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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 25 agosto 2015

Chiesa e famiglia: un'alleanza?

                          Chiesa e famiglia: un'alleanza?

 [dal racconto di Natalia Ginzburg "Un inverno in Abruzzo", scritto nel 1944 è pubblicato nel libro "Le piccole virtù", oggi in commercio nell'edizione di Einaudi]. 

 "Quando venni nel paese di cui parlo, nei primi tempi tutti i volti mi parevano uguali, tutte le donne sì rassomigliavano, ricche e povere, giovani e vecchie. Quasi tutte avevano la bocca sdentata: laggiù le donne perdono i denti a trent'anni, per le fatiche e il nutrimento cattivo, per gli strapazzi dei parti e degli allattamenti che si susseguono senza tregua   [...] Alle cinque suonavano le campane della chiesa di Santa Maria, e le donne andavano alla benedizione, coi loro scialli neri e il viso rosso."

   Nel racconto di cui ho sopra trascritto un brano, la scrittrice Ginzburg narra di un paesino abruzzese dove ella era al confino, con il marito e i figli,  nel 1940, all'epoca della grande alleanza ideologica tra il fascismo e il cattolicesimo italiano. A quei tempi fare molti figli era un obbligo politico, rafforzato da quello religioso. Nonostante le ricostruzioni propagandistiche che oggi sono correnti in religione, le posizioni critiche verso il regime fascista erano, tra i cattolici, di pochi, di una esigua minoranza. Non vi erano grossi dubbi che si potesse, e anzi si dovesse, essere buoni fascisti e buoni cattolici. Per ciò che riguardò in particolare la morale familiare, ci fu una sostanziale assimilazione della morale cattolica a quella fascista. Quest'ultima si basava su una concezione autoritaria basata sulla predominanza del maschio-padre sulla femmina sposa e madre, in cui alla donna veniva attribuito quasi esclusivamente il ruolo di riproduttrice. Il regime aveva bisogno di uomini da spendere nelle sue guerre di conquista e, in particolare nelle campagne dominate dal latifondo, occorreva manodopera, ridotta nei decenni passati a causa dell'emigrazione all'estero. Veniva allora usato tra i ceti più poveri essenzialmente come forma di auto-difesa della donna, contro il discredito e l'emarginazione sociale nel caso di gravidanza fuori del matrimonio e contro l'aggravamento della povertà e lo sfiancamento fisico nel caso di gravidanza legittima, l'aborto, largamente praticato con metodi approssimativi tramandati negli ambienti femminili e senza igiene sanitaria, e talvolta l'infanticidio. L'aborto veniva criminalizzato sia dallo stato che dalla chiesa: era considerato un reato e, come ora, un peccato molto grave. In religione non veniva ammessa alcuna forma di programmazione delle nascite, e la situazione non è sostanzialmente cambiata, venendo essa considerata ancora intrinsecamente immorale. Nessuna forma di prevenzione delle gravidanze veniva considerata moralmente lecita, con qualsiasi giustificazione,  ad eccezione dell'astensione consensuale  dai rapporti sessuali. In merito nel 1930, ad un anno dal disonorevole compromesso con il regime fascista, aveva disposto l'enciclica Casti connubii (=sulla castità nel matrimonio), del Papa Achille Ratti. Le donne dei ceti più poveri, sfiancate dalle continue gravidanze e dalle condizioni di lavoro, non potendo disporre degli integratori alimentari che oggi sono alla portata di tutte, sfiorivano presto e si ammalavano. Perdevano i denti a causa della mancanza di calcio. Sono impressionanti i confronti visivi fatti tra le donne di allora e quelle di oggi, utilizzando la documentazione fotografica dell'epoca. Solo nel 1951, dopo che la scienza aveva individuato la possibilità di evitare gravidanze indesiderate astenendosi da rapporti sessuali solo nei tempi fertili della donna, il Papa Eugenio Pacelli, in un discorso del 29 ottobre 1951 alle partecipanti dell'Unione Cattolica Italiana Ostetriche,  ammise la possibilità di utilizzare tali metodi, all'epoca con alta percentuale di insuccesso, tra i coniugi, sempre comunque qualora sussistessero specifici e contingenti motivi per evitare la gravidanza e pertanto al di fuori di una logica di genitorialitá responsabile e di programmazione delle nascite. Si tratta di metodi che sono al di fuori della portata dei poveri e degli incolti, richiedendo un impegnativo tirocinio, con una serie di registrazioni e osservazioni sulla biologia del corpo femminile che si sono fatte molto complesse nelle ultime versioni, in grado di "funzionare" anche nel caso di ciclo femminile irregolare.
  Come notava Lorenzo Milani nel suo libro "Esperienze Pastorali", scritto circa vent'anni più tardi rispetto all'epoca in cui è ambientato il racconto della Ginzburg, la povertà e la promiscuità in cui vivevano le famiglie numerose delle campagne, con letti condivisi da più persone e gente che dormiva in un'unica stanza, rendeva quelle famiglie un ambiente molto diverso da quella specie di oasi ancestrale di moralità narrata in religione, per contrapporle ai costumi più liberi correnti nelle città industrializzate.
  La morale coniugale creata ai tempi dell'integrazione del fascismo con il cattolicesimo italiano, basata sul predominio del maschio marito-padre e sulla sottomissione della donna a funzioni di riproduttrice e di allevatrice è tuttora, ma di solito inconsapevolmente, alla base dell'ideologia di alcuni movimenti fondamentalisti cattolici.
  Si sostiene che vi sia una alleanza tra la Chiesa e la famiglia. A volte, più in linea con il pensiero dei saggi del Concilio degli anni '60, si ha anche coscienza che la famiglia "è" Chiesa. La realtà, ben nota ai coniugi cattolici, è diversa. Per la maggior parte delle famiglie la permanenza nella Chiesa è fonte di grandi problemi, per cui non di rado finiscono per rimanervi ai margini. Quelli più gravi riguardano le famiglie che si sono formate al di fuori del matrimonio o dopo il fallimento di un precedente matrimonio. Esse, sebbene realmente famiglie, composte da mamma, papá e figli e stabili, secondo l'espressione utilizzata l'altro giorno da presidente della CEI Angelo Bagnasco, sono disconosciute e, non di rado, insultate, anche se non si arriva più ai crudeli estremi di un tempo, con i coniugi additati come pubblici peccatori e sostanzialmente scomunicati. Ma problemi seri li hanno anche le famiglie fondate sul matrimonio ed essenzialmente per il fatto che la gerarchia non ammette l'idea di genitorialitá responsabile e di programmazione delle nascite. Ogni atto sessuale, secondo il suo insegnamento, dovrebbe comportare la possibilità di generare, anche  al di fuori del consenso dei coniugi. Tale possibilità, nel caso che i coniugi abbiano deciso responsabilmente di non generare, è un rischio. Senza questo rischio, questa sorta di "roulette russa" in cui la gente, e in particolare le donne, è spinta a giocarsi la vita, gli atti sessuali sarebbero immorali. Dunque, in quest'ottica, la vita coniugale, in cui è "impossibile" l'astensione molto prolungata dai rapporti sessuali (ne parlò il Pacelli nel discorso sopra citato), "deve" essere rischiosa per essere morale.  Lo si afferma con argomentazioni di carattere teologico, derivate fondamentalmente dai principi generali e dagli scritti sacri del più antico ebraismo, in mancanza di specifiche e puntuali indicazioni negli scritti sacri originati dalle prime nostre collettività religiose. Quanti figli bisogna avere nel corso della vita coniugale? Lì non è scritto. Quanti figli ebbero quelli dei primi discepoli che erano sposati? Non si sa. Quanti figli ebbe l'apostolo Pietro, il quale era sposato, come è scritto? Non si sa. Le scritture sacre originarono comunque nel quadro ideologico delle comunità giudaiche agricolo-pastorali di duemila anni fa, dove la prole numerosa era considerata una benedizione e la contraccezione un peccato. Ma l'umanità di allora si contava in decine di milioni, non in miliardi come oggi e la condizione sociale della donna era quella che era. Inoltre la mortalità infantile era alta.
  La fertilità naturale delle donne consentirebbe da dieci a quindici figli nel corso della vita coniugale. Papa Bergoglio tempo fa ha detto, in una conversazione informale, che a lui sembrano abbastanza anche solo tre figli. Ma i coniugi possono "programmare" di avere "solo" tre figli? E se possono farlo, perché dovrebbero necessariamente sottoporsi alla roulette russa dei metodi "naturali"? E, se non possono programmare, perché non possono farlo, mentre poi un capo religioso può decidere al posto loro?
  Fatto sta che le famiglie con meno figli, addirittura con un figlio solo, sono sostanzialmente sospettate di immoralità, o quanto meno di egoismo, specialmente negli ambienti fondamentalisti. Ma, anche al di fuori di questi ultimi, vengono portate ad esempio le famiglie con più figli, come avveniva durante il fascismo storico. Delle altre non sempre si  va fieri. Sembra che debbano sempre giustificarsi di qualche cosa. Di fatto né il fascismo né i clericali sono riusciti storicamente a incrementare la natalità. Sono le famiglie meno prolifiche ad essere immorali ed egoiste  o è la morale normativa a non essere sostenibile? Se si decide che la maggior parte delle famiglie cattoliche sono immorali, non si può poi parlare di alleanza con loro. 
  Nel prossimo ottobre, capi religiosi maschi e celibi provenienti da tutto il mondo si travaglieranno per dire alle famiglie cattoliche, senza nessun vero apporto di queste ultime, come essere famiglie.  Se partiranno dalla loro teologia, quindi dai problemi insolubili che la loro stessa teologia ha creato come insolubili, falliranno.
  La teologia dovrebbe essere al servizio della Chiesa, non viceversa.
 Nei problemi della famiglia sarebbe consigliabile partire da considerazioni più realistiche e, innanzi tutto, dalla concreta esperienza dei coniugi cristiani.
  Mi pare che dai coniugi cristiani in genere emergano le seguenti osservazioni che essi vorrebbero fossero prese seriamente in considerazione e discusse nel prossimo sinodo.
  Ci sono famiglie anche al di fuori del matrimonio canonico, inteso come atto religioso solenne, formale, e che nondimeno vogliono essere cristiane.
  È insostenibile obbligare le va famiglie a rinunciare alla programmazione responsabile delle nascite, in un mondo altamente sovrappopolato come quello in cui viviamo, molto diverso da quello antico in cui si formarono le scritture sacre, e in cui è obbligo civile dei genitori di garantire ai figli condizioni di vita degne.
È insostenibile obbligare le famiglie alla roulette russa dei metodi "naturali" di regolazione della fertilità.
 È insostenibile obbligare la donna al ruolo di riproduttrice e di allevatrice di figli.
 È insostenibile proporre che le decisioni sulla fertilità coniugale siano prese al di fuori della coppia
  È insostenibile ragionare in materia di morale coniugale considerando  "ideale" la fertilità di dieci/quindici figli nel corso della vita coniugale, vale a dire la fertilità "naturale".
  Che significa "insostenibile"? Significa che certe strategie fondamentaliste, potenzialmente in grado di rovinare vita della gente, non verranno seguite in società, a qualunque livello gerarchico vengano imposte. E che, se si vuole ripristinare una "alleanza", occorre prenderne atto. Nella società di oggi,  esse  potranno essere seguite da minoranze particolarmente motivate, salvo che vere provvidenze a favore della natalità, che in Italia non ci sono e non ci sono mai state negli ultimi decenni, spingano molte più persone a puntare responsabilmente verso livelli più alti di prolificità. Ma non si tratta solo di questo. In Italia viviamo un modello di sviluppo che non dà speranze alle famiglie. E oggi non si accetta più di generare figli per farne degli infelici. Costruire la società in maniera diversa è possibile. Nelle nazioni scandinave, ad esempio, ci si è riusciti.
  Ciò posto, la teologia dovrebbe poi studiare se e come costruire un nuovo "trattato" sulla famiglia che tenga conto di queste realtà.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monge Sacro, Valli  

domenica 23 agosto 2015

Un radicale mutamento di prospettiva

          Un radicale mutamento di prospettiva 

  Nei due interventi pubblici del segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana Nunzio Galantino che ho trascritto nei giorni scorsi vi è un radicale mutamento di prospettiva relativo all'atteggiamento della persona di fede verso la politica. La presa di posizione è di eccezionale rilevanza politica per la posizione del Galantino nella gerarchia del clero e, in particolare, per essere egli notoriamente persona di fiducia del Papa. Quest'ultimo, tra i molti beceri insulti ricevuti nei giorni scorsi dopo i suoi interventi umanitari sulla tragedia dei migranti dal Vicino Oriente e dall'Africa, ha ricevuto un'obiezione molto seria da parte di Sandro Magister, il "vaticanista" del settimanale "L'Espresso", il quale ha rilevato una affinità delle posizioni papali con quelle del populismo "peronista" argentino. Juan Domingo Peron (1894-1974), presidente argentino  proveniente dai ranghi militari, suscitò, in due stagioni storiche, regimi sostanzialmente autoritari centrati sulla sua persona cercando l'appoggio delle masse con misure politiche a loro favore, in modo da usarle strumentalmente contro i suoi avversari per rafforzare il suo potere politico, creando appunto l'ideologia detta "peronista". In modo più duro sembra si sia espresso il politologo Sartori, persona di grande valore intellettuale, il quale, in una intervista pubblicata sul quotidiano Il Fatto Quotidiano e ripresa da altri organi di stampa,  avrebbe accusato il Papa di essere un "furbacchione".
  Ora, se pensiamo, come è probabile, che il Galantino abbia trasmesso gli orientamenti del Papa, le obiezioni di Magister e Sartori appaiono infondate. Quanto a quella di "furberia" populistica basterebbe in effetti  osservare il carattere fortemente impopolare degli interventi papali sui migranti. Egli invoca misericordia laddove la nostra gente è poco disposta ad usarla. E infatti hanno forte presa popolare i populismi anti-migranti correnti nella nostra politica. Quanto a quella più articolata di Magister, va osservato che gli interventi del Galantino segnano una imprevista e forte ripresa delle correnti di pensiero che, nella Chiesa, vanno a favore della conciliabilità, ancora spesso in forse, di fede religiosa e democrazia. Galantino scrive infatti della necessità di una vera e propria  "conversione" della Chiesa alla democrazia. Democrazia significa, in questa prospettiva, riconoscere di avere bisogna degli altri, evasione dall'idea di autosufficienza religiosa. Per cui anche la gerarchia religiosa ammette di avere bisogno di essere aiutata dal resto del popolo. A tal proposito si riconosce, ed è a mia memoria la prima volta che un'autorità religiosa del livello di Galantino lo fa, che la Chiesa si "compromise" con il regime fascista e che riuscì a pagare un prezzo non troppo alto per merito di laici di fede come De Gasperi e di molti esponenti del basso clero, che le consentirono di recuperare la fiducia del popolo, altrimenti le cose si sarebbero messe molto male. Si tratta di una ricostruzione storica realista, molto lontana dalle solite autocelebrazioni propagandistiche e autoassolutorie della gerarchia. Questo orientamento di pensiero ha trovato l'altro ieri, al Meeting di Rimini, una fondazione culturale in una "antropologia del limite", in cui il riconoscimento del limite creaturale, inteso non in senso reazionario, non obbliga la persona di fede a rimanere in un qualche "recinto" ideologico, ma la spinge a trovare un completamento nel rapporto con gli altri, quindi a scoprire gli altri, per risolvere i problemi.  Non ci si illude di poter riuscire ad essere superuomini, ma si ha consapevolezza che occorre varcare le frontiere che si separano dagli altri per riuscire a trovare una risposta collettiva a problemi collettivi, sociali. Galantino ha parlato in merito di "passione per le frontiere". La consapevolezza del limite ci spinge verso gli altri e al rinnovamento, innanzi tutto interiore ma anche sociale, per costruire risposte collettive alle necessità umane.  Ecco che allora, accogliendo questa prospettiva, la persona di fede può anche vedere in una nuova luce il movimento dei disperati migranti di questi mesi verso l'Europa: non si tratta di una invasione, come suggerito dai crudeli e immorali populismi oggi correnti tra di noi europei, ma di ricerca di aiuto, è gente che si riconosce carente e che cerca di superare le frontiere per cercare, nella nostra civiltà, una risposta sociale ai loro problemi. Ed è per questo che i migranti si dirigono preferenzialmente verso le regioni del nordeuropa, ad esempio verso Germania e Norvegia, che hanno i sistemi di sicurezza sociale più avanzati. Il fatto che, in questo movimenti di popoli, l'Italia sia solo terra di passaggio ci dovrebbe avvilire, perché è un indice evidente della nostra arretratezza sociale.
  Gli interventi del Galantino ci spingono a tornare alla politica, nel suo senso più profondo, noto fin dall'antichità, e, per questo, ad uscire dalla concezione clericale finora corrente dell'autosufficienza religiosa sui temi sociali e politici.  Ci spinge, in politica, a non sentirci gregge, limitandoci a invocare e attendere la guida di un qualche "pastore", ma ad essere protagonisti di un profondo rinnovamento sociale su basi democratiche, che significa anche difendere la propria posizione sui temi in discussione ma saper poi accettare la decisione comune: "fare chiarezza in mezzo al popolo e poi rispettarne la volontà" (così nel contributo di Galantino per il convegno su De Gasperi). E ancora: "è meglio lottare per convincere che protestare per sdegnarsi".
  Fortissima appare infine la critica al conservatorismo politico su base religiosa, che ha sostanzialmente guidato la gerarchia italiana nella stagione conclusasi nel 2013. Esso è infatti incompatibile con l'esigenza di ricostruzione del tessuto sociale richiesta per confrontarsi con le sfondo del mondo globalizzato contemporaneo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 22 agosto 2015

Intervento di monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei - XXXVI edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli (Rimini, 22 agosto 2015) -

Persona: senso del limite e fascino delle frontiere
"Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?" (Mario Luzi)

Intervento di monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei - XXXVI edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli (Rimini, 22 agosto 2015)

Introduzione
Il tema scelto per questa 36a edizione del Meeting è un tema di carattere squisitamente antropologico; un tema capace di portarci immediatamente al centro della questione umana, al "cuore" dell’esperienza che ognuno di noi fa; al cuore, quindi, dell’uomo stesso. Un cuore mai appagato che, a tratti, ma costantemente nel tempo, sperimenta una radicale "mancanza", a proposito della quale Mario Luzi interrogava il suo cuore con quelle parole che voi stessi avete scelto: «Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?». Un cuore che – se non è malato - fa del raggiungimento di ogni traguardo esistenziale una meta transitoria, punto di ripartenza per una tappa successiva. Un’esperienza che trova eco in quello che Bernardo di Chiaravalle scrive nel suo Commento al Cantico dei cantici.

Così l’uomo – ogni uomo - vive costantemente proteso alla ricerca di "altro-da-sé", nella fiduciosa attesa di riuscire a dare un nome (e quindi "un volto") a ciò che può saziare il suo cuore.

Vorrei partire proprio da questo dato esperienziale che ci accomuna tutti, pur nella diversità di espressione che caratterizza ciascuno di noi, per provare a interrogare antropologicamente quella “mancanza” che, costantemente, tiene desto ed affamato il nostro cuore. Vorrei provare, con voi, a riflettere sull’esperienza del limite e della fragilità che accompagnano la vita quotidiana di ogni individuo: «Di che è mancanza questa mancanza?».

Quante domande mi si sono affacciate mentre preparavo queste riflessioni! Tra le più insistenti: perché il nostro cammino, individuale e comunitario, è contrassegnato, e in modo così profondo – qualche volta in maniera insopportabile - dalla “mancanza”? E quindi: perché tutti gli uomini, prima o poi, fanno i conti con qualche forma di mancanza/povertà? Ancora: l’esperienza del limite annichilisce la vita dell’uomo o può rappresentare, se adeguatamente compresa e integrata, un’occasione di crescita e di umanizzazione? Un’altra domanda: in che modo una seria assunzione del limite può portare a un rinnovamento dell’esistenza personale e comunitaria?

Per rispondere a queste domande e partendo dall’esperienza della “mancanza” che il cuore dell’uomo patisce, provo a raccogliere le mie riflessioni intorno a tre nodi: il primo è costituito da uno sguardo rivolto ad alcuni degli approcci filosofici che hanno affrontato il tema del limite con l’uso della sola ragione; in un secondo passaggio richiamerò il contributo nuovo e unico della fede cristiana alla comprensione del limite; da ultimo tenterò di far discendere da quella che chiamo “antropologia del limite” alcune conseguenze pratiche per la vita dei singoli, per la Chiesa e per la società.

Anticipo che il percorso che ho fatto e che metto in comune con voi mi ha portato a concludere che il senso del limite è solo un momento – per quanto forte ed intenso - dell’esperienza dell’uomo; l’uomo infatti non smette di subire costantemente il fascino delle frontiere. Sicché la mancanza è una condizione che, se accettata ed integrata, apre all’ “oltre”, alla trascendenza.

1. La persona umana, tra esperienza del limite e fascino delle frontiere
Il nostro tempo è stato, tra l’altro e da più parti, definito come tempo post-filosofico, perché sempre meno attento alla giustificazione razionale degli orientamenti e delle scelte, individuali e pubbliche, guidate per lo più dal perseguimento di interessi e fini immediati e poco meditati, dettati spesso dalla ricerca dell’utile e meno da un progetto consapevole e a lunga scadenza. Solo apparentemente questo modo di agire è privo di presupposti teoretici e di reali obiettivi. In realtà, presupposti e obiettivi esistono, ma non sono esplicitati; rimangono sotto traccia, quasi non dovessero essere sottoposti a un vaglio attento. A ogni azione o orientamento corrisponde sempre un certo valore che si intende perseguire; sempre vi è alla base dell’agire una certa idea di persona, un ideale di essere umano e di società da raggiungere e verso il quale ci si incammina.

Possiamo dire allora che l’antropologia è l’elemento centrale e propulsivo del nostro operare, perché a partire da come pensiamo la persona umana e il modo in cui dovrebbe vivere, costruiamo, per quanto ci è possibile, un certo tipo di società e di esistenza individuale. Per questo motivo, è essenziale elaborare un’antropologia adeguata, senza la quale si sarà guidati da un’immagine distorta di ciò che siamo o dovremmo essere.

A partire dagli anni Settanta, abbiamo assistito a un radicale mutamento del paradigma antropologico, che ha contribuito a mettere al centro - talvolta enfatizzandola in maniera esclusiva - la libertà individuale, quasi rappresentasse l’unico vero valore. Questo dato viene oggi presupposto e assunto acriticamente, perché ritenuto del tutto evidente; ed è tacciato di essere retrogrado, repressivo e fuori dal tempo chi tenta di metterlo in discussione e mostrare, argomentando, che la persona non è solo libertà e libertà assoluta e che la sua è, come scriveva Emmanuel Mounier, una “libertà creata”.

Non solo, ma l’uomo è tante altre cose ancora: ricerca di Dio e della verità, responsabilità, accettazione del sacrificio, alle quali è intimamente legato il raggiungimento di una libertà vera. Senza potere giustificare come si dovrebbe l’affermazione seguente, diciamo in breve che il relativismo che qui si manifesta vuole promuovere a tal punto la libertà individuale da non tollerare chi la intenda in altro modo, limitando la libertà altrui al fine di difenderla: autentica contraddizione e vero spirito post-filosofico, non razionale.

Provo ad inserirmi in queste derive e a confrontarmi razionalmente con esse formulando una proposta molto concreta, sulla quale molti filosofi hanno riflettuto approfonditamente e che rende ragione di tanta parte della nostra vita quotidiana. Il mio angolo visuale, ecco la proposta che avanzo, è di comprendere l’essere umano a partire dal limite, articolando così una “antropologia del limite”, non nel senso di un’antropologia non orientata alla felicità o al benessere della persona; ma nel senso di un’antropologia che li persegue tenendo conto della nativa debolezza dell’uomo. Il limite, la “mancanza” non possono essere semplicisticamente messi da parte come un inconveniente o un elemento trascurabile, ma vanno assunti come elementi che strutturano radicalmente l’essere della persona, e vanno valorizzati come portatori di una potenziale ricchezza.

L’uomo è, nella sua stessa essenza, un “essere-nel-limite”. Non mi riferisco qui al limite morale, cioè al male che talora l’uomo deliberatamente decide di compiere e che ne corrompe l’integrità, danneggiando se stesso e il prossimo. Parlo invece del limite insito nella natura stessa dell’uomo, in quanto essere creaturale e intrinsecamente mancante; mancanza, della quale facciamo esperienza ogni giorno e che si manifesta in molte forme e innumerevoli aspetti: nella malattia e in ogni forma di sofferenza, nella difficoltà o impossibilità di realizzare le proprie aspirazioni, nella fatica a collaborare e convivere con gli altri, nella morte che pare azzerare e svuotare ogni obiettivo raggiunto.

Se il limite, di cui siamo rivestiti, non è accettato, l’esistenza può trasformarsi in una finzione e divenire il tentativo di svincolarsi dai limiti senza mai riuscirvi, di negare la propria natura finita e la propria pochezza. L’essere umano desidera ciò che è grande e illimitato e tende a raggiungere cose sempre più grandi di quelle che ha. Questo è positivo e non è un male in se stesso. Lo diviene però se egli rifiuta la sua debolezza e intende questi obiettivi come dei diritti, arrivando a pretendere di raggiungerli invece che perseguirli con umiltà. Questo – l’umiltà – è l’atteggiamento interiore che consente di valorizzare il limite, rendendolo un motivo di crescita invece che di rammarico; è la virtù che permette di accettare la propria condizione senza desiderarne un’altra, ma accogliendone le sfide e la bellezza.

2. Il limite non come ostacolo ma come via di compimento dell’umano
Il limite è nell’uomo un fattore propulsivo, in quanto genera il desiderio, che è il motore della volontà. Se l’uomo possedesse tutto, non cercherebbe nulla; se al contrario si scopre mancante, è mosso alla ricerca di ciò che non ha. Questo avviene per esempio sul piano della conoscenza, come spiega un intenso passaggio dell’enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II: «Il desiderio di conoscere – affermava il pontefice – è così grande e comporta un tale dinamismo, che il cuore dell’uomo, pur nell’esperienza del limite invalicabile, sospira verso l’infinita ricchezza che sta oltre, perché intuisce che in essa è custodita la risposta appagante per ogni questione ancora irrisolta» (n.17). Compresa in quest’ottica, la percezione del proprio limite è fonte di nuove scoperte, perché suscita nell’uomo il desiderio di conoscere e di cercare. Questo avviene su tutti i piani del vivere umano, dalle relazioni, al benessere economico, alla ricerca dell’Assoluto.

In quest’ottica, il limite non è semplicemente sinonimo di “imperfezione”, ma è la radice stessa dell’apertura dell’uomo. Proprio l’esperienza dell’indigenza, infatti, che nasce dal limite, porta al fascino delle frontiere. Il limite allora è una scuola capace di insegnarci quale sia il segreto della vita. Chi è appagato non cerca, né lo fa chi è disperato. Cerca invece chi è povero, cioè chi percepisce il limite come caratterizzante la natura umana e ne fa motivo di crescita. In questo senso la persona va concepita in modo che il limite non sia un accidente, ma costitutivo dell’essere. Se accettato, la coscienza del limite si trasforma in desiderio di aprirsi agli altri e all’Altro, con la a maiuscola, cioè a Dio.

3. … a garanzia dell’umanità della persona
L’antropologia del limite però non può risolversi in uno sterile elogio del limite in quanto tale, né dell’imperfezione in se stessa. Ciò che invece va elogiato è l’essere umano e la sua “umanità”, intesa come qualità essenziale. Un humanum, come ho più volte affermato, che non può prescindere dal limite e dalla coscienza di esso.

Ma se ciò mette al riparo da qualsiasi forma di perfezionismo, non ci dispensa certo dal cercare risposta ad alcuni ulteriori interrogativi chiarificatori su quella che, in mancanza di altri termini, stiamo chiamando “antropologia del limite”. Tra le tante possibili, due questioni immediate meritano la nostra attenzione. La prima: l’antropologia del limite non priva l’uomo di una meta, di un ideale? E poi, la seconda: quella che abbiamo chiamato fin qui “antropologia del limite” non favorisce forse il lassismo morale?

A proposito della prima domanda, credo si possa concordare sul fatto che la persona senza ideali e senza meta finisce presto col vivere una vita senza senso. D’altra parte, va riconosciuto che un ideale antropologicamente insostenibile facilmente finisce col determinare un orientamento negativo della persona. Esattamente tale - antropologicamente insostenibile – appare un ideale della perfezione che rifiuta di realizzarsi e di camminare di pari passo con la positiva coscienza del limite. Quando questa manca, infatti, si innescano meccanismi che rendono inevitabilmente “disumani”, sia a livello psicologico sia sul piano etico. Accogliere il proprio “essere umano” vuol dire, allora, riconciliarsi col proprio essere indigente, senza per questo sentirsi condannati a vivere senza ideali, senza sentirsi condannati a rinunciare al “fascino delle frontiere”. Tra queste, in tale contesto, quella che possiede un fascino maggiormente irresistibile è anche quella più realistica da raggiungere: “divenire umani”.

Venendo al secondo interrogativo – il dubbio cioè che l’accettazione del limite o la coscienza di esso come condizione di apertura, possa aprire la strada al lassismo morale – vorrei chiarire alcuni passaggi. Finora, nel mio ragionamento, ho cercato di sottolineare l’esigenza di riconoscere la contemporanea presenza nell’uomo del senso del limite e del fascino delle frontiere. In altre parole (e con termini un po’ più filosofici), nel modello antropologico che propongo non è possibile affermare una separazione tra l’essere storico ed incarnato dell’uomo e il suo essere trascendente, fatto quindi per autotrascendersi.

Sono convinto, quindi, che chi considera l’accettazione del limite come anticamera obbligata e come strada che sfocia inevitabilmente nel lassismo morale, e comunque nella rinuncia al superamento del limite, poggia la sua affermazione su almeno due presupposti errati. Il primo è che il limite di cui stiamo parlando sia, già di per sé, se non sinonimo, almeno frutto di leggerezza e di mancanza di volontà personale e non, come si è detto, dimensione costitutiva dell’essere umano. Il secondo presupposto errato sta nel ritenere che parlare di coscienza del limite e di accettazione di esso coincida tout court con l’esaltazione del difettoso e con l’elogio dell’errore in quanto tale. Mi pare, a questo proposito, totalmente condivisibile l’osservazione di Bonhoeffer che, in Sanctorum communio, scrive: «Quanto più chiaramente viene riconosciuto il limite, tanto più profondamente la persona entra nella condizione di responsabilità» .

4. L’assunzione del limite come occasione di rinnovamento individuale, ecclesiale e sociale
Un’osservazione, quella del pastore luterano, che trova profondo radicamento nell’evento cristiano. Qual è, infatti, il volto di Dio che Gesù ci rivela e che da soli mai avremmo potuto conoscere adeguatamente? E’ il volto di un Padre che usa la sua onnipotenza per amare, che guarisce la disobbedienza con il perdono e non con la punizione, che chiede di farsi poveri perché lui per primo, in Gesù, sceglie la povertà per stare con noi.

La diffusione del cristianesimo è l’evento che più ha rivoluzionato la storia del mondo e il modo di pensare l’humanum. Credere in un Dio che soffre fino alla morte, che è il punto drammaticamente più alto del limite; e credere in un Dio che vince il male assumendo la debolezza altrui introduce una visione che stravolge per sempre le categorie attraverso le quali si pensa il divino. Il comandamento dell’amore, che per il Vangelo riassume tutti i comandamenti, porta a intendere gli ultimi non più come scarti, ma come persone da sollevare e delle quali condividere la sorte. Per questo l’ascolto della parola di Gesù, la meditazione del suo esempio, la contemplazione del mistero della Pasqua, forniscono una luce ineguagliabile sull’uomo e rappresentano un’antropologia del limite già compiuta e nella sua perfezione. A noi sta di coglierne i riflessi per l’oggi e di tradurla nel nostro tempo.

