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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 31 dicembre 2015

Sintesi dell'omelia della Messa parrocchiale di Te Deum

Sintesi dell'omelia della Messa parrocchiale di Te Deum

L'altare  parrocchiale alle ore 17:40 di oggi 31-12-15


  In Occidente e in gran parte del mondo si celebra l’inizio di un nuovo anno, anche se ci sono altri modi di contare gli anni e la scelta tra l’uno o l’altro dipende da un accordo.
 Siamo dunque riuniti per ringraziare Dio per essere rimasto con noi nell’anno passato. Ringraziare non è da tutti.
 Nell’episodio evangelico di Lc 17,11-19 su dieci lebbrosi guariti solo uno torna a ringraziare Gesù della guarigione. Ed era un Samaritano! E Gesù lo loda per averlo fatto.
  Chissà se si  recita ancora quella bella preghiera che fa:
Ti adoro mio Dio,
e ti amo con tutto il cuore.
Ti ringrazio di avermi creato,
fatto cristiano e conservato
in questa notte.
Ti offro le azioni della giornata:
fa che siano tutte
secondo la tua santa volontà
per la tua maggior gloria.
Preservami dal peccato e da ogni male.
La tua grazia sia sempre con me
e con tutti i miei cari.
 I catechisti la insegnano ancora?
 Dobbiamo ringraziare Dio innanzi tutto di aver conservato la fede. Alcuni forse sono un po’ acciaccati alla fine dell’anno, ma è molto importante averla conservata. Perché è grazie ad essa che siamo figli  e  che siamo  redenti.
  Il nostro tempo è stato redento perché Dio è venuto in mezzo a noi.
 Non è più come ritenevano gli antichi, Crono, il dio del Tempo che divora i suoi figli, la forza che distrugge tutto. Il nostro tempo  è stato redento, è stato salvato.  E’ il tempo di Cristo e della Chiesa, noi, la comunità dei credenti, inviata al mondo per portargli Cristo e la sua salvezza.
  Come alla fine di ogni giorno si è invitati a fare un esame di coscienza, così anche alla fine di un anno. In che cosa abbiamo mancato, in che cosa dobbiamo correggerci? Questo lo si deve fare anche come comunità parrocchiale. Siamo comunità di credenti mandata alla gente del quartiere: abbiamo svolto questa missione o siamo rimasti indifferenti? Questo riguarda anche l’impegno civile.
  Dobbiamo generare Cristo, come Maria. Dobbiamo generare una nuova umanità. A volte ci è difficile farlo. Ci siamo aperti agli altri o siamo rimasti chiusi nei nostri schemi? Abbiamo saputo metterci alla scuola di Gesù? Avanti su questa via, dunque! Avanti insieme!

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

Buon Anno Nuovo a tutti i lettori!

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 3 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 3 -

  Storicamente la parrocchia non nasce per un’esigenza comunitaria, ma per la gestione del patrimonio ecclesiastico nelle zone rurali, che comprendeva anche specifiche entrate tributarie. Il modello poi, molto più tardi, si estese alle città. Anticamente la vita delle nostre collettività religiose nelle città era concentrata  intorno al vescovo e alla sua corte di preti; da lì la nostra religione si era diffusa nelle zone rurali, nei pagus (parola latina che significa circoscrizione rurale), da cui l'espressione pagani  per definire coloro che non seguono la nostra fede (anticamente non erano irreligiosi, ma erano fedeli della più antica religione politeista). L’istituzione parrocchiale si estese alle città essenzialmente per le stesse questioni di amministrazione patrimoniale che l’aveva motivata originariamente nelle zone rurali. C’erano degli edifici di culto, delle chiese, e, ad essi annesso, un patrimonio, che poteva essere anche piuttosto consistente ed esteso. Allora vi si mandava un prete per amministrarlo, ed egli nello sviluppo di questo particolare ufficio finì anche per beneficiarne, traendo i proventi per il proprio sostentamento. Progressivamente vi si sviluppò anche la  cura d’anime, che significava qualcosa di più della sola  liturgia, vale a dire ciò che oggi chiamiamo pastorale, l'attività di diffusione della fede e di istruzione dei fedeli, e che era modellata sul modello  dell'ufficio del vescovo. Si assistette anche ad un fenomeno piuttosto esteso di una sorta di privatizzazione  delle parrocchie, che potevano essere istituite anche per venire incontro ai desideri ad esempio di feudatari o di famiglie piuttosto influenti nelle società di quel tempo o di altri gruppi sociali. Di ciò vi è ancora traccia nelle disposizioni del diritto canonico, il diritto espresso dalla Chiesa cattolica, che dal Cinquecento la vietarono, salvo casi particolari e solo su autorizzazione del vescovo.
 Dal secondo millennio venne progressivamente in particolare rilievo l’elemento territoriale e pubblicistico della parrocchia, in corrispondenza con l’ordinamento al modo di uno stato che fu dato alla nostra organizzazione religiosa. Questo processo portò, nel Cinquecento ad un modello di parrocchia corrispondente a quello che ancora oggi è in vigore, concepito come sede di un ufficio ecclesiastico decentrato, quello del parroco, relativo ad un certo determinato territorio, ben definito geograficamente, e al popolo che l’abita.  Nei corso dei primi tre secoli del secondo millennio le parrocchie divennero progressivamente anche sedi del battesimo, che prima era impartito solo nelle chiese cattedrali, nelle città, e nelle pievi, nelle zone rurali. Tra il Cinquecento e il Seicento si fece infine obbligo ai parroci di tenere una serie di registri assimilabili a quelli del moderno servizio comunale di stato civile: di battesimo, di cresima, di matrimonio, di stato d’anime, di morte.
 Attualmente le parrocchie sono riconosciute dalla Repubblica italiana come enti ecclesiastici con personalità giuridica di diritto civile  e la loro rappresentanza legale e amministrazione compete al parroco, secondo le norme del diritto canonico. Nella configurazione data alle parrocchie con i codici di diritto canonico del Novecento, quello del 1917 e quello del 1983, venne in rilievo, quanto all’ufficio del parroco, la cura d’anime, rispetto all’amministrazione del patrimonio. La novità del codice del 1983 è nell’aver configurato la parrocchia come una  comunità di fedeli, nella prospettiva aperta dal Concilio Vaticano 2°. Questo aspetto comunitario non trova però vera espressione nell’ordinamento della parrocchia, se non in organi essenzialmente consultivi, come l’assemblea parrocchiale, un organo veramente poco definito, il consiglio pastorale e il consiglio degli affari economici, i quali invece hanno una regolamentazione più precisa e anche poteri di auto-organizzazione. Tutti i poteri di amministrazione, sia patrimoniale che pastorale, sono concentrati nel parroco. Storicamente l’autoamministrazione dei fedeli laici si è espressa in aggregazioni insediate nella parrocchia, ma non ad essa organiche, come confraternite, congregazioni laicali, associazioni, movimenti e altri gruppi simili. L’entità associativa più strettamente legata organicamente alla parrocchia come istituzione, dal punto di vista propriamente giuridico, è l’Azione Cattolica, a seguito del processo di riforma condotto nella seconda metà degli anni Sessanta e all’approvazione dei nuovi statuti da parte della Conferenza Episcopale Italiana.
  La parrocchia è, ai tempi nostri, un ente necessario, nel senso che ogni porzione del territorio italiano è assegnata a una parrocchia, e ha due aspetti che la caratterizzano: l’ufficio del parroco e una comunità di fedeli. Tra questi due elementi vi è una latente tensione, in particolare tra l’aspetto monarchico che caratterizza il primo e quello democratico che tende a caratterizzare la seconda. E’ lasciata sostanzialmente alla creatività dei parroci la mediazione tra queste tendenze divergenti. I parroci che credono nelle idealità conciliari cercano di sviluppare la partecipazione democratica della comunità parrocchiale, mentre quelli che non vi credono, o non vi credono più, cercano di indurre tra il loro ufficio e la comunità parrocchiale un rapporto gerarchico come tra sovrano e sudditi. Il caso della parrocchia di San Clemente papa, fino allo scorso settembre, non è assimilabile a nessuno dei due orientamenti. E’ infatti prevalso il modello gerarchico, ma non centrato sull’ufficio del parroco, bensì  quello neocatecumenale, il quale prevede un reale coinvolgimento del laicato, ma non su basi democratiche.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 30 dicembre 2015

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 2 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 2 -

  Nel suo Atlante storico del Concilio Vaticano 2°, edito qualche giorno fa da Jaka Book, Alberto Melloni, ha spiegato che il Concilio Vaticano 2° è un evento che si inserisce in una lunga storia che lo ha preceduto e in una, che ormai dura da mezzo secolo, che lo ha seguito. E’ una storia che può essere raccontata da diversi punti di vista, ad esempio da quello dei suoi fautori o da quello dei suoi critici, e prendendo come riferimento vari aspetti e concentrandosi su alcuni di essi o tenendo presente l’insieme. Se ne può rendere un’idea affermando che si è trattato di un processo di profonda trasformazione delle nostre collettività religiose innescato in Europa, dalla  fine del Settecento, dallo sviluppo delle democrazie di popolo moderne e dall’emergere delle masse, dei popoli, al governo degli stati, delle nazioni, dei fatti storici. Questa evoluzione del modo di vivere collettivamente la fede religiosa è un’assoluta novità nella storia dell’umanità: nulla di simile c’era mai stato nei millenni precedenti. Essa si è globalizzata  espandendosi lungo le vie della colonizzazione europea del pianeta, nella fase storica in cui gli europei giunsero ad essere i dominatori del mondo, in particolare a seguito della potenza acquisita per le rivoluzioni tecnologiche e industriali che si erano prodotte tra loro, e si è profondamente inculturata nei popoli colonizzati dagli europei, in particolare in America Latina, rifluendo poi da loro verso l’Europa a partire dagli anni Cinquanta, nell’era e secondo i principi politici della decolonizzazione. In particolare proprio nell’America Latina essa è divenuta in modo eclatante, spettacolare, il tentativo di attuare una riforma dal basso, dalla base, della nostra organizzazione religiosa, ancora impostata giuridicamente su principi medievali, nell’impossibilità di ottenerne una riforma dall’alto, in particolare dal vertice  legislativo romano.  Ne fu protagonista il CELAM, il  Consiglio episcopale latino-americano, costituito nel 1955 in Brasile, a Rio de Janeiro. E’ da quel sub-continente, caratterizzato da una maggiore omogeneità culturale rispetto all’Europa, soprattutto per il fatto linguistico essendovi parlate, oltre a un gran numero di lingue di nativi americani, prevalentemente solo due lingue di origine europea, lo spagnolo e il portoghese, che due anni fa ci è venuto il capo religioso supremo che ha determinato la ripresa del moto di riforma conciliare.
   Bisogna capire quindi che anche lo sviluppo della dimensione comunitaria della fede, promosso dal Concilio Vaticano 2°, fu vissuto in quella prospettiva di trasformazione, di evoluzione,  e quindi fu sentito come importante non solo per la maturazione personale dei singoli, ma anche per quello di un nuovo modello di collettività religiose, per progettarlo, costruirlo e, innanzi tutto, per cominciare a  sperimentarlo. In questo è stata coinvolta la stessa catechesi. Scrive Emilio Alberich, in La catechesi oggi - Manuale di catechetica fondamentale, Elledici, 2001, a pag. 192:
Sembra urgente, nell’esercizio della catechesi, delineare bene l’orizzonte ecclesiologico verso il quale si è orientati, con la scelta consapevole di un progetto di Chiesa stimolante e convincente per gli uomini di oggi. E se è vero che la crescita nella fede include la fedeltà alla Chiesa, si deve dire che questa fedeltà non riguarda soltanto la Chiesa del passato e del presente (la Chiesa così come effettivamente è stata ed è), ma anche la Chiesa del futuro, vale a dire, come deve essere, come può essere sognata da quanti la vogliono più vicina all’ideale evangelico.
 Dunque, a fronte del sostanziale immobilismo delle istituzioni religiose di governo delle nostre collettività di fede, nel post-concilio sorsero correnti e movimenti che si proposero di attuare e impersonare vari tipi di riforme e, come reazione, altri che invece intesero agire in senso controriformistico. Per quello che mi è apparso, era comune a tutti, a riformatori e reazionari, l’intento di saturare   gli ambienti religiosi di riferimento, conquistandoli e conducendoli verso la propria impostazione. Anche le parrocchie si trovarono coinvolte in questa vivace dialettica, ma in esse, in genere, il prevalere dell’assetto istituzionale, per cui esse erano costituite intorno all’ufficio del parroco e alle sue funzioni amministrative, ha impedito che il processo di saturazione  da parte di una particolare loro componente associativa, portatrice di un certo processo di riforma,  venisse portato alle estreme conseguenze, determinando l’assorbimento e la conquista culturale della parrocchia-istituzione. Questo non è accaduto nella nostra parrocchia, a San Clemente papa. Da noi, infatti, il parroco e i suoi collaboratori più giovani si erano formati nel Cammino neocatecumenale, ne condividevano i progetti di riforma e li hanno assecondati. Questo è stato all’origine del processo di neocatecumenalizzazione   della nostra parrocchia.
  La sperimentazione riformistica secondo la linea neocatecumenale attuata nella nostra parrocchia l’ha portata molto distante dalla gente di fede delle Valli. Come ho scritto più volte, essa ha seguito un modello astratto, indotto da una gerarchia di movimento che mi appare piuttosto rigida, richiamando per attuarlo e impersonarlo gente da altre parti della città. Esso segue un principio misto di riforma e controriforma.
  La riforma sta nel potenziare l’elemento comunitario nella vita di fede: nella partecipazione forte, corresponsabilità e solidarietà intensa. La controriforma sta nel contrastare i processi democratici e la creatività comunitaria a favore di un rigido modello comunitario di tipo neo-patriarcale maschilista, direi neo-tribale, molto esigente nelle tematiche sessuali e riproduttive, secondo il quale si vuole proteggere la vita collettiva di fede separandola dal mondo intorno,   visto solo come il luogo dell’idolatria, e dunque portando i suoi adepti a rinunciarvi nel corso di processi para-liturgici.
  La linea, per quello che ho letto, viene data da un vertice internazionale, nei confronti del quale la base non ha reali possibilità di intervento critico, e scende verso il basso. Si tratta in questo di un’organizzazione che è impostata in senso opposto al moto di riforma che ha portato all’ultimo concilio, che appunto sale dal basso verso l’alto. Il senso generale dell’operazione è reazionario, nel senso, in particolare, di voler reagire alla secolarizzazione della società, inducendovi aree salvate, bolle di sopravvivenza vitale della dimensione collettiva della fede. Secondo quella linea si rifiuta il metodo della mediazione culturale, visto come fonte di  contaminazione, in ciò che esso esprime di moto bidirezionale nelle relazioni con le cultura del nostro tempo, vale a dire nel dare/ricevere che attua, per cui, mentre impronta, è a sua volta improntato. Le culture del nostro tempo sono viste come pagane e non se ne vuole essere improntati.  Non se ne riesce a percepire la profonda religiosità che ancora esse esprimono. Rifiutando il lavoro di mediazione  con quelle culture ci si è separati dalla gente che le esprime.
  Ho trattato della questione non perché sia interessato a polemizzare con gli amici neocatecumenali, e ne parlo come di  amici  innanzi tutto perché voglio essere un amico per loro non una qualche minaccia, ma perché la saturazione  dell’ambiente parrocchiale da parte del loro movimento è all’origine dei problemi della nostra parrocchia, e in particolare dell’estraneità ad essa della gente delle Valli.  Per risolverli basterà avviare un processo di  desaturazione, radunando gente nuova che viva la parrocchia insieme  ai neocatecumenali, restaurando il pluralismo che fino agli inizi degli anni ’80 caratterizzava la parrocchia, e che ha continuato ad esservi, anche se in  misura via via minore, ancora per tutto quel decennio. Non si tratta di  togliere  quindi, ma di  aggiungere. Questa aggiunta richiede però di trovare nuove forme di convivenza pluralistica nell’ambiente parrocchiale. Di progettare  e  costruire  un nuovo modo di vivere insieme una dimensione pluralistica  della vita di fede: ecco che in questo ci ricollegheremo al moto di riforma innescato dall’ultimo Concilio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


martedì 29 dicembre 2015

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 1 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? -  1 -

  Voglio proporvi una serie di riflessioni sulla parrocchia come istituzione religiosa, come società religiosa, come comunità religiosa, come luogo per sviluppare la fede in una dimensione collettiva, come ambiente per diffondere la fede nella società del nostro tempo, come snodo di mediazione culturale tra la fede vissuta e le culture del nostro tempo, dove si produca un interscambio tra la dimensione religiosa e quella di quelle culture e, infine, come forza di trasformazione della società per promuovere in essa i valori di fede. Tutto questo è stato e può essere la parrocchia. Si fa riferimento ad una medesima realtà, sembra a prima vista che si usino dei sinonimi, dei modi di dire che indicano la stessa cosa, ma, approfondendo, capiamo che si tratta di dimensioni diverse, che possono manifestarsi nella parrocchia, ma che corrispondono a diversi modi di essere e di operare.
 Come ho ricordato giorni fa, è stato osservato che la parrocchia ha una grande plasticità, quindi che può essere modellata in forme diverse a seconda delle esigenze della gente che l’abita e dei problemi della sua epoca.
 Ecco come la descrive il nostro vescovo e padre universale nella sua esortazione apostolica  La gioia del Vangelo, del 2013:
“28. La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» [cita l’esortazione apostolica  del suo predecessore Wojtyla, I fedeli cristiani laici, del 1988]. Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione.  Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione.”
  Ci si aspetterebbe dunque di trovare attuati vari modelli di parrocchia, a seconda della popolazione che l’abita e secondo il procedere dei tempi, ma questa non è la mia esperienza: in realtà, nelle varie parrocchie in cui sono stato inserito nella mia vita, ho visto sostanzialmente replicare, in un lungo arco di tempo in cui mi è stato dato di osservarle, il medesimo modello, centrato sull’aspetto istituzionale. Questo significa che esso era costruito intorno all’ufficio del parroco, inteso come pubblico funzionario, nell’ordinamento canonico, quello espresso dal diritto della nostra confessione religiosa, ma anche secondo l’ordinamento civile per ciò che concerne le questioni matrimoniali.
 Inoltre non mi  è stato dato di constatare grande plasticità nelle parrocchie che ho conosciuto nemmeno nel passare dei tempi e nel variare del popolo di fede in cui erano immerse. Il modo di proporsi alla gente è stato più o meno lo stesso.
 C’è stata indubbiamente una eccezione, in questo quadro di sostanziale staticità, ed essa si è avuta nel processo di neocatecumenalizzazione  del quale la nostra parrocchia è stata oggetto dal 1983. Ma, a ben vedere, in questo caso non si è trattato di rimodellare la parrocchia secondo le esigenze dei tempi nuovi e del popolo di fede delle Valli, ma della sostanziale induzione di un modello, e di una teologia corrispondente, astratti da quel  contesto sociale, per cui fino ad un certo punto si è avuta la semplice coesistenza della parrocchia con un altro tipo di comunità locale e poi quest’ultima ha teso a prevalere sulla prima, sovrapponendosi ad essa. A questo punto la parrocchia è sopravvissuta essenzialmente come struttura formale, ma quasi senza più base sociale, fatta eccezione per pochi gruppi di persone devote piuttosto anziane, e la parte socialmente attiva  è stata espressa solamente dalle comunità neocatecumenali insediate negli edifici parrocchiali. In misura corrispondente all’evolvere di questo processo si è manifestata, fino a raggiungere livelli sempre più eclatanti, l’estraneità della Valli alla parrocchia.
 Da questa situazione, che si era fatta piuttosto critica, ci sta tentando di tirare fuori la task force di preti inviata generosamente dalla diocesi. Infatti noi non avevamo più risorse sufficienti per uscirne con le nostre sole forze.
 A questo punto si pone, appunto, il problema di come modellare  una nuova realtà parrocchiale, che esprima tutte quelle dimensioni di cui dicevo all’inizio e che, nel loro insieme, fanno di una parrocchia, non solo la sede dell’esercizio di un pubblico ufficio religioso e civile, ma anche una comunità viva, vitale, espressa dalla gente che abita in una certa zona del territorio cittadino e, innanzi tutto, espressione delle varie culture che in esso sono compresenti e seguono un orientamento di fede.
   Non si tratta solo di una questione da preti, perché il risultato non dipende solo da loro, ma anche da noi laici, e, anzi, essenzialmente da noi laici, anche se senza preti, quindi prescindendo da loro, non si può costruire qualcosa che possa essere riconosciuto come quella realtà sociale con rilevanti aspetti teologici che definiamo Chiesa, e non perché ci servano dei pubblici funzionari per poter proseguire, ma perché le nostre collettività di fede fin dalle origini sono apostoliche, quindi fondate su apostoli e tale  è la funzione che appunto svolgono tra noi i nostri vescovi e  i sacerdoti loro collaboratori.
 Di questi tempi anche noi laici siamo esortati ad essere creativi. Ma questo non significa tirar fuori la prima cosa che ci passa per la mente o  che abbiamo letto ieri o l’altro ieri da qualche parte. C’è una lunga esperienza su cui ragionare e ci sono molti aspetti da considerare. In qualche modo, nel riflettere su questi argomenti sperimenteremo le difficoltà in cui si trovano i nostri vescovi quando fanno dei progetti, nello sforzo di  mantenere l’unità, qui e ora, ma anche dal passato al futuro, intorno ad un nucleo centrale di principi e di espressioni di vita sociale che riteniamo caratterizzante il nostro modo di vivere insieme la fede, fin dalle origini.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



lunedì 28 dicembre 2015

Superare l’inimicizia

Superare l’inimicizia

1.   In parrocchia stiamo vivendo una stagione di cambiamenti piuttosto accentuati, nel mentre nelle nostre collettività religiose, a livello nazionale, sono stati ripresi alcuni processi di riforma, piuttosto contrastati, anche se non in maniera plateale.
  Il cambiamento riguarda in particolare l’impostazione  neocatecumenale che era stata data alla parrocchia. Questo mette in questione le relazioni con coloro che l’hanno seguita.
  La nostra religione è basata sull’idea di amicizia, solidarietà e misericordia, ma ci è sempre riuscito piuttosto difficile praticare gli ideali proclamati. Lo è ancora.
  Non abbiamo un paradigma democratico di convivenza dei diversi. Di solito si va per esclusione. Chi perde se ne va o, se resta, rimane in silenzio ed è umiliato.
  Si sostiene che le nostre collettività religiose non sono delle democrazie: ecco, nella capacità di far convivere chi la pensa diversamente, dovrebbero proprio esserlo. Non c’è motivo per essere orgogliosi che ancora non lo siano.
 La democrazia, nella sua versione di popolo contemporanea, è una grande conquista culturale dell’umanità, ai pari dei progressi nella scienza e nella tecnica. Rifiutare la democrazia è come rifiutare gli antibiotici. Chi lo farebbe? Eppure la democrazia in genere è rifiutata tra noi, in religione. E allora la pace è sempre precaria tra noi.
 Democrazia non è, nell’ideologia contemporanea, solo un modo di prendere decisioni collettive secondo un principio maggioritario. E’, innanzi tutto, un sistema di valori che si basa sull’uguaglianza in dignità sociale, per cui su certi argomenti, ad esempio sulla pari dignità sociale, non si vota: sono alla base della convivenza civile.
 Dicono che il popolo ha il senso della fede e che, al dunque, non può veramente sbagliare. Questo è alla base della grande considerazione che si dà alla tradizione, che riteniamo tanto più autorevole quanto più antica, vasta e costante nel tempo. Ma poi vediamo che all’opinione del popolo si è data, e ancora si dà, poca importanza. Così, quando parliamo di tradizione, tendiamo a considerare una tradizione d’imperio, basata su ciò che fin dai tempi antichi, più o meno dovunque e costantemente si è riusciti a imporre alla gente, con le buone o con le cattive. Fino a tempi molto recenti si è escluso dalla tradizione tutto  ciò che d’autorità era stato cacciato fuori delle nostre collettività religiose, considerandolo espressione d’eresia. Si tratta quindi di una tradizione che possiamo considerare basata su una serie di esclusioni, attuate mediante scomuniche, per cui si sono fatti fuori, prima ideologicamente e poi, fino all’Ottocento (l’epoca in cui si svilupparono le democrazie contemporanee),  anche per vie di fatto, i dissenzienti e, in genere, quelli che non si conformavano a un certo modello imposto d’autorità. E in questo si è stati piuttosto pignoli, minuziosi, arruolando schiere di specialisti teologici per marcare, e innanzi tutto scoprire, le più piccole differenze, le più minute anomalie di pensiero e di azione.
2. Per aprirci al quartiere dobbiamo rifondare il pluralismo tra noi, in parrocchia, accettando gente che la pensa in modo diverso su diversi temi. Non è un dramma. Non è un’eresia. Possiamo affrontare questo lavoro nella sicurezza della sua piena ortodossia.
 Ieri ho riportato un brano della Costituzione Luce per le genti del Concilio Vaticano 2°, che ci autorizza a procedere:
[dal n.45 ] Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente.
  Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.
  Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune.
  Considerate che si tratta solo di convivere in una parrocchia, in una realtà locale: non è che si debba decidere sui fondamenti della nostra fede. Si tratta  solo di programmare delle attività a cui tutti  possano partecipare, qualunque tipo di spiritualità seguano.
  Ma come fare con quelli che hanno fatto della proprio della separatezza una nota distintiva del loro modo di vivere la fede, nella convinzione che la cultura di oggi sia tutta pervertita e tutta espressione di un male sociale, irreligiosa e anzi programmaticamente atea? Con coloro che hanno costituito comunità molto calde al loro interno, caratterizzate quindi  da un forte solidarietà interna, che ha anche un profilo propriamente economico, di condivisione delle risorse individuali, per cui ci si aiuta conferendo una quota sostanziosa dei propri proventi, e che quindi danno tutto, ma veramente tutto, ciò che occorre per sentirsi al sicuro. Comunità che, a chi sta fuori, appaiono chiuse, perché caratterizzate da impegni esclusivi, preferenziali, di gruppo, molto onerosi e presidiati da una gerarchia alla quale vengono riconosciuti poteri molto penetranti, e innanzi tutto quello di scrutinare chi è dentro  e   chi è fuori.
 E qui prescindo del tutto dal dare un giudizio sulla spiritualità di quelle comunità, non mi interessa farlo. Come principio ritengo che ognuno abbia diritto di organizzare la propria spiritualità secondo le sue particolari esigenze di fede, che sempre sono un modo di risolvere problemi che la vita sociale pone alla religiosità. Nella nostra confessione abbiamo un’organizzazione di maestri della fede che si occupa di confermare la gente nella sua spiritualità e questo è il solo vaglio che ritengo legittimo e quelle comunità l’hanno superato. Questo mi basta. Non è obbligatorio aderirvi, e questo deve essere sempre molto chiaro, perché ci sono altre vie valide di spiritualità, ma lo si può fare tranquillamente, serenamente, ricavandone anche molto bene.
3. Tuttavia, non avendo pratica di democrazia, e in fondo diffidandone, ora che si tratta di ripristinare il pluralismo in parrocchia, che è il presupposto per renderla accogliente per le quindicimila persone di fede delle Valli, e non solo per i circa settecento che ora l’abitano più o meno assiduamente, o con i circa quattrocento che ne sono gli inquilini abituali, ci è difficile pensare a forme di convivenza tra noi che comportino anche una reale collaborazione  tra persone che seguono differenti vie di spiritualità, ad esempio tra una persona fortemente impegnata nel cammino neocatecumenale e una persona come me, formatasi fin da piccola in un ambiente cattolico-democratico e da esso altrettanto fortemente improntata.
  In religione, purtroppo, abbiamo pochi esempi validi a cui riferirci ed essi sono stati in genere praticati in ambienti piuttosto ristretti. La tolleranza democratica non è divenuta mai un fenomeno di massa nella nostra confessione religiosa.
  La nostra bimillenaria storia collettiva di fede è, purtroppo, tremenda in questo. Per differenze di spiritualità si è arrivati a massacrarsi.
 E nella nostra confessione in genere non si è riusciti neanche a vivere serenamente il processo ecumenico, per cui, mentre le altre confessioni della nostra fede si sono integrate più profondamente tra loro, noi rimaniamo effettivamente fratelli separati e di solito pensiamo che l’ecumenismo sia questione per specialisti teologi, anche se i nostri teologi, formati per cogliere le minime differenze ideologiche, non riescono veramente a promuovere l’unità, pur intuendola e anelandola.
 E qui da noi in parrocchia, ad esempio tra i cattolici-democratici e i neocatecumenali, è proprio un processo ecumenico  che si tratta di indurre, per cui ci si avvicina, ci si conosce, ci si confronta, si dialoga, e si comincia a pregare insieme e, così, conoscendosi meglio e pregando insieme, anche a stimarsi e a imparare gli uni dagli altri, e, innanzi tutto, a non diffidare e temere degli altri.
 Se si otterrà un risultato positivo, questo avrà un grandissimo valore, sarà una sperimentazione che porterà alla costruzione di un modello su  cui poi i teologi potranno ragionare, partendo da ciò che si è realizzato sul campo, sul bene che si sarà riusciti a produrre.
  Da dove partire però?
  Ognuno di noi, io e loro, ha dei preconcetti, dei pregiudizi, delle precomprensioni sugli altri.
  Io direi che un buon inizio potrebbe essere quello di ascoltare molto,  vale a dire la via che il celebrante della messa delle otto di ieri ha indicato come quella seguita dal Fondatore nei primi trent’anni della sua vita.
 Non cominciamo subito a sbranarci (ideologicamente) a vicenda. Cominciamo con l’ascoltarci e con il pregare. Vediamo che ne esce.
  Da quello che ho scritto capite che non ho la soluzione. Mi limito a invocarla secondo la nostra fede comune. Signore dacci la pace, facci fare pace, fa di noi strumenti della tua pace!
 Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli






domenica 27 dicembre 2015

Domenica 27 dicembre 2015– Ottava di Natale - festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle otto


Domenica 27 dicembre 2015–  Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – Ottava di Natale - festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe  – salterio: proprio del tempo – colore liturgico: bianco – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle otto – avvisi  di A.C.

Osservazioni ambientali: 9° C, cielo sereno, velato.
 Alla Messa delle nove il gruppo di A.C. era nei banchi di sinistra, a fianco dell’altare, guardando l’abside.

Buona domenica a tutti i lettori!

Pillola di Concilio
[dalla Costituzione La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]
43. L'aiuto che la Chiesa intende dare all'attività umana per mezzo dei cristiani.
  Il Concilio esorta i cristiani, cittadini dell'una e dell'altra città, di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo.
Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno.
  A loro volta non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere talmente nelle attività terrene, come se queste fossero del tutto estranee alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali.
  La dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo.
Contro questo scandalo  già nell'Antico Testamento elevavano con veemenza i loro rimproveri i profeti e ancora di più Gesù Cristo stesso, nel Nuovo Testamento, minacciava gravi castighi .
  Non si crei perciò un'opposizione artificiale tra le attività professionali e sociali da una parte, e la vita religiosa dall'altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna.
  Gioiscano piuttosto i cristiani, seguendo l'esempio di Cristo che fu un artigiano, di poter esplicare tutte le loro attività terrene unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio. Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione.
  Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale.
  Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero.
  Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente.
  Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.
  Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune.


Prima lettura
Dal primo libro di Samuele  (1 Sam 1,2-22.24-28)
 A finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele, “perché - diceva - al Signore l’ho richiesto”. Quando poi Elkanà andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a soddisfare il suo voto, Anna non andò, perché disse al marito: “Non verrò, finché il bambino non sia svezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre”. Dopo averlo svezzato, lo portò con sé, con un giovenco di tre anni, un’efa di farina e un otre di vino, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo; era ancora un fanciullo. Immolato il giovenco, presentarono il fanciullo a Eli e lei disse: “Perdona, mio signore. Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”. E si prostrarono là davanti al Signore.

Salmo responsoriale
Dal salmo 83 (84)

Ritornello:
Beato chi abita nella tua casa, Signore

Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti!
L’anima mia anela
e desidera gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne
esultano nel Dio vivente.

Beato chi abita nella tua casa:
senza fine canta le tue lodi.
Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio
e ha le tue vie nel suo cuore.

Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio, Dio di Giacobbe.
Guada, o Dio, colui che è il nostro scudo,
guarda il volto del tuo consacrato.


Seconda lettura
Dalla prima lettera di San Giovanni apostolo (1Gv 3,1-2.21-24)

 Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli  di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e che ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca  (Lc 2,41-52)

 I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni si stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Sintesi dell’omelia della Messa delle otto

 Questa domenica si celebra la festa della Santa famiglia, della famiglia di Gesù. E’ un’occasione anche per parlare di tutte le nostre famiglie.
  Il brano evangelico ci presenta Gesù che disobbedisce ai genitori.
 Al catechismo dei bambini, alla domanda se Gesù avesse mai disobbedito ai genitori in genere loro rispondono di no, e invece sì.
 Gesù voleva bene ai suoi genitori, a Maria e a Giuseppe, senz’altro. Possiamo pensare che non l’abbia fatto apposta, ma non li ha avvisati che si tratteneva nel Tempio, a parlare con i maestri. Aveva l’età in cui si celebrava il rito di iniziazione che introduceva tra gli adulti, quello che nella nostra fede è la Cresima. Gesù si trovava nella casa di suo Padre, possiamo immaginare la sua emozione! E poi poteva parlare con persone di grande cultura: quella del Tempio era la migliore scuola religiosa dei suoi tempi, nella quale venivano mandati a studiare gli alunni più promettenti.  Possiamo immaginare che a Nazaret, dove Gesù abitava con i genitori, non ci fosse un ambiente intellettuale così stimolante per lui, tanto intelligente.
 Che risponde Gesù ai genitori, quando riescono a raggiungerlo, angosciati? Risponde che  deve occuparsi della cose del Padre suo. Ecco la ragione della sua disobbedienza. Ma poi li segue e rimane con loro fino all’età di trent’anni. E fu una buona scuola, quella della sua famiglia: infatti il brano evangelico di oggi si conclude raccontando che  crebbe in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e agli uomini.
  Questa frase corrisponde a quella che si trova nel primo libro di Samuele, poco oltre il brano che abbiamo proclamato oggi nella  prima lettura:
“[….] il giovane Samuele andava crescendo in statura e bontà davanti al Signore e agli uomini” [1 Sam 2,26].
 Ma il bimbo Samuele, come abbiamo letto, era stato affidato dalla madre al sacerdote Eli, nel tempio di Silo (dove si trovava custodita l’arca dell’Alleanza, che non era stata ancora portata nel Tempio di Gerusalemme), perché  studiasse  da profeta.
 Gesù invece tornò dai suoi genitori e li si formò per la sua missione, che poi si svolse nel giro di tre anni, dopo trent’anni passati ad  ascoltare: ad ascoltare i suoi genitori e la sua gente. Nella fede è molto importante ascoltare.
 Anche oggi la famiglia è la prima scuola di fede. In particolare trasmette valori che da nessun’altra parte si imparano con le stessa efficacia. Ma non deve rimanere isolata, diventare  nucleare, come nel mondo di oggi la si vorrebbe, fatta solo di papà, mamma e figli contro tutto il mondo intorno, la sua civiltà, la sua cultura, e via dicendo. Chiudendosi a tutto ciò che c’è fuori. Perché se diventa così è perdente.
 La scelta giusta è quella di costruire una solidarietà con le altre famiglie, sulla base della condivisione di valori e di  bisogni. Per sostenersi a vicenda. Ad esempio in parrocchia, che, come insegnava San Giovanni Paolo II, deve diventare una  famiglia di famiglie.
 Occorre che le famiglie siano circondate da una solidarietà orizzontale, dalle altre famiglie, e verticale, dai più anziani. Nel mondo intorno a noi questa solidarietà manca e tutte le altre esperienze collettive sono in crisi, lo stato, i partiti e via dicendo. Se non proviamo noi, ad esempio in parrocchia, a costruirla essa verrà a mancare alla società del nostro tempo.
  Occorre formare una specie di tribù, al modo patriarcale, come era prima dell’età moderna, ma non più basata su rapporti di sangue, di parentela, ma appunto sulla fede e sui suoi valori. E’ così che i figli possono trovare un ambiente giusto per crescere al modo di Gesù ragazzo.  Questa è la scelta vincente.
 In parrocchia si sta lavorando per realizzare qualcosa del genere.
 E all’oratorio per i bambini si vorrebbe affiancare anche un oratorio per gli anziani. Gli edifici parrocchiali sono vuoti per gran parte del giorno nei feriali. Vengono abitati per quattro ore al giorno: che spreco! Dobbiamo renderli abitati tutto il giorno. Tutti sono invitati a venire e a collaborare.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli



Avvisi di A.C.
- le riunioni infrasettimanale del gruppo parrocchiale di AC riprenderanno martedì 12 gennaio 2016, alle ore 17, in sala rossa. I membri del  gruppo sono invitati a riflettere, con il metodo della Lectio Divina, sulle letture della Messa di domenica 17-1-16 (2° del Tempo ordinario):  Is 62,1-5; Sal 95 (96); 1Cor 12,4-11;  Gv 2,1-11, in modo da poter dare un contributo personale nel corso della meditazione che, con il prezioso aiuto dell’assistente ecclesiastico, su di esse si farà insieme nel corso della riunione.


sabato 26 dicembre 2015

La parrocchia-comunità di comunità

La parrocchia-comunità di comunità


1. Uno dei modi di rendere un’idea del modello di collettività religiosa indotta dai saggi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) è quello di descriverlo come quello di una  comunità, in cui tutti sono ammessi a partecipare creativamente al  lavoro comune in uno spirito di reciproco servizio inteso come manifestazione di benevolente solidarietà per andare incontro alle esigenze della vita delle persone,  rispetto a quello di tipo giuridico-istituzionale,  tutto centrato sull'idea di gerarchia e quindi sull'esercizio e la ripartizione di poteri  religiosi al modo di uno stato, nel quale il servizio  è solo l’attività di gerarchi a vari livelli, della quale quelli ai livelli inferiori rispondono  solo a quelli ai livelli superiori, e consiste prevalentemente in ciò che serve al potere religioso per dominare e mantenere unito sotto la sua autorità un popolo di sudditi.
  Questa concezione di una fede vissuta collettivamente secondo un modello comunitario era al centro del moto di vera e propria  riforma innescato dai saggi di quel Concilio, ma nella fase attuativa andò molto depotenziandosi, venendo ad essere inteso essenzialmente come uno strumento per inculcare più efficacemente nel popolo dei laici principi religiosi costruiti e custoditi altrove, in particolare dalla gerarchia del clero.
 Questo in particolare apparve piuttosto evidente nell'utilizzo  romano del modello organizzativo sostanzialmente   rivoluzionario sperimentato nelle comunità di base  latino-americane e poi in Europa a partire dagli anni Sessanta, vale a dire quello della collettività religiosa come  comunità di comunità, che comportava anche forme di auto-organizzazione democratica e di creatività ideologica  e di progetto. Ne parlo come di uno schema  rivoluzionario, perché antitetico a quello di tipo imperiale/feudale organizzato dall'Undicesimo secolo e ancora oggi sostanzialmente vigente. Tale carattere fu colto chiaramente dal papa Giovanni Battista Montini che così ne trattò nell'esortazione apostolica L’annuncio del Vangelo, del 1975, promulgata dopo un Sinodo celebrato nell’anno precedente:
58. Il recente Sinodo si è molto occupato di queste piccole comunità o «comunità di base», perché nella Chiesa d'oggi sono spesso menzionate. Che cosa sono e per quale motivo queste sarebbero destinatarie speciali di evangelizzazione e, nello stesso tempo, evangelizzatrici? 
Fiorendo un po' dappertutto nella Chiesa, secondo le differenti testimonianze sentite al Sinodo, esse differiscono molto fra di loro, in seno alla stessa regione e, più ancora, da una regione all'altra.
In alcune regioni sorgono e si sviluppano, salvo eccezioni, all'interno della Chiesa, solidali con la sua vita, nutrite del suo insegnamento, unite ai suoi pastori. In questo caso, nascono dal bisogno di vivere ancora più intensamente la vita della Chiesa; oppure dal desiderio e dalla ricerca di una dimensione più umana, che comunità ecclesiali più vaste possono difficilmente offrire, soprattutto nelle metropoli urbane contemporanee che favoriscono la vita di massa e insieme l'anonimato. Esse possono soltanto prolungare, a modo loro, a livello spirituale e religioso - culto, approfondimento della fede, carità fraterna, preghiera, comunione con i Pastori - la piccola comunità sociologica, villaggio o simili. 
 Oppure esse vogliono riunire per l'ascolto e la meditazione della Parola, per i Sacramenti e il vincolo dell'Agape, gruppi che l'età, la cultura, lo stato civile o la situazione sociale rendono omogenei, coppie, giovani, professionisti, eccetera; persone che la vita trova già riunite nella lotta per la giustizia, per l'aiuto fraterno ai poveri, per la promozione umana. Oppure, infine, esse radunano i cristiani là dove la penuria dei sacerdoti non favorisce la vita normale di una comunità parrocchiale. Tutto questo è supposto all'interno delle comunità costituite della Chiesa, soprattutto delle Chiese particolari e delle parrocchie. 
  In altre regioni, al contrario, comunità di base si radunano in uno spirito di critica acerba nei confronti della Chiesa, che esse stimmatizzano volentieri come «istituzionale» e alla quale si oppongono come comunità carismatiche, libere da strutture, ispirate soltanto al Vangelo. 
 Esse hanno dunque come caratteristica un evidente atteggiamento di biasimo e di rifiuto nei riguardi delle espressioni della Chiesa: la sua gerarchia, i suoi segni. Contestano radicalmente questa Chiesa. In tale linea, la loro ispirazione diviene molto presto ideologica, ed è raro che non diventino quindi preda di una opzione politica, di una corrente, quindi di un sistema, anzi di un partito, con tutto il rischio, che ciò comporta, di esserne strumentalizzate. 
  Ecco invece la visione  di tale modello esposta  nel gennaio del  1999 dal papa Karol Wojtyla nell’esortazione apostolica La Chiesa in America, promulgata a Città del Messico a poco più di un anno dalla celebrazione del Sinodo delle Chiese americane del  dicembre 1997:
41. La parrocchia è un luogo privilegiato in cui è possibile per i fedeli fare l'esperienza concreta della Chiesa.  Oggi, in America come altrove nel mondo, la parrocchia attraversa talora alcune difficoltà nello svolgimento della propria missione. Essa ha bisogno di un rinnovamento continuo partendo dal principio fondamentale che « la parrocchia deve continuare ad essere primariamente comunità eucaristica » [dal documento conclusivo del Sinodo]. Tale principio implica che « le parrocchie sono chiamate ad essere accoglienti e solidali, luogo dell'iniziazione cristiana, dell'educazione e della celebrazione della fede, aperte alla varietà di carismi, servizi e ministeri, organizzate in modo comunitario e responsabile, capaci di coinvolgere i movimenti di apostolato già esistenti, attente alla diversità culturale degli abitanti, aperte ai progetti pastorali e sovraparrocchiali ed alle realtà circostanti [dal documento conclusivo del Sinodo].

 Una speciale attenzione meritano, per le loro problematiche specifiche, le parrocchie nei grandi agglomerati urbani, dove le difficoltà sono così grandi che le normali strutture pastorali risultano inadeguate e le possibilità di azione apostolica notevolmente ridotte. L'istituzione parrocchiale, tuttavia, conserva la sua importanza e va mantenuta. Per ottenere questo obiettivo, occorre « continuare la ricerca di mezzi con i quali la parrocchia e le sue strutture pastorali giungano ad essere più efficaci nelle zone urbane» [dal documento conclusivo del Sinodo]. Una via di rinnovamento parrocchiale, particolarmente urgente nelle parrocchie delle grandi città, si può forse trovare considerando la parrocchia come comunità di comunità e di movimenti. [Cfr IV Conferenza Generale dell'Episcopato Latino-americano, Santo Domingo, ottobre 1992: Nuova evangelizzazione, promozione umana e cultura cristiana, n. 58]. Appare perciò opportuno il formarsi di comunità e di gruppi ecclesiali di dimensione tale da permettere vere relazioni umane: ciò consentirà di vivere più intensamente la comunione, avendo cura di coltivarla non solo «ad intra» [=all’interno del gruppo o movimento], ma anche con la comunità parrocchiale alla quale tali raggruppamenti appartengono, e con l'intera Chiesa diocesana e universale. Sarà inoltre più facile, all'interno di un simile contesto umano, raccogliersi in ascolto della Parola di Dio, per riflettere alla sua luce sui vari problemi umani, e maturare scelte responsabili ispirate all'amore universale di Cristo [cfr Giovanni Paolo II, enciclica La missione del Redentore, 1990, 51]. L'istituzione parrocchiale così rinnovata « può suscitare una grande speranza. Può formare la gente in comunità, offrire aiuto alla vita familiare, superare la condizione di anonimato, accogliere le persone e aiutarle ad inserirsi nell'ambito del vicinato e della società» [dal documento conclusivo del Sinodo]. In tal modo, ogni parrocchia oggi, e particolarmente quelle operanti nelle città, potrà promuovere un'evangelizzazione più personale, e al tempo stesso incrementare le relazioni positive con gli altri operatori sociali, educativi e comunitari [dal documento conclusivo del Sinodo].
  Questa versione    del modello di  comunità di comunità depotenziato della sua forza riformatrice è quella che successivamente è stata adottata in Italia come modello di riorganizzazione della catechesi su base comunitaria. Esso, del resto, sembrava ben adattarsi, non tanto alle residue comunità di base sopravvissute nel clima di normalizzazione progressivamente instaurato dagli anni ’80, ma ai nuovi  movimenti che avevano preso a diffondersi nel laicato, su basi talvolta reazionarie, nel senso di reazione contro le sperimentazioni postconciliari basate su modelli comunitari di tipo democratico.
 Questo modello, pur essendo stata immaginato per rafforzare l’efficacia dell’azione di promozione della fede svolte nelle parrocchie, ne ha talvolta determinato la crisi, quando  i gruppi che in esse si erano insediati ne hanno tratto argomento per sostituire le articolazioni parrocchiali con le proprie, rivendicando la propria autonomia di proselitismo, iniziazione, formazione e di metodo di convivenza sociale. E’ ciò che è accaduto nella nostra parrocchia.
 2.  Creare un’istituzione è molto più semplice che costituire una comunità. Questo perché l’istituzione può fare a meno dei rapporti amicali che invece sono essenziali nella comunità. Questi ultimi si creano di solito tra le persone che partecipano a collettività di dimensioni limitate: più lo sono e più quel tipo di relazioni si fanno forti. Le comunità propriamente dette sono costituite da persone che si scelgono tra loro, quindi in base a relazioni di elezione reciproca. Le istituzioni di derivazione comunitaria, dal basso quindi, mantengono questo carattere solo se in qualche modo sono obbligate a rimanere legate alla loro base, ad esempio potendone subire le critiche e le verifiche, dovendo quindi rispondere  ad esse. Tuttavia più gli affari di una comunità si fanno complessi, più l’istituzione, pur di derivazione comunitaria, tende a divenire prevalentemente gerarchia, vale a dire un sistema di potere.
  Ma come mantenere la coesione di una collettività estesa quanto un miliardo circa di persone?
  Una delle vie è quella di costruire comunità più estese a partire da comunità più piccole, federandole. E’ quella appunto della  comunità di comunità sognata ai saggi del Concilio  e da coloro che ad essi si sono ispirati. Ma senza democrazia è difficile mantenere un ordine definito. Ci vuole un impegno più serio della base, che vada oltre episodiche convergenze e l’emotivo reciproco piacersi.
  Se si pensa che tutta questa gente, per rimanere unita, debba accettare innanzi tutto di sottomettersi ad una gerarchia, la soluzione appare invece più  semplice  e si tratta solo di capire da dove essa debba originare: dal basso o dall’alto. In un sistema feudale origina dall’alto e si costruisce procedendo verso il basso, per livelli decrescenti di potere. In democrazia origina dal basso e poi, a seconda della complessità dell’organizzazione, può ridiscendere verso il basso: i funzionari elettivi scaturiscono dal basso ma essi, a loro volta, possono creare al di sotto di loro un gerarchia che procede verso livelli inferiori di poteri e competenze. Ad esempio: il corpo elettorale elegge dei parlamentari, i quali legittimano un governo, che a sua volta nomina funzionari non elettivi di gradi discendenti, come prefetti, questori, commissari e via dicendo, per ogni settore dell’amministrazione. Nella nostra confessione religiosa la gerarchia origina dall’alto, perché è tipo feudale, strutturata nell’Undicesimo secolo, dunque in pieno Medioevo, ed è stata solo marginalmente toccata dal processo di riforma innescato dal Concilio Vaticano 2°. Questo taglia fuori dai processi di governo religioso le comunità di fedeli, le quali al più possono esprimere dei consiglieri  in alcuni ambiti. Se consideriamo  freddi  i rapporti istituzionali di tipo gerarchico, perché fondati su norme e non su rapporti amicali, e caldi quelli di tipo comunitario, perché fondati su affinità elettive, quindi su qualità, concezioni ed esigenze comuni per cui  ci si sceglie e si sta bene insieme, possiamo dire che le collettività  si raffreddano quanto più in esse prevale l’aspetto  gerarchico.
  La fede religiosa può diffondersi sia nelle collettività fredde  sia in quelle calde. La differenza è che nelle prime deve essere imposta dalla società, mentre nelle seconde si diffonde per comunicazione tra persone che si vogliono bene e si stimano (alcuni utilizzano l’immagine del contagio).
  Nei primi tre secoli della nostra era, la nostra fede si diffuse in collettività calde. Poi le nostre collettività di fede iniziarono a raffreddarsi, quando la religione divenne questione di stato, politica, e allora, venendo incorporata nell’ideologia di governo delle società civili, venne imposta alla gente, anche se poi quest’ultima, in genere, provava un vero afflato emotivo,  ci credeva, come si suol dire. A questa situazione poste termine, in un processo progressivo durato fino alla metà del Novecento, l’avvento delle democrazie di popolo contemporanee. Non si fu più obbligati  socialmente a manifestarsi religiosi per conseguire l’integrazione civile. Il principio della libertà di coscienza è tra quelli fondamentali di quelle democrazie. Esso fu a lungo duramente avversato dalla nostra gerarchia del clero. Ma i processi democratici si rivelarono incontenibili, globalizzandosi. Ai tempi nostri appaiono inumane e incivili le religioni che pretendono la fede dalla gente sotto minaccia di sanzioni criminali, ad esempio punendo con la morte l’apostasia o l’eresia. Questo tuttavia fu il costume delle nostre collettività religiose per circa cinque secoli, un tempo lunghissimo. Farne memoria realistica ci è, in genere, piuttosto penoso, per cui non mancano ciclicamente tentativi per minimizzarlo.
  I saggi dell’ultimo  Concilio si trovarono dunque a fare i conti con una situazione sociale in cui la fede non poteva più essere imposta e, diffondendosi per via di collettività piuttosto fredde, aveva sempre meno presa tra la gente. Dunque costruirono un’ideologia per riscaldare  quelle collettività, cercando di rivitalizzare la componente comunitaria.  La idearono intorno al modello che si trova rappresentato negli Atti degli Apostoli 2, 42-47:
“Essi ascoltavano con assiduità l’insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente [nel testo greco: koinonìa], partecipavano alla Cena del Signore e pregavano insieme.
 Dio faceva molti miracoli e prodigi per mezzo degli apostoli: per questo ognuno era preso da timore. Tutti i credenti vivevano insieme e mettevano in comune [nel testo greco: koinà] tutto quello che possedevano. Vendevano le loro proprietà e i loro beni e distribuivano i soldi fra tutti, secondo le necessità di ciascuno. Ogni giorno, tutti insieme, frequentavano il tempio. Spezzavano il pane nelle loro case e mangiavano con gioia e semplicità di cuore. Lodavano Dio, ed erano benvisti da tutta la gente. Di giorno in giorno il Signore faceva crescere la comunità con quelli che giungevano alla salvezza.”
  Al centro di esso vi è l’idea di koinonìa, che è il vivere in comunità condividendo fraternamente ogni risorsa, ascoltando gli insegnamenti degli apostoli e partecipando alle liturgie della fede. Nel greco antico quel termine deriva dalla parola koinòs, che significa appartenente a più di uno  e  relativo a più di uno, ed è in relazione al verbo  koinonèo, che significa  condividere  e  partecipare.
  La concezione comunitaria ideata dai saggi del Concilio ruotava quindi intorno alle idee di  condividere   e di partecipare. Tuttavia essa appare appena abbozzata e dovette convivere con l’articolatissimo apparato gerarchico che la nostra organizzazione religiosa aveva ricevuto dai secoli passati, che fu mantenuto pur ancorandolo ad un diverso quadro teologico rispetto al passato. Non si riuscì a conciliare bene l’una e l’altro: rimangono quindi fondamentalmente divergenti in quanto retti da princìpi informatori antitetici.  Essi rimasero in forte dialettica anche nella fase post-conciliare, fino a quando, durante il regno del papa Wojtyla, dagli anni ’80 del secolo scorso, si sospese il processo di riforma, riscaldando per altra via le nostre collettività, mediante una sorta di culto della personalità intorno a colui che era ancora costituito come sovrano assoluto nella nostra confessione di fede, in un ingenuo neo-papismo costruito non più in base alla sacralità  del regnante ma alla sua umanità fascinosa, sempre più svelata e resa accessibile mediante eventi e mezzi di comunicazione di massa.
  Venuto meno il Wojtyla, che aveva improntato della sua personalità tre decenni della nostra vita religiosa, un tempo lunghissimo, lo spazio addirittura di una generazione, ci si è presto resi conto della situazione difficilissima in cui ci si era venuti a trovare, con un gerarchia che, al suo livello centrale romano, era divenuta sostanzialmente autoreferenziale e ingovernabile rendendo problematici i rapporti con i capi religiosi locali, e con  collettività religiose gelate, in quella che ho definito una sorta di grande glaciazione, nel quale ogni processo di riforma post-conciliare era stato sospeso e la stessa memoria dell’ultimo Concilio si era fatta sempre meno viva e affidabile, fatta eccezione per ristretti circoli di pervicaci affezionati. Sull’ideologia conciliare si era sovrapposta quella indotta dal Wojtyla e dai suoi teologi di riferimento, tra i quali colui che ne era stato il successore. Il senso di questa operazione è stato sostanzialmente, secondo alcuni, quello di una  correzione  di rotta mediante quella che i giuristi definiscono  interpretazione autentica, che si ha quando ci sono divergenze nell’intendere una certa norma di legge e allora il legislatore interviene nuovamente precisandone la reale portata. Ciò si è fatto con toni ultimativi, utilizzando anche certe espressioni sacrali che volevano significare tirare in ballo la suprema autorità, quella connotata dall’infallibilità, affermata, in una delle epoche più buie della nostra confessione di fede e in tempo di sfacelo del potere temporale dei papi, nel corso del Concilio Vaticano I, sospeso nel 1870 e mai più ripreso. Ma il nostro nuovo vescovo e padre universale, utilizzando la medesima autorità, ha inteso riaprire i processi di riforma a tutto campo, sia sotto il profilo della gerarchia istituzionale che sotto quello comunitario, cercando di indurre un riscaldamento dell’ambiente religioso, che in Italia non si è ancora prodotto venendo, anzi, così appare, sempre più vivamente contrastato.
  In questa nuova stagione si presenta centrale il problema della  democrazia, che fu presente ai saggi dell’ultimo Concilio ma che essi non ebbero modo di risolvere, appunto non avendo ritenuto di modificare l’apparato gerarchico organizzato nel Medioevo al modo di un impero assoluto. Perché senza democrazia, intesa non solo come sistema maggioritario di voto ma come complesso di valori  fondamentali, non è possibile una reale  partecipazione  del popolo, al di là di collettività molto piccole di tipo parafamiliare in cui le divergenze e i conflitti sono più rari per la presenza di relazioni amicali molto forti e il consenso è, per così, dire  intuitivo  e  spontaneo.  Senza democrazia non è possibile riscaldare  a sufficienza le gerarchie che occorrono per governare collettività di massa adunate intorno a una fede religiosa.
 Al centro della questione, quindi, non vi è tanto una questione di chi comanda, autocrati o gente eletta da una qualche base, ma mancanze molto gravi relative a  valori  rilevantissimi, come è platealmente emerso durante il processo giudiziario inscenato nel piccolo regno vaticano contro due giornalisti italiani per diffusione illecita di notizie riservate, dove è emersa l’intollerabile divergenza di quel processo dai principi del giusto processo  attuati nelle democrazie di popolo europee.
  La koinonìa che si vuole indurre nelle nostre collettività religiose richiede più partecipazione democratica per funzionare: quest’ultima non connotava le comunità idealizzate negli Atti degli apostoli perché allora si era in altri tempi e in un altro ambiente culturale, e soprattutto si era solo agli esordi in quel campo. Esse quindi non possono costituire un modello completo per vivere oggi  comunitariamente la fede. Occorre, in particolare, tenere conto dell’evoluzione bimillenaria delle nostre collettività di fede e della loro diffusione ormai globale, nonché di tutti gli errori che in questo processo sono stati compiuti, fino  a che, distaccandocene culturalmente e politicamente, si è arrivati a a condividere un disegno di pace universale basato sull’uguaglianza in dignità di tutti gli esseri umani, che comporta anche la libertà di coscienza e di determinazione, e sulla solidarietà fraterna che appare l’unica via per mantenere in vita le moltitudini umane che popolano il globo, con la complessità delle loro esigenze sociali.
3. Dunque ecco che nella sua esortazione apostolica La gioia del Vangelo, del 2013, il nostro vescovo e padre universale ha inteso riproporre l’idea  di comunità di comunità:
  28. La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie». Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione.
  Collegando la dimensione comunitaria alla partecipazione e alla creatività, e concependo la parrocchia come comunità viva, il  modello proposto dal papa Bergoglio riprende la dimensione riformatrice originaria dei saggi dell’ultimo Concilio, del resto secondo gli indirizzi generali dell’attuale papato.
  Nell’attuarlo in concreto occorre però, da noi a San Clemente papa, fare memoria dei problemi che la sua precedente versione ha creato alla parrocchia.
  Esso infatti da noi mi pare che sia stato inteso nel senso di concepire la parrocchia come una federazione condominiale  di gruppi, quindi come una struttura al loro servizio, mentre essi ottenevano una quasi completa autonomia di gestione al loro interno, determinandosi in particolare secondo gli indirizzi nazionali dei movimenti di cui erano articolazione. Uno di essi, poi, il Cammino Neocatecumenale, ha finito per prevalere su tutti, avendo anche l’apprezzamento del precedente parroco il quale in esso si era formato. La parrocchia è quindi giunta sostanzialmente per identificarsi quasi del tutto con quel movimento, i cui aderenti attualmente gestiscono quasi tutti i servizi parrocchiali, monopolizzando in particolare la catechesi di secondo livello e le catechesi per gli adulti. Esso ha un’organizzazione interna di tipo gerarchico/autoritario, per quello che ho potuto constatare dall’esterno. Vale a dire che i membri delle varie comunità in cui si articolano le collettività di quel movimento mi sembrano avere poche possibilità di determinare il corso delle attività, che per ciò che ne so si sviluppano secondo un metodo piuttosto rigido, a tappe iniziatiche, fissato a livello nazionale.  Insomma, c’è poco spazio per autonomia e creatività nel progettare le attività. Si tratta inoltre di un movimento che tende ad esaurire la socialità religiosa della persona: c’è poco tempo e spazio per rapporti con le altri componenti della parrocchia. E’ un’esperienza sociale di quelle che ho definito di tipo  chiuso, quindi concentrata su se stessa. Caratterizzando fortemente la parrocchia ha finito così per isolarla dal quartiere a cui essa è stata inviata.
  Paradossalmente non si sarebbe potuti uscire da questa situazione, che si era fatta piuttosto seria, senza l’intervento d’autorità della gerarchia del clero, in particolare della diocesi, in persona del cardinal vicario. In genere infatti si pensa che interventi di questo tipo siano diretti a contenere le dinamiche comunitarie, data la dialettica tra esse e il modello gerarchico-istituzionale, invece nel nostro caso è stata teso a ripristinarle,  per  aprire  ciò che si era chiuso, per ripristinare il pluralismo parrocchiale.
  Dobbiamo, ora, fare tesoro dell’esperienza.
  Dobbiamo coinvolgere tutta la gente di fede delle Valli e questo significa non progettare comunità che si esauriscano sostanzialmente nella cura e  perfezionamento dei propri appartenenti. Occorre passare dalle poche centinaia alle migliaia di persone di fede del quartiere. Questo richiede di abbandonare l’esclusività di metodi, cammini, programmazioni particolari. Serve un progetto parrocchiale e soprattutto occorre rendere possibile un’esperienza comunitaria più ampia di quella vissuta in un qualche gruppo particolare. Occorre riprendere a interessarsi delle questioni del quartiere.
  Si deve poter avere un’esperienza sociale di fede, in parrocchia, senza preliminarmente aderire a un qualche gruppo particolare che vi si  è insediato. E occorre riprendere a lavorare in particolare per la gente delle Valli, senza attirare in parrocchia persone di altre zone della città che la frequentino come potrebbero fare in qualsiasi altro quartiere, solo perché c’è questo o quel gruppo di tendenza.
  Bisognerà cercare di conoscere meglio la gente delle Valli e non essere condizionati, nel programmare le attività, da un certo metodo particolare e da finalità che non siano quelle generali della diocesi.
 Per rendere accogliente e praticabile la parrocchia per molta più gente di quella che oggi la frequenta assiduamente, occorrerà fare pratica del metodo democratico e dei suoi valori, che consentono la condivisione  e partecipazione di molta più gente rispetto a quella di comunità organizzate sul modello gerarchico/autoritario/familistico.
 E bisognerà riprendere a fare cultura, perché è così che si costruiscono linguaggi e modelli per condivisione e partecipazione.
  Lo spirito parrocchiale dovrà prevalere su quello di fazione. Ogni membro di articolazioni parrocchiali dovrà essere libero, ma anche sentirsi in dovere, di partecipare alle attività della parrocchia dirette al coinvolgimento della gente delle Valli.
  Bisognerà curare molto che in parrocchia non si manifestino i sorpassati modelli maschilistico autoritari del passato, dando ampio spazio alla creatività delle donne, né quelli impostati su altri pregiudizi e discriminazioni di vario genere, ad esempio verso i giovani e coloro che stanno vivendo situazioni familiari diverse da certi modelli ritenuti ideali.
 Nessuno dei gruppi insediati in parrocchia dovrà permettersi di attuare propri  scrutini su chi si avvicina alla parrocchia. Bisogna mandare in pensione doganieri e polizia di frontiera.
 Le parole d’ordine secondo le quali riorganizzare un’esperienza comunitaria a livello parrocchiale dovranno essere  apertura, partecipazione,  condivisione, solidarietà, dignità e libertà delle persone.  Proprio per la sua apertura  essa sarà anche creativa e varrà anche come  sperimentazione di modi nuovi per vivere insieme la fede.
 Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli