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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 28 febbraio 2017

Idee sbagliate sui giovani

Idee sbagliate sui giovani


  Chi comanda oggi nelle nostre organizzazioni religiose ha più o meno la mia età e ha in genere idee irrealistiche sui giovani. Questi ultimi sarebbero dei rivoluzionari naturali, vorrebbero cambiare il mondo ecc. ecc.: si tratta di  un’immagine che corrisponde a come i cinquantenni/sessantenni di oggi fantasticano che sia stata la loro generazione da giovani, diciamo quella dei giovani degli anni Sessanta/Settanta del Novecento. Io ricordo bene quei tempi e posso attestare che noi da giovani non fummo assolutamente dei rivoluzionari naturali, eravamo anzi piuttosto conservatori e, prima di tutto, attenti a noi stessi e solo a noi stessi, perché era proprio su noi stessi che dovevamo lavorare per diventare adulti, e questo è appunto l’obiettivo  naturale di sempre dei giovani. Mi pare che anche oggi sia così, anche se ora conosco quelli più giovani non più da coetaneo ma, per così dire, da controparte adulta. Le idee sbagliate che si hanno sui giovani generano poi interventi educativi inefficaci.
  Se cerco di fare memoria realistica della mia adolescenza, il primo grosso problema che ebbi fu quello di inserirmi, fuori della famiglia, nella società dei ragazzi, ciò che avvenne all’età delle scuole medie. Si trattò di un momento particolarmente angoscioso, anche se la vita nella città e i costumi dei ragazzi di allora erano molto meno  difficili di ora. Da un lato un ragazzino di dieci anni poteva tranquillamente girare tutto il giorno da solo per il quartiere, senza temere di essere investito da una macchina o di fare brutti incontri, dall’altro si aveva una consuetudine, fin da molto piccoli, al gioco collettivo, per bande, e questo facilitava l’inserimento. Oggi i ragazzini sono dei piccoli reclusi e bisogna sempre accompagnarli di qua e di là. Sono abituati a giocare da soli. Le attività extrascolastiche in cui sono impegnati in quasi tutto il tempo libero che rimane dalla scuola sono completamente strutturate da istruttori adulti, con pochissimi margini di autonomia. Il gioco per bande  è, credo, completamente sconosciuto per loro. I problemi di quell’età mi furono risolti dagli scout cattolici della parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione. Crescendo, il problema che si ha è quello di costruirsi un’identità, nel quale sono compresi e molto importanti i rapporti con l’altro sesso. Anche questo mi fu risolto dagli scout. Ebbi la mia identità, molto precisa e apprezzata in società, e iniziai a conoscere le donne. Il metodo scoutistico stimola molto l’autonomia individuale, nel quadro di una società di ragazzi, in un certo senso una banda,  con una forte impronta etica orientata dal proponimento dell’essere pronti a tutto ciò che accade intorno, e innanzi tutto, a conoscerlo bene e poi ad addentrarvisi coraggiosamente. Ideologicamente lo scout è uno a cui piace andare in terre e ambienti sconosciuti. Crescendo ancora si ha il problema di inserirsi nella società civile, adulti tra gli adulti. In questo lavoro per me fu determinante la FUCI, l’organizzazione degli universitari cattolici, dove feci gli incontri fondamentali della mia vita, e tra l’altro quello con mia moglie. L’essere in FUCI mi diede un’identità sociale molto apprezzata in tutti gli ambienti che frequentavo, mi sostenne negli studi e anche successivamente, nella fase della ricerca del lavoro. Passai a quelli che all’epoca venivano chiamati Laureati cattolici, il naturale proseguimento di un’esperienza fucina: ora l’organizzazione si chiama M.E.I.C., il Movimento ecclesiale di impegno culturale. Ecco dunque che le mie principali esperienze umane di gioventù furono mediate da organizzazioni ecclesiali: esse mi furono utili  a risolvere tutti i problemi che incontravo crescendo. Più o meno tutti quelli che conosco della mia età hanno avuto esperienze simili, anche se in altre organizzazioni, non solo ecclesiali, ma, ad esempio, politiche. Ma le esigenze erano più o meno le stesse. Ai tempi nostri si ha grandissima difficoltà ad avere questo tipo di aiuto, nelle metamorfosi dall’età di ragazzino a quella adulta.
 Tutti gli atteggiamenti apparentemente anticonformisti dei giovani della mia generazione, in realtà non lo erano. E, infatti, la maggior parte dei giovani contestanti (negli anni ‘60/’70 si parlava di contestazione giovanile) sono divenuti persone assolutamente inquadrate nella società del loro tempo: tutte casa, famiglia e lavoro. Negli anni ’60 cominciò ad esserci una specifica forma di consumismo per i giovani, che comprendeva abbigliamento, musica, viaggi, attività ricreative e che richiedeva una certa maggiore libertà di costumi. Essa spingeva fuori della famiglia e richiedeva di essere vissuta in una società di consumatori  coerente. Le società dei giovani di allora erano fondamentalmente fatte di questo. Si discuteva di politica più di ora, ma, per quanto io ricordi, fondamentalmente per fare il lavoro che si stava facendo su di me in FUCI, solo in modo spesso meno ordinato e molto più dispersivo. La politica giovanile di allora fu qualche volta, mi pare di ricordare, un’estensione delle guerre per bande  dei nostri giochi di bambini, in cortile. Lasciarono poco. Le vere rivoluzioni, all’epoca, non vennero pensate dai ragazzi, ma da adulti.
 Ai tempi nostri rimane un altro tipo di consumismo  giovanile ed è attraverso di esso che i più giovani tentano di risolvere i loro problemi di sempre. La caratteristica di questo consumismo è però quella di indurli a rimanere per sempre giovani: vale a dire che ostacola l’inserimento nel mondo degli adulti. Il consumismo  giovanile della mia epoca, invece, prometteva di far crescere più velocemente, di far diventare adulti prima, e qualche volta manteneva questa promessa.
  Dei costumi dei giovani della mia età, solo l’emancipazione della donna è rimasta veramente rivoluzionaria, ma lo divenne quando cominciò ad essere pensata  e  vissuta  nell’età adulta, a confronto con i problemi degli adulti.
  E’ stato scritto che la nostra  non è un società per giovani, e bisogna intendere che sono quasi sparite quelle organizzazioni che, ai tempi della mia gioventù, conducevano verso il mondo degli adulti. In particolare sono divenute molto meno efficienti quelle ecclesiali. Ma è un fenomeno generalizzato.
 Nell’accostare i problemi sociali dei giovani, in genere in religione si pensa di dover fare catechismo e che ogni altra iniziativa ne debba essere una sorta di espansione di quello. Il catechismo non è più concepito come indottrinamento, ma come esperienza sociale di vita di fede, ma spesso si ricade nel passato peggiorandolo, perché si pensa di dover indottrinare alla vita di fede, distribuendo ricette di buona vita che conducono i giovani lontani dalla società in cui sono immersi e in cui devono inserirsi. E’ l’idea di dover costruire serre  di specie pregiate di giovani. Questa vita in serra  è però inutile ad un giovane, lo sarebbe stata anche per quelli della mia generazione e  lo è per quelli di oggi, e allora i giovani con ci perdono tempo. Ma anche il consumismo giovanile crea della serre  di altra natura, degli spazi di vita potenziata estranei alla società del tempo, per cui un giovane può finire per avere due vite, quella reale, noiosa e inutile, e quella potenziata, fantasiosa ma inutile anch’essa. Ecco che, allora, i giovani diventano degli emarginati.
  La soluzione: prendere sul serio i giovani come sono nella realtà, non come immaginiamo che siano o che debbano essere. Il principale problema di un giovane è quello di finirla di essere giovane e di diventare adulto. Lo aiutiamo in questo?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


domenica 26 febbraio 2017

Crisi della parrocchia e crisi della politica

Crisi della parrocchia e crisi della politica

  La gente viene molto meno in parrocchia che negli anni ’70  e quando ci viene è restia ad impegnarsi: viene prevalentemente per consumare  servizi religiosi. E’ un riflesso della crisi della politica, per cui sono spariti i partiti  che vengono considerati  tradizionali. Si tratta, in realtà, di una metamorfosi della società molto profonda che è stata descritta scientificamente dalla sociologia più recente. La sociologia si propone di capire  la società e di prevederne  gli sviluppi: ai tempi nostri non riesce più  a fare bene il secondo lavoro perché la società evolve in modo molto più caotico di una volta. Mio zio Achille fu un grande sociologo italiano, insegnava all’università di Bologna in un corso avanzato  e, da scienziato sociale, parlava e scriveva molto difficile. Cercò anche di essere un divulgatore e in questo era molto ascoltato. Le sue conferenze erano sempre piene di gente. Scrisse anche alcuni libri per spiegare ciò che accadeva nella società del suo tempo e, in particolare, nella Chiesa. I due sicuramente più importanti furono:  Toniolo: il primato della riforma sociale, per ripartire dalla società civile, del 1978,  e Crisi di governabilità e mondi vitali  del 1980, oggi introvabili. Volevano divulgare, ma rimanevano libri  difficili. Mio zio Achille, quindi, era molto più  ascoltato  che letto. Dalla metà degli anni ’70 alla metà degli anni 80, un decennio fondamentale per la trasformazione della società italiana, fu molto  ascoltato in particolare  nel partito principale di governo, la Democrazia Cristiana (era membro del suo Consiglio nazionale), e dal mondo cattolico. Alcune strategie tentate all’epoca per rivitalizzare politica e Chiesa furono sostanzialmente ispirate dal suo insegnamento. Mi pare che l’apice della sua influenza in entrambi i mondi si toccò nel 1986, quando la Festa Nazionale dell’Amicizia, la grande festa annuale del partito, si tenne a Cervia, in Romagna, nella piazza davanti a casa sua. All’epoca consigliava al partito, ma anche ad esempio alla FUCI, di fare grandi raduni nazionali in piccoli paesi, per impregnarli totalmente ed evocare così una realtà di mondo vitale, vale a dire  di quella collettività che dà senso all’esistenza umana. Per lui la crisi di questi mondi vitali  era alla base di quella della società nel suo insieme. La cura per la società era quindi quella di rivitalizzarli. Poi tutto cambiò molto velocemente in Italia, in politica e in religione, e iniziò la situazione in cui ci troviamo adesso e da cui non riusciamo a liberarci, anche se ci causa tanti problemi. La metamorfosi accadde a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, come manifestazione acuta di una crisi iniziata nei vent’anni precedenti e progressivamente aggravatasi. Il partito si dissolse e la Chiesa cambiò profondamente, seguendo la via proposta da Karol Wojtyla.  Mio zio criticò pubblicamente il vescovo della sua città sulla questione degli immigrati, che il vescovo preferiva fossero cristiani, e fu duramente e lungamente emarginato.  Non fu più  ascoltato letto dalla generalità. Fu ancora letto  dagli scienziati sociali e dagli amministratori che si occupavano di sanità e assistenza agli anziani, il suo campo principale di studio e di azione negli ultimi anni. Per diversi anni amministrò uno dei principali ospedali ortopedici nazionali, il Rizzoli  di Bologna. Fu lui a ideare il CUP, il Centro Unico di Prenotazione, che ebbe in Emilia Romagna la prima organica attuazione. Egli, sostanzialmente, fece poi la fine del grillo parlante  nella favola di Pinocchio. Ma la storia gli ha dato ragione. Ho sempre pensato che la sua sorte fosse dipesa dal fatto di non riuscire a scrivere nel linguaggio comune della gente. Ascoltare  non basta, per generare fatti profondi occorre poter leggere. La nostra fede non è, in fondo, basata su Scritture?  In questa prospettiva, potete capire perché mi addolora tanto la dispersione della biblioteca parrocchiale, che, per ciò che so, è stata attuata molto velocemente e per motivi che non ci sono stati spiegati, e mi auguro siano stati buoni motivi. Quando si è insediato il nuovo parroco, già non c'era più.  Probabilmente il fatto  è dipeso da spese indifferibili che occorreva fare o dalla necessità di venire incontro alle molte famiglie in difficoltà che assistiamo, che in questi anni sono sempre più aumentate: in questi casi in famiglia ci si priva anche dei gioielli più cari.  Faccio delle ipotesi: in realtà non è stata fornita alcuna spiegazione.
 Il sociologo Zygmun Bauman fu, invece, molto più letto  che ascoltato. Egli non aveva  con una Chiesa e con un partito un rapporto forte come quello di mio zio Achille. Quindi, se non avesse saputo farsi leggere,  non sarebbe stato inteso, perché pochi erano disposti semplicemente ad ascoltarlo. Il suo libro divulgativo fondamentale è Modernità liquida,  del 2000, in Italia pubblicato da Laterza, €16,00, che si trova anche in e-book. Lo consiglio come libro di testo ai gruppi di approfondimento dell’impegno politico e sociale che sorgono nelle parrocchie dopo le esortazioni contenute nell’enciclica Laudato si'. In quel libro viene spiegato che cosa sta succedendo nel mondo di oggi e perché sta diventando tanto diverso da quello che c’è stato fino agli anni ’80. Bauman ha scritto molti altri interessanti libri divulgativi, che fondamentalmente approfondiscono i temi di Modernità liquida.  Bauman è morto il 9 gennaio di quest’anno, quando era molto anziano, e ora avremmo bisogno di un altro profeta  come lui.
  In un certo senso mio zio Achille  e Bauman svolsero le funzioni che nell’antichità biblica ci si attendeva dai profeti: spiegavano alla gente il senso ultimo di ciò che stava accadendo. In mio zio Achille, rispetto a Bauman, la fede religiosa era una componente fondamentale, in un modo che i suoi discepoli faticano a spiegare, perché li imbarazza. Si pensa infatti che la sociologia, come le altre scienze, debba mantenersi  neutrale  rispetto alle idee religiose, ma certamente mio zio Achille in materia religiosa  neutrale non era, con riflessi nella sua attività scientifica e nella sua azione politica, perché egli, oltre che scienziato sociale, fu anche un politico. Questo gli consentì, per molti anni, dal Secondo dopoguerra, quando qui a Roma, con Dossetti, partecipò con molti altri ingegni brillanti, all’ideazione della nuova Repubblica democratica, fino agli anni ’80, quando tutto rapidamente cambiò, di essere molto ascoltato, ma fu anche all’origine della sua dura successiva emarginazione. Perché la nostra Chiesa è ancora strutturata come un sistema totalitario, ed è insofferente del pluralismo e del dissenso, in particolare quando si traduce in lesa maestà  verso la gerarchia, anche se si sforza di non esserlo (questo va riconosciuto, soprattutto parlando di papa Francesco), ma proprio non le riesce. Ma quella, dell'emarginazione o peggio,  è appunto, in genere, la sorte dei grilli parlanti quando parlano  in società e alla società, dicendo ciò che in società non si gradisce udire. Se però il grillo  della storia di Pinocchio  si fosse limitato a scrivere, forse non sarebbe finito acciaccato al muro, perché Pinocchio, incolto e analfabeta, non lo avrebbe letto,  e amen. Si dice infatti che le parole dette volano, mentre quelle scritte rimangono,  ma se uno non sa, non può o non vuole leggerle, queste ultime diventano inutili. Però le rivoluzioni, i cambiamenti radicali, sono guidate da quelle scritte.
  Bauman sostiene che si sta passando da una società di cittadini  ad una di consumatori  e questo sta sfasciando i rapporti sociali, perché ognuno non solo pensa di poter fare da sé, ma è anche spinto a farlo: se non lo fa, non merita. In definitiva era anche l'analisi di mio zio Achille, benché riferita ad una situazione in cui certi fenomeni erano appena gli esordi. L'ideologia consumista distrugge i  mondi vitali che davano e danno senso alle vite delle persone. Quelle vite ora frullano qua e là disordinatamente, andando dietro all'infinita generazione di desideri, mai appagati, come vuole appunto l'ideologia consumista. Un tempo l'appagamento  si trovava nelle relazioni di mondo vitale, ma anche ora è così e infatti è  comune nei consumatori  la sensazione di inappagamento.
  Un cittadino non è solo uno che vive in società, ma è una persona che ha una qualche voce in capitolo in essa e di cui comunque la società non vuole fare a meno. In una società di cittadini  si cerca di ridurre al minimo gli  scarti  sociali. Questo accade sia nelle società democratiche che in quelle totalitarie. Bauman sostiene che questo era legato con il sistema sociale dell’economia, che aveva necessità di  riserve umane  in buona salute, da impiegare all'occorrenza nella produzione. La prima legislazione sociale in favore dei lavoratori, quella britannica dell'Ottocento, partì dalle constatazione che la salute dei lavoratori, nelle grandi città industriali, stava rapidamente peggiorando. 
 In una società di  consumatori, sostiene Bauman,   conta solo il credito al consumo  che si ha, per cui ci sono molti scarti umani dei quali non mette conto di prendersi cura perché non hanno credito  e quindi non servono  al sistema. La loro sofferenza umana non conta e li si squalifica perché sono nella condizioni di scarti: si pensa che sia colpa loro l'essere stati scartati, perché non hanno meritato  abbastanza. Si fossero dati da fare, non sarebbero diventati scarti. In realtà è la società che decide chi scartare. Prende dalle persone tutto quello che possono dare,  e finché ne hanno; poi, quando ne rimangono senza, ad esempio perché diventano anziane o malate o tutte e due, le scarta. I poveri che vengono da fuori, gli immigrati economici, come vengono definiti, automaticamente vengono inseriti tra gli scarti. Se si pensa che ognuno debba risolvere da sé i propri problemi,  meritando, la società non deve più occuparsi di lui, diventa inutile  farlo. In un certo senso però diventa inutile anche la stessa società, in particolare nella sua dimensione politica, e, per questo motivo, essa si va sfasciando:  perché non serve più  a certe cose. I problemi sociali allora diventano problemi di sicurezza pubblica, da risolvere con la polizia. Fondamentalmente lo stato, in quest'ordine di idee, un po’ secondo l’ideologia del liberalismo della seconda metà dell’Ottocento, dovrebbe ridursi al minimo, occupandosi di diritto, polizia e di protezione dei confini esterni. Poi ognuno si arrangi come può: meriti.
  Questo sviluppo della società del nostro tempo ha colpito duramente i partiti.
  Si parla di partito tradizionale, ma in che senso?
  Il modello di partito tradizionale, quello a cui pensiamo istintivamente quando parliamo di partito, è sorto dopo la Seconda guerra mondiale, ed è stato il Partito Nazionale Fascista - PNF. Quest’ultimo aveva preso a modello il partito comunista bolscevico, che nella Russia zarista nel 1917 aveva preso il potere con una rivoluzione violenta. Si trattava, quest'ultimo, di un partito organizzato come un esercito, con una struttura gerarchica molto ben definita e rigida, in cui le direttive scendevano dall’alto. I suoi iscritti erano militanti  fortemente ideologizzati. Il PNF mussoliniano volle essere qualcosa di simile, comprendendo però, obbligatoriamente, tutta la gente, senza più distinzione di classi, di fatto cristallizzando la situazione di dominio di classe esistente. Mussolini si formò politicamente nel socialismo italiano, differenziandosene sempre più alla vigilia della Prima Guerra Mondiale sulla questione della partecipazione alla guerra, a cui si manifestò favorevole dopo che prima era stato di contraria opinione. Egli considerava la partecipazione alla guerra, quindi la milizia  bellica,  il fattore per unificare politicamente e militarmente il popolo italiano, per iniziarlo velocemente alla milizia politica, e vide giusto. Fu infatti proprio dai reduci di quella guerra che scaturì la classe dei primi militanti fascisti.
  Il partito comunista bolscevico, strutturato secondo l’ideologia di Lenin [Lenin, Vladimir Il. - Pseudonimo del rivoluzionario e statista russo Vladimir Il Uljanov( Simbirsk1870 - Gorki, Mosca, 1924 - fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/vladimir-il-ic-lenin/] era un partito di classe. In una società, quella russa zarista, dominata da una vasta classe di nobiltà terriera, quindi in un impero in cui una classe di nobili di fedeltà zarista dominava su masse di contadini, quel partito si proponeva di annientare, anche fisicamente, la classe dominante, affidando il potere a una classe di rivoluzionari di professione che mutasse con la forza il sistema economico, politico e sociale per metterlo al servizio dei bisogni  della classe dominata e, inoltre, di costruire l’uomo nuovo vale a dire di fare delle masse un popolo di militanti  ideologicamente consapevoli, quindi con una coscienza di classe. Questo programma politico comprendeva anche l’annientamento dell’influenza politica della Chiesa ortodossa, che era fortemente federata con il sistema zarista. Il PNF era invece un partito corporativo. La sua ideologia si proponeva di fare del popolo italiano, in tutte le sue componenti,  una massa militante, ma comprendendovi tutte la classi sociali, sia quelle dominanti che quelle dominate, cristallizzando i rapporti di forza che vedevano i pochi dominare sui più. Nell’Italia degli anni ’20 le classi dominanti erano la grande borghesia industriale settentrionale e quella agraria. La nascita del PNF fu appoggiata da entrambe queste componenti. Il corporativismo però non rientrava nell’ideologia socialista dalla quale proveniva Mussolini. In particolare, all'origine il fascismo era anti-borghese. Il corporativismo rientrava invece nell'ideologia della dottrina sociale moderna della Chiesa cattolica, a partire da quella che viene considerata la sua prima manifestazione, l’enciclica  Le Novità, del 1891, diffusa del papa Vincenzo Gioacchino Pecci, in religione Leone 13°. Il corporativismo della dottrina sociale concepiva la società come un corpo vivente, in cui ognuno aveva una sua funzione importante, in cui quindi tutte le classi dovessero collaborare nell’interesse comune, ciascuna persona però restando al proprio posto, di privilegiata o di non privilegiata,  ricca o  povera. Si considerava impossibile eliminare l'ingiustizia sociale: essa poteva essere solo mitigata (lo si afferma esplicitamente nell'enciclica Le Novità). Il suo modello era il corporativismo medievale, per cui datori  di lavoro e lavoratori erano inquadrati in corporazioni di mestiere e c’era solidarietà nelle singole corporazioni e tra le corporazioni, nel quadro di un'organizzazione politica cittadina. In questo quadro, nella prima dottrina sociale,  il conflitto sociale veniva dissimulato, il sindacalismo sconsigliato, lo sciopero vietato. Era una visione premoderna e irrealistica, come Giuseppe Toniolo cercò incessantemente di far capire ai Papi della sua epoca, con scarsi risultati. Il fascismo mussoliniano l’adottò come base della sua rivoluzione sociale. La pace sociale venne imposta dal regime, non era frutto di accordi sociali. Comportando la cristallizzazione dei rapporti di classe, venne appoggiata dalla classe dominante, la borghesia italiana di quel tempo. Ma anche le masse speravano in un tornaconto. Ognuno doveva rimanere al proprio posto, ordinatamente: se lo faceva il regime garantiva che ci si sarebbe presi cura di lui, attraverso una vasta rete di istituzioni sociali che effettivamente vennero costituite. Aderire al fascismo, prendere la tessera, e impegnarsi pubblicamente a seguirne l’ideologia, divenne obbligatorio solo per chi volesse impieghi pubblico, per gli altri era raccomandato come segno di buona condotta sociale. In un certo senso l'adesione al fascismo era una specie di assicurazione sociale. Il dissenso, l'eresia, come in religione, venne condannato in quanto metteva a rischio l'integrità del corpo sociale e il benessere  che esso diffondeva attraverso le sue istituzioni. Negli anni ’30 l’adesione degli italiani al fascismo divenne quasi totalitaria e nel 1931, il papa Achille Ratti, regnante come Pio 11°, nell’enciclica sociale Il Quarantennale, in occasione dei quarant’anni dalla prima enciclica sociale Le Novità, invitò  i membri dell’Azione Cattolica a collaborare nelle istituzioni corporative fasciste. Si realizzò così, a quell’epoca, una profonda integrazione tra Chiesa cattolica italiana e regime fascista, mediante la quale entrambe le istituzioni si rafforzarono nel popolo italiano. Il PNF divenne il Partito della Nazione, il partito unico degli italiani, ciò che nessun partito del Regno d’Italia era mai potuto essere prima per la strenua opposizione politica del papato romano, che ostacolava la partecipazione dei fedeli cattolici alla politica democratica dello Stato a causa della conquista del Regno pontificio da parte del Regno d’Italia: la cosiddetta questione romana. La controversia fu risolta nel 1929 con una serie di accordi, complessivamente denominati Patti Lateranensi, conclusi dal papa Achille Ratti con il Regno d’Italia rappresentato dal Mussolini. Questo patto tra Chiesa e Stato, così come il fascismo, sarebbe potuto durare molto a lungo, come nella Spagna di Francisco Franco (il suo regime fascista morì con lui, nel 1975) e nel Portogallo di Antonio De Olivera Salazar (il suo regime fascista gli sopravvisse e durò fino al 1974), se il Mussolini fosse rimasto neutrale nella Seconda Guerra Mondiale, come Franco e Salazar. Ma l’ideologia del Mussolini era fortemente bellicista e lo spinse a seguire la Germania nazista e gli altri regimi fascisti suoi alleati nel conflitto. Non potendo realizzare una vera giustizia sociale mediante una più equa redistribuzione di risorse tra gli italiani, il regime si proponeva di predarle ad altri popoli, come altre nazioni europee facevano da tempo. La sconfitta bellica ruppe il patto ideologico con il papato e l'incantamento verso gli italiani. Ma ancora negli anni Cinquanta la gerarchia cattolica simpatizzava per il franchismo spagnolo: se ne lamentava Lorenzo Milani.
  La Chiesa, con il patto concluso nel 1929, recuperò una potente capacità di influenza nel popolo italiano, in particolare attraverso il sistema scolastico. Vide inoltre contrastati duramente i suoi principali nemici dall'Ottocento: il liberalismo e il socialismo atei e, in Italia, atei essenzialmente in quanto anticlericali, ritenendo la Chiesa un ostacolo all'emancipazione delle masse come lo era stata nel processo di unificazione nazionale. 
  Nel dopoguerra, una parte dell’ideologia corporativa fascista, di matrice cattolica, fu inglobata nell’ideologia del partito cristiano (come lo chiamava lo storico Gianni Baget Bozzo), la Democrazia Cristiana.  Da corporativismo divenne interclassimo: in ambiente democratico la collaborazione delle classi non fu più imposta, ma raccomandata e perseguita politicamente, con una serie di riforme sociali e anche mediante l'intervento pubblico nel sistema economico. La Democrazia Cristiana, sulla via della dottrina sociale della Chiesa, pensava ad uno stato che si occupasse dei bisogni di tutti e introducesse norme che prevenissero il conflitto sociale, impedendo forme estreme di sfruttamento in danno della classe lavoratrice. Si parlava di stato sociale, perché l’iniziativa privata e la proprietà dovevano trovare un limite nell’utilità sociale. Poi, con espressione più moderna, di welfare state, stato per il benessere collettivo. Il principio che nei rapporti di lavoro dipendente il lavoratore dovesse avere un’equa retribuzione, non solo proporzionata al lavoro svolto, ma anche sufficiente per mantenere una vita dignitosa per lui e per la sua famiglia. divenne una norma costituzionale, all’art.36 della Costituzione.
  A cavallo tra gli anni ’80  e ’90 la concezione della società come di un corpo organico venne progressivamente abbandonata. Al fondo di ciò c’era l’idea che, nel sistema economico globalizzato, dove occasioni di profitto potevano trovarsi in tutto il mondo e non più solo all'interno di un singolo sistema statale, in un mondo senza più frontiere per il capitale,  non tutti erano veramente necessari per il benessere collettivo. C’era gente di scarto che era solo un peso sociale. Le pensioni agli anziani e l’assistenza sanitaria gratuita alla popolazione cominciarono ad essere considerate solo come un costo. Del resto l’industria dimostrava di poter fare sempre più a meno di mano d’opera e, comunque, di poterla sostituire rapidamente ed efficacemente, spostando produzioni e richiamando altre persone. Il sistema economico non aveva più bisogno di riserve umane  in buona salute. Chi merita, vale a dire trova un modo di cavarsela, ha diritto di sopravvivere, gli altri no: per loro c’è solo l’assistenza caritativa, lasciata al buon cuore degli altri. Chi protesta crea un problema di sicurezza pubblica, da risolvere mediante la polizia. Ma la gente protesta sempre meno: in fondo è convinta della bontà dell’ideologia meritocratica. Solo, spera di essere nella parte che merita, e, se non riesce ad esserlo, se ne vergogna, si colpevolizza. Se lo stato non è più  sociale, non assicura più di occuparsi dei bisogni fondamentali di tutti, perché parteciparvi? La corporazione sociale si è sciolta, ognuno fa per sé. I conflitti di classe che sono sempre rimasti attivi, solo mitigati dalla legislazione sociale sul lavoro che però progressivamente in questi anni si sta cercando di rendere meno pervasiva e incisiva, esplodono liberamente e allora vince il più forte, come nella legge della giungla, animale grosso mangia animale piccolo. I rapporti di lavoro non sono mai paritari: c’è sempre una parte più forte, che è quella dei datori di lavoro, ed è questa che prevale. La politica, in questa situazione, diviene inutile,  così come la società, e lo è anche quella, virtuosa, ancora diffusa dalla dottrina sociale, quella che oggi si vuole approfondire in parrocchia. Ecco perché la gente non viene in parrocchia quando si parla di questi temi. La soluzione? E’ difficile, impegnativa, e riguarda la politica come la parrocchia. Occorre innanzi tutto avere una visione realistica della società e comprendere che lo scarto  è generato da ristrette classi dominanti; che chi soffre non è che abbia  demeritato, ma soffre perché è vittima della legge della giungla del capitalismo globale; che quando si va da soli alla guerra secondo la  legge della giungla si  è vittima dei più forti; che però una reazione collettiva di massa può ancora cambiare le cose. E, quindi, innanzi tutto, ripeto: conseguire una visione realistica delle dinamiche sociali.
   Un indizio della causa di ciò che accade, dei mali sociali, è nella proposta, che viene da più parti, di un reddito di cittadinanza. Sembra una stranezza, ma molti economisti lo consigliano per tenere in piedi la società. Non solo funzionerebbe, secondo loro, ma occorre per mantenere in piedi il sistema consumistico.  Un tempo lo stato si occupava dei bisogni della gente e distribuiva risorse che poi venivano spese, si traducevano quindi in consumi  di massa;  ora che non se ne occupa più perché ci si è trasformati da cittadini a consumatori e ognuno fa per sé, accade che la platea dei consumatori si riduca sempre di più, man mano che la legge della giungla fa le sue vittime e produce i suoi scarti umani. Così però il sistema rischia di saltare per insufficienza di consumatori: ecco la necessità di crearne artificialmente recuperando una parte degli scarti.  E' una cosa che nelle politiche di governo degli ultimi anni ha prodotto, ad esempio, elargizioni più o meno generalizzate degli "80 euro". Che significa, in fondo? L’attuale sistema economico globalizzato va verso la rovina se lasciato alle sue dinamiche selvagge; va verso l’autodistruzione, perché si occupa di porzioni progressivamente sempre più piccole di popolazione, incrementando le diseguaglianze sociali. Seguendo l’ideologia della globalizzazione non riusciremo più, a lungo andare, a garantire la sopravvivenza sul pianeta di sette miliardi di persone, sempre in aumento. Alla fine il sistema si bloccherà. E’ necessario quindi cambiare, ma non lo si potrà fare che collettivamente, con movimenti di massa, questa volta però sulla base di un cambiamento interiore molto più profondo, non solo politico, ma anche di natura religiosa  perché legato al senso della vita,  come appunto quello che viene raccomandato nella Laudato sì, perché, ed è questa la novità di ciò che accade oggi, ognuno, ogni  consumatore, proprio consumando, si fa carnefice di una parte dell’umanità, rafforzando il sistema che genera la sofferenza sociale e che, infine, travolgerà anche lui. Non si può quindi cambiare il mondo che sta per travolgerci senza cambiare noi stessi, riscoprendo, così facendo, la cittadinanza

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 25 febbraio 2017

Terzo incontro di approfondimento sull’enciclica Laudato si’, di papa Francesco, del 2015

Terzo incontro di approfondimento sull’enciclica Laudato si’, di papa Francesco, del 2015

  Ieri sera, in parrocchia, in sala rossa, si è tenuto il 3° incontro di approfondimento sull’enciclica Laudato si’, del papa Francesco, diffusa nel maggio del 2015. E’ stato utilizzato il metodo del focus group (=messa a fuoco di gruppo), in cui, attraverso una discussione tra i vari partecipanti ad un incontro diretta da un presidente si cerca di far emergere l’orientamento comune su un certo argomento. Esso prevede la partecipazione attiva delle persone convocate. La direzione della discussione è molto importante per evitare che si divaghi e che, quindi, si esca dalla questione che si vuole mettere a fuoco.  Nello specifico, ieri si voleva in definitiva far emergere proposte collettive e personali di impegno, non tanto, quindi, semplici opinioni.
  Il tema specifico dell’incontro è stato quello dell’amicizia civica, che è un’espressione che viene usata nell’enciclica trattando di come dovrebbe essere la politica.
 A ciascun partecipante  è stato distribuito un foglio di lavoro con brani dell’enciclica  e spazi per inserire riflessioni personali su alcuni argomenti ben delimitati.
 Nella prima parte dell’incontro, corrispondente al punto 1 del foglio di lavoro “Io penso” la proposta è stata questa:
“Divisi in gruppetti provate a dire in pochissimi minuti cosa significa per te, in bae alla tua esperienza, partecipare alla vita civica e politica del tuo quartiere, della tua città”
  In prevalenza sono state ricordate esperienze del passato, più o meno lontano: la lotta del quartiere per il  Pratone, il grande spazio verde che fiancheggia via Conca d’Ora e che ora  è un parco pubblico, il movimento per far istituire un ambulatorio di quartiere, l’esperienza di comunità ecclesiali di base. Sono stati poi espresso propositi per il futuro, per fare pressioni sul Municipio per risistemare i giardini di via Val Padana ad esempio, e anche la proposta di fare eleggere un nostro rappresentante nel Consiglio del nostro Municipio, che è il Terzo di Roma Capitale e comprende i quartieri di Montesacro, dove si trova la parrocchia, e Montesacro alto, nel settore Nord Est di Roma.
 Per questa parte erano stati programmati 10 minuti.
 Quindi siamo passati alla parte che corrispondeva alla sezione 2 Nel testo: sono stati proposti alcuni brani dell’enciclica, in tema di amicizia civica con richiesta di sottolineare i passaggi più significativi (tempo programmato 40 minuti).
 Riporto di seguito quei brani, evidenziando in grassetto le parti che ho sottolineato.

V. AMORE CIVILE E POLITICO
228. La cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione. Gesù ci ha ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende fratelli. L’amore fraterno può solo essere gratuito, non può mai essere un compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto speriamo che faccia. Per questo è possibile amare i nemici. Questa stessa gratuità ci porta ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al nostro controllo. Per questo possiamo parlare di una fraternità universale.
229. Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente.
230. L’esempio di santa Teresa di Lisieux ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo. Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del maltrattamento della vita in ogni sua forma.
231. L’amore, pieno di piccoli gesti di cura reciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche «macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici». Per questo la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una «civiltà dell’amore». L’amore sociale è la chiave di un autentico sviluppo: «Per rendere la società più umana, più degna della persona, occorre rivalutare l’amore nella vita sociale – a livello, politico, economico, culturale - facendone la norma costante e suprema dell’agire». In questo quadro, insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidiani, l’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società. Quando qualcuno riconosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli altri in queste dinamiche sociali, deve ricordare che ciò fa parte della sua spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si santifica.
232. Non tutti sono chiamati a lavorare in maniera diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una innumerevole varietà di associazioni che intervengono a favore del bene comune, difendendo l’ambiente naturale e urbano. Per esempio, si preoccupano di un luogo pubblico (un edificio, una fontana, un monumento abbandonato, un paesaggio, una piazza), per proteggere, risanare, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti. Intorno a loro si sviluppano o si recuperano legami e sorge un nuovo tessuto sociale locale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare un’identità comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa comune che Dio ci ha affidato. Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali.
 I partecipanti sono stati quindi invitati a indicare, sul foglio di lavoro:
- che cosa il Papa intende per politica e interesse civico;
- che cosa il Papa intende per  cura e amicizia civica.
  Io ho ricordato che l’idea di politica come amicizia è molto antica e risale addirittura al pensiero del filosofo Aristotele. In genere, invece, la politica è intesa oggi  come conflitto di interessi particolari. Il Papa ritiene che l’azione collettiva sia necessaria per migliorare il mondo, ma che non per controllare spazi sempre più vasti di potere, ma per innescare un processo, per cui emerga un’identità comune  che ci consenta di distaccarci dall’indifferenza consumistica  e di operare sulla realtà intorno a noi a partire da quella di quartiere, quindi da quella più vicina, ad esempio preoccupandosi di un edificio, di una fontana, di un monumento abbandonato, di un paesaggio, di una piazza).
 Nell’ultima parte dell’incontro, corrispondente alla sezione 3 del foglio di lavoro (tempo  programmato: 15 minuti), La mia vita, ci è stata proposta la seguente riflessione:
“Se penso alla mia vita e a quanto mi interesso della vita civica e politica, a me vicina: quali atteggiamenti positivi già vivo e quali dovrei mettere in atto per crescere?
 Sul foglio di lavoro seguiva una tabella in due parti [+] e [-], in cui potevano essere indicati gli atteggiamenti positivi e quelli da migliorare.
 In generale gli atteggiamenti positivi indicati dai partecipanti riguardavano la vita privata e i costumi individuali: non sprecare il cibo, preferire prodotti del mercato equo e solidale a quelli delle grandi multinazionali, incontrare la gente del quartiere (è stato fatto il caso degli amici al bar), rispettare le regole del codice della strada, in particolare lasciando in sosta le macchine. Sono stati proposte anche iniziative di protesta per ottenere interventi dal Municipio sulle strutture urbanistiche pubbliche del quartiere. Solo io, mi pare di ricordare, ho segnalato la parrocchia come luogo di impegno civile e politico, indicandola nella parte del [+] ma anche in quella del [-], perché partecipo, ma troppo poco.
 Abbiamo condiviso gli atteggiamenti positivi e quelli bisognosi di miglioramento, in una breve discussione. Mi pare di poter concludere che non ci sia molta fiducia nella possibilità di migliorare il mondo, mediante un impegno collettivo basato sull'amicizia e anche sulla base di gesti quotidiani e attenzione alle realtà di quartiere. Fondamentalmente ci si aspetta che i miglioramenti vengano dalle autorità pubbliche e si pensa che, per ottenerli, si debba essenzialmente  fare pressione. Del resto questo corrisponde all'esperienza del quartiere nella lotta per il Pratone. E' emersa una sensibilità anticonsumistica, contro lo spreco e la produzione incontrollata di rifiuti. 
 Infine abbiamo letto il paragrafo 178 dell’enciclica:
178. Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi. Si dimentica così che «il tempo è superiore allo spazio», che siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere. La grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Il potere politico fa molta fatica ad accogliere questo dovere in un progetto di Nazione.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 24 febbraio 2017

Nuove modernità

Nuove modernità


[da: Peter Berger, Grace Davie, Effie Fokas, America religiosa, Europa laica? - Perché il secolarismo europeo è un’eccezione, Il Mulino, 2010, € 18,50]

[pag.192] […] se una società desidera fare uso di certe tecnologie, deve adattare le sue istituzioni e i suoi valori culturali in maniera tale da formare persone che possano impiegare queste tecnologie. Per esempio, il pilota di un aereo moderno non può agire sulla base delle assunzioni metafisiche o degli incantesimi di uno sciamano, almeno finché siede nella cabina di pilotaggio. Ma quando il pilota torna a casa - per esempio in un villaggio primitivo - può fare proprie ogni sorta di idee e pratiche magiche.

  La modernità è un fatto culturale, anche se la parola richiama l’idea di una successione di epoche. Si ha quando una società ritiene di aver fatto dei progressi rispetto ad una sua forma precedente, per cui comprende meglio e più realisticamente i fatti della vita, e innanzi tutto sé stessa, e sviluppa tecnologie più efficaci e potenti. E’ un processo che ha caratterizzato tutta la storia dell’umanità e la gran parte delle culture umane, ma solo dall’Ottocento, in Europa, la modernità è divenuta anche ideologia e non comporta solo una constatazione di come un certo presente si presenta a confronto con un suo passato ma anche propositi per il futuro. Dall’Ottocento essere moderni  significa anche voler essere sempre più moderni. In questa accezione modernità  è strettamente connessa con progresso. L’obiettivo delle società moderne  non è più stata la stabilità, ma il miglioramento incessante sulla via della modernità. Il processo di modernizzazione  ha riguardato anche la religione, che fino alla metà dell’Ottocento ha preteso di sbarrare la strada all’ideologia della  modernità, appunto perché comprendeva anche una modifica del ruolo della religione nella società e una diversa comprensione dei concetti e precetti religiosi. Il Novecento si è aperto in Europa con l’ultima delle persecuzioni religiose attuate nella nostra confessione, che è stata quella contro il modernismo. All’inizio del Novecento, la battaglia della religione contro la modernità scientifica  era già persa, ma era ancora in corso quella contro la modernità sociale, che riguardava concezione e costumi sociali. Un portato di quest’ultima era la democrazia,  contro la quale il papato romano combatté strenuamente in Italia fino alla vigilia della Prima guerra mondiale, quando provò a trovare un accomodamento anche in questo campo. Ma il divieto assoluto di modernizzare  rimase in campo religioso e si dovette arrivare agli anni Sessanta del secolo scorso per un primo cambiamento. Bisogna anche dire che la pretesa della modernità di svelare  la natura e la dinamica dei fatti sociali colpiva anche la religione con l’accusa, senz’altro in genere fondata, di essere stata lo strumento con cui le classi dominanti avevano asservito le masse popolari, fascinandole con una serie di miti, di fantasiose narrazioni che si pretendeva descrivessero fedelmente la realtà. Questa prospettazione veniva fatta sia dai democratici liberali, che dominarono il Regno d’Italia dalla sua fondazione nel 1861 all’avvento del fascismo mussoliniano nel 1922, sia dai socialismo, il movimento politico che in Italia si sviluppò nella seconda metà dell’Ottocento: per il socialismo ottocentesco la liberazione sociale delle classi di quelli che stavano peggio avrebbe dovuto comportare anche la liberazione delle masse dai miti religiosi. Quest’ultimo compito fu assunto con molto impegno e rigore dal comunismo sovietico, regime che nel 1917 si impadronì dell’impero zarista russo, e dai regimi che ad esso si ispirarono o da esso comunque vennero imposti.
  Nel corso del Concilio Vaticano 2° si venne ad una nuova sistemazione culturale: la modernità venne accettata ma essenzialmente con fatto laicale, destinato a rimanere in quello che venne definito il  temporale, nel senso di soggetto a rapidi cambiamenti e quindi opposto all’eternità  che caratterizza la dimensione soprannaturale. I laici vennero incoraggiati a trattare degli affari  temporali, sviluppando una competenza autonoma, nel senso che, se dovevano pilotare un aereo di linea, dovevano farlo secondo le regole della fisica e della tecnologia aeronautica, non confidando sulle proprie concezioni religiose e prendendo come riferimento i testi di teologia. Nelle questioni relative al  soprannaturale  ci si propose di introdurre aggiornamenti e, innanzi tutto, di studiare di più e meglio le Scritture. Questo può sembrare un portato della modernità, e lo è effettivamente, ma, per non violare certi divieti religiosi che vennero mantenuti (per cui non ci fu mai un’ammissione di colpe per la persecuzione antimodernista, che oggi a molti appare veramente sconsiderata), si presentò la cosa come un  ritorno alle origini, quindi come un tornare indietro, alla purezza dei primi tempi, quando si era molto più vicini alla prima predicazione del Maestro, per cui si supponeva che si fosse anche più vicini alla verità eterna.  Questo ha configurato una modernità  di tipo religioso, quindi non ostile e incompatibile con la religione, per cui, ad esempio, in Vaticano i Papi mantengono dal 1936 un consiglio di scienziati, che dagli anni ’76 possono essere credenti e non credenti, conta solo la competenza nelle cose temporali.
 Ora, l’atteggiamento dei saggi del Concilio nei confronti della modernità  è diventato comune a tutte le culture che hanno avuto uno sviluppo tecnologico seguendo gli europei. Vale a dire che, come sostengono i sociologi Berger, Davie e Fokas nel libro che ho sopra citato, non c’è più solo una  modernità, in particolare quella europea di tipo antireligioso, ma più  modernità, alcune delle quali democratiche e altre democratiche, alcune delle quali religiose e altre secolarizzate, vale a dire portate a confinare la religione nel privato individuale escludendola nelle scienze e marginalizzandola in società. I menzionati autori citano ad esempio una modernità russa ispirata dall’Ortodossia, una modernità islamica, una modernità indiana hindu e anche una modernità integralmente cattolica che a loro dire è stata realizzata con successo dall’Opus Dei.
  Bisogna dire che il riparto di competenze  stabilito dai saggi dell’ultimo Concilio, un grande progresso  negli anni Sessanta scorsi, non soddisfa più. Voleva essenzialmente ripartire le competenze tra clero e laici, quando già però questa distinzione non era più attuale, in particolare in Italia, dove il clero era stato determinante nei fatti sociali  temporali in particolare a partire dai processi democratici a cavallo tra Ottocento e Novecento,  e i laici avevano messo bocca ampiamente nelle questioni del soprannaturale, vale a dire anche nella teologia, in particolare contestandone il carattere arretrato e antidemocratico.
 A quale modernità facciamo riferimento in parrocchia? Ne vedo proposti più di una, ma in genere non esplicitamente (essere moderni  nella nostra confessione induce ancora un certo sospetto di indisciplina ideologica, se non di vera e propria eresia). Ognuno pensa che la sua sia quella giusta. E anche questa è una situazione moderna, perché la modernità  comprende in genere (non sempre) anche un certo pluralismo, e comunque la modernità europea  nasce come pluralista.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 22 febbraio 2017

Riunione del gruppo parrocchiale di AC del 21-2-17

Riunione del gruppo parrocchiale di AC del 21-2-17

 La riunione si è aperta con alcuni avvisi:
-venerdì 24 febbraio, alle ore 19, in sala rossa, si terrà il nuovo incontro di approfondimento        sull’enciclica Laudato si’, di papa Francesco. In particolare si parlerà dei riflessi sull’ambiente del sistema economico;
- nella riunione del gruppo di AC del 28 febbraio faremo una festa di Carnevale: tutti sono invitati a portare cose buone da mangiare;
- il 1 marzo, mercoledì delle Ceneri, la liturgia dell’imposizione delle Ceneri verrà celebrata ad ogni Messa e anche alle ore 20:00. La Messa vespertina delle ore 18:00 verrà concelebrata dal vescovo ausiliare di settore.
  La delegazione del gruppo all’Assemblea diocesana ha poi riferito di quell’esperienza associativa, svoltasi per l’elezione di membri del Consiglio diocesano.  E’ stata un’esperienza gioiosa, caratterizzata, è stato detto, dal sorriso, dalla speranza e dalla presenza di tanti giovani.  Sabato si è avuta la presenza del Cardinal Vicario mons. Vallini.
 Siamo poi passati a continuare l’approfondimento della  beatitudine  dei  puri di cuore, i quali vedranno Dio.
  Sono state proiettate alcune sequenze del film  Marcellino pane e vino, nelle quali un bimbo accolto in un convento di frati parla con il Gesù di un crocifisso, che scende dalla croce per mangiare e bere il pane  e il vino portatogli da Marcellino.  I bimbi hanno gli occhi e il cuore puri e possono vedere Dio. E’ stato ricordato l’episodio evangelico in cui Gesù  disse di lasciare che i bambini venissero a lui e che se non si diventa come bambini non si entrerà nel Regno dei Cieli.
L’assistente ecclesiastico  ha poi utilizzato, per spiegare la beatitudine, l’episodio evangelico dell’unzione di Betania, nel Vangelo di Matteo 26, 1-13:
[1] Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: 
[2] "Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell'uomo sarà consegnato per essere crocifisso". 
[3] Allora i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, [4] e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire. 
[5] Ma dicevano: "Non durante la festa, perché non avvengano tumulti fra il popolo". 
[6] Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, [7] gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. 
[8] I discepoli vedendo ciò si sdegnarono e dissero: "Perché questo spreco? 
[9] Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!". 
[10] Ma Gesù, accortosene, disse loro: "Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un'azione buona verso di me. 
[11] I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete. 
[12] Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. 
[13] In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei". 
 La purezza di cuore della beatitudine  non riguarda fatti rituali, non è  una purezza rituale, ma riguarda l’interiorità della persona, il centro della persona nel suo agire morale. Attraverso il cuore  si vede Dio, vale a dire si comprende il suo messaggio, la sua volontà e chi è veramente Gesù.
 Ci ha proposto il mosaico di padre Lutvik che raffigura l’episodio.  Gesù vi è rappresentato seduto in trono con una stola che rappresenta il sacerdozio. La donna versa sul capo di Gesù l’olio profumato e ha un asciugamano che arriva fino ai piedi di Gesù, richiamando l’episodio della lavanda dei piedi e quindi il dono di sé nel servizio. Tiene una mano sul cuore, perché è col cuore che capisce chi è Gesù.



 Come erano i cuori dei protagonisti dell’episodio intorno a Gesù?
 I cuori dei sacerdoti e degli anziani: si mettono insieme per far morire Gesù. Vedono in lui  l’avversario da far fuori, non il messaggio di Dio che giunge loro attraverso Gesù. Hanno cuori impuri perché centrati su sé stessi.
 I cuori dei discepoli: i discepoli si sdegnarono al gesto della donna, anche loro avevano cuori impuri, perché non andavano oltre le proprie esigenze e non capivano che la donna aveva agito in quel modo perché aveva compreso Gesù.
 La donna, raffigurata da padre Lutvik con una mano sul cuore, ha invece un cuore puro, con il quale ha capito tutto. Il suo gesto di versare l’unguento su Gesù è un’anticipazione: Gesù si sta preparando a donare tutta la sua vita per la nostra salvezza; vede in Gesù il Messia, il Salvatore, e comprende il senso della sua missione. La donna ha un cuore  puro nel senso di  convertito. In lei l’umanità non è una barriera all’incontro con Dio. Solo con uno sguardo puro  è possibile riconoscere Gesù nei fratelli e nei segni della storia.
 Abbiamo poi meditato su questi otto passi del Messaggio di papa Francesco per la 30° giornata mondiale della Gioventù, nel 2015, centrato proprio sulla beatitudine  della purezza di cuore: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8):
1.
 Beati i puri di cuore…
Adesso cerchiamo di approfondire come questa beatitudine passi attraverso la purezza del cuore. Prima di tutto dobbiamo capire il significato biblico della parola cuore. Per la cultura ebraica il cuore è il centro dei sentimenti, dei pensieri e delle intenzioni della persona umana. Se la Bibbia ci insegna che Dio non vede le apparenze, ma il cuore (cfr 1 Sam 16,7), possiamo dire anche che è a partire dal nostro cuore che possiamo vedere Dio. Questo perché il cuore riassume l’essere umano nella sua totalità e unità di corpo e anima, nella sua capacità di amare ed essere amato.
2.
Per quanto riguarda invece la definizione di “puro”, la parola greca utilizzata dall’evangelista Matteo è katharòs e significa fondamentalmente pulito, limpido, libero da sostanze contaminanti. Nel Vangelo vediamo Gesù scardinare una certa concezione della purezza rituale legata all’esteriorità, che vietava ogni contatto con cose e persone (tra cui i lebbrosi e gli stranieri), considerati impuri. 
 3.
In che consiste dunque la felicità che scaturisce da un cuore puro? A partire dall’elenco dei mali che rendono l’uomo impuro, enumerati da Gesù, vediamo che la questione tocca soprattutto il campo delle nostre relazioni. Ognuno di noi deve imparare a discernere ciò che può “inquinare” il suo cuore, formarsi una coscienza retta e sensibile, capace di «discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Se è necessaria una sana attenzione per la custodia del creato, per la purezza dell’aria, dell’acqua e del cibo, tanto più dobbiamo custodire la purezza di ciò che abbiamo di più prezioso: i nostri cuori e le nostre relazioni. Questa “ecologia umana” ci aiuterà a respirare l’aria pura che proviene dalle cose belle, dall’amore vero, dalla santità.
4.
 ... perché vedranno Dio
Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna risuona continuamente l’invito del Signore: «Cercate il mio volto!» (Sal 27,8). Allo stesso tempo ci dobbiamo sempre confrontare con la nostra povera condizione di peccatori. E’ quanto leggiamo per esempio nel Libro dei Salmi: «Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro» (Sal 24,3-4). Ma non dobbiamo avere paura né scoraggiarci: nella Bibbia e nella storia di ognuno di noi vediamo che è sempre Dio che fa il primo passo. E’ Lui che ci purifica affinché possiamo essere ammessi alla sua presenza.
5.
L’invito del Signore a incontrarlo è rivolto perciò ad ognuno di voi, in qualsiasi luogo e situazione si trovi. Basta «prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 3). Siamo tutti peccatori, bisognosi di essere purificati dal Signore. Ma basta fare un piccolo passo verso Gesù per scoprire che Lui ci aspetta sempre con le braccia aperte, in particolare nel Sacramento della Riconciliazione, occasione privilegiata di incontro con la misericordia divina che purifica e ricrea i nostri cuori.
6.
Sì, cari giovani, il Signore vuole incontrarci, lasciarsi “vedere” da noi. “E come?” – mi potrete domandare. Anche santa Teresa d’Avila, nata in Spagna proprio 500 anni fa, già da piccola diceva ai suoi genitori: «Voglio vedere Dio». Poi ha scoperto la via della preghiera come «un intimo rapporto di amicizia con Colui dal quale ci sentiamo amati» (Libro della vita, 8, 5).
7.
Ancora una volta vi invito a incontrare il Signore leggendo frequentemente la Sacra Scrittura. Se non avete ancora l’abitudine, iniziate dai Vangeli. Leggete ogni giorno un brano. Lasciate che la Parola di Dio parli ai vostri cuori, illumini i vostri passi (cfr Sal 119,105). Scoprirete che si può “vedere” Dio anche nel volto dei fratelli, specialmente quelli più dimenticati: i poveri, gli affamati, gli assetati, gli stranieri, gli ammalati, i carcerati (cfr Mt 25,31-46). Ne avete mai fatto esperienza? Cari giovani, per entrare nella logica del Regno di Dio bisogna riconoscersi poveri con i poveri. Un cuore puro è necessariamente anche un cuore spogliato, che sa abbassarsi e condividere la propria vita con i più bisognosi.
8.
L’incontro con Dio nella preghiera, attraverso la lettura della Bibbia e nella vita fraterna vi aiuterà a conoscere meglio il Signore e voi stessi. Come accadde ai discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35), la voce di Gesù farà ardere i vostri cuori e si apriranno i vostri occhi per riconoscere la sua presenza nella vostra storia, scoprendo così il progetto d’amore che Lui ha per la vostra vita.
 Alla fine della meditazione l’assistente ecclesiastico ha distribuito ad ognuno un batuffolo di cotone impegnato in unguento con mirra e nardo da lui acquistato in Palestina. Ci siamo così potuti fare un’idea dell’odore che aveva l’unguento versato dalla donna dell’episodio evangelico sul capo di Gesù.
 Alla riunione era presente anche il parroco al quale mi sono sentito di dover fare un vivo incoraggiamento per il grande lavoro che ha fatto da quando è tra noi. Nulla è stato tolto di ciò che c’era di buono, molto è stato aggiunto. Di solito avviciniamo i nostri sacerdoti solo per chiedere o, peggio, per qualche lamentela o recriminazione. Non pensiamo quanto è difficile il loro lavoro tra noi e che anch’essi avrebbero bisogno di incoraggiamento e sostegno da parte nostra, come tutti. E’, anche questa, una questione di cuore. Nell’esame di coscienza che facciamo questa sera, seguendo la meditazione dell’altro giorno alla riunione del gruppo,  quante volte dobbiamo confessare di aver impersonato, nei riguardi dei nostri sacerdoti, i discepoli quando assistettero al gesto di pietà di quella donna del brano evangelico?

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli