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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 31 luglio 2015

Praticare il dialogo per cercare risposte integrali

                                    
                                    Praticare il dialogo per cercare risposte integrali

 [dall'enciclica "Laudato si' " - sulla cura della casa comune - di Jorge Mario Bergoglio, regnante in religione come Papa Francesco, n.60]

"Infine, riconosciamo che si sono sviluppate diverse visioni e linee di pensiero in merito alla situazione e alle possibili soluzioni. Da un estremo alcuni sostengono ad ogni costo il mito del progresso e affermano che i problemi ecologici si risolveranno semplicemente con nuove applicazioni tecniche, senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo. Dall'altro estremo, altri sostengono che la specie umana, con qualunque suo intervento, può  essere solo una minaccia e compromettere l'ecosistema mondiale, per cui conviene ridurre la presenza sul pianeta  e impedirle ogni tipo di interventi. Fra questi estremi, la riflessione dovrebbe identificare possibili scenari futuri, perché non c'è un'unica via di soluzione. Questo lascerebbe spazio a una varietà di apporti che potrebbero entrare in dialogo in vista di risposte integrali."

  L'enciclica della quale ho trascritto sopra un brano dimostra che il pensiero sociale basato sulla nostra fede è ancora vivo e vitale, ma non solo: esso ha grandi orizzonti ed è pienamente e realisticamente consapevole dei nodi fondamentali per la sopravvivenza collettiva. Per quanto infatti quel documento faccia riferimento alle tematiche religiose francescane, quindi ad un pensiero storicamente situato nel Medioevo, le questioni che tratta e il metodo seguito nell'esaminarle sono pronfondamentr contemporanei,
  In particolare, nel pensiero del santo d'Assisi era assente, per ciò che ne so, l'idea di un'azione sociale, di uno sforzo collettivo, quindi di una politica,  per progettare e realizzare un'ambiente umano, quindi sociale, e naturale che permettesse una vita degna, felice, al più gran numero di persone, in una condizione di gioia esistenziale e di pace non solo con gli altri esseri umani ma anche con tutti gli altri viventi del Pianeta. E ciò anche se i temi della gioia, della solidarietà e della pace con la natura rientrassero in quel pensiero. Mancava la politica. La sua critica sociale, con relativa proposta di conversione, era centrata sull'idea di prendere esempio dall'ordine naturale, visto evangelicamente come manifestazione della volontà divina, non corrotto dai costumi sociali degli esseri umani. Del resto, all'epoca si viveva in ambienti scarsamente popolati, se confrontati con quelli contemporanei, e in società il cui impatto sulla natura era poco sensibile,
  La situazione presa in considerazione nell'enciclica é completamente diversa e anche le soluzioni proposte lo sono, arrivando ad auspicare un nuovo modello di sviluppo. Non basta, in questa prospettiva, lanciare  uno sguardo ingenuo e stupefatto alla natura intorno a noi per trarre ispirazione. E non ci sono,anche utilizzando le risorse della religione, progetti con garanzia di successo, via di uscita sicure, 
   Averne francamente preso atto é una delle novità del l'enciclica, a confronto con la precedente analoga letteratura. Nel brano che ho sopra citato, si prende atto che vi sono "diverse visioni e linee di pensiero in merito" e che, per "risposte integrali", occorrere entrare in dialogo, per beneficiare dei vari apporti disponibili.
  Questa idea, del dialogo per arrivare a soluzioni e in particolare a soluzioni condivise, è da molto tempo assente, mi pare, dai metodi che, in genere, sono seguiti nelle nostre collettività di base per fare unità su certi temi. Di solito si suppone che da qualche parte in religione, in un qualche catechismo o in un qualche altro documento normativo dei nostri capi religiosi, vi siano le istruzioni per trattare ogni questione, insomma quel "Manuale delle Giovani Marmotte" in materia di fede di cui ha parlato Domenico Sigalini in una bella omelia pronunciata a Palestrina l'anno scorso e che ho trascritto tempo fa in questo blog (trovate la trascrizione nel post dell'8 giugno 2014).
  Se invece ci convinciamo che occorre veramente il dialogo, in particolare per influire da laici di fede nella società civile in cui siamo immersi, del dialogo dobbiamo iniziare a fare pratica nelle nostre collettività. Esso può svolgersi solo in un contesto democratico, in cui a ciascuno sia consentito di dare ordinatamente il proprio apporto. E richiede una particolare impegno personale, perché non si tratta solo di esporre opinioni e slogan,  ma di svolgere e mettere a confronto argomentazioni, dopo aver preso sufficiente e informata consapevolezza dei temi in discussione. Non è detto, infine che, in un vero dialogo, il prete debba avere sempre l'ultima parola su ogni tema, né, in particolare dobbiamo pretendere da lui che  sui temi sociali sia in grado di pronunciarla, come invece spesso accade nelle questioni teologiche in cui egli ha una specifica e approfondita formazione, di livello universitario.
  Sui temi sociali dobbiamo saper essere ciascuno discepolo dell'altro, in una condizione egualitaria, perché la differenza la deve fare, nell'autentico dialogo, la qualità degli argomenti proposti.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 30 luglio 2015

Amici e fratelli

                                                              Amici e fratelli

  L'amicizia e la fraternità sono tipi di relazione consigliate in religione quando ci si ritrova insieme. Entrambe hanno fondamenti nei nostri testi sacri e indicano modi non conflittuali di vivere in una collettività.
  L'idea di fraternità origina in un contesto tribale, limitato, e successivamente assume una portata universalistica se e quando ci si convince di avere, tutti noi esseri umani, un unico Padre nei Cieli. Questa espansione è caratteristica della nostra confessione religiosa ed è un processo che è ancora in corso sul piano concettuale, nella teologia, e dal punto di vista sociale.
  La tribù originaria compatta e separa da un più vasto contesto umano; l'idea di fraternità universale è invece sganciata dall'ambiente tribale ed è un fattore di unità, oltre ogni divisione e discriminazione, tra moltitudini di esseri umani, che, nelle attuali nostre concezioni religiose, comprendono anche genti al di là di ogni confine religioso, insomma, idealmente, "tutti" gli esseri umani, solo per il fatto di essere umani, al di là di ogni discendenza di stirpe. Questa concezione è stata fortemente influenzata dalle visioni universalistiche delle democrazie europee del secondo dopoguerra, che a loro volta hanno origini religiose, esplicitate, ad esempio, nell'atto fondativo della rivoluzione democratica statunitense, la Dichiarazione di Indipendenza del 1776.
   L'amicizia è il tipo di rapporto umano che vediamo praticato nella prima collettività raccolta intorno al Fondatore. "Vi ho chiamato amici", egli dice ad un certo punto rivolto ai discepoli, in un contesto in cui, riferendosi alla sua particolare autorità, contrapponeva l'amicizia al rapporto tra padrone e servo. Egli non si definisce "padre" e non rivendica un potere di tipo "patriarcale" nei confronti dei suoi seguaci, e anzi consiglia loro di non attribuire il nome di "padri" alle persone di riferimento delle loro collettività religiose. Dai suoi veniva chiamato "maestro", nel senso in cui ci si riferiva agli antichi rabbini, ma il  legame che volle instaurare con i suoi primi seguaci parla di qualcosa di più intenso, che venne loro progressivamente rivelato. Ciò era in relazione con l'idea di una comune paternità celeste, per cui si era anche fratelli, ma non in senso tribale, bensì universalistico.
  In ogni nostra collettività di base mi pare che si tenti sempre di riprodurre quell'originario  e particolare rapporto di fratellanza/amicizia intorno ad un maestro/amico/fratello. 
  Tuttavia, fin dalle prime nostre collettività fondate dopo la dipartita del Primo Maestro, l'esercizio dell'autorità religiosa virò verso un carattere paterno.
  Il padre è colui che genera e con il quale non si può essere veramente "amici". Ce lo troviamo attribuito, non ce lo scegliamo; nasciamo soggetti alla sua autorità.
  Mentre l'idea di un comune Padre celeste è universalistica, ogni padre terreno tende a riproporre un contesto tribale, comunque particolare, e questo anche nel caso di progenitori terreni mitici, come per le tribù degli antichi israeliti.
  "Padri"  vennero considerati vari tipi di sovrani, come gli imperatori, i re, i loro feudatari e anche altri capi di stato, compresi alcuni contemporanei. "Padre della Patria" venne denominato, per legge, il re Savoia Vittorio Emanuele 2*, protagonista del processo di unificazione nazionale italiana. E "padre" chiamiamo, utilizzando la translitterazione di una parola greca, anche il nostro supremo sovrano religioso, il quale dal punto di vista giuridico è "padre" dei suoi popoli, ma al modo in cui vollero esserlo gli antichi imperatori europei dopo aver adottato la nostra teologia come ideologia dello stato.
  Ogni potere paterno reca con sé una certa dose di dispotismo, per il suo carattere precostituito, preesistente, nei confronti dei suoi sudditi e per la sua indiscutibilitá.  Storicamente la soggezione a poteri religiosi paternalistici, che si vennero strutturando anche come poteri civili e viceversa, integrandosi profondamente con essi è fornendo loro legittimazione sacrale, comportò il passaggio, prodottosi piuttosto velocemente, da rapporti impostati sulla modalità fraternità/amicizia a rapporti fondati sull'idea di fraternità/sudditanza, come soggezione servile ad un unico padre terreno/capo di stato/padrone del suo popolo. 
  Tra il settimo e il tredicesimo secolo la struttura di potere, la gerarchia, della nostra confessione religiosa si diede una costituzione simile a quella degli imperi medievali romano-germanici e quindi contribuì a perpetuare la metamorfosi delle collettività religiose da società di fratelli/amici a ordinamenti di fratelli/sudditi su base paternalistica, quindi al modo di "patriarcati".  Tutta la magnificente ritualità liturgica che abbiamo  ereditato dai secoli passati, in particolare dal Medioevo europeo, per le cerimonie con la partecipazione solenne dei nostri capi religiosi, che tanto affascina ancora il grande pubblico anche tra i non credenti, ci parla di questa mutazione. Infatti, dall'epoca in cui la nostra gerarchia del clero si costituì in impero religioso, oltre ad adottare la costituzione feudale dei coevi imperi romano-germanici, assunse, come loro, la splendida liturgia del potere ideata dai bizantini e assimilata dalla gerarchia religiosa nel primo millennio della nostra era, quando era nell'Impero Romano D'Oriente e nel suo sovrano il vertice del potere religioso, lì dove erano stati convocati e celebrati i concili ecumenici in cui vennero definiti i dogmi fondamentali della nostra fede. In questo contesto i nostri sovrani religiosi divennero persone "sacre", separati quindi dai loro sudditi da una particolare condizione esistenziale, a seguito dell'investitura per cooptazione di un potere patriarcale. La "desacralizzazione" dei nostri capi religiosi iniziò alla fine degli scorsi anni Cinquanta con Angelo Roncalli e si manifestò in modo particolarmente eclatante regnante Karol Wojtyla. Ci abituammo ad avere con i nostri sovrani religiosi una familiarità impensabile nei secoli precedenti. Essi si avvicinarono molto a noi e noi cominciammo a considerarli "amici", come non avveniva forse già dal primo secolo. Fino a giungere, ad esempio, al sorprendente rapporto propriamente amicale, con grande risalto mediatico,tra Jorge Mario Bergoglio e uno dei massimi esponenti del giornalismo "laico" italiano, nel senso di anticlericale. Colui che non avrebbe accettato di farsi suddito, ha accolto chi gli si avvicinava come amico.
  Nel progettare un nuovo inizio di collettività religiosa locale, a quale tipo di relazioni dobbiamo ispirare il nostro stare insieme? A me pare che in un contesto democratico quale quello in cui noi laici siamo immersi e chiamati ad operare sarebbe meglio adottare la modalità di "fraternità amicale", abbandonando quella paternalistica che vedo attuata ora.
  All'idea di fratellanza universale non si può rinunciare, perché essa manifesta la convinzione che esista una base molto solida per relazioni umane benevolenti, che preesiste ad ogni nostra particolare scelta; ma anche l'amicizia è molto importante, perché comporta un impegno molto forte di solidarietà verso gli altri, al modo di quello verso coloro che ci scegliamo come "amici", verso i nostri "prediletti", e, insieme, la volontà di creare relazioni egualitarie e giuste, che non sono sempre espresse nelle relazioni parentali naturali.
  Fratelli si nasce, amici si diventa. In un contesto "naturale" non si può "diventare" fratelli per propria scelta, come invece si "diventa" amici. 
  Ci si ritrova "fratelli" in quanto discendenti di un'unica stirpe e quindi, idealmente o effettivamente, inseriti in una tribù particolare. Tra fratelli si riconosce una certa "aria di famiglia" e si usa quello che la scrittrice Natalia Ginzburg definì "lessico familiare". Tra amici tutto questo non è scontato, ma è il risultato di uno sforzo di avvicinamento reciproco e di molte condivisioni volontarie.
  In religione, secondo la modalità di relazioni di "fratellanza/amicizia", fratelli, invece, "si diventa": si assume l'impegno universale ad avvicinarsi benevolmente gli uni gli altri e con spirito di solidale collaborazione, come amici, presupponendo però un'unione preesistente, originaria, nativa, che non è tanto biologica, genetica, anche se da questo punto di vista, "per via d'Adamo" insomma, siamo effettivamente tutti parenti, ma essenzialmente e principalmente spirituale.
  Per quanto la relazione di fraternità amicale ci sia ormai familiare, venendo impersonata anche dai nostri sovrani religiosi in quel processo di desacralizzazione di cui ho scritto prima, essa come consuetudine di massa, popolare, è piuttosto recente nella nostra confessione religiosa  e risale al tempo in cui iniziò a maturare la piena, ma travagliata,  accettazione dei principi democratici nell'organizzazione civile da parte della nostra gerarchia del clero, processo che ebbe una tappa molto importante nel 1991, con l'enciclica Centesimus annus del Wojtyla, e che per molti versi è tuttora in corso, iniziando a coinvolgere la stessa organizzazione religiosa, pur tra fortissime resistenze.   Precedentemente, fino agli scorsi anni Cinquanta,  le relazioni in religione erano in genere impostate sul registro "fratellanza/sudditanza", intesa come soggezione ad un'unica autorità terrena di tipo paternalistico-religioso, ad un unico pastore-imperatore, secondo il modello ricevuto dal Medioevo e ancora largamente espresso, almeno formalmente, nell'ordinamento canonico.
  Di fronte ai problemi creati, negli anni Settanta del secolo scorso, dall'attuazione della riforma conciliare deliberata nel decennio precedente, si è cercato di costruirsi nuovamente dei padri religiosi terreni, rivalutando modalità relazionali del passato, temendo la dispersione del "gregge". Il che equivale a dire che dagli scorsi anni Ottanta la nostra società religiosa è stata percorsa da forti correnti reazionarie. Corrisponde a questi moti l'ingenuo ed emotivo "papismo" mediatico costruito intorno ad una persona di grande carisma umano come Karol Wojtyla, che è attualmente interpretato in modo veramente innovativo e suscettibile di sviluppi oggi non prevedibili in senso non reazionario dal suo successore Jorge Mario Bergoglio, ma ne sono espressione anche tutte le esperienze collettive compattate intorno a figure autoritarie che, al modo dei padri biologici, non ammettono di essere messe in discussione e per questo danno una sensazione di sicurezza. Queste ultime possono incarnarsi, ad esempio, in chierici o laici fondatori di "movimenti" su base carismatica o anche, a un livello più basso, in maestri o capi di collettività il cui potere abbia la caratteristica di esprimere un'autorità preesistente ai seguaci e da loro indiscutibile, in particolare mediante procedure democratiche.
  Ora, la sfida dei nostri tempi mi pare sia quella di proseguire nella realizzazione e interpretazione di forme relazionali basate sul modello della fraternità amicale, abbandonando quello paternalistico. È una questione di dignità delle persone come la si intende si nostri tempi, che è incompatibile con ogni forma di dispotismo, anche solo religioso, spirituale, ma vi è di più. Per infondere nelle nostre società democratiche contemporanee, soprattutto nel lavoro proprio dei laici, i valori creduti e proclamati nella nostra fede religiosa, dunque per "mediarli" nella cultura della nostra epoca, non vi è altra via che quella di cogliere le grandi opportunità offerte dalle democrazie umanitarie universalistiche in cui (ancora) siamo immersi, come ad esempio l'Unione Europea è e vuole diventare sempre più. L'idea di recuperare unità  spirituale riproponendo i modelli autoritari e paternalistici del passato è soltanto un'anacronistica illusione, un sogno cattivo perché irrealistico, che in particolare ci separa dalla migliore cultura occidentale, fa di noi un corpo estraneo rispetto ad essa e ci impedisce di sostenerla in ciò che di buono essa esprime, in particolare nell'idea di poter realizzare storicamente una cittadinanza universale degli esseri umani fondata sulla loro pari dignità di persone, oltre ogni ingiusta discriminazione, nello scontro di civiltà in cui essa è attualmente coinvolta, venendo minacciata a livello globale da molte specie di totalitarismi, economici, politici, religiosi e in varie combinazioni di questi fattori.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

 

martedì 28 luglio 2015

Prospettive di rinnovamento: le cose da fare

 Nella prospettiva di un rinnovamento in parrocchia, se si decidesse che di esso c'è veramente bisogno, occorrerebbe preparare una lista di cose da fare. Essa dovrebbe essere calibrata sugli obiettivi che si vogliono raggiungere, il primo dei quali, per come la vedo io, dovrebbe essere quello di creare un ambiente umano accogliente per incontrare i nuovi venuti, per iniziare a conoscerli, aprendosi a loro nel mentre essi si aprono a noi.
  Questo servizio non dovrebbe seguire l'impostazione del metodo del Cammino Neocatecumenale, che attualmente, per ciò che so, lo monopolizza, in quanto la sua particolare ideologia a sfondo religioso, costruita per le peculiari collettività di perfezionamento personale espresse da quel movimento, è essenzialmente difensiva e di compattamento selettivo, di integrazione solo di coloro che si lasciano assimilare, poco adatta a quell'apertura che serve come base di un vero dialogo. Ma non è questo il solo problema di quell'orientamento. C'è anche quello del ruolo veramente singolare che in quell'esperienza collettiva hanno i catechisti per gli adulti, i quali, per come mi è apparso vivendo da tempo, ma da esterno a quel movimento, in una parrocchia largamente colonizzata dai neocatecumenali, oltre alle mansioni che propriamente rientrano nella figura del collaboratore laico alla formazione religiosa di base altrui, mi sembrano svolgere anche quelle di para-direttori spirituali e di capi di comunità investiti di queste autorità per cooptazione, da livelli più elevati della stessa organizzazione religiosa.
  Il mio dissenso verso un ruolo di parà-direttori spirituali attribuito ai catechisti per adulti, se di questo veramente si tratta, sarebbe totale, radicale.
  La direzione spirituale, strettamente connessa al Sacramenti, deve rimanere assolutamente di competenza del sacerdote, per i delicati profili di intrusione psicologica che essa comporta e che richiedono una preparazione e una spiritualità che solo la lunga e completa formazione del prete garantiscono,
 L'ambiente umano di prima accoglienza dei nuovi venuti, destinato ad un dialogo libero,franco e aperto per una migliore conoscenza reciproca, non deve essere dominato da figure paternalistiche o peggio dispotiche di alcun tipo; deve sostanzialmente avvenire in un contesto democratico in cui tutto si svolga ordinatamente, ma secondo un ordine consentito ed espresso dagli stessi partecipanti all'incontro. Certo, chi giungerà da fuori si aspetterà di trovare una certa organizzazione,e anzitutto un programma, e qualcuno della parrocchia che introduca presentando gli scopi del ritrovarsi insieme. Ma deve essere dato molto spazio ai partecipanti che si accostano alla parrocchia, per capirli bene, per comprenderne le esigenze e le aspettative. La pazienza dell'ascolto reciproco dovrà essere una delle virtù cardinali di tutti, ma in particolare di chi svolgerà il ruolo di presidente o di moderatore.  E il procedere di questa attività non dovrà essere rigidamente precostituito, secondo una specie di ascesi per tappe iniziatiche successive a scadenze fisse, bensì dovrà essere aperto agli sviluppi dell'interazione delle persone che vi partecipano, che non si potrà sapere né prevedere in dettaglio quali saranno. Bisognerà essere pronti a lasciarsi sorprendere dal nuovo che arriverà tra noi. Non si dovranno produrre "scarti" umani, vale a dire persone ad un certo punto escluse perché restie a farsi assimilare e anzitutto uniformare in un certo quale "cammino" ideologicamente e rigidamente fissato. Nessuno dovrà essere giudicato nella collettività a cui si è avvicinato; nessuno dovrà essere costretto a mettere a nudo la propria interiorità psicologica dinanzi al gruppo per sottoporsi ad una sorta di verifica di conformità spirituale allo scopo di essere ammesso a gradi più elevati di iniziazione; nessuno dovrà essere forzato ad assumere particolari impegni di vita sotto minaccia di esclusione dal gruppo. Infine dovremo accettare di buon grado, pazientemente, che una persona decida di mantenere a lungo, o anche per sempre, il livello iniziale di coinvolgimento: non dovremo mai scartarla per questo o aspettarci che la sua vita "secchi" come il fico maledetto della parabola.
   La spiritualità interiore delle persone deve essere il campo esclusivo del sacerdote, che per questo delicatissimo compito ha ricevuto l'istruzione e anche il carisma, che gli deriva dal sacramento dell'Ordine sacro. Apprendisti stregoni, praticoni, in questo campo possono fare danni gravissimi e innanzi tutto provocare l'allontanamento dalla religione di una persona, scandalizzandola. Questo, per come la vedo io, è il peccato più grave. E capisco bene lo shock del vescovo ausiliare quando, nel corso dell'audizione che fece in parrocchia tempo fa, si sentì dire che si era soddisfatti che alcune coppie avessero lasciato la preparazione al matrimonio, perché non erano idonee, o che ad alcuni cresimandi il sacramento era stato concesso "per misericordia", perché anche loro non idonei. Questo atteggiamento va cambiato, subito. Chi collabora a quelle attività di formazione deve chiarirsi le idee in diocesi. 
 Non dovremo proporci di trasformare le persone secondo una qualche nostra ideologia religiosa, ma dovremo, noi, lasciarci trasformare nel dialogo con gli altri condotto secondo le supreme idealità della nostra fede, che consistono innanzi tutto in benevolenza, compassione e misericordia, sull'esempio del nostro primo Maestro.
 Non dobbiamo presumere che gli altri battezzati, solo perché sono rimasti a lungo, e anche molto a lungo, lontani dagli spazi liturgici e dalle consuetudini religiose abbiano perso la speciale dignità loro conferita dal sacramento del Battesimo, i cui effetti non dipendono da noi, non sono in alcun modo  nella nostra disponibilità e non dipendono assolutamente dal nostro giudizio. Infatti nessuno, secondo la fede che professiamo, può essere "sbattezzato", né per sua propria decisione, né come come conseguenza del male che ha fatto, né tantomeno per decisione altrui,a qualsiasi livello. Quindi ogni battezzato che si presenti in parrocchia è a casa sua. Ma a prescindere dai profili teologici della questione, ogni persona umana nella nostra società ha diritti inalienabili che noi in religione dobbiamo riconoscere e rispettare e, innanzi tutto, quello al riconoscimento della sua dignità di persona umana, che comprende la libertà morale, quella sociale, quella politica, quella religiosa e quella dai bisogni primari di sopravvivenza. Questo comporta dei limiti invalicabili all'autorità che è lecito esercitare su di essa. A ben vedere tale concezione ha anch'essa origine religiosa, ma si è affermata anche al di fuori dall'ambito religioso, anche se a volte abbiano difficoltà a riconoscerne le basi. Il dispotismo religioso è contrario all'ordine pubblico costituzionale vigente e ogni cittadino della Repubblica deve opporvisi. Non dobbiamo farci lecito ciò che diciamo di non tollerare dai fedeli di altre religioni, in materia di libertà personale.
  Non dobbiamo permetterci di pensare che tutto ciò che si trova "di fuori" rispetto agli spazi religiosi a noi consueti sia votato alla malvagità e all'errore, di modo che si possa venire tra noi ed essere accettato solo dopo aver lasciato "fuori" tutta la vita di prima. Una visione realistica della società intorno a noi può convincerci facilmente del contrario. E, anzi, in ciò che di bene si è fatto in religione non di rado storicamente è stato di aiuto e di ispirazione ciò che si era sviluppato "di fuori", ad esempio sui temi della libertà di coscienza e della democrazia, lungamente e duramente avversate nell'era dell'insensato dispotismo religioso e ora finalmente riconosciute, anche in religione, come le basi di una convivenza civile rispettosa della dignità umana, anche vista nella prospettiva religiosa della comune figliolanza divina.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 27 luglio 2015

Bilancio di un anno

                                                              Bilancio di un anno

  Questo blog segue stagioni di un anno che vanno dal settembre all'agosto dell'anno successivo. Un periodo che più o meno corrisponde a quello dell'attività associativa, che va dall'ottobre al giugno dell'anno seguente.
 Ad agosto, dunque, è tempo di bilanci.
 Ciò che abbiamo fatto come gruppo si è inserito nell'ambiente sociale parrocchiale e ne è stato condizionato: quest'ultimo non ha subìto mutamenti. Si è continuato a fare come negli anni passati, e anche per noi è stato un po' lo stesso.
  Nel nostro gruppo abbiamo accolto nuovi associati, ma non c'è stata quella vera apertura al quartiere, quello slancio verso l'esterno, quella rigenerazione profonda, che Lorenzo Daniele auspicò quando facemmo l'assemblea per il rinnovo delle cariche sociali.
 L'AC ha continuato ad essere marginale nella parrocchia e non ci è stata data l'opportunità di cominciare a costruire le condizioni per un ricambio generazionale. L'unica esperienza collettiva a cui ciò è stato concesso, e questa è  una precisa scelta strategica, è stata quella degli amici neocatecumenali, che per molti aspetti è profondamente divergente dalla nostra. 
 Si è continuato quindi a considerarci un gruppo ad esaurimento, destinato ad un numero limitato di irriducibili, per lo più anziani. Nel contesto parrocchiale la nostra esperienza non è considerata indispensabile, si punta ad altro. Si attende il momento in cui la natura farà il suo corso e il numero dei nostri aderenti sarà così limitato da poter mettere la parola "fine" alla nostra storia, senza suscitare  troppe emozioni e soprattutto reazioni.
  Eppure l'AC, assai vitale in ambito nazionale e diocesano, è l'unica aggregazione della parrocchia che  custodisce la cultura dell'apertura, della mediazione, quella che servirebbe per creare nuove positive relazioni con il quartiere, per liberare la parrocchia dall'attuale apparentemente insuperabile condizione di estraneità verso la gente che vive accanto a noi. Dico "cultura" e non anche "forza", perché le nostre attuali forze sono quelle che sono e ci consentono solo di riuscire a sopravvivere in un ambiente religioso oggettivamente indifferente, e a tratti ostile: esse dovrebbero essere ricostituite e riorganizzate intorno a quella cultura, in particolare cercando di coalizzare un nucleo di spinta di trentenni e quarantenni sulla cui base costruire il rinnovamento del gruppo. C'è  bisogno di gente nuova che si impratichisca, esercitandolo in concreto, nel metodo della mediazione culturale e prenda, o rinnovi, consapevolezza di una lunga storia di impegno sociale del laicato italiano che partì dalla fine del Settecento per arrivare ai giorni nostri. Questa grande storia è del tutto assente dalla formazione dei nostri giovani e i nostri sacerdoti, in maggioranza non italiani, non mostrano di conoscerla e quindi non possono parlarne.
 L'ideologia corrente in parrocchia, quella sostanzialmente dell'autoemarginazione tribale in un funzione difensiva, ci narra di una società "di fuori" ormai indifferente dal punto di vista religioso, insensibile ai discorsi che si fanno tra noi fedeli. L'unica via di resistenza sarebbe allora quella di chiudersi in gruppi molto coesi e soggetti ad una disciplina marcatamente autoritaria e paternalistica, con accesso accuratamente selezionato per evitare contaminazioni dall'esterno e porte aperte solo nella direzione dell'uscita, per chi divenisse insofferente verso questo regime. Ci si ritrova, quindi, sempre tra gente che la pensa allo stesso modo e in ambienti che, finanche dal punto di vista architettonico, artistico e dei gerghi linguistici, aiutano e incoraggiano un processo di assimilazione, per cui una persona, in questo tipo di collettività viene in qualche modo "digerita"  e metabolizzata, trasformata in un'altra persona secondo un certo modello che si sforza rigorosamente di realizzare nella propria vita, "testimoniandolo" a viva voce all'esterno, oppure viene estromessa, allontanata, come uno scarto di quel processo.  Non credo sia un caso che tutte queste "testimonianze" alle cui periodicamente assistiamo in parrocchia sembrino un po' tutte uguali, come seguendo un copione teatrale. L'uniformità delle collettività di queste "persone nuove" risalta poi fortemente se posta a confronto con il pluralismo dell'esterno, della vita che c'è di fuori, che a chi sta "dentro" appare come un universo ostile.
 Ora, occorre prendere consapevolezza che questa idea di trovarsi tra "infedeli", nel quartiere in cui viviamo e a cui siamo inviati come manifestazione dell'umanità di fede a cui apparteniamo e come via alla fede, è veramente non corrispondente alla realtà. Seguendola noi viviamo in un sogno che ci estrania dagli altri a cui siamo stati mandati per prendercene cura. Noi non li vediamo quali essi veramente sono, ma come ce lì immaginiamo nella nostra ideologia religiosa che serve a giustificarci in questo nostro rimanere estranei a loro. In questa prospettiva non siamo più noi che "non vogliamo" andare verso di loro,  ma sono loro che, malvagi che sono!, ci rifiutano. La sensazione di estraneità al contesto sociale viene molto accentuata praticando riti e costumi sociali particolari, adottando un linguaggio gergale e circondandosi di simboli che appaiono essere stati ideati proprio per produrre, quale "effetto speciale", quella sensazione, irrealistica, di nostra estraneità, di diversità essenziale, rispetto al quartiere dove viviamo.
 Ma, in Italia, non ci troviamo realmente tra infedeli, rispetto alle nostre concezioni religiose,e i nostri vescovi lo sanno bene. È proprio per questo che continuano a intervenire piuttosto pervicacemente nella nostra vita pubblica, pretendendo ad esempio di orientare la nostra legislazione in materia di riproduzione, famiglia, fisco, programmi scolastici e organizzazione scolastica e chiamandoci periodicamente a raccolta intorno a questi loro obiettivi. Essi non lo farebbero se ritenessero di governare solo su un piccolo "resto" di fedeli, in mezzo a un oceano di infedeli.
  I nostri capi religiosi del clero hanno in particolare sponsorizzato, attraverso l'organizzazione del Progetto culturale, una ricerca demoscopica, condotta all'inizio di questo decennio dal Dipartimento di scienze sociali dell'Universitá di Torino e diretta da Franco Garelli, i cui risultati sono stati sintetizzati nel libro "Religione all'italiana", pubblicato nel 2011 da Il Mulino.
 Questa ricerca segnala che non solo la propensione a credere in Dio è assai più elevata in Italia di quanto si riscontri in altre nazioni europee, sia di cultura cattolica che protestante, raggiungendo l'80% del totale, ma che la fede in Dio da noi risulta essere ancora molto connessa all'appartenenza religiosa, nella specie alla Chiesa cattolica, sia pure prevalentemente per ragioni "ambientali". Gli italiani, secondo la ricerca citata, continuano a identificarsi nel cattolicesimo e a chiedere alla religione grandi riferimenti ideali, e per questo accettano di buon grado il ruolo pubblico rivendicato dai nostri capi religiosi del clero, pur sottoponendo le indicazioni religiose ad un vaglio critico a livello della vita personale, ciò che Garelli definisce "attenzione selettiva e tollerante". Questa "selezione", per cui certi orientamenti non vengono applicati pur non rifiutando l'insieme delle idealità dal quale originano, riguarda in particolare la morale sessuale e familiare, dove l'ideologia della gerarchia del clero propone modelli che nella vita quotidiana delle persone sono insostenibili e infatti non vengono seguiti.
 Da noi, invece di cogliere le opportunità che derivano da questo contesto ambientale oggettivamente favorevole, si preferisce tenere fissa l'attenzione sulle divergenze tra i modelli ideologici religiosi in alcuni specifici campi della vita personale, come appunto quelli di morale sessuale e familiare, e le consuetudini di vita della gente, per cui ad esempio si hanno rapporti prematrimoniali, si usano i contraccettivi, si divorzia e ci si risposa, e constatato che tali divergenze effettivamente esistono, alzare le mani e stracciarsi scandalizzati le vesti, narrandosi gli uni gli altri la favola irrealistica del piccolo resto devoto nel quartiere dei senza Dio. Per poi rinchiudersi in una sorta di compartimento stagno religioso per evitare contaminazioni 
 Il ruolo del laicato di fede dovrebbe invece essere molto diverso e dovrebbe puntate a demolire le barriere che abbiamo costruito verso il quartiere. Proprio perché immerso nella società del suo tempo, quindi connesso ad essa e partecipe dei vari processi sociali in cui essa si articola, il nostro laicato dovrebbe sviluppare un'azione collettiva  per connettere nuovamente la richiesta sociale di punti di riferimento che emerge dalla nostra gente, e non c'è motivo di ritenere che essa non riguardi anche il nostro quartiere, alla fonte religiosa di tali idealità, alla nostra fede comune, utilizzando il metodo della mediazione culturale, che significa innanzi tutto apertura, costruzione di ponti non di muri ideologici, attenzione e sensibilità ai modi di pensare, ai linguaggi altrui e, insomma, alle vite degli altri. Non si può pensare che il ruolo del laico in religione si limiti a proclamare da un qualche tetto, col megafono, una caterva di slogan religiosi,  ciò che sarebbe l' "annuncio", e finirla lì. 
 Bisogna affrontare la fatica, e anche il rischio, di scendere una buona volta da quel tetto, di riporre in magazzino quel megafono assordante, per iniziare veramente a parlare con gli altri in una lingua che sia loro comprensibile, non nel nostro gergo religioso estraniante.
 "Pensare è varcare le frontiere", scrisse il filosofo Ernst Bloch. Anche il credere lo è.
 Ma,  insomma, ci si potrebbe obiettare, perché voi dell'Ac non avete provato a iniziare a fare con le vostre sole forze ciò che serviva, senza aspettare che tutta la parrocchia vi venisse dietro? Se non vi veniva dato spazio in parrocchia, perché non ve ne siete costruito uno al di fuori di essa? Questo è un bel problema e lo è per la struttura caratteristica dell'Ac, che è costruita intorno alla parrocchia e alla diocesi. L'AC non è un movimento, come lo sono organizzazioni  ad essa collegate come la FUCI e il MEIC. Non è pensabile un gruppo parrocchiale di AC fuori della parrocchia, come anche un'Ac diocesana fuori della diocesi. Una volta che la parrocchia, in persona di coloro che hanno la responsabilità delle scelte qualificanti verso l'esterno, ha scelto una linea divergente rispetto a quella in cui  l'AC si è specializzata, quindi la via del trinceramento invece di quella della mediazione culturale, la costruzione di mura ideologiche invece che di ponti, era fatale che il gruppo parrocchiale di AC si riducesse nelle attuali condizioni. Non è però che l'AC sia stata sostituita nel lavoro suo proprio, semplicemente quel lavoro non lo si è più fatto, con le conseguenze gravi che sono sotto gli occhi di chiunque voglia avere occhi per vedere.
 In autunno ci sarà un un nuovo inizio, da noi in parrocchia, così è stato deciso in diocesi. Niente di drammatico: un pensionamento previsto e l'avvicendamento al vertice. Potrebbe però essere l'occasione per rivalutare se debba e possa essere ripreso nel nostro quartiere il lavoro caratteristico dell'Ac. 
 Se si rispondesse affermativamente occorrerebbe inaugurare una nuova leva, pubblicando una sorta di bando, per trovare persone nuove con la voglia di apprendere, o di riscoprire a seconda dei casi, e praticare il metodo della mediazione culturale dei contenuti di fede in un ambiente democratico, quindi di ordinata apertura ai contributi di tutti, con piena responsabilità del laicato coinvolto, in uno sforzo non solo di semplice traduzione di idee e modi di vedere approvati e diffusi dai nostri capi religiosi dl clero, ma anche di ricerca e scoperta del nuovo, del molto bene che c'è nel mondo di fuori, in mezzo agli altri con cui vogliamo meglio intenderci.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 23 luglio 2015

Controllo sociale della religione

Controllo sociale della religione


 I fatti contemporanei del Vicino Oriente e del Nord-Africa manifestano i potenziali gravi effetti negativi delle religioni. Essi hanno riguardato storicamente anche la nostra fede. La nostra religione, infatti, nella sua affascinante e tremenda vicenda bimillenaria ha espresso moti di una violenza estrema, sui quali in genere nella formazione religiosa di base, e anche di secondo livello, ancora si sorvola  disinvoltamente. In occasione del Grande Giubileo dell’anno 2000 siamo stati invece autorevolmente  chiamati  a farne memoria, per non prenderli più come esempio per il futuro, per distaccarcene definitivamente, per essere diversi. Si tratta di quel lavoro che è stato chiamato purificazione della memoria. Esso non ha mai coinvolto, finora, le masse dei fedeli. Ha riguardato prevalentemente piccole minoranze di persone colte e volenterose, in genere guardate con diffidenza dal resto del gregge e dai pastori. Passando gli anni se ne è parlato sempre di meno. Del resto fin dall’inizio quel proposito di essere diversi da come si era stati nella nostra tragica storia ebbe molti e influenti oppositori. Ad esempio, non se ne manifestava del tutto convinto, per quel che ricordo, Joseph Ratzinger, al tempo del suo ministero prima di indagatore ideologico e poi di capo supremo e sovrano assoluto della nostra confessione religiosa.
 Passare, anche in religione, da un regime feudale alla democrazia, significa anche accentuare il controllo sociale degli effetti collaterali negativi della nostra fede. Governare in molti, addirittura in moltitudini, esige la pace sociale, perché ognuno possa poter dare liberamente il proprio contributo. Quindi tutto ciò che la democrazia esprime tende a produrre pace sociale, a limare i contrasti, a sopire i conflitti. Questo si è manifestato anche nella nostra confessione religiosa, quando iniziò ad aprirsi alle visioni democratiche. E’ da allora, più o meno dalla metà degli anni ’40 del secolo scorso che essa iniziò a divenire una potenza di pace. Si ricordano naturalmente anche autorevoli precedenti prese di posizione, come quelle manifestatesi all’epoca del primo conflitto mondiale, ma, a ben vedere, esse sono ideologicamente diverse da ciò che si produsse circa vent’anni dopo, dopo l’esperienza dell’altra guerra mondiale. E, in particolare, prima degli anni ’40 i nostri sovrani religiosi scelsero di essere sostanzialmente indifferenti rispetto ai regimi politici che dominavano l’umanità, salvo per ciò che riguardava gli interessi spiccioli della loro organizzazione religiosa, il suo potere e i suoi beni, scegliendo di non occuparsi della cause strutturali del male sociale e, in specie, di non prendere posizione tra dispotismo e democrazia, con un qualche preferenza, però, per il primo.
 Ma come esercitare quel controllo sociale di cui dicevo, la purificazione della memoria di massa, se di certe cose non si parla mai nelle nostre collettività religiose, se si preferisce sempre ripetersi gli uni gli altri le solite litanie propagandiste in cui noi siamo sempre dalla parte dei buoni diffamati da potenti nemici? Ecco che, allora, la fede religiosa, questa realtà sociale e personale così importante nella nostra vita, fonte potenziale di tanto bene, può esprimere ancora la violenza dei secoli passati, in particolare, nel mondo occidentale, non più come violenza fisica, ora impedita dalle legislazioni civili, ma come violenza morale, di discriminazione sociale.
 Non dobbiamo immaginare che gli anticorpi a questa degenerazione della nostra fede si trovino, ad esempio, nei nostri testi sacri, o in altri documenti autorevoli, e anche normativi. Storicamente le nostre scritture sacre sono state senza alcuna difficoltà utilizzate per giustificare le violenze più efferate, ed in esse c’è moltissima violenza. Il controllo sociale della religione passa anche attraverso il contrasto sociale ad interpretazioni mortifere di testi sacri. Sulla base di quei venerati testi sono stati giustificati e promossi, ad esempio, moti di inaudita ed efferata violenza sociale come le Crociate, che rigurgitate dal nostro più buio Medioevo hanno travagliato e insanguinato per secoli, con stragi sconvolgenti, il Vicino Oriente, fino ad essere addirittura, in un estremo turbine di omicidio e rapina, uno dei fattori decisivi della decadenza terminale di Bisanzio, capitale del'ultimo impero cristiano ereditato dall'antichità, indebolito anche per mano crociata  e poi caduto in mano ottomana nel Qattrocento, il tutto presentato dai nostri sovrani religiosi dell’epoca come una pia pratica penitenziale. Ancora ai tempi della mia prima formazione religiosa, a noi bambini veniva proposto l’ideale terreno di essere piccoli soldati  religiosi, addobbati al mondo dei Crociati.
 Costruire una religione non mortifera richiede una formazione di massa che da  noi non è mai neppure cominciata, per ciò che ho potuto constatare. Eppure è proprio questa la grande sfida culturale che emerge dal conflitto tra civiltà nel quale stiamo precipitando; nel quale, sebbene riottosi e disabituati a cose del genere per la lunga pace che le democrazie europee ci hanno donato dal secondo dopoguerra, ci troveremo nondimeno coinvolti, perché coloro che si considerano nostri nemici ideologici e teologici ci si scaglieranno addosso. Esso non può essere vinto con le sole armi materiali, con gli aerei e le navi da guerra, con i carri armati e con i nostri eserciti, sebbene ci si stia preparando a combattere in quel modo, nel solito modo. Richiede una conquista culturale che deve giungere a coinvolgere coloro che oggi si considerano nostri nemici. Grandi anime dei nostri tempi hanno dimostrato che in religione si può essere diversi da come storicamente le nostre collettività di fede sono state. Cerchiamo di capire, tutti insieme, come esserlo. E di divenire, in ciò, esempio anche per le altre fedi.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli



martedì 21 luglio 2015

Insieme per capire la società

Insieme per capire la società


  Il mondo in cui viviamo funziona in un certo modo per cui ogni esigenza degli esseri umani viene accettata, presa in considerazione, ma essenzialmente come fatto individuale, di uno che si presenta al mercato per comprare ciò che gli occorre e che, per chi produce e vende, è un’occasione di guadagno, per far soldi. Anche in religione ci sono consumatori e venditori. Se una persona ragiona in quest’ordine di idee, allora cercherà sul mercato religioso ciò che le serve nel momento in cui le serve, e basta. Si avvicinerà ai luoghi della religione con lo spirito con cui ogni giorno va al supermercato e compra ciò che le occorre. Naturalmente, dal punto di vista dell’offerta di beni religiosi si tenterà di intuire le esigenze delle masse e anche di condizionarle, così come avviene per le altre merci oggetto di consumo di massa. E, se questa strategia riesce, allora il consumatore di beni religiosi andrà al mercato della religione pensando di scegliere liberamente ciò che gli serve in un certo momento, senza rendersi conto che le sue scelte sono state orientate da altri, i quali sono riusciti a persuaderlo di avere un certo bisogno. Questa persuasione di massa dei consumatori, che esprime  un certo livello di violenza sulla gente anche se non è avvertita come tale dalle sue vittime, esige di solito una alterazione della presentazione della realtà, un qualche inganno, per far apparire più desiderabile un certo prodotto, anche di tipo religioso. Si costruisce una sorta di realtà virtuale al modo di ciò che accade nei centri commerciali contemporanei, dove un sistema integrato architettonico/commerciale crea un ambiente artificiale in cui la gente è spinta a consumare proprio ciò che viene offerto in vendita in un certo posto, in fondo  prescindere dalla sue reali esigenze. Per cui è esperienza comune entrare con il proposito di comprare una cosa e uscire avendone comprate anche delle altre.
 Questa alterazione della realtà su base religiosa, che ai tempi nostri si presenta nelle forme di un mercato religioso in cui al consumatore  religioso è lasciata apparentemente una qualche libertà di scelta, può osservarsi in quasi tutte le ideologie su base religiosa che si sono susseguite nella nostra fede fin dalle origini. Essa ha costituito, dal Cinquecento, un potente fattore negativo nello sviluppo delle scienze della natura come noi oggi le intendiamo, che invece si basano sul principio di  fedeltà alla realtà così com’è osservabile. Quando la realtà virtuale costruita dalla religione contrastava con quella come era osservata con metodo scientifico, i poteri religiosi reagirono cercando di reprimere l’osservazione scientifica. Questa profonda diffidenza, il sospetto di eresia latente, ha riguardato più di recente anche le scienze sociali, che studiano i moti delle masse umane, e quelle della psicologia profonda dell’essere umano.
 La fede religiosa disancorata dalla realtà così com’è è solo un sogno, e spesso un sogno cattivo. I detrattori della religione ci considerano, noi che abbiamo fede, dei sognatori, ciascuno preso nel suo personale, individuale, sogno. Uno dei principali moti di rinnovamento prodottisi  in Europa dal secondo dopoguerra ha riguardato proprio il superamento della fede religiosa come sogno: una delle sue concretizzazioni la si è avuta durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965). In quella grande assise di capi religiosi si è affermata l’esigenza di una più realistica comprensione dei fatti umani e naturali, da realizzare in quello spazio che nel gergo teologico viene detto di autonomia del temporale e che significa che la realtà virtuale creata dalla teologia deve lasciare uno spazio all’osservazione realistica dei fatti umani condotti con la sapienza particolare propria delle scienze specialistiche in un certo settore, per cui, ad esempio, deve essere l’astronomia, e non la teologia, a descriverci i moti dei corpi celesti e il loro assetto, la loro struttura.
 Per capire la realtà in cui si vive occorre ritrovarsi insieme, non è cosa in cui si può riuscire da soli. Ed è un’attività che va molto oltre quella di semplice consumo religioso: l’interpretazione della realtà così com’è non la si trova bella e pronta sul mercato religioso di massa, la si deve costruire insieme, con un lavoro per così dire artigianale. Ecco quindi che un luogo come la parrocchia può, e a mio avviso dovrebbe veramente, servire a questo: a ritrovarsi per aiutarsi l’uno l’altro a costruire un’immagine realistica del mondo in cui si vive e delle dinamiche di fede in esso. Lo richiesero i saggi del Concilio Vaticano 2°, ma è attività che non è mai veramente cominciata, in particolare qui da noi, a Monte Sacro - Valli. La realtà così com’è è lasciata completamente al di fuori della formazione religiosa a tutti i livelli in cui la si fa in parrocchia e non se ne discute nelle varie occasioni in cui si sta insieme, non si inizia nemmeno a farlo. Di solito alla realtà di fuori si accenna sbrigativamente e in modo scarsamente in informato solo per condannarne il carattere irreligioso.


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 19 luglio 2015

Domenica 19-7-15 – 16° Domenica del Tempo ordinario- Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Domenica 19-7-15 – 16°  Domenica del Tempo ordinario- Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità –colore liturgico: verde–  salterio: 4°settimana - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Osservazioni ambientali: temperatura   31°C; cielo: sereno. Canti: ingresso, Vi darò un cuore nuovo; offertorio, Le mani alzate;  Comunione, Il Signore è il mio pastore; finale, Le mani alzate.

  Alla Messa delle nove, il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.

Buona domenica a tutti i lettori!


