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Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce abitualmente il martedì alle 17 e anima la Messa domenicale delle 9.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 31 maggio 2016

Comunità e libertà religiosa

Comunità e libertà religiosa

 In un articolo pubblicato su La Repubblica  di ieri, che incollo qui di seguito, Alberto Melloni ha invocato una  legge sulla libertà religiosa. Non una  legge sulle religioni, ma sulla  libertà religiosa, una legge che, come ha scritto, “della libertà parli e della libertà si fidi”.
 E’ un tema ancora caldissimo. Nel 1947 fu raggiunto un precario equilibrio. Se all’art.8 venne proclamato il principio che le tutte  le confessioni religiose sono  egualmente  libere avanti alla legge, alla Chiesa cattolica fu riservato all’art.7 un trattamento d’eccezione. Essa infatti non è tenuta, come le altre confessioni religiose presenti nella Repubblica, a darsi un’organizzazione che non contrasti con l’ordinamento giuridico italiano. In particolare la Chiesa cattolica è rimasta, e per certi verso rimane ancora oggi, in tensione con i principi della democrazia di popolo che regolano l’esercizio del potere pubblico nella Repubblica. Poi c’è la questione dei finanziamenti pubblici alle religioni, che vede, anche qui, la Chiesa cattolica in posizione particolare. Ma fin qui si rimane nel campo delle norme  sulle  religioni, quindi sulle loro libertà come organizzazioni pubbliche, dotate di poteri pubblici, distinte da quelle dalla Repubblica.
  Una legge sulla libertà religiosa  dovrebbe  anche riguardare la libertà  nelle  religioni e dalle  religioni. Riguarderebbe quindi anche i loro effetti comunitari, per cui uno, per vivere religiosamente, si trova inglobato in collettività con regole e pretese.
 L’altro ieri in parrocchia abbiamo celebrato religiosamente l’aspetto comunitario della nostra fede ed evocato il suo vero fondamento. Non l’etnia, la tribù, l’ideologia, ma la convinzione religiosa che nella nostra comune umanità, per cui ci riconosciamo simili ma anche molto diversi gli uni dagli altri, si insinui il soprannaturale a vivificarla, espanderla, innalzarla, oltre ogni divisione. E tuttavia tra noi vi sono molte concezioni confliggenti su come si debba stare insieme. Alcune appaiono poco rispettose della libertà  delle persone e il tema della libertà, anzi  delle libertà, è uno dei più ostici in religione tra noi, perché in realtà sembra ancora tanto difficili vivere la libertà e sembra si sia sempre vivamente consigliati di rinunciarvi a favore della (supposta) virtù dell’obbedienza.
 In religione libertà  fa rima   con  confusione, discordia   e questo denota come si parla una lingua diversa da quella comune, in cui quella rima non c’è. Parlare di libertà  viene sospettato di  egoismo e si viene spinti a vivere la fede da gregge, rimanendo uniti  dietro un qualche pastore. La pretesa democratica di legittimare i propri capi e, prima ancora, di sceglierseli viene ancora sospettata di presunzione e di indisciplina.
 Secondo Melloni, invece, stimolare per legge la libertà nelle  religioni, in particolare favorendo immissioni di sapere che stimolino, consentendolo, il libero  dialogo innanzi tutto al loro interno, potrebbe far emergere la realtà di molti delitti a motivazione religiosa (circonvenzione di incapace, riduzione in schiavitù, istigazione all’odio razziale) e la loro insostenibilità ai tempi nostri pur in un’ottica di fede religiosa. I fidenti, secondo Melloni, potrebbero in tal modo, migliorando il loro modo di vivere comunitariamente la fede,  divenire con-sorti (condividere una medesima sorte umana) e produrre la sostanza morale si cui si nutre la società libera. Possiamo convincerci di un’idea come questa?
 In genere vedo prevalere tra noi la concezione di una religione-rifugio o di una religione-ritorno al passato, quel passato quando si era molto più diffidenti di oggi sul tema della libertà.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


domenica 29 maggio 2016

Domenica 29-5-16 – solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Letture della Messa e sintesi dell'omelia della Messa Vespertina – avvisi del parroco e di A.C.


Domenica  29-5-16 – solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo -  Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – – colore liturgico: bianco – salterio: proprio del Tempo -   Letture della Messa e sintesi dell'omelia della Messa vespertina– avvisi del parroco  e di  A.C.

  Osservazioni ambientali: temperatura  22° C; cielo nuvoloso.

 Alla Messa delle nove il gruppo di A.C. era nei banchi di sinistra, a fianco dell’altare, guardando l’abside.

 Al termine della Messa vespertina, oggi si terrà una processione intorno al complesso parrocchiale.

Pillola di Concilio
[dal Decreto L’apostolato sull’apostolato dei laici, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]

L'ambiente sociale
13. L'apostolato dell'ambiente sociale, cioè l'impegno nel permeare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della comunità in cui uno vive, è un compito e un obbligo talmente proprio dei laici, che nessun altro può mai debitamente compierlo al loro posto. In questo campo i laici possono esercitare l'apostolato del simile verso il simile. Qui completano la testimonianza della vita con la testimonianza della parola (25). Qui nel campo del lavoro, della professione, dello studio, dell'abitazione, del tempo libero o delle associazioni sono i più adatti ad aiutare i propri fratelli.
I laici adempiono tale missione della Chiesa nel mondo:
a) anzitutto nella coerenza della vita con la fede, mediante la quale diventano luce del mondo, e con la loro onestà in qualsiasi affare, con la quale attraggono tutti all'amore del vero e del bene, e in definitiva a Cristo e alla Chiesa;
b) con la carità fraterna, con cui diventano partecipi delle condizioni di vita, di lavoro, dei dolori e delle aspirazioni dei fratelli e dispongono a poco a poco il cuore di tutti alla salutare azione della grazia;
c) con la piena coscienza della propria responsabilità nell'edificazione della società, per cui si sforzano di svolgere la propria attività domestica, sociale, professionale con cristiana magnanimità. Così il loro modo d'agire penetra un po' alla volta l'ambiente di vita e di lavoro.
Questo apostolato deve abbracciare tutti quelli che vivono nel proprio raggio di azione e non escludere alcun bene spirituale o temporale realizzabile. Ma i veri apostoli non si accontentano soltanto di questa azione, bensì cercano di annunziare Cristo al prossimo anche con la parola. Molti uomini non possono udire il Vangelo e conoscere Cristo, se non per mezzo dei laici che stan loro vicino.

LETTURE BIBLICHE DELLA MESSA

Prima lettura
Dal libro della Genesi (Gen 14,18-20)
In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole:
 «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,
creatore del cielo e della terra,
e benedetto sia il Dio altissimo,
che ti ha messo in mano i tuoi nemici».
 E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.

Salmo responsoriale
Dal salmo 109


Ritornello:
Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.

Oracolo del Signore al mio signore:
«Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi». 
 
Lo scettro del tuo potere
stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici! 
 
A te il principato
nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato. 
 
Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek». 



Seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (Rm 11,23-26)

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».
 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

Sequenza (facoltativa)

[Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore,
con inni e cantici.
 
Impegna tutto il tuo fervore:
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.
 
Pane vivo, che dà vita:
questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.
 
Veramente fu donato
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.
 
Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena
sgorghi oggi dallo spirito.
 
Questa è la festa solenne
nella quale celebriamo
la prima sacra cena.
 
È il banchetto del nuovo Re,
nuova Pasqua, nuova legge;
e l'antico è giunto a termine.
 
Cede al nuovo il rito antico,
la realtà disperde l'ombra:
luce, non più tenebra.
 
Cristo lascia in sua memoria
ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo.
 
Obbedienti al suo comando,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salvezza.
 
È certezza a noi cristiani:
si trasforma il pane in carne,
si fa sangue il vino.
 
Tu non vedi, non comprendi,
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.
 
È un segno ciò che appare:
nasconde nel mistero
realtà sublimi.
 
Mangi carne, bevi sangue:
ma rimane Cristo intero
in ciascuna specie.
 
Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.
 
Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato.
 
Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
 
Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione
ben diverso è l'esito!
 
Quando spezzi il sacramento,
non temere, ma ricorda:
Cristo è tanto in ogni parte,
quanto nell'intero.
 
È diviso solo il segno
non si tocca la sostanza;
nulla è diminuito
della sua persona].
 
Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev'essere gettato.
 
Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell'agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.
 
Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nùtrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.
 
Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo,
nella gioia dei tuoi santi.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Gv Lc 9,11b-17)

 In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
 Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
 Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
 Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Sintesi dell’omelia della Messa vespertina

 Dopo la fine del Tempo di Pasqua, la liturgia colloca la solennità del Corpus Domini, del Corpo e Sangue del Signore, che riassume il senso della Pasqua. In questo giorno è prevista l’unica processione veramente obbligatoria, per significare che il Signore è tra noi, abita in mezzo a noi.
  La seconda lettura ci riporta nel Cenacolo  insieme a Gesù quando pronunciò le parole “Questo è il mio corpo che è per voi …. Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue”: il senso della Pasqua del Signore è nel donarsi per noi, nell’accettare la sofferenza per noi. Nel suo corpo è il nuovo sacrificio per la nostra salvezza, il suo sangue è quello della nuova alleanza. E’ da questo che è nata la Chiesa. L’Eucaristia è fonte e via della Chiesa, farmaco di immortalità. Di questo la Chiesa fa memoria attraverso i secoli. Il Corpo e il Sangue del Signore non sono quelli della sua umanità terrena, ma solo il Corpo e il Sangue del Risorto. Sono il fondamento di una nuova Creazione. Nel pane e nel vino è rappresentata la materia di questo mondo e il nostro lavoro, tutto ciò che siamo:  il Signore li assume e mediante essi ci nutre, ci sostiene, si unisce a noi e ci unisce. Le ostie di questa Messa sono state preparate dai detenuti del carcere di Opera, in provincia di Milano: rappresentano il loro lavoro e loro stessi. Il Signore verrà tra noi e ci nutrirà mediante quelle ostie.
  L’Eucaristica fa l’unità tra noi. In ogni Messa è celebrato l’unico sacrificio, quello del Signore e così crea la comunione tra noi. Non esistono Messe private: ogni Messa è messa dell’intera comunità. E nella Chiesa ogni autorità è servizio di comunione. Il Papa rappresenta la comunione tra tutti i vescovi del mondo, il vescovo quella tra i sacerdoti e il popolo della sua diocesi, il parroco quella tra i sacerdoti e il popolo della parrocchia. Partecipando all’Eucaristia noi rinnoviamo questa comunione e vi rimaniamo fedeli.
  Ci sono divisioni tra noi e forse, se guardiamo bene, sembra che ciò che ci divide, come la pensiamo su diversi argomenti, sia più di quello che ci unisce, ma quello che ci unisce è l’Eucaristia, è il Corpo e il Sangue del Signore Risorto: essa è più forte delle nostre divisioni e ci sorprende sempre
  Nel brano evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci viene spiegato che il Signore supera le nostre attese. Gesù benedisse quei pani e quei pesci che sembrava non potessero bastare per tutti e invece non solo bastarono per tutta una moltitudine di persone che si era radunata intorno a lui, ma addirittura ne avanzarono: ne avanzarono dodici ceste. Gli avanzi vennero portati via, è scritto. Fin dall’antichità la Chiesa ha inteso questo episodio nel senso che il pane avanzato dall’Eucaristia dovesse essere conservato, innanzi tutto per i malati e quelli che non avevano potuto partecipare, ma anche come segno della presenza tra noi del Signore Risorto.
 Durante la Messa il centro di tutto è sull’altare, dove si celebra il sacrificio del Signore; alla fine della Messa si sposta nel Tabernacolo, dove sono custodite le ostie consacrate. E stasera, dopo la Messa, porteremo in processione il Corpo del Signore per significare che il Signore è tra noi, conosce i nostri problemi e ci sostiene.


Sintesi di Mario Ardigò per come ha inteso le parole del celebrante

Avvisi del parroco:
- dal mese di maggio  le messe vespertine iniziano alle ore 19:00;
- Nel mese mariano il parroco raccomanda la recita del Santo Rosario. Ogni sera, alle 18:30, sarà recitato prima della Messa vespertina nella Chiesa parrocchiale;

Avvisi di A.C.
-martedì 31-5-16 chiuderemo il ciclo delle riunioni infrasettimanali del gruppo parrocchiale di AC alle 19:30, in pizzeria, da Ignazio  in via Val di Lanzo.
-  Le letture bibliche della Messa di Domenica 5-6-16, 10° del Tempo ordinario, saranno:
1Re 17,17-24; Sal 29; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17;


sabato 28 maggio 2016

Religione aperta: Aldo Capitini

Religione aperta

 [da: Aldo Capitini, Religione aperta, 1955, ripubblicato con revisioni nel1964, ripubblicato da Laterza nel 2011 nella versione del 1964, €20; si tratta di un testo accessibile a chi abbia una cultura corrispondente a quella che ci si aspetta da un diplomato delle scuole medie superiori]

 Quando incontro una persona, e anche un semplice animale, non posso ammettere che poi quell’essere vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma. Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto. E se guardo meglio, trovo anche altre ragioni per non accettare la realtà così com’è ora, perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare. E’ una realtà provvisoria, insufficiente, ed io mi apro ad una sua trasformazione profonda, ad una sua liberazione dal male nelle forme del peccato, del dolore, della  morte.
 Questa è l’apertura religiosa fondamentale, e così alle persone, agli esseri che incontro, resto unito intimamente per sempre qualunque cosa loro accada, in una compresenza intima, di cui fanno parte anche i morti; i quali non sono né finiti né stanno a fare cose diverse da noi, ma sono uniti a noi, cooperanti, a fare il bene, i valori che facciamo, e che nessuno può vantarsi di fare da sé. Così anche chi è, per ora, sfinito, pallido, infermo, e pare che non faccia nulla di importante; anche chi è sfortunato, pazzo (per ora), è una presenza e un aiuto a tutti.
 La religione è semplicemente un insieme di pensiero e di azione, di principi e di atti (che possono accrescersi e variare) allo scopo di preparare e formare in noi l’apertura religiosa. Ma ciò che conta non è di avere sempre la religione, ma che venga una realtà liberata che comprenda tutti; e perciò incontriamo ogni persona, ogni essere, senza l’apprensione che possa finire, e con la gioia di essere in seguito sempre più uniti e cooperanti, verso delle realtà aperte che non possiamo descrivere.
****************************************************

 Scrive Mario Martini, nell’Introduzione  a Religione aperta  pubblicato da Laterza:
“Nel 1955 Capitini pubblica Religione aperta:  nel febbraio successivo  la Suprema Sacra Congregatio Sancti Officii condanna il volume e ne ordina l’iscrizione nell’Indice dei libri proibiti, con un decreto che esce nel giorno della stipula del Patti Lateranensi, coincidenza che Capitini non manca di sottolineare. Nel 1958 ebbero luogo i due famosi processi che videro coinvolti i coniugi Bellandi di Prato, rei di aver contratto solo il matrimonio civile e per questo bollati pubblicamente dal vescovo di quella città come peccatori; il vescovo, querelato e condannato in primo grado, fu assolto in appello, e furono condannati i Bellandi per avere - così si espresse la Corte - «sprezzantemente ripudiato il sacramento del matrimonio». In seguito a questo episodio, Capitini scrisse all’arcivescovo di Perugia chiedendo di essere cassato dall’elenco dei battezzati: il gesto che avrà una certa risonanza e repliche, è preceduto e seguito da due scritti caratteristici del nostro: Discuto la religione di Pio XII  e Battezzati non credenti.”
 Per la biografia di Aldo Capitini rimando alla pagina del portale Treccani:
http://www.treccani.it/enciclopedia/aldo-capitini_%28Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Filosofia%29/
Sul caso giudiziario Bellandi segnalo dall'archivio di Repubblica:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/03/03/il-matrimonio-del-diavolo.html

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


venerdì 27 maggio 2016

Il partito - Chiesa

Il partito - Chiesa

  Sotto un certo punto di vista le nostre collettività religiose nazionali, nel complesso, sono l’unico partito politico  solido, con una struttura e un’ideologia definite, con un personale proprio stipendiato, con centri di formazione culturale e operativa di alto livello, con sezioni  locali disposte capillarmente sul territorio, con un numero consistente di membri eletti in organi di rappresentanza politica, con fonti di finanziamento pubblico in costante espansione, che è rimasto in un contesto di partiti politici  liquidi, evanescenti, basati su strategie mediatiche di comunicazione e fascinazione di massa, centrati prevalentemente su certe figure personali di capi, sempre a corto di quattrini, senza più luoghi di formazione alla politica, senza ideologia propria. La natura di partito politico di un'organizzazione dipende dall’azione collettiva svolta in società e noi in religione la svolgiamo certamente: cerchiamo ad esempio di promuovere l’approvazione di certe leggi e contestiamo quella di altre, siamo stati sostanzialmente parte di coalizioni di governo, cerchiamo di orientare gli elettori al momento debito, prendiamo posizione sul prossimo referendum costituzionale, abbiamo promosso e ci proponiamo di proporre referendum. Da quando non c’è più la mediazione di un partito cristiano, quali furono prima e a lungo la Democrazia Cristiana e poi, in misura minore e per un tempo molto più breve, il Partito Popolare e il CCD, agiamo in presa diretta, come collettività e istituzioni religiose. Di questa realtà, in passato, si riteneva fosse sconveniente parlare in termini espliciti. Ora non più. Bergoglio ha detto francamente che è un dovere religioso immischiarsi  in politica. Ma ha semplicemente reso esplicita una situazione già da tempo in atto. La nostra gerarchia del clero, in particolare in persona dei papi, è stata dalla metà del primo millennio della nostra era uno degli attori politici più importanti in Italia. La democrazia non si è potuta affermare veramente da noi fino a che essa non ha dato il via libera, nel secondo dopoguerra, e, anche allora, attraverso il partito cristiano ne è stata sostanzialmente arbitra.  Dopo la fine di quel partito ha continuato a svolgere un ruolo importantissimo, tanto che un intervento del presidente dei vescovi italiani, a fine 2011, ha addirittura segnato la fine di un ciclo politico che durava dal 1994. Si è parlato, a quel proposito, di un governo terminato per decreto di un arcivescovo. E si è segnalato che se una coalizione di governo era caduta per decreto di un arcivescovo, ciò poteva essere interpretato nel senso che il partito  dell’arcivescovo ne facesse parte.
  Nonostante questa realtà, nelle nostre parrocchie in genere si discute pochissimo,  o per nulla, di politica. La si respira nell’aria, però. Arriva per vie di pronunce dei nostri capi religiosi. Ma le scelte politiche appaiono, vengono presentate, come conseguenze necessarie  di una certa teologia, per cui potrebbero quasi essere dedotte razionalmente dai testi sacri. Il dialogo viene confuso con le  discussioni e queste ultime con la confusione. Inoltre si ritiene sconveniente discutere  su pronunce dei nostri capi religiosi. C’è qualcuno che se la sente veramente di discutere  di un’enciclica? Al più si cerca di capirla, e non sempre può essere facile farlo per il gergo teologico in cui è scritta, e poi ci si propone di metterla in pratica. Su questo punto la teologia del Bergoglio ha portato delle novità. Proprio per il ruolo più attivo che ci si aspetta dai laici in questi campi. Ma esso richiede una formazione. Non si tratta di formare delle élite, un corpo qualificato di capi, ma di fare istruzione popolare. Le élite tra noi già ci sono e, in fondo, stanno deve devono, vale a dire ai vertici della società. L’immagine delle nostre collettività come di gente esclusa o emarginata dal potere è veramente irrealistica. Il problema riguarda le altre persone, che ora sono considerate un po’ solo come massa di manovra  nei grandi eventi organizzati dalla nostra gerarchia del clero, persone a cui si insegna che fare e che dire, in piazza o alle urne. Occorre ricostituire e diffondere una cultura popolare della politica in modo che questo popolo sovrano possa esserlo veramente, in modo da elevare la gente alla sovranità. Ma che ne sarà, così, della sovranità  della Chiesa, vale a dire dei nostri capi religiosi, di cui si parla anche nella nostra Costituzione, all’art.7. Un bel problema. Una  Chiesa può essere sovrana  in un regime di democrazia di popolo? E in che cosa si può esprimere questa sovranità senza recare una grave lesione all’organizzazione politica democratica?  C’è chi ha visto in quella norma costituzionale una stonatura, tanto che è tra le poche in cui si parla di Stato, invece che di Repubblica (“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”). Fu il risultato di un compromesso. Ci guadagnammo l’appoggio dei papi alla democrazia italiana, che non era scontato dati i precedenti. Ma qualcosa si perse, sicuramente.
  Non è un problema, in democrazia, l’azione politica ispirata dalla fede. Lo è quando la si sviluppa prevalentemente per obbedienza e non per convinzione basata su un dialogo. Quando, insomma, vi è una carenza di cultura politica democratica. Essa, del resto, è un problema comune in Italia, I cattolici democratici hanno storicamente considerato riforma in senso democratico dello stato e della società e riforma della Chiesa come strettamente collegate, proprio per il ruolo politico svolto dalla Chiesa in Italia, in particolare agli albori dei processi democratici.
 Il problema è quando una Chiesa si organizza e agisce come un (uno e uno solo) partito politico e non come sede del dialogo, alla luce della fede, fra diverse scelte politiche. I più giovani non ne hanno fatto esperienza diretta, si tratta di cose che forse hanno letto sui libri di storia, ma il pluralismo in politica è stata una difficile conquista culturale nelle nostre collettività di fede. Esso però non è mai entrato nelle nostre parrocchie, nelle quali in genere si è preferito evitare discussioni e lasciare fuori  la politica. Ora però i fedeli sono spinti ad immischiarsi  in politica, ma mancano di centri di orientamento  democratico alla luce della loro fede, se non a livello universitario, nelle università religiose, ambienti che però sono inaccessibili ai più. E il manualetto del Compendio della dottrina sociale, per quanto molto utile ad una prima presa di contatto con questi problemi, non basta.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 26 maggio 2016

Competenza come esercizio di fede

Competenza come esercizio di fede

  Negli anni ’30, con la fondazione del Movimento dei laureati cattolici nell’ambito dell’Azione Cattolica, si pensò a una via della fede che passasse per il miglioramento della competenza professionale e si manifestasse come tale nella società. L’idea venne a Giovanni Battista Montini, sulla base dell’esperienza da lui fatta tra gli universitari cattolici della FUCI. Era un’esperienza specificamente laicale, anche se comportava il costante contatto con un clero colto, e quindi con la sua teologia, la disciplina che all’epoca, ma anche oggi, costituiva la parte principale della sua cultura. In Italia si viveva l’epoca della quasi totale compromissione dei cattolici con il regime fascista, il quale stava profondamente rimodellando secondo i suoi principi la società italiana. In quel clima, negli ambienti degli universitari cattolici, si formò una buona parte della classe dirigente politica del futuro dopoguerra, quella che progettò e attuò la nuova democrazia di popolo nella quale ancora viviamo. Il discorso partì dalla critica dell’idea che la cultura fosse solo fattore di divisione e che si potessero solo trovare accordi precari su questioni di interesse, concludendo accordi contrattuali.
 Nel libretto “Coscienza universitaria”, del 1930, Montini stigmatizza questo ragionamento che sentiva fare all’epoca:
“E’ questione di principi: ciascuno ha i suoi; è impossibile andare d’accordo sui principi. Ciascuno conserva le sue idee. Piuttosto possiamo andare d’accordo per via di fatto; non in teoria, ma in pratica; nel campo degli affari. Questi sì, sono di tutti, perché non sono opinioni”.
 Per il Montini, invece, è proprio sui principi che poteva avvenire l’accordo, per “vincere i dissidi  inevitabili nella pratica, e di tollerare, anzi di promuovere  le libere esplicazioni esteriori”. “E’ così” - scriveva in quel testo - “che avere un pensiero, una dottrina, un’ideologia non è ostacolo alle formazioni collettive, ma diventa una necessità, e costituisce allo stesso tempo la garanzia più stabile degli organismi sociali e la semplificazione più benefica e liberatrice delle pesantezze burocratiche e autoritarie. E’ così che viene creandosi nel desiderio universale, e formulandosi nel sapere dei maestri un concetto uniforme  della vita umana, della civiltà, del mondo, e di conseguenza le finalità dell’operare umano cessano di essere contraddittorie ed avversarie, e che il faticato travaglio dei popoli evita la disillusione e la decadenza finale del progresso troppo maturo e cosciente”.
  Secondo Montini, è  perché, nella fede,  “crediamo al fondamento oggettivo della verità che abbiamo fiducia d’incontrare in essa, come in un punto unico di riferimento, le menti che vanno cercandola o che l’hanno trovata”.
  “Dialogare sui principi per trovare unità di pensiero e di azione”, questa la via proposta in un’epoca in cui, invece, l’unità veniva ricercata mediante la sottomissione acritica ad un capo  politico assoluto.
 Occorreva però uno sforzo, un impegno, per “vincere tutte le indolenze, i dilettantismi, gli estetismi” per “riprendere fiducia nella scienza, nella competenza, nella elaborazione dura, lenta, riflessiva dei materiali della cultura”.
 Bisogna considerare che a quei tempi in religione si diffidava profondamente della cultura diversa da quella della teologia ortodossa. Si veniva dalla persecuzione anti-modernista di inizio secolo. I modernisti proponevano di aggiornare per via di ragionamento e dialogo la teologia cattolica. Uno dei campi di riflessione era quello della  conciliazione  tra fede e democrazia. Sotto il regime mussoliniano, il nostro sovrano religioso dell’epoca preferì, in Italia, un altro tipo di conciliazione, sacrificando la democrazia. E il discutere di democrazia, che all’epoca era addirittura un reato per gli italiani, venne a lungo sospettato di eresia.
  La situazione dei tempi nostri è molto diversa da quella dell’Italia degli anni ’30. Ma il fascismo storico ha lasciato un’impronta profonda nel nostro popolo di fede, anche se i più non ne hanno consapevolezza. Si produsse una intensa contaminazione culturale tra fede e ideologia politica. E’ qualcosa che si è trasmessa di genitori in figli, si tratta di stili di vita. Idee tipicamente fasciste, come quelle della necessità di gerarchie sociali rigide in ogni ambiente sociale, a partire da quello familiare, sono ampiamente diffuse e praticate. O come quella di un ordine sociale presidiato nel popolo da un’unica fede, sulla quale non si deve discutere, ma solo obbedire. Tutte le volte che si fa del credere  un semplice obbedire, ci si richiama, in genere senza capirlo bene, all’ideologia fascista.
  E di questi tempi, di fronte ai problemi causati dalle intense migrazioni dall’Asia e dall’Africa, certi atteggiamenti fascisti secondo i quali l’Italia è portatrice di una civiltà superiore che va imposta agli altri popoli si fanno sentire potentemente.
  Di solito la formazione religiosa non si occupa di quei problemi: è ridotta all’essenziale. I giovani, allora, non vi trovano quello che veramente serve loro in società. E finiscono per abbandonare la fede, come ad un certo punto abbandonano altre fantasie infantili e i loro giochi di bimbi. La recuperano, talvolta, in una versione  fascistizzata, come ideologia di discriminazione sociale.
  Negli anni ’30 la formazione scolastica della gente italiana era incomparabilmente inferiore a quella di oggi: la gran parte della popolazione era semi-analfabeta. La nuova democrazia italiana fu consolidata anche per via di istruzione.
 Ai tempi nostri è possibile a tutti estendere la proposta che Montini fece agli universitari degli anni 30. Una formazione insieme civile e religiosa basata sul tirocinio al dialogo e sull’impegno ad approfondire le questioni.  E’ cosa che riguarda anche l’esercizio  del potere, che in democrazia è diffuso. L’obbedienza, in democrazia, non è un virtù, ma la più subdola delle tentazioni, come scrisse Lorenzo Milani. Lui educava i suoi ragazzi, figli di poveri montanari, all’esercizio consapevole della democrazia e lo faceva da maestro di fede. Inizialmente osteggiato dalle autorità religiose, come purtroppo  è accaduto alla quasi totalità degli innovatori nella nostra confessione, la sua scuola  è divenuta poi un modello, anche in religione. Oggi però non ci sono abbastanza preti per sostenerla: occorre valersi della collaborazione dei laici. Ma quanti sono preparati per una cosa del genere? Nella catechesi per gli adulti, in particolare, vedo riproposti superficialmente dai laici modelli autoritari di impronta clericale. Ma i catechisti non hanno in genere la preparazione dei preti. E’ possibile, poi, utilizzare stili catechistici per insegnare dottrina sociale e quindi anche l’impegno politico? Direi che è assolutamente sconsigliato. Se si agisce in democrazia, bisogna innanzi tutto fare tirocinio di democrazia. Altrimenti si va a cercare sempre qualcuno a cui  obbedire  e tutto presto degenera.
  I nostri giovani devono inserirsi e lavorare in un contesto democratico. Se insegniamo a diffidarne, ci lasceranno, perché i nostri discorsi di fede appariranno loro inutili. Un giovane non ha tempo da perdere. Forse qualcuno ritornerà, ma allora, sotto certi punti di vista, ci apparirà come irriconoscibile. Bisognava non perderlo, prima.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 25 maggio 2016

Progetti

Progetti

  Sono passati alcuni mesi dall’inizio del nuovo corso della parrocchia e cose nuove se ne vedono. La chiesa parrocchiale ha nuovi colori. Abbiamo avuto tre turni di prime Comunioni, invece di quello unico dell’anno scorso. Ma c’è ancora molto da fare. E non si tratta di cose da poco. Occorre programmare una diversa impostazione culturale delle attività, e con cultura  intendo innanzi tutto gli stili di vita e di relazioni personali. Bisogna passare dalla clausura  all’apertura. Dall’autoritarismo  al dialogo. E, soprattutto, fare spazio ai giovani del quartiere, a prescindere dalla loro stirpe. La nostra fede non è un fatto tribale, di sangue. Però lo diviene se i giovani che  rimangono, quelli che si espongono alla formazione religiosa di secondo livello sono solo i figli nostri, vale a dire i figli dei più assidui.
   Si osserva che gli adolescenti ci sfuggono. La prima osservazione da fare è che probabilmente c’è qualcosa di sbagliato in ciò che proponiamo loro. Questo comporterebbe però un’autocritica. E chi comanda in religione, clero e laici, in genere è poco disposto a farla. Del resto si prende esempio dall’alto. Così l’emorragia di giovani finisce per essere considerato un fatto naturale, come le piogge in primavera e in autunno. Si aspetta che il ciclo si compia e che la gente torni, ad un certo punto: nell’estate della vita, quando le capita di volere farsi una famiglia e ha bisogno di aiuto in questo, o nell’autunno, da più anziani. Ma così qualcosa si perde. Certe esperienze vanno fatte a tempo debito, e se non le si fa in quel momento non si radicano o si radicano male. A quel punto la religione può diventare una sorta di sortilegio, nell’attesa di miracolose svolte nella propria vita, o di supporto etico, la ciliegina sulla torta di una vita costruita su altri presupposti.
  E se cominciassimo a pensare che gli adolescenti fuggono perché non diamo loro quello di cui sentono il bisogno, per  natura?
    Gli anziani pensano che i più giovani puntino al divertimento facile, all’ebrezza, in tutti i sensi. Ma è una valutazione superficiale. Il lavoro dei giovani è quello di sempre: crescere, integrarsi nella società, trovare un posto, fare una famiglia. Non possono essere attratti da una proposta che li vuole fare entrare in clausura. Da un mondo che si separa dalla società intorno, che non conosce e che, soprattutto, non vuole conoscere. Che vive una fede reclusa in fantasie bibliche, invece che nella tanto sbandierata e poco praticata Parola.  Se fede e vita si separano, la vita fugge.
  Ci sono tanti bei progetti in corso in parrocchia.
  Quello che mi pare tra i più urgenti è la riforma della formazione religiosa e civile di secondo livello, per la Cresima e il post-Cresima. Occorre cambiare completamente la sua impostazione.  Occorrono nuovi animatori, un nuovo nucleo di induzione. Gente che non sia oltre i trent’anni e che non abbia partiti presi ideologici. Bisogna puntare a che, presto, quanto prima possibile, la formazione dei più giovani divenga anche auto-formazione, un po’ secondo il metodo scout inventato da Baden-Powell. L’etica deve avere un suo posto, perché lo ha nella vita degli umani, ma occorre dismettere ossessioni impraticabili di polizia sessuale. Certe cose vanno lasciate alla coscienza personale e al rapporto sacramentale con il sacerdote.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli