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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 30 aprile 2017

Il Cielo in una stanza

Il Cielo in una stanza


Il cielo in una stanza [di Gino Paoli]

Quando sei qui con me
questa stanza non ha più pareti
ma alberi, alberi infiniti:
quando sei qui vicino a me
questo soffitto viola
no, non esiste più.
Io vedo il cielo sopra noi
che restiamo qui
abbandonati
come se non ci fosse più
niente, più niente al mondo.
Suona un'armonica:
mi sembra un organo
che vibra per te e per me
su nell'immensità del cielo.
Per te, per me:
nel cielo, nel cielo.

  La visione del Cielo è strettamente legata alle comunità in cui si vive. La religione è stata sempre un fatto sociale. Comunità chiuse pensano Cieli piccoli,  a misura loro, e questo anche se cercano di comprendervi l’infinito, tutta la storia umana e la produzione e destino dell’Universo, di tutto ciò che esiste.
  La cultura aiuta a spingersi più in là, nel tempo e nello spazio. Anche le religioni hanno loro culture e, anzi, da un certo punto di vista sono culture. Questo può preoccuparci perché le culture evolvono e ad un certo punto finiscono. Finirà anche la nostra religione? Attualmente è in grande ripresa in tutto il mondo, fuorché in Europa, dove si è raggiunta una visione più realistica delle cose, essenzialmente riuscendosi a fare memoria sincera di una storia più lunga. La nostra religione ha avuto un inizio e poi è divenuta dominante intorno al Mediterraneo, e anche un po' più in là in Europa, nel Quarto secolo, quando le religioni più antiche furono vietate per decreto imperiale. Si è sviluppata con molta violenza. Ad un certo punto è divenuta la religione dei dominatori del mondo, dei colonizzatori: si è diffusa nel mondo seguendo il dominio degli Europei. C’è stata un momento in cui non ha avuto bisogno della violenza per affermarsi? Le prime nostre collettività di fede, che ai tempi nostri si vuole idealizzare abbastanza, erano piuttosto bellicose, per ciò che ne sappiamo, e non ne sappiamo molto a parte le aspre controversie ideologiche che le caratterizzarono fortemente. E dopo non è che sia andata molto meglio. La nostra religione però si sta attualmente trasformando in una sua versione più pacifica, che vorrebbe pacificare il mondo e in questo incontra coloro che, anche al di fuori di concezioni religiose, ritengono che questa sia l’unica via della sopravvivenza del genere umano. Del resto questa evoluzione si accorda con la dottrina secondo cui il fondamento di tutto è agàpe, la benevolenza che fa posto a tutti.
   Ma al dunque, nella pratica corrente delle nostre vite, non ci è veramente utile spingere tanto in là, in avanti e indietro, il pensiero, se non per ciò che ci serve per non ripetere errori del passato.  Più utile, ed anzi imprescindibile, è cercare di capire il mondo in cui viviamo, e ciò richiede  di arrivare con lo sforzo di conoscenza molto al di là dei confini del nostro ambiente sociale quotidiano, fino ad abbracciare tutto il globo. La nostra organizzazione religiosa è divenuta veramente mondiale  e ci può aiutare in questo. Nelle università pontificie romane c'è gente di tutta la Terra.  Basta che guardiamo le scritte “made in…”  che sono impresse negli oggetti di uso quotidiano per convincerci che comprendere il mondo ci  è divenuto indispensabile.  Questo significa un particolare impegno di apertura, perché, in un certo senso, il mondo sta arrivando molto vicino a noi, addirittura tra noi nel grande rimescolamento di popoli che stiamo vivendo, un fenomeno epocale e molto significativo. Avere a che fare con persone vere a volte ci sorprende, perché gli altri spesso non sono come ce li immaginiamo, anche in religione. In un certo senso, con gli altri che vengono tra noi, il cielo, il mondo, la storia, l’umanità nel suo complesso, vengono veramente nelle nostre stanze domestiche. Così il nostro mondo cambia e noi con esso. Se si studia la storia si capisce che è sempre stato così e, allora, può prevedersi che così sarà sempre, finché l’umanità avrà una storia. Nulla di nuovo sotto il sole, si dice, ed è anche scritto in un libro biblico: è sapienza molto antica, anche se, facendone personale esperienza, sembra nuova. Ma c’è qualcosa che non cambia, che resterà? Le Scritture ci dicono che sarà l’agàpe: una buona prospettiva per una fede come la nostra che vorrebbe essere fondata proprio sull’agàpe. Il Cielo, in definitiva, è  agàpe. E tutta la nostra religione ha come scopo di fare entrare il Cielo nelle nostre stanze, quindi molto vicino a noi. E’ immaginifica illusione? Vivendo la religione (non accostandola nella realtà virtuale) si può fare l’esperienza che non lo è. In Italia è più comodo che da altre parti nel mondo. Si esce di casa e c'è la parrocchia, in fondo a via Val Padana. Bastano pochi passi e si è dentro.  Venite e vedete.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 29 aprile 2017

Il penultimo modello

Il penultimo modello

Il cellulare Nokia che ho usato a lungo. I nostri adolescenti hanno la sua età


   Se mettiamo in questione il modello di sviluppo di una società, mettiamo in discussione anche noi che ci viviamo dentro e che, muovendoci in mezzo ad essa e avendo relazione con gli altri, la impersoniamo, siamo  quella società che ha bisogno di una  riforma,  se non di una rivoluzione. L’enciclica  Laudato si’ è molto esplicita nel dirci questo, molto più di altri documenti dell’analoga letteratura degli ultimi vent’anni. Serve quindi un’auto-critica. Se ne è sempre stati convinti in religione, ma l’ecclesialese, il confuso gergo fatto di parole della teologia orecchiate qua e là e infilate in un discorso per dargli una certa apparenza seria, serve ad allontanare l’obbligo, respingendo cortesemente al Cielo l’appello che dal Cielo viene. Ci si riconosce impotenti  a cambiare le cose, perché colpiti da  mali sociali, che sovrastano le forze delle persone e le determinano in modo irresistibile. Collettivamente, in religione, si ritiene di non avere la competenza  ad agire, perché non è corretto fare politica  con la fede. Tutto questo va, naturalmente, a nostra giustificazione. E chi siamo noi? Noi siamo l’Europa, l’Occidente, i popoli più potenti della Terra, quelli che hanno insegnato a tutti gli altri che pensare, che produrre, come commerciare, come vivere, come vestirsi, chi odiare, chi amare, in quale Cielo credere, chi è buono, chi è cattivo, quali sono i confini dei popoli. Noi siamo quelli degli stili di vita  intoccabili, disposti a scatenare conflitti apocalittici pur di mantenerli tali. Questo ordine di idee viene duramente criticato nell’enciclica Laudato si’. Esso contiene anche una sincera auto-critica. Più forte essa si avverte nel precedente documento La gioia del Vangelo, l’esortazione  apostolica del 2013 che è stata vista come una sorta di programma della missione del nuovo Papa. Anche le stesse istituzioni religiose ne sono necessariamente coinvolte, anche se sotto questo aspetto si è stati molto meno espliciti. In questo campo si  è proceduto per fatti concludenti, con il rifiuto delle insegne imperiali, della reggia, di certi segni esteriori.
 L’auto-critica meno seria è quella che si tiene sulle generali. Se ci si interroga sulle realtà di prossimità, più prossime a noi stessi, la faccenda si fa difficile.
  Il potente nuovo Signore d’oltre Oceano dice che sarà difficile evitare una guerra catastrofica molto vicino alle frontiere cinesi e sta mandando contro i suoi nemici una potente armata. Un conflitto laggiù cancellerebbe probabilmente il nostro stile di vita  qui in Italia, perché la gran parte delle cose di uso comune ci viene proprio da quelle parti. Eppure non vedo grande agitazione in giro. Non crediamo più alla reale possibilità di una guerra che ci coinvolga, perché l’ordine europeo creato pazientemente e faticosamente dagli anni Cinquanta scorsi ci ha preservati a lungo da esperienze simili. Però ora ce ne vorremmo tirare fuori, per difendere casa nostra. Siamo consapevoli che non si possono avere contemporaneamente le due cose, casa nostra  che sia solo  nostra  e la pace? Ma questa dimensione è ancora su scala troppo grande per coinvolgerci realmente, nel senso di attivarci a fare qualcosa. Qualcun altro provvederà… Non è sempre accaduto così? Eppure in genere si è convinti dello scadimento progressivo della qualità della nostra politica. Siamo proprio sicuri di aver riposto la nostra di fiducia nei capi giusti, in persone competenti, che hanno un’idea realistica di come procedere, che non si determinano solo valutando statisticamente, secondo indagini di mercato,  ciò che noi,  che ci affidiamo a loro proprio perché ne sappiamo troppo poco, mostriamo di preferire oggi? Un’auto-critica sarebbe forse necessaria.
   In una scuola si dà un compito in classe sulla dipendenza  dai telefoni cellulari e sul loro scorretto uso. In uno dei fogli si legge che chi scrive non può più fare a meno  del telefonino e non capisce che male c’è. La dipendenza,  appunto, consiste nel  non poter più fare a meno di qualche cosa. Ci sono cose delle quali per natura non possiamo fare a meno, come l’aria da respirare e il cibo. Altre delle quali, nella nostra civiltà, non possiamo più fare a meno perché  ci servono realmente  per agevolarci nella vita, ad esempio l’automobile o l’autobus per muoverci in città, ma anche il telefono cellulare usato come telefono, per parlare con altra gente. Se però noi diventiamo dipendenti  da applicazioni, da programmi, che girano sul telefono cellulare, e che sostituiscono o falsano relazioni personali fondamentali, la questione  è diversa. Una persona molto giovane facilmente può cadere in questa dipendenza, appunto perché immatura. Tanto è vero che alcune applicazioni non accettano utenti che abbiano meno di sedici anni. Ma talvolta sono gli stessi genitori a incoraggiare i figli a barare, a inserire un’età maggiore. La dipendenza  che si genera non è dal cellulare, ma da quelle applicazioni che sono gestite da potenti organizzazioni commerciali, le quali studiano sistematicamente come far fare alla gente ciò che a loro conviene. Le applicazioni sul cellulare solo apparentemente sono gratuite, servono per determinare le nostre vite, e ci riescono, specie con i più giovani. La dipendenza  sgancia dalla vita reale e getta in una vita virtuale, immaginaria, molto simile  a quei videogiochi a cui si è acculturati fin dalla prima infanzia. La vita virtuale,  però, non esiste. Ciò che esiste è la dipendenza e il cambiamento degli  stili di vita  nella  vita reale. Il principale cambiamento indotto  è quello di rinchiudersi in circoli chiusi, ad ammissione selezionata: così funzionano le reti sociali  che mi vengono in mente. Quindi poi si parla, anzi si scrive e ci si scambia foto e musica, solo con i propri simili. Questo risponde ad un’esigenza commerciale di selezione dei consumatori per indirizzare più efficacemente le proposte di vendita e, soprattutto, per suscitare nuovi bisogni artificiali. Ma disintegra la società civile. E’ un fatto che si può osservare anche nei più piccoli. Da bambino, in cortile qui alle Valli, giocavo con una trentina di coetanei ed erano bei giochi proprio perché ci si giocava in tanti. Tutto procedeva con un ordine, per così dire, naturale. Se osserviamo invece i nostri figli oggi, quando sono in molti, vediamo che spesso tendono ad isolarsi o a interagire in gruppetti molto piccoli, di quattro o cinque. E tutti hanno in mano un telefono cellulare dell’ultimo modello. Quando noi più anziani tiriamo fuori  nostri, si sorprendono perché sono di modelli precedenti. Gli  ultimi modelli  hanno applicazioni più fascinose e, soprattutto, nuove. Se uno è dipendente,  cercherà sempre l’ultimo modello di tutto. Sapremmo fare autocritica e accontentarci del penultimo modello, resistendo alle sollecitazioni delle potenti reti commerciali che cercano di controllarci?  C’entra qualcosa questo sforzo con la guerra che il potente nuovo Signore d’Oltreoceano ritiene prossima nel lontano Oriente?  Quel rischio di guerra dipende da come va il mondo oggi, da chi è controllato, ed è controllato dallo stesso sistema dal quale derivano le applicazioni dalle quali molti sono diventati  dipendenti  e che controllano gli stili di vita  di tanta gente. Gli indirizzi dei dominatori del mondo e di quelli dei nostri neo-stili di vita applicazioni-dipendenti sono spesso i medesimi.
   La parrocchia potrebbe essere un buon posto per liberarsi da certe dipendenze. Infatti lì ci si incontra nella vita reale. Questo blog non ha altro scopo che quello di portarvi lì. Usa una  rete sociale, di quelle che possono creare dipendenza, per portarvi fuori dal mondo virtuale. Se non pensate, prima o poi, di farlo, perdete il vostro tempo, tutto quello che leggete qui non vi sarà di alcuna utilità: uscite e non tornate più, starete meglio. Ma in passato mi è sembrato che in parrocchia in qualche cosa  si sia preso un po’ a modello il mondo virtuale, in particolare nella selezione  degli utenti. E’ l’idea della comunità-circolo chiuso, ad ammissione limitata, dietro prove di fedeltà, nel quadro di un contorno piuttosto immaginifico. La vita di fede può essere effettivamente trasformata in un specie di gioco di ruolo, si presta, se ci si lascia prendere la mano senza tenere a mente l’antica sapienza che noi chiamiamo propriamente tradizione, e che non ha nulla a che vedere con etnia e costumanze culturali e gli strascichi desolanti di certi passati, ma che significa mantenere un certo reale  legame con le origini e fare memoria purificata, quindi con il proposito di discostarsene,  di tutti gli errori che storicamente si sono fatti e che hanno prodotto tanto dolore, in modo da non ripeterli. Ora le cose stanno velocemente cambiando da noi, ma in qualche modo per intervento dall’esterno, come quando c’è un incendio e arrivano i vigili del fuoco. Non mi è parso di cogliere alcuna autocritica. Forse perché ancora non ci si incontra realmente, ciascuno è ancora chiuso nel suo mondo immaginario e le nostre app  non parlano tra loro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


venerdì 28 aprile 2017

L’Azione cattolica e la parrocchia

L’Azione cattolica e la parrocchia


  Oggi a Roma inizia l’Assemblea Nazionale dell’Azione Cattolica. Verranno nominati i nuovi dirigenti nazionali. Ieri non ho menzionato l’Azione cattolica tra le confraternite  e movimenti  che abitano  la parrocchia. E’ il momento di approfondire.
  Nelle parrocchie-condominio il gruppo parrocchiale di Azione cattolica appare come uno dei condomini. In realtà, si tratta di qualcosa di molto diverso.
  L’altro giorno si sono tenute varie celebrazioni nell’ottantesimo anniversario della morte del politico comunista Antonio Gramsci. In carcere, a cavallo tra gli anni ’20 e 30, scrisse in molti quaderni  lunghe riflessioni sulla storia, la cultura e la politica italiana, che influenzarono molto la politica italiana del secondo dopoguerra. Nel primo di quei quaderni  trattò diffusamente del modello organizzativo dello Azione cattolica dell’epoca, in particolare dal punto di vista della diffusione della cultura, trovandolo particolarmente efficace. Questo è un indizio importante della natura politica  dell’associazione, fin dagli esordi.
  L’Azione cattolica è una creatura della gerarchia del clero, nel senso non solo che è stata da essa ideata e organizzata, ma anche che ne è stata uno dei principali  strumenti propriamente politici.
  La politica di massa,  come l’abbiamo conosciuta e vissuta in Italia fino a una ventina di anni di anni fa, nasce a metà Ottocento. In essa furono protagonisti anche i cattolici e, in particolare, i preti. Nella stessa epoca il papato romano combatté la sua guerra ideologica e politica contro i movimenti politici italiani che si proponevano l’unità nazionale e quindi anche contro il Regno sabaudo, trasformatosi nel 1861 in Regno d’Italia, che dell’unità nazionale fu uno dei principali agenti.  
  L’idea di popolo, quindi di un’identità nazionale ben definita, innanzi tutto culturale, che esigeva l’unità politica, era alla base delle ideologie politiche di unificazione nazionale italiana. Questa concezione popolare era sorretta da movimenti liberali e democratici, in primo luogo da quello di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Quest’ultimo aveva una concezione religiosa della politica popolare: il suo motto fu  Dio e popolo. Tuttavia l’idea che Roma dovesse essere la capitale del nuovo stato unificato, che Mazzini voleva repubblicano, lo oppose al papato romano, monarchico e assolutista, che considerava indispensabile per l’esercizio del suo ministero religioso il suo piccolo regno nell’Italia centrale, con capitale proprio a Roma. I democratici liberali diventarono quindi i principali bersagli ideologici del papato romano. Si sostenne che essi stavano traviando il buon popolo italiano, all’epoca in prevalenza contadino, incolto e soggetto al potere del clero. La politica anti-unitaria del papato cercò di sollevare politicamente il popolo che gli era ancora soggetto per contrastare le politiche avverse. Quest’azione fu promossa dal clero di base e dai ceti colti e trovò un coordinamento nell’Opera dei Congressi, che riuniva periodicamente i rappresentanti delle nuove realtà sociali italiane di ispirazione religiosa. Dopo la conquista di Roma da parte del Regno d’Italia, il papato romano spinse per una politica di intransigenza, di rifiuto della politica democratica e dello stato di fatto creatosi. Nell’animazione politica popolare il papato trovò altri oppositori nelle formazioni socialiste che a quell’epoca si stavano organizzando, in particolare negli ambienti delle città settentrionali, dove si era formata una vasta classe operaia nelle moderne industrie. Esse furono l’altro principale bersaglio ideologico e politico del papato. Di polemiche anti-socialiste sono pieni molti documenti della dottrina sociale della Chiesa, in particolare il primo, l’enciclica Le novità, del 1891, e l’enciclica Il Quarantennale, del 1931, in occasione dei quarant’anni dalla prima, in cui si arrivò addirittura a plaudire alla repressione fascista delle organizzazioni socialiste.
  L’emergere di correnti democratiche nell’Opera dei Congressi, in particolare al seguito del prete Romolo Murri, e i contrasti molto vivaci tra esse e gli intransigenti  portò allo scioglimento dell’istituzione da parte del papato agli inizi del Novecento. Dopo poco tempo venne dato avvio, con un provvedimento del papato romano, alla costituzione dell’Azione cattolica, che di solito, ma erroneamente, viene presentata come la prosecuzione delle precedenti esperienze associative. L’Azione cattolica fu oggettivamente il  secondo vero partito politico di massa italiano, dopo quello socialista. Nacque come strettamente correlata alla gerarchia del clero, come suo strumento per l’azione popolare di massa, e fu straordinariamente efficace, in particolare nella formazione culturale e politica delle donne. La democrazia italiana del secondo dopoguerra, dopo la fine del regime fascista, ne fu profondamente segnata. In Italia, sostanzialmente, vi furono due grandi scuole  di politica per le masse, quella cattolica e quella socialista. Dopo il compromesso del papato romano con il regime fascista italiano, con i Patti Lateranesi  del 1929, l’Azione cattolica subì una sorta di eclisse e in gran parte si fascistizzò. E tuttavia, nelle sue organizzazioni intellettuali, la FUCI, gli universitari, e il Movimento Laureati, rimase una scuola politica  indipendente, profittando degli spazi di autonomia e libertà contrattati con il fascismo negli accordi del ’29. Da questa scuola uscì gran parte della classe politica democratica egemone in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi. Grazie ad essa il papato romano riuscì a distinguere la sua posizione da quella degli sconfitti fascisti, con i quali si era  storicamente federato. Tutte le fasi della politica democratica italiana furono segnate dal confronto con il papato romano, e questo fino al 2013, inizio del regno del Papa Francesco. In questo quadro l’Azione Cattolica svolse un ruolo centrale, unitamente al partito cristiano, la Democrazia Cristiana. Quest’ultima andò molto laicizzandosi, a partire dagli anni ’70, recuperando una maggiore autonomia dal papato romano, che negli stessi anni era impegnato nella fase di rinnovamento seguita al Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Nel contesto di una vivace dialettica tra le componenti del cattolicesimo italiano, in quell’epoca si ebbe l’emergere di vari movimenti, quelli che poi vennero ad abitare  in gran parte delle parrocchie italiane. Dalla fine degli anni ’60 l’Azione Cattolica ha fatto dell’attuazione dei principi conciliari il suo principale campo d’azione. Si è parlato, a questo proposito, di una svolta religiosa, come se si fosse deciso di  non fare più politica. Niente di più sbagliato. Semplicemente si precorsero i tempi nuovi. Si intuì che la polemica frontale capitalismo/socialismo non avrebbe caratterizzato i decenni a seguire. Si trattava di ricomporre  la società italiana intorno ad altri principi. Era necessario a tal fine un lavoro di formazione della gente. Nel corso di breve tempo, infatti, il mondo, inaspettatamente per i più, cambiò.
   La differenza tra l’Azione cattolica e i movimenti  sta nella sua profonda integrazione con la gerarchia del clero.  L’Azione cattolica non nasce da un  fondatore carismatico  né intorno a una particolare spiritualità. Non mostra caratterizzazioni personalistiche. E’ stata fondata dalla gerarchia del clero per esserne duttile strumento. Essa quindi, a livello locale, non abita  le parrocchie, è  la parrocchia, non si distingue da essa, la anima. In una parrocchia-condominio  non ha istanze proprie da far valere diverse da quelle del parroco. Se il parroco non crede nell’Azione cattolica e la vuole annullare, essa di solito non fa resistenza.
  La crisi di adesioni dell’Azione Cattolica, che non comportò assolutamente una crisi della sua influenza politica e culturale, risale alla metà degli anni ’70 e fondamentalmente deriva da una crescente sfiducia del papato romano nel suo metodo di formazione, a seguito della bruciante sconfitta politica nel referendum sulla nuova legge sul divorzio civile, tenutosi nel 1974. Si produsse in quegli anni una crisi culturale, tra le collettività di fede italiane, analoga a quella che si ebbe ad inizio Novecento, ma il papato romano non poté utilizzare gli strumenti repressivi di un tempo, anche se non mancarono azioni di questo genere. Si era in un tempo di veloci cambiamenti, l’adattamento fu difficile. L’elaborazione e l’assimilazione culturale non riuscirono a seguire il corso degli eventi. Il papato scelse allora una posizione neo-intransigente, creando una politica populista intorno alla figura del papa regnante, in una personalizzazione senza precedenti che giunse a svelarne anche l’intimità per umanizzarla e indurre il senso di una sua particolare prossimità alla gente. In questa politica il papato romano trovò sponda nei movimenti neo-intransigenti anti-conciliari che si erano diffusi in polemica con il moto conciliare di aggiornamento. L’Azione cattolica rimase come specialista di settore, in particolare nella mediazione culturale, quindi del confronto inter-culturale, un po’ come un movimento  tra gli altri, eclissata  dal nuovo profilo populista del papato romano.
  La nostra parrocchia fu, per un tempo lunghissimo e fino all'ottobre 2015 quando ci fu un avvicendamento nell'incarico, una di quelle nelle quali il parroco non puntava sull’Azione Cattolica. Quest’ultima rimase come esperienza di irriducibili, che volevano che continuasse a vivere. Ma il suo metodo non fu più seguito nella formazione dei giovani e quindi vennero a mancare nuove leve. Ci si aspettava che, ad un certo punto, si estinguesse per vie naturali. In realtà ci si accorse che era la stessa parrocchia che si stava estinguendo, dopo aver preso congedo dal quartiere, le Valli, a cui era stata mandata. Una prova di più della profonda integrazione tra parrocchia ed Azione Cattolica.
  Ma la spiritualità?, mi si potrebbe chiedere. L’Azione cattolica non ha una sua missione religiosa? Certo, ce l’ha, ma non la caratterizza. E’ semplicemente quella della Chiesa universale.  L’Azione cattolica non ha un proprio metodo di formazione religiosa, come invece l’hanno, in genere, i movimenti. Dal punto di vista spirituale ha fatto dei documenti dell’ultimo Concilio ecumenico, il catechismo  dei tempi nuovi secondo l’espressione del Papa Montini, il proprio programma associativo. Continua invece ad essere molto caratterizzata da punto di vista politico: è una delle poche realtà sociali religiose della nostra confessione che in Italia ha integrato il metodo democratico tra i propri principi fondamentali. Nel confronto con le altre culture cerca di evidenziare ciò che unisce, secondo il metodo della mediazione culturale.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 27 aprile 2017

Dalla parrocchia per la riforma della società civile

Dalla parrocchia per la riforma della società civile

   La parrocchia è un’istituzione più antica di tutte quelle dell’attuale ordinamento statale. Ha avuto una lunga evoluzione dai primi secoli della nostra era. E’ stata organizzata intorno all’ufficio del parroco, ideato come quello di un funzionario locale di un principe, il vescovo, legato al papa da legami di tipo feudale. Ideata per la campagna, si diffuse anche in città. La parrocchia come la conosciamo oggi risale agli inizi del Secondo millennio. Non è cambiata molto fino alla seconda metà degli anni Sessanta del Novecento quando le si volle imprimere un’impostazione comunitaria. L’emergere della comunità intorno poteva renderla più simile a un piccolo municipio, ma questo processo rimase sempre più o meno allo stato iniziale, perché i parrocchiani contarono sempre pochissimo: non si crearono mai istituzioni perché potessero veramente partecipare. Storicamente le parrocchie erano abitate da vari tipi di confraternite  di laici, con una propria struttura, per scopi specifici, ad esempio per i festeggiamenti dei santi, ma anche per ragioni caritative o assistenziali. Dagli anni Sessanta cominciarono ad essere abitate anche dai circoli locali di vari  movimenti  di laici. Quindi si va in parrocchia o come singoli o come partecipanti a queste associazioni di laici. Dove l’autorità del parroco si fa debole, per vari motivi, ma in genere perché il clero parrocchiale è composto prevalentemente da persone di altre parti del mondo, non dico straniere perché  in religione nessuno è straniero, la parrocchia diventa un  condominio  di  confraternite  e movimenti. Questo modo di frequentarla non fa di una parrocchia una comunità. Al dunque rimane un ente  monarchico. Ogni potere giuridico spetta al parroco, che non è obbligato a rendere conto  alla comunità. E’ assistito da un consiglio che gli può dare pareri che egli però non è tenuto ad osservare. In genere questo organo è composto dai capi dei movimenti che  abitano  la parrocchia. Sono previste periodiche elezioni di membri da parte dell’assemblea parrocchiale, vale a dire dei parrocchiani, ma di fatto, se non si celebrano, non succede nulla. Chi può parteciparvi? L’elettorato attivo è piuttosto vago: sono considerati parrocchiani quelli che abitano  nel territorio parrocchiale od operano  stabilmente in parrocchia pur non abitando. Sono i regolamenti  che i consigli pastorali  si danno e che vengono approvati dai vescovi a definire come si vota. E’ un tema molto delicato, perché un parrocchia in cui prevalgono quelli che scelgono  di venirci, anche se abitano altrove, si snatura, diventa la sede locale di una specie di movimento. Una soluzione potrebbe essere quella di riservare a chi opera ma non abita  l’elezione di una quota minoritaria, come si fa alle elezioni politiche per gli italiani residenti stabilmente all’estero. Il problema è che poi, secondo gli statuti vigenti dei consigli pastorali, il parroco può nominare  consigliere, in aggiunta ai membri elettivi,  chi vuole. La questione non è sentita come molto grave perché i  consigli pastorali  non hanno alcun vero potere e, al dunque, decide sempre e solo il parroco. Del resto in molti casi i consigli pastorali non sarebbero neanche in grado di esprimere una volontà comune, che significa anche accettata  dalla parte che era di diversa opinione ed è risultata minoritaria, perché frutto di  dialogo  in cui non ci sia solo la prevalenza di un partito  sull’altro, ma si tenga conto  anche degli altri. Si opera a volte come in un condominio, che non è una comunità, ma un precario accostamento di interessi privati.
  In un condominio prevale la concezione proprietaria  della collettività. Ognuno è  signore in casa propria e cerca di accaparrare quanto più possibile dei beni comuni, quelli che ci sono tra  casa propria  e  casa altrui, come tubi, tetti, intelaiatura in cemento armato o pareti portanti di un edificio, ma anche parcheggi, giardini,  e senza i quali le case proprie  non potrebbero stare in piedi o sarebbero meno amene. Nelle decisioni si costituiscono precarie alleanze di interessi privati. Ognuno farebbe di buon grado a meno degli altri, ma è costretto a sopportarli perché l’edificio in cui sta casa propria  è fatto in un certo modo. A parte le questioni di interesse non ci si incontra veramente, ma ci si incrocia per le scale condominiali. Chi va, chi viene, a nessuno importa veramente nulla degli altri.
 Le nostre istituzioni pubbliche, da quelle più piccole allo stesso Stato, sono malate della malattia  condominiale. Ci si partecipa, dove è consentito, ed è consentito in maniera più ampia che in una parrocchia, con lo spirito di un condomino. Si ha l’idea che  chi vince debba prendere tutto. Il punto di vista degli altri non è veramente considerato se non per polemizzarci contro. Si ha difficoltà ad incontrare gli altri nelle loro diversità e allora si preferisce stare con i propri simili. Questo porta a disintegrare la società civile. La parrocchia, come istituzione che si avvicina a  quelle pubbliche,  è spesso colpita da una malattia simile. E’ una realtà di prossimità, più vicina alla gente così com’è veramente, una società in cui, se si vuole, ci si può veramente incontrare, anche tra diversi. La soluzione al problema potrebbe emergere in una collettività così, proprio perché l'occasione di incontrarsi  sul serio c'è: ma occorre avere il coraggio di sperimentare. In caso di successo, è cosa che si potrebbe proporre in ambito via via più vasto, per risanare anche la società civile.
  Veramente non c’è alternativa tra monarchia feudale e condominio? Si teme che tutto finisca per sfasciarsi, perché non si ha alcuna fiducia negli altri. Ne diffidiamo perché non li conosciamo veramente. In Abruzzo  e nel Reatino, a causa dei terremoti, tanta gente è rimasta all’improvviso priva di  casa propria  ed è stata costretta a vivere in tende precarie, molto più vicine le une alle altre delle case proprie distrutte, e per di più piazzate in spazi totalmente  pubblici perché allestiti dalle organizzazioni di soccorso. C’è stata una grande sorpresa: i giornalisti che sono andati ad intervistare i terremotati si sono sentiti dire che era bello vivere insieme. Persone che erano vicine di casa in condominio ma che non si frequentavano erano finite a dormire nella stessa tenda e si erano piaciute. Nell’emergenza si era sviluppato lo spirito solidale e ognuno aveva capito l’importanza di conoscere meglio gli altri, perché nella sventura naturale quella era un’importante risorsa. In un mondo così i più piccoli si sentivano più liberi, non facevano più vita isolata temendo di essere investiti dalle automobili, le quali non avevano più strade da invadere. Facevano vita di gruppo, non erano più i piccoli monaci dei nostri quartieri cittadini. Il condominio  era andato giù, ed era emersa la solidarietà civile. Di questa materia prima sono fatte le vere comunità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


mercoledì 26 aprile 2017

Ad ora fissa e con chi ci piace

Ad ora fissa e con chi ci piace


A passeggio nel nostro Parco delle Valli, ieri 25 aprile. Le Valli possono essere un bel posto per viverci e incontrarsi



  Una realtà sociale territoriale come la parrocchia non può funzionare come un movimento, in cui si va ad ora fissa per stare con chi ci piace e la pensa come noi.
   E’ stato osservato che proprio questo facciamo quando interagiamo sul WEB. Selezioniamo gli interlocutori. L’universo di internet è fatto quindi di circoli chiusi.
  Lo spirito di circolo porta i giovani a stare con i giovani, gli anziani con gli anziani, i devoti ad una certa spiritualità sempre tra loro, quelli del coro sempre tra loro e via dicendo. Accostarsi alla parrocchia come ad una ASL dello spirito porta invece a venirci ad ora fissa, come per una fisioterapia. Anche l’appuntamento per la Messa può essere vissuto così.
  Si viene e ci si aspetta di essere intrattenuti da personale apposito. Lo sforzo di partecipazione personale  è ridotto al minimo, ci si lascia fare da altri. Si segue un metodo, un copione. Alla fine si esprime un gradimento come quando si esce dal cinema. Si viene essenzialmente per prendere. Si sceglie un’offerta sociale tra le tante disponibili. Avanzando con l’età si fanno sempre meno e quindi in chiesa troviamo più anziani che giovani.
  Con questa organizzazione la parrocchia è poco caratterizzata, lo sono invece i gruppi che la abitano. Nei siti Web delle parrocchie di solito c’è un cartella “gruppi” che definisce l’offerta  parrocchiale di attività per un’utenza. La parrocchia è in definitiva un  contenitore. Ogni gruppo, poi, ha i suoi obiettivi che, in genere, sono rivolti alla propria utenza.
  Se ci si confronta con gli obiettivi che ci vengono proposti nel documento Laudato si’, che, provenendo dal Papa regnante, deve essere preso sul serio, capiamo bene che il sistema di lavoro che ho descritto non va bene. Alcuni tendono a prendere sottogamba papa Francesco, perché rifiuta i segni della sovranità imperiale della tradizione, e arrivano a svillaneggiarlo disinvoltamente. Ma le loro critiche sono di solito superficiali, si basano su una religiosità infantile o settaria, poco informata di come vanno le cose nel mondo. E quei critici sono a volte gli stessi che temono, fondatamente, per sé e per i loro figli e nipoti per come va il mondo. Nella Laudato si’  è proposta una spiegazione semplice di ciò che sta accadendo e vengono date indicazioni per non rimanere semplicemente spettatori della propria e altrui rovina. Occorre costruire nuove relazioni sociali a livello globale e rafforzare ed estendere quelle che ci sono. Non c’è nulla di magico, soprannaturale o ineluttabile nel mondo in cui viviamo: tutto è alla nostra portata, tutto è una produzione sociale che può essere cambiata. Ma per interagire positivamente occorre farlo come grandi masse, a livello sovranazionale, a livello mondiale. Occorre contribuire a costruire un nuovo modello di sviluppo adatto alla realtà in cui viviamo.  Da dove cominciare? Il mondo è tanto grande e lo conosciamo così poco! I sociologi che si sono occupati dei problemi del mondo di oggi consigliano però di farlo proprio dalle società di prossimità, innanzi tutto dai quartieri delle città, perché sono le dimensioni giuste per incontrarsi veramente in modo nuovo, in una realtà vera  e non  virtuale. Il nostro, le Valli, con i suoi circa ventimila abitanti ha le dimensioni di una piccola città, ad esempio di un Comune  come Palestrina, qui nel Lazio. Ma, nello stesso tempo, può essere girato tutto a piedi in un’oretta o giù di lì. Con la lotta per il Pratone,  ora Parco delle Valli, e con quella per la difesa dei pini di Val Padana, ha dimostrato una buona sensibilità sociale e ambientale. E’ veramente qualcosa di più di un quartiere dormitorio: questo risultava già dalla ricerca di Bruno Buonomo del 2007. Occorre costruire relazioni sociali meno labili e la religione, in particolare la liturgia, può aiutare. Ma bisogna indurre l’abitudine a frequentare la parrocchia molto più intensamente, per incontrare non solo i propri simili, ma anche gente diversa. Però non dovrebbe essere come per gli anziani recarsi al circolo delle bocce: non si tratta di passare il tempo  in qualche modo, ma di impiegarlo utilmente, innanzi tutto per apprendere cose nuove e poi per integrare vita civile e vita religiosa, ad esempio scuola e chiesa. Una presenza più prolungata in parrocchia richiede una capacità collettiva di autorganizzazione, una disciplina sociale condivisa e partecipata, non solo imposta e subìta, la distribuzione di responsabilità e mansioni, perché non si può caricare tutto sulle spalle dei preti, diaconi e di un pugno di catechisti.  Ma ci vuole anche un certo tirocinio al metodo del dialogo, perché non si starà più solo con gente che la pensa come noi, irromperà la pluralità del quartiere e bisognerà mettere in risalto ciò che c’è di comune, tollerando, integrandole in modo che non combattano tra loro, le differenze. Questo tirocinio dovrebbe essere avviato sin da molto piccoli, dalla primissima formazione religiosa, che coincide con le prime esperienze sociali fuori delle famiglie. Nel dialogo ci si sente responsabili gli uni degli altri, perché si è interessati sinceramente agli altri e allora se ne ha cura, ma è cosa che va sviluppata. E’ il momento in cui si cresce veramente. Invece, ad uno sguardo realistico, abbondano in giro adulti-bambini, quelli che tendono a lasciarsi affascinare dalle realtà aumentate,  virtuali, dalla società presentata come un videogioco di ruolo, e che poi, dinanzi alle questioni serie, dalle quali non si può uscire cliccando su di un’icona o con il tasto CANC, non sanno più veramente che pesci prendere. In questo quadro può essere suggestiva l'immagine evangelica di farsi pescatori  che non tornano sempre con le reti vuote. 
Mario Ardigò - Azione Cattolica, in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


martedì 25 aprile 2017

Ribelli

Ribelli


La Preghiera del ribelle 

di Teresio Olivelli, resistente e ribelle italiano (1916-1945)


Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione, 
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa, 
a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libera vita, 
dà la forza della ribellione.
Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: 
alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.
Noi ti preghiamo, Signore.
Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell'ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell'indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell'amarezza.
Quanto più s'addensa e incupisce l'avversario, facci limpidi e diritti.
Nella tortura serra le nostre labbra.
Spezzaci, non lasciarci piegare.
Se cadremo fa' che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.
Tu che dicesti: ``Io sono la resurrezione e la vita'' rendi nel dolore all'Italia una vita generosa e severa.
Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.
Signore della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.

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  Il 23 aprile scorso, a Milano, sono stati presentati i due libri con tutti gli scritti di Lorenzo Milani, pubblicati dall’editrice Mondadori nella collana I Meridiani. Chi fu Lorenzo Milani? Potrete saperne di più leggendo la sua biografia sul Web a questo indirizzo: 
http://www.treccani.it/enciclopedia/lorenzo-milani-comparetti_(Dizionario-Biografico)/ 
  Il Papa, in occasione dell’evento, ha inviato un videomessaggio che trovate trascritto qui sotto.
  E’ importante che un Papa ci abbia invitato ad accostarci al pensiero di Lorenzo Milani  con affetto,  come a quello di un testimone di Cristo e del Vangelo. Tenendo conto che la Chiesa fu la prima persecutrice di Milani, in sostanza emarginandolo proprio a causa di ciò per cui oggi lo addita come testimone di Cristo e del Vangelo. Le si accodarono anche altri. Milani fu processato dalla giustizia penale italiana per un articolo scritto in risposta  all'ordine del giorno dei cappellani militari della Toscana in congedo, pubblicato dalla Nazione del 12 febbraio 1965 (p.11), in cui si proclamava che essi consideravano «un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta "obiezione di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è espressione di viltà». Lo trovate sul Web a questo indirizzo: 
http://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm 
Successivamente scrisse anche al Tribunale penale che lo giudicava. Potete trovare sul Web il testo della sua lettera all’indirizzo: 
http://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_e.htm 
  Perché è importante l'invito del Papa? Perché un Papa impersona la Chiesa di sempre. E’ tradizione che un Papa non ne smentisca esplicitamente un altro, in particolare trattando di personalità religiose e quindi di temi che implicano questioni di fede. Quindi il suo giudizio rimarrà stabile. 
  Il Papa, all’inizio del suo videomessaggio, ha ricordato che Milani scrisse di non volersi mai ribellare alla Chiesa. E ha tenuto a precisare che la sua inquietudine non fu frutto di ribellione. Ed effettivamente Milani accettò di essere confinato in una piccolissima parrocchia di montagna dal suo vescovo. Anche da lassù la sua luce di grande anima  continuò a brillare, ispirando molti nell’indifferenza dei più. 
  Nella Chiesa non si è fatti santi se ci si ribella alla gerarchia. Dunque, il fatto che il Papa abbia attestato che Milani non era ribelle è un buon inizio.
 Ma è tanto grave ribellarsi?
 Oggi è la festa della Liberazione in cui si celebra la Resistenza storica al fascismo italiano e agli occupanti nazisti. Eventi che si produssero come fatti di massa tra il 1943 e il 1945. Anche prima vi furono resistenti, ma erano molto di meno. Gli italiani furono in massa fascisti, guidati a ciò dalla loro Chiesa. 
 Oggi chiamiamo partigiani  quei resistenti di allora, ma loro in genere si definivano ribelli. Qui sopra ho trascritto la Preghiera del ribelle  di uno di loro, il resistente cristiano Teresio Olivelli. Ho incollato anche la pagina di una pubblicazione promossa dall’Olivelli e dai suoi compagni di lotta, intitolata  Il ribelle. “Non lasciarci piegare … dà la forza della ribellione ... ascolta la preghiera di noi ribelli per amore”, così pregava Olivelli. Celebrando la Resistenza, noi celebriamo una ribellione. Da essa è sorta la nostra Repubblica democratica. La ribellione  non era solo rivolta, ma affermazione di principi umanitari che poi sono stati scritti nella nostra Costituzione, come quello che il lavoro  è al centro del moto di liberazione  delle masse e quindi del nostro sistema politico e istituzionale. Celebrando la Resistenza storica, facciamo anche autocritica perché per gli italiani il fascismo è sempre stato, ed è ancora, una forte tentazione. Il Papato romano non ne è mai stato capace, anche se, oggettivamente, essendosi storicamente federato con il regime fascista ed avendo recepito parti importanti della sua ideologia, doveva considerarsi tra gli sconfitti della guerra di resistenza. Il culmine di questo processo si raggiunse con Achille Ratti e con la sua enciclica Il quarantennale, del 1931, in occasione dell’anniversario dei quarant’anni dal primo documento della moderna dottrina sociale, l’enciclica Le novità, del 1891. In essa troviamo l’apprezzamento dell’ordinamento corporativo fascista in particolare per “la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti”. 
  C’è un’evidente continuità tra la politica dei clerico-fascisti degli anni Trenta e la persecuzione di Milani trent’anni dopo. Ma nemmeno un Papa, giuridicamente al vertice di tutto, riesce a concedersi un’autocritica in merito. Egli, al tempo della repressione contro Milani, era trentenne e gesuita: ha quindi l’età per farla e i gesuiti dell'epoca furono tra i più duri e implacabili critici del Milani. 
  La persecuzione contro Milani fu uno spreco umano e religioso enorme, del resto nella linea di tanti altri casi come il suo prima di lui. Dobbiamo seguirlo nella sua mansuetudine verso coloro che uno come Aldo Capitini, anche lui grande anima, chiamava, ribellandosi, gerarchi religiosi? Se si fosse ribellato, non gli sarebbe più stato consentito di fare il prete e quindi avrebbe perso i suoi ragazzi. Sarebbe stato un insegnante senza più scolari. Nessuna grande anima  deve essere più posta in questo dilemma. Penso che occorra avere la forza di ribellarsi  a cose come queste. 
“L’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni” scrisse però Milani ai suoi giudici:
  A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito.   
  L'umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c'è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell'umanità la chiama legge di Dio, l'altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell'una né nell'altra non sono che un'infima minoranza malata. Sono i cultori dell'obbedienza cieca.
  Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li avrà comandati.
  E invece bisogna dir loro che Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima, che vede ogni notte donne e bambini che bruciano e si fondono come candele, rifiuta di prender tranquillanti, non vuol dormire, non vuol dimenticare quello che ha fatto quand'era «un bravo ragazzo, un soldato disciplinato» (secondo la definizione dei suoi superiori) «un povero imbecille irresponsabile» (secondo la definizione che dà lui di sé ora).
(carteggio di Claude Eatherly e Günter Anders - Einaudi 1962).
  Ho poi studiato a teologia morale un vecchio principio di diritto romano che anche voi accettate. Il principio della responsabilità in solido. Il popolo lo conosce sotto forma di proverbio: «Tant'è ladro chi ruba che chi para il sacco».
  Quando si tratta di due persone che compiono un delitto insieme, per esempio il mandante e il sicario, voi gli date un ergastolo per uno e tutti capiscono che la responsabilità non si divide per due.
  Un delitto come quello di Hiroshima ha richiesto qualche migliaio di corresponsabili diretti: politici, scienziati, tecnici, operai, aviatori.
  Ognuno di essi ha tacitato la propria coscienza fingendo a se stesso che quella cifra andasse a denominatore. Un rimorso ridotto a millesimi non toglie il sonno all'uomo d'oggi.
  E così siamo giunti a quest'assurdo che l'uomo delle caverne se dava una randellata sapeva di far male e si pentiva. L'aviere dell'era atomica riempie il serbatoio dell'apparecchio che poco dopo disintegrerà 200.000 giapponesi e non si pente.
  A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.
  C'è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole.
  Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto.
  A questo patto l'umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.
   Si fa un esame di coscienza e ci si avvede del tanto conformismo che impronta le nostre vite. Quante cose sarebbero potute andare diversamente se ci fossimo veramente ribellati, non solo a parole. E invece per quieto vivere spesso ci si fa da parte. Così, grandi anime  come il Milani finiscono emarginate. Che sarebbe stato se si fosse insorti in massa, in religione, per il trattamento che gli fu riservato? “Dacci la forza della ribellione!”, bisognerebbe pregare in certi casi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
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Ode a Kesserling

LO AVRAI CAMERATA KESSELRING
IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI ITALIANI
MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRÀ A DECIDERLO TOCCA A NOI
NON COI SASSI AFFUMICATI
DEI BORGHI INERMI STRAZIATI DAL TUO STERMINIO
NON COLLA TERRA DEI CIMITERI
DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI
RIPOSANO IN SERENITÀ
NON COLLA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE
CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO
NON COLLA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI
CHE TI VIDE FUGGIRE
MA SOLTANTO COL SILENZIO DEI TORTURATI
PIÚ DURO D'OGNI MACIGNO
SOLTANTO CON LA ROCCIA DI QUESTO PATTO
GIURATO FRA UOMINI LIBERI
CHE VOLONTARI S'ADUNARONO
PER DIGNITÀ NON PER ODIO
DECISI A RISCATTARE
LA VERGOGNA E IL TERRORE DEL MONDO
SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE
AI NOSTRI POSTI CI TROVERAI
MORTI E VIVI COLLO STESSO IMPEGNO
POPOLO SERRATO INTORNO AL MONUMENTO
CHE SI CHIAMA
ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Piero Calamandrei (Firenze 1889 - 1956)

Nota dal sito Web:
http://www.santannadistazzema.org/sezioni/la%20memoria/pagine.asp?idn=1380


Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring (1885-1960), comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli. un monumento in suo onore. A tale impudente ed offensiva affermazione rispose Piero Calamandrei (1889-1956), giurista, docente universitario e Padre Costituzionalista, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide "ad ignominia", collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista. 


lunedì 24 aprile 2017

Riflettere per approfondire la fede. Note per giovani divenuti anziani. Ripropongo i miei appunti da una meditazione tenuta il 9-2-13 presso un'Università pontificia ad un gruppo di vecchi membri di un gruppo giovanile della parrocchia di San Saba all'Aventino degli anni 1982/1986 dal sacerdote che li seguiva.

Riflettere per approfondire la fede. Note per giovani divenuti anziani
Ripropongo i miei appunti da una meditazione tenuta il 9-2-13 presso un'Università pontificia ad un gruppo di vecchi membri di un gruppo giovanile della parrocchia di San Saba all'Aventino degli anni 1982/1986 dal sacerdote che li seguiva.





  L'Anno della fede è un'occasione propizia per riflettere, approfondire  e pregare, allo scopo di maturare un rapporto personale migliore con il Signore.
 Il provvedimento motu proprio  "Porta Fidei" ("La porta della fede") con cui è stato indetto l'Anno della Fede, nel 50 anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano 2°, ha ricordato che il concilio ha marcato profondamente la storia recente della Chiesa. Molte cose sono cambiate da quando, ancora sotto il papa Pio 12°, la Chiesa era concepita come esercito schierato. Sono state attuate nuove forme di relazioni tra Chiesa e stati e un modo diverso di essere Chiesa. Sotto questo profilo il Concilio Vaticano 2° è uno spartiacque.
 In particolare è mutata la concezione del rapporto tra Chiesa e mondo, che prima era stata segnata da una forte corrente negativa. La Chiesa vedeva sé stessa come un fortino impegnato nella difesa da ciò che proveniva dall'esterno. Dopo il Concilio Vaticano 2° si è cercato di andare oltre le logiche del sospetto, quindi di capire ciò che si muoveva nel mondo. Si è compreso che non era solo colpa del mondo se c'erano cattive relazioni con la Chiesa.  Causa dell'ateismo non era solo un pensiero contro la trascendenza. C'erano stati anche annunci e forme storiche non coerenti con i principi, che avevano creato un'immagine falsata della Chiesa e della fede. Si era presentata una realtà di fede diversa da quella autentica. E' un problema che c'è ancora. Molte delle polemiche antireligiose erano dirette contro questa immagine falsa della fede. Così, a volte in non credenti polemizzano con una fede diversa da quella dei credenti.  Storicamente anche i credenti hanno contribuito all'equivoco.
 Spesso ad esempio si è polemizzato contro una concezione protestante della fede, quella ad esempio dei filosofi Hegel e Kant. in questa visione la fede viene presentata come unica interpretazione della realtà, ciò da cui poi deriva un contrasto tra fede e ragione che è originario e irrisolvibile.
 Ma il problema si era già presentato nel confronto tra le filosofie di Giovanni Duns Scoto (1266-1308) e quella di Guglielmo di Occam (1280-1349). In Duns Scoto c'è un divorzio fra fede e ragione, per salvaguardare la libertà di Dio e cosicché  il male e il bene dipendono dal suo arbitrio.  Viene quindi scisso il legame che S. Tommaso aveva instaurato tra fede e ragione, per cui il bene corrispondeva a una struttura della realtà e della creatura. La concezione del dio-despota (in cui per fede si accetta tutto e il contrario di tutto) genera concorrenza con la creatura e ribellione, l'idea di una struttura della realtà che sia slegata dalla volontà dispotica di Dio.
 Un esempio pratico dei problemi causati dalle varie concezioni di fede si ebbe nella controversia tra immaculisti  (che ritenevano che Maria, madre di Gesù, fosse stata concepita senza peccato, quindi distinguendola dagli altri esseri umani) e maculisti (che erano dell'opposta opinione, ritenendo l'universalità della grazia). Pio 9°, nel 1854, risolse la questione proclamando il dogma dell'Immacolata Concezione, però legando la condizione della Madonna ai meriti di Cristo.
 A volte bisogna rivedere i nostri modi di comprensione della fede.
 Secondo l'insegnamento del papa Benedetto 16°, mediante la ragione la religione può riconoscere la propria identità attraverso la lettura della struttura della realtà. Nel libro Ragione e fede in dialogo (2005), che riporta conversazioni tra Benedetto 16° e il filosofo Jurgen Habermas, è scritto che una religione che va contro la ragione non è una religione vera, non ha una comprensione autentica della realtà e di Dio. Occorre ricomporre la frattura tra fede e ragione. Non costruendo una religione a misura della ragione (come nel pensiero del filosofo Immanuel Kant (1724-1804), ma ponendo l'una accanto all'altra, non l'una contro l'altra. La fede indica prospettive che la ragione non coglie. Ma se la fede va contro la ragione deve interrogarsi.
 La fede non è più un presupposto ovvio del vivere comune (è scritto in Porta Fidei). Non c'è più un tessuto culturale unitario. La fede va quindi in crisi.
 Nel Vangelo ricorre spesso il tema della fede (ad esempio in Mc 4, 39-41: "Perché avete tanta paura? Non avete ancora fede?". Ma che cos'è la fede?
 La fede non significa mettersi sotto scacco, deve essere invece un atto libero e responsabile (così proclamato durante il Concilio Vaticano 1°). La risposta dell'essere umano al Dio che si rivela ha senso all'interno di un rapporto. Il pensiero insegna ad essere responsabili; perché, allora, si deve avere paura del pensiero? E' giusto concepire la relazione tra Dio e l'essere umano come quella tra padrone e schiavo? Ci sono sempre più piani di comprensione della realtà, che, anche per il credente, richiedono una riflessione non superficiale. Ad esempio nel cartiglio Rex Judeorum (il re dei Giudei) fatto affiggere da Pilato sulla Croce di Cristo con intenzione di irridere il condannato si è giunti a vedere, ad un livello più profondo, la vera realtà di Gesù, manifestata inconsapevolmente dal procuratore romano.
 Nella cultura moderna l'ermeneutica (lo studio dell'interpretazione) è una grande scienza. La verità necessita di una lettura, di un interprete, anche in materia di fede. In particolare Gesù è una persona che deve essere conosciuta nella sua complessità.
 E' sempre attuale la distinzione di S.Agostino (354-430) tra fides qua (le motivazioni della fede) e fides quae creditur (i contenuti della fede). La fede è un atto umano, presenta aspetti e motivazioni personali, ma ha anche dei contenuti condivisi. La realtà personale, la vita di ciascuno di noi, non è senza significato per la fede: è un criterio di interpretazione della fede. In teologia si riassume questo dicendo che si crede deo (a Dio: aspetto personale della fede) deum (i contenuti della fede) in deo (verso Dio: la fede è un itinerario personale, per cui credendo ci si mette in viaggio). Nella fede c'è una  risposta ad attese personali che produce una ricerca. Ma ogni traguardo raggiunto non esaurisce la ricerca, non è esaustivo; consente invece di contemplare orizzonti più vasti (questo aspetto è trattato nelle Confessioni di S. Agostino). L'essere umano ha una originaria percezione della propria grandezza e per questo è sempre alla ricerca, finché non riposi in Dio.  Il teologo Karl Rahner (1904-1984) ha parlato di uditore alla parola, per dire che l'essere umano è per natura capace di Dio, se Dio gli giunge.
 Nel libro L'ombra di Pietro, il teologo Pierangelo Sequeri ha trattato del tema della qualità e diversità della fede cristiana rispetto ad altre concezioni religiose. La fede cristiana va molto oltre ogni fantasia e suscita legami. Non bisogna sottrarsi al confronto con i dogmi della fede, ma approfondire l'aspetto della motivazione personale della fede, per capire se il nostro è un credere in cammino o una stasi.
 Non basta credere, come a volte si sostiene, quindi aderire a dei contenuti di fede.  I cristiani si sono combattuti per secoli in nome di Dio. Ecco la necessità di una riflessione ulteriore, di una più forte motivazione personale.
 Nel mistero del Natale la fede coglie nella semplicità tutta l'immaginazione su Dio. Parlando di fede, il cristiano non indica il cielo, ma un bambino; osa indicare la terra. Non indica verso l'alto o verso l'interiorità, ma verso il bambino di Maria. Il primo vagito del bambino Gesù è la prima definizione che Dio dà di sé.  Fatto uomo non è una metafora. Gli esseri  umani guardano Gesù agire, affezionarsi, interagire. Questo non cambia solo lo sguardo su Dio, ma anche quella su di noi stessi. Bisogna imparare alla scuola di Gesù ad entrare in relazione con gli esseri umani. Non si finisce mai di imparare, altrimenti si ricade nelle vecchie diatribe.
 San Paolo insegna che nello Spirito del Padre possiamo dire a Dio Abbà - Padre. Non siamo più schiavi. Non rallegra Dio vederci comportare come schiavi, abbattuti e prostrati al modo di schiavi. Anche nella religione dobbiamo sentirci impegnati a liberarci dello spirito di schiavitù. Da come si prega si capisce se uno si considera figlio  o schiavo. L'obbedienza cristiana è un compito impegnativo, significa non rassegnazione dell'anima. C'è un legame indissolubile tra fede in Dio e amore del prossimo ed esso deriva dal legame filiale con Dio, che ci porta ad agire per riscattare gli assoggettati alla schiavitù. La relazione di assoggettamento, ad esempio degli israeliti al Faraone egiziano, è diversa dal legame filiale cristiano a Dio insegnato da Gesù.
 Una forma di schiavitù è quella di chi viene illuso da concezioni di fede basate sulla semplice propaganda religiosa. La propaganda non fa pensare, illude e non di rado inganna.  Certe volte questa illusione consiste nel proporre forme di spiritualità più intensa, come se la normalità del Popolo di Dio apparisse inadeguata. Dobbiamo fare molta attenzione a questo aspetto e, soprattutto, evitare, nella nostra opera missionaria, di pescare di frodo tra la gente, manifestando di operare al servizio della Chiesa  e in realtà essendo al servizio di una nostra particolare concezione. La fede  si serve, non ci si serve di essa.  Bisogna recuperare uno spirito di servizio comunitario, di koinonìa anche nel lavoro missionario. E bisogna sempre ricordare l'importanza che nell'atto di fede hanno la coscienza della persona e la riflessione sulle motivazioni personali del credere.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro Valli