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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 30 novembre 2015

Grande successo dell’Oratorio parrocchiale della domenica

Grande successo dell’Oratorio parrocchiale della domenica

 Ieri all’Oratorio parrocchiale della domenica c’erano, mi riferiscono, più o meno cinquanta bambini. Un grande successo. Bravi i giovani della parrocchia, alcuni appena cresimati, che hanno reso possibile con la loro dedizione e con il loro entusiasmo questa iniziativa. E grazie, naturalmente, ai sacerdoti della parrocchia che l’hanno promossa e la sostengono.
  Vedete che, quindi, il nostro quartiere non è fatto solo di anziani, come dicevano alcuni. Io lo sostenevo: sono tornate tante giovani famiglie, con figli piccoli.
  E’ bastato dismettere l’arcigno fondamentalismo con cui la gente, talvolta, veniva accolta da noi ed ecco che tutto sta cambiando.
  La speranza  è che anche i genitori e i fratelli e sorelle più grandi dei bambini dell’Oratorio vengano coinvolti nel rinnovamento che si sta sperimentando in parrocchia.
  Quei bambini  non sanno nulla, come sento dire da qualcuno? Intanto sanno che si può essere felici, insieme, in parrocchia, tra gente di fede, con i sacerdoti e i ragazzi più grandi, e i più grandi si dedicano ai più piccoli: è l’agàpe, il centro della nostra fede. Perché poi, dove due o tre si riuniscono con quello spirito, lì è presente la beata realtà soprannaturale in cui confidiamo. Non è così?
 Il resto verrà. La catechesi  si fa per questo.
 Oggi non voglio aggiungere altro.
 Voglio contemplare questo risultato, questa agàpe  che si è riusciti a realizzare. Riempie il cuore, consola. Lasciate che, questa volta, io mi lasci consolare e nulla più.
 Di nuovo: bravi tutti!
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


domenica 29 novembre 2015

Il senso di una lunga storia

Il senso di una lunga storia

 Continuo a rivolgermi ai giovani della parrocchia, alle persone nate dopo il 1990 o poco prima e che hanno incominciato ad interagire con la società del loro tempo nel Terzo millennio della storia della nostra fede.
  Questo di oggi è il millesimo post pubblicato su questo blog dalla sua creazione, il 1 gennaio 2012. Potete leggere tutti questi post sul blog, cliccando sull’elenco qui a destra. Il lavoro che si è fatto è consistito essenzialmente nel fare memoria del senso della storia degli ultimi due secoli delle collettività di fede italiane, dall’inizio dell’Ottocento ad oggi. In essi furono protagonisti i laici di fede, i quali, nel corso di un processo culturale piuttosto complesso e coincidente con lo sviluppo dei governi democratici in Europa, ebbero un ruolo importante nella profonda riforma dell’ideologia e dell’organizzazione della nostra confessione religiosa attuata dai saggi dell’ultimo Concilio, tra il 1962 e il 1965.
 Al Concilio Vaticano 2° parteciparono, come uditori, senza diritto di voto, alcuni laici, cinquantadue esattamente, uomini e donne (furono tredici): fu una notevole novità perché non si trattava di capi politici, ma di gente del popolo di fede che era stata protagonista nella vita culturale e nell’apostolato. Nei due millenni della nostra vita collettiva religiosa solo regnanti e loro feudatari avevano avuto la possibilità di influire sui concili ecumenici, in particolare nel primo millennio, in cui essi furono convocati dagli imperatori bizantini, quando ormai la nostra religione era divenuta un affare di stato.
 Le uditrici laiche furono:
Pilar Belosillo (Spagna), Rosemary Goldie (Australia), Marie - Luoise Monnet (Francia), Amalia Dematteis (Italia), Ida Marenghi Miceli (Italia), Alda Miceli (Italia), Luz Maria Lngoria (Messico), Margarita Moyano Llerena (Argentina), Gertrud Eherle (Germania), Hedwing von Skoda (Cecoslovacchia -Svizzera), Catherine McCarty (USA), Anne Marie Roeloffzen (Olanda) e Gladys Parentelli (Uruguay).
  Dal libro di Luca Rolandi, Testimoni del Concilio, Effatà editrice, appunto alcuni dei nomi degli uditori laici. Ci furono: Vittorino Veronese, ex presidente dell’Azione Cattolica Italiana fino al 1952; il filosofo francese Jean Guitton, amico personale del papa Montini; il britannico Patrick Keegan, presidente della Gioc, un movimento della gioventù operaia, che intervenne in aula proponendo una visione dell’apostolato dei laici che corrisponde a quella proposta nel Decreto conciliare Sull’apostolato, sull’apostolato dei laici, del Concilio; Juan Vasquez, argentino, che parlò a nome della gioventù, della quale si era occupato presiedendo organizzazioni giovanili.
  Non era presente una delle figure centrali per l’ideologia del Concilio, il filosofo francese Jacques Maritain, del cui pensiero era stato grande divulgatore in Italia il Montini.  La sua impostazione filosofica è avvertibile in uno dei documenti del Concilio che più contribuirono a cambiare ciò che di male c’era stato nel vivere collettivamente la fede, la Dichiarazione La Dignità Umana.
 Da un articolo in merito di Roberto Papini, sul WEB all’indirizzo
https://www.stthomas.edu/media/catholicstudies/center/johnaryaninstitute/conferences/2005-vatican/Papini.pdf
trascrivo:
“I Padri conciliari approvano la dichiarazione Dignitatis Humanae il 7 dicembre 1965; il testo esprime un difficile ma forte equilibrio tra i diritti della libertà e i doveri verso la verità, tra la libertà soggettiva e la verità oggettiva, argomento attorno a cui Maritain aveva lavorato una vita per garantire un pluralismo non come criterio filosofico, che porterebbe al relativismo, ma come metodo politico per evitare qualsiasi forma di autoritarismo. Il giorno dopo Paolo VI in piazza san Pietro consegna a Maritain il «Messaggio agli uomini di pensiero e di scienza» dicendogli: «La Chiesa vi è riconoscente per il lavoro di tutta la vostra vita». Nel Messaggio per ben quattro volte si fa riferimento alla verità come oggetto e scopo della ricerca. Maritain risponde a questo pubblico riconoscimento con una lunga lettera pubblicata in seguito su “L’Osservatore della domenica” del 6 marzo 1966, nella quale, tra l’altro scrive: “Non ignoro che tra noi altri intellettuali ci sono uomini che si credono destinati a non cercare che delle verità, senza amare la Verità. Il santo Padre non li trascura, perché a nessuno è dato di giudicare il fondo dei cuori e perché in realtà, ritengo, che nessuno metterebbe tanto zelo nel cercare delle verità se nelle regioni della sovracoscienza dello spirito non cercasse, e non amasse la Verità, anche senza saperlo». Questa presenza discreta di Maritain, a cui il Papa chiede anche consiglio per la stesura dei messaggi finali del Concilio, non inorgoglisce il filosofo, tanto che in un lettera a Giovanni Stecco, un insegnante del Seminario di Vicenza, proprio a proposito dell’incontro a Castelgandolfo in relazione ad una foto apparsa sui giornali scrive «Sono sorpreso nell’apprendere che quella foto è stata pubblicata, io credevo rimanesse strettamente privata negli archivi del Santo Padre. Il pellegrinaggio lampo che ho fatto per dirgli la mia venerazione filiale e la fedeltà della mia dedizione, l’ho tenuto nascosto a tutti i miei amici, e sono rimasto a Roma soltanto due giorni e mezzo, tra due aerei, senza vedere alcuno, per conservare l’incognito. Ed ora Lei mi scrive che ‘tutti i giornali hanno notato lo spirito di affettuosa amicizia che la foto rivela’. Io che vivo ritirato dal mondo e ho tanta paura dei giornalisti! Quali interpretazioni aberranti la gente vuol dare a ciò che era un semplice omaggio di pietà filiale? Non è insomma, colpa mia. Dio sa ciò che permette...» (24 settembre 1965). E qualche tempo dopo, a proposito del «Messaggio agli uomini di pensiero e di scienza»: “«....si tratta di ben altro che di me; si tratta di una certa continuità dottrinale. Io non sono che un povero moscerino, tutto stupefatto e profondamente riconoscente per l’affetto che il Santo Padre ha la bontà di testimoniargli» (17 dicembre 1965).
  Tra gli uditori laici al Concilio c’erano comunque, ricorda Papini nell’articolo che ho sopra citato, alcuni amici del Maritain, tra i quali Ramon Sugranyes de Franch, presidente di «Pax Romana», il movimento internazionale degli intellettuali cattolici.
  La presenza di questi uditori laici significò che i saggi del Concilio, tutti capi appartenenti al clero, si erano aperti alle istanze del pensiero laicale di fede, espressione di movimenti suscitati con molta vivacità e creatività nella parte largamente maggioritaria del popolo religioso, presente in una componente largamente minoritaria e senza diritto di voto al Concilio, ma presente. I laici non erano più influenti solo dal punto di vista politico, come nei millenni precedenti, nel tentativo di indirizzare i lavori del Concilio per questioni di potere. Avevano proposto questioni che riguardavano specificamente la dottrina, l’ideologia religiosa, perché si potesse continuare a essere gente di fede nel nuovo contesto storico aperto dallo sviluppo delle democrazie di popolo e dei loro valori fondamentali.
 Insomma, dall’Ottocento la fede non è più cosa solo da preti.
 E il ruolo dei laici non è solo quello di gregge e, in particolare, di riproduttori di gente di fede. Essi hanno iniziato a prendere la parola. Alcuni di loro l’hanno fatto al Concilio, ma avevano cominciato a farlo molto prima.
 Alcuni temono che le novità richieste e sperimentate dai laici ci portino lontano dalla fede delle origini. In religione si ritiene di aver ricevuto un deposito di fede che, almeno nei suoi elementi essenziali, deve passare intatto di generazione in generazione. Così, quando si parla di riforma, si inizia sempre con il pensare di tornare al passato, depurando il presente da certe incrostazioni, certe aggiunte, fatte arbitrariamente nel corso della storia di fede. Fondamentalmente fu questa anche l’ideologia dei saggi del Concilio, nelle questioni prettamente dottrinali.
  Tuttavia noi non troviamo nel passato tutte le soluzioni giuste per vivere la fede oggi. Bisogna realisticamente prenderne atto.  In particolare il contesto culturale biblico è  troppo distante dal nostro.  Vi possiamo certamente trovare un’ispirazione e, anzi, dobbiamo farlo, in un’ottica di fede.  Ma costruire il presente e, soprattutto, progettare il futuro non può significare semplicemente replicare il passato. Occorre essere creativi.
  L’interazione sociale ci cambia. Apprendiamo cose nuove e costruiamo schemi culturali più adatti alla realtà come ci appare e la sperimentiamo. Questo è molto evidente anche nelle questioni della dottrina della fede, solo che se ne voglia fare memoria senza paraocchi ideologici. Non  è vero che ogni cambiamento sia un tradimento. Le nostre collettività di fede delle origini iniziarono a cambiare prestissimo, già quando decisero di abbandonare certe regole dell’ebraismo antico.  Il risultato di questi primi cambiamenti sono stati consacrati nelle nostre Scritture sacre.
  E ciò che chiamiamo Tradizione è, in fondo, anche una storia di cambiamenti.
  Rimane sempre qualcosa che assomiglia al passato, come un figlio assomiglia ai genitori, e anche agli avi più remoti e le lingue contemporanee a quelle antiche.
 Le cose dell’umanità sono tutte fatte così.
 Eppure c’è qualcosa di più di questo. E’ come se ci fosse anche un dialogo con le ere antiche dell’umanità, mediato dalla parola scritta e da altre tradizioni culturali.  Ad esempio le nostre Scritture parlano  e noi, meditandoci sopra, dialoghiamo  con le voci che da esse ci giungono. Nella fede noi pensiamo di individuarvi anche una voce soprannaturale. Sentiamo di avere una responsabilità verso quelle voci, quella storia, quelle presenze. Il nostro non è solo un interesse come di studiosi, di eruditi. Ci accostiamo a quelle voci come le persone si accostano a quelle dei genitori e a quelle di chi vuole loro bene. Le amiamo, anche se talvolta non riusciamo a comprenderle bene e in qualche cosa, o in molto, ce ne discostiamo. Cambiamo, perché gli esseri umani cambiano, ma, progettando il cambiamento, cerchiamo amorevolmente luce dialogando con chi ci ha preceduto e con quella voce soprannaturale di cui dicevo. Perché da loro abbiamo imparato ad essere umani e temiamo di distruggere la nostra umanità ripudiando superficialmente.
 Nulla si opporrebbe a che noi cambiassimo istantaneamente il nostro modo di vivere collettivamente, in ogni campo. Chi si è provato a farlo ha però trovato molte difficoltà e, soprattutto, ha dovuto esercitare molta violenza, e poi di solito ha provocato disastri umani. Eppure l’umanità è effettivamente cambiata. I cambiamenti sono stati il frutto di processi culturali collettivi, che si sono sviluppati con gradualità in un seguito di ideazioni, sperimentazioni, decisioni collettive e poi di nuovo ideazioni, sperimentazioni e nuove decisioni collettive. La cultura, con la sua tradizione, in un certo senso ci frena, ma anche costituisce le condizioni del cambiamento. Ci fa comprendere il mondo in  cui viviamo, per così arrivare a cambiarlo senza produrre catastrofi umane. Questo lo si è capito sempre meglio nelle nostre collettività di fede. E’ possibile cambiare rimanendo fedeli a certi grandi ideali, alla base dell’elevazione della nostra condizione umana sopra quella puramente animale, se si coopera pazientemente al cambiamento in un processo culturale che gradualmente raggiunga il maggior numero di persone, producendo una collettiva conquista culturale. Questo è stato il senso dell’impegno laicale dall’Ottocento in poi, nelle nostre collettività di fede. Innescare e sostenere un processo culturale di cambiamento.
  Perché si deve cambiare e in che cosa si deve cambiare?
  Il saggi dell’ultimo Concilio ci hanno indicato, nei documenti da loro elaborati, consacrati in testi scritti e approvati, in che cosa si deve cambiare. Non hanno spiegato bene, in fondo, perché si dovesse farlo, anche se qualche spunto si coglie nel loro lavoro. E non lo  hanno fatto perché la realtà era insopportabile e perciò indicibile. E il processo di  purificazione della memoria innescato dal papa Wojtyla in occasione della preparazione al Grande Giubileo dell’Anno 2000 può essere considerato un frutto tardivo dell’ultimo Concilio, l’esplicitazione delle ragioni per cui occorre cambiare.
 Una prima ragione per cambiare è che tutto, nelle cose umane, cambia. Anche la religione, come processo culturale, deve cambiare, se non vuole estinguersi.
 Un’altra ragione sta nella tremenda nostra storia collettiva di genti fede, che ha prodotto tantissimo male, insieme a moltissimo bene. Nel costruire un mondo nuovo dopo l’ultimo conflitto mondiale, si è voluto anche ripudiare il molto male fatto in religione. Quest’ultima non ha diritto di cittadinanza se vuole rimanere attaccata a quelle consuetudini di male. Ma perché dovrebbe farlo? La nostra è una religione che si propone di distaccarsi dal male.
 E, in definitiva, la nostra non è la fede che si attende che siano fatte nuove tutte le cose?
  Cari giovani della parrocchia, quando vi si chiama alla fede è a quel lavoro a cui ho accennato che vi si invita a partecipare. Bisogna costruire, iniziando a sperimentarlo da subito, un mondo nuovo, animato da quella forma speciale di convivenza umana che chiamiamo  agàpe e che, nella fede, riteniamo avere fondamento soprannaturale, inizio della vita eterna. Semplicemente questo.
  Tornate tra noi, voi tutti giovani della parrocchia che ci avete conosciuto e che poi vi siete allontanati.
   Abbiamo bisogno di voi.
  Operativamente: cercate don Remo, il nostro nuovo parroco, o don Mimmo o don Emanuele.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


sabato 28 novembre 2015

Una crisi che viene dal passato

Una crisi che viene dal passato

 Il 1980 fu un anno importante per me: fu allora che divenni ciò che ancora sono. La maturazione avvenne nell’ambiente degli universitari cattolici della FUCI. Avevo finito il percorso universitario e stavo preparando la tesi di laurea, lavoro che mi occupò  a lungo, divenendo più impegnativo del previsto.
  L’uomo giovane che ero allora vorrebbe rivolgersi ai ventenni di oggi, a persone nate dopo il 1990 o poco prima. A quell’epoca, le origini della crisi che oggi ancora travagliano le nostre collettività di fede erano già piuttosto remote. Si era già pienamente all’interno di quella che ho chiamato era glaciale, caratterizzata dallo sforzo di sospendere, sopendoli, i vivaci moti di sperimentazione per il rinnovamento che avevano agitato la gente di fede italiana negli anni successivi all’ultimo Concilio e, in particolare, verso la metà degli anni 70, da me vissuti da adolescente e con piena consapevolezza, poiché uno dei loro protagonisti era un mio parente stretto.
  L’elezione a papa nel 1978 di Wojtyla, persona di grande carisma personale, che lasciava una profonda impressione positiva in tutti coloro che avevano l’occasione di avvicinarla, con una brillante storia di vescovo di diocesi e non di funzionario della curia romana, può essere interpretata come una forma di reazione a ciò che si era prodotto nel dopo Concilio. Naturalmente c’era molto di più. Si tenne conto del contesto mondiale, in cui l’Unione Sovietica, retta secondo una ideologia marxista-leninista abbastanza aggiornata dopo la morte della figura egemone succeduta al fondatore Lenin, vale a dire quella di  Stalin, era giunta a quell’epoca alla massima espansione della sua influenza culturale e politica, in particolare nell’Europa Occidentale e in tutta l’America Latina.
  Wojtyla svolse la missione che gli era stata affidata. Nel suo grande potere di imperatore religioso non era obbligato a seguirla, ma egli la condivideva. Attuò, sostanzialmente, una repressione di bassa intensità, più sensibile negli ambienti del clero. Con il laicato mantenne invece sempre un ottimo rapporto, in particolare con gli universitari, il mondo al quale nella sua Polonia si era particolarmente dedicato. Produsse un gran numero di importanti documenti legislativi, contenenti norme di fede, tra i quali il nuovo codice di diritto canonico e il Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale fu posto come norma inderogabile per i teologi cattolici. Cercò di imporre una interpretazione dei principi dell’ultimo Concilio che impedisse le divisioni e mantenesse un ruolo forte, non tanto della gerarchia del clero nel suo complesso, ma del Papa come artefice inderogabile dell’unità. L’impressione generale fu quella di una specie di addormentamento delle diatribe, ma poi anche di tutto il mondo laicale italiano, insomma non propriamente di repressione, che comunque vi fu in alcuni casi, ma di un sopire, di una specie di incantamento fatato, perché, capite, si fu effettivamente molto coinvolti da questo Papa venuto da lontano, agli inizi giovane, dinamico, tanto diverso da come era stato Montini nei suoi difficili e dolorosi ultimi anni di esercizio del suo alto ministero. Noi giovani universitari degli anni ’80 conoscemmo questo Papa giovane, esuberante, simpatico, capace di rendersi vicino ad ognuno che incontrava. senza l’aura sacrale che ancora aveva circondato il Montini e che distanziava dalla gente comune, e ne fummo vinti.
 Fu solo nel periodo preparatorio del Grande Giubileo del 2000, nei tre anni che precedettero quel grande evento al passaggio di millennio, che Wojtyla, affrontando il campo più difficile, quello del confronto con le tragiche e tremende colpe storiche della gente della nostra fede, sembrò andare in altra direzione: la sua decisione di guidarci nel lavoro di purificazione della memoria, che significa ripudiare come esempio di vita e di cultura tutto il male che era stato compiuto in nome della fede e innanzi tutto farne memoria veritiera, suscitò molte polemiche e lui stesso ne fu l’oggetto. Ma, in definitiva, si trattava di un progetto che era sempre orientato ad evitare che il franco riconoscimento di quel male, ormai ineludibile, provocasse divisioni pericolose. Cercò di guidarci tutti su quella via, uniti intorno a lui, assumendo, per così dire, su di sé il peso di tutto. Il problema era però, ed è, che il riconoscimento del tanto male compiuto in nome della fede, avrebbe richiesto di cambiare profondamente il modo di vivere insieme in religione: ciò che il Wojtyla intendeva fare con molta gradualità e, soprattutto, mantenendo il Papato come fattore personale di unità. E, insomma, il riconoscimento delle colpe del passato vi fu, l’impegno per la purificazione della memoria anche, ma quello per il cambiamento no, perché rimase a livello di proposito nell’agenda del Papa, e solo nella sua, senza coinvolgere minimamente la nostra gente di fede, che rimase affascinata dal Wojtyla anche nel corso della sua lunga malattia, in cui divenne il vecchio cadente e come imbambolato che conoscemmo nei primi cinque anni del nuovo millennio, ormai devastato dal Parkinson, una persona completamente diversa da quella degli anni ’80, ma pur sempre fascinosa anche nella sua difficile e dolorosa fine.
  Nel 2005, nel mese prima della morte del Wojtyla, quando ormai essa era data per certa a breve, la Commissione per il laicato della Conferenza Episcopale Italiana pubblicò la lettera pastorale Fare di Cristo il cuore del mondo, che conteneva un forte appello  ad  un rinnovato impegno laicale secondo i principi dell’ultimo Concilio, con particolare riferimento all’autonomia e creatività nell’azione dei laici di fede nella società civile. Ma era troppo tardi. L’incantamento in cui era caduta la nostra gente di fede non si dissolse. Troppo a lungo la si era sopita: il tempo di una generazione! Di certe cose si era perduta memoria ed esperienza. I protagonisti di un tempo si erano fatti molto anziani o erano morti. Coloro che, come quel mio parente influente esponente del laicato italiano a cui ho accennato, avevano osato porre obiezioni al disegno wojtyliano erano stati emarginati. Non c’erano state condanne esplicite, ma si tendeva a non invitarli più negli incontri che contavano perché suscitavano problemi, a dimenticarsene. E’ un’esperienza che quel mio parente di cui ho scritto soffrì duramente nella sua città. Una condizione a cui , in qualche modo, si giunse a porre rimedio solo ad un anno dalla sua morte. Ed egli aveva dato tanto alla collettività di fede della sua città.
  Tutto ciò, questo processo storico che ho sintetizzato, ha generato quello che oggi siamo diventati e, in particolare, i problemi che ai tempi nostri ci troviamo ad affrontare, in Italia in genere, ma anche nella nostra parrocchia. Solo che nella nostra parrocchia l’orientamento wojtyliano è stato attuato in modo molto più spinto, addirittura oltre le intenzioni del suo ispiratore, sopprimendo quasi del tutto il pluralismo (a scopo di pacificazione, quindi con le migliori intenzioni naturalmente). Nel mondo di fede italiano è stato molto diverso. Ad esempio, l’Azione Cattolica ha continuato ad essere, in particolare con le sue attività editoriali, una potente agenzia culturale per la diffusione e lo sviluppo degli ideali dell’ultimo Concilio. Il pluralismo, seppure contrastato, è stato mantenuto.
  La condizione di separatezza, di estraneità, della parrocchia al quartiere si deve addebitare innanzi tutto, non a una paganizzazione del quartiere, ma ad un nostro fondamentalismo, per cui siamo refrattari a confrontarci veramente con gli altri, in quel lavoro che ci è molto difficile e che è il dialogo, uno dei cardini del moto rinnovatore innescato dai saggi dell’ultimo Concilio. Abbiamo trovato più semplice sparare  il kèrigma, il succo della nostra fede, sulle teste della gente del quartiere, nelle nostre periodiche sortite, senza effettivamente poi spiegarne compiutamente il senso, che è propriamente il lavoro della catechesi, il quale sempre richiede il dialogo rispettoso dell’altro per essere efficace, a qualsiasi età essa sia rivolga, e non consiste solo nel diramare ordini del giorno etici, per dire agli altri come devono  essere se non vogliono che sia indicata loro la porta in uscita. Questa invece mi pare sia stata un po’ la nostra versione della Chiesa in uscita, fino ad un po’ di tempo fa. Abbiamo indicato a chi dissentiva o obiettava, o comunque non si adattava ad un certo  modello collettivo e personale,  la porta in uscita  e quelli l’hanno imboccata.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

venerdì 27 novembre 2015

Ai giovani della parrocchia che non vengono più in chiesa da noi

Ai giovani della parrocchia che non vengono più in chiesa da noi

  Molti giovani della parrocchia non vengono più in chiesa da noi. Hanno frequentato il catechismo dell’infanzia, hanno ricevuto la Prima Comunione, alcuni di loro hanno anche partecipato al catechismo per la Cresima e l’hanno ricevuta. Poi si sono allontanati. Per alcuni di loro so il perché, per altri no.
  Accadde anche a me, da giovane, tra la fine dell’esperienza scout e l’inizio di quella tra gli universitari cattolici: alcuni anni. In famiglia respiravo la fede, perché un mio zio era un importante e ascoltato esponente degli intellettuali cattolici italiani. Ma la parrocchia aveva iniziato ad andarmi stretta: fu un’esperienza comune a molti altri ragazzi più o meno della mia età a quel tempo. Tra i giovani si parlava molto di politica, allora. E anche a scuola, dove si facevano continuamente riunioni su quei temi. Anche in parrocchia lo si faceva, e parlo della parrocchia degli Angeli Custodi a piazza Sempione che all’epoca frequentavo, da scout. Ma mi pareva che lo si facesse più superficialmente. Iniziava anche ad esserci, a quei tempi, un problema di comunicazione con gli adulti. Si tendeva a stare sempre tra noi giovani. Ci si vestiva e si parlava in modo diverso dal loro. Questa fu un’esperienza comune a tutti i giovani dell’Europa occidentale e del Nord America. Politicamente era da quest’ultima che venivano gli esempi di vita per i giovani, per la loro moda  l’ambiente di riferimento era invece quello britannico.
 Erano tempi, quelli della mia adolescenza, piuttosto duri in Italia. Oggi temiamo il terrorismo siriano, ma a quell’epoca era attivo un terrorismo, anche stragista, tutto fatto da italiani e molto aggressivo. Ci furono anni in cui ogni giorno c’era un morto ammazzato o un ferito per ragioni politiche. Dal 1969, a Milano, al 1980, a Bologna, furono anche messe bombe in luoghi pubblici, con tanti morti e feriti. Era l’attuazione di quella che gli storici hanno definito strategia della tensione. La ricostruzione che in genere si propone  è questa: si voleva impaurire la gente perché accettasse un governo autoritario del tipo di quello franchista in Spagna o di quello di Augusto Pinochet in Cile. Si temeva che in Italia andasse al potere il Partito Comunista Italiano, il quale fino al ’77 rimase piuttosto legato a quello sovietico, e che, in tal modo, l’Italia finisse nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati.
  Nella corso degli anni ’70 mia madre mi propose di venire nella nostra parrocchia, a San Clemente, dove il viceparroco don Franco stava facendo un grande lavoro con  i giovani. A quell’epoca stimavo mia madre, ma non le avrei mai dato retta: non si usava tra i giovani di allora. Ora capisco di essermi perso un’esperienza formidabile. E in cambio di che? In realtà, fino a quando entrai in FUCI, gli universitari cattolici, rimasi a ciondolare  senza produrre granché.
  Ora, studiando la storia di quell’epoca, capisco che nel mondo delle nostre collettività di fede stavano producendosi grandi novità, in particolare prima, durante e dopo il primo convegno ecclesiale nazionale, quello sul tema Evangelizzazione e promozione umana, del 1976. Io le seguii distrattamente, senza lasciarmi coinvolgere.
 Ora, a quasi sessant’anni, mi rammarico della mia inerzia, di essere rimasto lontano dalla gente di fede. Certe cose sono molto più belle quando si fanno da ragazzi, non credete? Ho perso tanta felicità e anche tante occasioni di contribuire a cambiare il mondo, come i giovani di allora, spesso però solo a chiacchiere, si proponevano.
 Che non capiti anche a voi la stessa cosa!
 Entrando in FUCI mi si spalancò il panorama entusiasmante della realtà della nostra fede, nel suo spettacolare bimillenario sviluppo, con una grandissima storia di pensiero e di azione.
 A volte, superficialmente, si associa la religione all’ignoranza. Provate ad andare in via della Conciliazione, in una delle diverse librerie specializzate in testi religiosi che lì ci sono,  guardate l’enorme quantità di libri che sono esposti in vendita, provate a sfogliarne qualcuno: capirete che, fin dalle origini, la nostra fede ha espresso un pensiero altissimo.
  Sapete che ha Roma ci sono molte università religiose dove studiano persone che vengono da tutto il mondo? Un ambiente umano ricchissimo, dove si sta progettando un mondo nuovo.
  Qui vicino a noi ne abbiamo una: la Pontificia Università Salesiana, dove studiò mia madre negli anni ’70, prima di venire bruscamente estromessa dall’impegno di catechista nella nostra parrocchia. Licenziata in tronco, di questo si trattò. Perché? Cresciuta nell’ambiente bolognese dei Lercaro e Dossetti e apertasi alla cultura universitaria salesiana nelle scienze dell’educazione, venne ritenuta in un certo senso inadatta al clima che si voleva in qualche modo restaurare in parrocchia. Questa la spiegazione che mi sono dato di quel fatto che fu molto doloroso per mia madre. All’epoca, si era verso la fine degli anni ’70, c’era chi voleva spingersi molto in avanti e chi invece voleva che si rimanesse come si era allora, se non addirittura che si tornasse come si era stati prima. Questo processo si manifestò in modo più eclatante, da noi, nel corso degli anni ’80. All’inizio degli anni ’80 tutto iniziò a cambiare in  parrocchia, ma anche, più in generale, nell’Italia di allora. Don Giovanni e don Franco, preti protagonisti della stagione della nostra parrocchia caratterizzata dall’apertura, se ne andarono a lavorare ad Ostia, dove ancora oggi esercitano il loro ministero.
  Perché non fate un salto a quella università? Quando ci studiava mia madre io vi seguii un corso di filmografia molto interessante.
 Quando si entra in una delle università religiose romane è come se, dalla periferia del mondo quale l’Italia è oggi, si entrasse al centro della vita dell’umanità. Tutti i popoli della Terra vi sono rappresentati.
 E’ un giovane degli anni ’70 che vi parla. Non ripetete il mio errore da ragazzo. Tornate tra noi. Abbiamo estremo bisogno di voi.  In parrocchia sono tempi di grandi cambiamenti. C’è un lavoro da fare, ma cerchiamo operai. Parlatene con don Remo, don Mimmo o don Emanuele.
  Secondo gli autori biblici un segno degli ultimi tempi sarà quando i giovani profetizzeranno, che significa  avere grandi visioni della realtà che c’è dietro la banale esperienza quotidiana e che non è diversa da quella intravista dai profeti dell’antichità e da tutti gli altri profeti di tutti i tempi: siamo chiamati ad   un grande destino. Abbiate, con noi, la gioia di scoprirlo! E’ ciò che, in fondo, ogni persona di cultura sa bene, anche la gente che lavora in campi dove si pensa si sia più materialisti.
  Ecco come si esprime il fisico Carlo Rovelli, nel libretto divulgativo Sette brevi lezioni di fisica, pubblicato da Adelpi lo scorso anno (che vi consiglio di leggere: è stato un grande successo editoriale):
 “Da quando abbiamo imparato che la Terra è rotonda e gira come una trottola pazza, abbiamo capito che la realtà non è come ci appare: ogni volta che ne intravediamo un pezzo nuovo è un’emozione. Un altro velo che cade.
[…]
…la scienza prima di essere esperimenti, misure, matematica, deduzioni rigorose, è soprattutto visioni. La scienza è attività innanzitutto visionaria. Il pensiero scientifico si nutre della capacità di «vedere» le cose in modo diverso da come le vedevamo prima.”

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 26 novembre 2015

Lettera ai catechisti della parrocchia che si occupano della prima iniziazione religiosa dell’infanzia


Lettera ai catechisti della parrocchia che si occupano della prima iniziazione religiosa dell’infanzia


  Non sono stato formato per essere catechista, né ho mai avuto la vocazione di esserlo. Fin  da giovane universitario mi hanno preparato e spinto a lavorare nella società civile per l’affermazione dei valori di fede con  quella particolare strategia che si chiama della mediazione culturale.
 Nel post del 4 ottobre scorso, intitolato “La mediazione culturale, strumento dei laici di fede per influire nelle società del loro tempo”, sintetizzando e commentando un libro di Bruno Secondin, ho cercato di fare capire di che cosa si tratta.
  Poi c’è la questione dei rapporti con la gerarchia del clero, nel lavoro proprio del catechista. Lavoro per la Repubblica in una posizione che richiede che sia e appaia libero da ogni altro potere. Ma, anche a prescindere da questo, rifiuto di essere suddito di qualsiasi autorità terrena. Il  mio consenso ad una certa linea di pensiero non  è mai stato, non è e non sarà mai frutto di obbedienza gerarchica. Lo ricordo spesso: quest’ultima non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, come diceva Lorenzo Milani.
  Perché, allora, vi scrivo?
  Perché voi formate la gente che poi si pensa che possa e debba operare nel campo che mi è più congeniale, che nel gergo teologico è definito come trattare le cose temporali ordinandole secondo Dio.
  Ecco, in proposito, un brano della Costituzione dogmatica Luce per le genti, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), che vi chiedo di scolpirvi nella memoria, in modo da averlo sempre ben presente:
31 […] Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.
  Che cosa sono le cose temporali e che cosa significa ordinarle secondo Dio?
  Nel gergo teologico le cose temporali sono la società civile in tutte le sue espressioni e, in primo luogo, dall’Ottocento, la politica democratica. E’ quella realtà che Giuseppe Lazzati chiamò la città dell’uomo. Ordinare la società civile secondo Dio significa inculturare i valori di fede, inserirli nella cultura in cui si è immersi, non tanto pretendendo di farla religiosa, ma improntandola all’antropologia della nostra fede, che significa elevare moltissimo la dignità di tutti i suoi componenti e di farli convivere pacificamente, lietamente, cercando di liberarli dalla schiavitù ad ogni tipo di povertà e di male, secondo l'idea che in religione  si ha di come si  deve vivere insieme, quella che con termine del greco antico viene definita agàpe, e che in una visione di fede ha fondamento soprannaturale.
  Questo impegno nella società  è divenuto sempre più importante dall’inizio dell’Ottocento in poi, in un processo culturale che ho cercato di descrivere in molti miei post. E’ da esso che, negli anni Sessanta dell’Ottocento, a Bologna, ad opera di un gruppo di giovani universitari, si è costituita l’esperienza associativa dell’Azione Cattolica, anche se all’epoca non aveva questo nome. Questo movimento laicale, a cavallo tra Ottocento e Novecento, si è proposto di cambiare la società del suo tempo, secondo gli ideali  di fede, con gli strumenti della democrazia: si è inventato l’ideologia di una democrazia cristiana  (l’espressione fu ideata dal prete Romolo Murri - 1870/1944), da non confondere con l’omonimo partito che fu costituito durante la Seconda guerra mondiale. Esso ha avuto un’influenza culturale importantissima, tanto da portare a una vera e propria riforma dell’organizzazione della nostra collettività di fede, nel corso del Concilio Vaticano 2°. Una delle figure chiave di quella grande assemblea di saggi della nostra fede, tutti anche capi religiosi appartenenti al clero, fu appunto un laico, il filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), il quale l’8 dicembre 1965, nel corso delle cerimonie per la chiusura del  Concilio, ricevette dalla mani del papa Giovanni Battista Montini il Messaggio del Concilio agli uomini di pensiero e di scienza. L’altra fu quella del teologo francese Yves Congar (1904-1995), il quale lavorò al Concilio come esperto. Alla sua teologia si deve l’impostazione della Costituzione dogmatica Luce per le genti. Attraverso Maritain e Congar, in un lavoro di mediazione culturale, quel movimento laicale di cui dicevo riuscì a produrre una vera e propria riforma religiosa. Essa fu molto più incisiva di quello che oggi si è portati ad ammettere. Per certi versi essa fu solo l’inizio di un lavoro che rimase incompiuto e lo è tuttora.
  Dunque, voi dovreste preparare quel tipo di laici descritto dai saggi del Concilio, capaci, in particolare, di partecipare alle democrazie contemporanee, collaborando con tutte le altre loro componenti, per affermarvi la concezione dell’umanità propria della nostra fede, ed anche, così facendo, per creare un ambiente sociale favorevole alla diffusione della fede.
  Eppure la società mi pare completamente assente dalla vostra catechesi, a parte qualche accenno alla famiglia. Non è colpa vostra. E’ così che si vuole che si faccia il catechismo, e ciò pur dopo il rinnovamento che si è prodotto a partire dagli anni ’70, in un lungo lavoro di ideazione e di sperimentazione.
  Nel catechismo dell’infanzia i problemi sono resi ancora più seri per le gravi carenze dell’istruzione elementare pubblica, che, quanto alla storia, si ferma ora, in quinta elementare alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, quindi al quinto secolo della nostra era. Un bambino può arrivare alla fine del primo ciclo della formazione primaria, del primo quinquennio, a quello che per lungo tempo fu il livello più alto di cultura di molta parte degli italiani (ed era già un bel progresso rispetto ai tempi in cui c’era una maggioranza di analfabeti), senza che gli sia spiegato nulla della società in cui vive.
  Bisognerebbe essere creativi e inventarsi qualcosa. Lo fece Lorenzo Milani nella sua specialissima scuola parrocchiale di Barbiana, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Leggete qualche cosa di suo. Vi consiglio un libro che non è tra quelli che di solito si ricordano: Esperienze pastorali, che si trova ancora in commercio, edito da Editrice Fiorentina, € 19. IBS ve lo invia in ventiquattro ore. Poi, se vorrete, ci possiamo ritornare su.
  Milani, come parroco, doveva fare catechismo, ma fece molto di più. Si occupò della formazione integrale dei bambini della sua parrocchia, che provenivano da un ceto umile di  contadini di montagna, i più sfortunati tra i contadini, perché la terra di montagna è spesso meno generosa di quella delle pianure. Così facendo li legò per sempre alla fede e li rese capaci di quel lavoro nella società che poi i saggi del Concilio delinearono, non inventandoselo, ma recependo le esperienze che già si andavano facendo in merito. Quando l’ultimo Concilio si riunì per deliberare, quel lavoro dei laici di fede aveva già contribuito a creare una nuova Europa democratica e pacificata, contribuendo a sconfiggere i fascismi europei con i quali la nostra gerarchia del clero si era determinata a compromessi che oggi ci appaiono disonorevoli.
  Per portare il mondo nel campo di interessi dei ragazzini della sua parrocchia, faceva loro leggere i quotidiani. Ma il suo era un lavoro veramente a tempo pieno. Nella sua scuola non c’era il  tempo libero, che veniva considerato tempo perso. L’elevazione civile e, insieme, religiosa, la prima come condizione della seconda, veniva considerata una ricchezza così grande, da richiedere il pieno impegno della persona e da rendere quello che, in altri ambienti, era considerato tempo libero un impoverimento.
 Ma voi avete invece così poco tempo!
 Un incontro alla settimana!
 Ecco che c’è appena l’occasione di spiegare ai bambini come stare a Messa e come accostarsi ai sacramenti e poco altro. Come una volta, tanti anni fa. Per molti di loro sarà tutto quello che, anche da adulti, sapranno di religione.
  Ci vorrebbe un miracolo. Qualcosa del tipo di quei pani e pesci che non finivano mai.
  Quello che posso consigliarvi è di far fare ai bambini, in quell’ora di catechismo in cui vi sono affidati, un po’ di tirocinio di democrazia, che è il contesto civile in cui da grandi dovranno operare anche come persone di fede. Date la parola ad ognuno di loro, sempre. Curate che le bambine siano rispettate e possano parlare come i loro compagni maschi. Distribuite delle funzioni, dei compiti, in modo da creare posizioni di responsabilità. E’ ciò che si fa nel metodo scout fin da lupetti, bambini della stessa età dei vostri. Fate in modo che qualche decisione sia presa tutti insieme, arrivando ad un consenso dopo un dibattito. Osservate il gruppo dei vostri bambini, prendete spunto dai problemi che sorgono per cercare di migliorare il modo in cui vivono insieme. Sempre cercando che la soluzione emerga dai bambini stessi.  Poi cercate di dare un senso religioso a tutto questo. Le Scritture apparentemente non vi aiutano, perché si sono formate in un contesto culturale antico, in cui si viveva in società in modo molto diverso. Eppure le società democratiche come oggi le viviamo, in cui dobbiamo lavorare per inculturare i principi di fede, hanno alla base un’ideologia di derivazione religiosa. Il principio cardine è quello dell’eguaglianza in dignità che, in un’ottica di fede, discende alla filiazione soprannaturale. L’altro è quello della solidarietà umana, che, secondo la fede, deriva dalla medesima fonte e poi dalla convinzione che negli esseri umani traspare il soprannaturale, per cui ogni atto di misericordia e di soccorso verso un essere umano ha un significato infinito, e anche in base ad esso, alla fine dei vita e dei tempi, si verrà giudicati.
   In conclusione, rispondo per inciso a una domanda che mi è stata posta su questo blog. Com’è che nella nostra parrocchia l’Azione Cattolica è diventata un’esperienza associativa prevalentemente di anziani (anche se nel nostro gruppo sono rappresentate tutte le età della vita, dai venti agli ottanta e più)?
  Il mio punto di vista è il seguente.
  Per un tempo lunghissimo non c’è stato ricambio generazionale: i giovani non sono stati portati verso l’Azione Cattolica. Chi doveva portarceli? Il parroco.
  Dopo la riforma dello statuto del 1969, promossa da Vittorio Bachelet, l’Azione Cattolica ha perso la caratteristica di movimento centralizzato sotto diretta guida pontificia, si è profondamente legata alla realtà locale, in primo luogo parrocchiale e poi diocesana. Le strutture centrali sono al servizio di quelle locali. E questo nell’ottica del modello di collettività religiosa disegnato dai saggi dell’ultimo Concilio.
  La sua ragion d’essere, alla base, a livello di parrocchia, è la collaborazione con i parroci. Se questi ultimi la ritengono inutile e non se ne avvalgono, sparisce.
  Con il senno del poi bisognerebbe pensare a una forma organizzativa che migliori la capacità di resistere anche nel caso di incomprensione con i parroci. In fondo, sparire perché un prete non ti apprezza è una forma di clericalismo.  Ma, appunto, più di  resistere  non si può. Ed è ciò che ha fatto il gruppo di AC in San Clemente papa, per cui ancora oggi possiamo dire che l’Azione Cattolica vive a Roma Valli.
 Ma noi non dobbiamo mai agire nell’ottica di un egoismo associativo. Non è importante che cresca l’AC, ma che cresca la parrocchia. E, in particolare, cresca nella capacità di esercitare quel lavoro nella società in cui l’AC si è, come dire, specializzata. E’ in questo che la nostra parrocchia è veramente molto carente.
  Con le migliori intenzioni, naturalmente, la si è indirizzata, per un tempo lunghissimo, in una direzione di sviluppo che l’ha estraniata dal quartiere e dalla società del suo tempo: di più, l’ha resa timorosa e diffidente verso di essi. E dalla società in cui è immersa è ricambiata con la stessa moneta.
  La famiglia, cari amici catechisti,  non è l’unica realtà che conti in un’ottica di fede.
  E dobbiamo essere capaci di assimilare i valori positivi del nostro tempo, come in fondo si è sempre cercato di fare, faticosamente e talvolta con molti tragici problemi, nella bimillenaria storia della nostra confessione religiosa, fin dalle origini.
 Ad esempio, non vi è ragione per rifiutare il principio di emancipazione femminile che oggi impronta l’ideologia democratica. Non si è obbligati, nelle nostre famiglie, a replicare modelli maschilisti del lontano passato, anche se li vediamo rappresentati nelle Scritture, che, appunto, si sono formate in tempi antichi.
  Il problema è che molti di voi si sono formati in un ambiente culturale in cui l’obiettivo di raggiungere un impegno laicale in società come quello designato dai saggi del Concilio non solo non era ritenuto importante, ma anzi veniva ritenuto fonte di deviazione. In cui centrale veniva considerata l’obbedienza, non la partecipazione autonoma e responsabile. E allora non capiscono perché si debba cambiare. In un certo senso, allora, deve ancora prodursi una certa conquista culturale, che non significa demolire, ma aggiungere.  Bisogna avere la pazienza di fare memoria di certe cose, innanzi tutto dei documenti del Concilio. Abbiate sempre con voi una copia del libretto che li contiene. Discutetene tra voi. E siate creativi come oggi, di nuovo, si vorrebbe che fossimo noi laici di fede.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli






mercoledì 25 novembre 2015

Non basta essere gente pia

Non basta essere gente pia

   E’ dall’Ottocento che tra i laici italiani si è diffusa la consapevolezza che non basta, in religione, essere gente pia. Ciò fu all’origine di un processo, di uno sviluppo ideologico, che fu recepito dai saggi dell’ultimo Concilio, il quale, a ben leggere il gergo teologico in cui furono scritti i documenti che produsse, fu centrato proprio sul tema dell’impegno dei laici di fede nel mondo e nelle nostre collettività religiose, procedendo ad una profonda e incisiva risistemazione culturale e giuridica in merito. Di tutto questo si  è persa memoria nella nostra parrocchia, nella quale è prevalso il modello dell’essere pii. Che significa?
 Significa come ho scritto ieri:
- avere sempre la Bibbia tra le mani;
- sforzarsi di  fare l’amore come vogliono i nostri vescovi con ciò che ne deriva;
- aiutarsi gli uni gli altri nelle difficoltà della vita tra gente che ha gli stessi propositi religiosi e di vita;
- trattenere i figli in chiesa inserendoli in modelli familiari e comunitari molto gerarchizzati e coesi, in cui, purché seguano scrupolosamente  certe direttive, anche relative alla vita sessuale, e accettino di essere scrutinati dai loro superiori, trovino appagamento ad ogni loro bisogno di relazioni umane, il sostegno, l’amicizia, l’amore, occasioni di svago e via dicendo;
- proporsi di andare in missione per il mondo per indurre gli altri a replicare questo modello di vita religiosa, fino a che tutte le nostre collettività religiose, prima, e successivamente, in un orizzonte ideale estremo, tutto il mondo, siano ad esso conformati.
 La caratteristica fondamentale di questo modello è l’autosufficienza. All’interno della dimensione collettiva così costruita si ha tutto ciò che serve, si pensa di non avere più bisogno di ciò che c’è fuori e che, di solito, è fonte di problemi, il primo dei quali è che c’è gente che la pensa e vive diversamente. Si crea una sorta di impermeabilità culturale che da un lato difende e dall’altro separa.
  A lungo i nostri capi religiosi sono stati affascinati da questa impostazione. Del resto, ecco, è tanto bello quando si chiama la gente e quella viene molto numerosa, festante, tutto un popolo che esalta i suoi pastori, li chiama a gran voce, vuole stare con loro e passa sopra a tutte le accuse che dal mondo ad essi vengono, non di rado a ragione,  in vari campi: difficile resistere a questa sorta di seduzione, che crea, forse, la vertigine del pensare che le cose, in fondo, non vanno tanto male come si dice, che è possibile vivere la fede in un certo modo, che non è poi così difficile come sostengono molti, che lo si può fare e vivere anche felici.
  Ma, se ne tenga conto, quel modello è autosufficiente anche verso i pastori. Non ne ha veramente bisogno. Si sviluppa secondo una ideologia propria. Si capisce, certo, che si osannano i pastori: è così che è organizzata la nostra confessione religiosa. Eminenza, eccellenza, monsignore e bacio dell’anello, e via dicendo. Del resto hanno tutto in mano loro. Ma, insomma, quel tipo di organizzazione pia si è costituita in fondo in un momento di crisi, di delegittimazione, dei nostri capi religiosi, li acclama e mostra di apprezzarli, ma sa che sono deboli in società perché hanno sempre meno popolo dietro. Dunque, al dunque, ci si propone sostanzialmente di affiliarseli, per proteggerli naturalmente, per sostenerli, per farli sentire di nuovo importante per un popolo, per far loro provare nuovamente una sorta di ebbrezza mosaica.
  Ora: il modello della gente pia non va bene essenzialmente per la sua autosufficienza verso la società in cui è immerso ma dalla quale si è impermeabilizzato. E non va bene anche se produce collettività numerose, coese e che riescono a fare sesso come vogliono i nostri vescovi. E’ insufficiente proprio nel campo della diffusione della fede, perché è tutto concentrato a sostenere e impermeabilizzare le proprie collettività di fede: è totalmente autoriflessivo. In questo richiede uno sforzo immane, che coinvolge anche i sacerdoti che vi si dedicano: tutto il loro tempo. Periodicamente produce sortite verso l’esterno, essenzialmente però dirette a reclutare, selezionandoli, quelli che possono conformarsi alla sua impostazione religiosa.
  Questo modello di fedele non produce problemi politici, in particolare ai nostri capi religiosi,  i quali sanno bene di dover riformare la loro organizzazione religiosa improntata ancora ad un anacronistico modello feudale, ma sono restii a farlo. Non si occupa della società intorno se non per descrivere come vive in modo diverso da quello suo e per condannarla. Quando a persone cresciute in questa ideologia di fede si chiede di dire come vanno le cose, esse mostrano soprattutto sé stesse e come sono diventate e poi additano gli altri di fuori come totalmente refrattari al discorso religioso, impermeabili ad esso. In realtà, a ben vedere, questa refrattarietà non c’è veramente, solo che si segua, nel prospettare la religione, una modalità dialogica: l’impermeabilità deriva da altro, proprio da modello corazzato della gente pia.
  Questa impostazione è stata vista con favore, nella lunga era glaciale che in religione abbiamo vissuto, in Italia non solo alle Valli, negli ultimi trent’anni, perché sopiva le aspre polemiche che negli anni ’70 travagliarono le nostre collettività di fede, compresa l’Azione Cattolica, su come dovesse essere organizzato l’impegno dei laici di fede nella società e su che ruolo dovesse avere, in merito, la nostra gerarchia del clero, sempre animata da una certa vocazione interventistica, fino ad apparire ad alcuni ingombrante e invadente, soprattutto in una democrazia che si è data tra  principi supremi quello della laicità dello stato.
  La politica religiosa della gerarchia ha portato i laici di fede adulti, quelli che volevano impegnarsi nella linea dell’autonomia indicata dai saggi del Concilio, a vivere molte loro esperienze, in particolare quelle politiche e sociali in genere, fuori delle nostre collettività religiose, divenute in molti casi ostili. In generale è la riflessione su questi temi che si è inaridita e impoverita. L’Azione Cattolica è stata tra le poche agenzie culturali a continuare il dibattito e l’approfondimento su di essi.
  Arrivando al caso delle Valli ecco che siamo di fronte alla situazione che ho prospettato ieri: una parrocchia fatta sostanzialmente solo da duecentocinquanta persone, un numero certo apprezzabile!, che seguono il modello della gente pia, impermeabile al quartiere e senza le risorse culturali per aprirsi ad esso. Manca l’ideologia che consenta di farlo, manca la conquista culturale che consentì al laicato di ottenere dai saggi dell’ultimo Concilio il riconoscimento del valore della loro autonomia nella costruzione della città dell’uomo, come la definì Lazzati, nell’edificazione di una civiltà improntata a certi valori, collaborando pacificamente e democraticamente con tutti quelli di buona volontà, credenti, diversamente credenti o non credenti.
  Mandandoci un nuovo parroco e nuovi operai la diocesi sembra voler indurre un nuovo corso, che consenta di aggiungere  qualcosa per ridurre l’impermeabilità al quartiere. Ce lo ha detto Vallini domenica scorsa. Ma non basteranno i gruppi di ascolto del Vangelo. Bisogna  anche riprendere le fila di un discorso interrotto trent’anni fa, sull’impegno laicale nel mondo,  e ciò innanzi tutto a partire dall’iniziazione religiosa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



martedì 24 novembre 2015

Orgogliosi di come siamo diventati!?

Orgogliosi di come siamo diventati!?

  Vi ricordate di quella parabola dei due uomini che andarono al tempio a pregare  e in cui c’è quello  che ringrazia di essere diverso da tutti gli altri, tra i quali quell’altro che era salito con lui nel luogo santo, ladri, imbroglioni, adulteri, insomma disprezzando gli altri e ritenendosi giusto, perché osservava scrupolosamente tutte le norme della legge,  in digiuno due volte la settimana  e offrendo al tempio la decima parte dei guadagni? Mentre quell’altro si batte il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me che sono un povero peccatore!”.
  E’ veramente difficile trovare gente come quello che si batteva il petto, e lo dico anche come autocritica. Mentre di quell’altra specie d’uomo se ne trova ancora tra noi.
  Ecco che, guardando realisticamente la parrocchia, ci appare questa realtà: duecentocinquanta che hanno sempre la Bibbia tra le mani, che si sforzano di fare l’amore come vogliono i nostri vescovi con ciò che ne deriva, che si aiutano gli uni gli altri nelle difficoltà della vita, che hanno trattenuto i loro figli in chiesa e che si propongono di andare in missione per il mondo per indurre gli altri a replicare il loro modello di vita religiosa, poi ci provano nel quartiere e pochi li ascoltano, e allora se ne lamentano con chi chiede notizie sull’altra gente. Poi ci sono un po’ di anziani, legati alle loro consuetudini di fede di sempre. Infine pochi altri. Dobbiamo essere orgogliosi di come siamo diventati o batterci il petto? Quale modello di credente, tra i due di quella parabola, ci proponiamo di impersonare?
  L’espansione delle nostre collettività delle origini nell’antico oriente mediterraneo tra gente estranea all’originario ebraismo, tra il primo e il quarto secolo mi è sempre apparsa un po’ misteriosa. Il divario culturale era enorme. La nostra fede è originata agli estremi margini di quel mondo. E i primi approcci per così dire  teologici, ad Atene, centro della più alta filosofia di quel tempo, non erano stati incoraggianti: derisione, quel  “ti sentiremo un’altra volta”, che ci vengono riferiti.
  Le prime missioni furono dirette alle antiche comunità ebraiche della diaspora, in Oriente, in Grecia e in Italia. Ho letto che la quota di popolazione ebraica che viveva in Grecia e in Italia era rispetto all’altra gente di quelle parti molto superiore a quella di adesso. E’ in Grecia e in Italia che cominciò la straordinaria epopea della nostra fede, con la conquista cultura e politica del grande impero mediterraneo nel quale le nostre prime collettività religiose si erano diffuse, partendo dall’estremo margine di esso. Non bisogna pensare che la dottrina delle origini, dei primi anni dopo la prima Pentecoste della nostra fede, sia stata proposta agli altri rigidamente, così com’era, anche perché, agli inizi, non si sapeva bene neanche come dovesse essere. L’inculturazione è iniziata prestissimo e ne abbiamo chiara traccia già nei racconti neotestamentari sulla prima attività apostolica. L’ibridazione tra la più antica teologia di matrice ebraica e la grande filosofia ellenistica produsse la nostra teologia fondamentale, quella sulla cui base fu scritto, nel corso di vivaci concili, il nostro Credo. Dietro c’era però, sicuramente, un’ibridazione culturale più estesa e profonda, che riguardava la vita comune, molta gente, anche quella incolta. Evidentemente l’ideologia religiosa messianica dell’antico ebraismo, che era comprensibile solo nel contesto culturale ebraico, sia pure in quello della diaspora, trovò una mediazione culturale a livello di massa, per cui anche fuori dell’originario ambiente dell’ebraismo, fu possibile accettare l’idea di salvezza e di un Salvatore, secondo la nostra fede. Come fu possibile? Noi, ad esempio in Agostino d’Ippona, abbiamo traccia del percorso culturale che condusse antichi sapienti  pagani ad aderire alla nostra fede. Ma tutta l’altra gente? Dico, la gente comune, quella che non sapeva di filosofia. Come giunge alla nostra fede? Qui è più difficile rispondere, per quanto ne so si rimane nel campo delle congetture.  Posso pensare che le nostra collettività delle origini non si contentarono di rimanere in pochi in un oceano di altri che la pensavano e vivevano diversamente, ci fu  verosimilmente un’apertura, che significò anche mettere a frutto il dono ricevuto nella fede.
  C’è quell’altra tremenda parabola, quella dei talenti. In cui c’è il servo che ha nascosto sotto terra il talento che gli era stato affidato, partendo, dal suo signore e, al suo ritorno, glielo restituisce, ma non viene lodato, anzi, ricordate?, “servo malvagio  e pigro…” gli viene detto, con ciò che segue.
  Così, concludendo, sì è vero, possiamo andare orgogliosi se siamo riusciti a trattenere i nostri figli in chiesa e via dicendo, ma non è che, guardando la parrocchia come è diventata anche per come noi l’abbiamo vissuta e impersonata, è un po’ come se avessimo nascosto sotto terra il talento che ci era stato affidato? Di questo possiamo realmente andare orgogliosi, vantandocene mentre, quando ci vengono chieste notizie sui nostri fratelli che non ci sono riusciti, rispondiamo che “meno male che non siamo come loro?”.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Vali 

lunedì 23 novembre 2015

Lettera ai catechisti della parrocchia: porre lo scoprire come volersi bene in società come base della catechesi dell’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia: porre lo scoprire come volersi bene in società   come base della catechesi dell’infanzia

 Fino agli anni ’60 la catechesi per l’infanzia consisteva in alcuni istruzioni di liturgia, su come accostarsi ai sacramenti e su come stare a messa, e sulla memorizzazione di alcuni contenuti secondo formulette a domanda e risposta scritte sui librini di catechismo,  i catechismi per anontomasia.
   Si scoprì che questo modo di iniziare alla religione aveva prodotto masse di analfabeti religiosi.
  Il rinnovamento della catechesi, attuato dagli anni ’70, si sviluppò lungo due direttrici:
- il tirocinio comunitario alla fede, per cui essa non venne più presentata come un insieme di frasi da imparare a memoria, ma come una realtà da vivere e scoprire insieme agli altri;
- una comunicazione più estesa dei contenuti della fede, articolata secondo i processi cognitivi dei bimbi, facendo largo uso degli elementi figurativi ed audiovisivi, ragione per la quale troviamo catechismi per le diverse età della crescita, molto colorati, con tante figure e con una importante componente operativa, per cui il bimbo è invitato a pasticciare sul catechismo, a metterci del suo, e a realizzare cose con le sue mani.
  Nella nostra parrocchia l’acquisizione di quegli orientamenti può presentare aspetti critici.
 Quanto al secondo, mi pare che non abbiate ricevuto una specifica formazione catechistica: questo può rendervi ostico maneggiare ed usare i sussidi, i catechismi, che i vostri bambini hanno tra le mani, che, nonostante l'apparenza bambinesca, sono il frutto di una sofisticata scienza dell'educazione. E per molti di voi l’unica esperienza con l’infanzia è stata di quella propria e di quella dei propri fratelli. Non è molto. Un genitore ne sa molto di più, innanzi tutto per aver sbagliato molto di più e, rendendosi conto delle conseguenze degli errori, per essersi poi corretto. E’ proprio vero che sbagliando s’impara.
 Quanto al primo, molti di voi sono cresciuti in un particolare modello comunitario molto rigido, che probabilmente utilizzano, sbagliando, come metro di paragone e modello di ispirazione. Capite bene che nel fare catechismo in parrocchia non dovete averlo come riferimento: l’iniziazione dei bambini è infatti alla collettività universale dei fedeli e deve poter fondare, nelle età seguenti della vita, le più varie spiritualità e i più vari stili di vita, quanti se ne possono esprimere in religione rimanendo, come si dice, nell’ortodossia.
  La comunità a cui si fa riferimento nella catechesi dell’infanzia è anzitutto quella che raduna i bambini che vi sono affidati. E’ lì, come anche nell’esperienza scolastica, che si comincia a fare tirocinio del bene e del male. E’ quindi sbagliato, come talvolta si fa, partire, nell’esame di coscienza, dalle questioni di famiglia, in particolare dal  come ci si comporta con i genitori. In questo modo i catechisti diventano un po’ delle stampelle dell’autorità genitoriale e questo non va bene, perché così facendo, nel prosieguo, crescendo i bambini, quando diverranno adolescenti e, per ragioni inevitabili connesse allo sviluppo psichico e comportamentale degli esseri umani, entreranno in polemica con i genitori, in questo processo conflittuale sarà coinvolta anche la religione, che inutilmente i genitori tenteranno di utilizzare come ultima risorsa per il   mantenimento del loro potere autoritario, finendo con il guastare tutto.  Partite invece dall’osservazione delle dinamiche di gruppo interne alla vostra classe di catechismo, fate parlare i bambini dei loro rapporti con gli altri all’esterno della famiglia. Quello che a loro, per ragioni per così dire naturali, a loro adesso interessa  è proprio come inserirsi al meglio nelle collettività esterne alla famiglia. La fede può aiutarli in questo? Se si pensa di sì, se i vostri bimbi si convincono di sì, allora la riusciremo a radicare in loro.  Tenete conto che, anche se, crescendo, ad un certo punto arriveranno a mandare a quel paese i genitori, in genere più a parole però che con i fatti, li ameranno sempre e poi, crescendo ancora, il più delle volte recupereranno un rapporto pacificato con loro, appunto da adulti, come si diventa sempre, almeno fisicamente. I problemi con la comunità esterna alla famiglia si faranno invece sempre più complessi e problematici crescendo e man mano che si assumeranno nuove e più pesanti responsabilità. E’ lì che ci si deve convincere che la religione mantenga un senso anche da adulti, è lì che, da adulti,  occorre impersonare la fede dell’agàpe, quel tipo di amore che consiste nel saper sempre mantenere con gli altri quel tipo di rapporto positivo che ha come modello ideale la capacità e possibilità di mettersi idealmente insieme a tavola,  con tutta l'umanità della terra, con ogni persona umana senza discriminazioni, lietamente e senza che nessuno si senta fuori posto, appena tollerato, in modo che ce ne sia per tutti e  con la gioia della reciproca presenza.  Di questo però bisogna fare tirocinio fin da piccoli. E' una conquista personale che va indotta e assecondata: inutile imporla d'autorità.
  Tutta la nostra fede è centrata sulla scoperta, sperimentazione, recupero e mantenimento di questo tipo di amicizia universale, che, secondo la nostra religione, confidiamo avere origine soprannaturale e, di più, manifestarla; una realtà di infinito ed eterno valore, tanto che su di essa verremo giudicati, è scritto. E' l'anticipo della vita eterna. Solo l'agàpe  ha questo valore eterno: i cieli e la terra, invece, passeranno. 
 Beati gli operatori di pace: makàrioi (beati) oi (i) eirènopoi  (costruttori, letteramente "facitori", di pace) , oti (perché) autoi (proprio loro) uiòi (figli)Teoù  (di Dio) kletèsontai (saranno chiamati), così è scritto in greco nel Vangelo secondo Matteo 5,9.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli