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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 31 ottobre 2015

Il problema della laicità

Il problema della laicità

[ da: Marco Marzano - Nadia Urbinati, Missione impossibile - La riconquista cattolica della sfera pubblica, Il Mulino, 2013, dalle a pagine da 37 a 40]

 [Per] Roy [Oliver Roy, La santa ignoranza. Religioni senza cultura, Feltrinelli, 2009] […] la secolarizzazione non ha annientato la religione ma ne ha causato piuttosto la scissione dai contesti culturale, politico e territoriale, divenuti appunto secolari, trasformandola in “religione pura”. Abbiamo insomma a che fare, nella nostra epoca, con una mutazione del religioso più che con un suo ritorno.
[…]
[Si è prodotta] una profonda mutazione del nostro contesto culturale del cristianesimo, che da alfabeto culturale di sfondo, da basso continuo sociale ed elemento civile connaturato all’italianità diventa affare per convertiti, oggetto di apostolato e di proselitismo. Come se si trattasse di una religione nuova che cerca di farsi conoscere e di fare nuovi proseliti, come se non fosse la religione dei padri, come se non fossimo nel paese del papa e dei campanili. E davvero quello delle sette cattoliche è una sorta di “ritorno alle origini”, la riscoperta di un linguaggio religioso genuino, liberato da tutte le “incrostazioni” culturali  e teologiche della chiesa costantiniana, quella compromessa col potere, legata a doppio filo alla cultura e alla politica.
[…]
In definitiva, nella società profana che li circonda, molti giovani sacerdoti, così come gli aderenti alle sette cattoliche non riconoscono più niente di positivo. E anche la mera erudizione è sospetta e bandita; il sapere deve cedere spazio all’esperienza non solo perché “fa perdere tempo”, ma perché riflette le vanità del secolo, le sirene di un mondo che viene visto come in via di progressiva ripaganizzazione.
 E questa la forma emergente di religiosità “movimentista”: antiteologica, antintellettualistica, ad alto contenuto emotivo, basata non sul conformismo ma su un’adesione sincera. Da questo punto di vista, il settarismo religioso è un ritorno al passato, un tuffo indietro verso le origini del cristianesimo, verso il tempo che precedette il confronto con l’ellenismo. Un neocatecumenale che diffonda nel suo quartiere i volantini con l’invito alle “catechesi per adulti” può legittimamente immaginare di essere in una situazione simile a quella di un cristiano delle origini. Anche se tra i due permane la differenza, non irrilevante, che i protocristiani avevano un mondo da conquistare e il futuro davanti a sé, mentre il neocatecumenato settario contemporaneo è stato generato da una sconfitta, dalla chiusura di un ciclo storico, dall’esaurimento di una gloriosa stagione religiosa.
 E’ chiaro che, per queste organizzazioni, impegnarsi in politica significherebbe mettere a rischio la dimensione spirituale e più in generale identitaria già così fragile e bisognosa di alimento.
 In altri termini, il religioso si fa più visibile perché declinante e sempre più distonico [nel senso figurato di incapace di condividere certi ideali di trasformazione sociale;  incapace di muoversi con la società del proprio tempo] rispetto alla società che lo circonda. Per questo è opportuno parlare non di un ritorno del religioso, ma di una sua drastica mutazione.
[…]
  Oggi il religioso, prosegue Roy, circola al di fuori del sistema di dominio politico, riguarda le coscienze dei singoli, è slegato dalla cultura e dal territorio. Nessuna inculturazione dunque, il movimento è esattamente quello contrario, verso la deculturazione e la deterritorializzazione. Gli adepti di Kiko Arguello, il capo dei Neocatecumenali, parlano di “storia” solo in riferimento alla biografia di ciascuno di loro; l’unica storia legittima è divenuta quella personale.
 La cultura esterna è percepita da questi gruppi non solo come profana, ma come addirittura pagana, come nemica e non semplicemente come estranea a Dio e alla fede. La tentazione è quella del “religioso puro”, che esclude ogni dialogo con i non credenti.
[…]
 Agli occhi dei membri delle sette, tutti coloro che non hanno una fede autentica e che non si sono convertiti appaiono come pagani; a loro volta, i militanti religiosi appaiono agli esterni come dei fanatici. I religiosi si percepiscono come una minoranza assediata da una moltitudine che ha scelto di adorare i falsi dei del sesso, del denaro, dell’uomo stesso idolatrato.
[…]
 … prevalgono i valori conservatori; i movimenti fanno “lobbying” politico sulle questioni che sono loro a cuore, ma esprimono una profonda indifferenza di fondo per la politica, le ideologie, la sfera pubblica; le donne sono militanti, ma in ruoli marginali; la tecnologia affascina, ma prevale il ripiegamento comunitario.

  Nell’analisi di Marzano e Urbinati possiamo vedere individuati alcuni dei problemi maggiori della nostra parrocchia, dove l’ideologia religiosa neocatecumenale ha prevalso negli ultimi trent’anni.
 Non nascondo le profonde, per certi versi radicali, divergenze che distinguono la mia esperienza di laico di fede da quell’ideologia. Se non ci fosse la condivisione della liturgia e delle scritture sacre, si potrebbe parlare addirittura di due religioni diverse. Ma anche in questi campi ci sono problemi. E questo anche se, trattando a faccia a faccia con le persone, molte asperità si appianano e  si può continuare a cercare di volersi bene, a provare a farlo.
   Ma il problema dei problemi, la linea di frontiera calda, è quello della laicità, visto nei suoi due aspetti: quello della partecipazione civile ad una società democratica avanzata che comanda di non discriminare su base religiosa  e quello del modo di vivere la fede come esperienza di libertà da gerarchie naturali, sulla base di una diseguaglianza di base tra gli esseri umani, ad esempio tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra preti e il resto del popolo. Il principio di non discriminazione sociale è fondato sull’idea di uguaglianza, per cui quei due lati della questione hanno in fondo la stessa base.
  Come risulta dalla ricerca demoscopica di cui narra  il sociologo nel libro Religione all’italiana  - L’anima del paese messa a nudo, Il Mulino, 2011, una maggioranza di italiani ha recepito l’idea, diffusa dai nostri vescovi, che l’impegno religioso debba avere un riconoscimento sociale da parte dei pubblici poteri: quindi non estraneità  tra fede e amministrazione pubblica, ma valorizzazione  della prima da parte della seconda.  Il corollario che i nostri vescovi ne traggono  è che essi, come gerarchia religiosa, abbiano diritto non solo di prendere posizioni pubbliche sui temi sociali e politici, ma anche di essere ascoltati. E ciò perché, appunto, lo chiede una maggioranza degli italiani, che orientano la propria etica secondo quella religiosa, sia pure con diverse varianti nei casi della vita personali. Ciò pone propriamente un problema di laicità, in tutti i suoi aspetti. Fondamentalmente perché una gerarchia religiosa di tipo feudale, programmaticamente estranea al contesto democratico, pretende di essere seguita dalle autorità pubbliche, che hanno assegnato in Costituzione il compito fondamentale di combattere ogni discriminazione su base religiosa. Inoltre gli interventi della gerarchia non ammettono di essere discussi. Però hanno la pretesa che essi orientino le decisioni dei pubblici poteri che riguardano la collettività generale. In questo contesto la gente di fede viene presentata, nell'ideologia del magistero, come maggioritaria nella nazione. In altri contesti i vescovi invece si lamentano che si sia ridotta ad una esigua minoranza, tra il 20 e il 30 % della popolazione. Siamo maggioranza o minoranza? Ma anche se fosse vero che siamo maggioranza, e a leggere le indagini demoscopiche lo siamo tenendo conto non dei praticanti ma di chi riferisce la propria etica personale e familiare a quella religiosa, sia pure prendendosi molte libertà nei casi particolari, l’amministrazione pubblica ugualmente non potrebbe legittimamente adottare acriticamente il punto di vista della nostra gerarchia religiosa. Il nostro sistema costituzionale lo vieta e le regole costituzionali contro la discriminazione religiosa sono appunto dirette a tutelare le minoranze religiose e i non credenti. E’ stato infatti osservato che le maggioranze si tutelano da sé, con la propria forza sociale: sono le minoranze che hanno bisogno del diritto, della legge dello stato, per non essere ingiustamente oppresse.
 E qui appunto sta l’impegno che un laico di fede dovrebbe sentire come proprio ed essenziale, e questo secondo i principi proclamati dai saggi dell’ultimo Concilio: la modifica della società secondo gli ideali di fede non va fatta mediante proclami di un qualche gerarca religioso che pretenda di essere obbedito senza possibilità di discussione, ma nel confronto democratico e libero con tutti i cittadini che partecipano al governo delle istituzioni pubbliche, facendo emergere nel dialogo culturale in società le ragioni per cui certi orientamenti vanno a vantaggio di tutti, credenti e non credenti, perché rendono possibile una convivenza migliore del più gran numero di persone, più felicità. Questo richiede un lavoro di apprendimento e di tirocinio. Ma, in genere, nelle concezioni fondamentaliste, tutto ciò è considerato di scarso interesse. Esse vivono in un contesto gerarchico,  pensato al modo della famiglia naturale, con una diseguaglianza essenziale tra coloro che si arrogano i ruolo di genitori  e tutti gli altri. C’è chi comanda e chi deve obbedire. Punto. Che bisogno c’è di altro? E’ questo il grave rischio di tutte le concezioni religiose a base familistica: quello di legittimare una schiera piuttosto estesa  di padri  con molte pretese e  che non accettano di essere posti in discussione, che non ammettono il dibattito democratico sul loro potere e su quello che comandano.
 E infatti la fede che si è insegnata in parrocchia negli ultimi trent’anni, in particolare dagli anni ’90, in un processo che mi è apparso di neocatecumenalizzazione spinta, è stata centrata sull’universo della famiglia, ma non riferendosi a  quelle realizzate nel quartiere, che sono di tanti tipi,  ma su un modello di famiglia  uniforme, normativo  e  fortemente gerarchizzato, come ho scritto in un  precedente post  di qualche giorno fa, al cui interno la fede fosse tramandata per così dire d’autorità dai genitori, in particolare dal padre, egemone su tutti gli altri membri, e in particolare sulle donne, in un contesto  neo-parentale allargato dominato da molti altri padri di rango superiore, a diversi livelli. Il dibattito culturale e sociale è stato visto come cosa vana ed estranea alla religione, un po’ come lo erano i biliardini che c’erano una volta nell’oratorio parrocchiale, ai tempi in cui io fui bambino qui da noi. Oltre duecento anni di travagliata storia del nostro laicato accantonati superficialmente; la pratica democratica, che denota tuttora l’Azione Cattolica, considerata come una forma imperfetta di vita di fede, a favore di una centrata sull’obbedienza  acritica a quei padri  di cui dicevo, preti, capi carismatici di movimento, catechisti autoproclamatisi direttori spirituali di complemento e via dicendo. Ecco che cosa si è fatto, per come mi pare di capire. Ecco che poi abbiamo un laicato che si presenta spesso come poco alfabetizzato al grande pensiero sociale storicamente espresso in Italia dalla nostra gente di fede, in parte sintetizzato sistematicamente in quell'esteso corpo di insegnamenti dei papi e degli altri vescovi che va sotto il nome di dottrina sociale. Quel pensiero sociale che ha dato un contributo essenziale a realizzare la nostra nuova Europa democratica, dopo la disonorevole compromissione della nostra gerarchia e di gran parte della nostra gente di fede con i regimi fascisti storici. Da ciò poi deriva l’incapacità di farsi capire dalla gente del quartiere e quindi, alla fine, l’estraneità ad essa. Direi, per certi versi, l’orgogliosa  estraneità ad essa. Ma di che dobbiamo essere orgogliosi? Dovremmo, anzi, essere mortificati perché, facendoci estranei alla gente del quartiere, abbiamo violato il comandamento principale dei saggi dell’ultimo Concilio, vale a dire quello della condivisione delle gioie e delle angosce, dei successi e dei problemi delle genti del nostro tempo e della partecipazione solidale e democratica  al miglioramento della società.
 Da qui, dallo sviluppo di una laicità democratica, dal familiarizzarsi nuovamente con l’ideologia e la pratica del nostro pensiero sociale di fede,  si deve ripartire.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 30 ottobre 2015

Il documento conclusivo del Sinodo della Parrocchia di San Giuseppe Sposo - Bologna


Il documento conclusivo del Sinodo della Parrocchia di San Giuseppe Sposo - Bologna

In alcuni precedenti post ho segnalato l’esperienza sinodale vissuta nell’ultimo anno dalla comunità parrocchiale bolognese di San Giuseppe Sposo, in via Bellinzona, che è stata la mia prima parrocchia.
 La finalità concreta del Sinodo parrocchiale è stata la  stesura di un “progetto pastorale parrocchiale” pluriennale (“2015-2018 e oltre?”, come leggo sul sito parrocchiale) da verificarsi periodicamente.
 Di seguito trascrivo il documento approvato dall’assemblea parrocchiale al termine dei lavori e che è stato proposto come strumento di lavoro in occasione delle elezioni del nuovo Consiglio pastorale, domenica scorsa.
 Durante i lavori del Sinodo parrocchiale il Consiglio pastorale è stato sospeso e domenica scorsa è stato ricostituito.
 Penso che quell’esperienza potrebbe essere utilmente imitata da noi, a San Clemente Papa, in questo nuovo inizio che stiamo vivendo di questi tempi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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1° Sinodo Parrocchiale 2014-2015 
“Libro” del Sinodo
 Documento finale approvato e votato dalla quarta convocazione dell’Assemblea sinodale 19-20 settembre 2015




Parrocchia san Giuseppe Sposo Bologna
Comunità parrocchiale di san Giuseppe Sposo Via Bellinzona, 6 - 40135 Bologna- Tel. 051.6.446.414 - 328.3.955.353 <parroco@parrocchiasangiuseppesposo.it>; <http://www.parrocchiasangiuseppesposo.it>
Solennità di san Francesco d’Assisi, 4 ottobre 2015

Riferimento biblico del sinodo parrocchiale “Venire alla fede… per vivere la comunione”
Atti 2, 42-47: Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43.Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44.Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45.chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46.Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47.lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Preghiera per il “sinodo parrocchiale”
 O Padre, custodisci la parrocchia di San Giuseppe Sposo, benedici l’esperienza del Sinodo parrocchiale. Fa’ che tutti i battezzati, portatori della sapienza del Vangelo del tuo Figlio e mossi dallo Spirito Santo, sotto la protezione di san Giuseppe e sotto lo sguardo della Madonna di San Luca, nella collaborazione e nella corresponsabilità, siano parte viva della comunità in cammino per compiere la tua volontà e mostrare il tuo Volto d’amore in questo nostro tempo. Donaci umiltà e saggezza per riflettere nella pace e nella fraternità, per decidere senza animosità e senza parzialità, per accettare le decisioni senza risentimento. Fa’ che, in obbedienza allo Spirito, vinciamo contrapposizioni e contrasti per immettere nella società preziosi valori di comunione. Per Cristo nostro Signore. Amen.

I. “PAROLE-CHIAVE”

I. “Parole-chiave”. La positiva esperienza vissuta in questo anno di Sinodo di San Giuseppe ci porta a concordare che la modalità di lavoro ed impegno nella nostra comunità debba anche in futuro fare riferimento ad uno stile, che chiameremo “sinodale”, per continuare a percorrere insieme il cammino di rinnovamento della Parrocchia nei suoi vari ambiti di apostolato, di impegno pastorale, caritativo, culturale. Per rappresentare questo stile e questo cammino, abbiamo individuato le seguenti “parole chiave":
APERTURA
nel senso di :
- accoglienza, capacità di aprirci fra di noi e verso chi adesso non sente propria la comunità; capacità di ascolto dell’altro. Ovviamente questo include i temi propri della carità e della solidarietà, ma non si limita a questo.
- atteggiamento aperto ai nuovi temi (etici, sociali, anche economici): vedere la parrocchia non come “fortino” chiuso in difesa dei valori della tradizione e contro le minacce del mondo scristianizzato, bensì capace di andare incontro al mondo “dell’altro”, di ascoltare le ragioni dell’altro, di mostrare in contesti diversi il valore della fede.
- offerta di una chiave di apertura del cuore e della mente di chi vive nella comunità, favorendone la crescita attraverso azioni di comunicazione, (in)formazione, insegnamento. In tanti hanno segnalato di sentire questa come esigenza primaria della propria vita spirituale.
COMUNIONE, CONDIVISIONE, COMUNITA’
- Comunione, in quanto tutti abbiamo in comune la fede in Gesù Cristo, Dio-Amore, incarnato, morto e risorto per noi (da questa radice poi si può giocare con tante altre parole-chiave: comune, comunità, comunicare, comunicazione, etc.).
- Condivisione, poiché nessuno deve tenere per sé le esperienze, le gioie, i pensieri, i “beni” che nascono da qualunque sua attività di vita in qualunque settore della Parrocchia, ma tutto deve essere condiviso, donato, restituito alla comunità parrocchiale, come dono per tutti (v. anche solo la gioia di qualche osservazione di un bambino del catechismo o una bella considerazione di un povero / ammalato ad un visitatore inviato dalla Parrocchia ..).
Possiamo applicare queste due parole, intrinsecamente connesse, a qualunque livello/cerchio concentrico/settore della vita parrocchiale:
- in generale, all’interno di ogni settore: si pensi alla necessità che nel catechismo esista una modalità di comunicazione fra i catechisti delle diverse fasce di età o come nell’apostolato caritativo sia fondamentale poter portare non solo se stesso, ma dare davvero l’impressione di essere “mandato” dall’intera comunità parrocchiale; così è per la liturgia dei diversi momenti della giornata e della settimana o per altre modalità di annuncio della Parola, che dovranno essere reale espressione del nostro comune sentire …
- in particolare, all’interno dei principali settori (almeno i 4 attualmente identificati) per cui gli attuali referenti o i futuri responsabili di Gruppo/Commissione/etc. saranno chiamati a favorire la costruzione di una rete di reale comunicazione intra ed extra, di gioia di appartenenza alla Comunità Parrocchiale di san Giuseppe Sposo. In questo modo il futuro Consiglio Pastorale Parrocchiale potrà rappresentare il luogo di finale incontro e realizzazione di una rete di comunione e condivisione che mano a mano si andrà realizzando.

GIOIA, ENTUSIASMO, CORAGGIO, POSITIVITA
Riprendere il cammino della fede con entusiasmo, nel segno della gioia, alla riscoperta della propria appartenenza a Cristo Gesù, per divulgare ovunque la pienezza del Suo amore (non cadere in una tristezza individualistica, cfr. Evangelii Gaudium, 2). Nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore e questo significa non solo immergersi nella pienezza dell’amore, ma trasmettere a tutti quanto sperimentiamo. 5
MISSIONE, ANNUNCIO, TESTIMONIANZA, PARTECIPAZIONE ATTIVA
 Non si può pensare di essere cristiani e non essere missionari, cioè non avere l’entusiasmo e il desiderio di proclamare l’amore di Gesù agli uomini. L’annuncio del Vangelo di Gesù sia tale da suscitare l’amore di Gesù in coloro che lo ascoltano e possa offrire sempre a tutti parole di speranza, orientare verso il futuro e non lasciare le persone “prigioniere della negatività” (cfr. Evangelii Gaudium, 159). Testimoni, dunque, autentici, coraggiosi, pieni di amore, di speranza e di gioia!
SULLE ORME DI FRANCESCO (minorità, autenticità, essenzialità)
  Sarebbe bello se nelle decisioni che si andranno a prendere fosse anche visibile l’impronta francescana di questa parrocchia, l’essere famiglia francescana, convento e parrocchia insieme, non solo perché affidata da oltre cinquant’anni a dei frati cappuccini, ma anche perché una tale impronta ha ormai permeato di sé gli stessi parrocchiani che si sentono “alla sequela di Gesù sulle orme di Francesco

II. ORIENTAMENTI PASTORALI

I - Rimettere al centro la Parola di Dio, la Persona e la Comunità.  Mettere al centro la celebrazione liturgica, in particolare la Messa domenicale
 Mettere al centro della vita comunitaria la Messa domenicale, da cui anche i vari percorsi di catechesi prendano ispirazione.
a) Prevedere un percorso di approfondimento sulla Parola della Domenica per riflettere concretamente sui contenuti della Parola vissuta nella liturgia e nelle varie realtà parrocchiali (Caritas, Catechismo, Annuncio).
b) Favorire per tutti la possibilità di partecipare all’animazione liturgica, raccogliendo le disponibilità e creando opportunità per il coinvolgimento più ampio possibile di tutta l’assemblea nella propria “articolazione ministeriale”. Ciascuno possa sentirsi partecipe della liturgia, sia nella fase di preparazione che nel momento della celebrazione (con un’attenzione particolare alla presenza dei bambini).
c) Messa e catechismo: per valorizzare la presenza dei bambini nella messa comunitaria, occorrerà valutare la possibilità di collegare l’incontro del catechismo anche al calendario liturgico e ai temi forti della domenica, affinché i piccoli arrivino più consapevoli e partecipi alla celebrazione eucaristica. Così la messa può essere preparata con cura: leggendo le letture, individuando il tema della domenica, preparando le preghiere, portando all’offertorio l’attività fatta al catechismo.
d) valorizzare la figura degli accoliti e del loro servizio: in particolar modo: dare risalto in alcune celebrazioni al loro servizio di portare l’eucarestia agli ammalati, facendoli partire dalla celebrazione eucaristica; favorire la turnazione nel servizio all’altare, per supportare il celebrante e diventare un punto di riferimento per chiunque intenda collaborare nell’animazione liturgica, in particolar modo per i chierichetti, preparandoli a comprendere il senso del loro servizio (senza nulla togliere al loro entusiasmo e alla loro energia).
e) costituire un gruppo “liturgico” che, assieme ai sacerdoti, possa soffermarsi a curare i momenti liturgici e riflettere su come aiutare la comunità a vivere pienamente.
- Fare una programmazione annuale dei momenti liturgici della nostra comunità e di chi ha il compito di presidiarli. [La calendarizzazione permetterà di avere un quadro generale del cammino parrocchiale garantendo il giusto “spazio-tempo” ad ogni esperienza.]
- Favorire una maggiore integrazione del coro nei diversi momenti liturgici: celebrazione eucaristica, liturgia delle ore, veglie, adorazioni, liturgia penitenziale, atrimoni, battesimi, funerali, ecc.
f) Per consentire a tutti i componenti della Comunità Parrocchiale (bambini, giovani, adulti, anziani.) di mettere al centro la celebrazione eucaristica domenicale, si propone di valorizzare particolarmente i diversi aspetti della vita parrocchiale in una messa della domenica mattina, alla quale l’intera comunità è prioritariamente invitata a partecipare.

II - Riportare la Parola di Dio al centro della catechesi.

Pensare a un percorso di formazione cristiana dei bambini e dei giovani più organico e unitario, che non sia solo finalizzato alla celebrazione dei sacramenti, ma che ponga al centro l’incontro con Gesù e i bisogni della persona.
a) Superare il modello scolastico della catechesi dei bambini: evitare che il catechismo venga percepito come un’imposizione, poco gioioso e poco attraente per i bambini. Favorire l’avvicinamento a Gesù come una libera scelta. La catechesi dei bambini e dei giovani valorizzi anche il gioco, le esperienze, la vita comunitaria, l’incontro con i testimoni, le occasioni di servizio. A tale scopo sono da valutare ed approfondire le seguenti considerazioni e proposte:
- ridurre la durata (in numero di anni) del catechismo tradizionale. Affidare parte del percorso catechistico alle famiglie. A tal fine, i genitori vanno adeguatamente formati.
- valorizzare il cammino di fede all’interno del percorso scout e integrarlo maggiormente nel percorso parrocchiale di catechesi.
- alzare l’età a cui si propone ai bambini la frequenza assidua all’eucarestia domenicale.
- predisporre più percorsi paralleli di catechesi dei bambini (gruppi parrocchiali, percorso scout, gruppi di famiglie) tra cui le singole famiglie possono scegliere. * concentrare Comunione e Cresima entro i dodici anni ha poco senso. Soprattutto la Cresima richiede una maturità e una consapevolezza che la maggioranza dei dodicenni non possiede.
- spostare la Cresima verso la maggiore età e superare i sacramenti ‘a infornata’, prevendendo un percorso di preparazione ad hoc, quando il singolo si ritiene pronto.
Mozione complessiva: formulare un progetto organico di rimodulazione della responsabilità catechistica della comunità parrocchiale che, tenendo conto delle considerazioni qui riportate, permetta, in accordo con la Diocesi e con il coinvolgimento delle famiglie, di costruire un percorso di catechesi per le diverse età, dalla fase pre-battesimale all’età adulta.

b) valorizzare il ruolo dei genitori quali primi educatori all’interno dei percorsi di catechesi:
 - Coinvolgere i genitori e le famiglie nel percorso di catechesi dei figli.
- Strutturare la catechesi battesimale sul modello del percorso per i fidanzati: incontri con più famiglie e più animatori.
- Chiedere alle famiglie di riprendere durante la settimana i temi e le letture della domenica.
- Coinvolgere i genitori in una catechesi familiare, in cui gruppi di famiglie intraprendono un percorso pluriennale comune. Catechisti sono gli stessi genitori, supportati da un sacerdote.

III - Famiglia e Adulti

La nostra comunità parrocchiale deve avere una attenzione particolare per le famiglie; ogni momento nel quale le famiglie vengono a contatto con la comunità parrocchiale (preparazione al matrimonio, richiesta del battesimo e del catechismo per i figli, morte di un congiunto, altro), deve essere occasione di accoglienza e opportunità di “annuncio” e coinvolgimento nella comunità. Per quanto possibile siano coinvolti e valorizzati i giovani, gli adulti e le famiglie nella vita e nell’animazione dei vari momenti e dimensioni della vita della comunità parrocchiale. a) La “pastorale familiare” deve diventare il “filo conduttore” dei prossimi programmi pastorali, per far sì che la parrocchia diventi sempre più “famiglia di famiglie”, dia attenzione e “forza” alle famiglie (e/o agli adulti che la compongono) che abitualmente la frequentano, perché “vadano verso” e accolgano le altre famiglie della comunità, soprattutto quelle in difficoltà.
I momenti di festa (come “Festassieme”) e i momenti di aggregazione e di incontro (come l’esperienza dell’“Angolo fraterno”) siano momenti privilegiati per l’incontro con le famiglie e gli adulti della comunità, con l’obiettivo di accogliere anche chi abitualmente non la frequenta.
b) Occorre “mettersi in ascolto” dei bisogni espressi (o non espressi) delle persone in difficoltà (anziani, genitori in difficoltà, studenti…) e “inventare” occasioni, luoghi e situazioni di ascolto, di incontro, di condivisione.
c) Per i genitori e gli adulti in genere siano previsti momenti di incontro, di conoscenza, di aggregazione, di “ascolto”, di “formazione”, di “annuncio” e di “catechesi” all’interno, possibilmente, di un progetto pluriennale e di programmazioni annuali. A chi può essere disponibile si proponga la costituzione di veri e propri “gruppi famiglie” (aperti ed accoglienti), inseriti nel tessuto comunitario della parrocchia e impegnati nel rivitalizzarlo.

IV – Missionarietà, Carità e Testimonianza

a) La nostra comunità parrocchiale si impegna ad essere “missionaria”, cioè “accogliente” e “aperta” a tutte le possibili “diversità” che la abitano, “diversità” che si impegna a conoscere in tutte le sue sfaccettature. Si propone di vivere la nostra missionarietà, non tanto e unicamente in particolari azioni di specifica evangelizzazione (come le “missioni al popolo” o altre forme di evangelizzazione “tra le case”), quanto anche nelle “missioni d’ambiente”, cioè nei luoghi della nostra quotidianità, dove siamo chiamati a dare testimonianza gioiosa della nostra fede, “contagiando” e coinvolgendo le persone con cui viviamo e che incontriamo La nostra comunità parrocchiale è sollecitata a valorizzare, conoscere e coinvolgere le realtà missionarie già presenti sul suo territorio (in particolare la Compagnia Missionaria del Sacro Cuore di Via Guidotti), oltre naturalmente a vivere l’attenzione missionaria in collegamento con i luoghi di missione dei frati cappuccini (provincia dell’Emilia-Romagna).
 b) La “missionarietà” si deve esprimere soprattutto nella carità, momento privilegiato di annuncio e testimonianza, valorizzando le visite agli anziani, agli ammalati, alle persone sole, “mettendo in rete” quanto già fanno le varie realtà parrocchiali (accoliti, gruppo della san Vincenzo, attività della Caritas parrocchiale…); valorizzando, altresì, la presenza nella nostra parrocchia di “Casa S. Chiara”. Aumentare l’informazione e la partecipazione dei parrocchiani e favorire la collaborazione fra i diversi gruppi.
c) Per animare la comunità parrocchiale sui temi ampi della carità, come componente primaria, intrinseca e imprescindibile della visione cristiana, la proposta condivisa è di costruire un centro parrocchiale di condivisione e di ascolto, orientato agli obiettivi sopra ricordati. Il centro dovrebbe essere uno spazio (anche fisico, se possibile) nel quale la vocazione alla carità della comunità parrocchiale diventa visibile e concreta, in maniera inclusiva: la carità come impegno di tutti, aperto a tutti. Costituzione di un gruppo di lavoro che possa studiare i primi passi di intervento, identificando alcune azioni concrete di maggiore priorità, su cui avviare l’attività del centro.
Compiti principali del centro
- La conoscenza delle necessità in ambito caritativo, con riferimento specifico (anche se non esclusivo) al territorio e alle forme di fragilità e di necessità meno apparenti e materiali.
- L’identificazione e la messa in opera di azioni volte a soddisfare tali necessità.
-Il coordinamento e il collegamento fra le diverse attività già presenti in parrocchia, nel rispetto delle specifiche vocazioni di ciascuna.
- Il confronto e la collaborazione con le realtà esterne, a cominciare da quelle del territorio parrocchiale (il Quartiere, le diverse associazioni), delle parrocchie limitrofe, fino alle strutture caritative diocesane.
- La promozione dell’impegno personale grazie all’incontro fra le necessità rilevate e le disponibilità diffuse in Parrocchia (esempi, puramente indicativi, di micro-azioni potrebbero essere la visita ad anziani soli, l’aiuto di un insegnante in pensione per un ragazzo in difficoltà con gli studi, la consulenza di un professionista per una pratica burocratica/fiscale/legale, l’accompagnamento alla S. Messa di persone con difficoltà di movimento, ecc.).
- L’attenzione alla comunicazione, sensibilizzazione e informazione della comunità, per esempio tramite incontri periodici di testimonianza, la pubblicazione di resoconti, una sezione del sito web, una bacheca.

V - Cultura

La nostra comunità abbia una viva attenzione alla cultura (intesa in senso lato), per poter avvicinare su questo terreno tanti adulti o famiglie interessate a questa dimensione importante della vita individuale e sociale. A questo scopo, si propongono i seguenti punti:
a) La nostra comunità potrebbe costruire un suo “progetto culturale” dove l’arte, le tematiche culturali, etiche e sociali potrebbero costituire momenti e terreno d’incontro e di confronto con adulti e persone lontane dalla vita concreta della nostra comunità, ma sensibili a queste importanti dimensioni. Occorre riscoprire il ruolo e la funzione di “pre-evangelizzazione” di queste dimensioni culturali. Questo progetto culturale parrocchiale potrebbe essere l’eco, nel suo piccolo, del più ampio e globale progetto culturale della chiesa italiana e dell’esperienza del “Cortile dei Gentili”: una comunità quindi che si confronta con chi non crede, non condivide la nostra fede o ha visioni anche radicalmente diverse del creato, della vita, dell’uomo e della società. All’interno di questa attenzione alla cultura si potrebbe utilmente approfittare anche del “patrimonio culturale” della nostra chiesa e del nostro convento (opere d’arte, biblioteca, museo…). “Accettare la sfida della modernità” può essere momento di verifica anche per la nostra vita di fede; affrontare tematiche, certamente difficili e “scomode” (con preparazione e onestà intellettuale), come la bioetica, le tematiche politico-sociali, l’interculturalità, le emergenze sociali, la “nuova economia”, i nuovi “stili di vita” è confrontarci con l’uomo d’oggi, è uscire dal nostro guscio, è “aprire la mente”, è “stare in mezzo alla gente e ascoltare la gente”, per testimoniare “qui e ora” il Signore e la sua Parola.
b) Organizzare anche una serie di incontri per gli adulti. Tali momenti non siano solo conferenze su temi di carattere culturale, ma siano momenti di confronto e di condivisione a partire dai problemi quotidiani e di fede. L’annuncio della Parola e la vita della comunità non dovrà esaurirsi solo all’interno della ristretta vita parrocchiale (“fare tutto in parrocchia”), ma in qualche modo deve “decentrarsi”, trovare altri ambiti anche al di fuori di questo ristretto nucleo (anche spaziale) della parrocchia. Occorrerà pensare a forme, occasioni, luoghi, situazioni per “decentrare” la nostra vita e il nostro annuncio tra le vie e le case del nostro territorio parrocchiale. Utilmente si può pensare ad una suddivisione territoriale della nostra parrocchia, con attenzione al vissuto delle famiglie come luogo “vicino” di annuncio (ad esempio, l’incontro biblico proposto a gruppi di famiglie di un condominio o di una via).
 c) Fare crescere cultura e consapevolezza sulle tematiche caritative, da inquadrarsi nella prospettiva di fede.

VI - Formazione

La nostra parrocchia, per sostenere adeguatamente la progettazione e la programmazione pastorale nelle varie dimensioni della sua vita, sente l’esigenza di continuativi momenti di “formazione” per accrescere la conoscenza degli strumenti pastorali, per favorire lo sviluppo della “comunione” sia nell’identificazione degli obiettivi della nostra azione, sia nel modo di perseguirli (puntando, appunto, su una forte spiritualità di comunione). In particolare si vorranno prevedere azioni specifiche ed integrate:
a) L’intera comunità parrocchiale sostenga i catechisti e gli animatori nel loro servizio, sentendosi responsabile della formazione dei bambini e dei giovani. Allo scopo va costituita un’equipe di supporto e identificato un percorso di formazione per tutti i catechisti e per gli educatori dei gruppi giovanili, che devono ricevere sostegno e strumenti per formarsi adeguatamente al loro servizio.
 b) Si curi una preparazione di chi proclama la parola all’Assemblea e di chi anima la Liturgia che ne favorisca la formazione, tramite iniziative mirate, anche con l’adesione a corsi organizzati dalla diocesi. I bambini che svolgono il servizio di “ministranti” durante le celebrazioni liturgiche siano adeguatamente formati, in vista anche di un servizio che si può protrarre nell’adolescenza /giovinezza e nell’età adulta.
c) All’interno di questa attenzione formativa, inoltre, si proponga un appuntamento periodico aperto a tutta la comunità (famiglie, ma anche adulti e giovani) di “approfondimento e confronto con la Parola di Dio” proclamata nelle domeniche e nella scansione del tempo liturgico mensile, con adeguati momenti anche di riflessione, di preghiera, di “ricaduta” sul momento liturgico domenicale e sulla vita concreta della comunità. Questa proposta mira a rendere la comunità più pronta ed attiva durante la celebrazione: la catechesi non riguarda solo i piccoli ma è un continuo cammino di preparazione anche per tutti gli adulti, oltre ai genitori e catechisti (cfr. questo stesso documento sinodale al punto I, a).


VII - Progettualità e strumenti organizzativi

Si chiede che per il futuro cammino della nostra comunità, all’interno del Consiglio Pastorale Parrocchiale:
a) si costituiscano “gruppi” o “commissioni” per i vari settori della vita della comunità che possano supportare adeguatamente il lavoro del Consiglio pastorale, vivendo e continuando a sperimentare un cammino in uno “stile sinodale”.
b) ci si doti di progetti specifici per i suoi vari settori (es.: catechesi, cultura, carità, liturgia, annuncio), identificando obiettivi, percorsi, momenti di formazione e di verifica, che saranno portati a conoscenza della comunità parrocchiale. 

VIII - Gemellaggio

 Vogliamo vivere la dimensione della missionarietà e della vicinanza ai “lontani” (anche geograficamente), attraverso la scelta del “gemellaggio”, come “segno” del nostro cammino sinodale (abbiamo camminato insieme tra di noi, ma vogliamo camminare insieme anche con fratelli più lontani, con i quali avere uno scambio di reciproco sostegno e testimonianza) . La nostra comunità, nel futuro, intende quindi stringere un gemellaggio con la chiesa-santuario di san Giuseppe a Nazaret, ma anche con una comunità parrocchiale della stessa Nazaret.






giovedì 29 ottobre 2015

Perché progettare una comunità più aperta?

Perché progettare una comunità più aperta?

  Probabilmente gli amici che frequentano la parrocchia si stanno cominciando ad accorgere di qualcosa di nuovo che si sta producendo in essa. E’ come quando al  nostro pratone  arrivarono gli operai per trasformarlo in un vero parco pubblico, con tutto quello che ci si aspetta di trovare in un ambiente del genere. Prima c’era questo grande spazio verde, ma entrarvi era un’esperienza un po’ pioneristica. Era costellato di grandi e ripidi avvallamenti, lì dove forse si pensava di costruire le fondamenta di nuovi edifici, e la vegetazione spontanea era a tratti difficile da penetrare. Ora, benché la crisi del Comune abbia comportato, come ho letto, la sospensione delle attività del giardinaggio e della manutenzione ordinaria e, a quello che ho potuto vedere, anche di quella di svuotamento dei cestini dei rifiuti, è  tutta un’altra cosa e tante persone possono passeggiarci dentro senza particolari difficoltà. Qualcosa di simile sta accadendo in parrocchia. Ecco quindi che vediamo nuovi operai  al lavoro, in particolare numerosi altri preti. Ma anche tutti noi siamo chiamati a collaborare.
  Ci si vuole rivolgere a più gente di quella che adesso è coinvolta nelle attività parrocchiali. Perché farlo?
 Più gente può significare più problemi. Possono arrivare persone che hanno poca dimestichezza con le cose di chiesa. Magari possono anche pretendere di comandare tra noi. Così tutto potrebbe cambiare in peggio. E’ un po’ quello che si teme di questi tempi per gli imponenti fenomeni migratori verso l’Europa. Ora che sono arrivati tutti questi nuovi sacerdoti a dare una mano in parrocchia, perché non goderceli tra noi, cercando di rendere la nostra esperienza in parrocchia ancora più bella?
   Se le nostre collettività religiose delle origini avessero ragionato così, probabilmente la nostra fede sarebbe presto sparita dal mondo, al pari di altri culti che erano impostati in quel modo, che costituivano piccoli gruppi di eletti, ad accesso iniziatico, vale a dire con gradi  progressivi di perfezionamento a cui corrispondevano tappe successive di rivelazione  religiosa.
  La nostra fede ha avuto una dinamica collettiva molto diversa. Si è diffusa prodigiosamente nel grande impero mediterraneo agli estremi margini del quale era sorta, proponendo una rivelazione accessibile a tutti. Questo la rese un fenomeno di massa. Mentre l’ebraismo delle sue origini diffidava degli ambienti delle grandi città, visti come il luogo della contaminazione con altre culture e altre fedi, la gente della nostra fede proprio nelle grandi città svolse con maggiore successo l’attività di coinvolgimento delle masse, tanto che, ad un certo punto, l’antica religione politeistica che c’era prima e che era stata anche la base dell’ideologia politica di quell'impero iniziò ad essere definita pagana, vale a dire rurale, perché, al prodursi dell’espansione della nostra fede, finì per essere praticata prevalentemente negli ambienti rurali. E invece essa aveva dominato proprio le grandi metropoli dell’antichità, come era dimostrato dai grandi e magnifici templi che vi erano stati costruiti e dalle imponenti liturgie che vi si svolgevano, con il coinvolgimento di vari collegi sacerdotali e dello stesso imperatore, che aveva assunto la qualifica di pontefice massimo, quindi di capo della più importante di quelle congregazioni sacerdotali.
  Coinvolgendo genti nuove cominciarono subito i problemi, sia all’interno delle nostre collettività sia con le autorità politiche. Questo è senz’altro vero. Cominciarono controversie molto accese per capire meglio in che cosa consistesse la nostra fede. Si sviluppò presto, nel contatto con gli ambienti filosofici ellenistici, una vera e propria teologia, ma anche un’organizzazione ecclesiastica su base patriarcale, costituita su diversi grandi centri di cultura religiosa animati da padri che riproponevano localmente l’esperienza degli apostoli. Nel giro di circa quattro secoli la cultura religiosa della nostra fede sostituì, come base dell’ideologia politica imperiale, quella della più antica religione politeistica e allora si sentì di dover legiferare anche in materia di fede, per cui gli imperatori convocarono grandi convegni dei nostri capi religiosi, chiamati concili, dai quali scaturì la formulazione dei principi fondamentali della nostra fede, il Credo  che tutt’oggi leggiamo durante le messe domenicali.
 In questo modo la nostra fede ha potuto cambiare il mondo e giungere fino a noi.
 C’era nelle nostre genti di fede delle origini un’ansia di raggiungere tutto il mondo fino ai confini della terra. Del resto era un comandamento religioso del nostro Primo Maestro. Per ciò che ne so, la fase di prima prodigiosa espansione delle nostre collettività di fede non ha ancora una soddisfacente spiegazione. A scuola si passa piuttosto rapidamente dal presentare le nostre collettività delle origini come gruppi di persone duramente perseguitate al momento in cui la nostra fede fu adottata dall'impero come propria ideologia religiosa e anche politica. Evidentemente non solo la nostra gente  proponeva la nostra fede agli altri, ma questi ultimi la accoglievano sempre più entusiasticamente.  Fu rapidamente un fatto di massa. Gli storici hanno fatto varie ipotesi per spiegarlo.
  Si è osservato che, fin dal quarto secolo dell’era antica, la grande filosofia greca, da cui è derivata storicamente quella di tutti gli europei, era insoddisfatta dell’antica religione politeistica, in particolare di dei che erano troppo simili agli umani nel bene e nel male. Nel male ?! Sì, anche nel male. Questo ad un certo punto risultò insopportabile agli antichi filosofi.  Probabilmente lo era  anche per la gente comune, che era molto religiosa (non dobbiamo fare il grave errore di pensare che coloro che consideriamo pagani  non lo fossero). Se anche gli dei avevano i difetti degli esseri umani, praticamente tutti,  quindi  erano effettivamente fatti  a immagine e somiglianza degli esseri umani, allora non c’era speranza di poter cambiare. Questa insoddisfazione, in fondo, riguardava un po’ tutte le cose del mondo antico. La nostra fede, invece, ne prefigurava uno nuovo e in effetti lo produsse. A partire dal credere in un Creatore veramente buono e desideroso di incontrarci per farci uscire dalle nostre notti personali e  sociali e guidarci verso una nuova vita redenta, una realtà completamente nuova. I nuovi cieli e la nuova terra erano pensati utilizzando l'antica cultura ebraica e a partire da essa, pertanto con le sue parole e le sue concezioni sul soprannaturale, ma ben presto la nostra teologia se ne differenziò molto, anche se rimane ancora oggi quel patrimonio culturale condiviso.
  Ciò che era molto diverso nella nostra fede rispetto all'antica religione politeistica che l’aveva proceduta era, in particolare, il grado di coinvolgimento  della gente e in particolare la qualità dell’incontro con il fondamento beato di tutto, dell’accesso al divino. Questo produsse anche una nuova etica, che condivideva un importante patrimonio culturale con l’antico ebraismo, ma che prese a distanziarsene molto, proprio per l’anelito di coinvolgimento delle masse delle più varie culture etniche e politiche, senza timore di contaminarsi, e, presto, per lo sforzo di cambiare tutto il mondo, le società contemporanee, con il metodo dell’inculturazione della fede, che comporta un dare  e un ricevere tra culture umane, tra civiltà, invece che nel solito modo della conquista militare. Questo slancio culturale verso il mondo era per la verità già presente nell'ebraismo dell’emigrazione in ambiente ellenistico: esso aveva prodotto un formidabile strumento di espansione culturale, la traduzione in greco delle scritture sacre. Ma fu la gente della nostra fede a sfruttarne tutte le straordinarie opportunità.
  Siamo ancora coinvolti,  noi in San Clemente papa, dal desiderio di cambiare il mondo, a partire dal nostro quartiere?