Pillola di Concilio:

[dal decreto Apostolicam Actuositatem (= l’apostolato), sull’apostolato del laici, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), n.10]

 Come partecipi della missione di Cristo sacerdote, profeta e re, i laici hanno la loro parte attiva nella vita e nell'azione della Chiesa. All'interno delle comunità ecclesiali la loro azione è talmente necessaria che senza di essa lo stesso apostolato dei pastori non può per lo più ottenere il suo pieno effetto. Infatti i laici che hanno davvero spirito apostolico, ad esempio di quegli uomini e di quelle donne che aiutavano Paolo nella diffusione del Vangelo (si legga At18,18-26; Rm 16,3), suppliscono a quello che manca ai loro fratelli e confortano cosi sia i pastori, sia gli altri membri del popolo fedele (si legga 1 Cor 16,17-18). Nutriti dall'attiva partecipazione alla vita liturgica della propria comunità, partecipano con sollecitudine alle sue opere apostoliche; conducono alla Chiesa gli uomini che forse ne vivono lontani; cooperano con dedizione generosa nel comunicare la parola di Dio, specialmente mediante l'insegnamento del catechismo; rendono più efficace la cura delle anime ed anche l'amministrazione dei beni della Chiesa, mettendo a disposizione la loro competenza.
La parrocchia offre un luminoso esempio di apostolato comunitario, fondendo insieme tutte le diversità umane che vi si trovano e inserendole nell'universalità della Chiesa. I laici si abituino ad agire nella parrocchia in stretta unione con i loro sacerdoti  apportino alla comunità della Chiesa i propri problemi e quelli del mondo, nonché le questioni concernenti la salvezza degli uomini, perché siano esaminati e risolti con il concorso di tutti; diano, secondo le proprie possibilità, il loro contributo a ogni iniziativa apostolica e missionaria della propria famiglia ecclesiale.
Coltivino costantemente il senso della diocesi, di cui la parrocchia è come la cellula, pronti sempre, all'invito del loro pastore, ad unire le proprie forze alle iniziative diocesane. Anzi, per venire incontro alle necessità delle città e delle zone rurali  non limitino la propria cooperazione entro i confini della parrocchia e della diocesi, ma procurino di allargarla all'ambito interparrocchiale, interdiocesano, nazionale o internazionale, tanto più che il crescente spostamento delle popolazioni, lo sviluppo delle mutue relazioni, la facilità delle comunicazioni, non consentono più ad alcuna parte della società di rimanere chiusa in se stessa. Anzitutto facciano proprie le opere missionarie, fornendo aiuti materiali o anche personali. È infatti un dovere e un onore per i cristiani restituire a Dio parte dei beni da lui ricevuti.



Prima lettura
Dal libro del profeta Geremia (Ger 23, 1-6)
Dice il Signore:
«Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d'Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore.
Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una. Oracolo del Signore.
Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele vivrà tranquillo,
e lo chiameranno con questo nome: Signore-nostra-giustizia».


Salmo responsoriale (22 (23))

Ritornello:
 Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l'anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza. 

Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca. 

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. 




Seconda lettura  
Dalla seconda lettera di San Paolo apostolo  agli Efesini (Ef 2,13-18)

Fratelli, ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace,  colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l'inimicizia, per mezzo della sua carne.
Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se  stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce,
eliminando in se stesso l'inimicizia.
Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini.  Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri,
al Padre in un solo Spirito.


Vangelo
Dal Vangelo secondo  Marco (Mc 6,30-34)

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
 Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.


Sintesi dell'omelia della Messa delle nove

 Il Vangelo ci presenta Gesù e gli apostoli come pastori.  Dà un insegnamento anche per coloro che oggi svolgono quella missione. Gli apostoli erano tornati dalla loro prima missione. Avevano insegnato e operato, guarendo molti malati. Gesù li prende con sé per portarli in un luogo deserto, in disparte, per farli riposare. Anche nella missione pastorale occorre rispettare l’esigenza biologica dell’alternare di lavoro e riposo. Ma la folla li segue. Gesù nel vederla si commuove e inizia a insegnare. Le persone hanno bisogno di un insegnamento di verità perché le loro vite non finiscano in un vicolo cieco.
  Nella prima lettura si condanno i cattivi pastori, che disperdono e fanno perire il gregge loro affidato. Dio manderà dei pastori per soccorrere il gregge. Si annuncia anche la venuta di un pastore giusto, dalla stirpe di Davide, che darà la salvezza al popolo. Questa profezia si è realizzata in Gesù.
 Nella seconda lettura, Gesù ci viene presentato come la nostra pace, che ci unisce in un solo Spirito, fonte di unità tra gli esseri umani.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli

  



Avvisi parrocchiali:

-si segnala il sito WEB della parrocchia:

Avvisi di A.C.:
- Le riunioni infrasettimanali del gruppo parrocchiale di AC riprenderanno ad ottobre; continua l’attività dei membri del gruppo nella società in cui sono immersi e in cui, secondo l’invito che ci è venuto ieri dal nostro vescovo, dobbiamo essere costruttori di ponti,  non di muraglie.
 Le letture bibliche della Messa della prossima domenica, 26-7-15, 17° del Tempo ordinario, saranno: 2Re 4,42-44; Sal 144; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15.
- si segnala il sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il portale di Azione Cattolica sulla formazione.














Idee per ricominciare - 3

Idee per ricominciare - 3




 Ho scritto che sono i problemi che la parrocchia ha con il quartiere che impongono una revisione dei modi in cui qui da noi si sta insieme in religione. Occorre, da un lato, essere più uniti e fare più vita comune, superando l’attuale organizzazione federativa in cui ogni gruppo vive per sé, diffidente verso gli altri e poco interessato a loro, e, dall’altro, fare spazio a gente nuova, da fuori, rimuovendo certe barriere ideologiche tra noi di dentro e gli altri all’esterno. E’ un lavoro che, per l’attuale ordinamento della parrocchia come istituzione, richiede l’assenso e l’impegno del parroco. Quest’ultimo è molto più di un presidente di collettività: dal punto di vista del diritto canonico, è un funzionario religioso nel quale si accentrano  tutti i poteri. Gli si è affiancato un consiglio pastorale con funzioni meramente consultive, ma egli può determinarne gli orientamenti nominandone a sua discrezione i componenti. Non si può mai essere del tutto sicuri che questo organo collegiale rifletta gli orientamenti dei fedeli del quartiere, soprattutto quando i componenti di nomina elettiva sono in minoranza e ancor più quando le elezioni, che si dovrebbero tenere nell’assemblea parrocchiale, non sono realmente democratiche. Il consiglio pastorale finisce per riflettere gli orientamenti del parroco e da noi il parroco è legato al Cammino Neocatecumenale. Egli è una persona colta, studiosa, ma mi pare di aver capito che non è su base teologica che ha seguito quella via. Piuttosto è stato per la convinzione che la fede non debba essere un fatto privato, vissuta senza interessarsi agli altri, alle loro sofferenze, ai loro problemi, senza dare loro una mano nelle difficoltà al di fuori di stentate elemosine. Non si può, ad esempio, ricordo che ce l’ha detto una volta il nostro assistente ecclesiastico, andarsene in ferie a villeggiare senza pensare alle persone della parrocchia che non hanno di che arrivare alla fine del mese. “Tutti insieme”, “Tutti insieme”,  ci ripete spesso il parroco nei suoi insegnamenti: egli ci vuole portare tutti insieme in paradiso, senza lasciare nessuno indietro, abbandonando rancori e sogni di rivalsa postuma. E nelle collettività del Cammino Neocatecumenale si vive appunto questa forte solidarietà, lo devo riconoscere, per cui, ad esempio, le famiglie numerose sono aiutate e si aiutano tra loro. Sono cose molto apprezzabili, senz’altro, su cui bisogna riflettere nel pensare il nuovo e prendere esempio.  Il problema è che tutta questa solidarietà viene realizzata nel quadro di una teologia e di una ideologia sociale molto rigide, troppo rigide, che non vanno bene per tutti e che non si è veramente obbligati a seguire in religione. Le concezioni su cui registro i più vivi dissensi sono in materia di costumi familiari, in cui per quello che da fuori ne ho capito si preferisce un’impostazione autoritaria e maschilista, in materia di formazione sessuale dei giovani, dove mi pare si lasci poco spazio alla responsabilità di coscienza degli adolescenti e dei giovani adulti, e in materia di ruolo della donna nella società, che viene visto essenzialmente come quello sponsale e materno. Infine, in politica viene preferita (del resto secondo le indicazioni della gerarchia religiosa fino ad epoca recente) una strategia di lobby, centrata sull’ideologia dei valori non negoziabili (l’ideologia della nostra gerarchia del clero in materia di aborto e prevenzione di gravidanze indesiderate, eutanasia, procreazione assistita, unioni aborto civili, omosessualità, finanziamenti alla scuola privata, insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, tassazione dei redditi delle organizzazioni religiose), per cui manca una consapevolezza complessiva delle dinamiche sociali e degli effetti che collettivamente si posso produrre e si decide tra una linea politica e un’altra, tra una coalizione politica e un’altra a  seconda dei risultati che si possono ottenere su quei soli temi.  L’insistenza su questa linea,  su questi metodi, su questo orientamento è, per ciò che mi pare di aver capito, all’origine della crisi delle relazioni tra noi e il quartiere.
 In autunno è previsto un avvicendamento nella missione di parroco, per cui da noi arriverà una persona nuova, scelta dal vescovo. Tenuto conto dell’importanza che la figura del parroco ha, può essere l’occasione per ricominciare veramente. Noi non conosciamo l’orientamento del nuovo pastore che ci viene inviato. Non  è previsto che i fedeli intervengano nella scelta di un parroco e questo è sicuramente un punto piuttosto critico del nostro ordinamento religioso. Ma, poiché dobbiamo francamente riconoscere di non avere più le risorse umane e culturali per uscire dal problema che si è creato con il quartiere, e questo per molte ragioni la principale delle quali è il tempo veramente molto lungo in cui si è seguita pervicacemente la linea che è all’origine delle difficoltà che registriamo, il fatto che ci venga inviata una persona veramente nuova può essere vista come un’opportunità.
 Sono prevedibili delle resistenze. Ci siamo guardati in cagnesco così a lungo, tra i gruppi federati nella parrocchia, diffidiamo così profondamente gli uni degli altri, abbiamo fatto per così tanto tempo vita da separati in casa, che ci riesce difficile pensare di poter veramente  trovare amici  negli altri, in quelli che hanno fatto vita in un altro gruppo. Eppure è appunto quello che dovremmo cercare di fare, temperando le asprezze ideologiche e di costumi sociali, perdonandoci a vicenda il male che ci siamo fatti gli uni gli altri, le offese che ci siamo recati, le maldicenze che abbiamo contribuito a diffondere, la diffidenza che ci ha separato dagli altri, i pregiudizi che abbiamo coltivato e alimentato, cercando di ascoltare veramente gli altri, di capirli, di apprezzarli in ciò che di buono hanno realizzato, di accettare  i buoni esempi che ci hanno dato, di condividere  con loro le conoscenze e la sapienza che hanno raggiunto e che a noi a volte ancora mancano, insomma di aprirci di cuore agli altri e di arricchirci con ciò che di buono hanno fatto interpretando la fede comune e, soprattutto, di provare  ad essere più tolleranti per le differenze.
 La tolleranza è spesso diffamata in religione, la si vede come un portato dell’illuminismo anticlericale. Noi, orgogliosamente, pretendiamo di dare di più, vogliamo amarci, diciamo. Eppure poi, in concreto, di amore ne vedo poco in giro tra noi, mi sembra che in genere si sia piuttosto insofferenti gli uni verso gli altri, non senza qualche maldicenza (i sacerdoti della parrocchia se ne lamentano periodicamente), per cui, tutto sommato, potrebbe essere veramente un buon inizio cominciare dall’orientamento tollerante propugnato dall’illuminismo, ad esempio dal Voltaire, bestia nera dei clericali.
 Ma, in fondo, mi si potrebbe obiettare, in questo mio intervento ho criticato gli amici neocatecumenali: come la metto, allora, con tutto il mio proposito di tolleranza? E’ vero, ho fatto delle critiche, ma le ho fatte a viso aperto e pronto al dialogo: la maldicenza  è parlare alle spalle degli altri. Se c’è un problema, bisogna capire bene  in che cosa consiste: in questo modo si possono impostare le soluzioni. Ma poi queste ultime devono trovare un posto per tutti, non si deve fare a meno di nessuno. Non dobbiamo pensare che un cambio di un parroco sia l’occasione di un rendimento di conto tra noi. Ogni nostra esperienza collettiva, di fede, di preghiera, di solidarietà, ha aspetti positivi che arricchiscono l’insieme, dei quali non dobbiamo privarci. La sfida è allargare il pluralismo intensificando l’unità. Questo è un lavoro fondamentalmente spirituale, che richiede una formazione e un riflessione spirituali. Per fare dei molti uno, secondo il motto della rivoluzione statunitense, mantenendo la dignità, e innanzi tutto la libertà spirituale e di coscienza, di ciascuno. Per superare l’idea della parrocchia come condominio religioso e farne la casa di tutti, di un’unica famiglia amorevole, secondo l’atteggiamento sinodale consigliato dai nostri pastori.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



sabato 18 luglio 2015

Una lunga storia verso la libertà

Una lunga storia verso la libertà


 Per capire l’importanza che il tema della libertà ha assunto anche in religione ai tempi nostri, occorre avere consapevolezza affidabile, non superficiale o alterata da fini propagandistici, di un sviluppo storico bimillenario. Di solito nella formazione religiosa, anche di secondo livello, non se ne parla. Allora uno deve fare riferimento ai ricordi scolastici, che per gli adulti sono spesso troppo lontani nel tempo e per i più giovani sono non di rado fastidiosi, legati a insuccessi negli studi, e parcellizzati. A scuola di solito si studia per le emergenze delle interrogazioni, dei compiti in classe, degli esami di ciclo; passata l’occasione, si fatica a trattenere nella memoria ciò che si è imparato. So che molti buttano i libri, anche quelli di storia, che invece una persona di fede dovrebbe conservare per tutta la vita, insieme alla Bibbia e al libro delle preghiere usuali.
 In materia di libertà sono stati cruciali il Quattrocento e il Cinquecento, con l’uscita dal Medioevo europeo. E’ a quell’epoca che risale lo sviluppo di una scienza come oggi la intendiamo, veramente interessata (e ancorata) alla realtà. Un altro periodo storico molto importante è stato tra il Settecento e l’Ottocento.
 Nel Medioevo europeo le persone erano inserite in collettività autoritarie, molto numerose e caratterizzate da una grande varietà di riti e costumi, ma integrate in sistemi di potere di tipo imperiale-feudale. Dopo l’anno Mille, anche la nostra confessione religiosa si sviluppò come un impero religioso, costruendo una teologia, quella del papa come vicario di Cristo, che la connetteva direttamente alle potenze celesti, anch’esse concepite come organizzazione imperiale.
 Al centro di tutto l’universo come allora lo si concepiva, c’era la realtà dell’umanità, integrata in un impero la cui ideologia di potere, come già era accaduto prima dello sviluppo potente nello spazio Mediterraneo della nostra fede, era su base religiosa. L’interesse per i fatti della natura era in fondo piuttosto limitato e fondamentalmente motivato da fini utilitaristici, di sfruttamento di nuove tecnologie, e comunque condizionato all’integrità dell’universo umano. In termini contemporanei potremmo dire che la scienza era subordinata dall’ideologia, che a quei tempi comprendeva anche la teologia.
 Lo sviluppo della libertà degli esseri umani come oggi la intendiamo avvenne nel contesto della crisi di quella visione imperiale tipica del Medioevo, quindi anche del suo umanesimo, della sua concezione dell’essere umano.
 Negli anni ’30 il filosofo Jacques Maritain scrisse pagine che ancor oggi sono illuminanti in merito, in particolare nella sua opera più nota, una serie di lezioni raccolte in un libro dal titolo Umanesimo Integrale, che influì moltissimo sull’ideologia politica delle nostre collettività religiose nel secondo dopoguerra.
 Nel corso della mia vita ho letto e riletto più volte quel libro, e ogni volta mi rendevo conto della distanza ideologica che progressivamente mi veniva a separare dal pensiero del suo autore, in particolare nel giudizio sui processi democratici, sul liberalismo, sul socialismo e nell’atteggiamento, in Maritain ancora di rispetto sacrale, verso l’istituzione papale.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli