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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 31 maggio 2015

La parrocchia nella visione del Sinodo diocesano di Oristano

La parrocchia nella visione del Sinodo diocesano di Oristano

La parrocchia comunità missionaria
  Le profonde trasformazioni che hanno ormai interessato anche la nostra diocesi rispetto alla composizione sociale, ai cambiamenti culturali, alla presenza di flussi migratori esterni e interni, all’acquisizione di nuovi modelli di vita e alla maturazione di nuove responsabilità; la modifica della nozione stessa di ambito territoriale, una rinnovata idea di mobilità rispetto alla stessa domanda di religiosità (partecipazione ai riti e vita liturgico-sacramentale) unito all’invecchiamento della popolazione e con essa alla riduzione significativa del numero dei presbiteri, inducono la comunità diocesana a una seria riflessione che, lasciandosi guidare dal Magistero e dal Concilio Vaticano II, consentirà alla stessa di rinnovare il volto delle proprie parrocchie in un mondo che cambia.
[traduzione in lingua corrente: Il mondo è cambiato e anche noi lo siamo. La pensiamo diversamente dal passato su molti argomenti ed  è arrivata gente nuova. Ci piace andare in giro per le nostre pratiche religiose, siamo meno legati alla chiesa del paese o del quartiere. Gli anziani sono molti di più e ci sono pochi preti. Anche la parrocchia deve cambiare, ma vogliamo farlo secondo certi principi]
 La Parrocchia è la forma di Chiesa più visibile, “la comunità ecclesiale più vicina alla gente”, capace di far riconoscere la presenza di Cristo nella storia. Essa è l’ambito ordinario dove si nasce e si cresce nella fede, e costituisce lo spazio comunitario più adeguato, affinché il ministero della Parola realizzato sia contemporaneamente insegnamento, educazione ed esperienza vitale. In essa si vivono rapporti di prossimità in un determinato territorio, e al suo interno si realizzano vincoli concreti di conoscenza, di amore e di carità. Essa rappresenta la composizione del Popolo di Dio perché, in comunione col presbitero, lavorino insieme e interagiscano tra loro (in autentico spirito di servizio e di corresponsabilità) uomini e donne, giovani e adulti, ragazzi e ragazze, sani e malati.
[traduzione in lingua corrente: come gruppo di gente di fede ci manifestiamo agli altri nella Parrocchia. Lì impariamo le cose della fede e a vivere da cristiani. Cerchiamo di andare d’accordo con i preti e con tutti gli altri, anche se sono diversi da noi in tante cose, come l’età, il sesso e la salute.]
 La Parrocchia si qualifica non per sé stessa ma in riferimento alla Chiesa particolare di cui costituisce un’articolazione. E’ la Diocesi che assicura la presenza della Chiesa in un determinato territorio, nelle dimore degli uomini. Il soggetto della missione e della evangelizzazione è la Chiesa nella sua globalità e da essa, sul fondamento della successione apostolica, scaturisce la certezza della fede annunciata. E’ attraverso al Diocesi e , in forza della sua necessità teologica, che la Parrocchia esprime la propria dimensione  locale, ed è a un tempo una “scelta storica”, non realtà meramente amministrativa, ma soprattutto “scelta pastorale”. E’ infatti la forma storica privilegiata della localizzazione della Chiesa particolare. La parrocchia vive nella dimensione della comunione, infatti non è una realtà a sé ed è impensabile pensarla se non nella comunione. Essa deve superare la tendenza alla chiusura interna, ma si deve concepire come lo spazio dove ci si forma per uscire dal tempio verso le periferie della vita e incontrare gli uomini nei luoghi e nei tempi delle loro gioie e delle loro sofferenze.
[traduzione in lingua corrente: come parrocchia non facciamo gruppo a sé, facciamo parte di una realtà collettiva più grande, quella della Diocesi. La parrocchia non è fatta solo di burocrazia, ma vuole occuparsi degli altri, specialmente di quelli che stanno peggio.]
 In quanto espressione diretta della Chiesa particolare è una realtà di grazia che si prende cura dei bisogni di salvezza di tutti indistintamente, per manifestare a tutti la paternità e la misericordia di Dio. Ricca di misericordia, accoglie e accompagna quanti vivono con difficoltà e con disagio la complessità sociale crescente, sfugge alla tentazione di gestire solo la religiosità tradizionale o il bisogno del sacro e per questo risponde al bisogno di senso che sale dalle nostre comunità locali. Il mondo più adatto di vivere la comunione e la corresponsabilità è la sinodalità; per il Concilio la Chiesa è un popolo che cammina insieme nella storia, per essere segno del regno di Dio a tutta l’umanità. La radice ultima della sinodalità è il sacramento del battesimo che consacra il cristiano e lo fa membro del popolo di Dio. La sinodalità è un modo di essere, di esprimersi, di incontrarsi, in cui si vive gli uni per gli altri, si  cerca il bene altrui come il proprio, si fa a gara nello stimarsi a vicenda. In tutti gli ambiti che la pastorale consente alla comunità diocesana di lavorare insieme, lo stile della sinodalità dovrà improntare i rapporti e le relazioni: nella conduzione di progetti e di idee, nel dialogo e nel confronto continuo, nella collaborazione tra presbiteri e fedeli battezzati, nella promozione dell’unità nella diversità.
[traduzione in lingua corrente: non ci basta inscenare i riti religiosi della tradizione, vogliamo occuparci degli altri. Insieme cerchiamo di dare un senso alla vita secondo la fede religiosa. Vogliamo sforzarci di rimanere insieme nonostante le diverse opinioni e condizioni di vita.]
  Secondo il codice di diritto canonico, la parrocchia è “una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di una chiesa particolare, e la cui cura pastorale è affidata,  sotto l’autorità del Vescovo diocesano, a un parroco quale proprio pastore” (can.515, comma 1). Gli elementi costitutivi, quindi, sono: la fede di una comunità, il Vescovo che ne è il garante, e il parroco, colui che l’anima.
 La comunità parrocchiale nel suo complesso, sotto la guida del  ministero ordinato, è il soggetto della missione e dell’evangelizzazione. Essa si fa carico di portare l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della vita cristiana a ogni uomo e donna di buona volontà; promuove la ministerialità e corresponsabilità di tutti gli operatori pastorali, facendo leva sull’esercizio comune della vocazione battesimale. Il presbitero concepisce sé stesso come parroco nella e della comunità, in quanto non opera come parroco di, ma come parroco in  una comunità. Come lo sviluppo della ministerialità della comunità diocesana non elimina il ruolo del Vescovo, così lo sviluppo della ministerialità dei laici non elimina il ruolo proprio del parroco.
[traduzione  in lingua corrente: il potere del Vescovo e del prete costituisce un bel problema. Non ne vogliamo fare a meno, ma vorremmo contare di più nelle cose della fede che si fanno in comune. Per questo chiediamo ai preti di considerarci di più, in particolare in parrocchia].
 La Chiesa è una realtà di grazia, che manifesta la paternità e la misericordia di Dio. La sua missione, quindi, non è, in prima istanza, quella di curare le necessità materiali della gente, ma il bisogno di salvezza della medesima, senza trasformare le strutture caritative e assistenziali della parrocchia in ammortizzatori sociali.
[traduzione in lingua corrente: la gente si rivolge continuamente a noi per trovare un lavoro, per pagare bollette scadute, per avere i soldi per arrivare a fine mese, ma noi ci sentiamo inadeguati e impotenti per questo lavoro. Lo facciamo, ma preferiamo occuparci di cose spirituali]
 Nello spirito del dialogo ecumenico, si dovrà dimostrare la dovuta attenzione nei confronti di quanti, vivendo temporaneamente nel nostro territorio, molto spesso per motivi di lavoro, sentono il bisogno di testimoniare la propria fede e la propria religiosità.
[traduzione in lingua corrente: è arrivata gente nuova di altre religioni. Vogliamo sforzarci di non entrare in conflitto con loro.]

testo del documento  tratto dalla rivista L’Arborense, della Diocesi di Oristano.
Traduzioni in lingua corrente di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli


sabato 30 maggio 2015

PECORE E PASTORI

Il mosaico dell'abside nella basilica di S.Apollinare in Classe - Ravenna

 L'immagine evangelica delle pecore e del pastore è alla base dell'ideologia sull'organizzazione gerarchica delle nostre collettività religiose. Mi ha sempre colpito considerare che, nel modello tratto dalla pastorizia, l'unica figura umana fosse quella del pastore. Non mi sono mai sentito veramente a mio agio nel ruolo di pecora. Tuttavia la differenza la fa stabilire chi e come si debba essere  pastore. La nostra gerarchia del clero ritiene di dover avere una specie di  monopolio di questo ruolo. Inoltre strutturandosi in un sistema di potere di tipo feudale, ricevuto dall'antichità, più o meno intorno al sesto/settimo secolo, tende a pretendere dai fedeli che si facciano sudditi. Quindi: i capi religiosi da pastori a principi feudali e i fedeli da pecore a sudditi. Questa metamorfosi ha dato adito a rivendicazioni democratiche dei sudditi, analogamente a ciò che è accaduto nelle società civili. Quindi i capi religiosi, più o meno dagli anni sessanta del secolo scorso, hanno pensato a come costruirsi un ruolo più propriamente di pastori, abbandonando gli attributi feudali che, come incrostazioni, pesavano loro addosso. Ma non è lavoro facile. Non si tratta di tornare indietro, ai primi due secoli dell'era della nostra confessione religiosa: il mondo e la società che lo abita sono troppo cambiati.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli

venerdì 29 maggio 2015

Corpo estraneo

Corpo estraneo

 Nel nostro quartiere sono arrivate molte nuove famiglie con bambini piccoli. Lo constato nel mio condominio e girando per le strade della parrocchia. Ma sembra che siano diminuite in misura impressionante le iscrizioni alla formazione catechistica di base, quella per la Prima Comunione. In questo mese di maggio non abbiamo assistito ancora a nessun turno di Prime Comunioni (quando la ricevettero le mie figlie ce n’erano tre). Mi giungono voci di un doppio fenomeno migratorio: di famiglie del quartiere che portano i bambini al catechismo nelle vicine parrocchie di San Frumenzio  e del Redentore e di altre, aderenti al Movimento Neocatecumenale, che da altri quartieri portano i loro bambini nella nostra parrocchia. Il saldo sembra però sbilanciato a favore dei primi: c’è più emigrazione che immigrazione. Se questo fenomeno fosse confermato, si potrebbe individuarne le cause, oltre che in una verosimile progressiva secolarizzazione delle famiglie del quartiere, in insufficienze della formazione catechistica di base, già emerse platealmente due anni fa nel corso dell’audizione che fece il Vescovo ausiliare di settore. E inoltre nell’impostazione rigidamente attestata sulla teologia, e sulla conseguente ideologia anche politica, propugnata dal Movimento Neocatecumenale, che molti, me compreso, non possono in coscienza accettare. Essa si fa più sensibile nella formazione catechistica di secondo livello, per la Cresima, e poi diviene totalizzante in quella permanente, per gli adulti. Tutto ciò che rimane, compresa la nostra Azione Cattolica, sembra sia tollerato solo come fenomeno residuale e ad esaurimento. Al punto in cui siamo e tenuto conto della struttura gerarchica della nostra organizzazione religiosa si richiederebbe un intervento d’autorità della Diocesi, che però non viene.
 La nostra parrocchia tende sempre più a diventare un’articolazione del Movimento Neocatecumenale. E più questo fenomeno procede, più essa mi appare come un corpo estraneo nel quartiere, una cittadella fortificata come in un certo senso è oggi la Città del Vaticano, in cui, Basilica di San Pietro e Musei Vaticani a parte, si può entrare nelle parti più intime, meno “commerciali”, ad esempio per fare una passeggiata nei bei giardini frequentati dai papi, solo se attentamente selezionati e valendosi di appoggi particolari.
 Il primo intervento che mi appare urgente è quello di ripristinare canali di formazione primaria che consentano una reale pluralità di opzioni religiose, riportando l’impostazione del Movimento Neocatecumenale al suo giusto ambito, vale a dire di scelta lecita, legittima, ma particolare, non obbligatoria per tutti i fedeli. Si potrebbe farlo richiedendo l’ausilio dell’organizzazione dell’Azione Cattolica diocesana, che ha fatto di questo lavoro il suo campo principale di impegno.
 Che cosa deve essere la parrocchia, oggi? Come può svolgere un lavoro di diffusione delle idee e delle prassi religiose?
 L’ex assistente ecclesiastico del gruppo della FUCI - gli universitari cattolici che io e mia moglie frequentammo da giovani è andato a lavorare in Sardegna, sua terra di origine, a Oristano. Lì si sta concludendo un importante sinodo diocesano, con ampia partecipazione dei laici. Recentemente è stato approvato un documento dal titolo Natura e missione della parrocchia, che si apre con il paragrafo La parrocchia come comunità missionaria. E’ scritto in ecclesialese, il particolare gergo, in parte tratto dalla teologia e in parte dalla sociologia, che si usa nelle aggregazioni della nostra confessione religiosa e necessita di essere tradotto in lingua corrente in alcune parti. Nei prossimi interventi lo trascriverò, lo tradurrò dove serve, e lo userò come base per alcune riflessioni sul tema della parrocchia.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 28 maggio 2015

Una rivoluzione culturale che riguarda tutti Osservazioni in merito ai temi trattati nell’intervista concessa dal card. Angelo Bagnasco a Repubblica e pubblicata il 27-5-15

Una rivoluzione culturale che riguarda tutti
Osservazioni in merito ai temi trattati nell’intervista concessa dal card. Angelo Bagnasco a Repubblica e pubblicata il 27-5-15

 Nell’intervista su La Repubblica del 27 maggio 2015, Angelo Bagnasco ha convenuto con l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, il quale aveva sostenuto che l’esito del referendum irlandese sui matrimoni tra omosessuali “fotografa una rivoluzione culturale che riguarda tutti”.
 I cittadini della Repubblica d’Irlanda sono stati chiamati a decidere se inserire nella costituzione dello stato questa norma: "Il matrimonio può essere contratto per legge da due persone, senza distinzione di sesso”. La modifica è stata approvata con una maggioranza del 62% di voti favorevoli. Si tratta di una legge che riguarda il diritto civile, che si applica a cattolici e non cattolici, ma la norma va contro la teologia, e la conseguente ideologia politica sostenuta dalla gerarchia cattolica, in Irlanda ma anche in tutto il mondo, secondo la quale il matrimonio è l’unione stabile tra un uomo e una donna. Sullo sfondo c’è la questione dell’omosessualità, in particolare di quella maschile, che è un tema piuttosto critico per il clero.
 Che esito avrebbe in Italia un referendum sul tema proposto in Irlanda? Probabilmente la gerarchia cattolica imporrebbe ai fedeli sotto il vincolo dell’obbedienza canonica, come già fece nel 2005 per i referendum sulla fecondazione assistita, l’astensionismo, per far fallire la consultazione referendaria. Ma se nel referendum si riuscisse a raggiungere il numero minimo dei votanti previsto dalla  Costituzione, quale sarebbe l’esito?
 In Irlanda il risultato del referendum era largamente previsto. Penso che gli irlandesi abbiano vissuto la consultazione come una forma di emancipazione da vincoli gerarchici in materia di religione che in Italia abbiamo raggiunto molto prima. E tuttavia nel nostro paese ogni tentativo di normare le unioni civili tra persone dello stesso o di diverso sesso al di fuori del modello tradizionale del matrimonio, sia pure temperato da modifiche in materia di separazione personale di divorzio, è fallito per la potente opera di interdizione della gerarchia cattolica, che su questo tema ha ottenuto senza dubbio, in Italia, il suo successo più eclatante. Ma questo risultato è stato raggiunto essenzialmente con azione di lobbismo parlamentare. Che cosa accadrebbe se i cittadini fossero chiamati a pronunciarsi, come accaduto in Irlanda?
  Di fatto in Italia il matrimonio non è più l’unica forma praticata di unione personale. Dalla società viene quindi un’esigenza di normazione che lo stato finora non è riuscito a soddisfare. Probabilmente sarebbe necessaria anche una modifica costituzionale, che in Italia non può farsi per referendum, come in Irlanda. Ma se la svolta culturale è già maturata nei costumi della gente, non così è nella riflessione sociale, politica, ideologica: ci sono i fatti sociali, ma non ci sono ancora parole adeguate per ragionarci sopra. E’ inadeguata innanzi tutto la teologia, in particolare quella normativa dettata dalla gerarchia cattolica. Nel clima di maggiore apertura che stiamo vivendo, probabilmente ci saranno delle novità. Ma, in generale, è tutto l’impianto dei ragionamenti che in genere si fanno su questi temi a risentire molto della polemica anticlericale, sorta essenzialmente come reazione a quella che viene sentita come una prevaricazione ingiusta di gerarchi religiosi, innanzi tutto verso gli stessi loro fedeli. E, comunque, come prevaricazione di una minoranza verso una maggioranza.
  L’omosessualità crea problemi in un ambito sociale, come quello del clero, dove l’interdetto a relazioni sessuali è attuato mediante segregazione, separazione, dei sessi. Ammettere come lecita la pratica sessuale tra persone dello stesso sesso renderebbe molto meno efficace quel sistema coercitivo, fatto di persone dello stesso sesso che convivono. Inoltre l’idea autoritaria che l’ideologia normativa della gerarchia collega al sesso maschile, attribuendogli di conseguenza il carisma dell’autorità in religione, uscirebbe seriamente colpita dall’ammettere l’esistenza, in natura, di diverse identità maschili. Ed è infine l’idea stessa di natura che è coinvolta in questi temi, natura che si sa fondamentalmente crudele, violenta, imperfetta, ma in cui, al contempo, si vuole vedere la mano divina.
 In generale risulta difficile nella teologia normativa cattolica fare i conti con la realtà così com’è, preferendosi in genere di  cercare di farla rientrare a forza negli schemi concettuali che ci si è costruiti, a volte partendo da tradizioni culturali molto antiche e ritenute solo per questo più affidabili. Questo è molto sensibile sui temi riproduttivi, in cui quelli sulle unioni civili possono essere inquadrati. Si attribuiscono, ad esempio, agli antecedenti molto precoci degli esseri umani, come lo zigote, la cellula uovo fecondata, e l’embrione, attributi personali che non corrispondono alla realtà naturale. Di modo che una via praticabile per fare i conti utilmente con una svolta culturale che probabilmente riguarda anche l’Italia può passare per il cercare di rimanere più aderenti alla realtà sia con riguardo ai fatti sociali che a quelli della natura.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




Intervista al card.Angelo Bagnasco sul risultato del referendum nella Repubblica d'Irlanda che ha inserito nella Costituzione la possibilità del matrimonio tra omosessuali

La Repubblica, 27-5-15 - articolo

Bagnasco: "In Irlanda una rivoluzione, la Chiesa dialoghi con i gay, ma resta il no alle unioni civili"

Intervista. Il presidente dei vescovi italiani e la svolta di Dublino: "La dottrina ci insegna a rispettare la dignità di ciascuno"

27 maggio 2015
 CITTA' DEL VATICANO - Cardinale Bagnasco, l'Irlanda ha detto sì alle nozze gay. Se l'aspettava un simile risultato?
"L'incertezza del risultato era nell'aria, per cui non si poteva escludere quello che poi è maturato, se non forse nelle sue proporzioni con un 62% degli irlandesi che ha detto sì alle nozze gay. Tale esito ci pone interrogativi sulla nostra capacità di trasmettere alle nuove generazioni i valori in cui crediamo, capaci di un dialogo cordiale che tenga conto della concreta situazione delle persone. Viene, quindi, da chiedersi se ciò dipenda dall'averli insegnati male o dal fatto che ci siamo limitati a enunciarli, o se invece nella loro essenza siano talmente controcorrente rispetto alla mentalità diffusa da essere sentiti come estranei".

L'arcivescovo di Dublino ha detto che adesso la Chiesa deve fare i conti con la realtà. Ciò vale anche per la Chiesa italiana?
"Indubbiamente, quando monsignor Martin afferma che ciò che è accaduto non è soltanto l'esito di una campagna referendaria, fotografa una rivoluzione culturale che riguarda tutti. Come tale, non può non interrogare anche la nostra Chiesa: cosa dobbiamo correggere e migliorare nel dialogo con la cultura occidentale? Ogni dialogo dev'essere sereno, senza ideologie, innervato di sentimenti ma anche di ragioni. In questo quadro, noi crediamo nella famiglia che nasce dall'unione stabile tra un uomo e una donna, potenzialmente aperta alla vita; un'unione che costituisce un bene essenziale per la stessa società e che  -  come tale  -  non è equiparabile ad altre forme di convivenza".

Francesco ha aperto un importante confronto verso il Sinodo sulla famiglia. Ritiene che la Chiesa sia in ritardo sugli omosessuali e sui loro diritti?
 "Il coraggio, la chiarezza e la passione per l'uomo con cui Papa Francesco sta affrontando queste sfide suscitano apprezzamento e coinvolgimento, basta osservare come le nostre comunità abbiano preso a cuore i questionari del Sinodo. Quanto alla posizione della Chiesa nei confronti delle persone omosessuali, nel Magistero viene costantemente riaffermato il pieno rispetto per la dignità di ciascuno, quale che sia il suo orientamento: c'è come principio  -  e ci dovrebbe essere anche nei fatti  -  quell'accoglienza che favorisce la partecipazione alla vita della comunità ecclesiale. Questa posizione non ci esime dalla fatica di distinguere, evitando semplificazioni che non giovano".


Cosa pensa della proposta di legge sulle unioni civili. Ritiene sia il tempo perché si arrivi almeno al riconoscimento? "La proposta di legge mi sembra eccessivamente schiacciata su una disciplina di stampo para-matrimoniale: al di là dei nominalismi, di fatto equipara la condizione giuridica delle unioni omosessuali a quelle della famiglia fondata sull'unione tra un uomo e una donna. Chiedere che si evitino indebite omologazioni non intacca il riconoscimento dei diritti individuali di ciascuno".

Nel 2007 il Forum delle associazioni familiari scese in piazza contro le coppie di fatto. Oggi la Chiesa italiana appoggerebbe una manifestazione analoga?
"Eviterei una lettura riduttiva della manifestazione del 2007, che non era anzitutto contro qualcuno o qualcosa, ma intendeva affermare la visione di matrimonio e di famiglia sancita dalla nostra Costituzione. È stata una manifestazione corale di partecipazione laicale che, in una società effettivamente pluralista, costituisce già in sé un valore da salvaguardare. Naturalmente, le forme con cui i laici assicurano il loro contributo devono essere valutate di volta in volta, alla luce del contesto sociale, culturale e politico".

 
Cosa pensa dell’introduzione dell’insegnamento della parità di genere a scuola?
"Costituirebbe l’ennesimo esempio di quella che Papa Francesco ha definito 'colonizzazione ideologica' e che lui stesso ha spiegato, alla luce della sua esperienza: “Entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura”. Educare al rispetto di tutti, alla non discriminazione e al superamento di ogni forma di omofobia, è doveroso e rientra nei compiti della scuola; ma l’educazione alla parità di genere mira in realtà ad introdurre nelle scuole l’idea in base alla quale la femminilità e la mascolinità non sarebbero determinate fondamentalmente dal sesso, ma dalla cultura".
 
Lei ha detto che il magistero di Francesco è oscurato quando non è in linea col pensiero unico. Non ritiene tuttavia che il Papa abbia introdotto uno stile nuovo, che cerca di trovare una modalità non conflittuale di presentazione dei principi, lasciando nel contempo che siano le istituzioni civili ad agire nel nome del popolo? E che i media in fondo seguano questo stile senza esacerbare le prese di posizione più dure?

"Sicuramente il Santo Padre ha introdotto uno stile nuovo, che va valorizzato: sono convinto che non lo fa chi pretende di selezionare soltanto alcune sue dichiarazioni, più gradite alle idee dominanti o meno innocue. L’insegnamento del Papa non può essere smembrato rispetto a una visione completa dell’uomo e del suo posto nel mondo, pena il ridursi a citare quello che serve a rafforzare le proprie opinioni".

mercoledì 27 maggio 2015

L’ultima riunione della sessione 2014/2015 - Appuntamento in pizzeria

L’ultima riunione della sessione 2014/2015 - Appuntamento in pizzeria

 Ieri si è svolta l’ultima riunione del gruppo AC della parrocchia San Clemente papa  della sessione 2014/2015, prima della sospensione estiva. Le riunioni riprenderanno nel prossimo mese di ottobre. 
 Ci siamo dati appuntamento per giovedì 28 maggio, alle ore 8, per una pizza insieme, al ristorante Le Valli  (“da Ignazio”), in via Val di Lanzo 15 (angolo via Val di Cogne), tra la farmacia e la pescheria.
  Nei mesi passati siamo riusciti a mantenere, in parrocchia, la tradizione di fede e libertà dell’Azione Cattolica italiana, ed è stato già un buon risultato. Ma sarebbe bello ottenere di più. Bisogna però considerare il clima generale che si vive in religione in Italia. Mai come oggi si è capito che la religione, anche quella nostra, è un fatto di popolo e che non basta che cambi una persona al vertice supremo per cambiare gli orientamenti di collettività di massa. Certo un cambiamento al vertice non è ininfluente, nel lungo periodo. Ciò che viviamo oggi è anche il prodotto di una nuova stagione introdotta, alla fine degli anni ’70, di un fatto simile. Ma si tratta di evento che, facendo leva sull’obbedienza canonica e sul compattamento gerarchico, è molto più efficace nel congelare e reprimere che nel suscitare nuove energie e svolte.
 Ai tempi nostri spesso si presenta il movimento conciliare degli anni ‘60/’70 come un prodotto delle decisioni dei saggi del Concilio Vaticano 2°, ma in realtà è vero l’inverso. Prima, fin dalla metà degli anni ’40, vennero i movimenti di riforma e poi quella grande e importante assise che li assecondò e rimosse anacronistiche impostazioni. Nell’Italia di oggi è questo che è venuto a mancare nella società in cui anche la religione è immersa. Ma è ipotizzabile che, almeno nel lungo periodo, la fine del clima di repressione ideologica che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni in religione produca un pensiero e movimenti nuovi. E’ cosa però, appunto, da verificare nel lungo periodo. Non dobbiamo quindi avvilirci dei risultati ottenuti. E’ stato importante resistere.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 24 maggio 2015

Domenica 24-5-15 –  Solennità di Pentecoste - Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità –colore liturgico: rosso –  salterio: proprio del tempo - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Osservazioni ambientali: temperatura  20 C; cielo: nuvoloso. Canti: ingresso, Noi canteremo gloria a te; offertorio, Vieni Spirito d’amore;  Comunione, Symbolum ‘77; finale, Camminiamo sulla strada.

 Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.

L'altare maggiore della chiesa parrocchiale, oggi, pochi minuti prima delle nove
Un numero memorabile, da collezionare, di Avvenire, in occasione della memoria dell'entrata in guerra dell'Italia nella Prima guerra mondiale (1915-1918)



L'editoriale


L'inutile strage nei numeri:
1.240.000 morti italiani
651.000 militari
589.000 civili
1.567.000 morti austro-ungarici
1.100.00 militari
467.000 civili
37.000.000 vittime complessive
17.000.000 morti
20.000.000 feriti e mutilati

San Martino del Carso
(di Giuseppe Ungaretti)



Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato

Buona domenica a tutti i lettori!


Pillola di Concilio:

 Poiché l’attività economica è per lo più realizzata in gruppi produttivi in cui si riuniscono molti uomini, è ingiusto e inumano organizzarla con strutture ed ordinamenti che siano a danno di chi vi operi. Troppo spesso avviene invece, anche ai nostri giorni, che i lavoratori siano in un certo senso asserviti alle loro opere. Ciò non trova assolutamente giustificazione nelle cosiddette leggi economiche. Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita, innanzitutto della sua vita domestica, particolarmente in relazione alle madri di famiglia; sempre tenendo conto del sesso e dell’età di ciascuno. Ai lavoratori va assicurata inoltre la possibilità di sviluppare le loro qualità e di esprimere la loro personalità nell’esercizio del lavoro. Pur applicando a tale attività lavorativa, con doverosa responsabilità, tempo ed energie, tutti i lavoratori debbono però godere  di sufficiente riposo e tempo libero, che permetta loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa. Anzi, debbono aver la possibilità di dedicarsi ad attività libere che sviluppino quelle energie e capacità, che non hanno forse modi di coltivare nel lavoro professionale.

[Dalla Costituzione pastorale Gaudium et spe” (=la gioia e la speranza), sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, n.67, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]



Prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli (At 2,1-11)

 Mentre stava compiendosi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento  che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno  di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo  Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio.


Salmo responsoriale (103 (104))


Ritornello:
Manda il tuo spirito, Signore,
a rinnovare la terra.

Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutto con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.

Togli loro il respiro: muoiono,
 e ritornano nella polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle tue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
e gioirò nel Signore.


Seconda lettura  
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati (Gal 5,16-25)

 Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come ho già detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece  è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo spirito.


Sequenza

Vieni, Santo spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.

O luce beatissima,
invadi nell’intimo,
il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è sviato.

Dona ai tuoi fedeli,
che solo in te confidano,
i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna

Vangelo  (Gv 15,26-27; 16-12-15)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di m e; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.


Sintesi dell'omelia della Messa delle nove

 Questa domenica si celebra la solennità di Pentecoste, che è il culmine della Pasqua.
 Nell’ebraismo la Pentecoste, ai tempi di Gesù e ancora oggi, è una delle feste religiose maggiori. Origina da una festa del raccolto, in cui si offrivano a Dio le primizie. Poi è passata a celebrare il dono della Legge agli israeliti.
 Per i cristiani celebra il dono della vita divina. Essa entra in noi e ci cambia. Ci rende capaci dell’amore, di fare comunità, di evangelizzare non solo con le parole ma con una vita degna. Rafforza la nostra fede.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli

  



Avvisi parrocchiali:
-dal Primo Maggio la Messa della sera sarà celebrata alle ore 19;
-venerdì 29 maggio, alle ore 20:30, nella chiesa parrocchiale, si terrà un concerto di musica classica suonato da un’orchestra di musicisti tedeschi. Interverrà anche l’Ambasciatrice della Repubblica Federale Tedesca presso la Santa Sede. Il parroco ci chiede di venire numerosi;
-si segnala il sito WEB della parrocchia:

Avvisi di A.C.:
-  la riunione infrasettimanale del gruppo parrocchiale di AC si terrà il 26-5-15, alle ore 17, nell'aula con accesso dal corridoio dell'ufficio parrocchiale. I soci sono invitati a preparare una riflessione sulle letture di domenica 31-5-15, solennità della Santissima Trinità: Dt 4,32-34. 39-40; Sal 32 (33); Rm 8,14-17; Mt 28,16-20. Sarà l’ultima riunione del gruppo parrocchiale per quest’anno. Le attività dei soci però non termineranno, continueranno nella società civile  e in quella religiosa in cui sono immersi. E’ in programmazione una pizza insieme, una sera della prossima settimana. Decideremo martedì il giorno, l’ora e il ristorante.
 Attraverso questo blog, che non cesserà le pubblicazioni, si cercherà di mantenere la consuetudine comunitaria del gruppo, che comunque continuerà ad animare la Messa delle nove della domenica.
- si segnala il sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il portale di Azione Cattolica sulla formazione.














Ecologia rivoluzionaria

  Sembra che dallo studio del nostro anziano vescovo e padre universale, in  Casa Santa Marta qui a Roma, stia per uscire un documento di portata rivoluzionaria sull’ecologia, temuto da molti.
 I temi dell’ecologia non mi hanno mai appassionato. Sono un ragazzo di città. Da ragazzo trattavo con sufficienza i verdi, che, come diceva un amico, sembrava avessero barattato la rivoluzione per un fenicottero (l'avevano messo nel simbolo del loro partito). Stavo per archiviare la cosa, quando l'altra sera, a cena al ristorante con persone importanti della mia vita, mia moglie e le mie figlie, ho dovuto ripensarci.
 Abbiamo fatto velocemente il punto sullo stato del mondo, mutamenti in corso, rivoluzioni del passato, Gramsci, Gobetti, Ginzburg, resistenze e resistenti, l’ultimo libro di Scurati su Ginzburg, la ricerca e la cura, fin da piccoli, per preservarli e farli crescere, di quei pochi “dai quali dipende la sopravvivenza di tutti gli altri” (Scurati),  scuola, sistemi economici, guerre passate, la guerra prossima ventura e, infine, se proporre agli alunni di mia moglie, per la fine dell’anno, la visione del film Hair (Forman) (contro l’ “uomo a una dimensione” - Marcuse) o di Mezzogiorno di Fuoco - High Noon (Zinnemann) (centrato sulla resistenza individuale al male).
  Un pensiero dell’economista Alessandra Smerilli ci ha offerto la chiave per capire la portata potenzialmente rivoluzionaria dei temi ecologici.
 Una delle poche cose (finora) positive di cui si è saputo del grande baraccone milanese dell’Expo è un documento denominato  Terra Viva che ha ricordato il legame tra ecologia ed economia. Entrambe le parole hanno dentro di sé  “òikos”, che in greco significa “casa” e, per estensione, l’ambiente in cui si vive e da cui la vita dipende.
 L’ecologia è una scienza della natura, ma si propone anche un ruolo attivo oltre che conoscitivo: studia come mantenere le condizioni della vita sulla terra. L’incidenza sempre più grande dell’umanità sulla Terra richiede un suo ruolo attivo, richiede di essere saggi amministratori. E qui entra in gioco l’economia.  Oggi la pensiamo essenzialmente come l’arte di far soldi sfruttando opportunisticamente certe condizioni sociali. La Smerilli ricorda che per Aristotele era invece l’arte di vivere in armonia con la natura. Per lui l’arte di far soldi aveva un altro nome: crematistica.
 Se non creiamo le condizioni per una crescita e uno sviluppo intelligenti, dice la Smerilli, citando un antico detto Veda risalente al millecinquecento dell’era antica ricordato anche nel manifesto Terra Viva, la Terra deperirà e ci condurrà alla rovina.
  La parola “economia” è fatta anche del termine greco “nòmos”, che significa “legge”, “organizzazione”. E qui c’entriamo noi giuristi. I fatti “economici” non ci sono e non ci debbono essere estranei.
 In nessun caso l’economia, se vuole restare fedele alla sua missione, può limitarsi a registrare l’esistente: deve studiare come modificarlo, deve dare norme ecologiche, per mantenere la vita sulla Terra. Esse devono diventare leggi collettive e tocca ai giuristi renderle vive in una società.
 Conciliare economia ed ecologia: ecco l’obiettivo indicato dal manifesto Terra Viva.
 Ed è un obiettivo politico, che richiede di rivoluzionare, vale a dire di normare di nuovo, l’esistente sociale.
 Le dinamiche selvagge dell’economia capitalistica contemporanea, diffuse ormai a livello globale, sono suicide, portano sicuramente alla catastrofe sociale. Un mondo così complesso come quello contemporaneo non può essere fondato sull’ideologia della lotta di tutti contro tutti. E’ questa la spettacolare aporia dell’ideologia economia neoliberista dominante: proporre dinamiche selvagge e irrazionali mentre a livello sistemico sono indispensabili scelte razionali per mantenere la vita sulla Terra. Viene in questione la politica, vale a dire il sistema di potere che regge le sorti del mondo. Ecco perché il documento del vegliardo capo religioso è tanto temuto. Ma non sarà da lì che verrà la svolta, perché non è dalla religione che origina il pensiero critico che ne indica la necessità.
 Gramsci, Gobetti, Ginzburg: queste grandi figure simboleggiano le origini di quella critica sociale. E’ dunque da lì che occorre ricominciare. Ci indicano anche il dovere e la bellezza del resistere. E la necessità di farlo argomentando. Rischiando ciò che c’è da rischiare. Ginzburg, nel ’34 libero docente a Torino, rifiutò di giurare fedeltà al fascismo, con altri tredici professori universitari. Si tratta di un dovere etico, che sembra creare, in chi lo adempie, una gioia intima violenta e turbinosa (Scurati).
 Lo sceriffo di High Noon - Mezzogiorno di Fuoco è posto, nel giorno delle sue nozze che è anche l’ultimo giorno del suo servizio, nell’alternativa di farsi gli affari suoi, senza demerito perché appunto il suo servizio è finito, o rimanere per resistere ai pistoleri che gliel’hanno giurata e tornano per mangiarsi la città. Egli resiste, contro tutto e contro tutti, resiste contro i ragionevoli consigli degli amici, degli aiutanti e anche della giovane sposa. Resiste anche rimasto completamente solo. Tutti, a uno a uno, se ne vanno, con motivazioni all’apparenza ragionevoli. Solo un ragazzino si offre di fagli da aiutante, troppo piccolo per combattere. Bisogna essere coraggiosi, dice la ballata nella colonna sonora del film, o essere sepolti da codardi. “Non lasciarmi solo, mia cara”, fa un verso della canzone: la resistenza è anche sempre un appello agli altri. Non lasciateci soli. Nel film, animato da una forte impronta etica, come anche tutti quelli di Ford, la moglie dello sceriffo, una quacchera pacifista,  poi torna e addirittura spara il colpo decisivo che consente allo sceriffo di prevalere. Solo a lavoro compiuto, lo sceriffo si disfa della stella di latta che getta a terra e poi parte con la sposa. Oltre alla ragazza  e allo sceriffo, l’unico personaggio del film che è presentato come positivo è quel ragazzino, uno dell’età degli alunni di mia moglie, che potrebbero identificarsi con lui.
  I grandi film sono opere sofisticate, e soprattutto opere collettive, in particolare gran parte dei film statunitensi. Cresci e ne cogli i vari aspetti.
 Mi è accaduto anche con High Noon - Mezzogiorno di Fuoco.
 Da ragazzo ci vedevo la sparatoria.
 Per diverso tempo non ci pensai più sopra. Mi piacevano di più i film con i "soldati blu".
 Solo da adulto vi ho visto le comunità che erano ritratte, la chiesa, il governo cittadino e l'ho apprezzato per il suo vero valore. La stella di latta, la "Tin star" del racconto da cui la sceneggiatura del film è tratta, fa del protagonista un funzionario pubblico, appunto un "marshal", uno della "municipale" diremmo oggi, anche se ai tempi selvaggi dell'epopea del West USA si occupava di tutti gli aspetti dell'ordine pubblico e poteva arruolare una forza di volontari giurati. A Giulianova, sulla costa dell'Abruzzo, da pretore mandamentale, un tipo di giudice di paese che oggi non c'è più. fui sostanzialmente qualcosa di simile a un "marshal'.
 Piuttosto che dalle mie letture disordinate, caotiche, molte delle mie idee si sono ordinate intorno a dei film. Cominciai ad appassionarmi a questa cose da ragazzo, quando mia madre mi iscrisse a un corso di cineforum qui a Roma, all'Università salesiana, che è vicino a casa mia.  Il corso era "introduzione alla filmologia" ed era tenuto da un professore di lingua francese, non ricordo se francese o belga, Noel Breuval. Iniziò con Truffaut. Imparai ad conoscere e ad apprezzare aspetti dei film sui quali spesso si tende superficialmente a sorvolare.
 Oggi sono diviso tra il Moretti di "Mia madre" e il Sorrentino di "La giovinezza". A quasi sessant'anni e con una madre molto anziana e molto acciaccata mi trovo un po' nelle condizioni ritratte in quei film.
 Hair  è un film contro la cattiva economia e la cattiva politica, che ingabbiano la gente dentro costrizioni sociali opprimenti. Quando lo  vidi, da universitario, mi coinvolse, ora invece molto meno. Del resto era destinato a scandalizzare una società ancora piuttosto rigorista. Lo vedo meno adatto a una civiltà sbracata come l’attuale. Il ritorno alla natura non mi convince. La natura è il regno della lotta di tutti contro tutti che costituisce il modello del neoliberismo corrente. In questo sono rimasto un ragazzo di città: sento la necessità di “nòmos”, di organizzazione, di etica. Non proporrei ai ragazzini di oggi il modello degli hippies della mia generazione. E’ tuttavia attuale il confronto con l’impegno in guerra. Nel film, il personaggio più hippy di tutti alla fine prende il posto del bravo ragazzo dell’Oklahoma che era stato chiamato alle armi. Nell’ultima sequenza lo si vede imbarcarsi su un aereo militare, per il Vietnam. Pochi se ne stanno rendendo conto, mi pare, ma il governo sta preparando la nostra entrata in guerra, in Africa. E una guerra non si sa mai come va a finire. In guerra non ci sono esclusioni di colpi. Bisogna preparare i nostri figli a questo scenario.
 Le cose più emozionanti di Hair sono i canti e le musiche. La storia è fragile e richiama superficialmente un movimento molto importante che contrastò per un decennio le guerre statunitensi in Indocina, ma non per ragioni genericamente umanitarie, pacificiste: c'era l'idea, presente nel socialismo europeo delle origini, almeno fino alla Prima guerra mondiale, di non voler dare un contributo personale a conflitti di classe contro gli sfruttati e gli oppressi ("uomini bianchi che mandano uomini neri a combattere uomini gialli per difendere una terra che hanno rubato ad uomini rossi" è un battuta del film, contro la guerra in Vietnam).
Nel film, ma, credo, anche nell'opera teatrale, mancano le grandi collettività, che invece furono protagoniste, in USA, delle lotte per i diritti civili, delle quali quelle contro le guerre in Indocina era un aspetto. Solo nella sequenza finale, che propone una manifestazione di giovani pacifisti davanti alla Casa bianca, esse vengono richiamate. Del resto, appunto, la sceneggiatura nasce per il teatro, più adatto a questa piccolissima collettività di hippies. Bisogna dire che, ad esempio, i librettisti che lavorarono per Verdi riuscirono ad evocarne anche di grandi. Ma, insomma, la politica che c'è nella sceneggiatura di Hair era, credo, quella che poteva in concreto praticarsi nella Broadway del tempo dell'esordio. Comunque, anche a me quel film è rimasto dentro e ogni tanto me lo rivedo. Ma, in un certo senso, ciò che ho vissuto nella nostra collettività religiosa, per una vita, ha superato di molto tutto ciò che di grande e di bello venne superficialmente ed emotivamente inscenato in quel film, anche se ai tempi nostri, essa, almeno in Italia, dopo l'era glaciale "polacca", appare, ad uno sguardo distratto, cosa da anziani e bigotti.
 La figura del beato Romero ci ricorda che anche in religione c'è questo dovere di resistere, di non accettare l'esistente malvagio, qualunque esso sia, un'economia selvaggia, le forze che spingono verso la guerra, un'interpretazione ristretta e soffocante della religiosità che pretende di imporsi come legge di tutti.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli