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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 31 gennaio 2017

Religione tanto più coinvolgente quanto più inutile?

Religione tanto più coinvolgente quanto più inutile?

  Da adolescente, negli anni ’70, ho vissuto in un mondo in cui si pensava che la religione fosse in declino. Oggi sembra che lo sia solo in Europa. Ne hanno scritto i sociologi Peter Berger, Grace Davie ed Effie Fokas nel 2008, in un libro pubblicato in Italiano da Il Mulino,  con il titolo America religiosa, Europa laica? Perché il secolarismo europeo è un’eccezione, €18,50.
  Il secolarismo è una cultura che spiega i fatti umani e della natura senza fare ricorso alla religione. Il principio della laicità dello stato, per cui le istituzioni pubbliche non devono far ricorso alla religione per motivare quello che fanno ed è vietata ogni discriminazione su base religiosa, ne è un’applicazione. Esso ha garantito e ancora garantisce la pace religiosa nel nostro continente. Storicamente la progressione culturale non è andata dal secolarismo al principio della laicità dello stato, e poi alla pace religiosa, ma si è sviluppata al contrario. Prima si è voluto ottenere la pace religiosa, e allora si è pensato di separare gli affari pubblici dalla religione e poi si è sviluppato il secolarismo, come estensione di questo metodo. Questa è stata una via originale, ed è per questo che le società europee presentano un marcato secolarismo, a differenza di quasi tutto il resto del mondo. Quando si è pensato di finirla di fare guerre sotto bandiere religiose, è però sembrato che la religione divenisse progressivamente inutile. La si è continuata da usare per l'educazione morale, ma i suoi principi sempre più sono risultati arretrati e discriminatori, al massimo solo una ciliegina sulla torta nella formazione dei più ricchi e poco più che un anestetico per i meno ricchi; poi, da ultimo, la si è usata come medicina dell'anima, insieme ad altri rimedi, confinata nel privato  o in piccoli gruppi. In realtà i più grandi principi umanitari della nostra fede sono rimasti ancora come ideologia politica anche nella nostra nuova Europa (fondano la sua Carta dei diritti), ma laicizzati (senza ricondurli esplicitamente alla fede), per cui senza una formazione specifica non se ne riesce più a cogliere l'origine religiosa. Ma la politica, nella nostra organizzazione religiosa, fino a non molto tempo fa fu ritenuta sconveniente per la maggior parte del popolo, che ad essa non veniva educato negli ambienti religiosi: era riservata ai capi del nostro clero, i quali  ne hanno sempre fatta molta. Per loro la religione ha infatti ancora senso. E per gli altri?
 Negli ultimi sessant’anni ci siamo abituati ad associare la nostra religione, e la fede che la sorregge, con la pace. In realtà la nostra religione, come da più parti si è osservato, è stata storicamente ben poco pacifica. Alcuni hanno osservato che condivide questa caratteristica con le altre due maggiori religioni monoteistiche, che hanno in comune con la nostra fede un importante patrimonio culturale. Il politeismo è più pacifico del monoteismo? Una realistica consapevolezza storica smentisce questa tesi. Le società umane si sono sempre combattute, usando i loro dei come bandiere e immaginando che anch’essi si combattessero tra loro. Le storie sacre dei politeismi sono piene di queste guerre tra dei. Questa concezione, di dei troppo umani, cominciò a essere considerata insoddisfacente nell’antica Grecia, tra il Quinto e il  Quarto secolo dell’era antica. Nell’antica Grecia si svilupparono le filosofie che sono ancora alla base della cultura europea. L’idea che le società potessero essere organizzate secondo un ordine razionale che le rendesse stabili e pacifiche nasce da lì. Molti concetti che sono entrati nella nostra teologia monoteistica derivano da quelle filosofie. L’universalismo   umanitario della nostra fede deriva da lì, dall’incontro con la cultura greca di un pensiero religioso sviluppatosi intorno all'antica Siria. Ora noi consideriamo Terra Santa  quella intorno a Gerusalemme, ma, attenendoci alla realtà storica, dovremmo cambiare opinione. La vera Terra Santa  della nostra fede è tra il lago di Tiberiade, nella Galilea delle genti dove iniziò la predicazione del Maestro,  Damasco e la città di Antiochia, che  ora è nella Turchia meridionale, al confine con la Siria, ma che anticamente era la capitale della provincia romana della Siria. In quella che viene considerata in genere la nostra Terra Santa c’è invece poco o nulla della nostra religione delle origini. Il sospetto che certe memorie siano state contraffatte è fortissimo. Su tutto, antica Siria e Palestina, si è sovrapposta la cultura islamica, che ha trasformato, in particolare, l’urbanistica di Gerusalemme. Così, in realtà, la vera Terra Santa  della nostra fede è l’intero mondo in cui si è diffusa, e un posto come Roma per noi sicuramente lo è di più dell’attuale Gerusalemme.
  Il nostro monoteismo non ha avuto l’opportunità, quando si è imposto come ideologia dello stato romano, di imporsi come potenza culturale di pace e questo per tanti motivi. Il principale è che, molto presto, l’antica cultura universalistica greco-romana che lo aveva profondamente conformato, determinando i principali suoi concetti teologici, è andata in pezzi insieme all’impero mediterraneo di cui aveva costituito l’anima. E questo anche se i popoli nuovi che, a partire del Terzo secolo, conquistarono con le armi l’Europa occidentale furono in qualche modo conquistati dalla sua cultura politica a sfondo religioso. Essi erano fascinati dall’immaginifica maestà della corte bizantina, che ancora si riflette nei riti della corte papale contemporanea. Ma l’unione politica continentale che era stata la culla della nostra fede religiosa non rinacque mai più, fino al secolo scorso, con la nostra nuova Europa. La politica rimase saldamente connessa alla fede, ma ogni stato si propose come delegato della divinità, interprete del vero monoteismo, in conflitto con gli altri. Ed anche il papa romano, dal  secondo millennio della nostra era, iniziò ad agire politicamente come un capo di stato. I conflitti politici si connotarono religiosamente, pur rimanendo al fondo politici. La situazione si aggravò molto con gli scismi del Cinquecento, in Europa Occidentale. Da qui una serie continua di guerre, che finirono quando ci si accordò per farle finire: da questo derivò la nostra nuova Europa. Si decise di non fare più della religione una fonte di guerra. Da qui il principio della laicità degli stati e poi il secolarismo. A questo punto la religione sembrò divenire progressivamente inutile. Se ne poteva fare a meno e non succedeva nulla.
  Da una consapevolezza storica realistica emerge che, per quanto riguarda il problema della pace, non fu dannoso il monoteismo, ma l’appropriazione del monoteismo da parte degli stati, al modo in cui era avvenuto nell’antico impero bizantino. Gli stati vollero essere imperi universali cercando giustificazioni religiose al loro dominio e quindi, poiché nessuno di essi aveva la forza di imporsi su tutti gli altri, scaturirono continue guerre con connotazioni religiose. Da ciò deriva che non bisogna pensare che la pace europea, fondata su principi di secolarismo, sia conseguita all’abbandono della fede religiosa, perché ciò avvenne piuttosto tardi, verso la metà del secolo scorso, mentre la pace religiosa europea risale a una serie di trattati conclusi nella provincia tedesca della Vestfalia nel Seicento. Certo, fu importante decidere di non fare più delle questioni religione un motivo di guerra, ma all’origine della pace fu la rinuncia all’idea di dominare l’Europa al modo in cui l’aveva dominata l’antico impero romano dopo aver sostituito la nostra fede monoteistica come ideologia politica dello stato al politeismo. Questo fu l’accordo. Tutte le volte che si attenuò, ripresero le guerre europee, però senza più connotazione religiosa. Rispetto ad esse la nostra fede, a fronte di un ambiente secolarizzato dal principio di laicità degli stati, rimase neutrale. Solo nel secolo scorso nelle nostre collettività religiose si sviluppò faticosamente una cultura di pace. Ai tempi nostri la religione non è più neutrale di fronte al problema della guerra, infatti la critica e la contrasta. Essendo ormai divenuta esterna  agli stati, fa loro la morale, cerca di condurli sulle vie della pace, non è più complice dei loro disegni di potere. Ma questo movimento coinvolge poco i fedeli. In Europa essi cercano dalla religione più il benessere psicologico, quella che viene definita pace spirituale, che un ammaestramento di pace. E sono endemiche concezioni magiche risalenti culturalmente agli antichi politeismi. Gli eventi straordinari, la spettacolarizzazione di pretesi eventi prodigiosi, coinvolgono ancora le masse. Ma, tanto più la religione diviene questo, tanto più diviene inutile, in particolare per i più giovani, che devono farsi spazio nel mondo e non sentono il bisogno di rimedi consolatori. Fare spazio nel mondo a gente nuova, tutta quella che la natura produce in gran numero (siamo ormai circa sette miliardi) richiede di ragionare di politica e di farlo anche in termini religiosi, ponendosi alcuni punti fermi, come quello dell'uguale dignità delle persona e del diritto di tutti alla  vita e alla ricerca della felicità. Altrimenti il mondo esploderà, se si pretenderà di governarlo con la legge della giungla, secondo l'ideologia corrente del grande capitalismo globale.  Si osserva però che il monoteismo non può riprendere a fare politica perché la sua politica storicamente non ha prodotto la pace. Questa è la principale obiezione rivolta storicamente anche alla dottrina sociale. Come unire religiosamente un’umanità in cui devono convivere molte grandi religioni, che in genere si manifestano intolleranti le une contro le altre? E’ possibile sviluppando una nuova cultura religiosa, secondo quanto, ad esempio, è indicato nell’enciclica Laudato si’. E' una via che l'indiano Mohandas Karamchand Gandhi, "Mahatma" vale ad dire "Grande Anima", aveva indicato negli anni '30 del secolo scorso.  Occorre, in particolare, prendere atto che dalla nostra fede sono scaturiti i grandi principi sui quali si fonda oggi l’integrazione europea, in un grande processo di pacificazione continentale. Far capire come sia successo che, pur abbandonando l’idea di religione di stato, la fede delle Beatitudini costituisca in fondo, ancora, la base culturale della nostra nuova Europa, e che quindi il processo di secolarizzazione europea non sia sfociato in realtà in un’apostasia, come superficiali critici ritengono, è la sfida che si propone oggi nella formazione religiosa ad ogni livello, fin dall’inizio, molto precocemente. In questo modo la religione può divenire di nuovo  utile, oltre che coinvolgente.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli  

lunedì 30 gennaio 2017

La grande storia ci si sta per rovesciare addosso

         La grande storia ci si sta per rovesciare addosso

Nel cartello di manifestanti statunitensi si legge: "E' terribile quando  gli chiedono dei loro testi sacri [per distinguere chi può entrare e chi no]"



[dal Manifesto di Ventotene - 1941 - di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni]

La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popoli l'avvento della "libertà" sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione.
  Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto conservatore, fino al socialismo e all'anarchia. Credono nella "generazione spontanea" degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla "storia" al "popolo" al "proletariato" o come altro chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle dittature immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un'assemblea costituente eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto degli elettori, la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla si potrà solo mediante una costante opera di convinzione.
  I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sulla i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi.
 In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro.
  Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria.
  Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi.
  Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine cui van ridotti tutti i problemi politici, ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l'intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura delle loro classe, per realizzare l'utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano di tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario.

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  In questi giorni la grande storia ci si sta rovesciando addosso, provenendo da oltre Oceano. Il mondo sta velocemente cambiando, ma non nel senso che in genere si auspicava. Risorgono i nazionalismi egoistici e i popoli sono spinti l’uno verso l’altro. Il contesto internazionale che costituiva l’ambiente considerato dalla dottrina sociale degli ultimi sessant’anni sta andando in pezzi. Non c’è più fiducia  in un ordine internazionale pacifico frutto di grande istituzioni sovranazionali, ma si pensa che sia meglio trincerarsi ognuno dietro frontiere sempre più impenetrabili e formare accordi limitati, tra stato e stato, contro tutti gli altri. In accordo bilaterale il più forte, il più grosso, ha la meglio mentre in una grande istituzione sovranazionale tutti i membri hanno pari dignità e viene perseguito il bene comune. Il mondo fatto di accordi bilaterali sarà regolato dalla legge delle giungla, in cui il più grosso mangia il più debole. La gente, mossa da passioni istintive, primordiali e inconsapevoli crede a chi le propone questo, pensando di guadagnarci. Ma a proporlo sono i più forti: ci rimetteranno i più deboli, la maggioranza, sia all'interno delle società sia nel contesto internazionale.  In questo contesto l’attuale nostra dottrina sociale appare come rivoluzionaria, mentre prima sembrava addirittura troppo prudente. Da essa si sono già separati importanti settori delle collettività statunitensi della nostra fede.
  Ci si diceva che occorreva prepararsi, studiare, dialogare, per affrontare qualcosa del genere, e ci accorgiamo che siamo rimasti indietro e che improvvisamente non c’è più tempo per farlo. La formazione di base è stata estremamente carente, in particolare per la comprensione degli eventi sociali. Ci siamo più o meno limitati a briciole di storia sacra e a inscenare giochi a tema a sfondo religioso, immaginando di vivere nel primo secolo della nostra era, estraniandoci da essa. Invitati a smontare frontiere e dogane, ci siamo adeguati, ma da fuori, guardando dentro, c’è più o meno quello che c’era prima. Cambiare, dopo tanti anni in cui si è andati in una certa direzione, è difficile. La gente, in particolare i più giovani, non viene tra noi perché non abbiamo quello che le serve. La fede e la religione appaiono inutili e, in un certo senso, lo sono realmente. Non ci si deve perdere d’animo, naturalmente. Ci sono tra noi persone che si spendono totalmente per cambiare, ma lo scenario è cambiato improvvisamente, troppo velocemente.
  Ciò che intuirono gli autori del Manifesto di Ventotene, che la scarsa formazione alla democrazia conduce alla svalutazione della democrazia, perché nelle masse prevalgono passioni tumultuose che le portano verso gli  “uomini forti”, o apparentemente  forti, fu ben chiaro fin dall’antichità. I leader populisti della nostra epoca sarebbero stati definiti  demagoghi dai pensatori dell’antica Grecia, semplici trascinatori  di popolo. La dottrina sociale li vorrebbe invece come formatori  e guide sapienti.
  Che fare, in questa situazione?
  Nel nostro piccolo mondo di quartiere occorre continuare l’opera iniziata, cercando di avvicinare di nuovo la gente agli spazi religiosi e migliorare l’attività di formazione e dialogo. In questo modo si possono costituire punti di resistenza e gettare i semi di un movimento  che abbia più capacità di incidere sulla società intorno. E’ ciò che si fece, nell’Azione Cattolica, verso la metà degli anni ’30 del secolo scorso, in un’altra epoca buia. All’epoca si aveva la diffidenza delle autorità religiose, oggi è molto diverso e questo aiuterà senz’altro. La dottrina sociale contemporanea, in particolare da ultimo con l’enciclica Laudato si’, dà un’idea realistica di ciò che accade e delle soluzioni a cui bisogna puntare. E invita a federarsi con tutte le altre persone di buona volontà, abbandonando ogni pretesa di autosufficienza religiosa, per creare un movimento che dalle realtà di prossimità, la famiglia, il condominio, il quartiere, la parrocchia, si estenda a livello globale. Ci invita a creare un movimento, come appunto, dopo aver scritto il Manifesto di Ventotene, fecero i suoi autori.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 28 gennaio 2017

Il risorgente nazionalismo mette in pericolo il mondo

Il risorgente nazionalismo mette in pericolo il mondo



dal WEB http://www.treccani.it/enciclopedia/unione-europea/

[dal Manifesto di Ventotene,  scritto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rosse ed Eugenio Colorni]

  E quando, superando l'orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l'umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo.
La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale. Con la propaganda e con l'azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d'ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l'autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.
 Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell'ultimo ventennio. Poiché sarà l'ora di opere nuove, sarà anche l'ora di uomini nuovi, del movimento per l'Europa libera e unita!

Da: <https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/l-ordine-di-trump-uno-schiaffo-alla-solidarieta-internazionale>, sabato 28-1-17,  di Andrea Lavazza, “L’ordine di Trump uno schiaffo alla solidarietà nazionale

  L'ordine esecutivo con cui il presidente americano Donald Trump blocca l'ingresso ai cittadini mediorientali di 7 Paesi, ferma per 4 mesi il programma a favore dei rifugiati, riduce la quota di profughi accolti nell'anno in corso e chiude le frontiere a tempo indeterminato per i siriani appare come uno schiaffo alla solidarietà internazionale, alla libera circolazione delle persone e alle istanze universalistiche cui l'America ha dato un impulso con la sua storia recente.
[…]
 vi sarà un probabile seppure non auspicabile effetto traino. Se gli Stati Uniti si muovono in questa direzione, molti politici europei si sentiranno ancor più legittimati nel proporre politiche di chiusura verso profughi e migranti. Con un crescente favore dell'opinione pubblica. Il soft power americano che tanto influenza anche la nostra cultura sembra aver imboccato una strada nuova e rischiosa. Sarà compito importante riflettere e dibattere su questi sviluppi, figli in taluni casi anche di una sottovalutazione della portata del fenomeno migratorio e delle sue conseguenze.

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  Due delle quattro maggiori potenze economiche e militari del mondo, gli Stati Uniti d’America e la Federazione russa, stanno seguendo politiche neo-nazionaliste. Sono entrambe in fase militare espansiva, ma con motivazioni molto diverse da quelle dei vecchi imperi nazionali: nella concezione dei loro capi politici egemoni si tratterebbe di strategie di difesa nazionale. Queste le rende molto pericolose, perché,  se si pensa di doversi difendere si è pronti a tutto. Negli Stati Uniti d’America il potere federale è caduto nelle mani di un uomo molto ricco, la cui figura ha diverse somiglianze con quelle degli oligarchi russi, i quali cercarono di controllare l’economia e la politica russa negli anni seguiti alla dissoluzione del regime sovietico; la Federazione russa è dominata da un ex militare della polizia politica sovietica che ha prevalso duramente su quegli oligarchi. Il primo segue un neo-nazionalismo  di tipo sostanzialmente economico, il secondo un nazionalismo di tipo più tradizionale, vicino a quello corrente nell’impero zarista, fortemente appoggiato dalla Chiesa ortodossa russa. Il leader americano, che non alcuna precedente esperienza di governo politico e, in particolare, in campo internazionale, si presenta come un uomo impulsivo, poco riflessivo e poco disposto a farsi consigliare. E’ solo un atteggiamento, una specie di proseguimento della campagna elettorale, o è veramente così? Il capo russo è l’esatto opposto, è riflessivo, non è solito parlare imprudentemente, ha un’importante e lunga esperienza di governo, anche nelle relazioni internazionali,  ha una squadra di collaboratori che lo assiste da diversi anni, e ha una formazione militare, dura. E fatale che l’americano commetta prima o poi qualche grave errore e che il russo cerchi di approfittarne. I due si conoscono poco e questo aggrava la situazione. Il politico che al mondo sembra aver avuto le relazioni più intense con Putin è l’italiano Silvio Berlusconi. L’americano si è paragonato a Berlusconi, ma quest’ultimo ha espresso delle perplessità in merito: in effetti sono molto diversi. Ma, soprattutto, anche Berlusconi ha avuto una lunga storia politica e un’esperienza intensa di relazioni internazionali. Questo ha giovato all’Italia, qualche anno fa, quando il governo sembrava intenzionato a intervenire militarmente in Libia, e Berlusconi e Prodi, concordemente quella volta, lo sconsigliarono. E’ stato osservato che l’americano gira sempre con appresso i codici di avvio dell’apparato nucleare statunitense: egli è infatti il comandante in capo  della forza militare federale. Le decisioni che potrebbe prendere sono potenzialmente molto più gravi di quelle che il governo italiano si trovò a decidere a quell’epoca. Nonostante che l’americano e il russo sembrino, ora, andare d’accordo, è possibile che sia solo questione di tempo, mesi, perché si generi una crisi grave come quella Ucraina, che, fra l’altro, non è neppure risolta. Ma il teatro di conflitto potenzialmente più grave sarà quello che corre in Asia, appena al largo della Repubblica popolare di Cina, e questo per le continue provocazioni dell’americano. Un conflitto in quella zona del mondo, benché agli antipodi dell’Italia, provocherebbe la fine del mondo come lo conosciamo: quasi tutto ciò che usiamo tutti i giorni viene prodotto laggiù. Anche la Cina sta diventando nazionalista, in un modo che ha qualche assonanza con il neo-nazionalismo statunitense: è infatti di tipo economico più che culturale.
 E’ l’Europa, la quarta grande attrice sulla scena globale?
 “La federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione”,   si legge nel Manifesto di Ventotene, e questo, pensavano i sui autro, “in una visione di insieme di tutti i popoli che costituiscono l'umanità”. Perché? All’epoca gli autori del Manifesto  pensavano al declino degli imperi coloniali e alla necessità di ottenere, sulla base di intese europee, una sistemazione pacifica delle questioni delle ex colonie. Nella situazione storica contemporanea un’Europa unita molto estesa, a livello quasi continentale, animata a politiche di collaborazione internazionale al suo interno e quindi di esempio anche verso l’esterno, potrebbe essere ancora quel campo  di pacificazione tra le altre potenze politiche in rotta di collisione di cui si avrà sempre più necessità. Ma essa è minacciata dallo stesso morbo che sta colpendo le altre maggiori potenze mondiali. Ma mentre nel caso di queste ultime il neo-nazionalismo tende a compattarle,  in difesa, il medesimo moto politico tende a dissolvere l’Unione Europea, costituita di tante nazionalità nessuna delle quali viene accettata come egemone. Essa è sotto attacco da parte del neo-presidente statunitense, che sembra spingere gli stati membri dell’Unione Europea a distaccarsene, seguendo l’esempio della Gran Bretagna. Egli ha mostrato di disprezzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, sulla base di considerazioni piuttosto superficiali. Non si mostra particolarmente informato dei problemi europei. Né, a differenza di diversi suoi predecessori, anche della sua stessa fazione politica, molto preoccupato di preservare la pace mondiale. E’ possibile che del mondo sappia meno dei suoi predecessori e questo è un grave problema. L’ONU e l’Unione Europee nascono come potenza di pace e lo sono effettivamente diventate. Screditandole, il mantenimento della pace viene messo in forse. Nessuna potenza mondiale, nemmeno gli Stati Uniti d’America, ha la forza di imporre  la pace con la minaccia delle armi: essa può scaturire solo da un ordine internazionale condiviso. In un mondo retto da relazioni bilaterali, come immaginato dal neo-presidente statunitense, verrebbe a mancare la rete di protezione che finora ha impedito conflitti caldi  tra le maggiori potenze mondiali.
  Tre delle maggiori potenze  mondiali sono rette da leader nazionalisti e sono in fase espansiva, in rotta di collisione. E’ quello che serve per far esplodere un conflitto armato. L’unica grande potenza di pace, legata da intensi rapporti economici con Stati Uniti, Russia e Cina, rimane la nostra nuova Europa. Ma fino a quando?
 Il movimento europeista è in crisi, minacciato dai nazionalismi europei risorgenti, che  saranno influenzati e probabilmente rafforzati anche dal nuovo corso statunitense. Il soft power americano [la capacità di persuasione esercitata per attrazione] che tanto influenza anche la nostra cultura sembra aver imboccato una strada nuova e rischiosa.” ha scritto oggi Lavazza su Avvenire. Ma, contrariamente a quanto superficialmente gridato dai populismi antieuropeisti, la nostra nuova Europa non è fatta solo di burocrati, ma di popoli che da decenni si sono conosciuti molto meglio e soprattutto molto più frequentati. E’ certamente ancora possibile  quello che si proponevano gli autori del Manifesto di Ventotene, vale a dire gettare le fondamento di un nuovo movimento europeista  e stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando,  per contrastare la fatale evoluzione della storia mondiale verso il conflitto. E’ quello che sostanzialmente ha raccomandato il Papa, nel suo messaggio per la 50° Giornata mondiale della pace. E un movimento simile, per aver l’intensità umana che occorre, deve iniziare dalle realtà più vicine alle persone, dalla famiglia, dal condominio, dal quartiere, per estendersi alla città e a territori sempre più vasti, collegando movimenti con movimenti, superando ogni frontiera che i neonazionalismi vogliono chiudere e murare, arrivando a tutto il mondo.
[Dal Messaggio per la 50° Giornata mondiale per la pace]
5. Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. È una componente di quella gioia dell’amore che ho presentato nello scorso marzo nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, a conclusione di due anni di riflessione da parte della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono.  Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società.
   Tante volte, nei miei sessant’anni di vita, mi è parso che l’ideologia politica che in concreto era espressa dalla nostra organizzazione religiosa non fosse all’altezza dei grandi valori di fede proclamati e insegnati. Per una volta la situazione è diversa.
“«La Santa Sede è preoccupata per il segnale che si dà al mondo» con la costruzione del muro tra Usa e Messico, voluto da Donald Trump per frenare le migrazioni. E si augura che gli altri Paesi, anche in Europa, «non seguano il suo esempio». Lo ha evidenziato al Sir [l’agenzia  di stampa Servizio di informazione religiosa]  il cardinale Peter Turkson, presidente del dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale. «Noi ci auguriamo che il muro non sia costruito ma conoscendo Trump forse si farà - ha affermato ancora Turkson -. Non sono solo gli Usa che vogliono costruire i muri contro i migranti, accade anche in Europa. Mi auguro che non seguano il suo esempio. Un presidente può anche costruire un muro ma può arrivare un altro presidente che l'abbatterà»”, leggo su Avvenire  di oggi.
  La nostra nuova Europa è veramente nata quando si iniziò a demolire la muraglia e il sistema di fortificazioni  erette tra le due parti in cui la Germania era stata divisa dopo la caduta del regime nazista, e all’interno della città di Berlino e intorno ad essa. Quegli eventi, ce lo racconta la grande storia, furono prodotti dai popoli europei, in particolare di quelli chiusi nei regimi dell'Europa orientale di ideologia comunista, che fecero pressione sulle frontiere. Le barriere nazionali cominciarono a cadere a furor di popolo.  E ora dovremmo ricostruirle? Divisi, saremmo preda dei nazionalismi più potenti e non ci potremmo fare nulla. Essi poi ci condurrebbero probabilmente al conflitto mondiale.
[Dall’Inno di Mameli, Fratelli d’Italia]
Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,

perché non siam popoli,
perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.

 L’Inno  fu fortemente influenzato dal pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-1872) che aveva una visione  religiosa  del processo che doveva portare i popoli alla libertà dai despoti che all’epoca li dominavano, dalle  superpotenze dell’epoca. Il suo motto era infatti Dio e Popolo. Anch’egli sognò qualcosa come la nostra nuova Europa. Un’Europa unita di popoli liberi, in cui ad ogni persona fosse riconosciuta dignità umana. E’ una visione che finalmente siamo liberi di condividere anche in religione.
“Sarà compito importante riflettere e dibattere su questi sviluppi”, scrive Lavazza oggi su Avvenire. Riflettere  e dibattere  su questi temi non sono inutili perdite di tempo, in particolare nella vita parrocchiale non sono tempo sottratto alla preghiera, alla liturgia e alla formazione religiosa. Infatti ne va della pace, che è una finalità espressamente religiosa. Dalla riflessione e dal dibattito possono poi scaturire la condivisione e infine anche un impegno collettivo per l'azione, un movimento. Per creare un ambiente favorevole alla pace che renda inutile la costruzione dei muri.

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 26 gennaio 2017

Una nazione senza frontiere non è una nazione?

Una nazione senza frontiere non è una nazione?

Una nazione senza frontiere non è una nazione”. L’ha detto ieri il presidente statunitense Donald Trump, stando a quello che hanno riportato  radio e televisione.
  Questa frase è estremamente efficace: condensa in pochissime parole tutto ciò che l’ideologia dell’europeismo, a partire dal Manifesto di Ventotene  del 1941, di Spinelli, Rossi e Colorni, ha voluto superare, per creare la pace sul nostro continente. In particolare l’idea di una  nazione definita  da frontiere. E’ possibile che gli Stati Uniti d’America, il più antico sistema politico della democrazia moderna, non riescano più a definire loro stessi se non tracciando frontiere? Dimenticando completamente la cultura dei diritti umani fondamentali che è alla base della loro fondazione e che hanno insegnato a tutto il mondo? E tra questi il diritto  di essere liberi di cercare la felicità,  che sta scritto nella Dichiarazione di indipendenza statunitense del 1776.
 La nostra nuova Europa, quella delle 28 nazioni, con altrettante culture e lingue, un fantastico mosaico di umanità rispetto all’uniformità statunitense da costa a costa, più o meno due lingue, spagnolo e angloamericano, e tre culture, quelle della costa orientale, del centro (la Cintura della Bibbia) e della costa orientale, è stata costruita puntando all’abolizione delle frontiere, in gran parte effettivamente realizzata, come di quella, caldissima un tempo, tra l’Italia e l’Austria. Questo ha portato ad una lunga epoca di pace, mentre, negli stessi anni, gli Stati Uniti d’America sono stati impegnati in continue guerre in tutti i continenti: infatti hanno ancora la forza militare più potente della Terra, ritengono di averne ancora bisogno e addirittura di doverla aumentare.
 “Una nazione non è una nazione senza frontiere”? E’ un po’ come dire che il valore di un’orchestra sinfonica dipende dalla sala dove suona.
 Osservo infine che l’ideologia politica del nuovo presidente statunitense appare in rotta di collisione con la dottrina sociale diffusa da Jorge Mario Bergoglio, anche lui un americano, benché gli statunitensi quando parlano di americani si riferiscano solo a loro stessi. “America first”, “l’America prima di tutto”, significa per loro “Gli Stati Uniti prima di tutto”. Sembra una novità, ma è ciò che è sempre successo: la politica statunitense è sempre stata improntata a questo principio, e infatti gli Stati Uniti d’America sono ancora lo stato più ricco della Terra, e vogliono diventare sempre più ricchi. Non sono i popoli dell’Asia, per ora molto meno ricchi, ad aver  rubato  la ricchezza agli americani, tanto è vero che negli Stati Uniti d’America ci sono alcune delle persone più ricche della Terra, come lo stesso presidente statunitense è. E’ la divisione delle ricchezze prodotte che, come anche in Europa, ha determinato ineguaglianze per cui nello stato più ricco della Terra c’è anche molta gente sulla soglia della povertà e anche molto sotto, e molta gente che a quella soglia si sta avvicinando. Questo in Europa è sentito come un ordine ingiusto, ma, sembra, non più negli Stati Uniti d’America.
 La veloce metamorfosi degli Stati Uniti d’America in un neo-stato nazionalista, come non sono stati mai nella loro storia avendo sempre accolto genti da tutto il mondo e avendo fondato proprio su questo la loro forza, è potenzialmente tragica, perché riguarda la massima potenza militare del mondo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


mercoledì 25 gennaio 2017

Critica e autocritica sociale, dialogo

Critica e autocritica sociale, dialogo

[Dal Manifesto di Ventotene,  scritto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni]

3.Contro il dogmatismo autoritario si è affermato il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito doveva dare ragione di sé o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni campo.
  Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da accettare ipocritamente, si stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l'assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l'imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l'odio e l'orgoglio. I più evidenti concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema per presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata la pseudo scienza della geopolitica che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali, per dare veste teorica alla volontà di sopraffazione dell'imperialismo. La storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell'interesse della classe governante. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse. Le tenebre dell'oscurantismo di nuovo minacciano di soffocare lo spirito umano.
 La stessa etica sociale della libertà e dell'uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz'altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri. 
  Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalità, degli egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito altri stati vassalli europei - primo fra i quali l'Italia - alleandosi col Giappone che persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell'opera di sopraffazione.
   La sua vittoria significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte le sue caratteristiche sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive sarebbero condannate per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa.
  La tradizionale arroganza e intransigenza dei ceti militari tedeschi può già darci un'idea di quel che sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra vittoriosa. I tedeschi vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di generosità verso gli altri popoli europei, rispettare formalmente i loro territori e le loro istituzioni politiche, per governare così soddisfacendo lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato. Comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell'umanità in Spartiati ed Iloti [nell’antica città greca di Sparta, erano schiavi di proprietà dello stato].
  Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora in lotta significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché tutti i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero costretti ad accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per prepararsi adeguatamente alla ripresa della guerra.
   Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad uno ad uno gli stati minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più potenti a scendere in lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna, anche nel momento più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico, ha fatto si che i Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza dell'esercito sovietico, ed ha dato tempo all'America di avviare la mobilitazione delle sue sterminate forze produttive. E questa lotta contro l'imperialismo tedesco si è strettamente connessa con quella che il popolo cinese va conducendo contro l'imperialismo giapponese.


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  I processi democratici, che cercano di realizzare la compartecipazione alle decisioni di governo delle masse, richiedono capacità critica e di autocritica, vale a dire di rendersi conto del corso degli eventi storici, delle cause dei mali sociali e della propria corresponsabilità nel provocarli. A questo appunto serve il dialogo, che non va inteso solo come un parlare insieme, né solo come un parlare  e ascoltare (che è già di più), ma come uno sforzo per  capire le ragioni degli altri  cercando di costruire relazioni.  Questo metodo è richiamato nel Messaggio per la 50° Giornata della pace  diffuso nel dicembre scorso da papa Francesco, citando un brano della sua esortazione apostolica La gioia del Vangelo, del 2013:
227. Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9).  Non vi è vero dialogo  se non c’è questo spirito di voler tentare di creare anelli di collegamento  tra gli esseri umani, come singoli e nei gruppi che danno senso alla loro vita, quelli che un filone della sociologia definisce  mondi vitali.
 Ma su che cosa dialogare  innanzitutto? Per un laico di fede si dovrebbe sempre partire da come va il mondo intorno, a partire dalle realtà più prossime, nelle quali si è immersi appena sceso l’ultimo gradino del sagrato. E  bisognerebbe cominciare con il tentare di capirle bene: questo riesce meglio nel dialogo, perché si tiene conto di diversi punti di vista, che fanno superare le limitazioni individuali. Lo ha spiegato la filosofa Hanna Arendt (1906-1975):
  [da: Hannah Arendt, Che cos’è la politica, Einaudi, 2006]
Nessuno senza compagni può comprendere adeguatamente nella sua piena realtà tutto ciò che è obiettivo, in quanto gli si mostra e gli si rivela sempre in un’unica prospettiva, conforme e intrinseca alla sua posizione nel mondo. Se si vuole vedere ed esperire il mondo così come è realmente si può farlo solo considerando una cosa che è comune a molti, che sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra a ognuno in modo diverso, e dunque diventa comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e confrontano le loro opinioni e prospettive. Solo nella libertà di dialogare il mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni lato”.
  Se si procede in questo modo, dal piccolo al grande, dal proprio condominio al proprio quartiere, da quest’ultimo alla città e poi alla nazione, al continente, al mondo, ci si accorge facilmente di ciò di cui scrissero molto tempo fa, nel 1941, in piena Seconda guerra mondiale, dall’isola di Ventotene dove erano  confinati, costretti a rimanervi con moltissime limitazioni alla possibilità di relazioni con la poca gente intorno, Spinelli, Rossi e Colorni: A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo”.  E’ anche ciò che ha scritto il nostro vescovo e padre universale nell’enciclica Laudato si’.  Se globali sono i problemi, e lo sono perché la sopravvivenza dell’umanità, oggi molto più che negli anni ’40 del secolo scorso, dipende da relazioni a livello mondiale, anche le soluzioni devono essere globali. Ma è ciò che i risorgenti nazionalismi europei, come anche il neo-nazionalismo  statunitense (una cultura che così come appare nel pensiero politico del nuovo presidente statunitense non c’è mai stata nella storia degli Stati Uniti d’America), vogliono dimenticare, pensando, illudendosi, come già i fascismi europei degli anni tra le due Guerre mondiali, che la soluzione sia chiudersi  nei propri spazi vitali, lasciando fuori il resto del mondo con i suoi problemi.
  Nel Manifesto di Ventotene, così come nell’enciclica Laudato si’, c’era anche l’autocritica sociale. L’Italia fu maestra e parte attiva dei totalitarismi  fascisti che trasformarono l’Europa Centro-Occidentale in una prigione, fino alla loro tragica caduta, nel 1945. In questo quadro si produsse quella profonda contaminazione tra cultura religiosa e cultura fascista che ancora oggi si avverte distintamente tra noi, come una sorta di rumore di fondo: essa è all’origine della profonda avversione verso Jorge Mario Bergoglio e il suo pensiero sociale, la sua dottrina sociale, di ampi settori delle nostre collettività di fede, così come di un’analoga avversione dei medesi ambienti verso la cultura europeista e le istituzioni della nostra nuova Europa unita.
 “Lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine”, si legge nel Manifesto di Ventotene.  Perché  “stupido”? Perché non  riesce, o peggio non vuole, vedere ciò che è evidente, vale a dire che è tutta una civiltà basata su un’organizzazione dello sviluppo economico concepito secondo la legge della giungla, secondo cui i più forti ammazzano i più deboli, che, entrando in crisi, ci peggiora l’esistenza di sulla soglia di casa e anche dentro.
 Il dialogo per capire la realtà come veramente è dovrebbe essere di casa nelle parrocchie, in particolare nella formazione dei laici di fede. Ma in genere non si riesce a praticarlo e, soprattutto, a insegnarlo. Così la nostra gente, anche i più giovani, ha un’idea troppo vaga e imprecisa della realtà. Non viene abituata a capirla per incidervi con un’efficace azione sociale. Ci si limita ad un po’ di storia sacra, ma prevalentemente a fini apologetici, per farci sentire i migliori di tutti,  per diritto divino  per così dire, senza verificare questa convinzione. E’ quello che si è fatto, per la generalità delle persone religiose,  per la gran parte della storia delle nostre collettività di fede: è a partire dalla metà del secolo scorso che si è prodotto, anche tra noi, la convinzione che bisognasse cambiare, ciò che però si è affermato ufficialmente, con decisione d’autorità, solo negli scorsi anni ’60, durante il Concilio Vaticano 2°.
 Per capire la realtà come veramente è non basta chiacchierarci sopra sulla base delle proprie estemporanee espressioni, e non bastano nemmeno solo i quotidiani, anche se tenendone conto si è già un bel pezzo avanti, servono libri, dove troviamo un pensiero sistematico, concentrato, potente. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse.”,  scrissero gli autori del Manifesto di Ventotene, e si riferivano ai roghi di libri accaduti nella Germania nazista, ma anche in Italia nel corso degli assalti alle sedi dei giornali, a quelle di partito, alle Case del popolo, e anche alle sedi della nostra Azione Cattolica, ma più in generale all’insofferenza dei totalitarismi fascisti (ma in generale di tutti  i totalitarismi) verso la potenza del pensiero che scaturisce dalle raccolte di libri. E penso alla nostra biblioteca parrocchiale che, nel nuovo corso inaugurato un anno e mezzo fa, non si è più trovata, e non se ne sono avute spiegazioni del perché, probabilmente sacrificata a bisogni ritenuti più urgenti e importanti.
 Perché un libro costituisce una base di partenza del dialogo, è qualcosa che, come scrisse la Arendt, insieme unisce e divide, ma che, in definitiva, dopo averlo condiviso, unisce. E’ così che si cominciano a creare  anelli di collegamento. Questa è anche un via verso la libertà,  e la nostra fede vorrebbe esserlo, perché pensa di essere fondata sulla verità  e che la verità ci renderà liberi. Amen.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

lunedì 23 gennaio 2017

Francesco e il trumpismo

Francesco e il trumpismo



Dal Messaggio per la 50° Giornata mondiale per la pace  di papa Francesco

  Nelle situazioni di conflitto facciamo della nonviolenza attiva il nostro stile di vita.
 Il beato Papa Paolo VI si rivolse a tutti i popoli, non solo ai cattolici, con parole inequivocabili: «E’ finalmente emerso chiarissimo che la pace è l’unica e vera linea dell’umano progresso (non le tensioni di ambiziosi nazionalismi, non le conquiste violente, non le repressioni apportatrici di falso ordine civile)». Metteva in guardia dal «pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Al contrario, citando la Pacem in terris del suo predecessore san Giovanni XXIII, esaltava «il senso e l’amore della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore».
 Desidero soffermarmi sulla nonviolenza come stile di una politica di pace.
 Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme.
Un mondo frantumato
Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa. In ogni caso, questa violenza che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli.
 La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato.
 Come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI – «nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. [La nonviolenza] «non consiste nell’arrendersi al male […] ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia».
Più potente della violenza
4. La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così.
La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.
Né possiamo dimenticare il decennio epocale conclusosi con la caduta dei regimi comunisti in Europa. Le comunità cristiane hanno dato il loro contributo con la preghiera insistente e l’azione coraggiosa. Speciale influenza hanno esercitato il ministero e il magistero di san Giovanni Paolo II. Riflettendo sugli avvenimenti del 1989 nell’Enciclica Centesimus annus (1991), il mio predecessore evidenziava che un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati si realizza «mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia».Questo percorso di transizione politica verso la pace è stato reso possibile in parte «dall’impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità». E concludeva: «Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne ed alla guerra in quelle internazionali».
La Chiesa si è impegnata per l’attuazione di strategie nonviolente di promozione della pace in molti Paesi, sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura.
Questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose, per le quali «la compassione e la nonviolenza sono essenziali e indicano la via della vita». Lo ribadisco con forza: «Nessuna religione è terrorista».La violenza è una profanazione del nome di Dio.  Non stanchiamoci mai di ripeterlo: «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!»
 Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia.
 Un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero. In questo senso, rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica Con uguale urgenza supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su donne e bambi
 invito
6. La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai lavori delle istituzioni internazionali e grazie al contributo competente di tanti cristiani all’elaborazione della legislazione a tutti i livelli. Gesù stesso ci offre un “manuale” di questa strategia di costruzione della pace nel cosiddetto Discorso della montagna. Le otto Beatitudini (cfr Mt 5,3-10) tracciano il profilo della persona che possiamo definire beata, buona e autentica. Beati i miti – dice Gesù –, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia.
Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo». Operare in questo modo significa scegliere la solidarietà come stile per fare la storia e costruire l’amicizia sociale. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto.
 La Chiesa Cattolica accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e creativa. Il 1° gennaio 2017 vede la luce il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che aiuterà la Chiesa a promuovere in modo sempre più efficace «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» e della sollecitudine verso i migranti, «i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura». Ogni azione in questa direzione, per quanto modesta, contribuisce a costruire un mondo libero.
Nel 2017, impegniamoci, con la preghiera e con l’azione, a diventare persone che hanno bandito dal loro cuore, dalle loro parole e dai loro gesti la violenza, e a costruire comunità nonviolente, che si prendono cura della casa comune.


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 Papa Francesco richiamando l’idea di nonviolenza  (scritta tutta attaccata o con il trattino di congiunzione,  non-violenza) ha evocato espressamente il messaggio politico del leader indiano  Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1945), liberatore dell’India dal dominio europeo, che nel Messaggio  per la giornata della pace 2017  è menzionato espressamente.
 In ambito cattolico di Gandhi spesso si fa una specie di santino: egli fu, in realtà, un agitatore politico, un rivoluzionario. Non fuggiva i conflitti, ma vi si cacciava dentro, li affrontava. Egli combatteva e incitava a combattere mediante la nonviolenza, che in primo luogo si attuava nella pervicace disobbedienza di massa alle leggi ingiuste sopportando la reazione violenta del potere senza opporre altra violenza, in secondo luogo nella non-menzogna, l’impegno a non esercitare un dominio ingiusto mentendo alla gente e, infine, con un diverso stile di vita da consumatori, quindi da attori del mercato, in particolare del mercato globale della sua epoca, rifiutando di acquistare prodotti che avessero dentro ingiustizia e sofferenza umana. Questo suo impegno lo portò ripetutamente in carcere.
  Era un agitatore sociale, un rivoluzionario, anche Martin Luther King, anch’egli evocato nel Messaggio. Anche King finì ripetutamente in carcere.
  In linea con l’appello fortissimo all’azione politica di massa contenuto nell’enciclica Laudato si’  Francesco - Bergoglio guida la Chiesa a porsi di traverso, in una posizione fortemente conflittuale, con l’ideologia globale dell’ingiustizia sociale, fondando  a tal fine anche un nuovo ministero nella sua Curia.
 Nel solco della lezione gandhiana ci spinge a organizzarci in movimento contro la cultura dell’egoismo nazionalistico, dello scarto dei perdenti e dello spreco senza curarsi delle conseguenze sull'ambiente naturale: in una parola, contro il trumpismo, l’ideologia politica manifestata in campagna elettorale da nuovo presidente statunitense. Nella linea del gandhismo Francesco ci incita a non arrenderci al male, a rifiutare ogni atteggiamento di passività e di resa, a non rifiutare il conflitto, ma a combattere in modo nonviolento per impedire la degenerazione del mondo.
  Si tratta di un impegno tutto da costruire, perché la pesante eredità culturale del compromesso con il fascismo storico italiano, con la conseguente pervasiva integrazione tra religione e ideologia mussoliniana, ha portato storicamente le collettività di fede italiane in altra direzione, verso una visione  corporativa  della risoluzione dei conflitti sociali, in cui, fatalmente, le masse di chi sta peggio soccombono alle pretese di dominio delle oligarchie che controllano l’economia e quindi la società e la politica.
  Il conflitto con il trumpismo  si prospetta tremendo, tragico, ma inevitabile, in una visione religiosa dei fatti sociali che prenda come riferimento le  Beatitudini,  perché, sorretto da quella che è ancora la maggiore potenza militare del mondo, colpirà duramente le masse dei popoli che hanno avuto la peggio nel nuovo ordine economico globalizzato del quale gli Stati Uniti d’America e le potenze economiche dell’Asia sono stati protagonisti, ma secondo una cultura marcatamente statunitense. Significherà anche mettersi di traverso rispetto ai processi bellici che si intuiscono dietro i risorgenti nazionalismi. E difendere l’umanesimo europeista dall’assalto populista che vuole dissolvere la nostra nuova Europa, attualmente ancora la più grande potenza politica di pace del mondo. “Bisogna pregare”, ha detto un politico italiano a chi gli chiedeva come vedesse il futuro del mondo nell’era del trumpismo, ma l’appello di Francesco chiede molto di più di questo.  E’ una nuova cultura politica che si tratta di costruire.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli