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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 18 novembre 2017

Ancora di politica internazionale

Ancora di politica internazionale








Fin da quando le mie figlie facevano le medie, sotto l’ombrellone, al lago, le facevo giocare passando in rassegna tutto il mondo e cercando di ricordare a che punto si era in ciascuna nazione. Che stanno facendo i cinesi? E in Thailandia come va? E la guerra in Afghanistan? Come vanno le cose tra Argentina e Cile? E via dicendo. Fin da allora avevano tra le mani il Calendario Atlante De Agostini, un libretto tascabile con tutto il mondo dentro, le cartine geografiche, i fusi orari, le bandiere. Qui sopra potete vederne alcune pagine. Potete rendervi conto di quanto sia grande la Russia, a confronto degli stati dell’Unione Europea e di quanto sia piccola la nostra Italia, che sull’intero mappamondo è una virgoletta nel blu del mar Mediterraneo. L’essere in mezzo al mare ci dà, qui a Roma, dei cieli formidabili, amati dai pittori di tutti i tempi. A San Pietroburgo, in Russia, ad esempio, non ci sono, nonostante che la città si sul mare, il Baltico. Il Mediterraneo, con la sua straordinaria luce, è molto lontano.
  E vedete la Città del Vaticano, nella cartina del Calendario, qui sopra? E’ una città fortificata, cinta da poderose mura. E’ aperta solo su piazza San Pietro, con quel bellissimo colonnato che sembra voler abbracciare le moltitudini. Chiusura e apertura: ogni dramma della nostra religione si è consumata tra questi atteggiamenti, che sono stati sempre compresenti. Il potere delle chiavi: simboli di quello papale nello stemma pontificio. Si apre e si chiude. Vedete? Le chiavi ci sono anche nello stemma di papa Francesco.
  Tutti dovrebbero avere tra le mani, prima di parlare del mondo, qualcosa come il Calendario Atlante De Agostini, se non proprio quello. Ma in particolare dovrebbero averlo quelli che vogliono dedicarsi alla politica. Questo li salverebbe da molte brutte figure.
  Un Presidente statunitense può permettersi di avere una visione approssimativa del mondo, anche se sarebbe sicuramente preferibili che ne sapesse di più. Basta che poi, al dunque, quando si tratta di qualcosa di diverso dalla campagna elettorale, lasci fare alle persone competenti. In visita all’estero dovrebbe sempre essere accompagnato da funzionari suggeritori, e così effettivamente accade. Ma quando si è, o si ritiene di essere, il centro del mondo, in fondo ci si può concentrare su ciò che è più vicino, sugli affari domestici. Non può essere così per l’Italia, che è un piccolo Paese periferico in tutti i sensi, e anche culturalmente lo sta diventando sempre di più. Ma soprattutto, per noi, non può essere così perché la nostra realtà è molto diversa da quella americana. In America si parlano, da costa a costa  e dall’ oceano Artico all’Antartico al  grosso modo quattro lingue: anglo-americano, spagnolo, portoghese, francese. In Europa, invece, circa una trentina, ma in un territorio molto più piccolo. Basta un’ora di area per trovarsi in un altro mondo: negli Stati Uniti si passa al più da un fuso orario ad un altro. Ogni lingua europea corrisponde a una cultura e, in genere, anche ad uno stato. Il nostro benessere è sempre dipeso dalle nostre relazioni con gli stati intorno, ora in particolare che l’Italia è integrata politicamente nell’Unione Europea.
  Il momento in cui, di solito, ci si informa su come si vive e che si pensa negli altri stati è quando si va in viaggio all’estero. Una cosa però è andarci come turisti, altra è andarci come politico o addirittura come esponente istituzionale. Perché alla curiosità di chi viaggia corrisponde quella di chi riceve l’ospite. Anche dove si va vorrebbero saperne di più su chi arriva e sul Paese da cui arriva. Ecco che, in questo caso, è ancora più  importante tenere sempre in tasca qualcosa come il Calendario Atlante De Agostini. Ma non sarebbe male aggiornarsi anche aggiornarsi in modo un po’ più approfondito sulla nazione dove si va e sulle nostre relazioni con essa.
 Gli Stati Uniti d’America, a esempio. Sono di solito una delle mete obbligate per i nostri politici emergenti. Essi sono molto di più del loro governo federale: in un certo senso sono proprio un intero mondo, che è al centro - culturale, economico, politico - di tutto il mondo. Ma la politica federale, quindi l’atteggiamento che ad esempio hanno verso l’Europa e l’Italia, è data dalla linea del governo federale, oggi diretto dal presidente Donald Trump. Questa linea è riassumibile in poche parole. disgregare accordi e unioni politiche per fare in modo che gli Stati Uniti d’America in confronti sempre bilaterali siano sempre il “pesce grosso” in un mondo in cui ll pesce grosso mangia il pesce piccolo. Quindi Trump si mostra insofferente verso l’Unione Europa, come lo fu il suo predecessore George H.W. Bush a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 verso l’Unione Sovietica in crisi. Il nostro interesse nazionale è invece, al contrario, quello di farsi forza presentandosi come parte integrante e determinante, vale a dire decidente, di un altro pesce grosso, l’Unione Europea. Ed è impressionante constatare, invece, che i nostri politici in visita negli Stati Uniti quasi mai sappiano (o vogliano?) farlo.
  La politica del governo statunitense appare fortemente aggressiva verso le nazioni del mondo che non assecondano gli interessi economici statunitensi. Ma gli Stati Uniti d’America possono permetterselo:  dispongono infatti ancora della più potente forza militare del mondo, organizzata in modo da poter condurre più guerre contemporaneamente in fronti lontani. Il bilancio federale statunitense è sempre in passivo, vale a dire che le uscite superano le entrate, in particolare a causa delle spese per mantenere le forze armate e per procurare loro nuovi armamenti e, da ultimo, per sostenere l’economia mediante nuovo debito pubblico. Attualmente il debito pubblico statunitense ha superato la ricchezza prodotta in un anno (105%). Accade anche in Italia, ma la ricchezza prodotta negli Stati Uniti è molto superiore e quindi anche l’entità del debito pubblico (19.200 miliardi di dollari a fonte del debito pubblico italiano di 2.229 miliardi di euro - cambio: 1€=1,18$) La situazione è destinata ad aggravarsi perché il presidente statunitense Trump segue lo slogan “Meno tasse!” dei suoi predecessori repubblicani, fin dalla presidenza di Ronald Reagan degli anni ’80, quindi ha l’orientamento di ridurre le entrate pubbliche. La politica federale è, sostanzialmente,  quella di arricchire i ricchi e di sottrarre risorse ai meno ricchi, riducendo, in particolare, i programmi di assistenza sociale per i più poveri. In questo modo, sostengono i suoi consulenti, la ricchezza si dovrebbe poi diffondere anche ai meno ricchi, attraverso le spese dei più ricchi. Fatto sta che gli analisti economici sono concordi nel rilevare uno stratosferico aumento delle diseguaglianza sociali. E’ ciò che ci si aspetta da una politica che arricchisce i più ricchi (e Trump appartiene a questa classe). Questa politica non solo non va bene per l’Italia, perché la nostra economia è stagnante, e incentivando i più ricchi si produrrebbe solo la dispersione della ricchezza all’estero, dove gli investimenti rendono di più, ma ci è anche vietata ora da una norma costituzionale, quella contenuta nell’art.81 della Costituzione, che ci obbliga ad assicurare un equilibrio tra le entrate e le spese di bilancio, naturalmente tenendo conto delle varie fasi del ciclo economico. Ma ci è vietata, dall’art. 11 della Costituzione anche l’aggressività verso gli altri stati del mondo. Si tratta, vale la pena ricordarlo, di politiche che sono in rotta di collisione con i princìpi dell’attuale dottrina sociale.
 Una politica aggressiva condotta da una nazione militarmente molto potente condurrà fatalmente alla guerra, da qualche parte. E’ quello che temono gli stessi parlamentari statunitensi del partito che ha patrocinato l’elezione del presidente Trump. Nelle guerre statunitensi potremmo rimanere coinvolti per gli obblighi che ci derivano dal trattato NATO. Ci è già accaduto in Afghanistan. Ciò considerato, un politico italiano che avesse modo di avere incontri con politici e governanti statunitensi non farebbe male a sensibilizzare i suoi interlocutori su questi temi, cercando di contenere e scoraggiare l’aggressività di quelle politiche. Argomenti molto validi potrebbe trarne proprio dall’attuale dottrina sociale e quando dico attuale  mi riferisco a quella diffusa a partire dal Concilio Vaticano 2°, quindi dagli scorsi anni ’60. Chi vi facesse riferimento, anche senza sapere molto altro che quello che può si può leggere nel Calendario Atlante De Agostini, farebbe sicuramente una buona figura, se non altro la figura di una persona colta e virtuosa. E’ così che i nostri maestri religiosi vorrebbero chi si occupa di politica, intendendo chi si occupa più da vicino di affari politici ma, in definitiva, tutti noi cittadini.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

venerdì 17 novembre 2017

Sintesi dei temi politici dell’enciclica Laudato si’ - 1 -

Sintesi dei temi politici dell’enciclica Laudato si’  - 1 -

  Inizio con questo intervento a elaborare una sintesi dei temi politici contenuti nell’enciclica di papa Francesco Laudato si’, del 2015. Ne potete trovare il testo integrale sul WEB a questo indirizzo:
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html
   Questo può servire a individuare più facilmente le proposte politiche che vanno in direzione opposta. Ciò può segnalare una insofferenza o addirittura un’ostilità per la dottrina sociale della Chiesa e per la Chiesa stessa e la sua azione nel mondo, ad esempio quando si propongono politiche di respingimento, discriminazione, esclusione,  le quali in religione vengono considerate gravi peccati sociali e individuali. Con molta disinvoltura vengono invece proposte anche ai fedeli e talvolta sembrano trovare consenso.
  L’idea dell’intera umanità come una sola famiglia appare come inderogabile principio della dottrina sociale. E’ contenuta infatti, tra l’altro, in una Costituzione dogmatica, la Luce per le genti - Lumen gentium del Concilio Vaticano 2° (1962-1965):

«L'unico popolo di Dio è universale
13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52). A questo scopo Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio di tutte le cose (cfr. Eb 1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio. Per questo infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli i credenti è principio di associazione e di unità, nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr. At 2,42).
  In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così « chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra ». Siccome dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is 60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell'unità dello Spirito di lui.
  In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell'unità. Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di funzioni diverse. Poiché fra i suoi membri c'è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli. Così pure esistono legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità, tutela le varietà legittime e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudichi l'unità, ma piuttosto la serva. E infine ne derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici e le risorse materiali. I membri del popolo di Dio sono chiamati infatti a condividere i beni e anche alle singole Chiese si applicano le parole dell'Apostolo: « Da bravi amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno di voi metta a servizio degli altri il dono che ha ricevuto» (1 Pt 4,10).
 Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza.»

Temi dall’enciclica Laudato si’

Ambiente ed ecosistemi
 La cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione.
 E’ necessario investire molto di più nella ricerca, per comprendere meglio il comportamento degli ecosistemi e analizzare adeguatamente le diverse variabili di impatto di qualsiasi modifica importante dell’ambiente. Poiché tutte le creature sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri.
 L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale.
 Si pretende così di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo

Città
 La smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura.


Clima
  Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti. Esso, a livello globale, è un sistema complesso in relazione con molte condizioni essenziali per la vita umana. Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico.
  Non mascherare i problemi o nascondere i sintomi dei cambiamenti climatici causati dagli attuali modelli di produzione e consumo, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici.
 i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia.
 Cresce un’ecologia superficiale o apparente che consolida un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità. Come spesso accade in epoche di profonde crisi, che richiedono decisioni coraggiose, siamo tentati di pensare che quanto sta succedendo non è certo. Se guardiamo in modo superficiale, al di là di alcuni segni visibili di inquinamento e di degrado, sembra che le cose non siano tanto gravi e che il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali. Questo comportamento evasivo ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo.


Coscienza politica
  Spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice. tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Ciò aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Si pretende di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo

Economia politica
 Le risorse della terra vengono depredate a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato. L’intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia. La cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione.
 L’’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. 

Guerra
E’ prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa alle armi nucleari e a quelle biologiche. Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo, e i disegni politici spesso non hanno ampiezza di vedute.

Proprietà privata e impresa 
  Ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale». La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata.


Umanità
Unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale.
L’inequità (=diseguaglianza ingiusta) non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali.
 Il debito estero dei Paesi poveri si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico. In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro futuro. La terra dei poveri del Sud è ricca e poco inquinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commerciali e di proprietà strutturalmente perverso. E’ necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile.
 i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta.
 Degna di nota è la debolezza della reazione politica internazionale. La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti.
Le creature di questo mondo non possono essere considerate un bene senza proprietario: «Sono tue, Signore, amante della vita» (Sap 11,26). Questo induce alla convinzione che, essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile.
 Quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nessuno è escluso da tale fraternità.
  Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli









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giovedì 16 novembre 2017

Ancora di politica internazionale

Ancora di politica internazionale

dal WEB. 11 settembre 1973: il presidente cileno Salvator Allende durante l'attacco militare di forze ribelli al palazzo presidenziale. Poco dopo morirà e quelli della sua scorta saranno fatti prigionieri, torturati crudelmente e assassinati


  Osservare i nostri politici quando vanno in visita ufficiale all’estero ci può dare molti buoni argomenti per valutarli. Girano, parlano e sono seguiti dai giornalisti che riportano tutto sotto diversi punti di vista e, a volte, sono anche ammessi a intervistarli. Ci si può fare un’idea di quello che sanno e sanno fare e dei risultati che potrebbero avere in futuro, in particolare conquistando posti più importanti, ad esempio in un governo.
  Lo scorso autunno l’allora Presidente del Consiglio dei ministri andò in visita negli Stati Uniti d’America, che erano in campagna elettorale per le presidenziali, e incontrò il Presidente in carica, che a poco sarebbe stato sostituito avendo esaurito l'ultimo suo mandato possibile, dopo otto anni di governo. Ne ottenne dichiarazioni di apprezzamento che ricambiò. Violò quindi una delle buone pratiche di politica internazionale, vale a dire quella che sconsiglia di appoggiare apertamente una delle fazioni in campo in una campagna elettorale di un altro stato. Come andranno quelle elezioni? Chi può dirlo, in un'autentica democrazia come quella statunitense? Le elezioni presidenziali statunitensi di allora sorpresero molti. Con che spirito l’attuale Presidente statunitense affronterà le questioni italiane sapendo che siamo governati da gente di una parte politica che gli si è mostrata ostile?
  Chi ha memoria storica sa che gli Stati Uniti d’America si fanno lecito di intervenire molto incisivamente negli affari interni degli altri stati. E’ successo in modo eclatante nelle questioni russe, nel corso della rivoluzione del 1991, quando l’amministrazione statunitense di George Herbert Walker Bush, il padre (per distinguerlo dal figlio George Walker Bush che fu presidente federale dal 2001 al 2009), appoggiò apertamente la politica e l’ascesa al ruolo di presidente della Repubblica Russa, dichiaratasi indipendente nel 1990, e poi della Federazione Russa dal 1992, del politico russo Boris Eltsin, all’epoca presidente del Parlamento Russo. La politica del Governo federale statunitense mirava a quei tempi  a favorire la disgregazione dell’Unione sovietica, la fine del regime comunista che la dominava dal 1917 e quella dei regimi comunisti da essa patrocinati in altri stati dell’Europa occidentale e in altre parti del mondo.
 Un altro caso in cui gli Stati Uniti d’America influirono pesantemente nell’assetto politico di un altro stato fu tra il 1972 e l’11 settembre 1973, con l’azione per favorire il rovesciamento del governo socialista del presidente cileno Salvador Allende, eletto nel corso di elezioni democratiche tenutesi nel settembre 1970. Gli storici  sono concordi nel ritenere che in quei fatti operò spregiudicatamente la statunitense C.I.A, l’agenzia federale di  intelligence  dei fatti del mondo (raccolta e studio di informazioni per comprendere fatti sociali al fine di incidervi) la quale  ha una potente componente operativa, in grado di scatenare  e condurre vere e proprie guerre.
 Ma si potrebbe continuare a lungo e, continuando, si potrebbe rilevare con una certa sicurezza che anche fatti italiani sono giunti storicamente all’attenzione di quell’intelligence  e verosimilmente lo sono ancora, dato il ruolo strategico fondamentale e, per gli Stati Uniti d’America, irrinunciabile dell’Italia.
  Gli Stati Uniti d’America hanno avuto la volontà e la capacità di entrare in guerra, dichiarata o segreta, anche attraverso la C.I.A., tutte le volte che, nel quadro internazionale, fosse in gioco il loro interesse nazionale. Ora, è possibile affermare con una certa sicurezza che l’assetto politico dell’Italia rientra in esso. Un politico in visita negli Stati Uniti d’America dovrebbe sempre esserne consapevole. Perché, se si mostrasse ostile, o riluttante a seguire la politica statunitense su certi temi, potrebbe suscitare una reazione.  Dunque trovo prudente l’orientamento del passato dei politici italiani di rilievo in visita all’estero di parlare prevalentemente degli affari interni italiani, limitandosi a generici complimenti alle nazioni visitate (non ai loro Governi) e a dichiarazioni di amicizia (verso il popolo non tanto verso i Governi).
  E’ poi importante rispettare il ruolo ufficiale che si riveste andando in visita. Ad esempio, dovrebbe essere diverso l’atteggiamento di un ministro degli esteri e di un presidente di un ramo del parlamento o di una commissione parlamentare, o anche di un altro parlamentare, da quello di altri esponenti politici che non rivestano quegli incarichi. E ciò in particolare visitando gli Stati Uniti d’America. In quella nazione è molto vivo il senso della differenza tra i ruoli governativi e parlamentari, da noi molto meno. E’ una differenza culturale  di cui però andrebbe tenuto conto. Per questo, un ministro o un parlamentare in visita all’estero dovrebbe consultarsi preventivamente e nel corso dell’evento con i nostri diplomatici all’estero. Gli uffici diplomatici servono anche per questo. Un parlamentare in visita negli Stati Uniti d’America non dovrebbe mostrare di tenere molto all’apprezzamento di un ministero federale, quindi di un organo del governo. Questo perché negli Stati Uniti d’America i parlamentari tengono orgogliosamente a mantenere una posizione di indipendenza dal governo, anche se espresso e sostenuto dalla loro stessa fazione politica. Un parlamentare che si mostrasse succube di un ministero federale ne uscirebbe screditato.  Inoltre se si va in visita estera con un ruolo istituzionale, ad esempio di capo di stato o del governo, ministro o presidente di un organismo parlamentare, bisognerebbe evitare di fare dichiarazioni di fazione. Questo potrebbe sconcertare gli interlocutori stranieri, in particolare quelli di democrazie avanzate come quella statunitense. Una delle principali critiche che, anche da parte di quelli della sua parte politica, si fanno al presidente Donald Trump è quella di non essersi riuscito a liberare dallo spirito di fazione una volta raggiunto il suo alto ruolo istituzionale: di essere quindi un po’ sempre in campagna elettorale.
  Un politico in visita ufficiale all’estero dovrebbe avere ben chiara la distinzione tra un governo di una nazione e il suo popolo. Non sono la stessa cosa. Si cerca di essere amici  di tutti i popoli, si arriva ad essere alleati  solo con certi governi. Il fatto di non essere  alleati  non implica anche il non essere  amici. Ad esempio l’Italia cerca di essere amica dei russi, del popolo russo, ma anche del suo governo attuale, se non altro perché dipende pesantemente dall’industria estrattiva russa per le forniture energetiche di gas metano, per una quota che nel 2013 era di circa il 45% del totale. Con gente come i russi non si può proprio evitare di essere amici: altrimenti si potrebbe stare al freddo d’inverno, come accaduto anni fa agli ucraini. Questo non toglie che con i russi non siamo alleati  nella gran parte delle questioni  militari e, anzi, che nella questione ucraina e in quella degli affari degli stati baltici  che sono entrati nell’Unione Europea si sia molto pericolosamente su fronti opposti. Ma sulle vicende irachene, siriane e libiche, in cui l’Italia è impegnata anche militarmente, possiamo dire lo stesso? Qui le cose sono più complesse. In questi fronti, propriamente bellici, di guerra, i russi si sono mostrati nostri alleati, anche se hanno interessi strategici divergenti dai nostri. Allora, un politico in visita ufficiale all’estero, tenendo presente tutto questo, dovrebbe essere molto cauto sugli argomenti di alleanza  e  amicizia  con i russi, tra l’altro perché,  avendo noi gente nostra impegnata in quei fronti bellici in cui operano anche i russi, dichiarazioni imprudenti la potrebbero mettere in pericolo. Anni fa un politico (parlamentare e ministro) fece una piazzata in Italia indossando una maglietta con una figura insultante per la religione islamica e in Libia questo causò di morti, perché una calca cercò di assaltare il nostro consolato a Bengasi e la polizia nel tentativo di respingerla sparò, uccidendo.
  In generale, su guerre in corso in cui  è impegnata gente nostra un politico in visita ufficiale all’estero dovrebbe essere molto prudente, per non creare reazioni avverse.
  L’Italia è impegnata in una guerra in Afghanistan in cui è alleata con gli Stati Uniti d’America. Intervenimmo perché ce lo imponevano gli obblighi del trattato NATO: gli Stati Uniti d’America erano stati colpiti, l’11 settembre 2001, con gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, e quell’accordo internazionale prevede che quando una nazione aderente è colpita gli altri debbono darle aiuto militare. Una situazione del genere potrebbe riproporsi, ad esempio, se gli Stati Uniti d’America fossero colpiti da un missile partito dalla Corea del Nord. In quel caso il conflitto diverrebbe rapidamente mondiale, perché, se attaccassimo la Corea del Nord, poi interverrebbe anche la Cina, con ciò che ne conseguirebbe. Dunque: siamo in guerra in Afghanistan. E’ vera guerra, facciamo  morti, abbiamo avuto decine di morti, gli altri, i nemici,  non sappiamo quanti, ma verosimilmente molti di più. I nostri soldati non sparano a salve. Fatto sta che, se un politico emergente annuncia che la sua politica di governo, se il suo partito vincerà le elezioni, sarà quella di ritirare le nostre truppe dall’Afghanistan potrebbe ottenere, pur avendo le migliori intenzioni, alcuni importanti effetti controproducenti. Il primo è che, poiché la guerra in Afghanistan rientra negli  interessi nazionali  statunitensi, potrebbe avere, se lo prendessero sul serio,  l’ostilità degli Stati Uniti d’America, i quali potrebbero essere tentati di attivare le loro forze segrete operative  sul teatro estero per contrastare l’ascesa di quel partito. Il secondo è che, vista l’incertezza e la scarsa determinazione sulla missione di guerra mostrata da quel politico emergente, i nostri nemici in Afghanistan potrebbero decidere di scatenare un’offensiva nelle zone del teatro di guerra assegnate, nel quadro dell’alleanza bellica internazionale operante laggiù, alle forze militari italiane, per assecondare quella politica infliggendo qualche strage per portare l'opinione pubblica verso di essa. Spesso sono gli anelli deboli di uno schieramento militare ad essere attaccati.  O, ancora peggio, i nemici potrebbero decidere di attaccare direttamente in Italia, con attentati terroristici. La guerra, in definitiva, iniziò proprio a seguito di attacchi terroristici negli Stati Uniti d’America. I ritiri da un fronte di una guerra destinata a proseguire non si annunciano, si negoziano con gli alleati in via riservata e si attuano il più velocemente possibile. Ciò è tanto più consigliabile sul fronte afgano, in quanto per ritirare le migliaia di nostri soldati laggiù ci è indispensabile l’aiuto degli statunitensi, per il viaggio fino agli aeroporti di partenza e per la disponibilità degli stessi aeroporti. In mancanza, o con un aiuto riluttante, i nostri potrebbero trovarsi intrappolati al fronte.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 



mercoledì 15 novembre 2017

Politica internazionale: noi e gli Stati Uniti

Politica internazionale: noi e gli Stati Uniti

dal WEB. Maggio 2017: incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e  papa Francesco

  Ho osservato questo nella mia vita: i capi politici italiani emergenti vanno negli Stati Uniti d’America a presentarsi. Nessuna svolta politica nazionale è infatti mai stata possibile in Italia senza l’assenso dei governi statunitensi. E nella valutazione della politica italiana da parte di questi ultimi ha sempre avuto una certa rilevanza la posizione del Papato, e questo fino all’inizio del regno di papa Francesco. Attualmente, infatti, sul piano politico il Presidente statunitense e il Papa appaiono come l’uno l’anti-  dell’altro: le loro posizioni divergono radicalmente. Il primo mostra di conoscere poco le questioni italiane, il secondo conosce molto bene quelle americane e non mostra di apprezzare particolarmente il primo. Nel maggio scorso Trump è venuto a Roma ed è andato dal Papa in Vaticano. La foto qui sopra è stata scattata dopo il colloquio che ha avuto con il Papa. Appare manifesto, dal volto dei protagonisti dell’incontro, il differente loro umore.
  Dunque: Governo statunitense e Papato sono stati, ma ancora sono, poteri chiave per ottenere il via libera nella politica nazionale in Italia. L’Italia è, da punto di vista strategico, della politica militare degli Stati Uniti, irrinunciabile: gli statunitensi vi hanno basi militari molto importanti in cui tengono anche armi nucleari. E lo è diventata ancora di più oggi, dati i problemi che gli statunitensi hanno con il Governo turco. La forza politica del Papato verso gli statunitensi risiede nel fatto che i cattolici statunitensi sono un’importante gruppo politico, critico per la conquista del potere presidenziale. Ora si manifestano in genere avversi alla politica papale, vale a dire all’attuale dottrina sociale e al pensiero sociale che vi è contenuto, ma fino al regno di Joseph Ratzinger, Benedetto 16° in religione non è stato così.
  I viaggi di presentazione negli Stati Uniti d’America sono cominciati con quello del presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi nel gennaio 1947. Negli Stati Uniti d’America il presidente era Harry Truman. La posizione di De Gasperi era molto difficile non solo per il fatto che l’Italia aveva perso la guerra iniziata dal regime fascista e combattuta anche contro gli statunitensi. Ma anche perché il Governo degli Stati Uniti, dopo aver combattuto la guerra alleandosi con l’Unione Sovietica comunista dominata da Iosif Stalin, si stava contrapponendo duramente ad essa dal punto di vista ideologico, politico, militare ed economico. Il mondo si andava dividendo in due blocchi, quello egemonizzato dagli Stati Uniti d’America e quello che lo era dall’Unione Sovietica: bisognava scegliere, o di qua o di là. E, per il Governo statunitense, l’Italia doveva piazzarsi nel blocco dominato dagli Stati Uniti. Il problema è che la guerra e la rivoluzione contro il fascismo e la costruzione della nuova Repubblica democratica era stata condotto in Italia da tutte le forze di orientamento democratico, compresi i comunisti che seguivano gli orientamenti politici del comunismo sovietico. Al tempo della visita di De Gasperi in Italia, il Partito comunista italiano era nella maggioranza di governo e vi aveva uomini suoi, in particolare i ministri della Giustizia, Fausto Gullo, delle Finanze, Mauro Scoccimarro, dell’Assistenza post-bellica, Emilio Sereni. Era vice-presidente del Consiglio il socialista Pietro Nenni e i socialisti all’epoca erano di orientamento marxista. La collaborazione dei comunisti e socialisti nei governi a guida De Gasperi finì pochi mesi dopo quel viaggio negli Stati Uniti d’America,  nel giugno 1947. Nel 1949 l’Italia aderì alla NATO, il trattato di alleanza politica e militare con gli Stati Uniti d’America che la situava nel blocco  egemonizzato da questi ultimi. Dal giugno 1947 l’Italia beneficiò di imponenti aiuti economici statunitensi nel quadro del cosiddetto Piano Marshall, dal nome del Segretario di stati (=ministro degli esteri) statunitense dell’epoca: si trattò di un fattore decisivo per la ripresa dell’economia italiana dopo le distruzioni della guerra.
 I comunisti tornarono a sostenere un governo nazionale, prima non votandogli contro (astenendosi sulla fiducia) e poi votando a favore della fiducia, tra il 1976 e il marzo 1979, ma senza avere persone sue come ministri.  Si trattò di governi con ministri solo democristiani. I governi che ottennero la fiducia dei comunisti furono guidati da Giulio Andreotti, politico gradito sia al Governo statunitense che al Papato. Aldo Moro, che aveva negoziato con i comunisti il loro appoggio al governo e poi presieduto il primo governo che si era avvalso della loro non sfiducia, fu rapito e ucciso dalle brigate rosse nel 1978.
   Nel corso degli anni ’80 un altro politico emergente, il socialista Bettino Craxi, presidente del Consiglio dal 1983, fece un delicato viaggio negli Stati Uniti d’America. Era il 1985 e presidente statunitense era il repubblicano Ronald Reagan. Lo accompagnava il ministro degli esteri Giulio Andreotti. L’anno prima Craxi aveva firmato, in rappresentanza della Repubblica italiana, l’Accordo di revisione del Concordato Lateranense negoziato con la Santa Sede. La Santa Sede fu rappresentata in quell’occasione dal Segretario di Stato Agostino Casaroli. Qui sotto  potete vedere una foto dell’evento.



Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

martedì 14 novembre 2017

Dottrina sociale e pensiero politico

Dottrina sociale e pensiero politico


Dal WEB: un aero da guerra F-35, del costo di oltre 80 milioni di dollari.  La stampa ha riferito che il Governo italiano prevede di acquistarne diverse decine


     Secondo la dottrina sociale, e quindi mi riferisco a un insegnamento che obbliga,  dottrina  appunto, la vita religiosa non deve rimanere confinata nella vita individuale o di famiglia, ma deve essere tesa a cambiare la società intorno secondo certi principi. Questo significa che ha esigenze politiche, perché cambiare la società  significa governarla  e la politica è il governo della società. La parola  governare  ci viene dal greco antico e originariamente indicava il dirigere un’imbarcazione manovrando il timone. Ma la società non è una nave. La possiamo immaginare simile a uno stormo di uccelli, come quelli che in questi giorni vediamo volare cercando la direzione per migrare. Chi li  dirige? Gli scienziati ci dicono che ognuno si orienta sul proprio vicino e non si riesce a individuare  precisamente uno  che guidi, anche se gli uccelli che stanno procedendo in quello che di volta in volta è il davanti dello stormo, e che varia continuamente, hanno un ruolo più importante nell’orientare quelli dietro. Cercando la direzione giusta, lo stormo fa grandi e veloci evoluzioni, cambiamenti di rotta: la direzione è il risultato di un lavoro collettivo. Se quelli che stanno davanti cedono per qualche motivo, ad esempio vengono colpiti da un cacciatore, da un uccello predatore o si ammalano, non per questo lo stormo si ferma e si disorienta.
  Anche la politica è un lavoro collettivo. Il Governo, il gruppo che sta ai vertici delle istituzioni, ha solo un limitato controllo della società, e questo accade anche negli stati totalitari, in cui si cerca di ottenere il massimo controllo sociale. Il governo, come azione di direzione della società, è il risultato di complesse influenze  collettive, tra grandi gruppi di gente. Tra di essi vi sono quelli di orientamento religioso, composti di persone che si sforzano di fare vita religiosa. Anche quest’ultima è un lavoro collettivo: la fede è  un fatto sociale. Nessuno si inventa la propria fede e se lo fa non vi trova grande soddisfazione. In una fede religiosa  si nasce,  vi si può aderire  da grandi, e in genere ciò accade anche se in una fede si è nati man mano che si cresce e la si interiorizza da adulti, ma non la si inventa. Sostanzialmente:  ci viene spiegata, la apprendiamo. Però la fede di ciascuno non è indifferente per il contesto delle collettività religiose: in qualche modo,  e in diversa misura, la vita religiosa sociale ne viene influenzata. Per orientarsi si vede come fanno gli altri e si cercano maestri. Nella nostra confessione sono stati istituiti  ministeri, vale a dire funzioni, che hanno proprio il compito di formare e orientare gli altri: parlo del papa, dei vescovi, dei preti, ma anche dei loro collaboratori nelle varie istituzioni che si dedicano a questo lavoro. E’ in questo contesto di funzioni dirette ad orientare  che viene elaborata la dottrina sociale, che è un insegnamento diffuso con la forza dell'autorità religiosa, non solo (ma anche) con quella dei suoi argomenti. Nata come un settore della teologia, la scienza che studia le convinzioni di fede e cerca di dar loro coerenza e sistematicità, è divenuta sempre più un lavoro di tante discipline, che richiede una vasta collaborazione. Questo proprio perché ha esigenze  politiche, di governo della società, e si tratta di un’attività che si è fatta sempre più complessa e richiede anche competenze, ad esempio, di economia, sociologia, psicologia, politologia, storiche, e, quando ci si occupa dell’influsso delle società umane sull’ambiente naturale, competenze in materia di scienze naturali. Anche la dottrina sociale è divenuta un lavoro collettivo, benché venga diffusa con la firma del papa regnante, che dei lavori di dottrina sociale è in genere un supervisore e garante etico, in particolare nei settori scientifici in cui non ha competenza propria, o da altri vescovi, e più spesso da quelle assemblee di vescovi che sono le Conferenze episcopali, nazionali o internazionali ed anche i Concili.
  La dottrina sociale ha in sé anche un pensiero politico, propone soluzioni non si limita a indicare esigenze religiose e  problemi sociali. Ne scrivo come di un  pensiero per definire ciò che  non obbliga  dal punto di vista religioso: ci sono infatti tante vie politiche che soddisfano le esigenze della  dottrina sociale. In Italia c’è stato, molto a lungo, dagli anni Quaranta agli anni Novanta, un partito esplicitamente  cristiano, la Democrazia Cristiana, ma non si era obbligati a iscriversi né a votare per quella formazione. Il pensiero politico, anche quello espresso nella dottrina sociale, cerca di rispondere alle esigenze etiche della  dottrina sociale,  ma vale quanto le argomentazioni che lo sorreggono. Non definisce la vita religiosa in quanto tale, ma è uno dei suoi sviluppi possibili. Ad esempio: partecipare alla vita politica democratica è anche un obbligo religioso, che discende dalla  dottrina sociale. Votare in un certo modo, scegliere tra diversi candidati, scegliere un programma politico non lo sono. Come ho detto: ci sono più vie possibili. E’ un obbligo religioso scegliere in modo da non favorire il male nella società. In questo siamo aiutati dal pensiero politico che c’è nella dottrina sociale, ma che da essa è distinto e con essa non va confusa.
  Una persona di fede cercherà di prendere sul serio la dottrina sociale e il pensiero politico che in essa c’è. E, innanzi tutto, cercherà di conoscerli. In particolare è molto importante conoscere le argomentazioni del pensiero politico, perché qui la libertà, e dunque anche la responsabilità, del fedele è molto ampia. Se ad esempio si dice che l’umanità è una sola famiglia, principio di dottrina  sociale, che obbliga, ci sono poi vari modi di realizzare  politicamente  questo principio: uno  è quello che è stato espresso anche in Italia, con vari principi costituzionali, altri sono quelli che si sono  manifestati negli stati vicini o nell’Unione Europea, come istituzione politica. Vi possiamo trovare tratti comuni, perché  rispondono  alle stesse esigenze, ma poi ci sono tante particolarità, che dipendono da storie diverse e anche da diverse influenze di gruppi sociali.
  Ho notato che, nella politica italiana di oggi, sono quasi inesistenti i riferimenti sia alla dottrina sociale che al pensiero politico da essa proposto. Ma spesso si fanno richiami  religiosi, che però, senza quella cultura, appaiono superficiali o spregiudicati. Ad esempio sul tema del mondo come famiglia umana: chi si propone, politicamente, questo obiettivo? Ci si sorvola sopra, quando addirittura non si va in direzione contraria, proponendo la via del respingimento, della discriminazione, dell’esclusione, dell’egoismo nazionalistico (l’Italia e gli italiani al primo posto). Si sarebbe invece disposti a contrattare posizioni di favore, ad esempio erogazioni pubbliche, o misure normative, ad esempio in materia di disciplina dei rapporti familiari o in materia di ordinamento scolastico, a fronte di un sostegno politica che non vada troppo per il sottile.
  Una società in cui la dottrina sociale conta politicamente poco non andrà nella direzione da essa indicata: non ne sarà influenzata. Ma affermare politicamente le esigenze della dottrina sociale, così come affermare un pensiero politico ad essa coerente, è compito principale di noi laici di fede. La situazione  in cui ci troviamo dovrebbe allora interrogarci. Siamo stati e siamo ancora insufficienti. Non conosciamo, non ci impegniamo, siamo distratti e, forse, talvolta vogliamo  esserlo, perché i precetti della dottrina sociale ci sono scomodi. D’altra parte noi italiani siamo nella parte ricca e potente del mondo, anche se spesso ci illudiamo di essere tra i perdenti. Anche noi, ad esempio, ci prepariamo alla guerra, producendo e comprando armi sofisticate e molto costose. E’ così, infatti, che si domina nel mondo. Su questo ha ragione il presidente statunitense Donald Trump. Egli, in fondo, è ancora legato all’antico detto “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Ma non è per questo che dagli anni Quaranta non vi sono più  stati conflitti catastrofici a livello globale, mondiale:  è accaduto perché si voleva la pace e si è lavorato per la pace. Questa è la via indicata dalla dottrina sociale e dal pensiero politico ad essa collegato. Se si prepara la guerra, prima o poi si avrà la guerra. Gli Stati Uniti d’America, ad esempio, hanno conosciuto pochi periodi di vera pace nella loro storia e anche oggi sono in guerra su più fronti. E, sostiene il Papa, anche se non c’è stata una nuova guerra mondiale catastrofica, se ne sta combattendo una  a pezzi: vale a dire che il mondo non è pacificato, conflitti scoppiano qua e là, dove le politiche di potenza si scontrano. Ci stiamo di nuovo abituando alla guerra, sia praticandola che, soprattutto, pensandola. Di nuovo, rispetto al passato, è che, anche quando la si fa, della guerra si parla poco pubblicamente. Rimane cosa da servizi segreti, sottratta all’interesse dell’opinione pubblica che, da parte sua, preferisce non sapere.
 E così accade che un documento molto importante e recente, quindi aggiornato, della dottrina sociale, l’enciclica Laudato si’, la quale contiene anche molto pensiero politico, tutte cose che ci potrebbero tornare utili per orientarci in questi difficili frangenti della politica italiana in cui tutti noi adulti e cittadini saremo tra poco chiamati a decidere, appaia ormai confinato in archivio, in una ideale e poco frequentata biblioteca che contiene, come un cimitero le salme dei defunti, tutto il nostro pensiero colto e virtuoso espresso in religione in materia di società,  ormai rapidamente dimenticato in società.
  Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


lunedì 13 novembre 2017

La politica nell’enciclica Laudato si’. Una sintesi

La politica nell’enciclica Laudato si’. Una sintesi


  In una campagna politica da noi molti si appellano ai sentimenti religiosi della gente. Questo perché le comunità di fede sono numerose in Italia e hanno un consistente peso politico. Ma i richiami che si fanno alla religione spesso sono superficiali e poco informati. Non di rado segnalano una strumentalizzazione della religione, come quando si fa appello alla fede per respingere, emarginare, escludere. La religione viene strumentalizzata quando se ne respingono i valori e si vuole solo stringere con essa patti di potere, per la sua forza di coesione e di influenza che le deriva dalla disciplina che riesce a imporre ai suoi fedeli. 
  Le nostre collettività hanno sempre espresso sia una dottrina sia un pensiero sociali e politici. Il pensiero sociale è quello che riguarda lo stato della società, com'è, dove va, i suoi problemi. Quello politico è una parte di quello sociale e riguarda le indicazioni per il governo della società, che in democrazia compete a tutti, nel senso che tutti vi possono partecipare e tutti devono sentirsene responsabili proprio per questa possibilità di partecipazione. La dottrina è quella parte del pensiero che obbliga un fedele in quanto insegnamento di un’autorità religiosa riconosciuta e per il suo stretto collegamento con i principi della fede. Quanto alla nostra confessione possiamo riconoscere una dottrina sociale, ma, attualmente, non una  dottrina politica.  In passato vi furono anche dottrine politiche, ad esempio nella sconfessione dell’idea di una  democrazia cristiana, all’inizio del Novecento, o quella del   comunismo ateistico (quello che vede nella religione solo un imbroglio per tenere sottomessi i più poveri e gli sfruttati), nel 1949. Questo significa che ai tempi nostri  in politica viene in rilievo la responsabilità religiosa, etica, sociale e politica del credente in decisione che riguardano la sua coscienza e che la Chiesa, in particolare i suoi capi, si astiene dal governo diretto della società. Questo non significa che non cerchi di influirvi in vari modi, ed anzi rivendica a sé questa facoltà a titolo di libertà religiosa.
   Indubbiamente la dottrina sociale, un corpo ormai molto esteso, costituisce un buon strumento di orientamento per la vita del credente. Essa contiene sempre più anche un esteso pensiero politico, vale a dire valutazioni sul governo della società proposte alla coscienza del credente la cui forza non deriva tanto dall’autorità che le emano ma dalle argomentazioni che le sorreggono.
 Ho cercato di estrarre dall’enciclica  Laudato si’,  diffusa il 24 maggio 2015 da papa Francesco il pensiero politico in essa contenuto. Esso  è colto, informato, frutto di un lavoro collettivo ad alto livello, eticamente orientato e in ciò garantito dalla firma del Papa, che vi ha svolto essenzialmente il ruolo di supervisore, anche se la sua mano in taluni passi si avverte più chiaramente.
  Che dire di un politico che si appelli alle nostre collettività religiose, faccia riferimenti religiosi, e poi ignori o addirittura contrasti apertamente quel pensiero politico? Ma che dire di un fedele che si conduca nello stesso modo?
  In politica ci si divide tra credenti tra le varie soluzioni possibili e anche nell’individuazione dei problemi sociali e delle priorità politiche. Ma viviamo tutti sulla stessa Terra, nello stesso mondo sociale: questo comporta che un terreno di riflessione comune dovrebbe potersi trovare. E condividere la stessa fede non avrà proprio nessuna influenza nel decidere?
 Il pensiero specificamente politico che troviamo nell’enciclica Laudato si’ può aiutarci nel dialogo e nelle scelte. Innanzi tutto per individuare i temi più rilevanti della politica. La politica che non ne faccia menzione vale poco e, quindi, serve a poco. Spesso  è pura propaganda, a volte fa propaganda dirigendosi alla pancia e non al cervello e al cuore.
 La politica crea l’ambiente in cui si vive la fede. Non siamo monaci che vivono separati. Una politica che, ad esempio, causi il degrado del lavoro o non lo combatta danneggerà la famiglia e quindi la vita di fede. Nella dottrina sociale, però, si è raggiunta sempre più chiara consapevolezza che una cattiva politica, generando un cattivo sviluppo, è in grado di porre in pericolo la sopravvivenza dell’intera umanità. Si è ragionato a ragionarci sopra partendo dalla possibilità di un nuovo conflitto mondiale con l’impiego di armi nucleari e, più recentemente, si è proseguito constatando che, a prescindere da guerre di quel tipo, è l’economia che, sfruttando incautamente e spregiudicatamente le risorse del pianeta, quelle ambientali e quelle umane, mette a rischio l’umanità e quindi anche la vita religiosa, insieme alla vita in genere.
 Propongo di seguito la sintesi del pensiero politico che ho individuato nell’enciclica Laudato si’. Ad eccezione delle parti tra parentesi quadre, che indicano miei elementi di raccordo, si tratta solo delle parole scritte in quel documento. Pur trattandosi solo di una sintesi di temi particolari, rimane un documento lungo e complesso, che richiede un certo impegno nella lettura e nella comprensione. Vale la pena di affrontarlo, come tirocinio alla cittadinanza.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



1. Più di cinquant’anni fa, mentre il mondo vacillava sull’orlo di una crisi nucleare, il santo Papa Giovanni XXIII scrisse un’Enciclica  con la quale non si limitò solamente a respingere la guerra, bensì volle trasmettere una proposta di pace. Diresse il suo messaggio Pacem in terris a tutto il “mondo cattolico”, ma aggiungeva “e a tutti gli uomini di buona volontà”. Adesso, di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta. Nella mia Esortazione Evangelii gaudium, ho scritto ai membri della Chiesa per mobilitare un processo di riforma missionaria ancora da compiere. In questa Enciclica, mi propongo specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune.
  Il mio predecessore Benedetto XVI ha rinnovato l’invito a «eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente» Ha ricordato che il mondo non può essere analizzato solo isolando uno dei suoi aspetti, perché «il libro della natura è uno e indivisibile» e include l’ambiente, la vita, la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali, e altri aspetti. Di conseguenza, «il degrado della natura è strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana».
 Questi contributi dei Papi raccolgono la riflessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teologi e organizzazioni sociali che hanno arricchito il pensiero della Chiesa su tali questioni. 
  La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare.
  Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti.
 2. La continua accelerazione dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta si unisce oggi all’intensificazione dei ritmi di vita e di lavoro, in quella che in spagnolo alcuni chiamano “rapidación” (rapidizzazione). Benché il cambiamento faccia parte della dinamica dei sistemi complessi, la velocità che le azioni umane gli impongono oggi contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica. A ciò si aggiunge il problema che gli obiettivi di questo cambiamento veloce e costante non necessariamente sono orientati al bene comune e a uno sviluppo umano, sostenibile e integrale.
 Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti. Esso, a livello globale, è un sistema complesso in relazione con molte condizioni essenziali per la vita umana. Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico.
   I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità.
   Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici. Ma molti sintomi indicano che questi effetti potranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di consumo. 
  L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici.
 Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. 
 Anche le risorse della terra vengono depredate a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato. La perdita di foreste e boschi implica allo stesso tempo la perdita di specie che potrebbero costituire nel futuro risorse estremamente importanti, non solo per l’alimentazione, ma anche per la cura di malattie e per molteplici servizi. Le diverse specie contengono geni che possono essere risorse-chiave per rispondere in futuro a qualche necessità umana o per risolvere qualche problema ambientale.
   [N]on basta pensare alle diverse specie solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in sé stesse. 
  [O]sservando il mondo notiamo che [il] livello di intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, in realtà fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia, mentre contemporaneamente lo sviluppo della tecnologia e delle offerte di consumo continua ad avanzare senza limiti. In questo modo, sembra che ci illudiamo di poter sostituire una bellezza irripetibile e non recuperabile con un’altra creata da noi.
 La cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione. Ma il costo dei danni provocati dall’incuria egoistica è di gran lunga più elevato del beneficio economico che si può ottenere. Nel caso della perdita o del serio danneggiamento di alcune specie, stiamo parlando di valori che eccedono qualunque calcolo.
  E’ necessario investire molto di più nella ricerca, per comprendere meglio il comportamento degli ecosistemi e analizzare adeguatamente le diverse variabili di impatto di qualsiasi modifica importante dell’ambiente. Poiché tutte le creature sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri.
 3. Oggi riscontriamo, per esempio, la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura.
   In alcuni luoghi, rurali e urbani, la privatizzazione degli spazi ha reso difficile l’accesso dei cittadini a zone di particolare bellezza; altrove si sono creati quartieri residenziali “ecologici” solo a disposizione di pochi, dove si fa in modo di evitare che altri entrino a disturbare una tranquillità artificiale. Spesso si trova una città bella e piena di spazi verdi ben curati in alcune aree “sicure”, ma non altrettanto in zone meno visibili, dove vivono gli scartati della società.
  Tra le componenti sociali del cambiamento globale si includono gli effetti occupazionali di alcune innovazioni tecnologiche, l’esclusione sociale, la disuguaglianza nella disponibilità e nel consumo dell’energia e di altri servizi, la frammentazione sociale, l’aumento della violenza e il sorgere di nuove forme di aggressività sociale, il narcotraffico e il consumo crescente di droghe fra i più giovani, la perdita di identità. Sono segni, tra gli altri, che mostrano come la crescita degli ultimi due secoli non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale e un miglioramento della qualità della vita. Alcuni di questi segni sono allo stesso tempo sintomi di un vero degrado sociale, di una silenziosa rottura dei legami di integrazione e di comunione sociale.
  A questo si aggiungono le dinamiche dei media e del mondo digitale, che, quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione. Questo ci richiede uno sforzo affinché tali mezzi si traducano in un nuovo sviluppo culturale dell’umanità e non in un deterioramento della sua ricchezza più profonda. La vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale. Nello stesso tempo, le relazioni reali con gli altri, con tutte le sfide che implicano, tendono ad essere sostituite da un tipo di comunicazione mediata da internet. Ciò permette di selezionare o eliminare le relazioni secondo il nostro arbitrio, e così si genera spesso un nuovo tipo di emozioni artificiali, che hanno a che vedere più con dispositivi e schermi che con le persone e la natura.
4. L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: «Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera».  Per esempio, l’esaurimento delle riserve ittiche penalizza specialmente coloro che vivono della pesca artigianale e non hanno come sostituirla, l’inquinamento dell’acqua colpisce in particolare i più poveri che non hanno la possibilità di comprare acqua imbottigliata, e l’innalzamento del livello del mare colpisce principalmente le popolazioni costiere impoverite che non ha dove trasferirsi. L’impatto degli squilibri attuali si manifesta anche nella morte prematura di molti poveri, nei conflitti generati dalla mancanza di risorse e in tanti altri problemi che non trovano spazio sufficiente nelle agende del mondo.
49. Vorrei osservare che spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto. Questo si deve in parte al fatto che tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico e di incontro, a volte favorita dalla frammentazione delle nostre città, aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.
 Invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso, alcuni si limitano a proporre una riduzione della natalità. Non mancano pressioni internazionali sui Paesi in via di sviluppo che condizionano gli aiuti economici a determinate politiche di “salute riproduttiva”. Però, «se è vero che l’ineguale distribuzione della popolazione e delle risorse disponibili crea ostacoli allo sviluppo e ad un uso sostenibile dell’ambiente, va riconosciuto che la crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale». Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi. Si pretende così di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. Inoltre, sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono, e «il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero».  Ad ogni modo, è certo che bisogna prestare attenzione allo squilibrio nella distribuzione della popolazione sul territorio, sia a livello nazionale sia a livello globale, perché l’aumento del consumo porterebbe a situazioni regionali complesse, per le combinazioni di problemi legati all’inquinamento ambientale, ai trasporti, allo smaltimento dei rifiuti, alla perdita di risorse, alla qualità della vita.
  L’inequità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. C’è infatti un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi. Le esportazioni di alcune materie prime per soddisfare i mercati nel Nord industrializzato hanno prodotto danni locali, come l’inquinamento da mercurio nelle miniere d’oro o da diossido di zolfo in quelle di rame. In modo particolare c’è da calcolare l’uso dello spazio ambientale di tutto il pianeta per depositare rifiuti gassosi che sono andati accumulandosi durante due secoli e hanno generato una situazione che ora colpisce tutti i Paesi del mondo. Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura unito alla siccità ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni. A questo si uniscono i danni causati dall’esportazione verso i Paesi in via di sviluppo di rifiuti solidi e liquidi tossici e dall’attività inquinante di imprese che fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale: «Constatiamo che spesso le imprese che operano così sono multinazionali, che fanno qui quello che non è loro permesso nei Paesi sviluppati o del cosiddetto primo mondo. Generalmente, quando cessano le loro attività e si ritirano, lasciano grandi danni umani e ambientali, come la disoccupazione, villaggi senza vita, esaurimento di alcune riserve naturali, deforestazione, impoverimento dell’agricoltura e dell’allevamento locale, crateri, colline devastate, fiumi inquinati e qualche opera sociale che non si può più sostenere».
  Il debito estero dei Paesi poveri si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico. In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro futuro. La terra dei poveri del Sud è ricca e poco inquinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commerciali e di proprietà strutturalmente perverso. E’ necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile. Le regioni e i Paesi più poveri hanno meno possibilità di adottare nuovi modelli di riduzione dell’impatto ambientale, perché non hanno la preparazione per sviluppare i processi necessari e non possono coprirne i costi. Perciò, bisogna conservare chiara la coscienza che nel cambiamento climatico ci sono responsabilità diversificate e, come hanno detto i Vescovi degli Stati Uniti, è opportuno puntare «specialmente sulle necessità dei poveri, deboli e vulnerabili, in un dibattito spesso dominato dagli interessi più potenti».  Bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza.
    Queste situazioni provocano i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza. Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia.
  Degna di nota è la debolezza della reazione politica internazionale. La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti. In questa linea il Documento di Aparecida chiede che «negli interventi sulle risorse naturali non prevalgano gli interessi di gruppi economici che distruggono irrazionalmente le fonti di vita».  L’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati. Così ci si potrebbe aspettare solamente alcuni proclami superficiali, azioni filantropiche isolate, e anche sforzi per mostrare sensibilità verso l’ambiente, mentre in realtà qualunque tentativo delle organizzazioni sociali di modificare le cose sarà visto come un disturbo provocato da sognatori romantici o come un ostacolo da eludere.
   A poco a poco alcuni Paesi possono mostrare progressi importanti, lo sviluppo di controlli più efficienti e una lotta più sincera contro la corruzione. E’ cresciuta la sensibilità ecologica delle popolazioni, anche se non basta per modificare le abitudini nocive di consumo, che non sembrano recedere, bensì estendersi e svilupparsi. E’ quello che succede, per fare solo un semplice esempio, con il crescente aumento dell’uso e dell’intensità dei condizionatori d’aria: i mercati, cercando un profitto immediato, stimolano ancora di più la domanda. Se qualcuno osservasse dall’esterno la società planetaria, si stupirebbe di fronte a un simile comportamento che a volte sembra suicida.
  Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito. Per questo oggi «qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta».
   E’ prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa alle armi nucleari e a quelle biologiche. Infatti «nonostante che accordi internazionali proibiscano la guerra chimica, batteriologica e biologica, sta di fatto che nei laboratori continua la ricerca per lo sviluppo di nuove armi offensive, capaci di alterare gli equilibri naturali». Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo, e i disegni politici spesso non hanno ampiezza di vedute. Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?
   In alcuni Paesi ci sono esempi positivi di risultati nel migliorare l’ambiente, come il risanamento di alcuni fiumi che sono stati inquinati per tanti decenni, il recupero di boschi autoctoni, o l’abbellimento di paesaggi con opere di risanamento ambientale, o progetti edilizi di grande valore estetico, progressi nella produzione di energia non inquinante, nel miglioramento dei trasporti pubblici. Queste azioni non risolvono i problemi globali, ma confermano che l’essere umano è ancora capace di intervenire positivamente. Essendo stato creato per amare, in mezzo ai suoi limiti germogliano inevitabilmente gesti di generosità, solidarietà e cura.
   Nello stesso tempo, cresce un’ecologia superficiale o apparente che consolida un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità. Come spesso accade in epoche di profonde crisi, che richiedono decisioni coraggiose, siamo tentati di pensare che quanto sta succedendo non è certo. Se guardiamo in modo superficiale, al di là di alcuni segni visibili di inquinamento e di degrado, sembra che le cose non siano tanto gravi e che il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali. Questo comportamento evasivo ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo. E’ il modo in cui l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodistruttivi: cercando di non vederli, lottando per non riconoscerli, rimandando le decisioni importanti, facendo come se nulla fosse.
5. Su molte questioni concrete la Chiesa non ha motivo di proporre una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra gli scienziati, rispettando le diversità di opinione. Basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune. La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi. Tuttavia, sembra di riscontrare sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali o anche finanziarie, dato che i problemi del mondo non si possono analizzare né spiegare in modo isolato. Ci sono regioni che sono già particolarmente a rischio e, aldilà di qualunque previsione catastrofica, è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano: «Se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina».
 […Q]uesta Enciclica si apre a un dialogo con tutti per cercare insieme cammini di liberazione, voglio mostrare fin dall’inizio come le convinzioni di fede offrano ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili. Se il solo fatto di essere umani muove le persone a prendersi cura dell’ambiente del quale sono parte, «i cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede»
6. Insistere nel dire che l’essere umano è immagine di Dio non dovrebbe farci dimenticare che ogni creatura ha una funzione e nessuna è superflua. Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio. La storia della propria amicizia con Dio si sviluppa sempre in uno spazio geografico che diventa un segno molto personale, e ognuno di noi conserva nella memoria luoghi il cui ricordo gli fa tanto bene. 
  Quando ci si rende conto del riflesso di Dio in tutto ciò che esiste, il cuore sperimenta il desiderio di adorare il Signore per tutte le sue creature e insieme ad esse, come appare nel bellissimo cantico di san Francesco d’Assisi:
«Laudato sie, mi’ Signore,
cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte»
  Le creature di questo mondo non possono essere considerate un bene senza proprietario: «Sono tue, Signore, amante della vita» (Sap 11,26). Questo induce alla convinzione che, essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che «Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione».
  Questo non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità. E nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità. Queste concezioni finirebbero per creare nuovi squilibri nel tentativo di fuggire dalla realtà che ci interpella.  Si avverte a volte l’ossessione di negare alla persona umana qualsiasi preminenza, e si porta avanti una lotta per le altre specie che non mettiamo in atto per difendere la pari dignità tra gli esseri umani. Certamente ci deve preoccupare che gli altri esseri viventi non siano trattati in modo irresponsabile, ma ci dovrebbero indignare soprattutto le enormi disuguaglianze che esistono tra di noi, perché continuiamo a tollerare che alcuni si considerino più degni di altri. Non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, senza reali possibilità di miglioramento, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono, ostentano con vanità una pretesa superiorità e lasciano dietro di sé un livello di spreco tale che sarebbe impossibile generalizzarlo senza distruggere il pianeta. Continuiamo nei fatti ad ammettere che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti.
  Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente. Non è un caso che, nel cantico in cui loda Dio per le creature, san Francesco aggiunga: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore». Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo ai problemi della società.
  D’altra parte, quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nessuno è escluso da tale fraternità. Di conseguenza, è vero anche che l’indifferenza o la crudeltà verso le altre creature di questo mondo finiscono sempre per trasferirsi in qualche modo al trattamento che riserviamo agli altri esseri umani. Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltrattare un animale non tarda a manifestarsi nella relazione con le altre persone. Ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura «è contrario alla dignità umana».  Non possiamo considerarci persone che amano veramente se escludiamo dai nostri interessi una parte della realtà: «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo». Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra.
7.  Oggi, credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale». La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata.
  L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti. Se non lo facciamo, ci carichiamo sulla coscienza il peso di negare l’esistenza degli altri. Per questo i Vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti che cosa significa il comandamento “non uccidere” quando «un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere».
 A nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi ecologica. Vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla. Perché non possiamo fermarci a riflettere su questo? Propongo pertanto di concentrarci sul paradigma tecnocratico dominante e sul posto che vi occupano l’essere umano e la sua azione nel mondo.
  […N]on possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero. 
   [Si] tende a credere che «ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza di valori», come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia. Il fatto è che «l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza»,  perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza. Ogni epoca tende a sviluppare una scarsa autocoscienza dei propri limiti. Per tale motivo è possibile che oggi l’umanità non avverta la serietà delle sfide che le si presentano, e «la possibilità dell’uomo di usare male della sua potenza è in continuo aumento» quando «non esistono norme di libertà, ma solo pretese necessità di utilità e di sicurezza».  L’essere umano non è pienamente autonomo. La sua libertà si ammala quando si consegna alle forze cieche dell’inconscio, dei bisogni immediati, dell’egoismo, della violenza brutale. In tal senso, è nudo ed esposto di fronte al suo stesso potere che continua a crescere, senza avere gli strumenti per controllarlo. Può disporre di meccanismi superficiali, ma possiamo affermare che gli mancano un’etica adeguatamente solida, una cultura e una spiritualità che realmente gli diano un limite e lo contengano entro un lucido dominio di sé.
8.   […O]ra ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti».
 […L]a tecnica ha una tendenza a far sì che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica, e «l’uomo che ne è il protagonista sa che, in ultima analisi, non si tratta né di utilità, né di benessere, ma di dominio; dominio nel senso estremo della parola».  Per questo «cerca di afferrare gli elementi della natura ed insieme quelli dell’esistenza umana».  Si riducono così la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per la creatività alternativa degli individui.
   Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. Non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale.  Nel frattempo, abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante»,  mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica.
 La specializzazione propria della tecnologia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo d’insieme. La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante. Questo stesso fatto impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo attuale, soprattutto quelli dell’ambiente e dei poveri, che non si possono affrontare a partire da un solo punto di vista o da un solo tipo di interessi. Una scienza che pretenda di offrire soluzioni alle grandi questioni, dovrebbe necessariamente tener conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale. Ma questo è un modo di agire difficile da portare avanti oggi. Perciò non si possono nemmeno riconoscere dei veri orizzonti etici di riferimento. 
  La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico.
  Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale. La scienza e la tecnologia non sono neutrali, ma possono implicare dall’inizio alla fine di un processo diverse intenzioni e possibilità, e possono configurarsi in vari modi. Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane.
9. La mancanza di preoccupazione per misurare i danni alla natura e l’impatto ambientale delle decisioni, è solo il riflesso evidente di un disinteresse a riconoscere il messaggio che la natura porta inscritto nelle sue stesse strutture. Quando non si riconosce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità – per fare solo alcuni esempi –, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché «Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura».
  Questa situazione ci conduce ad una schizofrenia permanente, che va dall’esaltazione tecnocratica che non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano. Ma non si può prescindere dall’umanità. Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia. Quando la persona umana viene considerata solo un essere in più tra gli altri, che deriva da un gioco del caso o da un determinismo fisico, «si corre il rischio che si affievolisca nelle persone la coscienza della responsabilità».  Un antropocentrismo deviato non deve necessariamente cedere il passo a un “biocentrismo”, perché ciò implicherebbe introdurre un nuovo squilibrio, che non solo non risolverà i problemi, bensì ne aggiungerà altri. Non si può esigere da parte dell’essere umano un impegno verso il mondo, se non si riconoscono e non si valorizzano al tempo stesso le sue peculiari capacità di conoscenza, volontà, libertà e responsabilità.
  La critica all’antropocentrismo deviato non dovrebbe nemmeno collocare in secondo piano il valore delle relazioni tra le persone. Se la crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali. Quando il pensiero cristiano rivendica per l’essere umano un peculiare valore al di sopra delle altre creature, dà spazio alla valorizzazione di ogni persona umana, e così stimola il riconoscimento dell’altro. 
 Un antropocentrismo deviato dà luogo a uno stile di vita deviato.
   La cultura del relativismo è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito. È la stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi. È anche la logica interna di chi afferma: “lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l’economia, perché i loro effetti sulla società e sulla natura sono danni inevitabili”. Se non ci sono verità oggettive né principi stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, che limiti possono avere la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio di diamanti insanguinati e di pelli di animali in via di estinzione? Non è la stessa logica relativista quella che giustifica l’acquisto di organi dei poveri allo scopo di venderli o di utilizzarli per la sperimentazione, o lo scarto di bambini perché non rispondono al desiderio dei loro genitori? E’ la stessa logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti solo per il desiderio disordinato di consumare più di quello di cui realmente si ha bisogno. E allora non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare.
 In qualunque impostazione di ecologia integrale, che non escluda l’essere umano, è indispensabile integrare il valore del lavoro, tanto sapientemente sviluppato da san Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Laborem exercens. Ricordiamo che, secondo il racconto biblico della creazione, Dio pose l’essere umano nel giardino appena creato (cfr Gen 2,15) non solo per prendersi cura dell’esistente (custodire), ma per lavorarvi affinché producesse frutti (coltivare). Così gli operai e gli artigiani «assicurano la creazione eterna» (Sir38,34). In realtà, l’intervento umano che favorisce il prudente sviluppo del creato è il modo più adeguato di prendersene cura, perché implica il porsi come strumento di Dio per aiutare a far emergere le potenzialità che Egli stesso ha inscritto nelle cose: «Il Signore ha creato medicamenti dalla terra, l’uomo assennato non li disprezza» (Sir 38,4).
 Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale. In questo senso, aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro. Tuttavia l’orientamento dell’economia ha favorito un tipo di progresso tecnologico finalizzato a ridurre i costi di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine. È un ulteriore modo in cui l’azione dell’essere umano può volgersi contro sé stesso. La riduzione dei posti di lavoro «ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del “capitale sociale”, ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile». In definitiva «i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani».  Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società.
 Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Le autorità hanno il diritto e la responsabilità di adottare misure di chiaro e fermo appoggio ai piccoli produttori e alla diversificazione della produzione. Perché vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino, a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica. L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune.
10.  Dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui diversi elementi di una ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali. L’ecologia studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente in cui si sviluppano. Essa esige anche di fermarsi a pensare e a discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società, con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo. Non è superfluo insistere ulteriormente sul fatto che tutto è connesso.  Quando parliamo di “ambiente” facciamo riferimento anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati. Le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’analisi del funzionamento della società, della sua economia, del suo comportamento, dei suoi modi di comprendere la realtà. Data l’ampiezza dei cambiamenti, non è più possibile trovare una risposta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema.
 Se tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana: «Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali». In tal senso, l’ecologia sociale è necessariamente istituzionale e raggiunge progressivamente le diverse dimensioni che vanno dal gruppo sociale primario, la famiglia, fino alla vita internazionale, passando per la comunità locale e la Nazione. All’interno di ciascun livello sociale e tra di essi, si sviluppano le istituzioni che regolano le relazioni umane. Tutto ciò che le danneggia comporta effetti nocivi, come la perdita della libertà, l’ingiustizia e la violenza. Diversi Paesi sono governati da un sistema istituzionale precario, a costo delle sofferenze della popolazione e a beneficio di coloro che lucrano su questo stato di cose. Tanto all’interno dell’amministrazione dello Stato, quanto nelle diverse espressioni della società civile, o nelle relazioni degli abitanti tra loro, si registrano con eccessiva frequenza comportamenti illegali. Le leggi possono essere redatte in forma corretta, ma spesso rimangono come lettera morta. 
 Per poter parlare di autentico sviluppo, occorrerà verificare che si produca un miglioramento integrale nella qualità della vita umana, e questo implica analizzare lo spazio in cui si svolge l’esistenza delle persone. Gli ambienti in cui viviamo influiscono sul nostro modo di vedere la vita, di sentire e di agire. Al tempo stesso, nella nostra stanza, nella nostra casa, nel nostro luogo di lavoro e nel nostro quartiere facciamo uso dell’ambiente per esprimere la nostra identità. Ci sforziamo di adattarci all’ambiente, e quando esso è disordinato, caotico o saturo di inquinamento visivo e acustico, l’eccesso di stimoli mette alla prova i nostri tentativi di sviluppare un’identità integrata e felice.
  E’ necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa” all’interno della città che ci contiene e ci unisce. È importante che le diverse parti di una città siano ben integrate e che gli abitanti possano avere una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere, rinunciando a vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri. Ogni intervento nel paesaggio urbano o rurale dovrebbe considerare come i diversi elementi del luogo formino un tutto che è percepito dagli abitanti come un quadro coerente con la sua ricchezza di significati. In tal modo gli altri cessano di essere estranei e li si può percepire come parte di un “noi” che costruiamo insieme. Per questa stessa ragione, sia nell’ambiente urbano sia in quello rurale, è opportuno preservare alcuni spazi nei quali si evitino interventi umani che li modifichino continuamente.
  La mancanza di alloggi è grave in molte parti del mondo, tanto nelle zone rurali quanto nelle grandi città, anche perché i bilanci statali di solito coprono solo una piccola parte della domanda. Non soltanto i poveri, ma una gran parte della società incontra serie difficoltà ad avere una casa propria. La proprietà della casa ha molta importanza per la dignità delle persone e per lo sviluppo delle famiglie. Si tratta di una questione centrale dell’ecologia umana. Se in un determinato luogo si sono già sviluppati agglomerati caotici di case precarie, si tratta anzitutto di urbanizzare tali quartieri, non di sradicarne ed espellerne gli abitanti. Quando i poveri vivono in sobborghi inquinati o in agglomerati pericolosi, «nel caso si debba procedere al loro trasferimento e per non aggiungere sofferenza a sofferenza, è necessario fornire un’adeguata e previa informazione, offrire alternative di alloggi dignitosi e coinvolgere direttamente gli interessati». Nello stesso tempo, la creatività dovrebbe portare ad integrare i quartieri disagiati all’interno di una città accogliente. «Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!».
  La qualità della vita nelle città è legata in larga parte ai trasporti, che sono spesso causa di grandi sofferenze per gli abitanti. Nelle città circolano molte automobili utilizzate da una o due persone, per cui il traffico diventa intenso, si alza il livello d’inquinamento, si consumano enormi quantità di energia non rinnovabile e diventa necessaria la costruzione di più strade e parcheggi, che danneggiano il tessuto urbano. Molti specialisti concordano sulla necessità di dare priorità al trasporto pubblico. Tuttavia alcune misure necessarie difficilmente saranno accettate in modo pacifico dalla società senza un miglioramento sostanziale di tale trasporto, che in molte città comporta un trattamento indegno delle persone a causa dell’affollamento, della scomodità o della scarsa frequenza dei servizi e dell’insicurezza.
 Il riconoscimento della peculiare dignità dell’essere umano molte volte contrasta con la vita caotica che devono condurre le persone nelle nostre città. Questo però non dovrebbe far dimenticare lo stato di abbandono e trascuratezza che soffrono anche alcuni abitanti delle zone rurali, dove non arrivano i servizi essenziali e ci sono lavoratori ridotti in condizione di schiavitù, senza diritti né aspettative di una vita più dignitosa.
11. L’ecologia integrale è inseparabile dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale. E’ «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente».
  Il bene comune presuppone il rispetto della persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale. Esige anche i dispositivi di benessere e sicurezza sociale e lo sviluppo dei diversi gruppi intermedi, applicando il principio di sussidiarietà. Tra questi risalta specialmente la famiglia, come cellula primaria della società. Infine, il bene comune richiede la pace sociale, vale a dire la stabilità e la sicurezza di un determinato ordine, che non si realizza senza un’attenzione particolare alla giustizia distributiva, la cui violazione genera sempre violenza. Tutta la società – e in essa specialmente lo Stato – ha l’obbligo di difendere e promuovere il bene comune.
  Nelle condizioni attuali della società mondiale, dove si riscontrano tante inequità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti umani fondamentali, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri. Questa opzione richiede di trarre le conseguenze della destinazione comune dei beni della terra, ma, come ho cercato di mostrare nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium,  esige di contemplare prima di tutto l’immensa dignità del povero alla luce delle più profonde convinzioni di fede. Basta osservare la realtà per comprendere che oggi questa opzione è un’esigenza etica fondamentale per l’effettiva realizzazione del bene comune.
 Le crisi economiche internazionali hanno mostrato con crudezza gli effetti nocivi che porta con sé il disconoscimento di un destino comune, dal quale non possono essere esclusi coloro che verranno dopo di noi. Ormai non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni. Quando pensiamo alla situazione in cui si lascia il pianeta alle future generazioni, entriamo in un’altra logica, quella del dono gratuito che riceviamo e comunichiamo. Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno. Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti.  Le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni. L’attenuazione degli effetti dell’attuale squilibrio dipende da ciò che facciamo ora, soprattutto se pensiamo alla responsabilità che ci attribuiranno coloro che dovranno sopportare le peggiori conseguenze.
 La difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro. Molte volte si è di fronte ad un consumo eccessivo e miope dei genitori che danneggia i figli, che trovano sempre più difficoltà ad acquistare una casa propria e a fondare una famiglia. Inoltre, questa incapacità di pensare seriamente alle future generazioni è legata alla nostra incapacità di ampliare l’orizzonte delle nostre preoccupazioni e pensare a quanti rimangono esclusi dallo sviluppo.
12.  Dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune. Un mondo interdipendente non significa unicamente capire che le conseguenze dannose degli stili di vita, di produzione e di consumo colpiscono tutti, bensì, principalmente, fare in modo che le soluzioni siano proposte a partire da una prospettiva globale e non solo in difesa degli interessi di alcuni Paesi. L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune. Ma lo stesso ingegno utilizzato per un enorme sviluppo tecnologico, non riesce a trovare forme efficaci di gestione internazionale in ordine a risolvere le gravi difficoltà ambientali e sociali.
 Per i Paesi poveri le priorità devono essere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti; al tempo stesso devono prendere in esame il livello scandaloso di consumo di alcuni settori privilegiati della loro popolazione e contrastare meglio la corruzione. Certo, devono anche sviluppare forme meno inquinanti di produzione di energia, ma per questo hanno bisogno di contare sull’aiuto dei Paesi che sono cresciuti molto a spese dell’inquinamento attuale del pianeta.
 Urgono accordi internazionali che si realizzino, considerata la scarsa capacità delle istanze locali di intervenire in modo efficace. Le relazioni tra Stati devono salvaguardare la sovranità di ciascuno, ma anche stabilire percorsi concordati per evitare catastrofi locali che finirebbero per danneggiare tutti. Occorrono quadri regolatori globali che impongano obblighi e che impediscano azioni inaccettabili, come il fatto che imprese o Paesi potenti scarichino su altri Paesi rifiuti e industrie altamente inquinanti.
  Il XXI secolo, mentre mantiene una governance  [=struttura dei poteri pubblici nei loro reciproci rapporti e bilanciamento] propria di epoche passate, assiste ad una perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica. In questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare. Come ha affermato Benedetto XVI nella linea già sviluppata dalla dottrina sociale della Chiesa, «per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, [san] Giovanni XXIII».  In tale prospettiva, la diplomazia acquista un’importanza inedita, in ordine a promuovere strategie internazionali per prevenire i problemi più gravi che finiscono per colpire tutti.
n solo ci sono vincitori e vinti tra i Paesi, ma anche all’interno dei Paesi poveri, in cui si devono identificare diverse responsabilità. Perciò, le questioni relative all’ambiente e allo sviluppo economico non si possono più impostare solo a partire dalle differenze tra i Paesi, ma chiedono di porre attenzione alle politiche nazionali e locali.
  Dinanzi alla possibilità di un utilizzo irresponsabile delle capacità umane, sono funzioni improrogabili di ogni Stato quelle di pianificare, coordinare, vigilare e sanzionare all’interno del proprio territorio. La società, in che modo ordina e custodisce il proprio divenire in un contesto di costanti innovazioni tecnologiche? Un fattore che agisce come moderatore effettivo è il diritto, che stabilisce le regole per le condotte consentite alla luce del bene comune. I limiti che deve imporre una società sana, matura e sovrana sono attinenti a previsione e precauzione, regolamenti adeguati, vigilanza sull’applicazione delle norme, contrasto della corruzione, azioni di controllo operativo sull’emergere di effetti non desiderati dei processi produttivi, e intervento opportuno di fronte a rischi indeterminati o potenziali. Esiste una crescente giurisprudenza orientata a ridurre gli effetti inquinanti delle attività imprenditoriali. Ma la struttura politica e istituzionale non esiste solo per evitare le cattive pratiche, bensì per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive.
  Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi. Si dimentica così che «il tempo è superiore allo spazio», che siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere. La grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Il potere politico fa molta fatica ad accogliere questo dovere in un progetto di Nazione.
Non si può pensare a ricette uniformi, perché vi sono problemi e limiti specifici di ogni Paese e regione. È vero anche che il realismo politico può richiedere misure e tecnologie di transizione, sempre che siano accompagnate dal disegno e dall’accettazione di impegni graduali vincolanti. Allo stesso tempo, però, in ambito nazionale e locale c’è sempre molto da fare, ad esempio promuovere forme di risparmio energetico. Ciò implica favorire modalità di produzione industriale con massima efficienza energetica e minor utilizzo di materie prime, togliendo dal mercato i prodotti poco efficaci dal punto di vista energetico o più inquinanti. Possiamo anche menzionare una buona gestione dei trasporti o tecniche di costruzione e di ristrutturazione di edifici che ne riducano il consumo energetico e il livello di inquinamento. D’altra parte, l’azione politica locale può orientarsi alla modifica dei consumi, allo sviluppo di un’economia dei rifiuti e del riciclaggio, alla protezione di determinate specie e alla programmazione di un’agricoltura diversificata con la rotazione delle colture. È possibile favorire il miglioramento agricolo delle regioni povere mediante investimenti nelle infrastrutture rurali, nell’organizzazione del mercato locale o nazionale, nei sistemi di irrigazione, nello sviluppo di tecniche agricole sostenibili. Si possono facilitare forme di cooperazione o di organizzazione comunitaria che difendano gli interessi dei piccoli produttori e preservino gli ecosistemi locali dalla depredazione. È molto quello che si può fare!
  È indispensabile la continuità, giacché non si possono modificare le politiche relative ai cambiamenti climatici e alla protezione dell’ambiente ogni volta che cambia un governo. I risultati richiedono molto tempo e comportano costi immediati con effetti che non potranno essere esibiti nel periodo di vita di un governo. Per questo, senza la pressione della popolazione e delle istituzioni, ci saranno sempre resistenze ad intervenire, ancor più quando ci siano urgenze da risolvere. Che un politico assuma queste responsabilità con i costi che implicano, non risponde alla logica efficientista e “immediatista” dell’economia e della politica attuali, ma se avrà il coraggio di farlo, potrà nuovamente riconoscere la dignità che Dio gli ha dato come persona e lascerà, dopo il suo passaggio in questa storia, una testimonianza di generosa responsabilità. Occorre dare maggior spazio a una sana politica, capace di riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche, che permettano di superare pressioni e inerzie viziose. Tuttavia, bisogna aggiungere che i migliori dispositivi finiscono per soccombere quando mancano le grandi mete, i valori, una comprensione umanistica e ricca di significato, capaci di conferire ad ogni società un orientamento nobile e generoso.
 La previsione dell’impatto ambientale delle iniziative imprenditoriali e dei progetti richiede processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo, mentre la corruzione che nasconde il vero impatto ambientale di un progetto in cambio di favori spesso porta ad accordi ambigui che sfuggono al dovere di informare ed a un dibattito approfondito.
 Uno studio di impatto ambientale non dovrebbe essere successivo all’elaborazione di un progetto produttivo o di qualsiasi politica, piano o programma. Va inserito fin dall’inizio e dev’essere elaborato in modo interdisciplinare, trasparente e indipendente da ogni pressione economica o politica. Dev’essere connesso con l’analisi delle condizioni di lavoro e dei possibili effetti sulla salute fisica e mentale delle persone, sull’economia locale, sulla sicurezza. 
   In ogni discussione riguardante un’iniziativa imprenditoriale si dovrebbe porre una serie di domande, per poter discernere se porterà ad un vero sviluppo integrale: Per quale scopo? Per quale motivo? Dove? Quando? In che modo? A chi è diretto? Quali sono i rischi? A quale costo? Chi paga le spese e come lo farà? In questo esame ci sono questioni che devono avere la priorità. Per esempio, sappiamo che l’acqua è una risorsa scarsa e indispensabile, inoltre è un diritto fondamentale che condiziona l’esercizio di altri diritti umani. Questo è indubitabile e supera ogni analisi di impatto ambientale di una regione.
13.  La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali.  La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via.
  In questo contesto bisogna sempre ricordare che «la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente». Ancora una volta, conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui. È realistico aspettarsi che chi è ossessionato dalla massimizzazione dei profitti si fermi a pensare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni? All’interno dello schema della rendita non c’è posto per pensare ai ritmi della natura, ai suoi tempi di degradazione e di rigenerazione, e alla complessità degli ecosistemi che possono essere gravemente alterati dall’intervento umano. Inoltre, quando si parla di biodiversità, al massimo la si pensa come una riserva di risorse economiche che potrebbe essere sfruttata, ma non si considerano seriamente il valore reale delle cose, il loro significato per le persone e le culture, gli interessi e le necessità dei poveri.
 Quando si pongono tali questioni, alcuni reagiscono accusando gli altri di pretendere di fermare irrazionalmente il progresso e lo sviluppo umano. Ma dobbiamo convincerci che rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo può dare luogo a un’altra modalità di progresso e di sviluppo. Gli sforzi per un uso sostenibile delle risorse naturali non sono una spesa inutile, bensì un investimento che potrà offrire altri benefici economici a medio termine. Se non abbiamo ristrettezze di vedute, possiamo scoprire che la diversificazione di una produzione più innovativa e con minore impatto ambientale, può essere molto redditizia. Si tratta di aprire la strada a opportunità differenti, che non implicano di fermare la creatività umana e il suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo.
  Per esempio, un percorso di sviluppo produttivo più creativo e meglio orientato potrebbe correggere la disparità tra l’eccessivo investimento tecnologico per il consumo e quello scarso per risolvere i problemi urgenti dell’umanità; potrebbe generare forme intelligenti e redditizie di riutilizzo, di recupero funzionale e di riciclo; potrebbe migliorare l’efficienza energetica delle città; e così via. La diversificazione produttiva offre larghissime possibilità all’intelligenza umana per creare e innovare, mentre protegge l’ambiente e crea più opportunità di lavoro. Questa sarebbe una creatività capace di far fiorire nuovamente la nobiltà dell’essere umano, perché è più dignitoso usare l’intelligenza, con audacia e responsabilità, per trovare forme di sviluppo sostenibile ed equo, nel quadro di una concezione più ampia della qualità della vita. Viceversa, è meno dignitoso e creativo e più superficiale insistere nel creare forme di saccheggio della natura solo per offrire nuove possibilità di consumo e di rendita immediata.
 In ogni modo, se in alcuni casi lo sviluppo sostenibile comporterà nuove modalità per crescere, in altri casi, di fronte alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti decenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi. Sappiamo che è insostenibile il comportamento di coloro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in conformità alla propria dignità umana. Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti. Diceva Benedetto XVI che «è necessario che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti caratterizzati dalla sobrietà, diminuendo il proprio consumo di energia e migliorando le condizioni del suo uso».
  Affinché sorgano nuovi modelli di progresso abbiamo bisogno di «cambiare il modello di sviluppo globale»,   la qual cosa implica riflettere responsabilmente «sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni». Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso. D’altra parte, molte volte la qualità reale della vita delle persone diminuisce – per il deteriorarsi dell’ambiente, la bassa qualità dei prodotti alimentari o l’esaurimento di alcune risorse – nel contesto di una crescita dell’economia. In questo quadro, il discorso della crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine.
195. Il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento. Vale a dire che le imprese ottengono profitti calcolando e pagando una parte infima dei costi. Si potrebbe considerare etico solo un comportamento in cui «i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future».  La razionalità strumentale, che apporta solo un’analisi statica della realtà in funzione delle necessità del momento, è presente sia quando ad assegnare le risorse è il mercato, sia quando lo fa uno Stato pianificatore.
  Qual è il posto della politica? Ricordiamo il principio di sussidiarietà, che conferisce libertà per lo sviluppo delle capacità presenti a tutti i livelli, ma al tempo stesso esige più responsabilità verso il bene comune da parte di chi detiene più potere. È vero che oggi alcuni settori economici esercitano più potere degli Stati stessi. Ma non si può giustificare un’economia senza politica, che sarebbe incapace di propiziare un’altra logica in grado di governare i vari aspetti della crisi attuale. La logica che non lascia spazio a una sincera preoccupazione per l’ambiente è la stessa in cui non trova spazio la preoccupazione per integrare i più fragili, perché «nel vigente modello “di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita».
  Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito, a causa della corruzione e della mancanza di buone politiche pubbliche. Se lo Stato non adempie il proprio ruolo in una regione, alcuni gruppi economici possono apparire come benefattori e detenere il potere reale, sentendosi autorizzati a non osservare certe norme, fino a dar luogo a diverse forme di criminalità organizzata, tratta delle persone, narcotraffico e violenza molto difficili da sradicare. Se la politica non è capace di rompere una logica perversa, e inoltre resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi dell’umanità. Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida.
  La politica e l’economia tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli. Anche qui vale il principio che «l’unità è superiore al conflitto».
 Un cambiamento negli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale. È ciò che accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare il comportamento delle imprese, forzandole a considerare l’impatto ambientale e i modelli di produzione. È un fatto che, quando le abitudini sociali intaccano i profitti delle imprese, queste si vedono spinte a produrre in un altro modo. Questo ci ricorda la responsabilità sociale dei consumatori. 
 La coscienza della gravità della crisi culturale ed ecologica deve tradursi in nuove abitudini. Molti sanno che il progresso attuale e il semplice accumulo di oggetti o piaceri non bastano per dare senso e gioia al cuore umano, ma non si sentono capaci di rinunciare a quanto il mercato offre loro. Nei Paesi che dovrebbero produrre i maggiori cambiamenti di abitudini di consumo, i giovani hanno una nuova sensibilità ecologica e uno spirito generoso, e alcuni di loro lottano in modo ammirevole per la difesa dell’ambiente, ma sono cresciuti in un contesto di altissimo consumo e di benessere che rende difficile la maturazione di altre abitudini. Per questo ci troviamo davanti ad una sfida educativa. i. L’esistenza di leggi e norme non è sufficiente a lungo termine per limitare i cattivi comportamenti, anche quando esista un valido controllo. Affinché la norma giuridica produca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e reagisca secondo una trasformazione personale. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente. Inoltre, l’esercizio di questi comportamenti ci restituisce il senso della nostra dignità, ci conduce ad una maggiore profondità esistenziale, ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo. Alla politica e alle varie associazioni compete uno sforzo di formazione delle coscienze. Compete anche alla Chiesa. Tutte le comunità cristiane hanno un ruolo importante da compiere in questa educazione. 
14.  […N]on basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni». La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria.
 La cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione. Gesù ci ha ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende fratelli. L’amore fraterno può solo essere gratuito, non può mai essere un compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto speriamo che faccia. Per questo è possibile amare i nemici. Questa stessa gratuità ci porta ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al nostro controllo. Per questo possiamo parlare di una fraternità universale.
  Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente.
  L’esempio di santa Teresa di Lisieux ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo. Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del maltrattamento della vita in ogni sua forma.
  L’amore, pieno di piccoli gesti di cura reciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche «macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici».  Per questo la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una «civiltà dell’amore».  L’amore sociale è la chiave di un autentico sviluppo: «Per rendere la società più umana, più degna della persona, occorre rivalutare l’amore nella vita sociale – a livello, politico, economico, culturale - facendone la norma costante e suprema dell’agire».  In questo quadro, insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidiani, l’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società. Quando qualcuno riconosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli altri in queste dinamiche sociali, deve ricordare che ciò fa parte della sua spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si santifica.
 Non tutti sono chiamati a lavorare in maniera diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una innumerevole varietà di associazioni che intervengono a favore del bene comune, difendendo l’ambiente naturale e urbano. Per esempio, si preoccupano di un luogo pubblico (un edificio, una fontana, un monumento abbandonato, un paesaggio, una piazza), per proteggere, risanare, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti. Intorno a loro si sviluppano o si recuperano legami e sorge un nuovo tessuto sociale locale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare un’identità comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa comune che Dio ci ha affidato. Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali.
15. Dopo questa prolungata riflessione, gioiosa e drammatica insieme, propongo due preghiere, una che possiamo condividere tutti quanti crediamo in un Dio creatore onnipotente, e un’altra affinché noi cristiani sappiamo assumere gli impegni verso il creato che il Vangelo di Gesù ci propone.

Preghiera per la nostra terra
Dio Onnipotente,
che sei presente in tutto l’universo
e nella più piccola delle tue creature,
Tu che circondi con la tua tenerezza
tutto quanto esiste,
riversa in noi la forza del tuo amore
affinché ci prendiamo cura
della vita e della bellezza.
Inondaci di pace, perché viviamo come fratelli e sorelle
senza nuocere a nessuno.
O Dio dei poveri,
aiutaci a riscattare gli abbandonati
e i dimenticati di questa terra
che tanto valgono ai tuoi occhi.
Risana la nostra vita,
affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo,
affinché seminiamo bellezza
e non inquinamento e distruzione.
Tocca i cuori
di quanti cercano solo vantaggi
a spese dei poveri e della terra.
Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa,
a contemplare con stupore,
a riconoscere che siamo profondamente uniti
con tutte le creature
nel nostro cammino verso la tua luce infinita.
Grazie perché sei con noi tutti i giorni.
Sostienici, per favore, nella nostra lotta
per la giustizia, l’amore e la pace.

Preghiera cristiana con il creato
Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature,
che sono uscite dalla tua mano potente.
Sono tue, e sono colme della tua presenza
e della tua tenerezza.
Laudato si’!
Figlio di Dio, Gesù,
da te sono state create tutte le cose.
Hai preso forma nel seno materno di Maria,
ti sei fatto parte di questa terra,
e hai guardato questo mondo con occhi umani.
Oggi sei vivo in ogni creatura
con la tua gloria di risorto.
Laudato si’!
Spirito Santo, che con la tua luce
orienti questo mondo verso l’amore del Padre
e accompagni il gemito della creazione,
tu pure vivi nei nostri cuori
per spingerci al bene.
Laudato si’!
Signore Dio, Uno e Trino,
comunità stupenda di amore infinito,
insegnaci a contemplarti
nella bellezza dell’universo,
dove tutto ci parla di te.
Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine
per ogni essere che hai creato.
Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti
con tutto ciò che esiste.
Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo
come strumenti del tuo affetto
per tutti gli esseri di questa terra,
perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te.
Illumina i padroni del potere e del denaro
perché non cadano nel peccato dell’indifferenza,
amino il bene comune, promuovano i deboli,
e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.
I poveri e la terra stanno gridando:
Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce,
per proteggere ogni vita,
per preparare un futuro migliore,
affinché venga il tuo Regno
di giustizia, di pace, di amore e di bellezza.
Laudato si’!
Amen.