E’ stato sapientemente affermato che «sviluppo e perfezione non sono sinonimi». Questo non significa che ci si debba accontentare, a livello individuale e nella società, di ciò che è mediocre. Non significa neppure che ci si debba appiattire su una moralità che non tende alla perfezione, ma si adagia su un minimo o su una comoda via di mezzo. La non equivalenza di sviluppo e perfezione implica qualcosa di molto più profondo. Essa ha come conseguenza che chi sperimenta qualche forma di difficoltà venga integrato e non scartato; che quanti sono ai margini dello sviluppo siano coinvolti e le loro potenzialità messe a frutto.

Una società che fa del limite una risorsa non considera i gruppi e gli Stati per quanto sanno produrre o per le risorse finanziarie di cui dispongono, e tenta anzitutto e con i mezzi di cui realisticamente dispone di risollevare i poveri, per non creare un mondo a due velocità. Lo fa con l’attenzione a tutti i poveri, a quelli che non hanno il lavoro o lo hanno perso, a quelli che provengono da zone più povere ed economicamente arretrate, a quelli che non sono in grado di difendersi perché attendono di nascere e godere della vita.

Anche la Chiesa è sollecitata, da un’antropologia del limite, a rinnovarsi nelle sue strutture, nelle dinamiche decisionali e nelle prassi concrete delle comunità. Le comunità ecclesiali e le associazioni già sono, per il nostro tempo, un mirabile segno della presenza di Dio e della carità che da lui promana. Queste giornate di incontro e riflessione ne sono un esempio. Tuttavia, ancora tanto dobbiamo fare nella via della testimonianza; tanto ancora dobbiamo crescere nel dar vita a dinamiche autenticamente evangeliche e libere, che manifestino in modo sempre più trasparente la carità da cui siamo stati raggiunti. Una Chiesa che fa del limite una risorsa assume lo stile missionario tanto invocato da Papa Francesco, divenendo sempre meno dispensatrice di servizi e sempre più “ospedale da campo”, chinata sugli ultimi, nei quali è racchiusa la più grande ricchezza, nei quali è presente lo stesso Signore, dai quali spera di essere accolta nel Regno di Dio.

Da ultimo, è la vita del singolo che deve essere rivista e ammodernata da una più forte presa consapevolezza del proprio limite. Chi assume il limite alla maniera di cui abbiamo detto sopra, lo sperimenta non solo come sofferenza, che è dimensione costitutiva dell’esistenza umana, ma anche come consolazione. «Beati gli afflitti», insegna Gesù (Mt 5,4), a indicare la ricchezza offerta a chi colga la debolezza come possibilità di abbandonarsi al Padre. Una persona che fa del limite una risorsa, mette da parte l’istinto a difendersi dagli altri, si apre più facilmente alla condivisione e - per chi crede - trova nella preghiera la via di accesso ai beni più grandi.

Conclusione
Un’antropologia del limite non si traduce in un elogio del limite stesso, ma in un’esaltazione dell’essere umano, capace di generare un ideale di perfezione che tenga conto del limite e lo traduca in storicità, concretezza, incarnazione. La prima frontiera che, alla luce dell’ antropologia del limite diviene possibile è quindi – come ho detto -quella di diventare più umani; in un cammino che, per molti di noi nel presente, come per tanti altri nel passato, è coinciso con l’incontro, nella fede, con Gesù Cristo. In Lui, il senso del limite umano trova pienezza di significato e viene “sanato” da ogni sua stortura. Chi lo ha sperimentato è chiamato a darne testimonianza fraterna e rispettosa a chi fatica in questo percorso, alla ricerca di risposte autentiche.
Solo quando la propria vita è condotta alla luce di queste considerazioni; solo quando la nostra vita, consapevole del limite, continua a subire il fascino delle frontiere è possibile riconoscere come vere e a fare nostra l’intensa invocazione di Agostino: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te».

Mons.Nunzio Galantino
Segretario generale della Cei
Vescovo emerito di Cassano all’Jonio

mercoledì 19 agosto 2015

Testo della lectio magistralis degasperiana di mons. Nunzio Galantino - segretario generale della CEI

  Per la sua eccezionale rilevanza politico-religiosa, trascrivo di seguito il testo della lezione magistrale sul modello e sull'esempio di Alcide De Gasperi nella ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, scritta da mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, e diffusa l'altro giorno dalla Fondazione Alcide De Gasperi di Trento in occasione del suo annuale convegno sullo statista.
  La strepitosa portata del documento va molto oltre le superficiali anticipazioni di stampa.
  Abbiate, vi prego, la pazienza di leggerlo integralmente e con attenzione.
 Il testo è stato reperito sul WEB.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
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La «ricostruzione» italiana.
Il modello e lesempio di Alcide De Gasperi
(Pieve Tesino, 18 agosto 2015)

1. Premessa.
Porgo un saluto sincero a tutti voi, che avete voluto impreziosire questappuntamento annuale con la vostra presenza: saluto i familiari di Alcide De Gasperi, i numerosi cittadini, i rappresentanti delle Istituzioni le Amministrazioni, la Provincia di Trento e il Parlamento e il caro Arcivescovo di questa Chiesa.
Quando, a nome della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, il prof. Giuseppe Tognon mi ha proposto la Lectio su De Gasperi sono subito stato tentato di rispondere di no; mi ha trattenuto dal rifiutare il pensiero che non è mai giusto sprecare occasioni di confronto e di riflessione, specie in un tempo come il nostro, tuttaltro che incline al confronto e alla riflessione; non mi dispiaceva nemmeno il desiderio di poter rendere onore, come figlio di un antico militante democristiano nella terra di Giuseppe Di Vittorio e come Vescovo, a un cristiano così libero e coraggioso come è stato Alcide De Gasperi.
Se potete dunque perdonare la mia audacia, a maggior ragione vi chiedo di accogliere con benevolenza, sotto il nome di De Gasperi, le cose che porto nel cuore e che spero possano aiutarci a recuperare fiducia nella fede e nella politica, che è quello di cui parlerò oggi. Abbiamo bisogno di entrambe, sempre di più. Senza politica si muore. Le società si disgregherebbero e la prepotenza umana dilagherebbe. Nessuno ha inventato ancora un sostituto delle istituzioni politiche, del diritto, della democrazia. Le società hanno bisogno di essere governate; da cristiani e da cittadini consapevoli, dobbiamo aggiungere che dovrebbero essere governate prima di tutto secondo giustizia.
2, Le virtù personali e le virtù politiche di De Gasperi
Lesempio di De Gasperi è sotto questaspetto unico, dalle radici profonde. Sulla sua spiritualità ho letto nel testo di Maurizio Gentilini, lampio saggio di don Giulio Delugan, storico direttore di Vita trentina, che fu legato allo Statista da uno stretto e duraturo rapporto di amicizia. Emerge, in seguito allavvento del fascismo, il lungo periodo di umiliazione e di tribolazione a cui De Gasperi fu costretto, periodo che in certi momenti raggiunse dei toni veramente drammatici. Proprio di quel periodo Delugan può scrivere: Ho sempre trovato e ammirato in De Gasperi e lo dico non per sciocca adulazione postuma, ma per rendere omaggio alla pura verità oggettiva il cattolico guidato da una fede granitica, coerente, cristallina, di una condotta pratica esemplare e a volte veramente ammirabile. E ancora: Non ho mai notato neppure lombra del così detto sdoppiamento di coscienza, per cui nella vita privata si seguono certe norme di condotta e nella vita pubblica se ne seguono altre....  A ben vedere, ogni commento è superfluo... Si capisce, invece, come De Gasperi abbia potuto attraversare alcuni tra i più difficili passaggi della storia contemporanea conservando una straordinaria serenità danimo. Le sue virtù personali sono state anche le sue virtù politiche. Ha avuto il dono di una coerenza invidiabile: La fede e la condotta religiosa di De Gasperi è ancora Delugan che scrive non è stata una bella facciata, che nasconde il vuoto come certe facciate di palazzi in città bombardate durante la guerra; non è stata un abito da cerimonia per certe solenni occasioni, o una luce tardiva sorta nel suo spirito solo negli ultimi anni, ma qualche cosa di intimo, di profondo, di incarnato nella sua anima, di sostanziale e di genuino, che ha informato, plasmato e guidato il suo spirito fin dai suoi giovani anni e lha poi accompagnato ispirandone parole e azioni per tutta la vita.
La professione politica ha quindi condotto De Gasperi là dove non avrebbe mai pensato di arrivare. Prima suddito ai margini di un Impero, poi di un Regno che lo ha imprigionato e quindi finalmente cittadino di una Repubblica che egli ha contribuito in maniera decisiva a costruire e che, invece, non ne ha sempre riconosciuto i meriti.
3. La Ricostruzione italiana: la complessa esperienza degasperiana
  De Gasperi non è solo un esempio, ma è un modello che merita di essere studiato come elemento centrale di una storia collettiva esemplare. Lesperienza degasperiana della Ricostruzione italiana è una cosa diversa e ben più complessa della formula del Centrismo con cui gli storici definiscono gli anni dal 1948 al 1954. Essa è unesperienza popolare che va oltre le vicende politiche nazionali: è una forma alta di partecipazione e insieme una dimostrazione di ciò che si può realizzare quando la si assume davvero come una missione di servizio. Si può discutere se la Ricostruzione sia stata il compimento del Risorgimento -, ma non si può negare che ha costituito il passaggio storico in cui le donne e gli uomini italiani, popolo e Chiesa, hanno dimostrato una straordinaria capacità di resilienza, una autentica conversione alla forma democratica, a dimostrazione che la democrazia richiede sempre anche virtù eroiche perché non è mai un regime di comodo.
Durante la seconda guerra mondiale, la Chiesa, soprattutto il basso clero, ebbe la forza di schierarsi dalla parte del popolo e riuscì a non pagare prezzi troppo alti alla sua compromissione con il regime fascista. In cambio di questa benevolenza popolare (una fiducia antica che come Chiesa dobbiamo sempre nuovamente meritare) ha potuto chiamare alla politica unintera generazione di giovani, la generazione di Moro e di Fanfani, e tenere unito il mondo cattolico. Ma questa nuova leva di deputati e senatori e questunità politica che abbracciava sindacati, associazionismo, organizzazioni religiose, e che qualcuno nella Chiesa pensava di poter manovrare a piacimento, non avrebbero avuto il loro successo se non avessero incontrato un capo come De Gasperi, uomo dellOttocento, certo, ma un maestro, esigente, lungimirante, libero. Nel 1954 il ventre della DC e i giovani leoni, impazienti, vollero scrollarsi di dosso lingombrante leader: credettero di poter fare meglio e in alcuni casi, forse, vi riuscirono, ma con la fine politica di De Gasperi si chiuse davvero unepoca che ritorna attuale oggi.
Noi siamo in pieno nel passaggio verso una nuova intelligenza civile: il mondo è cambiato, nulla sembra uguale a prima, e la memoria di maestri come De Gasperi diventa ancora più attuale. Egli non volle mai essere seguace di dottrine sterili o antiliberali ed ebbe sempre la preoccupazione che i cattolici non apparissero coloro che operavano per la conservazione di una struttura sociale e statale non voluta, solo ereditata, e in molte parti ormai marcia.
I dieci anni che vanno dalla Liberazione alla morte dello statista, nel 1954, sono stati il decennio più eroico della storia politica italiana. Un decennio non idilliaco, pieno di problemi, di opere incompiute e anche di cose storte. La strategia politica degasperiana può apparire a qualcuno quasi scontata, vista la divisione del mondo in blocchi, ma non si tiene conto che nulla allora per lItalia era scontato, che il Paese era radicalmente ignorante di democrazia e, soprattutto, che il blocco moderato era profondamente conservatore. Portare i cattolici verso una democrazia governante in una alleanza strategica tra classe operaia e ceto medio è stato per De Gasperi come una traversata del deserto o del Mar Rosso. Fu un decennio di scelte decisive, sbagliando le quali si sarebbe potuto rovinare tutto..
LItalia che era entrata in guerra non esisteva più. LItalia che avrebbe dovuto essere, nessuno ne conosceva con esattezza lidentità: il fascismo aveva in qualche modo corrotto lanima di un intero Paese e le classi dirigenti antifasciste erano state messe allangolo, se non al confino. Dal 1946 si navigò invece in mare aperto, con grandi partiti di massa che erano come delle grandi navi, potenti ma zavorrate da tante attese e da correnti, e che per entrare nel porto della democrazia domandavano piloti abili e coraggiosi.
4 I cardini della Ricostruzione degasperiana
La Ricostruzione degasperiana rimane un modello perché De Gasperi lha ancorata intorno a tre cardini, che restano solidi e che hanno consentito che si aprisse la porta ad una nuova Italia.
4.1 Rispetto delle istituzioni ed esercizio di democrazia
Il primo cardine è il rispetto delle Istituzioni e, in particolare, del Parlamento.
Basterebbe riprendere in mano quanto disse in questa stessa circostanza ormai
dieci anni fa Leopoldo Elia, intervenendo su Alcide De Gasperi e lAssemblea
Costituente, per trovarvi spunti ed elementi al riguardo. De Gasperi fu segretario di partito e poi presidente del Consiglio per otto anni, ma tutte le scelte fondamentali della sua politica interna e internazionale sono state elaborate dai partiti allinterno del Parlamento, nel rispetto più assoluto delle regole e con un faticoso quanto meticoloso lavoro politico svolto in profondità. Ciò ha comportato non poche difficoltà nel gestire sia le coalizioni di governo sia le diverse e vitali correnti di partito, ma mai De Gasperi ha ceduto alla tentazione di coartare il Parlamento, che era la sede in cui egli pretendeva il rispetto e in cui poteva riconoscere alle opposizioni il ruolo che meritavano. Quando nel 1953, preoccupato degli scricchiolii della propria maggioranza, propose una nuova legge elettorale maggioritaria, contro cui si scatenò una pesante campagna denigratoria,il suo premio di maggioranza sarebbe comunque scattato solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza dei voti, il 50%!
Il Parlamento era la sede della legittimazione della volontà popolare, il luogo nel quale, soprattutto, si costruivano le riforme sociali, lanima autentica di ogni democrazia, che non può ridursi a semplice politica fiscale e tanto meno a una politica economica meccanica. De Gasperi aveva ben chiaro che una crisi come quella del secondo dopoguerra non poteva essere vinta con la leva dei soli strumenti economici: era necessario che una rigorosa politica di bilancio fosse inserita in una visione politica internazionale ed europea e venisse sostenuta vorrei dire incarnata da una ferrea tempra morale. Nella relazione politica al Congresso nazionale della DC del novembre 1952 De Gasperi disse:
Lo Stato democratico deve essere forte. La forza è prima interiore, nella giustizia della legge, e poi esteriore e strumentale, nellautorità di imporre la legge e di punire i trasgressori. La forza dello Stato è nel suo diritto, nella legittimità del potere, nella razionalità delle disposizioni, nella precisione dellordine. Lo Stato è forte se il legislativo è illuminato e se è stabile e forte lesecutivo, anche per realizzare una politica di riforme sociali.
 Oggi siamo più vicini di quanto crediamo alle sfide che De Gasperi dovette affrontare, anche se esse a molti non appaiono oggi così drammatiche. Siamo di fronte alla necessità non solo di una nuova forma di convivenza fra i popoli, ma anche di un nuovo modello macro-economico, di una nuova politica industriale, di una politica dei diritti sociali più completa. Chi pensa, chi adotta, chi realizza queste riforme? Esse richiedono una democrazia costruita con un di più di ascolto, un di più di precisione e di attenzione ai dettagli, per adattare i grandi principi delluguaglianza e della solidarietà a regole sempre nuove di giustizia, che non può rimanere una questione confinata nelle aule dei tribunali.
De Gasperi è un modello. I modelli di un sarto o i prototipi di unofficina sono i materiali più preziosi di ogni impresa, sono semi dintelligenza e desperienza, ed è su di essi che si fonda linnovazione. Una politica senza memoria, che pretenda di ricominciare da zero, non ha futuro e rischia, nel migliore dei casi, di essere velleitaria. La politica, come le Istituzioni che ne sono il fondamento, ha bisogno di tempi e di spazi di manovra, soprattutto in democrazia, dove lequilibrio tra i poteri non può ridursi al rispetto formale di regole. La democrazia non è soltanto una forma di governo, ma la condizione necessaria per esercitare in positivo le libertà individuali, civili e sociali. La democrazia è un metodo di vita, unaspirazione al riconoscimento della dignità delle persone e dei popoli.
4.2. Il bene comune: ispirazione della politica e della religione
Il secondo cardine della Ricostruzione degasperiana è quello dellispirazione ideale della politica e della religione al bene comune. Oggi ci appare una cosa lontana, ma la politica che De Gasperi ha praticato era ben lontana dalla presunzione che la politica fosse tutto e che ad essa potesse essere chiesto ciò che invece non può dare: forza interiore, resistenza al male, disposizione interiore alla solidarietà. Dirsi cristiani nel settore dellattività politica disse De Gasperi nel 1950 non significa aver diritto di menar vanto di privilegi in confronto di altri, ma implica il dovere di sentirsi vincolati in modo più particolare da un profondo senso di fraternità civica, di moralità e di giustizia verso i deboli e i più poveri.
 Il progetto attuale di un umanesimo autosufficiente e di una società senza regole e senza limiti non appartiene alla visione degasperiana. Lumanesimo presuntuoso e insieme superficiale che ben conosciamo è fallito o, meglio, sopravvive in una meccanica politica che non si preoccupa di distinguere tra ciò che ha unanima e ciò che non ce lha e non sa riconoscere dove cè ancora vitalità. Certo, non è ancora tempo di cure palliative luomo e il creato non sono moribondi ma nemmeno è tempo di cullarsi in false illusioni.
  Recuperare la passione per la Ricostruzione di un popolo e di un mondo non è impresa facile, anche se necessaria. Pascal ma lo farà in maniera illuminata anche Rosmini in uno dei suoi frammenti più belli ha descritto un terzo ordine della realtà, quello della carità, che rispetto a quello dellintelletto e delle cose materiali o dei corpi, ha una potenza soprannaturale che non conosce eguali.
Gesù Cristo scrisse Pascal senza ricchezza e senza nessuna ostentazione esteriore di scienza, sta nel proprio ordine di santità. Non ha fatto invenzioni, non ha regnato; ma è stato umile, paziente, santo a Dio, terribile per i demoni, senza alcun peccato. [...] Tutti i corpi insieme e tutti gli spiriti insieme, tutte le loro produzioni, non valgono il minimo moto di carità.Questo è un ordine infinitamente più elevato. Da tutti i corpi insieme non si potrebbe far scaturire un piccolo pensiero: ciò è impossibile, è di un altro ordine. Da tutti i corpi e gli spiriti insieme, non sarebbe possibile trarre un moto di vera carità: ciò è impossibile perché è di un altro ordine, di un ordine soprannaturale7.
Questo terzo «ordine della carità» non è effimero o invisibile perché anima ogni fibra del creato. E la politica può esserne la più alta traduzione nelle cose degli uomini. La politica come ordine supremo della carità: questa io credo dovrebbe essere la grande avventura per chi ne sente la missione. A questo penso si riferisse Paolo VI quando parlava della politica come della forma più alta della carità”.
Credetemi, è questo che mi ha spinto a essere fin troppo chiaro (qualcuno ha scritto rude) negli interventi di questi ultimi giorni almeno quelli non inventati sui drammi dei profughi e dei rifugiati: nessun politico dovrebbe mai cercare voti sulla pelle degli altri e nessun problema sociale di mancanza di lavoro e di paura per il futuro può far venir meno la pietà, la carità e la pazienza. LEuropa che De Gasperi ha contribuito a fondare era più generosa di quella di oggi e i suoi capi politici farebbero bene a ricordarsi da dove gli europei sono venuti e dopo quali terribili prove. LEuropa non può diventare una maledizione; è un progetto politico indispensabile per il mondo, a cui la Chiesa guarda con trepidazione, come un esempio, un dono del Signore.
 Rispetto allordine politico della carità o, se volete, del bene comune, è chiaro che il riformismo di cui tanto si parla anche in questo tempo non basta, o, almeno non può essere fine a se stesso, quasi potesse risolversi in un esempio di movimento per il movimento. Esso è sempre necessario, è cura del quotidiano o pena per il presente, ma appartiene, come categoria, a una stagione della politica che è ormai superata, nella quale si avevano troppe speranze di progresso e si dava importanza ai ruoli, anche tra il clero.
Ricostruire, invece, è cosa diversa. È un evento che si realizza sulla spinta di una concentrazione di virtù, di passioni e di intelligenza che va preparata e che si manifesta solo a certe condizioni. Soprattutto è un passaggio che richiede sempre grandi uomini, figure capaci di interpretare il proprio tempo con quella tenacia che non proviene dallaver frequentato le migliori scuole, le migliori sagrestie o dallaver imparato tutte le astuzie della politica nelle segreterie dei partiti. Ci vuole altro... La politica come ordine della carità è unimpresa difficile eppure necessaria, unesperienza del limite che il cristiano può comprendere come anticamera della salvezza. Ho letto nel testamento spirituale di uno storico importante, Pietro Scoppola, il primo dei miei illustri predecessori in questa tribuna degasperiana, una definizione della politica che a mio parere è molto degasperiana: La politica mi ha appassionato, non strumentalmente come mezzo per un fine diverso dalla politica stessa, ma come politica in sé, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile, e come sofferenza per limpossibile, come chiamata ideale dei cittadini a nuovi traguardi, come aspirazione a unuguaglianza irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana. Mi ha interessato la politica per quello che non riesce a essere molto di più che per quello che è”.
4.3. Una sana laicità ... oltre il fanatismo e lo smarrimento dei valori
Il terzo cardine della ricostruzione degasperiana è quello della laicità, tema che ancora infiamma il dibattito in Europa e nei Paesi democratici, alle prese da un lato con fenomeni terribili di fanatismo e dintolleranza ne sono stato testimone diretto nei giorni scorsi, durante una visita compiuta in alcuni campi di profughi iracheni e, dallaltro, con uno smarrimento generale di valori, una mancanza di virtù che è più insidiosa di ogni laicismo.
 LItalia degasperiana è stata unItalia diversa anche sul piano dellesperienza religiosa. De Gasperi ha dato una dignità diversa al laicato cattolico lo ha reso adulto, protagonista e, pur rispettando la Chiesa e il papato, ha capito di che cosa era capace il popolo italiano e in particolare i laici cattolici. «Il credente -disse il 20 marzo 1954 - agisce come cittadino nello spirito e nella lettera della Costituzione e impegna se stesso, la sua categoria, la sua classe, il suo partito, non la chiesa». Pio XII fu molto scontento di quel discorso e ordinò alla «Civiltà cattolica» di criticare e correggere De Gasperi, che per lennesima volta soffrì in silenzio. Daltra parte due anni prima Nenni aveva annotato nel diario queste parole di De Gasperi: «Sono il Primo Presidente del Consiglio cattolico. Credo di aver fatto verso la chiesa tutto il mio dovere. Eppure sono appena tollerato».
 E giusto dire ad alta voce, almeno oggi, come è stato fatto con Rosmini, che De Gasperi non è stato del tutto compreso dalla Chiesa e che ha patito più di quanto avrebbe dovuto. Nessuno è profeta in patria, e a De Gasperi, che tra i politici cattolici dellOccidente è stato forse il più capace, ma che ha dovuto subire il condizionamento pesante da parte dei conservatorismi politici ed ecclesiastici, è toccato il destino di aver ragione anche davanti al sospetto e, per certi versi, alla resistenza di Papa Pio XII e di molti suoi consiglieri. Aveva ragione De Gasperi. La sua pazienza e il suo coraggio nella ricostruzione politica, economica e civile dellItalia sconfitta fu il miglior regalo alla storia del cattolicesimo politico italiano: portare la Chiesa a confrontarsi con la democrazia e fare dei cattolici italiani il pilastro di questultima. LItalia, con De Gasperi, passò da essere «il giardino del papa» a uno dei Paesi fondatori dellEuropa unita. Non è poco, anche se a noi oggi appare quasi scontato.
5. De Gasperi: punti fermi contro altari vuoti e poteri assoluti
 De Gasperi veniva lontano. Aveva vissuto in prima linea il risveglio del cattolicesimo sociale e la stagione delle opere. Veniva da un Trentino che era stato un laboratorio per lintera Europa di operosità cattolica, ma anche del rinnovamento della coscienza cattolica che, come in De Gasperi, si costruì intorno a pochi punti fermi: la preghiera personale, la Bibbia, la comunità. De Gasperi fu un uomo dai rapporti umani corti, cioè vicini alla realtà quotidiana, ma dai rapporti politici lunghi, proiettati su una scala e su un tempo che appartengono alla grande Storia. Realismo e prossimità da un lato, visione e disegno cristiani dallaltro. Al centro uninteriorità solida e fiduciosa. La laicità non è libertà individuale di fare ciò che si vuole, non concerne leggi che devono assecondare i desideri di ciascuno, e non è nemmeno una semplice morale laica, da piccoli borghesi garantiti dal benessere: in positivo, la laicità è un progetto di vita fondato sul rispetto della complessità delluomo, sulla tradizione storica e sulla fiducia nella capacità della politica di trovare un punto di mediazione che non sia la rinuncia a ciò che si crede. La laicità della politica è anche saper perdere con dignità per preparare tempi migliori; è anche comprendere che è sempre meglio lottare per convincere che protestare per sdegnarsi; da cristiano e da vescovo dico che laicità è anche fare chiarezza in mezzo al popolo e poi rispettarne la volontà. Gli esempi, legati alla cronaca di questa stagione, non mancano.
  De Gasperi è un trentino come lo è stato Antonio Rosmini, che amo e che ho studiato con passione. I due personaggi hanno molto in comune: sono stati dei riformatori della società e della Chiesa, ciascuno nel proprio ambito, ed hanno patito entrambi lostracismo di tutti coloro che non concepivano che la storia fosse importante e decisiva anche nella Chiesa, perché solo la realtà vivente è capace di lottare contro altari vuoti e poteri assoluti. La storia non è monarchica o teocratica, come non può esserlo la coscienza, che è quellabito interiore che ci richiama sempre alla nudità e alla mendicanza davanti al Signore, ma anche davanti ai fratelli, ai compagni del genere umano.
 Va anche aggiunto che, grazie a De Gasperi e alla Democrazia cristiana, i cattolici italiani hanno avuto anche il merito storico di riconciliare la fede con la storia uno degli esiti più alti del Concilio Vaticano II, che De Gasperi avrebbe vissuto certamente con grande gioia e trepidazione accanto a Montini, il futuro papa che gli era stato amico e consigliere e che in qualche modo ne prese leredità dopo la sua morte.
  La ricostruzione italiana, compreso il capolavoro degasperiano e togliattiano di concedere al Concordato del 1921 di essere riconosciuto nella nuova Carta costituzionale, va ben oltre la riaffermazione del potere temporale della Chiesa. Con i Patti lateranensi la «questione romana» si era chiusa ancora allinsegna del potere temporale del papato e se non ci fossero stati uomini come Sturzo e De Gasperi, con i molti loro amici, per il cattolicesimo italiano le cose avrebbero potuto mettersi molto male. Invece, la lotta politica e la libertà di giudizio di laici come De Gasperi hanno fatto in modo che non fosse quello il piccolo Stato a cui guardare, lo Stato oltre Tevere, ma piuttosto la Repubblica degli italiani, uno Stato democratico nuovo, costituzionale, di pace, di sviluppo. LItalia repubblicana è stata davvero un caso di successo a livello mondiale: lo era stata già al momento dellunificazione cento anni prima che De Gasperi fondasse la Democrazia cristiana, ma con la Costituzione e con la Ricostruzione degasperiane, lo divenne su scala europea ed entrò così, con la sua grandezza e i suoi limiti, tra le nazioni a cui guardare con rispetto ed interesse.
Su questo principio della laicità e della religiosità della politica De Gasperi ha molto da insegnarci. La sua santità sta nella fecondità di ciò che ha fatto in una lunga e operosa vita politica. E a noi oggi appare più chiaro ciò che voleva dirci. Lo Stato vaticano dovrebbe essere come unoasi, di pace e di accoglienza, dove tutti coloro che hanno problemi possano venire per farsi ascoltare e confortare. La Chiesa cattolica non ha bisogno di mura respingenti, di eserciti agguerriti o di burocrazie mortificanti. La Chiesa ha bisogno di donne e uomini agili e curiosi, rapidi nel comprendere e nel dimenticare le offese, forti nellamare, ambiziosi nellintelletto, coraggiosi nello sperare. Pensiamo spesso che il buon cattolico sia un uomo a metà, una via di mezzo tra gli ambiziosi e i disperati e non è vero.
Pensiamo che un cattolico sia un uomo con il freno a mano, che non possa godere del successo della scienza o dei frutti della ricchezza, ma sono bestemmie perché non cè nessun motivo che ci spinga a rinunciare ad offrire al Signore il meglio dellintelligenza e dello sviluppo economico e tecnologico. Il cristiano è solamente colui che, anche in questi campi, mette tutto se stesso al servizio degli altri e nelle mani del Signore. E De Gasperi ha avuto il dono di comprendere che nella società contemporanea non cera e non cè nulla di altrettanto potente e forte di una politica ispirata da valori universali, da cui dipendiamo tutti e a cui tutti dobbiamo rispetto. Certo, la politica non è forse quella che siamo stati abituati a vedere oggi, vale a dire un puzzle di ambizioni personali allinterno di un piccolo harem di cooptati e di furbi. La politica è ben altro, ma per comprenderlo è inutile prodursi in interminabili analisi sociologiche o in lamentazioni, quando è possibile guardare a esempi come quello degasperiano. I veri politici segnano la storia ed è con la storia che vanno giudicati, perché solo da quella prospettiva che non è mai comoda, si possono percepire grandezze e miserie dellumanità. Il Signore è risorto in terra di Israele, tra il suo popolo, ma per lintera umanità.
La Chiesa inoltre non ha bisogno di grandi organizzazioni materiali perché ha a disposizione la parola di Dio e lintera fraternità umana; non ha bisogno di diplomazie esclusive, ma di uno spirito evangelico, come papa Francesco non si stanca di ricordarci.
Ma ciò che forse può valere per la Chiesa, seme nel mondo, non può valere per le società contemporanee che hanno sempre più bisogno di competenze politiche e dintelligenze morali. Che cosa saremmo noi vescovi italiani senza lItalia? La nostra missione non può essere disgiunta dal destino di questo nostro Paese, a cui siamo non solo fedeli, ma servitori.
Ciò significa allora che il papa, i vescovi e i presbiteri hanno bisogno di essere inseriti a loro volta in una comunità impegnata e solida che li ascolti, certo, ma anche che li aiuti e li sostenga.
6. Una eredità ... oltre gli individui
  Chi sono oggi gli eredi di De Gasperi?. Un anno fa, a Trento per ricevere il premio internazionale De Gasperi, Romano Prodi rispose in questo modo che faccio mio: La risposta non va cercata solo in un singolo individuo disse ma nella forza delle idee. Alle quali si deve aggiungere la particolare capacità che un politico per essere qualificato come statista deve possedere: dire la verità alla propria gente; avere una visione coerente e competente della realtà; avere il senso supremo della responsabilità, al di là della propria convenienza di parte e della propria prospettiva personale; non vivere per se stesso, ma per una prospettiva comune».
Un popolo non è soltanto un gregge, da guidare e da tosare: il popolo è il soggetto più nobile della democrazia e va servito con intelligenza e impegno, perché ha bisogno di riconoscersi in una guida. Da solo sbanda e i populismi sono un crimine di lesa maestà di pochi capi spregiudicati nei confronti di un popolo che freme e che chiede di essere portato a comprendere meglio la complessità dei passaggi della storia. Il significato della guida in politica non è tramontato dietro la cortina fumogena di leadership mediatiche o dietro le oligarchie segrete dei soliti poteri. La politica ha bisogno di capi, così come la Chiesa ha bisogno di vescovi che, come ha detto Papa Giovanni siano «una fontana pubblica, a cui tutti possono dissetarsi». Tra le luci della ribalta e il buio delle mafie e delle camorre non cè solo il deserto: la nostra terra di mezzo è unalta vita civile, che è la nostra patria di uomini liberi e che, come tale, attende il nostro contributo appassionato e solidale.
Mons. Nunzio Galantino
Vescovo emerito di Cassano allJonio
Segretario generale della CEI