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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 29 settembre 2015

L’urgenza dell’aggiornamento della catechesi

L’urgenza dell’aggiornamento della catechesi

  A volte si fanno tanti bei progetti di rinnovamento, ma poi si è travolti dalle emergenze del quotidiano. La nostra principale urgenza è quella dell’aggiornamento della catechesi. Occorre provvedere all’iniziazione di primo e secondo livello: a giorni bisogna aprire le iscrizioni dei ragazzi. La catechesi per la Prima Comunione  e quella per la Cresima sono inderogabili, un impegno primario per una parrocchia.
  Che cosa non va?
   Sono due i campi da aggiornare: l’approccio fondamentalista ai temi della sessualità e della famiglia e l’inesistenza dell’informazione sulla storia della nostra collettività religiosa e delle sue concezioni giuridiche. Si tratta di temi cruciali nella formazione del laico di fede, ma anche per il successo della catechesi. Quest’ultima deve proporsi di raggiungere più persone possibile, non di selezionare un piccolo resto  della gente, quello disposto da subito a fare tutto quello che pretendiamo da un fedele in religione e a sottomettersi in ogni cosa alla nostra disciplina. In metafora: bisogna seminare su un campo molto vasto, non costruire piccole serre protette. Le catechesi di primo e secondo livello, in particolare, devono proporsi di acclimatare il maggior numero di persone alle vita e ai concetti principali di fede. In modo che poi ci si possa costruire ancora sopra, in fasi successive della loro vita.
  Ma che complicazioni ci sono? C’è un legge, chi non la rispetta è fuori. Altrimenti di cedimento in cedimento rinunceremmo a tutto l’essenziale della nostra fede. E’ l’idea dell’effetto valanga, sostenuta autorevolmente in questi giorni da alcuni alti dignitari ecclesiastici. Concediamo la Comunione ai divorziati risposati e allora poi dovremmo cedere sui contraccettivi e poi sarà fatale anche cedere sulle unioni omosessuali e chissà su che altro ancora. Non sto immaginandomi polemiche, sto scrivendo di quelle che si sono sviluppate tra la prima e la seconda sessione, che inizierà a giorni, del sinodo dei vescovi sui problemi della famiglia.
 Nella catechesi parrocchiale, non siamo però obbligati a impelagarci nelle controversie di teologia morale che di questi tempi si accendono. Anzi, non dovremmo farlo. Dovremmo partire dalla situazione come la osserviamo nella  nostra gente.
  Volersi veramente bene, nei rapporti che riguardano il sesso, che sono una parte molto importante della nostra umanità, è una conquista che ognuno di noi fa nella propria vita, e che fa in maniera piuttosto diversa, in genere, da come la fanno gli altri, a seconda delle situazioni particolari in cui si trova. Poiché è uno sviluppo in cui contano le collettività in cui si è immersi, noi, in religione, possiamo influire collettivamente su come la gente cresce nella propria sessualità, su come arriva a costruirsi una famiglia. Per farlo la dobbiamo tenere vicina agli ambienti religiosi. Se però poniamo come condizione inderogabile per tenercela quella che rispetti da subito, sempre e in tutto, ciò che è legge nella fede, allora la perdiamo. E sarà molto peggio. Allontanandosi perderà dimestichezza con le cose della fede, non riuscirà più a capirle, abbandonerà l’abitudine alla preghiera personale, e alla fine la religione nella sua vita sarà una specie di contorno magico.
 Dare una sufficiente informazione storica può servire a far capire che ci sono state cose che non sono cambiate dalle origini e altre che si sono costruite a seconda dei tempi. Ad esempio l’idea che in religione ci si dovesse impegnare per realizzare legami coniugali molto forti è molto antica. Tutto il diritto che in religione si è costruito sopra questa convinzione ha invece avuto una storia più complessa e risale sostanzialmente al secondo millennio della nostra fede. E quando c’è di mezzo il diritto significa che su certi temi c’entrano discorsi di potere. Il diritto infatti emerge quando c’è un’autorità pubblica che vuole mettere ordine tra la gente che domina. E’ andata così anche in religione. Quando i nostri capi religiosi si sono costruiti un’organizzazione simile a uno stato, hanno costruito anche un diritto e istituito dei giudici. Hanno quindi poi costruito il matrimonio come istituto giuridico e da questo momento la violazione delle regole in  materia sono divenute questione di lesa maestà. Lo scisma anglicano, nel Cinquecento, è scoppiato su una questione matrimoniale del sovrano inglese, ma il contenzioso era molto più vasto e riguardava la misura del potere di due potenze: la Corona inglese e il Papato. In una prospettiva storica, allora, possiamo affrontare più serenamente certe questioni che sembrano di solito drammaticamente insolubili. L’importante  è mirare all’essenziale: il processo sociale di adattamento di ciò che è mutevole con i tempi proseguirà e poi si raggiungerà un nuovo equilibrio, come storicamente è sempre avvenuto. Ecco: ai tempi nostri viviamo tempi di cambiamento di ciò che può effettivamente cambiare, ad esempio la disciplina giuridica della famiglia. Ma noi, nella catechesi, non siamo obbligati a schierarci, anzi, come ho scritto prima, non dovremmo farlo. E ciò in particolare nella catechesi di primo e secondo livello.
  Bisogna prendere coscienza che, dagli anni 70, le questioni sulla sessualità e sulla famiglia sono diventate terreno di scontro tra varie fazioni che si contendono il potere nella nostra organizzazione religiosa. Così un insegnamento di fede che voleva essere rivolto a tutti è stato preso come bandiera dal nostro fondamentalismo e brandeggiato contro quelli delle fazioni opposte. E su questi argomenti ci si conta e ci si divide. Noi non dobbiamo farlo in parrocchia.
  Dobbiamo prendere atto, in particolare, che le pretese che abbiamo sui giovani in materia di sessualità non sono da loro sostenibili, nel senso che solo un’esigua minoranza riesce, in qualche tempo della propria vita, a osservarle, anche se  poi la grande maggioranza di quegli stessi giovani nella propria vita crea legami coniugali piuttosto stabili. Vale a dire che la volubilità sessuale giovanile non dura tutta la vita e tende ad essere padroneggiata nell’età adulta. Penso che si debba puntare a favorire questa crescita, abbandonando atteggiamenti fondamentalisti che porterebbero solo all’esclusione della maggior parte dei nostri giovani dalla vita parrocchiale.
  Io riserverei i discorsi più precisi sull’indissolubilità matrimoniale a un tempo successivo alla prima iniziazione di fede e, in particolare, alla catechesi matrimoniale. Si tratta di un argomento che non rientra nelle prospettive degli adolescenti.  In genere ci si sposa molto più tardi. Spingere a matrimoni precoci può generare poi matrimoni fatalmente instabili per insufficiente maturazione dei coniugi e addirittura nulli, materia per i giudici ecclesiastici, per scarsa e insufficiente interiorizzazione degli impegni di fede che si prendono.
 Il rischio poi di un approccio imprudente e troppo precoce ai temi dell’indissolubilità matrimoniale è quello di discriminare i molti ragazzi che giungono tra noi da famiglie passate attraverso fallimenti matrimoniali. Si rischia di far sembrare i genitori di quei ragazzi come gente meno valida in famiglia, con meno amore per i propri figli. Questo porterebbe all’allontanamento di quei giovani. Non possiamo pretendere che una persona rimanga dove vengono offesi i suoi genitori.
  Il problema della nostra parrocchia  è che, finora, la catechesi verso i giovani è stata impostata secondo altri criteri, appunto piuttosto fondamentalisti, come ho potuto constatare nel caso delle mie figlie. E’ stato un errore che va corretto. Ma come farlo?
  Quando mia madre si impegnò come catechista nella nostra parrocchia, negli anni ’70, si tenevano in parrocchia dei corsi specifici tenuti da insegnanti qualificati inviati dalla Diocesi. Mia madre li seguì per quattro anni e poi iniziò un corso universitario in scienze dell’educazione alla vicina Università salesiana. Bisogna che qualcuno venga in parrocchia per aiutare i catechisti nell’aggiornamento, a impostare diversamente la catechesi di primo e secondo livello. La frequenza a questi corsi dovrebbe essere obbligatoria. Ma non si dovrebbe trattare solo di un corso di studi, bensì di un laboratorio in cui verificare sul campo i metodi educativi applicati. Insomma, la catechesi, in questi tempi di aggiornamento, dovrebbe essere concepita come un tirocinio guidato da persone più esperte.  Non so se il nuovo parroco, con tutto ciò che già dovrà fare, potrà occuparsene con continuità. Le ore del giorno sono ventiquattro anche per i parroci. Ci sarà necessario, credo, un aiuto da fuori. Ci potrebbe venire anche da altre parrocchie. Certe volte si concepisce ancora la parrocchia come una piccola diocesi, un regno a sé stante. Già i saggi del Concilio Vaticano 2° proposero invece azioni congegnate tra parrocchie vicine, un lavoro più di squadra.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





lunedì 28 settembre 2015

Una visione realistica delle cose

Una visione realistica delle cose

  Per sviluppare un’azione sociale efficace è necessario avere una visione realistica dell’ambiente umano in cui si vuole influire. Non sempre in religione si riesce ad averla. La grande potenza degli ideali religiosi può finire per ostacolarla. Eppure nella fede religiosa occorre tenere uniti Cielo e terra. Cercare l’invisibile nel mondo visibile senza smarrirsi.
  Ci rendiamo conto delle difficoltà che abbiamo nei rapporti con il quartiere. La tentazione può essere quella di affrontarli con metodi solo introspettivi, guardando a noi stessi, facendone essenzialmente una questione morale. Siamo stati cattivi, egoisti, chiusi agli altri, ed ecco che  ci succede. Ma le cose non stanno proprio così.
 Il male è anche fuori di noi, nella società in cui siamo immersi. E ogni sforzo che si è fatto in parrocchia per distaccarsene è moralmente valido, apprezzabile, anche se socialmente inefficace o poco efficace. Non  è questo il punto.
  Una persona ha voluto seguire il metodo spirituale insegnato da un santo? Bene. Un’altra si è assunta impegni di perfezionamento molto esigenti in un piccolo gruppo molto coeso di perfezionandi? Bene anche questo.
 Ora, però, noi dobbiamo aggiungere qualcosa a tutto questo. Senza però disconoscere il bene che è stato fatto.
 E dico questo in particolare con riferimento ai migliori tra noi, ai sacerdoti della parrocchia, la cui vita è stata sempre esemplare. Sono persone che si sono molto spese per gli altri, per la fede, con costanza e continuità. Ci hanno ammaestrati e sorretti come da loro ci si attendeva. Siamo stati piuttosto noi laici ad aver mancato in qualche cosa. Ed esattamente in ciò che da noi ci si attendeva, l’azione sociale nel grande mondo intorno alla parrocchia e lo sforzo per capirlo realisticamente.
 Ho parlato dell’anima del quartiere Valli che talvolta si è manifestata e che è una cosa buona. Ma nel quartiere c’è anche il male, molto male. C’è violenza: tre omicidi negli ultimi dieci anni. C’è la criminalità organizzata: le rovine del bar Valley, ex Paranà,  nel cuore di via Val Padana stanno a dimostrarlo. C’è traffico di stupefacenti, c’è gente che si perde. Non sono cose solo degli ultimi tempi. Risalgono addirittura alle origini dell’urbanizzazione di questa periferia romana e si sono aggravate negli anni '70. Bisogna renderci conto che, nello sforzo di aprirci al quartiere, verremo a confrontarci con questo male, a contrastarlo. Farlo richiede una formazione specifica, rende necessario impratichirsi del Cielo come della terra. Il quartiere è la terra in cui ci è stato dato di vivere in questo tempo, uno dei principali ambienti umani in cui possiamo influire. Non dobbiamo disperare di poterlo cambiare, non lo ha fatto neanche don Miraldi nel suo disperato Brasile, la fede ci sorregge in questa speranza oltre ogni disillusione, ma non dobbiamo neanche illuderci che sia come non è e che, una volta cambiati noi, la via sia in discesa, che cambi anche tutto quello che vive intorno a noi. Possiamo molto migliorarlo, ma solo  con un’azione sociale illuminata dalla fede, creando relazioni virtuose e agendo con le altre persone di buona volontà. Questo sì. Ma sarà un lavoro duro. La prima cosa da fare è cercare di capire la nostra gente meglio di come abbiamo fatto e di avere la passione di farlo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 27 settembre 2015

Sinodo parrocchiale?

Sinodo parrocchiale?

  Qualche giorno fa ho proposto l’idea di un sinodo parrocchiale. L’ho ripresa da esperienze di altre parrocchie italiane. Innanzi tutto da quella della mia parrocchia di origine, San Giuseppe Sposo a Bologna, ma anche da quelle fatte in altre città, che sono state descritte sul Web. La più antica che ho trovato risale al 1981.
 Il sinodo parrocchiale non è regolato dal diritto canonico come quello diocesano.  L’etimologia della parola sinodo, dal greco antico, richiama l’andare insieme per via. Sinodo significa sostanzialmente assemblea, però nelle pratiche delle nostre collettività religiose i due termini non sono proprio sinonimi. Il sinodo viene concepito come un riunirsi per un lavoro collettivo di una certa durata, più lunga di quella di una semplice adunanza. Le esperienze di sinodi parrocchiali di cui ho avuto notizia sono durate in genere un anno. Esse hanno coinvolto tutta la collettività parrocchiale, non solo gente nominata dai vari gruppi che operavano in parrocchia. Al termine dei lavori sinodali si  è fatta un’assemblea parrocchiale, in cui si è approvato un documento conclusivo. A volte si è anche svolta, in quella sede, l’elezione dei membri del consiglio pastorale (che comprende componenti elettivi ed altri designati dal parroco).
  I sinodi parrocchiali vedono la partecipazione largamente maggioritaria dei laici.  Nel sinodo diocesano la presenza del clero e dei religiosi è invece molto più rilevante.
  Di solito, quando si parla di sinodo si pensa a quello dei vescovi, quindi ad un incontro tra capi religiosi tutti appartenenti al clero. Nel sinodo diocesano, in cui sono presenti anche laici, partecipano in larga maggioranza dei rappresentanti di istituzioni o gruppi presenti nella diocesi, oltre al vescovo, ai suoi ausiliari e ad altri membri di diritto. Al sinodo parrocchiale, nella prassi che ho visto attuata, sono chiamati a partecipare tutti i parrocchiani.  E’ così un modo per fare un esame di coscienza collettivo molte esteso e coinvolgente e per fare dei progetti per il futuro come parrocchia. Può essere un’occasione per riprendere a dialogare al di là dei gruppi particolari, specializzati, in cui ci si aggrega per particolari esigenze di fede.  Nel caso della nostra parrocchia, dovrebbe andare molto oltre questo: dovrebbe servire a riallacciare rapporti con la gente di fede del quartiere. Non dovrebbe, quindi, essere cosa solo rivolta a coloro che sono oggi più assidui in parrocchia. L’invito dovrebbe essere esteso a molti altri che si tengono distanti. Bisognerebbe fare uno sforzo per raggiungerli. Questo dovrebbe essere uno degli obiettivi del sinodo parrocchiale.
  Si dovrebbero individuare dei temi da discutere e programmare un lavoro in diverse commissioni o gruppi di lavoro. Periodicamente bisognerebbe avere incontri plenari per valutare il corso dei lavori. Questo lavoro dovrebbe comprendere anche un percorso di formazione, in particolare nel campo di ciò che compete ai laici. Non dobbiamo dare per scontato che si abbia subito un’idea di come procedere. E’ una cosa nuova da noi. In particolare bisogna infondere lo spirito sinodale. Di che si tratta? Ci si deve proporre di volersi bene e di rimanere insieme comunque vadano le cose, di fare spazio a tutti, anche se, ad un certo punto, si dovranno fare delle scelte. Coloro che rimarranno in minoranza non dovranno mai essere degli esclusi. Si procederà sempre tutti insieme. E’ qualcosa che, ad esempio, differisce dai costumi della politica. Ma una collettività parrocchiale non è una comunità politica, anche se una parte del lavoro di un laico di fede è di occuparsi anche di politica e, innanzi tutto, di capire come va il mondo, realisticamente. Ciò deve fare anche in parrocchia, perché la fede deve avere una rilevanza nel mondo ed è compito principalmente del laico religioso lavorare perché la abbia. Un laico di fede che non capisce nulla di politica e di come va la società del suo tempo, e che addirittura non ne vuole sapere nulla, non fa quello che ci si aspetta da lui in religione.
  Spesso si tende a clericalizzare i laici più assidui nelle parrocchie, per rimediare alla carenza di sacerdoti. A Roma è un problema che si avverte di meno, perché sono di passaggio preti da tutto il mondo per studiare e allora li si impiega anche nelle parrocchie. Per capire la rilevanza del problema bisogna considerare il numero di sacerdoti italiani che lavorano in parrocchia. Da noi è uno su cinque. E la situazione è analoga nelle parrocchie vicine. Un prete straniero soddisfa i bisogni liturgici, ma difficilmente sa catalizzare l’attività laicale nel lavoro che le è proprio nella società, e questo perché di solito una persona che viene da un’altra storia e da un’altra cultura non conosce bene quelle nostre, che sono  veramente particolari e questo con particolare riferimento proprio allo sviluppo dell’azione laicale. Quest’ultima ha avuto, in Italia, un’importanza rilevantissima nella costruzione dello stato e nel conciliare vita religiosa e istituzioni in un ambiente sociale caratterizzato storicamente, e spesso condizionato pesantemente, dalla presenza del papato.
  Un laico non fa il suo dovere religioso se si limita a clericalizzarsi. Occorre costruire una cultura religiosa e sociale del laico di fede:  serve una formazione specifica, che, dove si dispongono di forze sufficienti, può anche essere autoformazione. La presenza di tante università religiose fa di Roma un luogo estremamente favorevole per questo lavoro, solo che si vogliano sfruttare le opportunità che si hanno a disposizione. Noi abbiamo a due passi la Pontificia Università Salesiana. A San Clemente papa noi non lo abbiamo fatto. Abbiamo puntato su altro. E abbiamo sbagliato.  Un sinodo parrocchiale potrebbe essere l’occasione per rimediare.


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 26 settembre 2015

Commemorazione di don Nino Miraldi in parrocchia

Commemorazione di don Nino Miraldi in parrocchia

 Ieri sera in parrocchia, insieme al vescovo di Velletri Vincenzo Apicella, abbiamo commemorato don Nino Miraldi, che per tre anni fu viceparroco a San Clemente papa quasi sessant’anni fa e poi andò in Missione  in Brasile come Fidei donum, appunto sacerdote diocesano missionario, e laggiù morì nel 1990. C’era molta gente in chiesa e probabilmente molti che conobbero don Miraldi qui a Roma.
  In parrocchia don Miraldi si occupava dei più giovani ed era da loro molto stimato. Qualche tempo prima di andarsene, ci ha raccontato Apicella, distribuì tra loro un questionario in cui chiedeva di indicare i suoi difetti, ma i ragazzi lasciarono in bianco quella parte.
 Aveva dentro il desiderio di dimostrare con la propria vita, con la propria persona, la forza dei suoi ideali religiosi  e questo lo spinse nella difficile missione in America Latina, di cui tratta l’articolo di Emilio Grasso che trascrivo di seguito.
 Don Miraldi è una figura eminente della nostra collettività, che ci ricorda da dove veniamo, ha detto Apicella. Nelle difficoltà, quando ci sembra che tutto vada male, possiamo ispirarci alla sua figura, soprattutto per rafforzare la virtù della speranza religiosa. La sua missione in Brasile non fu facile: il vescovo della sua città brasiliana, comunicando al cardinal vicario la morte di don Miraldi, scrisse di “una sofferenza silenziosa, aggravata dal disprezzo e dalla calunnia dei poteri di questo mondo e molte volte anche dall’indifferenza”.  
  Per fare memoria della vita di don Miraldi c’è ora una lapide sul muro della chiesa parrocchiale, alla sinistra della porta principale. E’ stata scoperta ieri sera.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 
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Trascrivo dal sito:
Sttp://www.missionerh.it/Articoli-Emilio-Grasso/Povert%C3%A0-Fede-Coraggio-di-affrontare-la-realt%C3%A0.php

POVERTÀ, FEDE, CORAGGIO DI AFFRONTARE LA REALTÀ



La testimonianza di don Nino Miraldi
missionario romano in Brasile
                                                                                        

Il 29 luglio 1990 moriva a Rio de Janeiro Nino Miraldi, prete romano che dal 1967 lavorava in Brasile.

Una raccolta di alcune sue lettere, pubblicata con un’ampia e stimolante introduzione di Giuseppe Ruggieri[1], indica un percorso di esercizio delle virtù teologali e delinea una traccia di spiritualità missionaria di notevole aiuto e chiarificazione sia per chi opera in missione sia per chi vive in paesi di antiche tradizioni cristiane.

Nello stesso tempo questi scritti operano in favore di una demitizzazione di motivazioni spurie ed equivoche che conducono a fraintendimenti sull’autenticità di una presenza missionaria, fraintendimenti che il più delle volte provocano facili illusioni con conseguenti delusioni e improvvisi, ma non imprevisti, abbandoni.

Ciò che impressiona nella lettura di queste lettere è la profonda e sofferta fedeltà di don Nino al Signore e ai poveri.

In esse si delinea un cammino geografico che dal centro (Roma) conduce alla periferia (Brasile), ma che nello stesso movimento ricongiunge la fede alla carità nell’esercizio della speranza.

Mi sembra che in queste lettere ci troviamo di fronte a una testimonianza che diventa luogo teologico e che indica delle direttrici profonde per la fondazione e lo sviluppo di un’autentica spiritualità missionaria.

Nel contesto del Brasile delle favelas e dell’oppressione da parte delle dittature militari che caratterizzano gran parte dei paesi dell’America Latina di quel tempo, colpisce la capacità di coniugare e interpretare, con totale donazione e distacco ironico e profetico nel contempo, la passione unica per Dio e per gli uomini.

Alunno del Collegio Capranica, nello splendido clima di umanità schietta, di libertà e di fraternità creato dal rettore, mons. Cesare Federici, don Nino approfondì — come sottolinea nella sua introduzione Giuseppe Ruggieri — le idee chiave che avrebbero segnato il suo ministero: primato della fede da una parte e intelligenza critica dall’altra, scelta per i poveri e per una Chiesa evangelizzatrice[2].
Primato della fede
La testimonianza di don Nino Miraldi risulta ancor più stimolante e preziosa se si considera il luogo (Brasile) e il periodo storico in cui è stata data (gli anni dei fermenti e finanche degli sconvolgimenti post-conciliari).

Solo la conoscenza di quel tempo e di quelle terre permette di intuire la grandezza profetica di questa testimonianza.

Don Nino non cede in nulla sul campo della fede. Scrive in una lettera del 2 gennaio 1969: «In questo periodo di mania di cristianesimo orizzontale, io sono più che mai convinto della priorità verticale. Mi pare che mi do umanamente al prossimo e appunto per questo so che non vale niente se do me stesso, un me stesso assolutamente ambiguo e non do Cristo, il Cristo che devo riscoprire nella preghiera e nella fede»[3]. Questa centralità di Gesù Cristo conduce don Nino tanto al rifiuto di «un conservatorismo ottuso che d’un riformismo che prende per metro della fede “l’uomo moderno”»[4].

Arrivato in Brasile egli percepisce subito la difficoltà e la pericolosità della situazione: «La situazione è difficile. In alcuni momenti ho l’impressione di una Chiesa alla deriva: altro che in Italia», scrive il 6 settembre 1967[5].

Egli coglie subito qual è la posta in gioco: «Qua veramente o ti giochi tutto sulla fiducia nella grazia, o perdi la speranza... Troppo umanesimo, il parlare continuamente di sviluppo e dignità e libera responsabilità, non mi sembra discorso cristiano. Speriamo che noi non perdiamo il senso della croce, della preghiera offerta a Dio “a vuoto” senza sentirne la realizzazione, il senso della vera patria, il rinnegamento di noi stessi: soprattutto il senso che è Dio il centro, non noi»[6].

Per don Nino punto centrale, frontiera della fede matura, è l’incontro con la croce dell’abbandono, l’esperienza del fallimento[7].

«Associarci a lavorare con Gesù, — scrive il 21 settembre 1967 — significa accettare di soffrire di più, per completare nel corpo della Chiesa le sofferenze di Cristo»[8]. Chiaro è il riferimento cristologico alla sofferenza: «Non parlo, bada bene, — scrive il 18 aprile 1969 — di sofferenze materiali, ma della “impotenza della croce” in cui siamo costretti a lavorare»[9].

La fede lentamente, ma inesorabilmente, si purifica. La solitudine interiore e la difficoltà del lavoro apostolico scavano sempre più. Don Nino lo avverte con lucida coscienza, non si tira indietro, continua il suo cammino, dà la sua risposta: «Adesso che sono solo capisco meglio quello che facevo... Io sono contento della mia situazione per questo: ho predicato, credendoci, che Dio solo basta; adesso accetto la sfida della realtà nel dimostrarlo: che Dio solo mi basta, che Dio è felicità profonda anche quando tutto il resto manca»[10].
Amore alla Chiesa concreta
La fede nel Dio di Gesù Cristo è anche fede nella Chiesa. Nel Brasile delle tensioni post-conciliari, don Nino vive la Chiesa nella sua realtà di fede e di mistero.
Scrive il 28 luglio 1970: «Grande mistero la Chiesa. Il fatto è che la si deve amare concreta, non idealizzata. Fatto questo, si regge»[11].

È questa fede operante nella carità che lo sostiene e gli permette di attraversare i grandi conflitti di coscienza che sempre sono presenti nella vita di chi crede. Egli può vedere, senza coprirsi gli occhi o oscurare l’intelligenza, proprio in forza della professione di una fede che si esprime nell’amore: «Amo la Chiesa forse più di prima»[12], scrive nell’ottobre 1970.

«Amo la Chiesa... ». Questa Chiesa così come è nella sua realtà concreta e non idealizzata[13]. Questa Chiesa «mistero... di grazia, di sofferenza, di debolezze e di tradimenti!»[14]. Operare all’interno diquesta Chiesa richiede il realismo della fede. «Ti assicuro — scrive don Nino il 4 novembre 1971 — che lavorare per questa Chiesa è una usura nervosa più che fisica e più osservo e studio questa situazione, meno vedo soluzioni se non la soluzione evangelica: povertà, fede, coraggio di affrontare la realtà»[15].

La sofferenza della fede e l’intelligenza della realtà portano ai punti-limite dell’impotenza della croce. Troviamo uno dei momenti più alti di questa tensione nella lettera del 24 febbraio 1972, in cui convivono la professione di fede cattolica nell’importantissima funzione di un centro di unione con autorità sufficiente sull’episcopato e la tentazione dello scisma[16].

Solo una fede senza orpelli permetterà a don Miraldi di passare attraverso «l’occhio del ciclone»[17].

A volte stanco, a volte sfiduciato perché pare che tutto vada al contrario, don Nino non perderà mai la fiducia in «Dio buono e paziente»[18].

In una lettera del 23 dicembre 1980 potrà serenamente confessare: «Anche nei momenti di “conflitto”, o meglio tensione, con il Vescovo di Rio, sono rimasto sempre nella Chiesa e come prete»[19].

Intuendo la morte che si avvicina, nell’ultima lettera pubblicata, mentre constata che sta andando giù, in discesa, senza ricuperi sostanziali, ringrazierà Dio per la vita interessante che gli ha dato, per quello che ha fatto e fa, di cui è convinto e in cui crede[20].
L’impatto con la cultura locale
Quello che appare con tutta evidenza dalle lettere di don Miraldi è un’intelligenza critica, il disincanto che preserva dai facili entusiasmi e una speranza che non è illusione.

L’insieme di questi tre fattori garantisce la saldezza della fede che permette alla corsa del discepolo del Signore di arrivare in porto. Sono queste le tre fondamentali garanzie che permettono alla fede di operare e all’opzione preferenziale per i poveri di assumere tutta la forza e il dinamismo profetico di testimonianza della presenza del Regno.

Miraldi può essere accusato facilmente di pregiudizio etnocentrico e di scarsa attenzione alle culture locali. Una lettura diacronica delle lettere fa intravedere un processo di autentica purificazione che, a partire dal nucleo sostanziale della fede, lo porta a un incontro con la problematica essenziale ed esistenziale dell’uomo concreto che incontra.

È indubbio che quello che cerca e quello di cui ha bisogno nel suo rapporto con gli uomini, con i preti soprattutto, è ciò che chiama «la profondità della dimensione esistenziale»[21].

Egli stesso avverte la difficoltà di una certa comprensione che, con autoironia, imputa a una «formazione nordico-borghese-intellettuale» che lo ha marcato profondamente[22].

La fede di Miraldi non uccide né occulta la ragione. Essa è sempre una fede che entra nella comprensione, entra nella conoscenza.

Per questo egli avverte, sin dall’inizio, la sofferenza per un cristianesimo che, seppur riconosce vitalmente autentico, trova «teologicamente pre-critico»[23]. Egli spera di evangelizzare dando «lo stesso Vangelo, ma in un contesto culturale molto diverso»[24].

L’impatto con la realtà di quelle terre è stato senz’altro molto duro. Solo una fede autentica e profonda e il grande amore al popolo hanno permesso a don Miraldi di non soccombere.

Una volta arrivato in Brasile egli sa che questo è il popolo che deve incontrare in Cristo. Qui
si rivela l’autentica vocazione missionaria di don Nino, il quale non si trova di certo in missione per cercare l’avventura o per gita turistica o per sfuggire alle contraddizioni di una vita precedente. Egli sa bene, sin dall’inizio, come scriverà in una delle ultime lettere, che «non è facile fare il prete da nessuna parte»[25].

Ed è per essere solo portatore di Cristo Gesù e non esportatore di culture che don Nino non accantona l’intelligenza e lo spirito critico; ma neanche li assolutizza sottoponendo a essi la motivazione ultima della sua presenza in Brasile.

Ritroviamo ciò con parole semplici, ma in sintesi notevole, ove intelligenza e umiltà si accompagnano, nella lettera del 6 settembre 1967: «Qui la gente è buona e gentile: l’impegno non è il loro forte, la chiarezza intellettuale ancor meno. Sono i fratelli che Dio mi ha dato ora: prega che mi dia di capirli e di apprezzarli superando i miei pregiudizi di razza e di cultura»[26].

Nelle sue prime analisi don Miraldi constata l’assenza dei giovani che imputa proprio a questo vuoto di riflessione e di eclissi della ragione.

Scrive il 12 novembre 1967: «Io credo che i giovani non vengano perché in genere qui il cristianesimo delle masse è pre-critico (devozioni particolari, retorica e funzionarismo da parte nostra – settarismo da parte di molti gruppi protestanti). Tra gli adulti, moltissimi spiritisti e macumberi...; tra i giovani non attacca più neppure questo»[27].

Vi è un passaggio di una lettera del 21 agosto 1972 in cui si accenna a un’analisi molto interessante. Scrive Miraldi: «L’arma della reazione è farci saltare i nervi. Così qui sono riusciti a far uscire dalla Chiesa molte delle persone più intelligenti»[28].
Il superamento dell’ideologia
Una lettura superficiale e preconcetta potrebbe ridurre il cristianesimo di Miraldi alla sola sfera intellettuale di un cristianesimo colto, in opposizione a un cristianesimo dei poveri e del popolo ignorante. Ben differente è il punto di vista di don Nino in cui fede, intelligenza e passione per il popolo si trovano sempre compenetrate. Per questo egli rifiuta tutte quelle posizioni che, eliminando la fede o fingendo la passione per il popolo, si riducono a pure elucubrazioni e giochi di parole.

Scrive in proposito il 14 dicembre 1979: «Quello che non mi va giù è la “cultura” dei “colti”, molto meno originale di quella del popolo povero»[29].

Su questo punto l’atteggiamento di Miraldi è chiaro e senza compromessi. In forza della fede, dell’intelligenza e della passione per il popolo, egli diffida dei progressismi alla moda e di tutte quelle posizioni che ben poco hanno a che fare con l’amore a Cristo, alla Chiesa, ai poveri.Il suo impegno per i poveri e le sue scelte per una Chiesa evangelizzatrice — occasione di dolorose tensioni con il Cardinale di Rio de Janeiro — non hanno nulla a che fare con altre scelte e altre opzioni che procureranno solo mali maggiori e che metteranno in cattiva luce e in pericolo un’autentica e necessaria teologia della liberazione.

Numerose, puntuali e precise sono le osservazioni e le critiche in proposito di don Nino Miraldi.

Scrive il 7 aprile 1972: «Nelle “classi alte” in genere una pseudo-cultura, brutta e mal digerita copia della europea e americana. Nelle classi “basse” e disprezzate tanta ricchezza di bontà, di intelligenza non educata, di gentile dignità... Io sto con i “bassi” grazie a Dio»[30].

Il 12 novembre 1967 così scriveva: «Il clero “progressista” è oggi fanaticamente anti-Maritain per il suo ultimo libro che ha avuto recensioni stupide e anche poco caritatevoli... Adesso sono tutti teilhardiani... senza averlo letto»[31].

Don Miraldi vede profeticamente il pericolo di polarizzazioni che poi si decidono, alla fin fine, solo sull’uso di differenti parole e riferimenti culturali.

In una lettera del 2 gennaio 1969 confessa: «Sono molto triste e soffro molto per questo. Altra preoccupazione è il clero. Progressista o reazionario, in buona parte è borghese fino all’osso e ha scarsissima carica di generosità. È vero che l’ambiente ammazza gli entusiasmi peggio che in Europa. C’è un progressismo teologico che fa vomitare, il gusto dell’essere all’ultima moda, di essere disinibiti. C’è anche molto di buono evidentemente, ma queste idiozie e leggerezze danno forza agli integristi che sono una piaga pericolosa»[32].

In un’altra lettera indirizzata al rettore del Seminario per l’America Latina parlerà di «confusione di idee tra un super-progressismo pazzo e un integralismo stupidissimo, ma appoggiato e pieno di denaro»[33].

Don Miraldi che in una lettera del 10 ottobre 1969, appoggiandosi agli scritti di René Voillaume, ha trattato del problema personale di rimpostare la vita «su di una scelta di donazione matura e senza illusioni»[34], di illusioni proprio non ne nutre.

Scrivendo a un carissimo amico parla «di una Chiesa contraddittoria, con la maggioranza di noi preti in una situazione psicologica disastrosa... Qui il 90% dei preti di idee rinnovate e progressiste che si sposano, arrangiano buoni posti di lavoro, fanno i soldi e se ne fregano di tutto e specialmente del prossimo loro, con un processo di “scollamento” delle attitudini di fede che fa dubitare che ci sia in noi qualcosa di serio»[35].

La sua scelta di fede per una Chiesa evangelizzatrice e per un’opzione preferenziale per i poveri don Nino l’ha fatta esponendosi e pagando di persona sin dall’inizio. È per questo che, in forza del suo essere incarnato dalla parte dei poveri, egli prova fastidio per quelle posizioni che provengono da persone che mischiano proprie frustrazioni personali con grandi e crocifiggenti problemi umani ed ecclesiali. Sintomatico in proposito è ciò che scrive l’8 giugno 1989 in una delle sue ultime lettere: «Abbiamo una certa scocciatura per un prete di “sinistra nevrotica” che scrive continuamente ai giornali, accusa il Vescovo, si sente minacciato di morte e altre piacevolezze. So che accuse sue alla diocesi sono uscite nell’[agenzia] Adista e altre riviste europee. Sono di quei “sinistri” che fanno solo il gioco del nemico, i veri problemi sono quelli del popolo, della sua miseria e della manovra politica per ingannarlo ancora una volta»[36].

La fede e l’intelligenza critica non hanno permesso il formarsi in don Nino di facili illusioni.

Altra cosa dall’illusione è la speranza. Essa è legata alla fede e si afferma nel cadere delle illusioni stesse.

Per questo don Miraldi può scrivere che in una situazione «senza prospettive, e parrebbe senza molte speranze, rimane la Speranza, rimane Cristo Risuscitato»[37].

È speranza autentica, è virtù teologale, perché egli avverte che «la speranza in Dio non è facilitata da quasi nessuna speranza umana»[38].

Come la fede lentamente si purifica, così anche la speranza diventa sempre più genuina nella misura in cui si fa sempre più speranza in Cristo crocifisso.E qui don Miraldi sperimenta la nudità e la potenza della croce.

«Sai, — scrive nel marzo 1976 — continuo in piedi senza illudermi su quello che faccio (non so bene se sono un campione di fede o di ostinazione!); non è proprio possibile farsi illusioni. Sarebbe doveroso e possibile SPERARE, e ci tento, ma mi è difficilissimo»[39].
Una Chiesa che sceglie i poveri
Solo partendo dalla dimensione di fede e di speranza di don Nino Miraldi si può comprendere la scelta non ideologica per una Chiesa evangelizzatrice e per i poveri.

Potremmo azzardarci a dire che questa scelta è la dimensione storica assunta in don Miraldi dalla virtù teologale della carità.

Sin dall’inizio egli percepisce che «la mentalità generale è di Chiesa “stabilita” senza evangelizzazione vera e propria»[40]. «Il clero non è affatto missionario. Le parrocchie in genere sono molto burocratiche»[41].

Don Miraldi avverte che in quel contesto «non ha senso un apostolato “di conservazione” e di “piccolo cabotaggio”, di assistenza spirituale»[42].

Il 1° febbraio 1968 confesserà: «Come soffro perché la Chiesa non è missionaria! Qui non c’è quasi niente da conservare se non quello che Dio conserva da solo»[43]. Egli avverte che deve parlare, che deve prendere posizione «perché qui non si gioca sulla nostra pelle (questo si può accettare) ma sulla stessa missione della Chiesa»[44].

E la missione della Chiesa si salda in don Miraldi con la scelta per i poveri. I poveri sono per
lui una scoperta, come confessa il 31 agosto 1971: «Non conoscevo come ora la miseria di tanti fratelli, non conoscevo sperimentalmente come ora la miseria della Chiesa e la gloria della sua missione. È bellissimo lavorare tra i poveri: per questo per me il Brasile ha un fascino tutto particolare anche  se la situazione reale è difficilmente immaginabile»[45].

Partecipando alla presa di coscienza del popolo oppresso, gli stessi libri biblici si aprono a nuovi significati e, scrive don Miraldi, «li capisco anche in direzioni che come accomodato piccolo borghese italiano non riuscivo a capire»[46].

Egli si lascia prendere da questo popolo umile, povero, disprezzato a cui più si vuol bene e più si soffre[47].

E, come Gesù, prova nelle sue carni il misereor super turbas: «Mi dà una grande tristezza vedere tanta gente che vive senza prospettive, condannati alla miseria e a essere schiavi»[48].

Ormai verso il tramonto della sua operosa giornata, don Nino individuerà nella Chiesa che «tutto quello che è vivo... unisce (non riduce) il problema eterno dell’uomo al problema della giustizia»[49].

«Il mio problema — scriverà in una delle ultime lettere — è come annunciare il Vangelo a questa massa di gente, in maggioranza premuti da problemi immediati (cibo, casa, vestiti, disoccupazione, la pressione dei banditi che dominano i quartieri poveri e sono l’unica autorità di fatto, etc.). Bisogna vivere con loro questi problemi e gli altri fondamentalmente umani che affiorano attraverso di questi — e vivere formando con loro una comunità di fede concreta, di fede che opera per la carità. Mi sento totalmente impotente davanti a questo compito. Solo la speranza in Dio e la certezza che ci vuol bene»[50].

Comunicando al Card. Poletti la notizia della morte di don Nino Miraldi, sacerdote della diocesi di Roma, il Vescovo di Nova Iguaçu, dom Adriano Hypólito, parlava di don Nino come di uno «straordinario uomo di Dio e dei poveri». E così concludeva: «Non spetta a noi giudicare la santità di un confratello, ma abbiamo la certezza che è stato un “segno” vivo e forte dell’amore del Padre per questo popolo che soffre nella periferia del mondo. In questa sofferenza silenziosa, aggravata dal disprezzo e dalla calunnia dei poteri di questo mondo e molte volte anche dall’indifferenza, la presenza di don Nino è stata una prova dell’amore del Padre e un sostegno che fortifica la nostra fede e la nostra speranza cristiana»[51].

Prima di morire, dopo aver ricevuto i sacramenti della riconciliazione, dell’unzione e dell’eucaristia, don Nino Miraldi chiese di essere sepolto nella sua terra di adozione, tra i suoi poveri, nella Baixada Fluminense. 



* Emilio GRASSO, Hanno creduto in un mondo nuovo. Volti di speranza nell'America Latina di ieri e di oggi, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 2005, 55-69.




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[1] Cfr. N. MiraldiLettere dal Brasile raccolte da G. Demofonti e C. Brunetti. Con introduzione di G. Ruggieri, Quaderni del Cipax, Roma 1997. D’ora in poi sarà citato con M, seguito dalla data della lettera e dal numero della pagina.
[2] Cfr. G. RuggieriIl vangelo annunciato ai poveri. Introduzione alle lettere dal Brasile di Nino Miraldi, in M 7.
[3] M (02/01/69) 59.
[4] M (28/04/70) 71.
[5] M (06/09/67) 37.
[6] Cfr. M (06/09/67) 37.
[7] Cfr. M (21/09/67) 39.
[8] M (21/09/67) 40.
[9] M (18/04/69) 62.
[10] M (01/12/67) 42.
[11] M (28/07/70) 72.
[12] M (ottobre 1970) 74.
[13] Cfr. M (28/07/70) 72.
[14] M (01/04/71) 81.
[15] M (04/11/71) 99.
[16] Cfr. M (24/02/72) 103.
[17] Cfr. M (07/04/72) 105.
[18] Cfr. M (02/03/78) 115.
[19] M (23/12/80) 117.
[20] Cfr. M (18/07/90) 139.
[21] Cfr. M (10/03/71) 80.
[22] Cfr. M (21/08/72) 106.
[23] Cfr. M (20/08/67) 30.
[24] M (20/08/67) 30.
[25] M (11/12/89) 136.
[26] M (06/09/67) 38.
[27] M (12/11/67) 41.
[28] M (21/08/72) 106.
[29] M (14/12/79) 116.
[30] M (07/04/72) 105.
[31] M (12/11/67) 41.
[32] M (02/01/69) 60.
[33] M (08/05/69) 65.
[34] M (10/10/69) 68.
[35] M (19/05/75) 110-111.
[36] M (08/06/89) 133.
[37] M (05/05/71) 93.
[38] M (10/10/69) 68.
[39] M (marzo 1976) 112. La parola «sperare» è scritta tutta in maiuscolo nel testo.
[40] M (21/08/67) 31.
[41] M (12/11/67) 41.
[42] M (19/01/68) 49.
[43] M (01/02/68) 50-51.
[44] M (ottobre 1970) 73.
[45] M (31/08/71) 97-98.
[46] M (24/02/72) 104.
[47] Cfr. M (14/12/79) 115.
[48] M (02/06/88) 131.
[49] M (02/06/88) 131.
[50] M (22/11/88) 131-132.
[51] Lettera del vescovo di Nova Iguaçu dopo la morte di Nino Miraldi, in M 142.