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 28 ottobre 2015

Progettare una comunità

Progettare una comunità

  In parrocchia non abbiamo una tradizione comunitaria che ci consenta di includere, di tenere insieme, tutta la gente delle Valli a cui adesso vorremmo rivolgerci. Questo è uno dei nostri problemi.
 Di che cosa è fatta una tradizione? Di consuetudini che in una comunità si mantengono stabili nel tempo e che possono coinvolgere le persone nuove semplicemente praticandole per imitazione. E, questo è molto importante capirlo, una persona rimane in una certa comunità finché vi è coinvolta, vale a dire finché riesce a dare  e ricevere: entrambe le cose sono importanti, anche il dare, perché se a una persona è concesso di dare significa che è apprezzata dagli altri e questo è fonte di felicità.
 Le ragioni per cui la tradizione che ci serve non c’è sono molte e si sono per così dire stratificate  in un tempo molto lungo. Ho vissuto praticamente tutta la mia vita alle Valli e me ne sono fatto un’idea.
 Ad un certo punto, a partire dagli anni ’80, si è preso atto del processo di secolarizzazione che aveva raggiunto il quartiere, per cui la gente credeva ma in modo diverso dal passato e non sentiva più il soprannaturale come una realtà quotidiana e personale, e si è pensato che questo dipendesse dal fatto che la struttura sociale della famiglia si era modificata, per cui vivere la fede come nei tempi andati era diventato più difficile perché non la si respirava negli ambienti familiari. Perché la famiglia non faceva più il lavoro di orientamento alla fede? Fondamentalmente perché aveva perso la sua struttura gerarchica,  centrata sulla figura del padre, e ciò per la maggiore libertà e autonomia che, in particolare dalla metà degli anni ’60 del Novecento quando tante cose erano cambiate anche in religione, i suoi membri avevano cominciato ad esigere. Ciò era potuto accadere, si ragionava, perché le famiglie erano diventate molto meno prolifiche e nucleari,  quindi basate su mamma, papà e uno o due figli. Essere in pochi in famiglia aveva fatto aumentare le pretese di realizzazione personale, di libertà, e questo aveva distrutto la gerarchia, veicolo della fede.  Quando si è più numerosi e le risorse sono sempre le medesime occorre rinunciare a certe cose, in particolare ridurre il proprio spazio personale. Questo mantiene la gerarchia. Rende necessario avere un capo che decida che cosa spetta a ciascuno. Un capo che poi ordina e tramanda anche la fede, d’autorità. Nel passato, inoltre, le gerarchie familiari si estendevano oltre il nucleo  generativo, avevano un loro ruolo le gerarchie parentali allargate che, soprattutto negli ambienti contadini delle cascine, le aziende rurali parentali che erano abbastanza diffuse ad esempio in Emilia, consentivano anche di organizzare il lavoro comune e di ripartirne i proventi. Quest’ordine familiare gerarchico allargato era poi coerente con quello naturale, in una visione di fede, sottoposto all’autorità di un Padre  soprannaturale, che era il fondamento dell’autorità di tutti gli altri padri  della gerarchia.
  Quindi si è individuata una via per incarnare nuovamente la fede tra noi ripristinando un modello di famiglia gerarchico, in cui la gerarchia fosse indotta per via naturale  dal numero molto elevato dei suo membri, dotandolo però di un’ideologia religiosa nuova per collegarlo a una struttura gerarchica e solidale più estesa che lo sorreggesse e controllasse al modo dei gruppi parentali estesi del passato, non recuperabili, di modo che la sopravvivenza stessa delle famiglie dipendesse dal mantenersi ad essa soggetta e quindi fosse difficile affrancarsene senza correre il rischio di sfasciare la propria famiglia. Questa via è diventata, nel corso di molti anni, praticamente l’unica proposta alla gente delle Valli. Essa non era adatta a tutti, ma è stata proposta a tutti. Questo, per come la vedo io, è all’origine dei nostri problemi con le Valli, perché la gente non si è lasciata più coinvolgere. Essenzialmente perché, seguendo quella via, si doveva rinunciare  a qualcosa che ai tempi nostri è divenuto irrinunciabile. Qualcosa che aveva a che fare con il sentimento della propria dignità e con la felicità personale  e che nella visione  gerarchica  viene considerata come una forma di egoismo.
   Quel modello di riforma religiosa sulla base di famiglie numerose molto gerarchizzate ci è venuto dalla Spagna, la cui storia per certi aspetti ha avuto delle assonanze con quella italiana. In realtà esso non è veramente fondato sulla nostra fede religiosa, anche se così viene presentato. E’ più che altro basato su una certa idea di società nella quale si fa molto conto sulla gerarchia, per cui l’ordine sociale è possibile solo prendendo atto di una naturale diseguaglianza sociale, per cui c’è chi è fatto  per comandare e chi   è fatto  per obbedire, in famiglia come in società. Essa, in particolare, crede in una naturale  diversità di ruoli tra uomo e donna, per cui solo il primo è fatto  per comandare. Questa concezione suona bene nell’ambiente dei nostri capi religiosi del clero, tutti maschi e tutti convinti che solo i maschi possano governare in religione al modo di padri gerarchici. Ma, come ho detto, non è una verità di fede per ciò che riguarda la famiglia. La fede può essere generata e trasmessa anche in altri modelli sociali di famiglia e di fatto lo è. La famiglia monogamica, numerosa e gerarchica sotto l’autorità del padre e inserita in un contesto gerarchico allargato  è solo uno dei tanti modelli che storicamente ci sono stati e rimandava ad un modello più generale di società fortemente gerarchica e a struttura feudale, dunque con capi naturali, formati e inseriti in famiglie di capi naturali. Certamente quelle gerarchie sociali erano anche strumento di coesione religiosa, ma anche, non di rado, di distorsione religiosa.  In Italia ciò si è potuto apprezzare bene durante il fascismo storico, che propose alla gente qualcosa di simile a quel modello  patriarcale  di famiglia di cui dicevo, numerosa, con un maschio forte  e capo, una donna dedita all’allevamento della prole e alla cura della casa, inserita in un modello sociale gerarchico, in cui ogni padre era anche, in famiglia, il rappresentante dell’autorità politica egemone nella società. Anche in Spagna ci fu qualcosa di simile. Ma i tempi sono cambiati.
  Ora, il modello di famiglia gerarchica è fortemente dissonante dal contesto democratico in cui ai tempi nostri ci troviamo a vivere. Avere tentato di farlo rivivere ha portato vantaggi alla diffusione della fede? Alcuni sostengono di sì. Da noi, alle Valli, mi pare che non abbia funzionato, almeno a livello di massa. Le persone non vi si sono lasciate coinvolgere. Quindi, se sentiamo realmente il bisogno di coloro che sono rimasti esclusi, dobbiamo cambiare qualcosa, fare delle proposte nuove, progettare  un tipo diverso di comunità. Dico progettare perché, non avendo la tradizione che ci serve, dobbiamo costruirne una nuova, creare un nuovo ambiente sociale per quelle persone che dobbiamo far rientrare in parrocchia.
  Il primo passo da fare è di ristabilire dei contatti con le persone che oggi se ne stanno fuori, lontane. Questo è necessario per conoscerle, per sapere che cosa hanno da dare e che cosa hanno bisogno di ricevere. Sottolineo che la dinamica del dare  e del ricevere  è essenziale nella costruzione di una comunità.
 Noi non possiamo dire di conoscere  veramente la gente delle Valli. Infatti il nostro principale problema è proprio la lunga estraneità della parrocchia al quartiere.
 Quindi bisognerebbe partire costituendo dei gruppi di contatto fatti di persone che, in una vera diaconia religiosa, in un servizio religioso, si assumono il compito di conoscere la gente.
 Poi bisogna gettare delle fondamenta. Io le vedrei nella chiesa parrocchiale, l’ambiente più vasto che c’è, e nella domenica, il nostro giorno santo. L’assemblea deve essere suscitata a partire dalla chiesa parrocchiale, il luogo della presenza reale, e dalla domenica, il giorno dell’incontro. La chiesa parrocchiale non deve essere concepita solo come la sala  delle celebrazioni liturgiche, come un cinema lo è per le proiezioni dei film, ma come il vero luogo dell’incontro. Le persone vi si devono sentire come a casa propria. Bisogna abituarle a frequentarla e ad avervi dimestichezza: non devono entrare in punta di piedi come in casa altrui.
 Intorno alla chiesa parrocchiale e alla domenica bisogna indurre i vari ambienti sociali, a seconda delle età, delle esigenze e particolarità personali e di spiritualità, in modo che a tutti sia consentito di dare  e ricevere, sempre sotto la luce della fede che origina visibilmente dalla chiesa parrocchiale e dalla liturgia.
 I modelli particolari, secondo i quali riorganizzare i giovani, gli adulti, i gruppi di oranti, le attività sociali e caritative, la vita religiosa dei malati  e via dicendo, dipenderanno poi da quello che troveremo tra la gente, conoscendola meglio. E per conoscerla meglio dobbiamo attenuare l’impostazione gerarchica, per cui si dà per scontato di sapere che cosa serve alle gente e allora glielo si impone d’autorità.  In qualunque maniera  cresceranno questi gruppi particolari, li si deve mantenere centrati sull’incontro  che si realizza nelle liturgie nella chiesa parrocchiale, casa dell’assemblea, casa di tutti, e nella domenica, festa dell’incontro di tutti. Questo significa mantenere forti collegamenti tra loro, sempre nelle modalità del dare  e ricevere: tanto più che nella vita personale si passerà dall’uno all’altro e così è bene che ci si familiarizzi precocemente con tutti, per conoscerci meglio e così, conoscendosi meglio, per cercare anche di volersi bene, secondo gli ideali di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


martedì 27 ottobre 2015

Dinamica dei gruppi

Dinamica dei gruppi

  Dunque, cari amici, si riparte.
  Quando, aderendo all’AC parrocchiale, iniziai a scrivere su questo blog, era a qualcosa del genere che pensavo, insieme agli amici del gruppo.
 Trascrivo di seguito a questo post il primo intervento che pubblicai, esattamente il 1 gennaio 2012, riportando un mio intervento in AC di qualche giorno prima. Mi pare che, nei quasi mille contributi che poi sono seguiti,  si è proseguito, più o meno, a trattare, sviluppandoli, degli argomenti affrontati in quel testo. Rileggendolo mi pare di cogliere anche una certa continuità di linea di pensiero su quei temi. Sono io che sono uno noioso o sono certe cose che mi frullano sempre per la testa?  Oppure ora come allora c’erano un po’ le stesse necessità?
  Dunque: vogliamo collegare nuovamente le masse del quartiere alla parrocchia. Ci aspettiamo quindi che venga gente nuova, e molta. Allora occorre prepararsi.
 Viviamo in una società in cui si è persa l’abitudine all’agire politico, vale a dire a riunirsi in molti e a produrre qualcosa di comune nel dialogo fattivo  con gli altri. Accade quindi che ci si ritrovi e poi che ce se ne vada insoddisfatti, con la sensazione di una gran confusione. Ma l’umanità ha trovato diversi rimedi. A lavorare insieme si impara.
 Una delle possibilità è di fare come l’orchestra sinfonica o il coro, che si affidano all’orecchio e alla sensibilità di un direttore. Questa strategia si basa quindi su una gerarchia, sul seguire un capo. Se uno suona o canta sotto la direzione altrui come forma di lavoro, di solito non si occupa di scegliere il direttore. Fa quello per cui lo pagano, anche se sa che la direzione è necessaria. Nel mondo di quelli che fanno arte per il proprio piacere, l’arte per l’arte, come si legge nel simbolo della casa cinematografica  Metro Goldwyn Mayer  intorno alla testa del leone che ruggisce, ars gratia artis  che in latino significa appunto l’arte per l’arte,  è diverso. Di solito gli artisti che suonano o cantano in gruppo vogliono mettere bocca nella scelta del direttore. Però lo fanno da competenti, da persone che conoscono e amano la musica. Se non possono farlo, lasciano. Chi glielo fa fare, infatti, di mettersi sotto un capo che non stimano?
  Anche le masse che inviteremo in parrocchia non sono fatte da gente pagata e per lasciarsi dirigere devono avere fiducia e stima in chi lo fa, altrimenti presto si disamorano.
 Bisogna fare molta attenzione a questo, a non trasformarle in gente pagata, quindi  a non promettere mai, in cambio della loro adesione, ciò che non possiamo mantenere e soprattutto che non siamo autorizzati a promettere. Ad esempio che venendo tra noi la gente avrà risolti  i suoi problemi di famiglia, di lavoro, di integrazione sociale, di malattia, di infelicità. Da noi potrà trovare solidarietà e condivisione, ed anche un aiuto, questo senz’altro. Questa attività fa parte della vita collettiva di fede fin dalle origini. Ma i  guai degli altri non saranno magicamente cancellati. Neanche se la gente si sforzerà di credere molto intensamente. E neanche se accetterà di annullarsi mettendosi totalmente nelle nostre mani, a fare acriticamente tutto ciò che ordiniamo. Questa del resto una cosa che noi non siamo autorizzati ad accettare e nemmeno a pretendere. E, allora, che cosa ne ricava uno, venendo tra noi? Venite e vedete, dobbiamo dire. La salvezza non è nelle nostre povere mani. Non ci viene come corrispettivo, come retribuzione, non ce la meritiamo; in religione si sostiene che ci venga donata. Agli altri non abbiamo altro da offrire che la nostra fragile e povera umanità. Ma proprio di essa è fatto il nostro cercare di radunarci a convito e il di più, l’aggiunta, ciò che la trasforma in agàpe viene dal Cielo, non è in nostro potere.  A volte esso ci illumina ed è in  questi sprazzi di luce che, come è stato talvolta descritto molto efficacemente, in qualche modo consiste la nostra esperienza di fede. Nella fede noi siamo amanti  di quella luce, che è soprannaturale perché non illumina l’ambiente in cui viviamo, ma le nostre stesse vite, le nostre stesse esistenze. L’ha detto benissimo la sociologa e antropologa Claudia Giaccardi, nel pensiero del giorno che ho pubblicato lo scorso 4 ottobre e che trascrivo nuovamente  di seguito.

“Come ogni mattino è la luce che ci fa rinascere,  dopo il buio della notte veniamo ancora alla luce, torniamo alla vita. Il buio separa, la luce ci richiama all’esistenza; ci unisce nello slancio comune per affrontare il nuovo giorno e tutto ciò che ci verrà incontro”. Lo scrive Emily Dickinson [poetessa statunitense, 1830-1886], in una sua bella poesia, perché la separazione quella è notte, e la presenza semplicemente alba. Lei, la luce purpurea lassù chiamata mattino: una luce che sembra sempre un miracolo, “stupore di ultramattutina luce”, per il poeta Mario Luzi [poeta italiano, 1914-2005]. La luce, come una lama, taglia l’oscurità. Non si può parlare di luce senza alludere a questo dialogo con le tenebre, così come la parola si staglia sempre sullo sfondo del silenzio.
 Se però ci abituiamo a stare al buio, la luce ci punge, ci ferisce e alla fine preferiamo evitarla. A volte abbiamo paura  di guardarla, nel timore che ci spinga fuori delle nostra comode certezze, dalle abitudini che rassicurano.
 “La luce è venuta, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce”, leggiamo nel Vangelo di Giovanni [Gv, 3,19]. Eppure è lei ad avere l’ultima parola.
“Con angoscia ti fuggo, o luce, ma sulla stessa via sempre ti incontro”, recita un verso di padre Turoldo [poeta e frate dell’Ordine dei Servi di Maria italiano, 1916-1992].
 E anche Nelson Mandela [politico sudafricano, premio Nobel per la pace nel 1993;  1918-2013]  diceva: “E’ la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più.” E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso. La luce infatti accende il nostro desiderio. “Se non avessi visto il sole, avrei sopportato l’ombra, ma la luce ha reso il mio deserto ancora più selvaggio”, scriveva Emily Dickinson. Un desiderio che sempre ci spinge oltre, verso quell’infinito che ci rende liberi perché nessun idolo lo può saturare.
 Persino uno spirito inquieto come Pessoa [Fernando António Nogueira Pessoa, poeta e scrittore portoghese, 1988-1935] riconosce che questo movimento verso la luce, e grazie ad essa, è ciò che ci rende veramente umani: “In me esiste, al fondo di un pozzo, un pertugio di luce verso Dio. Là, molto in fondo, alla fine, un occhio fabbricato nei Cieli”.

  Ma questi amanti della luce soprannaturale  che vengono tra noi  a volte hanno perso familiarità con essa. Devono essere aiutati a riscoprirla. Però, ed molto importante tenerne conto, bisogna capire che ne sono anche portatori. Vengono tra noi a cercare la luce, ma anche ce la portano. Quindi bisogna anzitutto condurli a riscoprirla in loro stessi. E’ questo appunto che si vuole intendere quando si dice, in religione, che nell’altro vediamo il volto del fondamento beato. Ogni incontro con l’altro è illuminato di luce soprannaturale. E’ per questo che, nella fede,  attribuiamo alla vita umana, ad ogni vita umana, un infinito valore. E perché, lo dico con il filosofo Aldo Capitini, non vorremmo rinunciare a nessuno. Lo si può realizzare mettendosi a scuola di dialogo.  Nel brano che ho trascritto di seguito, Giuseppe Lazzati diede alcune importanti indicazioni in merito.
 Fondamentalmente, noi non ci dobbiamo proporre di costruire una comunità, ma di suscitarla, che significa far emergere dagli altri quella luce  di cui dicevo. Questo rende molto importante il ruolo di coloro che accoglieranno la gente nuova e inizieranno a guidarla su quella via. Si tratterà di presiedere della assemblee per fare emergere da esse la comunità e la sua luce. Occorreranno che questi primi direttori di orchestra abbiano la capacità di capire gli altri e di orientare il lavoro comune in modo che ognuno abbia un suo spazio, senza essere tiranneggiato né da chi dirige, né dal gruppo nel suo insieme, né da altri che vi partecipano. Questi primi animatori vanno considerati un po’ come i sostegni che si mettono ai giovani alberi quando sono ancora troppo giovani per resistere al vento e alle intemperie. Lo si fece per i pini di via Val Padana, io lo ricordo e ne ho anche le fotografie. Ora non ne hanno più bisogno. Così deve accadere nel processo di suscitazione di una comunità da una collettività. Si suscitano anche nuove persone che poi la presiederanno con la piena fiducia delle assemblee. Esse emergono dall’assemblea comunitaria. In qualche modo quindi i primi animatori devono essere pronti a mettersi in secondo piano nel momento in cui ne emergeranno altri dall’assemblea. E, innanzi tutto, devono individuarli nell’assemblea. Non è detto che ve ne sia uno solamente. Anzi, per stabilire una continuità di tradizione, si ritiene preferibile quella che viene definita una leadership comunitaria che è l’insieme di tutte le persone che in un qualche gruppo si occupano di proporre obiettivi, di proporre vie per realizzarli, di contribuire al mantenimento del gruppo, di rendere equilibrate le diverse funzioni della vita di gruppo  evitando estremismi fatali, di far superare atteggiamenti passivi o rassegnati.
  Ecco come vengono riassunte le qualità di chi svolge la funzione di presiedere nel libro di Gennaro Luce, Dinamica di Gruppo, Edizione LMS, 1977:
-un grande spirito di sacrificio per dimenticare se stessi e donarsi agli altri;
-il “leader” dev’essere un vero “testimone” di ciò che annuncia e profondo conoscitore dell’ambiente dove lavora;
-egli deve avere un grande dominio delle proprie reazioni per poter capire gli altri;
-egli deve sintetizzare in sé  i valori egli obiettivi del gruppo.
  Un’ultima considerazione.
   Per fare spazio a tutti è necessario imparare il metodo democratico. Che implica l’accettare alcuni valori, come il rispetto della dignità e della personalità degli altri. Il fare spazio  agli altri. Ma anche saper praticare una certa  tecnica per discutere e  prendere decisioni collettive, individuando le questioni importanti sulla base degli obiettivi che l'assemblea si propone di raggiungere, formulandole in modo comprensibile e organico e mettendole in votazione in modo che ne risulti una volontà collettiva coerente. E' il lavoro delle assemblee legislative. Io queste cose le appresi per la prima volta nella mia vita in FUCI, che sostanzialmente seguiva, come anche oggi, la linea dell’Azione Cattolica, pur nella reciproca autonomia, ai tempi nostri più marcata di allora. Alcuni di coloro che all'epoca presiedevano le nostre assemblee di universitari oggi sono parlamentari e hanno contribuito a riscrivere parti importanti della nostra Costituzione. Ancora una volta, come nel secondo dopoguerra, sono il frutto maturo del nostro laicato di fede.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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post  pubblicato il 1 gennaio 2012 con il titolo “AC S.Clemente 29-11-11 – L’affermazione dei  principi nella società è compito di tutti

  Il testo che vi presento questa sera è un’opera collettiva. Alla fine ne dirò il titolo e l’epoca di pubblicazione. Riguarda l’affermazione dei principi di fede nella società. Li apprendiamo in una collettività nella quale siamo educati. Essa, fin dalle origini, si raccoglie intorno a maestri, che si impegnano a tramandare fedelmente  quei principi di generazione in generazione. Non agisce solo per il bene dei propri membri.  Ritiene di poter venire in aiuto delle società in cui vive. In questo c’è un compito che può essere svolto anche da coloro che non hanno specificamente il compito di organizzare e formare ai principi quella collettività. Nessuno in essa deve essere solamente passivo. E’ la stessa complessità dell’organizzazione delle società umane a richiedere che il lavoro di influire per l’affermazione dei principi sia svolto anche da coloro che, nei vari ambiti sociali, hanno modo di operare. Esso, quindi, non è estraneo alla vita di fede: ne è invece una delle finalità.
  La famiglia, la cultura, l’economia, le arti e le professioni, la politica, le relazioni internazionali non sono solo vie, strumenti, per il perfezionamento personale, ma hanno un valore loro proprio, per il loro particolare rapporto con la persona umana al servizio della quale sono state create, per migliorare la società secondo i principi di fede.
 Benché nella fede si confidi che tutto ciò che esiste possa, al termine della storia, essere ricondotto ad unità, ogni realtà sociale ha suoi propri fini, sue proprie leggi, suoi propri mezzi, una sua specifica importanza per la persona umana: si parla in proposito di una sua autonomia.   
 Conoscere i principi  di fede tramandati e sforzarsi di conformare la propria vita ad essi, sotto la guida di maestri stimati e degni di fiducia, non sono sufficienti ad influire sulla società intorno a noi. La collettività di fede è vista come un corpo umano, in cui ogni parte deve esercitare la funzione sua propria, per il bene di tutti. Sono gli stessi nostri maestri ad esortare vivamente tutte le persone di fede a fare la loro parte per difendere e applicare i principi ai problemi attuali, cooperando anche con persone di altre fedi e convinzioni, secondo la specifica competenza di ciascuno e sotto la propria personale responsabilità.  Un lavoro che, comportando lo sforzo di adeguare le società in cui si vive a principi supremi, universali, che richiedono di dare a ciascuno il suo, ciò che gli compete in ragione della comune umanità, deve essere vista come azione di giustizia. Quest’ultima è anche considerata una manifestazione di “amore”. Nel greco antico, la lingua in cui furono scritti i libri che caratterizzano specificamente la nostra fede, ciò che si traduce in genere con la parola italiana “amore” è espresso con vari termini: agàpe, filìa, coinonìa, èros. C’è una frase di quei libri che ci coinvolge sempre emotivamente: ò Teòs agàpe estìn (così è scritto nella prima lettera di Giovanni, al capitolo quarto, versetto 8. Significa: il fondamento beato di tutto, il Creatore, è agàpe). Indica ciò che è al fondo di molte altre nostre convinzioni comuni. Uno dei suoi sensi profondi può essere spiegato così: nella nostra fede vorremmo arrivare a raccogliere tutti gli umani, nessuno escluso, a mangiare insieme da amici, una bella cena, con vino buono, che rallegra ma non fa male, e buon cibo, l’agàpe appunto.  La nostra giustizia può quindi anche essere considerata come un cercare di instaurare questa agàpe nelle società in cui viviamo. Nonostante le difficoltà e i dolori della vita comune.
 Rese così questa idea, nel 1980, il giornalista Paolo Giuntella:
“Non bisogna infatti smettere di essere poeti per costruire la nuova città della giustizia. Bisogna smettere di essere istrioni. E diventare per la prima volta poeti. Cioè trasformatori. ‘Poièsis’ del resto significa produzione, costruzione, prodotto. Il prodotto della pràxis. La bellezza , compimento della poesia, senza slabbrature, non è infatti languore e malinconia. Anche la nostalgia più cruda e inguaribile deve trasformarsi in poesia, in energia e superare l’adolescenza attraverso l’esperienza del dolore e divenire adulta. Incontrerà, allora, senza dubbio la Bellezza, vincerà l’impossibile, ricongiungerà le carni e le anime divise.
Signore, non allontanare da me questo calice. D’accordo, Ma fa che si trasformi in Marzemìno, in Teroldègo [due tipi di vino pregiato] generoso. Che io possa ritrovare la tenerezza tua Immagine, tuo Senso, tuo Seno, e possa tornare a danzare sulla piazza del mercato al suono del flauto e poi sedere sotto la pergola dell’osteria di Cana a bere quel mosto che non ubriaca mai.”
 Un’azione di giustizia che si basa su convinzioni di fede è religiosa. Questo significa che l’agire individuale e comune scaturisce da forti interiorità e che, per questo motivo, non ci si arrende  mai, per quanto le società in cui si vive resistano al cambiamento. La meditazione personale, lo studio dei libri fondativi del nostro vivere insieme da persone di fede, la partecipazione alle celebrazioni comuni ci fortificano contro ogni disillusione e ogni difficoltà.
 Ci sono molte vie per l’impegno, non una sola. Sempre bisogna aver presenti quelli che stanno peggio, coloro che mancano di cibo, vestiti, casa, medicine, lavoro, istruzione, di un livello minimo di benessere, Un altro campo di azione è quello che riguarda la vita nelle famiglie. In esse può essere iniziato un dialogo amichevole con i più giovani, che può proseguire anche in altre occasioni. Anche la partecipazione alla società civile e a quella politica può essere occasione di operare per l’affermazione dei principi di giustizia. Storicamente si è anche affermato un tipo di impegno che caratterizza le organizzazioni dette “di azione cattolica”. In esse, con un più stretto legame con chi ha il compito di organizzare le collettività religiose, ci si forma e si collabora alla diffusione dei principi di fede in vari ambienti sociali.
 La formazione che si richiede a chi voglia operare religiosamente per l’affermazione dei principi di fede nelle società in cui vive è sia spirituale che culturale. Bisogna conoscere bene il mondo in cui ci si trova inseriti, essere inseriti nelle proprie società, al livello con la loro cultura.
  L’arte del convivere e cooperare fraternamente, al fini di stabilire un dialogo con gli altri, con credenti e non credenti, con prudenza e gentilezza, per “promuovere tutto ciò che è vero, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile”, si apprende. C’è in questo un tirocinio da compiere, non si tratta solo di imparare una teoria.
 Associandosi ad altri che condividono certi obiettivi  concreti, ci si può sostenere l’un l’altro in questo. Ma le varie idee che ci si propone di attuare nella società, i metodi seguiti e i risultati ottenuti devono essere discussi e vagliati, in spirito di fraternità  e cooperazione, al cospetto dei capi della collettività religiosa, che hanno il compito di mantenere l’unione di tutte le forze che, nei vari ambiti, operano per l’affermazione dei principi di fede nella società. Questa è una parte importante di quel tirocinio di cui si è detto. Siamo esortati ad eliminare, a partire dalle relazioni con coloro che condividono la nostra fede, ogni malizia e ogni inganno, le ipocrisie e le invidie e tutte le maldicenze. A coltivare l’amicizia, per offrirci vicendevolmente aiuto. Quando parliamo di “dialogo” che cosa dobbiamo intendere?
 Ci ragionò molto su Giuseppe Lazzati (1909-1986), che a lungo lavorò in Azione Cattolica:
Suoi caratteri sono i seguenti: 1) la chiarezza innanzi tutto; il dialogo è un travaso di pensiero …basta questa iniziale esigenza per sollecitare … a rivedere ogni forma del nostro linguaggio; 2)altro carattere è poi la mitezza…il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo…non comando, non è imposizione. E’ pacifico, evita i modi violenti; è paziente; è generoso; 3) la fiducia … promuove la confidenza e l’amicizia…esclude ogni scopo egoistico; 4) la prudenza pedagogica, la quale fa grande conto delle condizioni psicologiche e morali di chi ascolta. Nel dialogo, così condotto, si realizza l’unione della verità e della carità, dell’intelligenza e dell’amore.
            (da una lezione tenuta nel 1984)
  Nei secoli passati si cercò di stabilire una forte continuità tra le convinzioni di fede e quelle, di diversa natura, diffuse nelle varie società, ad esempio quelle che riguardavano gli ordinamenti politici e il funzionamento della natura, gli astri, la Terra, i viventi,  compresi gli esseri umani.  
 Ai nostri tempi si ritiene che l’unità, tra l’ordine spirituale e quello del mondo in cui si vive, si attui in primo luogo ed essenzialmente nelle coscienze delle persone di fede. Nella convinzione, comunque, che  si stia formando come una nuova creazione, in modo iniziale qui ed ora, in modo perfetto in un tempo a venire, alla fine. La realtà presente, nella quale siamo inseriti, non è per questo privata di autonomia e valore, ma ne è come perfezionata. Ciò significa che le società in cui viviamo, con le loro difficoltà, i loro dolori, i loro problemi, non sono mai, nella visione di fede, l’ultima parola sugli esseri umani. E, nella fedeltà ai principi religiosi, riteniamo obbligo di giustizia di agire in esse per soccorrere le persone che in esse vivono, avendo “riguardo, con estrema delicatezza, alla libertà e alla dignità della persona che riceve l’aiuto”, senza desiderio di dominio,  nell’intento di eliminare “non solo gli effetti, ma anche le cause dei maliin modo che coloro i quali [ricevono l’aiuto] vengano a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventino sufficienti a se stessi.
 Ho riassunto e commentato il decreto Apostolicam Actuositatem (=l’apostolato), sull’apostolato dei laici,  del 18 novembre 1963,  approvato e diffuso durante il Concilio Vaticano 2°.    
                                                                       Mario Ardigò dell'AC S.Clemente