono di essere riconosciute come valide ed efficaci. Tra di esse può esserci una certa tensione, quando si pensa che una o alcune siano da preferirsi ad altre. La tensione è più marcata rispetto ad altri modelli correnti nella società, che non si richiamano a principi religiosi.
2. Cellula  originaria della società
 L’antica tradizione del diritto romano considerava la famiglia come la base della società e vivaio della politica. Dalla famiglia uscivano i cittadini e in essa i giovani si formavano alla partecipazione attiva al governo dello stato. Questa concezione è stata recepita anche dalla nostra dottrina religiosa.  Il tema è trattato in moltissimi documenti del magistero e testi teologici, ma possiamo fare riferimento, per tutti, alla formulazione che troviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica  (1992-1997), al n. 2207, inserito nel paragrafo 2° La famiglia e la società, a sua volta compreso nell’articolo 4 Il Quarto Comandamento, del capitolo 2° “Amerai il prossimo come te stesso”, della  Sezione 2° I Dieci Comandamenti,  della parte 3° La vita in Cristo (il catechismo è stato costruito come un’opera sistematica, al modo di un codice giuridico, per poter più facilmente rintracciare i principi di dottrina specifici per ciascun caso della vita):
“La famiglia è la cellula  originaria della società. E’ la società naturale in cui l’uomo e la donna sono chiamati al dono di sé nell’amore e nel dono della vita. L’autorità, la stabilità e la vita di relazione in seno alla famiglia costituiscono i fondamenti della libertà, della sicurezza, della fraternità nell’ambito della società. La famiglia è la comunità nella quale, fin dall’infanzia, si possono apprendere i valori morali, si può incominciare ad onorare Dio e a fare buon uso della libertà. La vita di famiglia è un’iniziazione alla vita nella società”.
3. Concezioni religiose sulla famiglia
  Nella concezione religiosa la famiglia  ha anche significati specificamente teologici, in quanto le relazioni del popolo dei fedeli con il soprannaturale vengono presentate, su base biblica, come un’alleanza nuziale. E ciò con particolare riferimento all’amore che lega il Maestro alla collettività che a lui si richiama. Leggiamo ancora nel Catechismo della Chiesa cattolica, nell’articolo 7 Il sacramento del matrimonio,  inserito nella Parte 2°La celebrazione del mistero cristiano:
n.1612: L’Alleanza nuziale tra Dio e il suo popolo Israele aveva preparato l’Alleanza nuova ed eterna  nella quale il Figlio di Dio, incarnandosi e offrendo la propria vita, in certo modo ha unito a sé tutta l’umanità da lui salvata, preparando così «le nozze dell’Agnello».
[…]
n.1617: Tutta la vita cristiana porta il segno dell’amore sponsale di Cristo e della Chiesa. Già il Battesimo, che introduce nel popolo di Dio, è mistero nuziale: è per così dire, il lavacro di nozze, che precede il banchetto di nozze, l’Eucaristia. Il Matrimonio cristiano diventa, a sua volta, segno efficace, sacramento dell’Alleanza di Cristo e della Chiesa. Poiché ne significa e ne comunica la grazia, il Matrimonio fra battezzati è un vero sacramento della nuova alleanza [viene qui citato un deliberato del Concilio di Trento, svoltosi nel Cinquecento, alla quale risale l’attuale disciplina religiosa relativa al  matrimonio].
 E fare di tutti i popoli della terra un’unica famiglia viene presentato come un ideale anche religioso. Possiamo considerare, ad esempio, questo testo della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes (=la gioia e la speranza), approvato nel corso del Concilio Vaticano 2°:
Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare l'uomo, si tratta di edificare l'umana società. [dal n.3 del Proemio]
 O quest’altro testo, tratto dal medesimo documento:
Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Tutti, infatti, creati ad immagine di Dio « che da un solo uomo ha prodotto l'intero genere umano affinché popolasse tutta la terra » (At17,26), sono chiamati al medesimo fine, che è Dio stesso. Perciò l'amor di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. La sacra Scrittura, da parte sua, insegna che l'amor di Dio non può essere disgiunto dall'amor del prossimo, «e tutti gli altri precetti sono compendiati in questa frase: amerai il prossimo tuo come te stesso. La pienezza perciò della legge è l'amore » (Rm13,9); (1Gv4,20).[dal n.24 L’indole comunitaria dell’umana vocazione nel piano di Dio, inserito nel capitolo 2° La comunità degli uomini].
 La famiglia fondata sul matrimonio sacramentale è anche considerata come primo nucleo della Chiesa:
E infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.
[dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium (=luce per le genti), del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)].
 In teologia è ritenuta particolarmente significativa la Santa Famiglia di Gesù, Maria, e Giuseppe:
Cristo ha voluto nascere in seno alla santa Famiglia di Giuseppe e di Maria. La Chiesa non è altro che la “famiglia di Dio”.
[dal Catechismo della Chiesa cattolica, n.1655]
4. Famiglia e natura
  Caricate di tutte queste attese, spesso le famiglie si ritengono inadeguate e come tali vengono anche considerate. Insomma, la realtà finisce con il deludere.  Da un lato ci si sforza di migliorarsi e dall’altro ci si sente oggetto di varie pressioni per modificare i propri stili di vita secondo quello che in società di ritiene preferibile. E’ difficile che, vivendo la famiglia, ci si limiti semplicemente a lasciarsi andare, come accade  quando ci si abbandona ai moventi naturali, come quando si respira, si mangia e si beve e ci si muove.
 In effetto poi, quando in religione si parla della famiglia come  società naturale lo si fa in modo diverso dalla filosofia e dall’antropologia. Semplificando, in teologia naturale  significa  secondo il disegno soprannaturale della creazione. In altri ambiti invece il riferimento alla natura viene inteso nel senso di una struttura biologica e di corrispondenti funzioni ed azioni che non sono il prodotto dell’ingegno umano o delle dinamiche sociali, ma derivano dalla lunghissima storia evolutiva degli organismi viventi e, come tali, sono più difficilmente modificabili.
 In genere, in società e anche in religione, non si accetta di abbandonarsi in tutto ai moti naturali. Si pensa infatti che la civiltà abbia  elevato  gli esseri umani dalla loro condizione semplicemente naturale, che li accomuna agli altri esseri animati che vivono sulla terra, quelli che chiamiamo  animali per distinguerli dagli umani. Nelle nostre concezioni religiose quest’idea assume un particolare aspetto, nel senso che in teologia riteniamo che la natura sia  decaduta e non risponda all’originario disegno creatore. Questo pensiero è sintetizzato molto efficacemente, con specifico riferimento al matrimonio, nel Catechismo della Chiesa cattolica:
n.1606. Ogni uomo fa l’esperienza del male, attorno a sé e in se stesso. Questa esperienza si fa sentire anche nelle relazioni fra l’uomo e la donna. Da sempre la loro unione è stata minacciata dalla discordia, dallo spirito di dominio, dall’infedeltà, alla gelosia e dai conflitti che possono arrivare fino all’odio e alla rottura. Questo disordine può manifestarsi in modo più o meno acuto, e può essere più o meno superato, secondo le culture, le epoche, gli individui, ma sembra proprio avere un carattere universale.
n.1607. Secondo la fede questo disordine che noi constatiamo con dolore, non deriva dalla natura dell’uomo e della donna, né dalla natura delle loro relazioni, ma dal peccato. Rottura con Dio, il primo peccato, ha come prima conseguenza la relazione originale dell’uomo e della donna. […]
  Quindi, mentre nelle scienze umane, in particolare nell’antropologia, si vede la civilizzazione come un processo in progredire che ha portato l’umanità da una condizione simile a quella degli animali a quella che si ritiene propria degli esseri umani, in religione il progresso viene visto come un  ritorno  a una originaria condizione ideale, infranta dalla violazione della legge soprannaturale, quindi come un rialzarsi dopo una caduta.
 In ambito non religioso, in particolare  a partire dagli scorsi anni  ’60, il richiamo alla natura è stato anche concepito in funzione di liberazione dalle costrizioni sociali, religiose e non,  che riguardano il matrimonio e la famiglia. La naturalità  delle unioni a carattere sessuale, intesa come lasciarsi condurre in quelle relazioni dalle affinità psicologiche e fisiologiche tra individui, preesistenti  alle norme sociali e indipendenti  dagli influssi sociali, è stata vista come un fattore di liberazione  dall’oppressione sociale, in polemica in particolare con le costrizioni a carattere religioso. Il libero amore viene contrapposto allora all’ordinamento sociale riguardante la famiglia.
 In qualche modo affine a questa concezione è quella che, in religione, vede come base dell’unione coniugale il consenso libero basato sull’amore e non, ad esempio, l’intesa tra le rispettive famiglie, come storicamente accadeva nei matrimoni combinati.  
5. Influssi sociali sulla famiglia
 La famiglia è stata sempre molto importante nelle società umane e, specialmente in quelle del passato, ha avuto anche una rilevanza politica. L’organizzazione  tribale, basta su rapporti di famiglia,   è stata infatti la prima organizzazione politica delle civiltà umane. Ancora oggi le monarchie ereditarie si basano su rapporti di famiglia. E i costumi morali di una società sono in larga misura riferiti alla famiglia. In conclusione, la cultura di una società, come insieme dei costumi e delle concezioni in essa correnti, sono in buona parte riferiti alla famiglia. Così,  è considerato ancora molto importante, nel giudizio che si dà su una persona, sapere come si comporta in famiglia. E le norme sociali, quella morali e quelli propriamente giuridiche, si occupano molto della famiglia. L’ordinamento della famiglia è stato sempre considerato molto importante per la stabilità di una società e i gruppi sociali che hanno storicamente dominato le società umane hanno cercato sempre di influire su di esso. Questa influenza è stata particolarmente significativa in religione. In Italia, il regime totalitario fascista, che ha dominato la nostra società dal primo dopoguerra fino alla metà degli scorsi anni ’40 ha espresso una propria marcata ideologia sulla famiglia, che ha limitato e, in parte, anche deformato quella religiosa. In quell’epoca, infatti, le nostre collettività religiose giunsero a un compromesso con quel regime, che ha lasciato tracce profonde nella nostra cultura, in particolare nel campo della famiglia. E questo nonostante che l’organizzazione dei nostri capi religiosi abbia chiaramente avvertito il rischio dell’influenza totalitaria sull’ideologia riguardante la famiglia e abbiano sempre cercato di mantenere uno spazio di autonomia.
 Come è stato ricordato nell’ultimo incontro del MEIC, l’ideologia fascista sulla famiglia era di tipo paternalistico e autoritario: nella figura del marito/padre vedeva rappresentata l’autorità dello stato. La moglie e i figli obbedivano al marito/padre e quest’ultimo obbediva all'autorità, a sua volta accentrata, dello stato. La famiglia veniva ad essere una articolazione dello stato e ad essere subordinata ai suoi fini.  Nel codice civile promulgato nel 1942, nell’ultima fase del regime fascista, e tuttora vigente, benché modificato in molte norme per renderlo conforme ai nuovi principi costituzionali repubblicani, era prevista una potestà maritale sulla moglie, analoga a quella  patria  sui figli. Il marito era definito come il capo della famiglia e la moglie seguiva la sua condizione civile ed era obbligata a seguirla ovunque egli ritenesse opportuno fissare la propria dimora. Il diritto di famiglia contenuto in quel codice fu modificato solo nel 1975, all’esito di un processo in cui fu fondamentale il progredire dell’emancipazione femminile nella società italiana e a cui partecipò anche il pensiero sociale della nostra fede. Voglio dire che, rispetto a quel processo, la posizione delle nostre collettività di fede non fu solo reazionaria, anche se la componente reazionaria è stata sempre molto sensibile. I testi che ho sopra citato, tratti da documenti normativi del Concilio Vaticano 2° risalenti quindi alla metà degli scorsi anni Sessanta, lo dimostrano chiaramente.
 Nella Costituzione  della Repubblica Italiana, all’art.29, 1° comma, si legge:
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
 Con questa norma si volle impedire un influsso sulla famiglia analogo a quello che il regime totalitario fascista aveva preteso di esercitare e di fatto  esercitato.  In esso si sente il richiamo alla concezione religiosa della nostra fede, della famiglia come società naturale.  Nondimeno l’espressione è priva di valenza religiosa e vuole solo definire uno spazio di libertà da ingerenze esterne per ciò che riguarda le questioni della famiglia. Quest’ultima, come ricordato nell’ultimo incontro del MEIC viene considerata nella nostra Costituzione una delle principali  formazioni sociali, nella quali si svolge (vale a dire si plasma e si esprime) la personalità degli esseri umani, che sono protette da ingerenze esterne pubbliche e private mediante l’attribuzione di diritti inviolabili. La norma costituzionale non riguarda solo la protezione della famiglia da indebite ingerenze delle autorità della Repubblica: essa riguarda ogni tipo di autorità che si voglia esercitare in società  sulla famiglia. Di ciò non sempre si è ben consapevoli, specialmente in religione. Questo è un tema che riguarda specificamente la libertà religiosa, che la Costituzione della Repubblica prevede all’art.19. In religione si tende a inquadrarlo prevalentemente come libertà delle  nostre collettività religiose, ma in realtà i principali problemi che si pongono oggi in Italia riguardano in questa materia  sia il tema  della libertà  nelle  nostre collettività religiose, sia quello della libertà dalla  religione.
 Problemi molto seri possono sorgere, e in effetti talvolta sono sorti, per l’influsso sociale che le nostre autorità religiose, organizzate secondo principi non solo non democratici ma esplicitamente antidemocratici, pretendono ancora di avere in Italia, e non sono sulle nostre collettività di fede. La Costituzione della Repubblica, all’art.7, riconosce loro ampi spazi di autonomia. In particolare la Repubblica si è negata ogni potere di ingerenza nell’organizzazione interna delle nostre collettività di fede. Ma ha voluto anche respingere ogni analoga ingerenza delle nostre autorità religiose sulla sua organizzazione politica e civile. Questo significa l’espressione che “ Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.  In  pratica le nostre autorità religiose hanno in genere improntato la loro azione a criteri di saggezza e  moderazione che hanno evitato  conflitti ideologici duri come quelli che si ebbero dopo l’Unità d’Italia e fino al compromesso con il regime fascista, attuato nel 1920 con i Patti Lateranensi.  In questo ha avuto un positivo influsso l’azione politica e sociale del cattolicesimo democratico italiano, che dal secondo dopoguerra è stato una componente fondamentale del nuovo regime democratico repubblicano.
6. Il processo di trasformazione dei modelli di famiglia
 Come ho ricordato, nell’ultimo incontro del MEIC è stato osservato che è in atto un processo sociale di trasformazione dei modelli di famiglia, che non si sa dove porterà. Accanto a modelli tradizionali di famiglia, tra i quali vi è quello di tipo religioso basato sull’idea di un’alleanza stabile tra coniugi fondata sulla fedeltà reciproca, ne vengono attuati diversi altri, alcuni dei quali non prevedono più il requisito della diversità sessuale. In Europa, il principio supremo di non discriminazione  lascia ampi spazi di libertà sociale in questa materia.
 I nostri capi religiosi considerano in genere in modo negativo questa dinamica, ritenendo preferibile che vi sia nella società un unico modello normativo di famiglia, quanto più possibile improntato ai principi che vengono ritenuti fondamentali in religione. Ma, oltre a queste resistenze, si colgono anche, in alcune componenti delle nostre collettività religiose, delle tendenze reazionarie, che spingono per attuare, almeno tra le persone di fede, modelli familiari improntati a principi superati nel corso del Concilio Vaticano 2°.
  Talvolta si sente dire, ad esempio, che l’autorità in famiglia dovrebbe essere una prerogativa maschile, così come l’attività lavorativa esterna. La donna nella famiglia dovrebbe essere il cuore e, in definitiva, dedicarsi alla cura degli altri componenti, in particolare della prole. E’ in definitiva il modello paternalistico, dove il fattore decisivo dell’unità familiare è visto nell’obbedienza all’autorità maritale/paterna. Ciò sarebbe conforme alla legge soprannaturale: l’obbedienza  al marito/padre sarebbe quindi anche manifestazione dell’obbedienza al padre soprannaturale.
 Quest’ultima concezione mi pare diverga marcatamente dalle norme che la nostra collettività religiosa si è data e quindi, come persona di fede, non mi sento obbligato in coscienza a seguirla. E’ ciò ho insegnato anche alle mie figlie. Non debbono sentirsi obbligate in coscienza, per questioni religiose, a seguire una concezione paternalistico/autoritaria della famiglia, particolarmente umiliante per le donne.
 In coscienza, posso dire che certe metamorfosi dei modelli di famiglia non sono state negative. Sono state, anzi, un progresso che ha beneficamente influito anche sulle concezioni religiose delle nostre collettività di fede.
 Del processo di trasformazione della famiglia fa parte anche quello di emancipazione della donna. Ma in esso è coinvolta anche una nuova concezione della dignità dei figli. Queste idee hanno trovato eco anche in religione, come si può notare,  ad esempio, nel Catechismo della Chiesa cattolica, dove, al n. 2203,  si legge, del resto su base neotestamentaria, che i membri della famiglia umana sono uguali in dignità. In questa concezione religiosa, le responsabilità, i diritti e i doveri dei membri della famiglia trovano fondamento nel bene comune, così come deve accadere nella società secondo la dottrina sociale.
 Quello dello sviluppo della dignità umana nella famiglia, in particolare di quella della donna, è una dinamica ancora in atto.  Di fatto, il modello di famiglia consigliato in religione non è più, se ho ben capito, quello paternalistico/autoritario  che aveva avuto corso, ad esempio, in epoca fascista, ma anche successivamente. I coniugi di fede ora condividono anche l’esercizio dell’autorità familiare sui figli e tale autorità si cerca di esercitare in modo da rispettare la dignità dei figli: non si trova in ciò alcun impedimento da parte di precetti religiosi. E il matrimonio concepito come alleanza tra i coniugi non comporta la sottomissione di uno di loro all’autorità dell’altro, per cui, ad esempio, si possa, ai tempi nostri (!),  dire che il marito è il capo della moglie, espressione di un testo di San Paolo (Ef 5,22) che faceva riferimento ai costumi del suo tempo, che oggi viene in genere  intesa nel senso che l’esercizio dell’autorità in famiglia deve essere improntato all’amore soprannaturale.
  In alcune spiritualità il modello paternalistico/autoritario di famiglia viene liberamente scelto come sostegno alla fede dei membri della famiglia. Io non ho obiezioni in merito fino a quando non mi si chieda di aderirvi o si ritenga la mia famiglia, basata su un diverso modello, nella specie sul modello conciliare, inadatta a svolgere alcune funzioni proprie della famiglia, come quella della collaborazione alla prima formazione religiosa della prole.
 Ricordo che, dopo la liturgia della Cresima di una delle mie figlie, ai genitori fu detto che la formazione religiosa post-Cresima sarebbe stata attuata inserendo i ragazzi in incontri presso le famiglie dei formatori, la cui spiritualità mi parve piuttosto propensa a modelli di famiglia più autoritaria di quello praticato nella mia. Si parlò anche della necessità di raddrizzare i ragazzi del post-Cresima. Ribattei che non avrei in alcun modo fatto pressione sulle mie figlie per partecipare a tali incontri, se esse si fossero trovate a disagio, e che, comunque, le mie figlie avevano già una famiglia.  Inoltre dissi che l’idea di raddrizzare  le mie figlie mediante una famiglia diversa dalla loro mi trovava assolutamente dissenziente. Temevo infatti una reazione di rigetto da parte dei ragazzi, che mi pare di aver capito che poi c’è stata, salvo che per le mie figlie, che non frequentarono quegli incontri, e, in genere, per i figli cresciuti e formati in famiglie che avevano adottato quel modello più autoritario e che quindi vi si erano assuefatti. In quell’occasione invocai il rispetto per i diritti della famiglia naturale, che è innanzi tutto quella da cui una persona è biologicamente derivata, che sono riconosciuti come inviolabili sia nella Repubblica sia dalle norme religiose.
 Penso che questioni simili siano particolarmente critiche in particolare nella formazione religiosa prematrimoniale, che in molti casi è l’ultima occasione per recuperare un contatto con persone le quali, per le varie vicende delle loro vite,  si sono allontanate dalle nostra collettività di fede. Va segnalato, in specie, che le donne sono diventate (giustamente) particolarmente insofferenti verso concezioni che le vorrebbero sottoporre nuovamente a umilianti forme di autoritarismo maschile in famiglia, da cui con molta difficoltà sono riuscite finalmente ad affrancarsi. E che in religione non si è obbligati a condividere.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli




Domenica 28 dicembre 2014 – Ottava di Natale – festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Domenica 28 dicembre 2014 – Ottava di Natale – festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità –colore liturgico: bianco –  salterio: proprio del tempo - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Osservazioni ambientali: temperatura  9° C; cielo: coperto, piovoso. Canti: ingresso, Venite fedeli; offertorio, Tu scendi dalle stelle;  Comunione, Astro del ciel;  canto finale, In notte placida.
 Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.

Buona domenica e buon Tempo di Natale  a tutti i lettori!

Presepe nella chiesa parrocchiale (gen. 2014)



Pillole di Concilio:

L’intima comunità di vita e d’amore coniugale fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie,  è stabilita dall’alleanza dei coniugi, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale [n.48].
[…]
E così l’uomo e la donna, che per l’alleanza coniugale “non sono più due, ma una sola carne” (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persona e delle attività, sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono [n.48].
[…]
Anche molti nostri contemporanei annettono un grande valore al vero amore tra marito e moglie, che si manifesta in espressioni diverse a seconda dei sani costumi dei popoli e dei tempi. Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale [n.49].
[…]
L’unità del matrimonio confermata dal Signore, appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che bisogna riconoscere sia all’uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore [n.49].
[Dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes (=la gioia e la speranza), approvata durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965)].


E infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio [21]. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.

[dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium (=luce per le genti), del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), n.11]

Prima lettura
Dal libro della Genesi (Gen 15,1-6; 21,1-3)

In quei giorni, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: “Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo: la tua ricompensa sarà molto grande”. Rispose Abram: “Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia case è Eliezer di Damasco”. Soggiunse Abram: “Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede”. Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece come Sara aveva promesso. Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito.


Salmo responsoriale (88 (89))

Ritornello:
Il Signore è fedele al suo patto

Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere.
A lui cantate, a lui inneggiate,
meditate tutte le sue meraviglie.

Gloriatevi del suo santo nome:
gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza,
ricercate sempre il suo volto.

Ricordate le meraviglie che ha compiuto,
i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
voi, stirpe di Abramo, suo servo,
figli di Giacobbe, suo eletto.

Si è sempre ricordato della sua alleanza,
parola data per mille generazioni,
dell’alleanza stabilita con Abramo
e del suo giuramento a Isacco.



Seconda lettura  
Dalla lettera agli Ebrei (Eb 11,8-12.17-19)

Fratelli, per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: “Mediante Isacco avrai una tua discendenza” Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)

  Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino Gesù a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione di Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano su di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione –e anche a te una spada trafiggerà l’anima-, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”. C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Sintesi dell'omelia della Messa delle nove
        
 Oggi, nell’Ottava di Natale, si celebra la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe e siamo portati a considerare l’importanza della famiglia come via di santità e anche come via per conseguire la felicità.  La famiglia è la cellula fondamentale della società. Essa si fonda sulla fede in Dio e sull’obbedienza alla sua legge. La prima lettura ci presenta Abram che crede alle promesse di Dio. Egli non aveva terra e discendenza. Dio gli promette entrambe e comincia a realizzare le sue promesse concedendogli un  figlio. Nel Vangelo ci viene presentata l’obbedienza della Santa Famiglia alla legge del Signore. Maria e Giuseppe condussero il bambino Gesù a Gerusalemme, per riscattarlo, secondo la prescrizione della Legge ebraica del tempo, offrendo in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi.
 Oggi la famiglia è attaccata e non solo la famiglia religiosa, ma la famiglia semplicemente. C’è molta confusione. I padri sfuggono all’esercizio dell’autorità e le madri sono distolte dall’impegno di essere il cuore della famiglia, in particolare per i carichi di lavoro. Non c’è chiara consapevolezza dei ruoli paterni e materni. E anche i figli si sottraggono all’autorità dei genitori. Non riusciamo a  morire a noi stessi, come richiede la fede in Dio.  Nella fede in Dio e nell’obbedienza alla sua legge possiamo realizzare famiglie fondate sull’amore, secondo la volontà di Dio, scoprendo anche il giusto modo di esercitare l’autorità, sull’esempio della Santa Famiglia. Questo sarà un bene anche per la società in cui viviamo, secondo le promesse di Dio.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa– Roma, Monte Sacro Valli



Avvisi parrocchiali:

-al termine della Messa vespertina del 31 dicembre, verrà celebrato il Te Deum, per ringraziare  di quanto abbiamo ricevuto nell’anno che finisce;
-il 1 gennaio le Messe avranno orario festivo, come nella domenica: saranno celebrate alle ore 8, 9, 10, 11, 12 e 18. Sarà anche il primo giovedì del mese e il Santissimo rimarrà esposto nella chiesa parrocchiale dalle 17 alle 18;
-il 2 gennaio sarà il primo venerdì del mese: verrà portata la Comunione agli ammalati e alle 17 sarà recitato il Rosario in forma solenne.

-si segnala il sito WEB della parrocchia:

Avvisi di A.C.:
- le riunioni infrasettimanali del gruppo parrocchiale di AC riprenderanno martedì 13-1-15, alle ore 17, nell'aula con accesso dal corridoio dell'ufficio parrocchiale. I membri del gruppo sono invitati a preparare una breve riflessione sulle letture della Messa di domenica 18-1-15, 2° del Tempo Ordinario: 1Sam 3,3b-10.19; Sal 39 (40); 1Cor 6,13c-15a.17-10; Gv 1,35-42.
- si segnala il sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il portale di Azione Cattolica sulla formazione;