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giovedì 31 marzo 2016

Democrazia dei cristiani, democrazia di tutti

Democrazia dei cristiani, democrazia di tutti

[dal libro: Pietro Scoppola, La democrazia dei cristiani - Il cattolicesimo politico nell’Italia unita - intervista a cura di Giuseppe Tognon, Laterza, 2005, €10,00, disponibile in commercio]

Domanda: Ma ci sarà un ruolo significativo per i cattolici nella vita politica italiana di domani?
SCOPPOLA: Certamente, anche se sarà diverso da quello che svolsero in passato, al momento dell’Unità d’Italia nel 1861, quando restarono esclusi dallo stato liberale e mortificati proprio perché cattolici, o alla caduta del fascismo nel ’43, quando assunsero la responsabilità di guidare un paese sconfitto e lacerato verso la libertà e lo sviluppo.
 Il loro futuro sarà di sostenere la democrazia, che è in difficoltà e che ha bisogno di una profonda ispirazione etica e religiosa. Non da soli, insieme agli altri credenti, alla migliore tradizione laica e alle tradizioni popolari delle sinistre europee, ma ancora una volta decisivi per l’Italia e per l’Europa.
 La Democrazia cristiana è stato il partito dei cattolici italiani, l’espressione più riuscita della loro maggiore età politica, lo strumento del loro enorme potere e insieme della loro crisi, come sempre accade nella storia umana.
 Ma oggi il problema è la democrazia di tutti e la maturità del cattolicesimo politico italiano si misurerà proprio nella capacità di abbandonare la nostalgia per la Democrazia Cristiana per un proprio partito esclusivo,  e di lavorare piuttosto per la democrazia dei cristiani, che è la democrazia di tutti (pag.3-4).

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  Quand’è che si entra veramente in società? Un primo momento importante è quando si trova un lavoro stabile. L’altro è quando si forma un famiglia coniugale, basata su  un rapporto d’amore coniugale, più stabile perché si pensa anche a dei figli. In genere, ai tempi nostri, ci si arriva intorno ai trent’anni.
 E quand’è che si hanno le prime esperienze veramente sociali, al di fuori della famiglia, nella società generale,  che di solito coincidono con la scoperta dell’amore sessuale, la base della famiglia coniugale? Per me è accaduto al terzo anno delle superiori, a sedici anni.
 I trentenni di oggi hanno compiuto sedici anni nel 2002. Il libro di Scoppola da cui ho tratto la citazione sopra trascritta è stato pubblicato nel 2005. E’ un testo da universitari.  I trentenni di oggi potrebbero averlo avuto tra le mani appena pubblicato. Scoppola parla della Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici, finito dieci anni prima. Una realtà della quale un universitario della metà del primo decennio degli anni 2000 non aveva mai avuto personale esperienza, anche se era citata in un capitolo o due dei libri di storia per le superiori.
 Un trentenne di oggi, allora, potrebbe effettivamente credere, se non avesse avuto tra le mani quel testo di Scoppola o altri libri del genere, che in Italia i cattolici abbiano vissuto sotto il dominio dei laici, intesi come gli irreligiosi, i non credenti. Invece i cattolici, dal 1946, hanno dominato la politica italiana, ininterrottamente sino ad oggi, prima con lo strumento di un partito e poi, dalla metà degli anni ’90, mediante un’azione di pressione politica attuata direttamente dalla Conferenza Episcopale Italiana per il tramite di gruppi di pressione transpartitici.
  Di solito si ricordano le leggi sul divorzio (1970) e sull’interruzione volontaria della gravidanza (1978) come casi di sconfitta delle posizioni politiche dei cattolici. Sono stati gli unici due casi in cui ciò è avvenuto, nella storia della Repubblica democratica. E in realtà non si trattava di una sconfitta dei cattolici, perché si trattò di leggi ampiamente condivise dai cattolici, come dimostrarono i successivi referendum promossi su di esse, ma di una sconfitta della politica della gerarchia cattolica.
 Un terzo caso simile potrebbe darsi nel caso della legge sulle unioni civili delle persone omosessuali e sulle unioni di fatto, che ancora è in gestazione. L’azione di interdizione politica della gerarchia cattolica aveva sino ad ora impedito l’approvazione di qualsiasi legge in materia, e dunque anche il suo vaglio di costituzionalità, che aveva travolto la legge sulla fecondazione assistita del 2004, pesantemente condizionata dall’azione politica della gerarchia cattolica. Anche nel caso delle unioni civili omossessuali e delle unioni di fatto i sondaggi evidenziano un ampio consenso della maggioranza degli italiani, cattolici compresi. Se la legge fosse approvata, e non è ancora sicuro che lo sia, e si andasse ad un referendum, probabilmente sarebbe democraticamente confermata dalle urne.
  Tutto il resto della politica italiana, nell’era della Repubblica, è stato costruito con il contributo determinante della politica dei cattolici, e secondo la loro volontà, ispirata in maniera preponderante alla dottrina sociale della Chiesa, in particolare a quella successiva agli anni Sessanta, epoca dalla quale si attenuò molto l’orientamento in genere reazionario che l’aveva caratterizzata dalla fine dell’Ottocento e in cui si fece più sensibile l’influenza del pensiero laicale in varie discipline, in particolare l’economia, l’antropologia e la sociologia.
   L’idea di trovarsi in uno stato ostile ai cattolici è quindi del tutto falsa.  Ecco perché Scoppola parlò del partito dei cattolici  come lo «strumento del loro enorme potere».
 Il potere dei cattolici italiani raggiunse il suo massimo livello nel regime democratico post-fascista. Fu sorretto da un’ideologia originale, riconducibile al pensiero di  politici come Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Aldo Moro, che colmava le grandi lacune della dottrina sociale in materia di democrazia. Quest’ultima fu accettata pienamente dalla gerarchia cattolica solo con l’enciclica Il Centenario,  del 1991, del papa Wojtyla. Ma nei testi della dottrina sociale la democrazia non viene trattata in dettaglio. La si presenta genericamente come una forma di potere del popolo che richiede partecipazione. Ma come si debba partecipare non è precisato. In genere si è molto attenti a fissarne dei limiti nei confronti della gerarchia del clero e in materia di trasformazioni sociali. La gerarchia, in genere, diffida del popolo;  e spesso non comprende bene la vita della gente, i suoi problemi, le sue aspirazioni. Vive in un universo autoreferenziale. E poi sente il pensiero democratico come un pericolo per il suo stesso potere, perché essa non è organizzata democraticamente e addirittura se ne vanta, non vuole esserlo (ma le spiegazioni che dà in merito non sono molto convincenti). Questo spiega anche perché il tirocinio democratico non rientra in genere tra le esperienze che vengono proposte ai fedeli nelle collettività di base. Lo si pratica, ad esempio, nei circoli intellettuali della FUCI e del MEIC, due movimenti scaturiti dall’Azione Cattolica che in questo si sono particolarmente specializzati.
 In realtà la democrazia, come ai tempi nostri la intendiamo, è una forma di governo delle società umane molto particolare, perché è strettamente legata alla giustizia, la comprende al suo interno. Nelle altre forme di potere essa può essere al più un orientamento morale, rimanendo sempre qualcosa di esterno: in quei casi la legge suprema del potere è il potere stesso, il mantenimento del potere, e di fronte ad essa la giustizia recede. Viene praticata se e nella misura in cui serve al mantenimento del potere, alla creazione di un consenso sociale, al mantenimento della pace sociale. La democrazia, il potere di tutti, invece, vive della giustizia, perché non si può governare tutti  senza essere giusti, senza riconoscere a tutti  la medesima dignità sociale, il medesimo diritto alla vita e alla ricerca della felicità. Senza giustizia si ricade nelle altre forme di potere, non democratiche: la democrazia degenera. La democrazia è essa stessa una forma di giustizia, perché dà veramente a ciascuno il suo, riconosce ad ogni essere umano la dignità che gli compete. Ma non solo: la democrazia indica come essere giusti in ogni campo, è anche un importante criterio di orientamento morale, oltre che politico. La giustizia sociale come nei nostri tempi la intendiamo non può derivarsi direttamente da un testo sacro formatosi migliaia di anni fa. Questo crea qualche problema alla dottrina  sociale, intesa come forma di teologia. Ed in effetti il riconoscimento del valore della democrazia è recentissimo in quella dottrina, lo possiamo considerare una conquista dell’altro ieri. La teologia, quindi, specialmente quella dei nostri capi religiosi, ancora si è poco familiarizzata con la democrazia. Questo rende ancora difficile, talvolta,  spiegare teologicamente come una vita di fede possa esprimersi anche in democrazia, in particolare nella collaborazione a politiche democratiche. E questo anche se la pratica sociale e il pensiero politico dei fedeli hanno da molto tempo superato queste difficoltà, contribuendo addirittura a costruire la nostra nuova Europa, fondata su democrazia e giustizia sociale.
  Io che ho fatto il liceo ai tempi della Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici, o il partito cristiano come lo definì un altro fine intellettuale del nostro mondo, Gianni Baget Bozzo, non ho difficoltà a capire come la vita di fede possa sostenere un pensiero e un’azione politica da esprimersi in un contesto e con metodi democratici. Un trentenne di oggi dovrebbe forse ripartire da capo.
  Innanzi tutto occorre fare realisticamente i conti con la storia. Respingere certe interessate falsificazioni, correnti nel nostro mondo, secondo le quali i cattolici vivrebbero nell’Italia democratica al modo degli antichi Israeliti sotto il regno dei Faraoni egiziani. La Repubblica democratica post-fascista è stata costruita come la vollero i cattolici e anche la sua crisi ha radici nel mondo cattolico, ed è  innanzi tutto crisi del pensiero democratico espresso dalle nostre genti di fede. Un cattolico dovrebbe quindi sentire una particolare responsabilità per ciò che sta accadendo in politica.  Tutto questo è necessario per immischiarsi  in politica. Non basta brandire il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa  come una sorta di Libro delle Giovani Marmotte, in cui pretendere di trovare risposta a tutti i problemi politici. Quel testo può essere solo un inizio. Serve per orientarsi tra le fonti, i vari testi dei Papi dai quali origina la dottrina sociale. Ma poi bisogna andare a leggere i testi di riferimento, oggi tutti disponibili sul WEB sul portale <www.vatican.va>. Per accorgersi che la dottrina sociale ha avuto uno sviluppo storico, è cambiata rapidamente nel giro di poco più di un secolo,  il tempo che intercorre tra l’enciclica Le Novità, del 1891, del papa Pecci, e la Laudato si’, del 2015,  del papa Bergoglio, che esprime una dottrina sociale molto innovativa. E quindi, per poi approfondire ulteriormente.  In questo tempo di sviluppo  della dottrina sociale,  le novità  dei tempi hanno inciso moltissimo. Esse sono venute per la massima parte dal mondo dei laici, intesi come le persone non inquadrate nel clero o nei religiosi. Tuttavia questa realtà non ha trovato ancora riconoscimento nella dottrina sociale  che è rimasta, appunto, una  dottrina, vale a dire una branca della teologia che diffonde un pensiero il quale pretende di essere obbedito per l’autorità, non democratica, di chi lo emana. Questa realtà normativa  è poco adatta al pensiero sociale diffuso in quella dottrina, che sempre richiede verifiche e sperimentazioni, sempre richiede processi democratici.
 Non so quanti sarebbero disposti, ad esempio, a condividere questa affermazione, riportata nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 227, riprendendo pronunce del papa Wojtyla:
“Le unioni di fatto, il cui numero è progressivamente aumentato, si basano su una falsa concezione della libertà di scelta degli individui e su un’impostazione del tutto privatistica del matrimonio e della famiglia”.
 Questa sentenza non corrisponde a ciò che vedo realizzato in società. Ed è anche inutilmente insultante verso chi ha realizzato unioni coniugali non formalizzate in un matrimonio, religioso o civile, ma comunque stabili e feconde in tutti i sensi. Non rende giustizia  a quelle unioni. Non riconosce dignità a coloro che le esprimono. E infatti non è uscita da un pensiero democratico, ma dagli autocrati della dottrina sociale. E' stato scritto che essi appaiono sempre in ritardo rispetto alle conquiste sociali.
 Alla democrazia è essenziale un pensiero sociale che sia sviluppato democraticamente, vale a dire nel libero confronto e nel dialogo tra le persone. Altrimenti non si possono fare progetti, anche perché la conoscenza affidabile sfugge. E l’immischiarsi  in politica lascia, allora,  un po’ il tempo che trova, come si dice.
 O si vorrebbe che la gente, imparando la dottrina sociale della Chiesa, ritornasse ad essere il braccio secolare della gerarchia, il suo strumento di pressione in politica, secondo il progetto originario dei Papi? Ecco, appunto questo l’esperienza di politica democratica della Democrazia Cristiana volle superare.
 Come persone di fede non possediamo  la verità, ogni soluzione giusta, sui fatti sociali e politici. Le soluzioni devono essere ricercate nel confronto democratico, in quella che Scoppola definiva la democrazia di tutti. Il filosofo Aldo Capitini ne parlava come di Omnicrazia, che significa la stessa cosa, e la vedeva attuata attraverso Centri di orientamento, in cui capire e scegliere nel confronto e dialogo democratici.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
  
 


martedì 29 marzo 2016

Resoconto dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia - SECONDA PARTE

Resoconto dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia - SECONDA PARTE


ll tema è stato Fame e sete di giustizia  e il motto L’io nel noi è cambiamento
Nota: le parole di don Ciotti sono state trascritte da fonoregistrazione, ma il testo non stato rivisto dal relatore e, a volte, si sono dovute apportare alcune modifiche sintattiche per trasferirle dal parlato al testo scritto, segnalate inserendole tra parentesi quadre. In alcuni casi, in cui la fonoregistrazione risultava incomprensibile, il testo è congetturale e lo si segnala nello stesso modo, ponendo il testo tra parentesi quadre.

Sacerdote, parroco della strada

GIORNALISTA: Gli chiede che cosa è successo nel 1962, quando diventa sacerdote e la sua parrocchia diventa la strada.
DON CIOTTI: Allora, Il passaggio è questo -  ma è la storia di tanti, io, chiedo scusa, sono una piccola cosa; sono venuto molto volentieri, ma ripeto, sono piccolo, piccolo, veramente piccolo. Lei mi sollecita, ponendomi queste domande, ma penso al bagaglio di esperienze, di incredibili speranze, alle cose meravigliose che voi testimoniate  e vivete.
  Io, a diciassette anni, ero a scuola per prendere un diploma in telefonia e telegrafia. Frequentavo poi la parrocchia, le condizioni della famiglia erano migliorate. Appartenevo all’Azione Cattolica, che per me è stata un punto di riferimento molto importante nella mia vita.
 Andando a scuola mi aveva colpito un signore, su una panchina di Torino, passando sul tram, tutti i giorni andando a scuola. Mi aveva colpito, con tre cappotti addosso, e leggeva sempre un libro. E poi, con quelle matite blu da una parte e rossa dall’altra, questo signore, ripiegato su se stesso, su questa panchina, ogni tanto sottolineava quello che leggeva.
 Certo, diciassette anni è un’età meravigliosa, i soldi, i fermenti, ma anche l’incoscienza, la mia timidezza. Ma quel signore era sempre lì. Sapete [convegni e dibattiti sui poveri, sulla giustizia, se ne fanno tanti], anche noi in parrocchia discutevamo dei poveri. Ma un’altra cosa quando incontri la situazione di una persona, su una panchina, ripiegata su sé stessa.
 E un giorno ho deciso di scendere dal tram, tornando a casa, mi sono avvicinato a questo signore, sempre solo. La sua casa era un sacco di quelli di iuta. [Lì con il suo libro]. Sono sceso dal tram e gli ho detto: “Signore, vuole che le vado a prendere un caffè?”. […] E quello, zitto. [Allora mi sono sentito in difficoltà]. Allora non gli piacerà il caffè. “Scusi, vuole che le vada a prendere un tè?”. Perché tu cerchi la comunicazione. E l’unità di misura dei rapporti umani è la relazione, il dare parola, è l’ascolto. Chiedendogli se avesse bisogno di qualche cosa, cercavo di creare una relazione. E lui, zitto. Io ero in difficoltà, non sapevo che cosa dire. Allora ho pensato: “Sarà sordo!”. Ma quando le macchine all’incrocio frenavano di colpo, lui alzava la testa e guardava: sentiva benissimo. Testardo lui, testardo io. Oh, ragazzi, auguro anche a voi una sana testardaggine, sana. Sana! Quando l’obiettivo è un obiettivo positivo, di bene, di giustizia, non arrendetevi mai alle prime difficoltà! Se è una cosa giusta, se è una cosa positiva, se è una cosa bella… E io non l’ho mollato per dodici giorni. E per dodici giorni gli ho chiesto: “Signore, ha bisogno di qualcosa?”.
 Chi era quest’uomo, che ha cambiato a diciassette anni la mia vita?  Questo signore era un medico.
 E guardate che nella vita di tutti può succedere improvvisamente la tempesta. Una tragedia, la morte di una persona cara, una malattia. Può succedere a tutti qualcosa che ti sconvolge la vita. 
 E nella vita di questo medico, amato da tanta gente nel suo paesone nel nord Italia, un medico buono, generoso, improvvisamente la tempesta gli travolge la vita e lo porterà con qualche squilibrio sulla panchina di Torino.
 Un giorno questo medico mi dice - avevamo iniziato a parlare, un ragazzino imbranato come ero io a diciassette anni, e lui con quel peso, quel fardello, quella sofferenze, che l’avevano completamente segnato … Io ho settant’anni, ne avevo diciassette, immaginate quanto indietro andiamo negli anni. Non si parlava di droghe in Italia.  Non c’era la parola. Ma lui, medico, aveva visto che nel bar di fronte, c’erano dei ragazzi che entravano in quel bar, avevano dei farmaci, prendevano dell’alcol  e sballavano in quel modo. Lui se ne era reso conto, [perché aveva] la competenza. E mi disse: “Vedi, io sono stanco, sono  vecchio, sono malato, dovresti fare qualcosa tu per quei ragazzi lì, perché si drogano, si fanno del male. L’eroina arriverà anni dopo.  Dell’eroina se ne parlò perché a Torvaianica venne trovata morta Wilma Montesi. Chi di voi ha qualche anno di più ricorda quella pagina drammatica. Io ero un ragazzino, con la voglia di fare qualche cosa. 
 Una mattina, andando a scuola, la panchina era vuota. Non c’era più. Era morto.
 E allora avevo sentito che quell’incontro non poteva essere uno dei tanti incontri. Perché ci sono degli incontri nella vita che ti segnano dentro. Ti pongono delle domande. Ti sollecitano a metterti in gioco.
 E quindi ho cominciato così.
 Tre anni dopo nasce il Gruppo Abele, dove io, sono passati cinquant’anni, continuo a vivere.  Certo, molte cose sono cambiate, ci sono volti nuovi, percorsi nuovi, modalità nuove, ma io devo dire grazie a questo signore, a questo medico, quella sua fragilità e sofferenza, a quell’invito [che sarà tanto importante per la mia vita]. Io ho cominciato quindi a vent’anni a mettere insieme dei pezzi. Nasce il Gruppo Abele e sulla strada ho incontrato ragazzi che vivono nel carcere per i minorenni, ragazzi che vivono nelle case di rieducazione. Da lì [nascono] le prime comunità alternative alla strada.
  E poi: il fatto della droga.  E noi aprimmo a Torino il primo centro droghe in Italia, autodenunciandoci. Perché la legge stabiliva che se io ho il problema della droga e vado da te medico, tu medico avevi l’obbligo di denunciarmi e alla tua denuncia scattava o il carcere o l’ospedale psichiatrico.
 E allora cominciammo quei percorsi, lentamente, coi ragazzi di strada, con delle ragazze: diventerò sacerdote anni dopo, c’era già questa storia.
 E, a ordinarmi sacerdote, è arrivato a Torino un vescovo.  Era professore all’Università statale. Era un grande studioso di sant’Agostino. Un vescovo [che non faceva chiamare] eccellenza - poi diventerà cardinale - ma, guardate!, già da allora, si faceva chiamare  padre, padre Michele Pellegrino.  E quando io ho incontrato per la prima volta papa Francesco, ad un certo punto, […] Furbo! Perché lui sapeva chi mi aveva ordinato sacerdote! Ma nella sua carica affettiva, ad un certo punto mi dice  “Ma chi è che ti ha ordinato sacerdote?”. Io gli rispondo “Michele Pellegrino”. E poi mi racconta, che quando i suoi nonni, in Piemonte, a Portocomaro, provincia di Asti, si erano trovati in un momento di estrema difficoltà, ad aiutarli era stato un giovane prete di nome Michele Pellegrino. E sarà  Michele Pellegrino - pensate la storia!”, quel giovane prete che aveva dato una mano ai nonni di quello che sarebbe poi diventato papa Bergoglio [a  ordinarmi]: per me è il massimo di riconoscenza a Dio per avermi permesso di incontrarli tutti e due nella vita. E quando diventai sacerdote, c’era già il Gruppo Abele, con questi ragazzi e queste ragazze, la chiesa si riempì di questo popolo della strada. E Michele Pellegrino guardò questi ragazzi e queste ragazze e disse: “Io che cosa state pensando. Che adesso prendo don Luigi e lo  mando in una parrocchia. Ma lui è nato con voi, è cresciuto con voi. Io ve lo lascio! Però affido anche a lui una parrocchia.” Lui mi ha detto: “La tua parrocchia sarà la strada”.  E Michele Pellegrino non mi ha mandato a insegnare a chi era sulla strada, ma mi ha mandato ad imparare a riconoscere i volti di Dio a chi ti fa più fatica. E quindi, su mandato del mio vescovo, condivisi le mie fragilità, ma avevo la gioia di spendermi, di costruire dei percorsi. Sono passati cinquant’anni, dal Gruppo Abele sono nate tante altre cose, ma sono riconoscente ai miei genitori, sono riconoscente a Dio che mi ha permesso, nelle mie fragilità, di vivere delle esperienze che mi hanno aiutato a spendere poi un  po’ della mia vita. 

lunedì 28 marzo 2016

Ripubblicato "Note di catechismo per ignoranti colti" di Pierre Riches

E’ stato ristampato questo libro, che vi consiglio caldamente di acquistare, se state frequentando gli ultimi tre anni delle scuole superiori o le avete già finite (le persone più giovani potrebbero non avere le risorse culturali e la maturità sufficienti per comprenderlo):

Titolo
Note di catechismo per ignoranti colti
Autore
cod. ISBN 13-9788861459885
Dati
2016, ill.
Editore
pagine 200
€12,90


A me lo regalò, in Fuci, per il mio compleanno, il 25-1-83, il nostro assistente ecclesiastico, e me lo sono portato sempre dietro, vicino a me, per tutta una vita.
 Chi è Pierre Riches? Nell’intervista con lui che incollo di seguito, pubblica su La Repubblica del 27-3-16, potrete farvene un’idea.


Pierre Riches - dal sito La Repubblica


 Nella Premessa leggo:
 Queste note vogliono essere una semplice, semplicissima, grossolana esposizione dei ragionamenti (razionali, intuitivi, esperienziali) che mi hanno portato ad accettare il cattolicesimo come risposta alla domanda «la vita ha un senso?» (domanda che mi ponevo già a 12 anni).
 Saranno composte di capitoletti, non sempre collegati fra loro. Ogni capitoletto potrebbe poi (ma chissà se e quando?) essere esteso a sua volta in varie direzioni.
 Per ora voglio solo dare degli spunti, più o meno sviluppati, per una riflessione personale. Ogni capitoletto dovrebbe aiutare il lettore a chiarirsi le idee, se si pone la domanda che mi sono posto io. A costruirsi una «visione del mondo».
  Qui c’è la mia visione, con i suoi punti chiari e i suoi punti scuri; ognuno può fermarsi dove vuole, dove è «arrivato» e poi, forse, prendere tutt’altra direzione.
 Come ci dirà il capitoletto e5, la verità c’è, ma va conquistata personalmente. Nessuno può imporla e nessun individuo può dire: «Questa è la verità». Può solo dire: «C’è una (e solo una) verità. La mia riflessione, la mia esperienza di vita, mi dice che la verità va descritta con queste affermazioni piuttosto che con altre, va vissuta in questo modo piuttosto che in quest’altro»-
  La sera prima del mio battesimo (avevo 23 anni), il mio padrino mi chiese: «Ma ci credi davvero?». Risposi: «Se non è vero è così ben trovato…» e fino ad oggi, anche se ci credo, non saprei dire se è vero, ma non ho trovato nulla di «meglio trovato», neanche il Buddha.

 e, nella  Conclusione:
[…] rileggendo ciò che ho scritto, vedo un quantità di lacune, di buchi enormi. Mi giustifico ricordando che ho voluto solo scrivere delle «note».
 Un catechismo completo dovrebbe trattare di tante altre cose. Non parlo affatto dei rapporti fra problemi sociali di oggi  e cristianesimo, di politica, né dei problemi etico-morali, su cui avrei molto da dire. Parlo pochissimo dei sacramenti, dell’Eucaristia per esempio - lacuna enorme. Pensandoci ancora attentamente troverei certo altre cose essenziali per il cristianesimo che mi sono sfuggite. (Avrei anche tanto da dire, per esempio, sulle virtù teologali -fede, speranza, carità.) Ma basta, sarà per un’altra volta - forse. Wittgenstein, nella prefazione del  Tractatus Logicus-Philosoficus   dice: «Questo libro sarà forse capito solo da coloro che hanno già pensato i pensieri da esso espressi, o che hanno pensato pensieri simili. Non  è dunque un libro di testo. Il suo scopo sarebbe raggiunto se ci fosse una persona che lo leggesse con comprensione e a cui desse piacere».
 Faccio mie le sue ultime parole, aggiungendo, all’ultima, due: gioia e pace.

Il libro si compone di  70 capitoletti, ciascuno di non più di cinque pagine. Ma i più sono di due pagine.
  Ha cinque parti:
1) La domanda e le risposte, con i capitoletti: La domanda - La risposta agnostica - Ancora sul Buddha - Altre risposte - Oltre il mondo; l’India - Politeismi e monoteismi.
2)La posizione cattolica, con i capitoletti: Dio è incatturabile - Le Rivelazioni - La Bibbia - Parti della Bibbia - Progressività nella Bibbia - Responsabilità individuale - Le tre leggi - Progresso c’è - Definizioni di Dio.
3)Il piano di Dio, con i capitoletti: L’uomo sceglie - Il purgatorio - Vita o morte - Il ponte - L’amore salva - Cristo Via e Vita - La Croce - La Grazia - La Chiesa - I battezzati - Sacramenti, segni efficaci - La morte infranta;
4) Postille, con i capitoletti: Autonomia e orgoglio - L’amore puro non esiste, l’amore è sempre egoista - Vita eterna - Quando risorgono i morti - Creature extra-terrestri - Materia e spirito - Esiste una verità oggettiva - La caduta di Satana - Qohelet o Ecclesiaste - Giobbe - Il male - Oscurità della fede - Blocchi della crescita nella Grazia e nella Verità - Crescita in Grazia e crescita umana - Gli ebrei e il Messia - San Paolo - Le decisioni difficili - Il cristianesimo e il Tao - Umiltà.
5)Altre postille, con i capitoletti: Parole in teologia - Padri della Chiesa - Note teologiche  - Fede e Ragione - La Trinità - Maria - L’Assunzione di Maria in cielo - Comunione dei Santi - Battesimo dei bambini - Simboli del battesimo - Ex opere operato - La Rivelazione - La Chiesa come società - L’infallibilità - Il peccato originale - Il peccato - Peccato ed errore - Peccato oggettivo e peccato soggettivo - Eresie - Il timor di dio - La preghiera - Contemplativi e mistici - Il cristianesimo e le altre religioni ovvero «perché avere dei missionari?»
 Il libro parla di fede e religione agli ignoranti colti, vale a dire praticamente a tutte le persone colte di oggi, che, per quanto abbiano studiato, riescono a controllare a fondo solo limitati settori della conoscenza, a causa dell’enorme complessità dei sistemi scientifici contemporanei, teologia compresa, per cui si è indotti a ultraspecializzarsi, essendo umanamente impossibile conoscere e saper fare bene tutto. Tutti quindi dobbiamo riconoscersi ignoranti  in larga parte della conoscenza condivisa dall’umanità contemporanea. Chi è, però, la persona colta? Non è l’erudito, il pozzo di scienza, quello che sa un po’ di tutto, lo cita a memoria,  e lo fa anche pesare.   La persona colta  è colei che dà un valore alla conoscenza, come un bel giardino, e allora  la coltiva in sé, la mantiene viva e rigogliosa, arricchendola con specie nuove, custodendola, proteggendola dai pericoli, organizzandola, facendola bella, per poi vivere in mezzo ad essa nella gioia. Si comincia ad essere persone colte  abbastanza presto, da ragazzi, ma non prima di una certa età. Bisogna prima aver conosciuto l’amicizia e l’amore. Perché si può essere persone colte solo amando: sono gli altri, infatti, che ci arricchiscono.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.





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Pierre Riches: "Devo la conversione a Wittgenstein. Mi spiegò che la ragione non è tutto"
Nato nel 1927 ad Alessandria d’Egitto, il sacerdote e teologo ha insegnato filosofia in Italia, Stati Uniti, Uganda e Pakistan. Ha preso parte al Concilio Vaticano II

di ANTONIO GNOLI

pubblicato su La Repubblica del 27-3-16

Pierre Riches è una figura singolarissima e affascinante del mondo della teologia. Da qualche anno si è trasferito in Sabina, non lontano da Roma. La casa, dove vive, si affaccia sulla valle del Tevere. Sobria e accogliente. Qualche mese fa è andata a trovarlo Laurie Anderson. Hanno cenato assieme e ricordato Lou Reed, di cui Padre Pierre è stato amico. Una foto sul muro del salotto ne descrive la relazione in qualche modo paterna: Lou Reed lo abbraccia sorridente e felice. Sul tavolo vedo una fresca copia di Note di catechismo per ignoranti colti, ripubblicato da Gallucci, con una prefazione di Giorgio Manganelli. "Il titolo", rammenta Riches, "me lo suggerì Elsa Morante".
 Oggi Padre Pierre è costretto a muoversi su una carrozzella. È una condizione che lo limita nei movimenti ma non lo affligge. Rifacendosi al titolo di un altro suo libro, è la leggerezza della croce a sostenerlo. Le sue origini sono quelle di un ebreo alessandrino, educato nei riti della tradizione. Sotto un cappello da baseball mi guarda con una punta di tenerezza. Gli chiedo quando decise di convertirsi al cattolicesimo: "Avevo 23 anni. Divenni cristiano perché il cristianesimo è molto appagante dal punto di vista intellettuale e totalmente liberatorio dal punto di vista esistenziale. Ho girato il mondo, insegnato in molte università, sono stato parroco a Roma, cappellano nell'aeroporto di Fiumicino. Ho conosciuto e frequentato molta gente. Non ho mai avuto sensi di colpa per la mia vita. E ho sempre pensato che la mia fede poggiasse su due cardini: l'amore come sprone ad agire e la comunione con Dio e il prossimo come scopo di vita".
Lei è nato dove esattamente?
"Ad Alessandria d'Egitto. Era un mondo particolare che lasciai a 17 anni".
Particolare perché?
"Città irreale, governata da oligarchie. Sorretta dai privilegi. La ricchezza più che esibita era vissuta. Su Alessandria confluivano miriadi di nazionalità: francesi, italiani, greci, ebrei e soprattutto inglesi. Un clamore di lingue risuonava nella mia testa di bambino".
Lawrence Durrell ha forse scritto il più bel libro su Alessandria.
"Lei trova? Raccontava di una città decadente, sfinita nei languori ultimi. Ma non era affatto vero. Città di traffici esistenziali e culturali, semmai. Ricordo il poeta Kavafis, ormai vecchio. Mi teneva sulle ginocchia accarezzandomi la testa. E Georges Moustaki, dal sorriso bellissimo. Sua sorella si innamorò di me. Durante il periodo in cui vissi a Cambridge, E. M. Forster voleva che gli raccontassi di Alessandria. Mi invitava a prendere il tè. Gli parlavo dei labirinti mentali di quella città così diversa, da essere unica".
Perché la lasciò?
"Mio padre era un mercante di cotone. Famiglia ricca. La buona borghesia alessandrina faceva studiare i suoi rampolli al Victoria College di Alessandria. Quando giunse il momento dell'università scelsi Cambridge, mi piaceva la filosofia".

In che anno andò?
"Nel 1946. Cambridge, diversamente da Londra, non aveva subito gli stessi oltraggi della guerra".
Vi insegnava Ludwig Wittgenstein.
"Ho seguito alcune sue lezioni. Potrei dire di essere stato uno degli ultimi allievi a conoscerlo".
Che ricordo ne ha?
"Se mai ho incontrato un genio, questo era lui. Mi trovava esotico, forse per le mie origini egiziane, e mi trattava con simpatia. Era un uomo a volte aspro, di pochissime parole. Scontroso, anche con gli studenti. Di solito preferiva fare lezione nella sua camera. Noi sedevamo sul pavimento di legno o su qualche sedia disponibile. Al mormorio iniziale seguiva un silenzio surreale".
Surreale perché?
"Si creava una strana corrente, come se tutti i presenti improvvisamente attendessero che iniziasse a parlare. A volte taceva per minuti".
Negli ultimi tempi stava male.
"È vero, quando seppe di avere un cancro si recò in Norvegia, in un villaggio dove aveva trascorso un periodo felice. Forse era un modo per ritrovare un tempo perduto. Poi tornò a Cambridge. Morì in casa di un amico il 29 aprile del 1951. Ma sono episodi che appresi successivamente. Andai via da Cambridge alla fine del 1949. Ricordo una frase nelle Ricerche filosofiche: "La morte non è un evento della vita. La morte non si vive". Un anno prima che lui morisse presi il battesimo e mi convertii. Penso che nella mia scelta cristiana contasse molto il fatto che Wittgenstein mi avesse in qualche modo insegnato che la ragione non è tutto".
Dunque la fede.
"Per molti fede e ragione si oppongono; per un cristiano si completano".
Si completano, ma postulano due verità diverse.
"Il punto è dove le due verità si incontrano. Voglio dire che la verità non è qualcosa che si conquista solo con la conoscenza, studiando e sperimentando; ma anche vivendo pienamente e amando pienamente".
È il rapporto con la vita.
"Un cristianesimo maturo, assunto nella quotidianità, esige che ci sia una coerenza tra la propria fede e la propria vita".
Cosa fece quando lasciò Cambridge?
"Ebbe inizio la mia maturazione spirituale. Fu nel 1950 che conobbi Iris Murdoch e diventammo amici. Anche lei aveva frequentato per un periodo le lezioni di Wittgenstein. Prese un insegnamento di filosofia a Oxford. Ricordo le bellissime discussioni tra noi".
Si dice che lei sia stato il suo consigliere spirituale.
"Non era affatto una donna da consigliare. Ma che a volte abbia cercato dei suggerimenti, questo sì. Mi chiese un giorno cosa pensassi dell'esistenzialismo. Stava lavorando su Sartre. Risposi che il miglior esempio di esistenzialismo ce l'offriva la Bibbia con Giobbe ".
Giobbe dovette fare i conti con il silenzio di Dio.
"Un vecchio e saggio certosino mi disse una volta che il libro di Giobbe ci insegna che il silenzio di Dio, per chi si apre a Lui, è più consolante del parlare degli uomini. Grazie ad Iris conobbi a Londra Elias Canetti. Aveva un'intelligenza fluida, mobile come il Danubio da cui proveniva".
So che ha conosciuto anche Hannah Arendt.
"Ci incontrammo a Chicago, durante un pranzo. Erano gli anni Sessanta. Diventammo amici. Fu anche lei una delle genialità del Novecento. Mi piaceva la sua versatilità. Era da poco tornata da Gerusalemme e i suoi reportage sul processo Eichmann fecero scalpore, provocando più di un malumore, soprattutto nella comunità ebraica americana. Personalmente ero d'accordo con la sua idea di "banalità del male". Tutti pensai avremmo potuto diventare degli Eichmann".
Non nasciamo con la garanzia di fare il bene.
"Perderemmo il senso della libertà".
Ma il male non è la sconfitta di Dio?
"È quello che pensava Dostoevskij. Ma il punto è un altro. Gran parte dei nostri mali sono direttamente o indirettamente causati da noi. Frutto della nostra libertà usata dissennatamente".
Distinguerebbe tra il male e la sofferenza?
"Il male provoca la sofferenza, ma non necessariamente è vero il contrario. La sofferenza del giusto è anche il passaggio alla luce attraverso la Croce, forse la sola via di salvezza, se si vuole conservare la libertà. Mi viene in mente un proverbio inglese: "È meglio avere amato e perduto, che non avere mai amato"".
Cosa c'entra con Dio?
"Forse Dio, essendo amore, ha preferito amare e perdere un po' che non avere mai amato".
È più persuasiva la filosofia o la teologia?
"La filosofia mette in gioco l'uomo. La teologia il rapporto con Dio. Nella teologia classica entrano tre elementi: la ragione, la volontà, la Grazia. Quest'ultima non bussa alle porte della filosofia. Paolo è l'uomo da cui ho imparato di più teologicamente. Le sue lettere sono di una intelligenza e profondità spirituali senza eguali".
Lei è stato il segretario del Cardinal Tisserant.
"Mi sono occupato per lui e con lui dei problemi teologici. Fu un grande uomo. Modesto per quel che effetti-vamente era. Seguimmo le sorti del Concilio Vaticano II. Lo accompagnai anche al Conclave, dal quale uscì eletto Paolo VI. Ogni cardinale poteva farsi portare da una persona".
Seguì Tisserant?
"Era abbastanza normale. Viaggiavo spessissimo con lui. Quando si aprì il conclave facemmo insieme il viaggio in auto. Di solito sedevamo dietro. Quel giorno Tisserant mi chiese di accomodarmi vicino all'autista. Ubbidii, senza capire perché. Al ritorno, quando andammo a riprenderlo con la macchina, mi predisposi per salire davanti. E lui disse: no, Padre Pierre, venga dietro, vicino a me, non sarò il cinquantunesimo Papa!"
Lei ha una vita incredibile.
"Diciamo che ho avuto una vita".
Dove ha insegnato?
"Un po' ovunque: a Yale, ad Harvard. Poi in Africa, sono stato un paio d'anni in Uganda. Credo di aver conosciuto abbastanza bene quel continente. Poi in Pakistan e in Giappone. Il cardinal Colombo mi aveva ribattezzato "l'ebreo errante"".
Cosa pensa delle religioni orientali?
"Buddismo e taoismo sono esperienze molto importanti. Se affidate a dei ciarlatani diventano solo mode fastidiose. Trovo che il Tao, cioè la Via, ha diversi punti in comune con il cristianesimo. Ne parlavo a volte con Giorgio Manganelli. Il "Tao-të-ching" era una delle discussioni ricorrenti".
Mi risulta che è stato anche parroco.
"Sì, in una piccola parrocchia di campagna a Boccea. Chiesi espressamente a Tisserant di mandarmi in quel posto. Lo stesso Tisserant, mi spinse, qualche anno dopo, ad accettare un insegnamento alla Loyola University di Roma, propostomi da Raimon Panikkar".
Pier Vittorio Tondelli l'ha inserita nel suo romanzo "Rimini" come Padre Anselme. "È un prete", scrive Tondelli. "Mi ha beccato quando uscì il mio primo romanzo otto anni fa. È sempre in giro per il mondo all'inseguimento delle sue anime. Mi diverto con lui. Gli voglio molto bene". Si riconosce?
"Uno scrittore ha la libertà di inventare, altrimenti che scrittore sarebbe? Conobbi Tondelli a Venezia a una mostra di Luigi Ontani. Un uomo di talento, tormentato ma autentico".
Ha avuto un ruolo nella tardiva conversione di Tondelli?
"Non credo di essere stato così influente. Le decisioni di quel tipo arrivano da una profondità che neppure immaginiamo. Posso dire che la sua morte fu per me un dolore fortissimo. Fui io a celebrarne il funerale, in un giorno in cui pioveva a dirotto".
Esistono delle lettere che vi siete scambiate?
"C'è un carteggio con lui, come pure con Iris Murdoch. Ma sono blindati".
Le manca l'America?
"È un po' che non vado. Ma i figli dei miei ex allievi vengono a trovarmi".
Mi colpiva la copertina di un suo libro - "La leggerezza della croce" - dove si vede una croce disegnata da William Burroughs.
"Ah, sì! L'ho conosciuto bene. Mi chiamava "il prete". Quando disegnò per me quella croce era il periodo in cui sparava alle tele dei quadri".
Sparò anche alla moglie.
"Fu per errore. Dio abbia pietà".
Fra le tracce del suo periodo americano vedo anche un foto che la ritrae con Lou Reed e un ritratto fotografico che le fece Robert Mapplethorpe. Due icone della cultura contemporanea.
"Lou Reed lo conobbi a New York, non ricordo più in quale galleria. Era affascinato dal fatto che un ebreo si fosse fatto prete. Lo divenni per la precisione a 32 anni. Ogni tanto mi mandava i biglietti per i suoi concerti. Quanto a Mapplethorpe, la foto che lei ha visto, la scattò quando già stava male".
È una miniera di ricordi.
"Non li ho allontanati. Forse un po' di cose le ho dimenticate. Vista la mia età è un processo fisiologico. Ma non ho nostalgia dei ricordi. Non è possibile rivivere i momenti del passato. Lasciano delle tracce utili per la vita che continua. Credo nella vita eterna. Sono molto curioso di andare a vedere cosa c'è al di là".
La sua fede ha mai tentennato?
"Mai. La fede è un dono che ho ricevuto in abbondanza".
Parlavamo prima del male.
"Si può combattere ed equilibrare con il bene".
Anche oggi, con tutto quello che ci sta accadendo?
"Soprattutto oggi. Il Cristo ci porta due grandi speranze: una per questa terra e una dopo la morte. Ci insegna come dobbiamo vivere e agire. Mi torna in mente "il discorso della Montagna", lo si trova sia in
Matteo che in Luca. Ci spiega che è solo amando che possiamo vivere bene e ci dice che amare vuol dire dare e perciò anche rinunciare. Solo così possiamo rompere la catena degli egoismi e delle paure".