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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 30 aprile 2016

Quarto incontro del ciclo Immìschiati, sulla sussidiarietà

Quarto incontro del ciclo Immìschiati, sulla sussidiarietà

[Dal  Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004), leggibile per intero sul WEB all’indirizzo
http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20060526_compendio-dott-soc_it.html ]

185 La sussidiarietà è tra le più costanti e caratteristiche direttive della dottrina sociale della Chiesa, presente fin dalla prima grande enciclica sociale. È impossibile promuovere la dignità della persona se non prendendosi cura della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà territoriali locali, in breve, di quelle espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale.  È questo l'ambito della società civile, intesa come l'insieme dei rapporti tra individui e tra società intermedie, che si realizzano in forma originaria e grazie alla « soggettività creativa del cittadino ». La rete di questi rapporti innerva il tessuto sociale e costituisce la base di una vera comunità di persone, rendendo possibile il riconoscimento di forme più elevate di socialità.
186 […] In base a tale principio, tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto  subsidium ») — quindi di sostegno, promozione, sviluppo — rispetto alle minori. In tal modo, i corpi sociali intermedi possono adeguatamente svolgere le funzioni che loro competono, senza doverle cedere ingiustamente ad altre aggregazioni sociali di livello superiore, dalle quali finirebbero per essere assorbiti e sostituiti e per vedersi negata, alla fine, dignità propria e spazio vitale.

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 Ieri sera si è tenuto, in parrocchia, in sala rossa, il quarto incontro del ciclo Immìschiati,  sulla sussidiarietà.
 All’inizio è stata proiettata una breve sequenza del film-cartone animato  La Nuova Avventura di Scrat, Una ghianda è per sempre (2006), dove il protagonista, lo scoiattolo Scrat, prima tenta di incastrare, facendo forza, l’ultima ghianda tra tante che ha accumulato in un tronco di un albero cavo, poi dopo che l’albero si è crepato, precipita nel vuoto, dal punto molto alto in cui si trovava l’albero, insieme alla  montagna di ghiande, tentando disperatamente di recuperarle e di compattarle insieme in volo, per un po’ ci riesce, ma sta sempre cadendo con tutte le ghiande, e quindi alla fine si abbatte sulla neve con tutte le ghiande.
   Ci è stato detto che viviamo in tempi simili a quelli del volo di Scrat nel vuoto.
   Fino agli anni ’80 erano in lotta due sistemi politici, uno basato sull’idea di libertà e l’altro su quella di uguaglianza. Il docente che ne parlava si riferiva a quello basato sull’economia di mercato e a quello basato sull’economia socialista. Ad un certo punto [tra il 1989 e il 1991, nota mia] ha vinto il primo e si è pensato di liberare l’economia da impacci delle regole date dagli stati alla libera attività d’impresa, per spingere la gente ad accumulare il più possibile, come Scrat nell’albero cavo con le sue ghiande [è ciò che negli Stati Uniti d'America sotto la presidenza di Ronald Reagan si era cominciato a chiamare deregulation (=deregolamentazione); nota mia]. Questa libertà di accumulare con poche regole ha fatto saltare il sistema, ha causato un crack, una crepatura nel sistema, appunto come nel cartone animato, e tutto ha cominciato a cadere nel vuoto, tra il 2001 e il 2006. Ci troviamo ancora in questa fase. Come Scrat, a volte, ci sembra di poter recuperare, di mettere insieme ciò che si era disperso cadendo, ad esempio ci rincuoriamo per un aumento minimo dell’occupazione o se la differenza tra i tassi d’interesse del nostro debito pubblico e quelli delle nazioni più forti, il cosiddetto  spread, si abbassa, ma in realtà stiamo ancora cadendo e non si riesce a vedere la fine di questa caduta.
  Il problema, ci è stato spiegato, è che abbiamo puntato tutto sulla  libertà  e sull’uguaglianza, ma si tratta di principi che tendenzialmente confliggono. L’uguaglianza  ci omologa e tende a limitare la nostra libertà. La libertà ci fa meno uguali.
 La dottrina sociale invita ad agire anche secondo il principio della  fraternità.
 Libertà, uguaglianza  e  fraternità erano del resto i grandi principi che, all’epoca in cui in Europa originarono le democrazia contemporanee, a fine Settecento, vennero considerati fondamentali.
  Siamo stati invitati, a questo punto, a rispondere ad alcune domande, un vero e proprio test.
 Chi si sente veramente libero?, è stato chiesto. Nessuno si sentiva veramente libero.
 Chi si sente veramente uguale  a un altro? Nessuno.
 Poi è stato chiesto chi avesse avuto l’esperienza della vita con un fratello. Molti.
 L’esperienza della fraternità è profondamente umana e cambia il modo di considerare le cose quando si prendono delle decisioni. Allora non teniamo conto solo della nostra libertà e dell’esigenza dell’uguaglianza, ma anche della relazione di vita con queste persone di famiglia con le quali siamo legati da un profondo affetto.
 E’ stato fatto un esempio tratto dalla vita personale del docente che ci parlava. Il suo fratello maggiore, che usava il telefono cellulare per lavoro, voleva cambiarlo con un altro più potente ed evoluto. Ha proposto al docente di acquistarlo; il ricavato sarebbe servito al maggiore per pagare parte del prezzo del nuovo telefono. Poi il secondogenito poteva vendere il suo vecchio telefono alla sorella e quest’ultima il suo vecchio al fratellino più piccolo, che andava ancora a scuola.  Il docente però aveva il denaro per acquistare il telefono vecchio del fratello maggiore, ma la sorella non aveva i soldi per acquistare il suo vecchio e tanto meno il ragazzo più piccolo quello vecchio della sorella. Il sistema basato sull’economia di mercato non avrebbe consentito a tutti di rinnovare il proprio telefono. In base al principio di uguaglianza si sarebbe potuto vendere il telefono del fratello più grande e, con il ricavato, acquistare  tutti lo stesso telefono, ma così il fratello più grande avrebbe avuto un telefono insufficiente per il suo lavoro e il più piccolo un telefono con prestazioni troppo potenti per quello che gli serviva. Allora, i fratelli, sulla base del principio di fraternità, hanno deciso che i tre minori avrebbero dato al maggiore ciò che avevano a disposizione per acquistare un telefono, e lui si sarebbe accontentato: poi il secondogenito avrebbe donato alla sorella il suo telefono vecchio e la sorella il suo vecchio all’ultimogenito: così tutti i fratelli hanno avuto un telefono adeguato alle loro esigenze.
   E’ stata poi proiettata una sequenza del film La ricerca della felicità (2006), del regista Gabriele Muccino, con Will Smith, in cui il protagonista parla con il figlio bambino in un campetto di basket, con il seguente dialogo:
Figlio: Guarda pa’, diventerò un professionista!
Chris: Sì, cioè, non lo so. Forse giocherai più o meno come giocavo io. È così che funziona, sai, io ero abbastanza negato. Quindi, probabilmente, arriverai, non so, al mio stesso livello, forse. Sarai bravissimo in un sacco di cose. In questa, non credo. Perciò non voglio che stai qui a tirare la palla per tutto il giorno, ok?
Figlio: ok. [Il bambino, deluso, ripone il pallone in una busta]
Chris: Ehi…
Figlio: Sì…
Chris: Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa. Neanche a me. Ok?
Figlio: ok
Chris: Se hai un sogno, tu lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non la sai fare. Se vuoi qualcosa, vai e inseguila. Punto.
  La scena del film è stata lo spunto per leggere e commentare il brano del Compendio della dottrina sociale della Chiesa  che ho trascritto all’inizio.
  C’è una società con tante formazioni sociali fatte da persone, che dalle relazioni con le altre persone traggono il senso e le motivazioni della vita. Innanzi tutto la famiglia, poi le varie forme di aggregazioni sociali, come la parrocchia, i gruppi sportivi, i partiti e via dicendo. Secondo la dottrina sociale della Chiesa i poteri pubblici da un lato, in positivo, devono stimolarli e sostenerli, e dall’altro,  in negativo,  devono “astenersi da quanto restringerebbe, di fatto, lo spazio vitale delle cellule minori ed essenziali della società. La loro iniziativa, libertà e responsabilità non devono essere soppiantate.”  Questo perché è proprio “la rete di questi rapporti [che] innerva il tessuto sociale e costituisce la base di una vera comunità di persone, rendendo possibile il riconoscimento di forme più elevate di socialità”, vale a dire di una comunità fraterna  e in quanto fraterna, partecipe  e solidale, in cui ognuno si senta valorizzato e non indotto ad attendere solo da altri la soluzione dei problemi sociali.
  E’ stata infine proiettata una sequenza del film Bianco Rosso e Verdone, del 1981, con protagonista in vari ruoli e regista l’attore Carlo Verdone. Nelle immagini si vede una famiglia, composta da papà, mamma e due bambini, mentre si sta accingendo a partire in automobile per le vacanze. L’uomo è molto pedante e insistente nel far fare alla moglie una sorta di revisione di tutto ciò che doveva essere caricato e anche nel progettare il viaggio, tutto secondo schemi molto precisi e dettagliati, elaborati da lui solo, per cui la moglie appare insofferente.
 Se ne è tratto spunto per criticare la burocrazia che è spesso di intralcio alle iniziative sociali e imprenditoriali dei cittadini con tutte le sue pretese di rispetto di precise formalità e istruzioni. E’ stata vista come una lesione del principio di sussidiarietà che è ora entrato anche nella Costituzione della nostra Repubblica, all’art.118, e addirittura in quella dell’Unione Europea.
 Questa è stata senz’altro la parte meno convincente dei ragionamenti esposti nel corso dell’incontro. Non tutta la burocrazia intorno alle attività private è inutile.
 Non lo sono tutte le prescrizioni in materia di sicurezza e igiene dei posti di lavoro, anche se si verta in materia di attività svolte da volontari. Qui è in ballo l’integrità e la salute della persona umana. Perché ogni attività umana presenta dei rischi, anche salire su una scala per tinteggiare volonterosamente e gratuitamente la scuola dei propri figli (è l'esempio che è stato fatto nel corso dell'incontro per dare un'idea di un'attività utile, ideata dalla base sociale, ma ostacolata dalla burocrazia). La scala deve essere a norma. Ci deve essere un’assicurazione. Perché se un papà, tinteggiando da volontario, cade, batte la testa e diventa un tronco umano, che ne sarà dei suoi figli? Allora si rimpiangerà di non aver osservato quelle prescrizioni e del fatto che non si è assicurati.
 Non lo sono le prescrizioni igienico-sanitarie e in materia di sicurezza degli ambienti anche se riguardano attività pubbliche svolte senza fini di lucro, come quelle che potrebbero essere svolte nel nostro teatrino parrocchiale e che ora, giustamente, non possono essere svolte perché non è a norma. Che accadrebbe se, in caso di un incendio, la gente si trovasse intrappolata dentro senza poter evacuare rapidamente l’ambiente per mancanza di efficienti uscite di sicurezza?
 E’ stato poi evocato, come esempio di burocrazia oppressiva, l’obbligo del DURC per qualsiasi tipo di lavoro in appalto, pubblico o privato. Il DURC è il documento unico di regolarità contributiva che viene rilasciato dagli enti previdenziali ai datori di lavoro che intendano assumere appalti pubblici o privati e serve a dimostrare che non vengono impiegati lavoratori in  nero, che quindi per quei lavoratori vengono pagati i contributi previdenziali per il caso di infortunio, malattia e per la pensione di vecchiaia.
 Tutte queste prescrizioni sono proprio espressione dell’obbligo di solidarietà sociale che rientra nel principio di fraternità.
 E’ proprio il liberismo  economico criticato all’inizio dell’incontro a pretendere che si sia liberati  dall’osservanza di quelle regole di solidarietà sociale.
 E, insomma, mi è parso di  notare una apparente contraddizione tra l’impostazione iniziale e quella dell’ultima parte, svolta da colui che ci è stato presentato come il  fondatore dell’iniziativa Olt3. Su questo occorrerebbe una maggiore riflessione da parte sua, dei suoi collaboratori e anche nostra.
  Bisogna ricordare che il principio di sussidiarietà, che ha avuto tanta fortuna anche al di fuori dei nostri ambienti religiosi tanto da improntare la nostra nuova Europa, con l’importante contributo di  politici formatisi nella nostra dottrina sociale, venne elaborato sulla base di una lunga, vasta e intensa esperienza di impegno sociale fatta dal nostro popolo di fede fin dall’Ottocento, sulla quale ha tanto scritto ad esempio una persona come Giuseppe Toniolo (1845-1918. Economista, sociologo, protagonista della riforma dell’Azione Cattolica a inizio Novecento e infine beato).
 Esso venne così formulato per la prima volta in modo compiuto, nell’enciclica Il Quarantennale (1931, del papa Achille Ratti, per il quarantennale della prima enciclica sociale, la Le novità  del papa Vincenzo Gioacchino Pecci, del 1891):
80. È vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche delle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle. 
81. Perciò è necessario che l'autorità suprema dello stato, rimetta ad associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe più che mai distratta ; e allora essa potrà eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le parti che a lei solo spettano, perché essa sola può compierle; di direzione cioè, di vigilanza di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità. Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo, che quanto più perfettamente sarà mantenuto l'ordine gerarchico tra le diverse associazioni, conforme al principio della funzione suppletiva dell'attività sociale, tanto più forte riuscirà l'autorità e la potenza sociale, e perciò anche più felice e più prospera la condizione dello Stato stesso. 
  Tuttavia nella prima dottrina sociale, marcatamente antisocialista, antiliberale, e avversa allo statalismo laico, il richiamo alla società civile venne inteso essenzialmente come mezzo per il  mantenimento di uno spazio in cui il potere autocratico dei pontefici potesse ancora dispiegarsi. Si era, nel 1931, nel quadro del compromesso concluso dal Ratti con il regime mussoliniano, con i Patti Lateranensi, nell’illusione di poter mantenere quello spazio pur in un regime statale autoritario e totalitario come quello del fascismo storico. I Papi infatti predicavano allo stato un principio, quello di sussidiarietà,  che poi non osservavano nell’esercizio del proprio potere religioso, che fino all’ultimo Concilio, e per certi versi tuttora, rimase fortemente accentrato nella romana Santa Sede, autocratico, autoritario.
 In Italia, nell’attuale regime democratico, viene inteso molto diversamente, in modo più ampio e soprattutto riferito all’articolazione democratica della società.
 Nella dottrina sociale rimane però sempre difficile il rapporto con le esigenze di libertà, che nella concezione liberale non significa mancanza di regole ma rispetto delle persone, e di uguaglianza, che nella concezione socialista non significa omologazione e coartazione ma rispetto della dignità e della libertà  di tutti.
 La fraternità poi, alla base delle concezioni socialiste della società, viene intesa talvolta in religione non nel suo aspetto liberante, in particolare dall’ingiustizia e dal servaggio sociale, ma in quello della comune soggezione a un padre  autoritario, quale i papi, dai quali la dottrina  sociale promana,  e  i loro collaboratori del clero intendono ancora essere. Così si finisce anche col pensare che la vera libertà possa sperimentarsi solo nel quadro di un dovere, per cui, qualunque cosa accada si debba fare ciò che si deve, e, in definitiva, la vera libertà consista nello scegliersi un sovrano a cui cederla, quindi nel disfarsene.
 Conseguentemente, allora, questa società civile in cui la persona  è inserita, e che si vuole difendere dalle ingerenze degli stati, finisce anche con il diventare un insieme di organizzazioni, a cominciare dalla famiglia, in cui la libertà delle singole persone viene coartata, invece che sviluppata: appunto quello che i rivoluzionari francesi di fine Settecento vollero smembrare, con riferimento all’organizzazione  corporativa  del regno di allora e per un’esigenza  di liberazione  delle persone. Ed ecco che poi la pretesa, liberante, dello  stato il quale, quando si organizzano dei lavoratori per una qualsiasi attività, pretende che vengano corrisposti regolarmente i contributi previdenziali può essere sentita come un’oppressiva e impeditiva burocratizzazione dell’attività privata, mentre, in realtà, impiegare lavoratori  in nero, quindi non regolarmente denunciati agli enti previdenziali, è questa sì una forma di coartazione della libertà  dei lavoratori, la cui condizione può avvicinarsi molto a quella degli schiavi antichi. Qui chi opprime non è lo stato, ma chi impiega lavoratori in quel modo.
 Si vorrebbe, in questa concezione, uno stato pagatore, ma non regolatore. Lo stato democratico non dovrebbe immischiarsi nell'organizzazione delle formazioni minori se non per sovvenzionarle: in questo modo però le persone sarebbero lasciate all'arbitrio di chi quelle formazioni domina, non sempre in modo democratico e rispettoso della personalità individuale. Nelle formazioni sociali in fondo si preferirebbe un’organizzazione modellata su quella della famiglia, con capi naturali e biologici, i genitori, e con persone soggette per natura e  per sempre alla loro autorità, i  figli. E appunto come figli appariamo ai nostri capi religiosi del clero e anche a quest'ultimo (in religione siamo sottomessi a una schiera sterminata di padri). Appare insomma ancora lunga la via per l’inculturazione dei processi democratici in religione. La democrazia è un potere che si sviluppa dal basso, sulla base dei principi di libertà e uguaglianza e, come loro derivazione e non sulla base di soggezione ad un’unica autorità paterna, di fraternità.
 Il prossimo incontro, sulla partecipazione, si terrà il 6 maggio, in sala rossa, alle ore 19:30.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 


venerdì 29 aprile 2016

L’Italia è il Paese più clericale del mondo

L’Italia è il Paese più clericale del mondo

 L’altro giorno Avvenire, nel presentare la lettera del Papa contro il clericalismo, ha fatto questo titolo: “Il Papa: no al clericalismo dei laici”. A me pareva invece che il Papa avesse criticato il clericalismo dei preti. Leggete quella lettera e giudicate voi.
 “Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti.” “È illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale. E questo discernendo con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la nostra gente.”  Con chi ce l’aveva Bergoglio, con i laici o con il clero?
  La lettera è stata rivolta al capo della Commissione pontificia per l’America Latina. Chissà se ne sarà scritta una simile ai nostri vescovi? Certo, vale per tutti: proviene dal nostro sovrano universale. Ma scriverla agli italiani…
 L’Italia è il Paese più clericale del mondo. Da noi sono clericali anche molti atei. Difficile, da noi, trovare un ateo vero, di quelli a cui dei preti non importa nulla e nemmeno della religione. Finiscono sempre per argomentare tirando in mezzo i preti e la religione. Magari poi bestemmiano, ma alla fine con qualche prete finiscono per intenerirsi. Da noi, negli ambienti più laici,  nel senso di apertamente (e orgogliosamente) non credenti,  è anche diffuso un ingenuo papismo.
 Il clericalismo è concepire la fede come cosa fondamentalmente da preti, per cui si debba sempre attendere, prima di parlare e di fare, la spinta di un prete e comunque la sua approvazione.
 Sì è spesso clericali anche tra laici di fede nelle parrocchie, associazioni e movimenti, e non avendone abbastanza di preti ordinati, a volte se ne costruiscono addirittura altri di complemento ai quali ci si sottomette acriticamente. Ecco allora gerarchie laicali in cui tutto il potere viene dall’alto e in alto troviamo degli inamovibili, capi a vita come i papi (altra cosa criticata dal Bergoglio tempo fa).
 Il clericalismo, lo scrive il Papa in quella lettera, si basa sulla separazione del clero dai laici: “Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è una élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formiano il Santo Popolo fedele di Dio. Dimenticarci di ciò comporta vari rischi e deformazioni nella nostra stessa esperienza, sia personale sia comunitaria, del ministero che la Chiesa ci ha affidato.” Il prete, filosofo e teologo Antonio Rosmini (1797-1855), agli inizi dell’Ottocento, ne parlò come di una piaga  della Chiesa, nel suo Le sette piaghe della santa Chiesa, pubblicato nel 1848, ed ebbe seri problemi disciplinari (alla fine però volevano farlo cardinale, ma lui non accettò). A leggerlo oggi ci sembra piuttosto clericale, ma bisogna tener conto del clima di polizia ideologica clericale in cui lo scrisse. Anche oggi alcuni dicono che tra  i preti non si fa carriera senza essere clericali, almeno un po’. Senza avere qualche protettore tra i gerarchi del clero.
  Io sono venuto a contatto, nella famiglia di mio padre, con un ambiente di persone di fede piuttosto anticlericali, diciamo minimamente clericali (siamo in Italia del resto!). Volevano bene ai preti, li aiutavano, li confortavano, ne erano amici e assidui frequentatori, ma certamente non indulgevano ad atteggiamenti clericali. “Mario, combatti il clericalismo”, fu l’appello, pronunciato ad alta voce, che mi fece, salutandomi quando me ne andai, Lorenzo Bedeschi, storico del cristianesimo e amico di famiglia, l’ultima volta che lo incontrai a Bologna. Mia zia Francesca ci fece una fotografia che ho incorniciato e appeso in casa, in modo da aver sempre presenti quelle parole.
 In Italia essere anticlericali appare sconveniente. Ci voleva un Papa per criticare apertamente il clericalismo. Ma, se vuole sconfiggere il clericalismo, deve fare molto di più, e solo lui può farlo. C’è da smontare la struttura feudale dell’organizzazione del clero, un lavoro immane. Il clericalismo dipende da quello.
 In Italia il pesante apparato clericale dipende quasi totalmente dal bilancio dello Stato, che lo rende autosufficiente dai laici di fede, dal popolo, il quale contribuisce in maniera minima al sostegno economico di quell’organizzazione (nel 2013 circa 12 milioni di euro, in calo dal 2004).  Questo flusso di denaro pubblico iniziò ancor prima dell’unità d’Italia e della frattura tra il sovrano civile  e quello religioso. L’essere economicamente indipendente dal popolo consente al clero di essere apertamente clericale. Allora, la prima riforma da fare, se si vuole un clero meno clericale, sarebbe quella affidare la gestione di questo flusso di denaro pubblico, che ai tempi nostri è di oltre un miliardo di euro all’anno, non comprimibile per nessuna ragione, vadano come vadano le finanze dello stato, ad un organo in cui la componente maggioritaria provenga da elezioni democratiche tra i fedeli. I quali ultimi, tuttavia, sono, in genere,  assolutamente impreparati a questo, essendo stati formati di solito con una profonda diffidenza verso gli istituti democratici. Ad esempio, nella nostra parrocchia a mia memoria non ricordo elezioni per il Consiglio pastorale, ma correggetemi se sbaglio. Mi pare di capire che la componente laicale di diritto, vale a dire dei capi dei gruppi parrocchiali, e cooptata, vale a dire nominata dal parroco, sia assolutamente prevalente. Ma, anche qui, correggetemi se sbaglio. Come fare, con questi costumi, a combattere il clericalismo? Certo che si è poi clericali!
 Ecco che , allora, fare politica  per un fedele può essere concepito un po’ come  fare il partito del Papa. Del resto la dottrina sociale  non scaturisce quasi solo da lui? Quest’idea è in genere assecondata dalla gerarchia (anche se non più apertamente proclamata dopo l’ultimo Concilio) perché il clero ha importanti interessi politici propri in Italia: il flusso di denaro dal bilancio dello stato, il proprio imponente patrimonio immobiliare, le questioni fiscali collegate a quei beni e alle proprie imprese e molte altre questioni, non ultime quelle del potere dei vescovi nelle questioni sull’insegnamento religioso nella scuola pubblica e della giurisdizione ecclesiastica sui matrimoni religiosi con effetti civili. In un certo senso, negli anni passati, ha agito come un vero e proprio partito politico, l’unico in Italia a non vedersi tagliato il finanziamento pubblico.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 27 aprile 2016

Lettera di papa Francesco contro il clericalismo e per il riconoscimento del valore religioso dell’impegno civile dei laici, diffusa il 26-4-16

Lettera di papa Francesco contro il clericalismo e per il riconoscimento del valore religioso dell’impegno civile dei laici, diffusa il 26-4-16

 Per la sua eccezionale rilevanza, pubblico di seguito la lettera scritta recentemente da papa Francesco al Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina e diffusa ieri. In essa si critica il clericalismo e si auspica un maggiore riconoscimento del valore religioso dell’impegno civile dei laici, anche mediante una specifica azione di formazione (la pastorale popolare).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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Lettera del Santo Padre al Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 26.04.2016

A Sua Eminenza il Cardinale
Marc Armand Ouellet, P.S.S.
Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina
Eminenza,

  Al termine dell’incontro della Commissione per l’America Latina e i Caraibi ho avuto l’opportunità d’incontrare tutti i partecipanti dell’assemblea, nella quale si sono scambiati idee e impressioni sulla partecipazione pubblica del laicato alla vita dei nostri popoli.
Vorrei riportare quanto è stato condiviso in quell’incontro e proseguire qui la riflessione vissuta in quei giorni, affinché lo spirito di discernimento e di riflessione “non cada nel vuoto”; affinché ci aiuti e continui a spronare a servire meglio il Santo Popolo fedele di Dio.
 È proprio da questa immagine che mi piacerebbe partire per la nostra riflessione sull’attività pubblica dei laici nel nostro contesto latinoamericano. Evocare il Santo Popolo fedele di Dio è evocare l’orizzonte al quale siamo invitati a guardare e dal quale riflettere. È al Santo Popolo fedele di Dio che come pastori siamo continuamente invitati a guardare, proteggere, accompagnare, sostenere e servire. Un padre non concepisce se stesso senza i suoi figli. Può essere un ottimo lavoratore, professionista, marito, amico, ma ciò che lo fa padre ha un volto: sono i suoi figli. Lo stesso succede a noi, siamo pastori. Un pastore non si concepisce senza un gregge, che è chiamato a servire. Il pastore è pastore di un popolo, e il popolo lo si serve dal di dentro. Molte volte si va avanti aprendo la strada, altre si torna sui propri passi perché nessuno rimanga indietro, e non poche volte si sta nel mezzo per sentire bene il palpitare della gente.
  Guardare al Santo Popolo fedele di Dio e sentirci parte integrale dello stesso ci posiziona nella vita, e pertanto nei temi che trattiamo, in maniera diversa. Questo ci aiuta a non cadere in riflessioni che possono, di per sé, esser molto buone, ma che finiscono con l’omologare la vita della nostra gente o con il teorizzare a tal punto che la speculazione finisce coll’uccidere l’azione. Guardare continuamente al Popolo di Dio ci salva da certi nominalismi dichiarazionisti (slogan) che sono belle frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità. Per esempio, ricordo ora la famosa frase: “è l’ora dei laici” ma sembra che l’orologio si sia fermato.
  Guardare al Popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. Il primo sacramento, quello che sugella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo, (i fedeli) “vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo” (Lumen gentium, n. 10). La nostra prima e fondamentale consacrazione affonda le sue radici nel nostro battesimo. Nessuno è stato battezzato prete né vescovo. Ci hanno battezzati laici ed è il segno indelebile che nessuno potrà mai cancellare. Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è una élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formiano il Santo Popolo fedele di Dio. Dimenticarci di ciò comporta vari rischi e deformazioni nella nostra stessa esperienza, sia personale sia comunitaria, del ministero che la Chiesa ci ha affidato. Siamo, come sottolinea bene il concilio Vaticano II, il Popolo di Dio, la cui identità è “la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio” (Lumen gentium, n. 9). Il Santo Popolo fedele di Dio è unto con la grazia dello Spirito Santo, e perciò, al momento di riflettere, pensare, valutare, discernere, dobbiamo essere molto attenti a questa unzione.
  Devo al contempo aggiungere un altro elemento che considero frutto di un modo sbagliato di vivere l’ecclesiologia proposta dal Vaticano II. Non possiamo riflettere sul tema del laicato ignorando una delle deformazioni più grandi che l’America Latina deve affrontare – e a cui vi chiedo di rivolgere un’attenzione particolare –, il clericalismo. Questo atteggiamento non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo porta a una omologazione del laicato; trattandolo come “mandatario” limita le diverse iniziative e sforzi e, oserei dire, le audacie necessarie per poter portare la Buona Novella del Vangelo a tutti gli ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. Il clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi contributi e proposte, va spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, nn. 9-14), e non solo a pochi eletti e illuminati.
C’è un fenomeno molto interessante che si è prodotto nella nostra America Latina e che desidero citare qui: credo che sia uno dei pochi spazi in cui il Popolo di Dio è stato libero dall’influenza del clericalismo: mi riferisco alla pastorale popolare. È stato uno dei pochi spazi in cui il popolo (includendo i suoi pastori) e lo Spirito Santo si sono potuti incontrare senza il clericalismo che cerca di controllare e di frenare l’unzione di Dio sui suoi. Sappiamo che la pastorale popolare, come ha ben scritto Paolo VI nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, “ha certamente i suoi limiti. È frequentemente aperta alla penetrazione di molte deformazioni della religione”, ma prosegue, “se è ben orientata, soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, è ricca di valori. Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all'eroismo, quando si tratta di manifestare la fede; comporta un senso acuto degli attributi profondi di Dio: la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione. A motivo di questi aspetti, Noi la chiamiamo volentieri ‘pietà popolare’, cioè religione del popolo, piuttosto che religiosità… Ben orientata, questa religiosità popolare può essere sempre più, per le nostre masse popolari, un vero incontro con Dio in Gesù Cristo” (n. 48). Papa Paolo VI usa un’espressione che ritengo fondamentale, la fede del nostro popolo, i suoi orientamenti, ricerche, desideri, aneliti, quando si riescono ad ascoltare e a orientare, finiscono col manifestarci una genuina presenza dello Spirito. Confidiamo nel nostro Popolo, nella sua memoria e nel suo “olfatto”, confidiamo che lo Spirito Santo agisce in e con esso, e che questo Spirito non è solo “proprietà” della gerarchia ecclesiale.
  Ho preso questo esempio della pastorale popolare come chiave ermeneutica che ci può aiutare a capire meglio l’azione che si genera quando il Santo Popolo fedele di Dio prega e agisce. Un’azione che non resta legata alla sfera intima della persona ma che, al contrario, si trasforma in cultura; “una cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente, e possiede una sapienza peculiare che bisogna saper riconoscere con uno sguardo colmo di gratitudine” (Evangelii gaudium, n. 68).
  Allora, da qui possiamo domandarci: che cosa significa il fatto che i laici stiano lavorando nella vita pubblica?
  Oggigiorno molte nostre città sono diventate veri luoghi di sopravvivenza. Luoghi in cui sembra essersi insediata la cultura dello scarto, che lascia poco spazio alla speranza. Lì troviamo i nostri fratelli, immersi in queste lotte, con le loro famiglie, che cercano non solo di sopravvivere, ma che, tra contraddizioni e ingiustizie, cercano il Signore e desiderano rendergli testimonianza. Che cosa significa per noi pastori il fatto che i laici stiano lavorando nella vita pubblica? Significa cercare il modo per poter incoraggiare, accompagnare e stimolare tutti i tentativi e gli sforzi che oggi già si fanno per mantenere viva la speranza e la fede in un mondo pieno di contraddizioni, specialmente per i più poveri, specialmente con i più poveri. Significa, come pastori, impegnarci in mezzo al nostro popolo e, con il nostro popolo, sostenere la fede e la sua speranza. Aprendo porte, lavorando con lui, sognando con lui, riflettendo e soprattutto pregando con lui. “Abbiamo bisogno di riconoscere la città” – e pertanto tutti gli spazi dove si svolge la vita della nostra gente - “a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze… Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero” (Evangelii gaudium, n. 71). Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Come pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene domandarci come stiamo stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il desiderio del bene, della verità e della giustizia. Come facciamo a far sì che la corruzione non si annidi nei nostri cuori.
  Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su come, nella sua attività quotidiana, con le responsabilità che ha, s’impegna come cristiano nella vita pubblica. Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi. Dobbiamo pertanto riconoscere che il laico per la sua realtà, per la sua identità, perché immerso nel cuore della vita sociale, pubblica e politica, perché partecipe di forme culturali che si generano costantemente, ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede. I ritmi attuali sono tanto diversi (non dico migliori o peggiori) di quelli che si vivevano trent’anni fa! “Ciò richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane” (Evangelii gaudium, n. 73). È illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale. E questo discernendo con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la nostra gente. Come direbbe sant’Ignazio, “secondo le necessità di luoghi, tempi e persone”. Ossia non uniformando. Non si possono dare direttive generali per organizzare il popolo di Dio all’interno della sua vita pubblica. L’inculturazione è un processo che noi pastori siamo chiamati a stimolare, incoraggiando la gente a vivere la propria fede dove sta e con chi sta. L’inculturazione è imparare a scoprire come una determinata porzione del popolo di oggi, nel qui e ora della storia, vive, celebra e annuncia la propria fede. Con un’identità particolare e in base ai problemi che deve affrontare, come pure con tutti i motivi che ha per rallegrarsi. L’inculturazione è un lavoro artigianale e non una fabbrica per la produzione in serie di processi che si dedicherebbero a “fabbricare mondi o spazi cristiani”.
  Nel nostro popolo ci viene chiesto di custodire due memorie. La memoria di Gesù Cristo e la memoria dei nostri antenati. La fede, l’abbiamo ricevuta, è stato un dono che ci è giunto in molti casi dalle mani delle nostre madri, delle nostre nonne. Loro sono state la memoria viva di Gesù Cristo all’interno delle nostre case. È stato nel silenzio della vita familiare che la maggior parte di noi ha imparato a pregare, ad amare, a vivere la fede. È stato all’interno di una vita familiare, che ha poi assunto la forma di parrocchia, di scuola e di comunità, che la fede è giunta alla nostra vita e si è fatta carne. È stata questa fede semplice ad accompagnarci molte volte nelle diverse vicissitudini del cammino. Perdere la memoria è sradicarci dal luogo da cui veniamo e quindi non sapere neanche dove andiamo. Questo è fondamentale, quando sradichiamo un laico dalla sua fede, da quella delle sue origini; quando lo sradichiamo dal Santo Popolo fedele di Dio, lo sradichiamo dalla sua identità battesimale e così lo priviamo della grazia dello Spirito Santo. Lo stesso succede a noi quando ci sradichiamo come pastori dal nostro popolo, ci perdiamo. Il nostro ruolo, la nostra gioia, la gioia del pastore, sta proprio nell’aiutare e nello stimolare, come hanno fatto molti prima di noi, madri, nonne e padri, i veri protagonisti della storia. Non per una nostra concessione di buona volontà, ma per diritto e statuto proprio. I laici sono parte del Santo Popolo fedele di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo chiamati a servirli, non a servirci di loro.
 Nel mio recente viaggio in terra messicana ho avuto l’opportunità di stare da solo con la Madre, lasciandomi guardare da lei. In quello spazio di preghiera, le ho potuto presentare anche il mio cuore di figlio. In quel momento c’eravate anche voi con le vostre comunità. In quel momento di preghiera, ho chiesto a Maria di non smettere di sostenere, come ha fatto con la prima comunità, la fede del nostro popolo. Che la Vergine Santa interceda per voi, vi custodisca e vi accompagni sempre!
Dal Vaticano, 19 marzo 2016
FRANCESCO



martedì 26 aprile 2016

Che cosa significa oggi la Resistenza?

Che cosa significa oggi la Resistenza?


Giuseppe Dossetti, protagonista della Resistenza emiliana


La Resistenza in Italia fu il movimento politico, sociale e militare che si sviluppò tra il 1943 e il 1945 nel Centro e Nord Italia per combattere l’esercito tedesco, che dopo l’armistizio tra il Regno d’Italia e gli Alleati aveva occupato parte del territorio nazionale, e per rovesciare il regime fascista mussoliniano, restaurato come una repubblica con capitale Salò, cittadina in provincia di Brescia, in Lombardia, sul lago di Garda,  dopo la liberazione di Benito Mussolini, il 12 settembre 1943, dal luogo, sul Gran Sasso in Abruzzo, dove era detenuto dal precedente 25 luglio su ordine del sovrano, dopo la sua destituzione come presidente del Consiglio dei ministri.
  Protagonisti della Resistenza furono forze comuniste, socialiste, liberali, democratico-cristiane e fedeli al sovrano. Nel corso della Resistenza, nel confronto e nell’alleanza tra queste forze, si progettò la nuova Repubblica post-fascista. Ecco perché si dice che la nostra Repubblica è nata  dalla Resistenza.
  Quel movimento ha un significato ancora attuale ai tempi nostri?
  Trascrivo di seguito alcuni brani di un intervento che un magistrato, il dott. Francesco Saverio Borrelli, che era stato a lungo capo della Procura della Repubblica di Milano, tenne il 28 settembre 2002 a Monteveglio, un Comune emiliano, in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria ad un altro magistrato, il dott. Antonino Caponnetto, che era stato capo dei giudici istruttori di Palermo ai tempi di decise azioni giudiziarie di contrasto con la mafia. Il dott. Borrelli in quell'occasione parlò in  particolare del valore attuale della Resistenza.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
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Il venerabile Teresio Olivelli (1916-1945), resistente formatosi nell'Azione Cattolica
Preghiera scritta da Teresio Olivelli

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28 aprile 2002. Il discorso di Francesco Saverio Borrelli a Monteveglio (BO), in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria ad Antonino Caponnetto.
 A cura di Roberta Anguillesi, redattrice di Democrazia e legalità. 

 Ringrazio di cuore il Sindaco di Monteveglio per il privilegio, altissimo, che mi è stato concesso nel partecipare a questa cerimonia, in una terra, in una regione, che da anni, da decenni, viene additata a tutta la collettività nazionale, e non soltanto a quella nazionale, come una regione esemplare per quello che riguarda la gestione della cosa pubblica e l'amministrazione locale.  Una regione che, negli anni gloriosi della resistenza, e della resistenza armata, ha pagato un contributo di sangue particolarmente alto. 
  Ho avuto recentemente occasione di leggere, in un periodico dell'A.N.P.I [Associazione Nazionale Partigiani d'Italia] di Milano, il resoconto di un ufficiale americano, Peter Tompkins, che in quegli anni fu mandato per tenere i contatti tra la quinta e l'ottava armata, da una parte, e le formazioni partigiane dall'altra, e ci sono resoconti agghiaccianti su episodi di guerra guerreggiata sull'Appennino bolognese che forse non sono sufficientemente conosciuti, in questa terra in questa comunità, che porta ancora ben marcata l'impronta della sua civiltà millenaria ed anche di quel personaggio straordinario, semplicemente straordinario, che è stato Giuseppe Dossetti, già professore di diritto canonico che ha combattuto la resistenza sull'Appennino bolognese e dopo è stato costituente, parlamentare nel consiglio direttivo della DC, e infine ha abbandonato la politica attiva per fondare la comunità di Monteveglio. E' in questo Comune, che porta ancora l'impronta di un personaggio così eccezionale, che io sono chiamato a porgere la cittadinanza onoraria ad Antonino Caponnetto.
  Vorrei che si percepisse quella sorta di tremore, di imbarazzo, che sento nel dover svolgere questo ruolo oggi, perché di fronte a Caponnetto io sono un fratello minore e non soltanto per qualche anno che ci separa, ma minore perché di fronte a quella che è stata la sua vicenda, l'eroismo con cui volontariamente Caponnetto si è gettato nella lotta contro la mafia, quello che può essere la mia personale vicenda, quella che mi ha portato ai clamori della cronaca, è qualcosa di casuale e fortuito.  
  E Antonino Caponnetto, e non sarà mai sottolineato abbastanza, è stato un volontario della campagna antimafia, da un posto relativamente tranquillo - e io vengo da una Procura generale e so che le Procure generali sono posti di retrovia, relativamente sereni e tranquilli - da un posto tranquillo, e senza aspirare ad avanzamenti di carriera, Caponnetto ha chiesto di poter andare a Palermo, e lo ha chiesto dopo che il terribile attentato di Via Federico aveva stroncato la vita di Chinnici. Lui, con una ventina di altre persone che poi si sono ritirate, ha chiesto di andare a Palermo a combattere la sua battaglia e per quattro anni e quattro mesi ha condotto una vita di assoluto sacrificio e isolamento, una vita blindata pagando caramente questo gesto ma pagandolo con entusiasmo.  Pagando carissimamente questo gesto perché non soltanto si deve a lui tutto quel lavoro di organizzazione ed armonizzazione che ha portato, non soltanto, alla creazione del pool antimafia ma alla creazione, all'interno di quel pool, di un clima di collaborazione reciproca che, sappiamo benissimo, nelle Procure non sempre si sa mantenere.  Pagando un prezzo altissimo anche in termini personali perché sappiamo che Caponnetto, in quel periodo, per poter scaricare i magistrati del lavoro ordinario si è auto-assegnato moltissimo lavoro che ha portato avanti personalmente, quando sappiamo che i capi degli uffici, ben di rado, affrontano direttamente le istruttorie. 
  Antonino Caponnetto in quel periodo, ha resistito a intramettenze politiche, forse non numerose perché la personalità che lui dimostrava era da tale da non incoraggiare contatti che fossero meno che corretti, tuttavia ha resistito e ha protetto i propri collaboratori ed ha portato avanti questo lavoro titanico che ha dato origine al primo, serio, processo contro la mafia, il primo processo che sia stato fatto dopo la normativa del 1982, che ha creato il reato di associazione mafiosa.
[…]
   Caponnetto, che durante gli anni della sua presenza a Palermo aveva conservato una discrezione esemplare, una volta che è andato in pensione, forse sotto la spinta emotiva della terribile stagione di sangue dell'estate 1992, ha deciso di voler continuare la sua opera in altre sedi e con altri mezzi ed ha iniziato un'attività intensissima, anche questa portata avanti con una fiducia e uno slancio stupefacenti in una persona di oltre 70 anni.
  Un'attività di diffusione di una cultura civica, diffusione della cultura civica tra i giovani, che non ha precedenti se non un esempio nell'attività che già Chinnici aveva cominciato in Sicilia negli ambienti studenteschi per far comprendere cosa fosse la mafia e quale dovessero essere la lotta contro la mafia.
  Quest'attività straordinaria, di Caponnetto, si è saldata nel 1994 qui a Monteveglio con la nascita dei Comitati per la Costituzione voluti da Giuseppe Dossetti. Durante gli anni terribili della Sicilia, durante quegli anni di fuoco e di sangue, quelli degli attentati, il presidente Scalfaro, che fu forse l'unico uomo politico che dette un sostegno morale, e non solo morale, all'azione di Caponnetto e al quale io sono fortemente legato anche per ragioni familiari, ebbe a parlare di nuova Resistenza.  Di nuova Resistenza contro l'inquinamento, da parte della mafia, della pubblica amministrazione e dei meccanismi dell'economia. Sapete che la parola Resistenza mi è particolarmente cara: io con questa parola, e con il ricordo del fondamento della nostra Costituzione repubblicana nella Resistenza, ho iniziato l'ultimo discorso inaugurale alla Corte d'appello di Milano. E su questo concetto vorrei ritornare perché Resistenza non è soltanto resistenza armata, Resistenza non è soltanto la nuova resistenza giudiziaria e di polizia contro la mafia, la Resistenza sotto il profilo della resistenza permanente è un concetto di carattere morale e culturale che deve accompagnare tutti noi, giorno per giorno nella nostra attività quotidiana di lavoro, di lavoro nel pubblico e nel privato, e di contributo alla vita delle istituzioni. 
 Resistenza già di per sé richiama  l'immagine di un valore che resiste all'attacco del disvalore; richiama il concetto del bene che resiste, e che si oppone  all'avanzata del male; richiama il concetto dell'umanità, dell'umanesimo, contro la brutalità; richiama il concetto progressivo che informa tutta la parte generale della nostra Costituzione ed in particolare l'articolo tre.  Questo articolo non è semplicemente l'enunciato, e il riconoscimento, di una situazione di uguaglianza che caratterizza tutti gli uomini e tutti i cittadini, ma costituisce il preciso invito al legislatore, all'interprete, affinché vengano rimossi gli ostacoli che impediscano l'effettivo raggiungimento di questa situazione di uguaglianza.
  Il mio richiamo alla Resistenza è stato impropriamente interpretato, da improvvisati, da critici interessati a farlo, come se fosse una sorta di esortazione alla ribellione alle autorità, ribellione al governo in carica. Nulla di tutto questo.
    Quando io parlo di resistenza, intendo un atteggiamento che ciascuno di noi deve interiorizzare ed esteriorizzare, un attività che prescinde da questa o da quella parte politica che sia al governo, un atteggiamento che deve essere di richiamo costante ai valori più profondi dell'umanesimo, ai valori più profondi della convivenza in una collettività armoniosa e proiettata verso il futuro.
  Pensiamo alla vicenda che ho vissuto per anni in prima persona: che cosa è stata la vicenda di Mani pulite se non un tentativo di opporre resistenza alla corruzione, ed è stata una vicenda che, per la verità, ha avuto un esito paradossale.    
  Ricordiamo tutti come fin dalle prime battute (dopo un primissimo momento di sconcerto), ci fu un atteggiamento generale dell'opinione pubblica, della stampa e poi di una parte del mondo politico, di assoluto sostegno a quest'azione e questo permise al pool di Milano di andare avanti, e velocemente, visto che, sembrava, spontaneamente stessero cadendo tutti i baluardi che erano stati posti, e che esistevano, in una situazione di corruzione sistemica.
  Si assisteva, addirittura, a un fenomeno di collaborazione spontanea anche di coloro che erano stati protagonisti di quella stagione di corruzione.
  Ma che cosa è successo nel tempo: c'è stato un fenomeno, forse del tutto naturale, di graduale stanchezza, di graduale logoramento dell'attenzione dell'opinione pubblica.
  La Procura di Milano e le sue iniziative stavano sulla prima pagina dei giornali, come forse dalla Seconda guerra mondiale non accadeva, quotidianamente e lo stesso tema veniva quotidianamente dato in pasto ai lettori, ma quanto è durato questo, un anno, due anni, non molto di più, gradualmente è iniziato un fenomeno di stanchezza che da un punto di vista psicologico può essere spiegabile, da un punto di vista politico lo è assai meno o lo è ancora di più, perché diciamoci francamente, non c'è nessuna forza politica, soprattutto quando arriva al governo, che guardi con simpatia e con rispetto alla possibilità che la magistratura - questo potere dei tre, o dei quattro, poteri fondamentali dello stato- possa esercitare la propria funzione di controllo di legalità. 
  Legalità non significa soltanto che esiste un corpo di leggi, un corpo di principi e regole, non significa soltanto il dovere, che è un dovere morale prima ancora che civico, dei cittadini e degli enti di adeguarsi al corpo di leggi, legalità significa anche che deve esistere la possibilità di effettuare un controllo sul rispetto della legalità, e questo controllo tocca fondamentalmente alla magistratura.
   Possiamo ben comprendere che chi detiene il potere, il potere vero, il potere reale, il potere economico ed alcune volte il potere di governo non è facilmente disposto a lasciarsi controllare da altre istituzioni dello stato. 
  Che cosa è la legalità, questo principio, quest'etica della legalità alla quale anche Giovanni Paolo II ha fatto richiamo nel suo messaggio del '98 per la giornata della pace, è il rispetto non solo della legge ma dei meccanismi che la costituzione e la legge ordinaria hanno posto per assicurarne il rispetto.
  Ed è proprio su questo versante che è iniziato l'attacco contro la magistratura, un attacco che si è iniziato con il mettere in dubbio la purezza degli intenti che animavano la magistratura, soprattutto quella milanese, nella continuazione delle operazioni di “Mani pulite”: si è detto che in realtà non si trattava di un'operazione giudiziaria ma di un'operazione politica e che i magistrati avevano in animo di distruggere una determinata parte della classe politica salvando l'altra parte, peccato che questo non corrisponda al vero, giacché nelle nostre indagini di Milano non c'è stata parte, non c'è' stato personaggio dello spettro politico che governava l'area milanese, l'area lombarda, che non sia stato investito dalle nostre indagini, e dico questo anche con una certa qual ripugnanza perché non credo che i magistrati debbano dar conto su come si è distribuita nell'area ideologico politica del paese la propria attività.
[…]
   [Q]uesto attacco, quest'insofferenza, verso la magistratura, quest'insofferenza verso il principio e verso l'etica della legalità che, è il solo scudo di cui possono disporre i non potenti perché i potenti non hanno bisogno di scudo alcuno, se lo fanno da sé.   Quest'ostilità, dicevo, quest'attacco contro la magistratura, ha trovato purtroppo una qualche rispondenza positiva in una parte dell'opinione pubblica, della gente comune, in un Paese come il nostro dove c'è un'atavica, e non per quest'invincibile, tendenza ad aggiustarsi un po' le cose, a trovare il modo di uscire dalle difficoltà attraverso una conoscenza o un regalo, una strizzata d'occhio, una promessa di solidarietà in altra reciproca simile occasione.
  In questo Paese, ad un certo punto, quando la magistratura ha mostrato che faceva sul serio, e non era solo questione di scremare una classe politica o di sostituire una classe politica con un’altra, ma era questione di fondare questa nuova cultura o questo recupero della cultura della legalità nelle coscienze e nella vita quotidiana dei singoli, in questo Paese, si è avanzato forse un segnale o sintomo di fastidio: "si va bene, adesso avete fatto il vostro show, abbiamo cambiato una classe politica, lasciateci lavorare in pace. Lasciateci attendere in pace ai nostri piccoli traffici e traffichetti". 
  Noi italiani siamo un po' fatti cosi, scusate se sto parlando in questo modo familiare poco cattedratico, ma dobbiamo pur guardarci in faccia... 
  Ed è per questo che quando io parlo di Resistenza dico che la resistenza deve essere condotta contro tutto e tutti gli ambienti ma anche contro noi stessi, contro la tendenza alla pigrizia in noi stessi che in molte situazioni suggerisce una strada d'arrangiamento, che è forse la più facile, ma non sempre la più corretta.
[…]
 Bene, ho parlato di Resistenza e forse un po' sul resistere vorrei concludere:
 Resistere a che cosa? Resistere a questa deriva cui la collettività nazionale rischia di abbandonarsi un po' per atavico scetticismo, un po' per pigrizia un po' per le fascinazioni di sirene che cantano nel mare, nel mare della comunicazione di massa e inducono a quella direzione, a una deriva. 
  Conducono verso un assetto in cui la questione morale non è più una questione centrale, non viene più addirittura percepita, e la questione della legalità si trasforma nella questione degli interessi, nella questione degli interessi che devono prevalere, negli interessi di qualcuno.
  Resistere alla desensibilizzazione delle coscienze, alla desensibilizzazione in ciascuno di noi della coscienza civica intesa come la consapevolezza dell'interdipendenza di tutti i nostri legami verso gli altri individui, verso il prossimo, verso la società, l'interdipendenza di ciascuno da tutti noi. 
  Resistere alla tentazione antipolitica del delegare, il far sì che altri pensino per noi, e quindi volontà di partecipare, come da Monteveglio ci viene insegnato, di partecipare a tutti i livelli in ogni momento, di portare il nostro apporto alla vita della società. 
  Resistere alla tentazione della chiusura individualistica, familistica o di clan, e alla stessa tentazione della chiusura nazionalistica o di etnia. 
 E qui inserisco un'altra parola che appartiene al mio linguaggio corrente: speranza. 
 Sono stato, una volta, rimbeccato da un giornalista peraltro laico e mio buon amico, che, avendo io parlato in un'intervista di speranza in un momento che sembrava proprio non ci fosse più nulla da sperare e che il pessimismo volesse prevalere, mi ha preso in giro per la menzione di questa virtù teologale. 
  Ma io dico che la speranza, e io sono laico, un laico che, come il Cardinal Martini ci ha insegnato, sa ed è consapevole che c'è un lungo cammino che laici e credenti possono compiere insieme condividendo gli stessi valori e puntando agli stessi obiettivi.
  Ebbene io vi dico allora, e non paia un sacrilegio, che anche noi laici dobbiamo avere fede, speranza e carità: dobbiamo avere fede, fede nel valore dell'uomo, nel valore dell'uomo che la nostra tradizione umanistica occidentale ci ha consegnato, e noi dobbiamo accogliere nelle nostre mani e trasmettere ai nostri figli, la carità laica è il senso di solidarietà, è il senso di amore del prossimo, partecipi come siamo, tutti, della medesima umanità.
  Ricordo i versi di quel poeta del '600 che diceva: “io partecipo dell'umanità, ogni uomo che muore un pezzo di me, ogni uomo che viene ferito viene ferita una parte di me, perciò quando suona la campana non chiederti per chi suona la campana, essa suona anche per te”.  Bene, questo è il senso d'appartenenza all'umanità che dobbiamo avere anche noi laici.
 E infine la speranza  significa confidare nella possibilità che le nostre azioni abbiano un esito, incidano nella realtà. Significa avere la consapevolezza che ogni nostro gesto incide nella realtà, il gesto cattivo come il gesto buono ma soprattutto il gesto costruttivo e se noi abbiamo questa consapevolezza che nulla va perduto di quello che facciamo e diciamo in questo mondo, questo significa aver fiducia in noi stessi e significa avere la speranza in senso laico. 
 Voglio finire con la menzione di una virtù cardinale: la giustizia, come ho letto la settimana scorsa su di un pannello nel palazzo ducale di Genova, un pannello affrescato dal De Ferrari, "ut giustizia inconcussa videat" perché la giustizia non perisca. 


lunedì 25 aprile 2016

La dottrina sociale e la politica

La dottrina sociale e la politica


Dipinto Il Quarto stato [il proletariato], di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1901)


  Sono stato uno studente distratto e discontinuo, di letture appassionate ma caotiche. Ora me ne dispiace. Ho avuto buoni maestri, ma non ho approfondito. In genere li ho delusi. Ora, vorrei comunicare qualcosa, ma sento che mi mancano le basi. Non mi resta che riconoscerlo francamente e andare avanti con quello che so. Perché andare avanti si deve. Altrimenti ci si limita ad essere trascinati dalla corrente. Può soddisfare veramente un essere umano? La politica inizia da qui. E’ impegno, volontà di fare nella società. E se poi si sbaglia? La possibilità c’è. Si pensa di fare il bene e si produce il male. La soluzione non è però astenersi, ma agire ed essere disposti ad essere corretti dagli altri. Sono lì proprio per questo. La politica è un fatto collettivo. “Se sbaglio, mi correggerete”, furono tra le prime parole che udii da Karol Wojtyla in piazza San Pietro quando lo presentarono come vescovo di Roma  (anzi “corigerete”, disse, iniziando subito a sbagliare): è un bellissimo programma politico, che ho sempre cercato di fare mio.
  Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.”
  Queste parole furono scritte a ventisei anni, nel 1917, dal politico comunista italiano Antonio Gramsci (1891-1937), il quale ebbe un’influenza grandissima nella politica italiana, ma non nel suo tempo bensì in quello della nostra Repubblica, nata dopo la sconfitta del fascismo nel 1946, che egli non poté vedere: si ammalò in carcere, dove, tra il 1926 e il 1933,  scrisse alcune delle sue opere più importanti, raccolte nei Quaderni dal carcere.  

Antonio Gramsci


Era stato condannato a vent’anni di reclusione per antifascismo. L’esempio politico di Gramsci è importante anche perché dimostra come sia importante in politica saper correggere le proprie idee alla luce dell’osservazione realistica dei fatti storici. Senza questa evoluzione del pensiero di Gramsci molto probabilmente la nostra Costituzione, fortemente improntata dal dialogo tra socialisti, comunisti e cattolici democratici sarebbe stata molto diversa, perché quel dialogo non sarebbe stato possibile. Gramsci capì che la rivoluzione sovietica che aveva rovesciato l’impero russo non andava bene per l’Italia, perché in Italia c’era una società civile molto ricca, con una fitta e appagante rete di relazioni che sosteneva e motivava le persone. Non si poteva farle violenza, ma occorreva convincerla. Era necessario un lavoro culturale perché sostenesse il cambiamento, l’azione politica, elevando alla piena cittadinanza le masse di coloro che stavano peggio ed erano esclusi dal governo e sfavoriti nella distribuzione delle risorse.
  A conclusioni simili era giunto anche Giuseppe Toniolo (1845-1918), economista e sociologo, uno dei protagonisti dell’edificazione dell’Azione Cattolica italiana dopo il 1905, su mandato del papa Giuseppe Sarto.

Il beato Giuseppe Toniolo, con la moglie


 Nel 1978 mio zio Achille pubblicò un libro su Toniolo: “Toniolo: il primato della riforma sociale, per ripartire dalla società civile”, edito da Cappelli. Questo testo non è più in commercio, lo si può leggere solo nelle biblioteche. Parlando di Toniolo, mio zio fece molte interessanti considerazioni sulla politica degli anni settanta e, in particolare, sul ruolo che in essa avevano i cattolici. Allegò poi un’antologia di brani di scritti del Toniolo. Quello che so di Toniolo l’ho appreso in massima parte da quel libro.
  Toniolo operò agli inizi del Novecento, in un’epoca molto difficile per i credenti italiani che volessero praticare la democrazia parlamentare. Quest’ultima era loro vietata e lo rimase fino alle elezioni politiche del 1913. La vietarono loro i Papi, prima Giovanni Maria Mastai  Ferretti, che era stato privato del suo piccolo regno nell’Italia centrale, poi Vincenzo Gioacchino Pecci e infine Giuseppe Sarto, che, ad un certo punto, tra il 1904 e il 1913, attenuò il divieto, che poi di fatto dopo di allora non venne più riproposto divenendo desueto. Si trattava di ciò che va sotto il  nome di “non expedit”,  espressione latina che significa  “non conviene”, ed era la risposta data nel 1864 alla domanda se ai cattolici fosse lecita la partecipazione alla politica democratica del Parlamento del Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861. Il Pecci, nel 1901, con l’enciclica Le gravi discussioni [sulle questioni economiche]  addirittura sconfessò anche l’idea di una democrazia cristiana, di un progetto democratico di società che si volesse ispirato dalla fede religiosa. I Papi vietarono la partecipazione democratica nel nuovo stato unitario come reazione alla conquista militare e abolizione dello Stato pontificio, nel 1870, da parte del Regno d’Italia. Lo stesso sovrano e il Cavour, protagonisti del processo di unificazione nazionale vennero scomunicati nel 1855. L’idea di una democrazia cristiana  fu invece sconfessata perché i Papi ritenevano di poter essere i soli a insegnare come modellare la società secondo i principi di fede: la  loro dottrina  sociale fu fortemente autoritaria e autocratica (cioè potevano crearla solo loro, con la loro teologia) fino al 1944.
  Si trattava di una questione di coscienza molto seria, per la quale appunto si rischiava la scomunica, che fu comminata al prete Romolo Murri, uno dei principali esponenti del movimento dei democratici cristiani. Era il tempo della persecuzione dei modernisti, esponenti di un movimento di persone di fede che si proponevano un rinnovamento del pensiero e del linguaggio religiosi, aggiornandoli  ai tempi nuovi.
  Toniolo si trovò all’inizio a dover ragionare di politica senza poter fare  politica. C’era però in Italia quella società civile su cui poi ragionò anche Gramsci, e appunto con riguardo ad essa, secondo le indicazioni dei Papi, della loro dottrina sociale,  si articolò la sua proposta.  Dovette però muoversi nei limiti molto ristretti lasciati dall’autocrazia dei suoi capi religiosi.
  Come i marxisti, ricercò nella storia e nell’economia le ragioni delle sofferenze sociali del suo tempo. Individuò anch’egli nella struttura delle produzione e degli scambi le ragioni dell’emergere di una classe derelitta, il proletariato: “…il popolo, sotto l’azione congiurata e diuturna dei prìncipi, delle leggi, di vecchie e nuove classi soprastanti, rimase grado grado depresso, sacrificato e come classe organica annichilito” [da La genesi dell’odierno proletariato e i movimento democratico cattolico, in Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, 1898].
 Secondo gli insegnamenti di papa Gioacchino Pecci nell’enciclica Le novità, del 1891, il Toniolo individuò nell’ordinamento etico sociale dei Comuni medievali italiani (primi quattro secoli del secondo millennio della nostra era), “una democrazia salda e vigorosa sotto la duplice forma sociale e politica; la quale, mentre consacrava tutte le classi, insinuava nelle moltitudini popolari, fortemente organizzate, una virtù di espansione e d’influenza progressiva” [in La genesi dell’odierno proletariato, citato].  Definì quel periodo storico “l’età del popolo per eccellenza”, la democrazia cristiana già tradotta in un fatto storico”. Dalla sua demolizione, secondo il Toniolo, si era prodotto il proletariato, per trasformazione dell’antico ceto lavoratore contadino in salariati precari,  i quali “vendevano dì per dì, dall’una all’altra contrada, il proprio lavoratore a uno speculatore, completando in tal guisa la mobilitazione del proletariato rurale”,  e per lo sviluppo di un processo analogo nello sviluppo delle industrie manufatturiere, per cui “l’industria moderna sul piedistallo del salariato […] in virtù di colossali società anonime [=le società di capitali, ad esempio quelle per azioni] scuote sempre più nella concorrenza dei forti contro i deboli i mezzani industriali e atterra gli artigiani indipendenti del mestiere; e così sempre nuove correnti di operai, disarmate di ogni autonomia e di ogni capitale, di continuo ingrossano quel torrente di salariati” [corsivi da La genesi dell’odierno proletariato, citato].
   Toniolo in quell’articolo aggiunse, con considerazioni ancora attuali:
“Duplice sviluppo del proletariato agricolo e industriale che le classi stesse mercantili e bancarie contribuirono, fra  l’ampliarsi degli scambi e delle comunicazioni, ad accrescere, perpetuare e diffondere universalmente. Ciò coll’assorbire fin dal secolo 16° [il Cinquecento] e 17°  [il Seicento], incentrare e monopolizzare nelle ingenti ditte mercantili, nelle banche e nelle borse, ed in operazioni eccessive, fittizie e spesso inoneste, quei capitali che erano meglio destinati a sostentare l’agricoltura e l’industria e a sorreggere il ceto operaio; il quale appunto immiseriva  quando il capitalismo speculatore celebrava i suoi primi trionfi in Olanda […] [e] nella Gran Bretagna. Ciò coll’insinuare l’abitudine di una sfrenata  concorrenza, che fra le periodiche crisi commerciali e i «cracks» [=crolli del valore dei titoli]  di borsa moltiplica gli arresti improvvisi del lavoro e rende così più incerta e depressa la sorte delle moltitudini operaie. Infine col sospingere i produttori, sotto il miraggio di sconfinate prospettive commerciali, ad una colossale moltiplicazione e ampliazioni d’industrie, cui poi vien meno il normale consumo; donde la necessità di escludere gradualmente dalle fabbriche una porzione di lavoratori i quali rigettati sl lastrico, compongono quel residuo permanente di disoccupati o, come fu detto, quella riserva dell’esercito operaio che, premendo sulla massa impiegata, le contende il salario della fame, triste caratteristica dell’economia europea ed americana degli ultimi trent’anni [scriveva nel 1898]”.
  Secondo Toniolo l’idea di una democrazia cristiana  risponde all’esortazione della Chiesa che ripete il grido:  “andate al popolo!”.
  Continua, nell’articolo sopra citato:
“Essa [la Chiesa] convoca e converge tute le forze delle nazioni e degli stati al popolo, perché di là proviene il pericolo massimo sociale; le dirige al popolo, perché, facendo opera di sapienza civile al proletariato informe, feroce e inselvatichito, intende restituire coscienza e dignità di classe cristiana; la concentra sul popolo perché, per fare atto di giustizia riparatrice, esige che tutte le classi e i governi si adoperino a restituire ad esso quel rispetto e valore che da secoli gli fu tolto iniquamente”.
 L’articolo si  conclude con questa convinzione del Toniolo:
“La ricomposizione  insomma dell’ordine social cristiano in mezzo al popolo non sembra in questo stesso momento  difficile. Ma a due condizioni però: in prima, che i cattolici predichino alto ai proletari, che accanto alla democrazia socialistica, illusoria, iniqua, impossibile, vi ha una democrazia cristiano-cattolica, possibile, ragionevole, storica, adatta a tutte le loro legittime aspirazioni; e che ulteriormente i cattolici stessi prendano in mano la causa del popolo, di tale democrazia affrettando l’avvento. E terza condizione dalle altre due presupposta, che i cattolici operosi sieno convinti esser giunta l’ora di contrapporre con sano ardimento al grido di Carlo Marx l’intimazione: proletari di tutto il mondo, unitevi in Cristo sotto il vessillo della Chiesa”.
  Nella visione del Toniolo la riforma politica dello stato in senso più democratico doveva tener conto dell’esigenza di risollevare il proletariato dalle sue misere condizioni, restaurando  un ordinamento che prendesse come riferimento ideale la struttura economico-sociale dei Comuni medievali italiani, sviluppatisi in un’era in cui l’etica sociale era improntata a quella religiosa. I Papi detenevano, nella loro dottrina sociali, il giusto progetto per risolvere i mali sociali: si trattava solo di applicare i loro insegnamenti. Questo programma politica di una democrazia cristiana a forte impronta sociale venne sconfessato, come ho sopra ricordato, nel 1901 dal papa Pecci, con l’enciclica  Le gravi discussioni. Ma Toniolo non si perse d’animo e continuò la sua opera di formazione, mantenendo la fiducia del Papa, tenendosi nei limiti del suo volere.  Il magistero pontificio poi mutò sensibilmente, giungendo, con il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), a richiedere ai laici di fede una collaborazione molto più importante di un semplice lavoro di esecuzione  dei dettami sociali pontifici. Ma il Toniolo non poté vedere questi sviluppi.
  Nel pensiero del Toniolo si trova la considerazione realistica dell’esistenza di un conflitto sociale tra classi privilegiate e un vasto proletariato di derelitti le cui ragioni occorreva sostenere anche politicamente. La politica è, appunto, anche questo, è anche lotta, termine che troviamo ora nei documenti del papa Francesco, ma che a lungo è stato considerato sconveniente in religione.
   Pensatori come Piero Gobetti, liberale, (1902-1926) e Antonio Gramsci, comunista, (1891-1937), molto più giovani, criticarono aspramente, e non senza ragione, le posizioni del Toniolo, proprio in quegli aspetti che oggi appaiono meno convincenti anche ad una persona religiosa che agisca secondo i principi proclamati dai saggi dell’ultimo Concilio.
 Scrisse Piero Gobetti nel saggio  La rivoluzione liberale - Saggio sulla lotta politica in Italia (1924):
“Sfugge al suo [del Toniolo] cattolicismo di quiete la religiosità dell’uomo moderno, la religiosità della democrazia come forza autonoma, liberamente operante dal basso senza limiti che la predeterminino fuori della volontaria disciplina che essa si pone,  - sforzo morale di liberazione, sacrificio dell’individuo  nella continuità di una lotta sociale che lo trascende e che pure non esiste senza la sua azione singolare. La visione politica del nostro buon scienziato si restringe al mondo antico, nel sogno di una gerarchia sociale in cui alle classi superiori spetti una funzione di assistenza e di patronato  e alle classi inferiori l’umiltà e l’obbedienza. Guarda con idillica simpatia i vecchi istituti della beneficienza, il sabato, il settennato, il giubileo; crede che i due diritti tradizionali del «petere» [latino=invocare dal potente] e dell’«acclamare»  possano nel mondo moderno bastare alla difesa del popolo. Le parole di approvazione e di rimpianto con cui il Toniolo ricorda la monarchia di Luigi 9° [re di Francia dal 1226 al 1270],  che egli crede di poter chiamare senza ironia «democratica», mentre ci rivelano tutta la singolarità della sua psicologia, chiariscono la sua dottrina nei limiti di una democrazia patriarcale che esclude l’iniziativa popolare e i principi di autoeducazione, e vuol dare alle masse soltanto i palliativi di riforme e di miglioramenti economici.” [edizione Einaudi, continuamente ristampato, €20,00; si tratta di un testo impegnativo, che richiede una cultura universitaria].
Piero Gobetti

  Scrisse Antonio Gramsci in I cattolici italiani, articolo pubblicato il 22-12-18 sul quotidiano Avanti! [in A. Gramsci, Nel mondo grande e terribile - Antologia degli scritti 1914-1935 - a cura di Giuseppe Vacca, Einaudi, 2007, €15,00. E’ un testo impegnativo, che richiede una cultura universitaria]:
“Allo sviluppo dello Stato nuovo italiano mancò la collaborazione dello spirito religioso, della gerarchia ecclesiastica, la sola che potesse accostarsi alle innumeri coscienze individuali del popolo arretrato ed opaco, percorso da stimoli irrazionali e capricciosi, assente da ogni lotta ideale ed economica avente caratteri organici di necessità permanente. Gli uomini di Stato furono assillati dalla preoccupazione di escogitare un compromesso con il cattolicismo, di subordinare allo stato liberale le energie cattoliche appartate e ottenerne la collaborazione al rinnovamento della mentalità italiana e alla sua unificazione, di suscitare o rinsaldare la disciplina nazionale attraverso il mito religioso.
[…]
Il liberalismo finì per subordinarsi al cattolicismo, le cui energie sociali sono invece fortemente organizzate e accentrate e posseggono, nella gerarchia ecclesiastica, una ossatura millenaria, salda e preparata a ogni forma di lotta politica e di conquista delle coscienze e delle forze sociali: lo stato italiano divenne l’esecutore del programma clericale, e nel patto Gentiloni [in nota: “Cioè il complesso degli accordi presi tra il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (1865-1916) a nome dei cattolici  e i liberali, in vista delle elezioni  politiche a suffragio universale [solo maschile] del 1913. I cattolici si impegnarono a sostenere quei candidati costituzionali che avessero promesso di non promuovere una politica anticlericale e di non votare leggi ostili ai postulati cattolici. Il «patto» rappresentò l’ingresso ufficiale delle forze cattoliche nella vita politica italiana”] culmina un’azione subdola per ridurre lo Stato a una vera e propria teocrazia per sottoporre l’amministrazione pubblica a controllo diretto della gerarchia ecclesiastica.
[…]
 Nel seno del cattolicismo sorgono tendenze modernistiche e democratiche come tentativo di comporre, nell’ambito religioso, i conflitti emergenti nella società moderna. La gerarchia ecclesiastica resiste e dissolve d’autorità la democrazia cristiana,  ma il suo prestigio e la sua forza si piegano dinanzi alle incoercibili necessità locali degli interessi intrecciatisi al mito religioso […] la sostanza del fenomeno, anche se attenuata e irrigidita nella sua spontaneità, permane tuttavia e opera fatalmente. I cattolici esplicano un’azione sociale sempre più vasta e profonda: organizzano masse proletarie, fondano cooperative, mutue, banche, giornali, si tuffano nella vita pratica, intrecciano necessariamente le loro attività all’attività dello stato laico e finiscono col far dipendere dalla fortuna di esso le fortune dei loro interessi particolari. Gli interessi e gli uomini trascinano con sé le ideologie: lo Stato assorbe il mito religioso, tende a farsene strumento di governo, atto a respingere gli assalti delle forze nuove, assolutamente laiche, organizzate dal socialismo.
 La guerra  [la Prima guerra mondiale, 1915-1918] ha accelerato questo processo d’intima dissoluzione del mito religioso e delle dottrine legittimiste proprie della gerarchia ecclesiastica romana  [….] Il mito religioso […] diventa partito politico definito […] si propone, conquistando il governo dello Stato, oltre la conservazione dei privilegi generali della classe, la conservazione dei privilegi particolari dei suoi aderenti.
 Il costituirsi dei cattolici in partito politico è il fatto più grande della storia italiana dopo il Risorgimento. I quadri della classe borghese si scompaginano: il dominio dello Stato verrà aspramente conteso, e non è da escludere che il partito cattolico, per la sua potente organizzazione nazionale accentrata in poche mani abili, riesca vittorioso nella concorrenza dei ceti liberali e conservatori laici della borghesia, corrotti, senza vincoli di disciplina ideale, senza unità nazionale, rumoroso vesapaio di basse congreghe e consorterie”.
  Qui sopra sono sintetizzati un modo di concepire l’azione politica dei cattolici come semplice esecuzione  delle disposizioni della dottrina sociale formulata dal Papi e dagli altri capi religiosi del clero e le obiezioni ad essa proposte da parte liberale e socialista.  Obiezioni che, sostanzialmente, sono state, successivamente, a partire dal 1944, riconosciute come fondate anche in religione.
 Una persona di fede oggi non solo non è più tenuta ad agire politicamente pensando di trovare ogni puntuale soluzione nella dottrina sociale della Chiesa, ma  nemmeno deve. Ogni linea politica va elaborata con autonoma responsabilità, ricercando  e  dialogando, i laici, in particolare, accrescendo la loro competenza e intelligenza dei problemi da risolvere. Il tutto alla luce  di quella particolare teologia che è contenuta nella dottrina sociale della Chiesa. Né si è più tenuti a prendere come riferimento ideale la politica medievale. Questi gli sviluppi prodottisi a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, prima nella cultura di impronta religiosa e poi nella dottrina sociale, in un processo di revisione  e  aggiornamento che possiamo vedere compreso tra il radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Eugenio Pacelli, la costituzione Gaudium et spes - La gioia e la speranza  e il decreto Apostolicam actuositatem  - L’apostolato [dei laici] del Concilio Vaticano 2°, l’enciclica Il centenario, del papa Karol Wojtyla, fino all’enciclica Laudato si’ del Papa ora regnante.
   A innescare questi sviluppi, negli anni 30, del secolo scorso fu, tra gli altri, il pensiero del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), che ebbe particolare importanza in Italia nella costruzione ideologica di un  partito cristiano,  che egemonizzò la politica italiana dal 1948 al 1994, l’era di quella che si usa oggi definire Prima repubblica.
  Mario Ardigò - Azione Cattolica  in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.