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mercoledì 31 maggio 2017

Sperimentare soluzioni nuove: rivitalizzare i mondi vitali

Sperimentare soluzioni nuove: rivitalizzare i mondi vitali

Piazza Andrea Costa, a Cervia. Qui si svolse la Festa Nazionale dell'Amicizia, nel 1986. Mio zio Achille abitava all'ultimo piano del primo condominio che si vede sulla destra della foto, all'angolo della piazza



    Negli anni ’70, in Italia si visse un periodo di crisi sociale, politica e religiosa, ma non si era d’accordo nell’individuarne le cause e nel prevederne le prospettive. Si chiedeva consiglio ai sociologi, i profeti dei tempi moderni, e loro rispondevano. Mio zio Achille era uno di loro. C’era chi si aspettava molto dal nuovo capitalismo che cominciava ad essere osservato, quello che oggi domina il mondo; c’era invece chi confidava ancora di poter trasformare la nostra società secondo i principi del socialismo; c’era chi voleva innanzi tutto liberare le persone dalle costrizioni sociali: mio zio sviluppò una teoria che vedeva nella crisi dei mondi vitali, i luoghi sociali in cui si produce il senso personale e collettivo della vita, l’origine dei problemi. In questa visione la dimensione giusta per ripartire era a livello locale, di prossimità.
  Oggi tutti sono d’accordo sulle cause della crisi e sui suoi sviluppi. Si sa come andranno a finire le cose. Ci si divide tra chi ritiene questo processo ineluttabile, come lo sono i terremoti e le eruzioni vulcaniche, e pensa che non resti che cercare di adattarvicisi, e chi ancora vorrebbe reagire per cambiare il corso degli eventi. Alcuni, e tra essi gli autori dell’enciclica Laudato si’, pensano che sia in questione la sopravvivenza dell’umanità, che quindi, procedendo così come si sta facendo, si andrà a finire molto male; altri prevedono solo la fine di forme sociali che sembravano molto radicate e che invece si stanno rapidamente sfaldando. Le fini dei mondi sociali non sono mai indolori. Negli scorsi anni ’70 si era però ottimisti sulle prospettive: dalla fine del Settecento i cambiamenti sociali avevano prodotto, sia pure attraverso percorsi piuttosto travagliati e in particolare conflitti accesi, miglioramenti di massa, un aumento del benessere, almeno tra gli europei, quelli del nostro continente e quelli della colonizzazione delle altri parti del globo. Le previsioni di oggi non vanno in quel senso. In particolare, si è convinti che, se anche si sopravvivrà, ci sarà molta meno libertà. Si costruiranno ingranaggi sociali e  giuridici che incastreranno gli individui in ruoli molto definiti; le società saranno dominate da oligarchie molto ristrette, che accentreranno il controllo della gran parte delle ricchezze e che troveranno sempre minori limiti. Già oggi è sensibile questa nuova situazione. I sociologi osservano che il nostro profilo prevalente è quello di consumatori: le nostre scelte sono in gran parte orientate da tecnologie su base psicologica, da persuasori che ci fanno sentire a disagio, strani, se non seguiamo certe abitudini.
  La progressiva mancanza di libertà incide sulla tradizione religiosa e questo benché storicamente la religione sia apparsa spesso in antitesi con la libertà delle persone, come un sistema molto costrittivo di limiti sociali controllato da oligarchie gerarchiche con  molte pretese. La modernità  è stata quindi vista come un processo di liberazione  da questo giogo. In realtà la possiamo concepire come un processo di sostituzione  di un ordine con un altro, anch’esso molto pervasivo. Ma al fondo delle esigenze religiose c’è un’esigenza di libertà: si pensa infatti che ci sia una verità  sulle persone e la loro vita che rende liberi. Essa è stata all’origine di tutti i movimenti di riforma  religiosa. Ed anche all’origine delle democrazie contemporanee, che si basano sull’idea religiosa che si sia tutti creati  uguali. Essa risultava evidente ai rivoluzionari statunitense i quali nel 1776 proclamarono:
“Riteniamo verità evidenti che tutti gli esseri umani sono stati creati uguali, dotati dal loro Creatore di certi inalienabili Diritti, e tra questi quello alla Vita, alla Libertà e alla ricerca della Felicità”.
  Questi principi giustificavano, secondo loro, non solo la secessione  dalla monarchia europea di origine, ma anche una rivoluzione  sociale.
 Evidente  significa che non ha bisogno di essere provato. Quelle verità lo sono ancora? Fino agli  scorsi anni ’70 lo sembravano ancora. Ma la cultura sociale è molto cambiata. E certe convinzioni sono messe a dura prova della realtà contemporanea, in particolare dai rimescolamenti di popoli prodotti dalle migrazioni caratteristiche della globalizzazione, per cui dall’altra parte del mondo non ci vengono sono le merci di uso comune, ma anche altre vite umane. Una realtà che, alla fine del Settecento, quando iniziarono i processi democratici contemporanei, con difficoltà si poteva immaginare e prevedere in tutti i suoi sviluppi. I rivoluzionari statunitensi che ho ricordato non avevano difficoltà, ad esempio, ad importare e impiegare manodopera schiava nelle loro aziende agricole.
 In definitiva la nostra fede fa resistenza  agli sviluppi della globalizzazione che tutti più o meno prevedono. La prospettiva di un’umanità ridotta a un formicaio non soddisfa da un punto di vista religioso. Si pensava di farne un’unica famiglia.  Ecco quindi che nell’enciclica Laudato si’  troviamo espresse idee che hanno una portata rivoluzionaria rispetto alla mentalità corrente. Si va be’,  rivoluzione, ma chi la farà poi? Non si vede all’opera un agente rivoluzionario. Le nostre collettività, in genere, sono state dalla parte di chi dominava, hanno cercato accordi, accomodamenti, hanno sacralizzato  più o meno tutti i poteri che ambivano ad esserlo. Va a finire che anche adesso finirà così. Ma non sarà così semplice farlo. Perché si dovrebbe rinunciare a cose essenziali, ribaltare la dottrina. Ci si sta pensando? L’altro giorno, su Avvenire, è sorta una polemica sul personalismo, che  è la via alla democrazia e alla libertà originata nell’ambito della nostra fede e che gente della nostra fede ha inserito tra i principi fondamentali della Costituzione vigente: c’è chi vorrebbe abbandonarlo e chi invece replica che occorre praticarlo fino a tutte le sue conseguenze. Fa difficoltà attribuire i diritti delle persone proprio a tutti  gli esseri umani; non potendo negarglieli, perché questo modo di fare è ancora vissuto come sconveniente,  si pensa di abbandonare l’idea di persona  e il personalismo.
  Mio zio Achille, quando gli chiedevano che fare, dava ricette concrete. Suggeriva, ad esempio, di fare i congressi di partito e delle grandi associazioni in piccoli paesi, in modo da pervaderli totalmente  suscitando  o rafforzando realtà di mondo vitale. Nel 1986 la festa nazionale del partito cristiano, all’epoca ancora egemone, si tenne a Cervia, in Romagna, proprio nella piazza davanti casa sua. Oggi gli esperti che ci chiariscono con molta precisione le cause della crisi, al dunque non ci sono utili per definire vie di resistenza e di cambiamento. E’ il neocapitalismo all’origine di tutto, ma loro, in sostanza, ci dicono di insistere su quella strada, quella della competizione e dello sfruttamento. Alcuni pensano di reagire chiudendosi  in comunità corazzate: è questa la via che molto a lungo, fino all’ottobre del 2015, si è seguita in parrocchia. Ora la gente  è molto sospettosa, teme di venire catturata, ha ripreso a venire numerosa, ma, a qualsiasi proposta di impegno, risponde in genere come Trump al Papa durante la visita di qualche giorno fa, che ci penserà  tra qualche giorno. Rivitalizzare le realtà di mondo vitale del quartiere può essere una buona prospettiva. Se la gente ritrova il senso della vita si impegnerà nuovamente in un lavoro comune. Non va sottovalutato l’impatto che un quartiere può avere nella vita cittadina. Migliaia di persone sono una massa critica, vale a dire sufficiente per innescare una reazione sociale significativa, ad esempio a influenzare l’offerta di mercato, quindi l’economia locale, orientando i consumi. In definitiva si apre la prospettiva di una vita più bella. In particolare per i più giovani. Quando i genitori chiedono loro se vogliono proseguire sulla via della Cresima, spesso i bambini tentennano. Non sanno di che si privano. Del resto sono bambini. E  i genitori lo sanno?
  La prima cosa su cui riflettere, in un’ottica di rivitalizzazione di mondi vitali, è quella che viene definita giustizia partecipativa. E’ molto importante nei processi democratici. Chi si riconosce, oggi, in debito  di partecipazione? Eppure, a pensarci bene, è chiaro che siamo addirittura insolventi in questo campo. Ognuno se ne sta un po’ sulle sue. E’ il consumismo che ci spinge a questo. Un consumatore isolato è indifeso, malleabile: è questo l’ideale per i tecnologi persuasori. Non c’è critica sociale se si rimane isolati. E’ questo il limite gravissimo della democrazia digitale  che si vorrebbe sostituire a quella formale, basata sulla tradizione democratica. La sensazione di libertà che ciascuno ha digitando avanti al proprio pc è falsa. E’ solo incontrandosi  che ci si libera. Questa è appunto la via della religione. Ancora oggi, nel nostro quartiere, il suono della campane chiama alla vita comune.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


martedì 30 maggio 2017

Il contributo della religione ad una nuova democrazia globale

Il contributo della religione ad una nuova democrazia globale

  Pensare in termini di sopravvivenza dell’umanità è un’esigenza nuova e infatti riesce difficile ai grandi come ai piccoli. In religione si hanno le risorse per imparare a farlo. Ma solo da pochi decenni la teologia ha cominciato a ragionarci sopra e quindi questo suo lavoro, ancora troppo recente, non si è tradotto effettivamente in processi formativi delle masse dei fedeli. In passato si è in genere ragionato il termini di popoli di fedeli  contrapposti alle potenze  infedeli che si opponevano alla religione. Nelle guerre ci si sforzava di convincersi che il Cielo stesse dalla propria parte. La guerra, in definitiva, veniva considerata come un fatto umano insuperabile se non alla fine dei tempi, un flagello come gli eventi naturali avversi, una catastrofe come un terremoto o un ciclone o un stagione di forte siccità. Nel mondo globalizzato di oggi si ricomincia a pensarla così, non si esclude la possibilità di conflitti anche di grande entità: è la cultura internazionale, quella praticata da chi domina il mondo, a spingere verso questo modo di ragionare. Sembra che la sopravvivenza dell’umanità non si più legata ad un ordine pacifico mondiale. Quello su cui tutti concordano è un ordine giuridico mondiale che consenta la massima libertà  ai capitali, sia di movimento che di sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Un pensiero che va in direzione contraria è quello espresso nell’enciclica Laudato si’, del 2015, nella quale sono sintetizzate le idee critiche sulla situazione globale.
  Di solito nei conflitti chi sta meglio in società ha più probabilità di scamparla. A rimetterci sono di solito le masse, e questo anche se sono spinte le une contro le altre con la prospettiva di rapinare le ricchezze altrui e di guadagnarci, come fecero i fascismi europei. Chi predicava, da noi, la guerra come igiene nel mondo,  non pensava a sé stesso come sporco da eliminare, ma alle masse, che trovava imbelli e troppo attaccate alle loro misere cose. E’ una situazione che fatalmente si ripropone tutte le volte che si ricomincia a pensare al conflitto come via di risoluzione delle controversie tra i popoli. La nostra Costituzione lo vieta, ma questo finora non ha costituito un serio problema, quando i capi politici hanno deciso che era il momento di fare di nuovo guerra. L’Italia è infatti impegnata su diversi fronti di guerra. Nella Costituzione c’è anche il collegamento tra lavoro e democrazia e il divieto di umiliare il lavoro, lo ha ricordato il Papa l’altro giorno a Genova. “E’ anticostituzionale”, ha detto. E’ così: un ordine che umilia il lavoro va contro  la Costituzione vigente in Italia, è quindi eversivo. E’ significativo che sia rimasto quasi solo un Papa a proclamarlo alle masse, e per di più un Papa americano, venuto veramente da un altro mondo. Da noi con molta disinvoltura si passa sopra alla volontà delle masse, anche quando si è espressa formalmente, ad esempio con la richiesta di referendum sui tagliandi-lavoro, quella forma di retribuzione veramente poco impegnativa per chi utilizza il lavoro, senza ferie, senza sicurezza nella malattia e in gravidanza, senza limiti d’orario di lavoro, senza garanzie di qualifica, insomma senza vera responsabilità  sociale. Si era chiesto un referendum sulla legge che li prevedeva. Si sono raccolte le firme sufficienti perché fosse indetto. Allora si è cambiata la legge e si sono aboliti i tagliandi-lavoro. Il referendum, così, non si farà più. Ma dopo poco tempo, mesi addirittura, li si vuole reintrodurre con un'altra legge. Così per ottenere che la questione venga sottoposta al voto popolare bisognerebbe raccogliere le firme non una, ma due volte. 
  Si parla di queste cose e si viene presi per agitatori sociali. Ma in effetti è proprio questo che occorre diventare. Il quieto vivere non ripara le masse nei conflitti. Se non si agitano soccomberanno, avranno la peggio. E’ sempre andata così. Nei conflitti vengono strumentalizzate, ideologizzandole, perché le guerre devono pur essere combattute da qualcuno, qualcuno deve rischiare la pelle e tutto ciò che ha e che è,  ma di solito le combatte veramente chi ha solo da rimetterci, comunque vadano le cose. La storia ce lo insegna. Così la Festa della Repubblica, che si celebra il 2 Giugno, non dovrebbe essere centrata su una parata militare. Si celebra la scelta del popolo italiano, il 2 giugno 1946, di essere una repubblica, da regno che era. Questa scelta fu possibile solo con il ritorno della pace, che era avvenuto circa un anno prima. Fu allora che, finalmente, il popolo fu ascoltato. Si era conquistato il diritto ad esserlo, cambiando profondamente, in un processo che era stato propriamente una conversione di massa. Non era scontato che ci si riuscisse dopo decenni di indottrinamento in senso contrario. In Germania, ad esempio, il processo fu molto più lento. In Italia, però, c’erano le premesse per riuscirci più rapidamente. Non fu un caso che dal 1946 al 1994 la politica italiana sia stata dominata da un partito cristiano, ispirato alla dottrina sociale.
  Di solito la democrazia viene inquadrata in un orizzonte di tipo nazionalista: da noi quello, richiamato nell’inno nazionale, dei fratelli d’Italia. E’ già molto, naturalmente, in una nazione che a lungo fu divisa in tanti staterelli e che solo di recente ha conquistato una lingua comune. Si capì che divisi  si contava di meno in campo internazionale. Ma ora questo non basta più. Si deve ragionare su scala globale e in questo si è favoriti dal fatto che i costumi dell’umanità si sono molto ravvicinati negli ultimi cinquant’anni. Viaggiamo di più, sappiamo di più. Il problema è quello di incontrarsi  veramente per suscitare un movimento mondiale che potremmo definire della pace  e del lavoro. Una potenza così c’è già ed è appunto, attualmente, la nostra Chiesa. Nella quale tuttavia le dinamiche democratiche sono solo allo stato embrionale. C’è molto da fare. E si può cominciare da realtà locali, come quella della parrocchia.
  Fare tirocinio di democrazia globale  richiede una visione religiosa, che consenta di pensare in grande. Essa permette di porsi dal punto di vista del Cielo. Ma richiede anche la pratica dei valori democratici, prima ancora che dei metodi  democratici. In parrocchia sembra che  la gente conti poco, che ci sia o non ci sia in fondo non è così importante, le cose vanno avanti lo stesso, e infatti partecipa poco. Viene più che altro da spettatrice. Invece la democrazia esige quel tipo di giustizia che viene definita giustizia partecipativa: occorre fare qualcosa, impegnarsi, contribuire al lavoro collettivo, non si tratta solo di alzare la mano o di infilare una scheda in una scatola per votare. E’ partecipando  che si conquista il diritto ad essere considerati, a contare veramente. In una dinamica così, l’autorità del parroco virerà progressivamente, di fatto, da quella di un funzionario locale di un principato religioso a quella di un presidente di assemblea. A partire dal tirocinio locale di democrazia globale le cose possono cambiare.  E’ da realtà così che sono emersi molti dei capi politici democratici di oggi in Europa occidentale. Non è come negli Stati Uniti d’America, in cui  di solito  si riesce a salire al vertice solo se si è molto ricchi e, in genere, da diverse generazioni. Si tratta di riprendere quel lavoro di formazione che in una realtà come l’Azione Cattolica si è sempre fatto, dalla sua fondazione, ripensandolo, tuttavia, per la realtà globalizzata di oggi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

lunedì 29 maggio 2017

Educare alla democrazia globale

Educare alla democrazia globale


  Il mondo è diventato interconnesso su scala globale. Che significa?
  Ieri sono stato al grande magazzino che c’è vicino casa mia è ho comprato: un cappello, due cravatte, una cintura. Ho guardato le etichette: tutti sono stati fatti in Cina, dall’altra parte della Terra. E così è per la gran parte degli abiti che indossiamo e degli oggetti di uso quotidiano. Ma anche di ciò che mangiamo. E’ una situazione che ci conviene, come consumatori, perché i prodotti hanno prezzi bassi, alla portata delle masse, in Europa. Li hanno perché i lavoratori, nei posti dove vengono prodotti, vengono pagati meno che da noi. Ma anche perché da quelle parti è arrivata l’automazione e il lavoro produce di più. E’ un fenomeno che è iniziato più o  meno negli anni ’80 del secolo scorso. All’inizio era le imprese occidentali che organizzavano stabilimenti dove il lavoro veniva pagato di meno, per aumentare i propri profitti. Ora, però, comincia ad essere diverso. Anche lì dove si andava a produrre perché il lavoro costava meno si stanno organizzando grandi imprese locali che si stanno rendendo autonome dagli occidentali: anche se questi ultimi riportassero in Occidente le produzioni, la situazione, quindi, non cambierebbe; fallirebbero presto sotto la concorrenza dell’estero, a meno che anche da noi il lavoro iniziasse a costare molto meno o i processi di automazione progredissero molto di più. Quello che sembra incomprimibile è il profitto, l’utile netto che viene a chi possiede le imprese, detratti  costi di produzione. Ma anche se le imprese che producono le merci di uso quotidiano decidessero di accettare di ridurne l’entità, non potrebbero farlo, perché le imprese di produzione sono sempre in debito verso che presta  loro il denaro per produrre. Quando vanno in crisi e falliscono il loro tesoro ha già da tempo preso il volo, sotto forma di restituzione di prestiti. Quando i lavoratori reagiscono occupando le fabbriche scoprono che sono sono di proprietà dei datori di lavoro, erano tutte  in prestito.  Non ci sono norme che consenta di coinvolgere la responsabilità di chi ci ha tanto guadagnato, finché le cose andavano bene. La legge stabilisce una limitazione di responsabilità. Chi controlla l'economia opera in gran parte in regime di limitazione di responsabilità. Ad occuparsi delle macerie sociali che lascia sono le istituzioni pubbliche, alle quali però, per varie ragioni, mancano le risorse per farlo.
 Il denaro è una merce come le altre. Chi commercia il denaro controlla l’economia. Non produce, non ha nazionalità, né stabilimenti: il denaro, nel mondo di oggi, può viaggiare velocemente e rapidamente, sulle reti telematiche che avvolgono il globo. E’ al sicuro dalle crisi economiche appunto perché può spostarsi in quel modo ed è diventato un bene immateriale, essenzialmente un fatto contabile. Tutto questo è consentito da una fitta rete di accordi internazionali, da una realtà giuridica a livello mondiale che non era pensabile fino agli anni ’80, con il mondo diviso in due blocchi contrapposti, con sistemi giuridici profondamente diversi. Non ci sono strumenti giuridici per collegare i grandi profitti che, anche in tempi di crisi, derivano dal commercio del denaro a responsabilità sociali quando le cose agli altri vanno male. Il capitale, il denaro impiegato in attività d'impresa, si può sganciare  molto rapidamente da qualsiasi crisi: tutto coopera a questo, il diritto e la tecnologia. 
  E’ appunto negli anni ’80 che tutto è cambiato, perché, in definitiva, si è scelto di produrre e commerciare secondo le stesse norme giuridiche, che consentono al capitale quella grande libertà. L’effetto sociale, a livello globale, è che chi è coinvolto in vari modi nel commercio del denaro, come proprietario di denaro o come collaboratori dei proprietari di denaro, come i dirigenti d’impresa, gli avvocati, i commercialisti, i proprietari di brevetti industriali per le nuove invenzioni che servono nella produzione e che danno diritto a compensi se sfruttate, è emerso, sta molto meglio di tutti gli altri, mentre i lavoratori, a livello mondiale, si stanno allineando su livelli di reddito più bassi, molto più bassi. Per gli occidentali questo ha significato una riduzione dei redditi. In Oriente e in altre parti del mondo è stato diverso, perché, rispetto alla situazione di prima, i redditi sono aumentati. I consumatori sono in maggior parte lavoratori. Per loro, come consumatori va ancora bene, perché le merci costano poco. Per farle costare poco bisogna pagare meno i lavoratori, i quali, quindi, progressivamente hanno meno denaro da impiegare nei consumi. Per favorire i consumi si riducono le retribuzione dei lavoratori, o si cerca di produrre dove le retribuzioni sono più basse o si riducono i lavoratori impiegando l’automazione. A livello mondiale, le norme che consentono al sistema di funzionare, non pongono limiti. La solidarietà funziona, e sempre meno, solo all’interno  di ogni singola nazione, o, al più, all’interno  di ogni singola federazione di nazione.  Tutto ciò è all’origine dei problemi sociali che affrontiamo oggi.
  Se un problema è di dimensioni globali, può essere affrontato a livello locale? Evidentemente no. Eppure spesso è questa la soluzione che viene proposta dalle politiche nazionali e non solo in Italia. E’  in questione la giustizia sociale. Ma lo è su dimensione globale  e non ci sono soluzioni valide che non comprendano anche di farsi carico di genti lontane, dove si producono le cose di nostro uso quotidiano. Ecco perché oggi la sfida è quella di creare una democrazia globale per ottenere che nei fatti dell’economia si tenga conto anche della maggioranza della gente che produce e consuma e non solo della piccola minoranza della finanza che controlla il mercato del denaro. L’impegno è questo, per ciascuno di noi, perché la democrazia è basata su ciascuno di noi: bisogna convincersi innanzi tutto  che di questa situazione siamo tutti  responsabili, in quanto in qualche modo complici di chi l'ha determinata, e che, insieme, si può cercare di cambiarla. Non è infatti un evento della natura, come i temporali e i terremoti, o un prodotto di volontà soprannaturale, ma solo una costruzione umana. E' stata fatta e la si può cambiare.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

domenica 28 maggio 2017

La salvezza dell’umanità come problema religioso e politico

La salvezza dell’umanità come problema religioso e politico


  La salvezza dell’umanità in questo mondo non è stata sempre un problema religioso: lo è diventata, anzi, molto di recente. Da quando si è cominciato a ragionare in grande. Si è iniziato a farlo da metà Ottocento, ma è dalla metà dello scorso secolo che si è cominciato progressivamente a capire che l'intera  umanità era minacciata di annientamento. Quindi è molto importante conoscere la storia degli ultimi due secoli. Sono quelli in cui tante prospettive religiose sono cambiate, appunto perché si  è cominciato a pensare in grande, oggi si dice su scala globale, tenendo conto, appunto, di tutta  l’umanità. Questo pone un problema che riguarda la teologia dei secoli precedenti, la quale si è sviluppata in una prospettiva diversa. Le questioni che trattava non erano quelle che sono oggi al centro della nostra attenzione. Con la teologia è in questione anche l’intera formazione religiosa, che consente di tramandare una tradizione di generazione in generazione.
  A lungo, molto a lungo, le questioni di salvezza  erano trattate a partire dall’anima. La morte è un fatto umano ineludibile, lo tocchiamo con mano, letteralmente. In religione si è convinti che l’essenziale di noi sopravviva, che si vada incontro a un giudizio dopo la morte, e che alla fine dei tempi tutto ciò che siamo risorga, anima e corpo, per il premio eterno o la dannazione eterna. Quali saranno i criteri del giudizio? Si sarà giudicati da come ci si è comportati nella vita fisica, terrena. La vita religiosa dovrebbe essere quella che porta al premio eterno. Questo è stato, dalle origini e praticamente fino all’altro ieri della storia, il principale problema della religione. Il miglioramento della società veniva considerato in questa prospettiva, che, per la verità, è ancora quella di molti, specialmente dei più anziani, perché la formazione personale puntava a quello, e allora aveva molto importanza, ad esempio, la devozione personale. La persona pia si sforza di essere buona e questo impegno, se si diffonde in una società, la migliora. C’era ad esempio, e c’è ancora naturalmente, la questione della penitenza, quella mortificazione che ci si impone perché si sa di aver agito male, per correggersi ma anche per dimostrare concretamente di volerlo fare, e quindi poi per non essere esclusi dalla salvezza eterna. Ma la salvezza dell’anima, nell'aldilà,   non è la stessa cosa della salvezza dell’umanità qui in questo mondo, che significa creare, oggi, durante questa vita, società migliori, non solo persone pie, e ciò per diminuire la sofferenza e fare di tutta l’umanità una sola famiglia (così si espressero i saggi dell’ultimo Concilio). Se si prende questa via, se ci si propone questo tipo di salvezza, allora si pongono questioni specificamente politiche, perché la politica è l’azione collettiva per organizzare le società. In religione si è sempre fatta politica, anche molto prima che la nostra fede divenisse anche ideologia politica dell'impero mediterraneo in cui si diffuse, dal Quarto secolo della nostra era. Non sarebbe potuta diventarlo se non si fosse ragionato di politica già prima. Del resto la condanna del Maestro fu motivata come punizione di un crimine politico: l’aver voluto farsi re. Questo anche se egli non fu certamente un capo politico. La politica venne dopo, quando si trattò di dare un’organizzazione a collettività sempre più vaste. Ma troviamo traccia di questo pensiero politico già negli scritti sacri nella nostra fede, in particolare nell’ultimo libro che li compone, dove, dopo la prefigurazione di una serie di immani tragedie della storia umana, in cui si criticano aspramente le prassi politiche del dominio romano, c’è la visione di una nuova città  che scende dall’alto, perché tutto quello che c’era prima non c’è più, e allora sarà asciugata ogni lacrima. La politica è parte importante del pensiero del teologo e vescovo nord-africano Agostino d’Ippona, vissuto tra Quarto e il Quinto secolo della nostra era: ne trattò in un libro intitolato La Città di Dio, nel quale si contrappongono due concezioni della politica viste come in conflitto insanabile.
  Presto le nostre organizzazioni religiose si diedero struttura politica e iniziarono a fare  politica trattando con i sovrani civili. Più o meno dall’Ottavo secolo il vertice religioso ebbe un piccolo regno nell’Italia centrale e fu anche  un sovrano civile. Si ritenne che questo fosse indispensabile per trattare da pari con gli altri sovrani. Due secoli dopo quel vertice volle farsi impero e quindi  dominare  tutti gli altri sovrani, dettare loro legge da un trono religioso. La giustificazione di questo potere rivendicato come supremo, e talvolta anche riconosciuto effettivamente come tale, era che consentiva di ammaestrare le genti, per farne collettività devote e in tal modo per condurle alla vita eterna. La salvezza terrena  dell’umanità era fuori del campo d’azione praticato: per questo non si mise in questione che potessero esserci guerre, anche molte sanguinose, alcune delle quali promosse direttamente o comunque assentite dai capi religiosi. Né, in genere, costituì un problema religioso il genocidio degli amerindi, delle popolazioni di antica origine asiatica che i colonizzatori europei trovarono scoprendo  le Americhe, attuato da potenze europee sacralizzate  secondo la nostra religione. Né, più vicino a noi e a riguardo della politica italiana, lo costituirono le sanguinose guerre coloniali attuate dal Regno d’Italia in Eritrea ed Etiopia, abitate da genti della nostra fede benché di altra confessione, e in Libia. In Etiopia ci fu un fatto di sterminio di religiosi, come vendetta militare. Si consideravano tutti questi eventi come fatti umani fisiologici  dal punto di vista sociale e, in definitiva, insuperabili, se non alla fine dei tempi. L’importante è che ai morituri e morenti fosse aperta la via per la vita eterna, attraverso l’ammaestramento religioso. A tal fine occorreva garantire immunità al clero, ai religiosi (gli appartenenti a congregazioni di frati, e suore, monaci e monache) e ai loro beni. Raggiunta questa, in particolare mediante concordati  e altri accordi, conclusi e formalizzati al modo di quelli che si concludevano tra potenze civili, non si considerava che occorresse fare molto altro, dal punto di vista politico, e, anzi, si accordava di buon grado la sacralizzazione  al potere civile con cui ci si era, sostanzialmente, federati. L’essere anche  un potere civile al modo di uno stato, più che la sua maestà  religiosa, sottraeva il papato al dominio degli altri sovrani civili. Il papato fu concepito molto presto come un potere assoluto e questo lo espose al degrado etico a cui sono soggetti i poteri politici senza limiti. Questo fu particolarmente sensibile intorno all’anno Mille, ma la situazione non migliorò sostanzialmente fino al Cinquecento, secolo in cui, stimolati dalla Riforma luterana, si diede un migliore  profilo etico ai poteri ecclesiastici. Fino a quell’epoca, come per le dinastie politiche sacralizzate  non si esigeva che i regnanti fossero personalmente  e  in tutto rispettosi dei precetti religiosi, si adottarono gli stessi criteri per determinare la coerenza morale dei poteri religiosi, che si fecero lecito una parte di ciò che vietavano ai fedeli comuni e che rientrava nelle abitudini correnti dei regnanti. Quindi, a lungo non ci furono molte differenze tra un principe civile e uno religioso, in particolare nel modo in cui si relazionavano con i loro sudditi. L’attuazione della  giustizia sociale come oggi la intendiamo non era considerata indispensabile per i regnanti, i quali se ne occupavano molto poco.
  La situazione iniziò a mutare con l’emergere dei processi democratici di massa, nell’Ottocento e in Europa e nelle parti del mondo colonizzate dagli europei. Inizialmente fu in questione la libertà, che presto in teologia si diffamò come arbitrio, licenza immorale e  insubordinazione. Poi, con lo strutturarsi di movimenti di massa, in particolare di quelli socialisti, cominciò ad essere rivendicata la giustizia sociale, sulla base di eguaglianza in dignità  e di  solidarietà civile. Tutti i poteri assoluti furono minacciati e dovettero venire a patti politici, fondamentalmente ponendo dei limiti al proprio potere, in particolare concedendo statuti. Il papato non vi fu costretto perché, nel processo di unificazione nazionale, nel 1870 perse il suo piccolo regno italiano, rimanendo solo una potenza religiosa. Si sentì menomato. Reagì politicamente cercando di suscitare un movimento di massa ostile ai movimenti liberali e nazionalisti che dominavano la politica dell’invasore, del Regno d’Italia, e che lo avevano spinto contro il piccolo regno del papato. Utilizzò ciò che c’era già, vale a dire il vasto e multiforme mondo dell’associazionismo solidale che si era formato in Italia su ispirazione religiosa, animato dal clero di base, e i ceti colti che avevano suscitato. dal Settecento, la polemica religiosa contro l’Illuminismo. Volle animare  il popolo minuto, in particolare quello del mondo contadino, ritenuto ancora fedele al suo potere, a differenza della borghesia liberale. Per farlo costruì una dottrina di giustizia sociale, quella che viene definita dottrina sociale, che è parte del magistero, quindi della teologia  insegnata d’autorità dal papato. Questo generò un pensiero sociale  e correnti democratiche: si pensava anche a una democrazia  animata  dai valori sociali della fede. A cavallo tra Ottocento e Novecento si venne a una resa dei conti tra esse e quelle, dette intransigenti (verso lo stato liberale), che ponevano al centro di tutto i diritti politici violati del papato e i suoi interessi patrimoniali colpiti pesantemente dalla prima legislazione del Regno d’Italia (il clero e gli ordini religiosi erano, e sono, tra i maggiori proprietari immobiliari). Intervenne il papato d’autorità, tra il 1902 e il 1906, scomunicando, nel vero senso della parola, le correnti democratico cristiane,  e costruendo l’Azione Cattolica, come movimento di indottrinamento di massa secondo la dottrina sociale. Questa organizzazione ebbe uno straordinario successo popolare, in particolare fra le donne. Fu la maggiore scuola di politica di massa fino agli scorsi anni ’70. Era organicamente collegata alla gerarchia del clero, che ne nominava i capi. Quando il papato romano si compromise con il regime fascista, nel 1929, risolvendo la questione romana con i Patti Lateranensi, ritornando sovrano politico nel quartiere romano di Borgo e ricevendo ingenti indennizzi patrimoniali, fu spinta a fascistizzarsi politicamente, ma le sue organizzazioni intellettuali, FUCI (gli universitari) e Movimento Laureati Cattolici, resistettero, svilupparono un pensiero politico sociale autonomo sulle suggestioni del personalismo francese dei filosofi Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier e formarono la classe politica che, dopo aver partecipato alla guerra di Resistenza contro il regime fascista e l’occupante tedesco combattuta tra il 1943 e il 1945, dominò poi la politica democratica italiana fino al 1994, sostenuta dalle masse di Azione Cattolica.
  A partire dalla Prima Guerra Mondiale (1914-1918) nella dottrina sociale comparì il tema della pace.  Non si arrivò ancora a contestare il diritto dei poteri civili di fare guerra, ad esempio liberando i militari dall’obbligo di fedeltà ai governi che la proclamavano. Ma si iniziarono a qualificare come inutili  le stragi belliche. Inutili perché? Così furono definite da un papa verso la fine di quella guerra, nel 1917. Sembrava che le controversie potessero essere risolte con accordi:
“un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell'ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l'istituto dell'arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo e norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all'arbitro o di accettarne la decisione.[dalla lettera del papa Giacomo della Chiesa - Benedetto 15° ai capi delle nazioni belligeranti, del 1-8-1917].
 E, allora, perché la guerra?
  In primo piano, però, non apparivano le stragi, ma il disordine politico  conseguente ai conflitti. Per progredire nell’ideologia di pace occorse altro tempo e un’altra guerra mondiale.
  Dalla Prima Guerra Mondiale l’Europa uscì molto cambiata e in modo del tutto inaspettato per i  più. I movimenti  politici di massa emersero con particolare forza, perché le masse erano stato molto ideologizzate per spingerle verso il conflitto (è solo così che si convince la gente ad andare a farsi ammazzare): in diverse nazioni europee finirono nel dominio di organizzazioni fasciste e in Russia dei bolscevichi comunisti. Vent’anni dopo si combatté un’altra guerra mondiale, che viene considerata un po’ come una prosecuzione della prima. L’Europa orientale finì sotto il dominio dell’Unione Sovietica e nell’altra si svilupparono movimenti democratici di massa, salvo che in Spagna e Portogallo, rimasti nel dominio di regimi di tipo nazionalista e fascista non colpiti dalla guerra in quanto non vi avevano preso parte. Il mondo si divise in due: la parte con economia capitalista e l’altra con economia comunista. Entrambe le potenze egemoni nei due schieramenti avevano l’arma nucleare e si constatò che una guerra nucleare, con l’impiego di quelle armi, avrebbe portato alla fine dell’umanità, per la ricaduta di particelle radioattive derivate dalle esplosioni. Fu proprio a quel tempo che il problema della salvezza dell’umanità in questo mondo  cominciò  a diventare un problema anche religioso.  Quest’ultimo fu al centro di uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965),  la costituzione La gioia e la speranza.
  L’appello alla Politica  con la “P” maiuscola che ci  è venuto recentemente dal Papa si inserisce in quel filone ideologico. E' tale infatti la politica che si propone la salvezza dell’umanità, in questo mondo, mediante la riforma sociale. Essa ha anche un valore religioso, perché senza umanità non ci sarebbe più fede e si ritiene che la fede venga pregiudicata dalla distruzione massiva delle collettività umane. Dagli anni ’90, dopo la fine della contrapposizione armata tra blocchi  e quindi della possibilità concreta dello scoppio di un conflitto nucleare terminale, al centro delle preoccupazioni vi è lo sviluppo economico globale basato sulla competizione aggressiva, disordinata, insofferente dei limiti e riluttante alla solidarietà: è questo che, secondo molti osservatori, minaccia la sopravvivenza degli umani, portando al rapido degrado degli ambienti naturali e sociali. Questo tema è al centro dell’enciclica Laudato si’,  del 2015, ma era stato già trattato in precedenti documenti del genere. La novità sta nell’appello all’azione politica, e anche alla lotta, di massa per evitare la catastrofe naturale e sociale. In un certo senso da noi cade nel momento sbagliato, perché in Europa la politica è in crisi, sia quella di governo che quella di massa. Occorre riproporne i fondamenti e, innanzi tutto, riprendere ad educare alla politica. L’educazione alla politica comincia facendone tirocinio. Lo si dice, ma raramente si riescono a fare progetti in materia. E se poi la situazione ci sfuggisse di mano? E se, invece, la situazione ci fosse già sfuggita di mano e, in definitiva, imparare la politica fosse l’unico modo per cambiare una situazione che va rapidamente degenerando?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



sabato 27 maggio 2017

Democrazia e virtù

Democrazia e virtù


  C’è in giro l’idea che la democrazia sia politica debole e corrotta. Ci è rimasta dal fascismo, tramandata di generazione in generazione.
  In realtà vediamo come dalla Seconda Guerra Mondiale, finita nel 1945, più della metà del mondo è stata dominata da grandi democrazie piuttosto bellicose, quindi forti. E la democrazia si regge su un sistema di virtù  personali e collettive, senza le quali non può esistere. Una delle principali è la giustizia: non ci si arrende alle prepotenze. In democrazia il potere è condiviso, ma non può esserlo senza essere giusti, perché, altrimenti, l’arbitrio di pochi sarà legge. In democrazia non si impiegano le potenti polizie politiche costruite dai principali totalitarismi suoi avversari. Ciascuno osserva le leggi per poter essere libero: è cosa che si è capita fin dall’antichità sulla democrazia. La violazione della legge è vista come arbitrio e prepotenza. Può accadere che, ragionando seriamente e nell’interesse comune, collettivo, si finisca per ritenere una legge ingiusta e quindi non degna di una democrazia: ma non è  decisione che si prende a cuor leggero. Chi viola una legge di solito lo fa di nascosto e non vuole essere scoperto. Chi, in democrazia e in circostanze eccezionali, non osserva una legge perché ingiusta, e quindi indegna, lo fa apertamente, subendone le conseguenze. Questo  rientra nel metodo della non-violenza praticato e insegnato dal politico indiano Mohandas Karamchand Gandhi, Mahatma cioè grande anima, (1869-1948).
  In un sistema politico non democratico viene insegnata la virtù dell’obbedienza incondizionata. In democrazia l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, come scrisse Lorenzo Milani. In democrazia non si osservano le leggi per obbedienza, ma perché è giusto  fare così. Le singole leggi possono essere anche imperfette, quindi  ingiuste, ma sono frutto di procedure condivise e possono essere cambiate nello stesso modo: non sono nelle mani dell’arbitrio di nessuno. Se lo fossero, non ci sarebbe più la democrazia. Ripeto questo insegnamento che ci viene dall’antichità: la democrazia è un sistema in cui ciascuno pone dei limiti al proprio arbitrio, non per obbedienza o peggio per paura, ma perché tutti si possa essere liberi. E’ per questo che il grande filosofo greco Socrate, vissuto nell’Atene del 5° secolo dell’era antica, decise di assoggettarsi alla condanna capitale che gli era stata inflitta, benché, a suo avviso, ingiusta.
  Senza virtù personali e collettive le democrazie muoiono, finiscono. Le democrazie che appaiono corrotte e deboli sono democrazie che stanno morendo. E’ in fondo questa la causa della crisi anche della nostra democrazia. Si tiene troppo poco conto degli altri, delle loro sofferenza, in particolare quando agiamo da consumatori. Così ci facciamo complici dei carnefici di chi sta peggio nel mondo.
 Per insegnare la democrazia bisogna innanzi tutto far riscoprire le virtù democratiche. Si vedrà che in questo modo la società funziona meglio. Lo si può fare fin da bambini: mai umiliare, mai far soffrire, mai escludere, dividere ciò che si ha, mai tradire la fiducia degli altri, resistere coraggiosamente all’arbitrio e alla violenza. E’ cosa che un tempo si imparava nei giochi collettivi: ora i ragazzini fanno vita da piccoli monaci. Il primo passo, con loro, potrebbe essere questo: fare bei giochi di gruppo in parrocchia.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

venerdì 26 maggio 2017

Imparare la democrazia

Imparare la democrazia


  La democrazia non è un fatto innato, si impara. Nella società italiana di oggi mancano gli insegnanti. Storicamente l’Azione Cattolica è stata una delle principali scuole di democrazia in Italia: prima però ha dovuto essa stessa impararla e, innanzi tutto, convincersi del fatto che fede e democrazia potessero andare d’accordo. All’inizio del Novecento questa idea veniva considerata parte dell’eresia modernista. Questo significa che, all’origine, la dottrina  sociale, le idee dei papi sulla riforma sociale, non comprendeva la democrazia. Infatti si riteneva che i progetti di miglioramento sociale dovessero discendere dall’alto, dedotti con ragionamenti teologici e proclamati con autorità. Progettare il bene veniva considerato monopolio dei papi. L’osservazione e la comprensione realistica della società in religione vennero progressivamente, in particolare, in Italia, con il lavoro che si fece in Azione Cattolica, dopo la sua fondazione, che risale al 1905,  per il  suo organico collegamento con la gerarchia del clero.
  La democrazia non è solo un metodo  per prendere decisioni a maggioranza, ma un sistema di valori. Principio fondamentale della democrazia è di considerare tutti uguali in dignità. L’uguaglianza, però, va costruita in ciascuno. Lo si fa rendendo libere  le persone, che non significa lasciarle alle loro passioni, ma fare in modo che possano decidere consapevolmente. Senza vera libertà,  ciascuno cade preda dei più forti. Il motto del primo partito di ispirazione  religiosa, il Partito popolare italiano, fondato nel 1919 dal prete Luigi Sturzo e da altri suoi amici, fu  Liberi e forti. Ma nessuno è veramente libero da solo. E’ la società nel suo insieme che va liberata. Chi la libererà? “Non esistono liberatori, ma persone che si liberano”, fu il motto di un gruppo resistenziale milanese di cui fecero parte il prete Giovanni Barbareschi e Teresio Olivelli. La liberazione è un compito collettivo che richiede di essere solidali, di considerare anche gli altri, di tener conto di loro e, in particolare, di chi sta peggio, perché non ci sono persone che abbiano più urgenza di liberazione di quelle che stanno peggio, e di solito si sta così quando si finisce in mani altrui. Libertà, uguaglianza, fraternità  sono valori assoluti in democrazia, sottratti all’arbitrio di qualsiasi maggioranza. Nella nota n.793 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004),  a proposito dell’amicizia civile da intendere come forma di fraternità alla base della pacifica convivenza sociale, si citano le parole di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°  in un’omelia tenuta il 1 giugno 1980 durante il suo primo viaggio in Francia: «“Libertà, uguaglianza, fraternità’”  è stato il motto della Rivoluzione francese.  In fondo sono idee cristiane ». Quando quelle parole furono pronunciate la democrazia non era ancora  completamente una conquista culturale nella nostra fede: lo divenne solo circa dieci anni dopo, nel 1991, con una storica enciclica del medesimo papa, Il Centenario, in occasione dai cento anni dalla prima enciclica della dottrina sociale moderna. C’è voluto quindi un secolo perché, in religione, l’idea di riforma sociale fosse abbinata a processi democratici. Ma si tratta di un conquista che va rinnovata di generazione in generazione.
 L’idea che proprio la Chiesa insegni la democrazia appare ancora oggi un po’ strana. E’ il residuo, in genere inconsapevole, del passato. Chi parla di democrazia in religione a volte viene collegato con i  comunisti. La bestia nera della prima dottrina sociale fu il socialismo. Urtava pensare che le masse dovessero liberarsi con un proprio movimento sociale e non attendere la giustizia sociale da chi dall’affermarsi della giustizia sociale avrebbe subito solo un danno patrimoniale. In effetti socialisti e comunisti, e in particolare questi ultimi, dovettero imparare la democrazia negli stessi anni, e con le stesse difficoltà,  in cui lo si fece in religione. Imparandola, la trasformarono. La innervarono di idee di giustizia sociale molto più che alle origini. A lungo i comunisti ritennero la democrazia un imbroglio borghese, in particolare constatando che, anche dopo l’introduzione del suffragio universale, le masse davano credito elettorale a chi non faceva, o non  faceva del tutto i loro interessi. Come può succedere? Successe perché, in ambito democratico, si temperarono le asprezze sociali, venendo incontro a chi stava peggio. Si raggiunsero accordi che convennero a tutti. La crisi di quegli accordi è all’origine di quella della società di oggi. Non è un caso che si accompagni ad una crisi dei processi democratici: la gente non ha fiducia nella democrazia e chi comanda cerca di avere il consenso fascinando  i singoli, più che coinvolgendoli nelle decisioni collettive.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 22 maggio 2017

Un lavoro di lungo respiro

Un lavoro di lungo respiro

[da Z.Bauman - E. Mauro, Babel, Laterza, 2015, pag.147-148]

Z.Bauman
  Per noi ci sono voluti millenni perché mettessimo nell’agenda pubblica l’abolizione della pena capitale.  Per noi ci sono voluti millenni perché vietassimo la schiavitù. E ci sono voluti millenni perché promuovessimo l’uguaglianza dei sessi. E chi sarà tanto arrogante da sostenere che abbiamo effettivamente raggiunto  tutti questi obiettivi un volta per tutte? Noi possiamo sperare (io lo spero quanto te) che la nostra verità si imporrà alla fine sul pianete che abbiamo in comune, così com’è accaduto (quasi) nella «nostra» parte del globo. Ma abbiamo comunque  bisogno di attrezzarci per la estenuante lunghezza del cammino, per la scabrosità della strada e per la limitata affidabilità dei veicoli a nostra disposizione. Quello che abbiamo davanti a noi da affrontare  è quello che i francesi chiamano un travail de longue haleine [un lavoro di lungo respiro, trad. mia].

   In ogni caso, continuo a ripetere che fra i veicoli disponibili per percorrere questa strada c’è il serio dialogo fondato sulla buona volontà (informale, aperto, cooperativo, per citare di nuovo le qualificazioni di Richard Sennet), che miri alla comprensione reciproca e al mutuo beneficio, che meriti la massima fiducia (anche se non certo assoluta e incondizionata). Un dialogo di questo tipo non è compito facile né -diciamolo pure- allegro; richiede una determinazione solida e costante, capace di resistere a ripetuti e anche molto negativi risultati, un forte senso dell’obiettivo finale, una grande arte, e la disponibilità ad ammettere i propri errori insieme con l’arduo e faticoso dovere di porre riparo ad essi; e soprattutto tanta pacatezza, equilibrio e pazienza.

domenica 21 maggio 2017

Cambiare strada: un compito molto impegnativo. Non scoraggiarsi!

Cambiare strada: un compito molto impegnativo. Non scoraggiarsi!

  Tutto da noi in parrocchia è cominciato nell’ottobre 2015: da allora si  è cambiata strada. E’ passato solo circa un anno e mezzo. La fase precedente era iniziata nel 1983 ed era quindi durata oltre trent’anni. Non ci si deve scoraggiare, allora, se cambiare è un compito molto impegnativo. Non sto a  riassumere la situazione di partenza. Nell’archivio di questo blog troverete interventi nei quali ne ho scritto molto diffusamente, in particolare dall’inizio del 2015.
  L’articolazione particolarmente critica mi pare  quella della formazione per la Cresima e per il post-Cresima, quella di secondo di livello. E’ da lì che dovrebbero uscire le nuove leve di un laicato in grado di occuparsi dei più giovani. E’ necessario, credo, che i sacerdoti della parrocchia tengano saldamente in mano quei settori. La proposta che si fa ai giovani in quell’ambito deve essere in linea con gli indirizzi della Diocesi. Non devono essere ammesse interferenze di altri metodi.
  Per gli adulti occorre lavorare sui genitori dei ragazzi che ci vengono portati per la formazione religiosa. E’ in quell’ambito che vanno individuati e formati gli elementi  di spinta, quelli in grado di indurre l’aggregazione sociale.
 A certe cose, a certi impegni, la gente deve essere riabituata. In particolare a farsi avanti e ad agire con maggiore autonomia. Ora aspetta che le si dica che fare e come fare. In passato è andata così, per quello che ho potuto vedere. Non sempre si è stati incoraggiati, si sono fatte esperienze non positive. Noi di Azione Cattolica, qualche anno fa, prima del nuovo corso, ci eravamo offerti di lavorare con i genitori dei bambini del catechismo, ma la proposta è stata lasciata cadere.
  Dall’inizio della sua fondazione fino ai primi anni ’80 la vita sociale della parrocchia fu piuttosto frizzante e aperta. Il clima poi è cambiato: si sono indotti gruppi molto protetti contro l’azione esterna, in cui  si è aggregata anche molta gente di fuori, poco interessata al quartiere perché non vi abita. E’ una specie di legione straniera. L’ideologia e i costumi erano diffidenti verso la società intorno, vista prevalentemente come una minaccia. A volte mi è sembrato un po’ come se si tentasse di conquistarla, facendone crollare le difese, urlandole e suonandole contro, come nell’episodio biblico della caduta di Gerico.
  Quelli che non condividevano questa impostazione si sono sentiti un po’ messi da parte. E’ sembrato che la loro collaborazione non solo non fosse richiesta, ma nemmeno utile, e fosse considerata addirittura controproducente. Si sottolineava sempre la virtù dell’obbedienza, e mi è sembrato come se si venisse invitati a estinguersi obbedendo. Si metteva in evidenza, ad esempio, che l’Azione cattolica parrocchiale era diventata un gruppo di anziani  resistenti. Del resto erano venute a mancare nuove leve, perché ai giovani veniva fatta praticamente un’unica proposta e non era la sua.
 Quando ci vorrà per vedere collettività di nuovo tipo in grado di sostenersi con le loro forze? I ragazzi diventano capaci di un impegno così verso i sedici / diciotto anni. Ipotizzando oggi di avere un gruppo post-Cresima, formato secondo il nuovo corso, di circa una decina di membri, ci vorranno tre o quattro anni ancora. Con i genitori, di età sui trenta/quarant’anni, potrebbe volerci meno. Ma occorrerà molto duro lavoro per i preti della parrocchia.
 Poi ci sarà da indurre un’apertura in chi è coinvolto nel vecchio modo di fare. Non bisogna fargliene una colpa. Vive in collettività con gerarchia rigida e verifiche stringenti di fedeltà. C’è gente che ha impostato tutta la sua vita così. Le è stata insegnata la diffidenza verso ciò che c’è fuori e solo piano piano, facendo molte esperienze positive, potrà acquisire fiducia negli altri. Probabilmente ora non darà collaborazione non per cattiva volontà, ma perché, fuori degli schemi consueti, non sa che fare e che dire. Ma anche in quei settori la catechesi che si fa dovrebbe essere in linea con gli orientamenti della diocesi. I sacerdoti dovrebbero riprenderne il controllo. Alcuni metodi di cui si sente parlare sembrano un po’ troppo intrusivi. Nessuno dovrebbe essere invitato a svelarsi del tutto ad un altro, se non in Confessione, in ambito sacramentale. Ma di più non posso dire, perché non so. I sacerdoti dovrebbero cercare di  saperne di più.
  Fin da molto piccoli, fin dal primo catechismo, ciascuno dovrebbe essere educato a dare partecipazione come dovere. E’ quello che avviene nel metodo scout. Lì ognuno ha cura di qualcun altro, i più grandi dei più piccoli. E ognuno sa sempre come fare. Così è più semplice organizzare e dirigere un reparto scout, perché si fa molto conto, secondo il metodo di Baden Powell, sui capi-squadriglia.
  Qualche volta, in Confessione, mi sono stupito che mi dessero come penitenza sempre le solite preghiere. E se mi avessero dato come penitenza, ad esempio, di collaborare per un po' di tempo  ad un gruppo della parrocchia o, comunque di fare qualcosa per la parrocchia? Le persone hanno bisogno di una spintarella per iniziare qualcosa, in un ambiente per loro nuovo. Poi però danno molto. Il volontariato va considerato una passione nazionale.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

Imparare dagli errori: riscoprire la domenica come giorno di festa

Imparare dagli errori: riscoprire la domenica come giorno di festa

  Che cos’è un errore nelle cose sociali? E’ quando ci si proponeva un certo risultato e si è sommersi dagli effetti controproducenti della strategia progettata, mancandolo. Non ci si deve sorprendere degli errori, nelle cose umane. Sbagliando si migliora, se ci si rende conto di avere sbagliato. E’ così che la scienza contemporanea progredisce. Ma in religione è molto difficile riconoscere gli errori sociali e farsene carico, cambiando strada. Può sembrare sorprendente in una fede che ha fatto storicamente della lotta alle eresie, quindi dell’individuazione degli errori,   una vera fissazione, giungendo ad eccessi orrendi. La stessa lotta alle eresie ora ci appare come una sequela incontenibile di errori, molti dei quali non riconosciuti, tanto che alcuni dei protagonisti di quella tremenda epopea sono stati fatti santi. Oggi la loro santità non appare molto evidente. La difficoltà è nel potere sacralizzato, e quindi assolutizzato. Un potere così è fatalmente portato all’abuso, è legge sociale di sempre. Ma è difficile correggersi se ci si è organizzati al modo feudale, con poteri  sacralizzati  che scendono  dall’alto e che solo dall’alto accettano di essere sindacati, fino ad arrivare ad un vertice insindacabile, infallibile per verità normativa. Accade nel grande come nel piccolo. Anche in una parrocchia come la nostra.
  Da noi la gente riprende a venire numerosa. Quando però si fa un appello a collaborare, mi dicono che ci si ritrova sempre in non più di una decina, quando va bene. E questo in un posto come l’Italia in cui il volontariato è enormemente sviluppato, con moltissima gente  di ogni età che spende il suo tempo sulle ambulanze, a soccorrere gli altri nei disastri naturali e sociali, nelle mense di carità, nei tanti centri di aiuto e ascolto di chi sta peggio, anche nella lotta alle mafie come ci ha raccontato don Ciotti,  rischiando anche, come ci raccontano le cronache, insomma tanta gente che si dà da fare dappertutto. Com’è che da noi no?
  E’ il  frutto di errori sociali non corretti molto a lungo. Nessuno sapeva, intorno e in alto? Certo che sapevano, ne sono sicuro. Come potevano non sapere? E allora? Forse hanno pensato che fosse meglio guardare come andava a finire. Ecco come è andata a finire. Ed è tanto difficile, ora,  per la squadra di bravissimi preti mandata in emergenza, con parrocchia in codice rosso, indurre il cambiamento. E’ una vera epopea per loro, alla fine avranno anche loro la targa commemorativa vicino al portone delle nostra chiesa, come don Nino Miraldi!
  Si può provare a cambiare: certo. Lo si sta facendo e si cominciano a vedere i risultati. Una volta capite le cause di ciò che è accaduto, si è cominciato ad andare in direzione contraria. La gente del quartiere va riabituata a venire in parrocchia come a casa propria, come accadeva a me da bambino e da ragazzo.
 In passato da noi si è molto puntato sul sabato, in una strategia che comprendeva il disinvolto impiego, rimaneggiati, di simboli e costumi dell’ebraismo. Questo non va bene, specialmente in Italia dove abbiamo creato tanti problemi agli ebrei. La situazione può essere migliorata solo se ci si rispetta. E innanzi tutto, da parte nostra, occorre rispettare i simboli e i costumi santi dell’ebraismo. Il rispetto comporta un certo distanziamento, in modo da non essere invadenti. Si entra nel tempio degli altri da ospiti, cercando di capire e, capendo,  di imparare anche ad amare, dopo aver tanto odiato. Condividiamo con l’ebraismo contemporaneo e di sempre un importante patrimonio culturale, ma non siamo ebrei. Diamo ascolto al grido che ci viene dall’ebraismo di oggi: “Lasciateci essere ebrei!”. Lasciamo il sabato, santo, all’ebraismo. Il nostro giorno è l’ottavo, la domenica.
  La domenica,  giorno santo  dei cristiani, non deve essere un tempo di ozio, in cui ci si alza tardi, dopo i divertimenti della sera prima. E’ il giorno della festa  in cui ci si incontra  e  ci si conosce. E’ sprecata se  si va in parrocchia solo nei quaranta minuti della Messa, per precetto. Si devono creare tante occasioni di impegno, per cui si viene, poi magari si va da un’altra parte, ma poi si ritorna per fare qualcos’altro di interessante. Quante cose abbiamo da imparare, da capire! Quante persone in attesa di essere incontrate! Quanti progetti in attesa di essere scoperti!
  E’ possibile che qualche incontro diventi una scontro. Così vanno le cose in società. Ma ci si può ragionare sopra, correggersi, perdonarsi a vicenda, offrendo e chiedendo il perdono come insegnò san Wojtyla, e provare a far meglio la volta dopo.
  Il confluire di tanta gente cambierà il volto del quartiere e finanche la sua economia. Quando sorge un bisogno il mercato risponde. E’ così che è sorto il mercatino  in via Conca d’oro, di fianco al nostro bel parco. Se cerchiamo cose cattive, di quelle che fanno male, ci saranno offerte. Ogni domanda crea una risposta. Se, ad esempio, vogliamo fare musica e cerchiamo chi la suona, verrà  gente che sa suonare. Se la domenica organizziamo gruppi di lettura, verranno gli autori e le case editrici.
 Quando confluisce gente, occorre una cabina di regia, un gruppo di coordinatori. Ma ogni autorità abbia dei limiti, in intensità ed estensione. Nessuno si proponga di cambiare la testa alla gente. Certi apprendisti stregoni possono fare tanto danno. Non si costruisce nulla su macerie umane. Con quanta presunzione si pretende talvolta di decostruire  le persone per ricostruirle! E’ quello che si chiama lavaggio del cervello. Zygmunt Bauman ricorda che l’espressione fu proposta per la prima volta in un articolo del 1950  da Edward Hunter, un giornalista statunitense.  E’ una tecnica di psicologia invasiva e violenta che consiste nell’immergere una persona in un ambiente che la forza a considerare malvagio tutto ciò che è e la propria personale storia passata, fino a farne un cumulo di macerie psicologiche, per poi rifarla  da capo. L’esperimento sociale di questo su più vasta scala,  scrive Bauman, si ebbe durante il maoismo cinese, al tempo della rivoluzione culturale, alla fine degli scorsi anni ’60:  una tragedia umana dalla quale faticosamente la nuova Cina riuscì a riprendersi, con sprechi umani immensi. Qualcosa di simile si ebbe da noi, all’inizio del Novecento, con la persecuzione dei modernisti, in religione. Anche lì: uno spreco umano gravissimo, vite distrutte, tante gente emarginata ed esclusa, anche tanti preti. Di questo non si è mai riusciti a pentirsi, come collettività religiosa. E’ che è in ballo un potere sacralizzato, di un santo addirittura.
  Nello statuto  della festa ci deve essere questo: ogni incarico sia temporaneo, nessuno si arroghi di voler ricostruire  gli altri, dopo averli ridotti a macerie umane, ogni potere abbia limiti di competenza e sia soggetto a rendiconto. Nessun potere assoluto tra noi! La democrazia iniziò nell’Ottocento con la lotta per gli statuti, per porre limiti a poteri che volevano essere assoluti. I processi democratici iniziano sempre da questo, anche su scala minore: quando ci si pone dei limiti assoluti  al proprio potere sugli altri, quando, dunque, si relativizza il proprio  potere su di loro. Se non si fa così, che festa  sarebbe, dove sarebbe la  gioia? La religione diventerebbe una fatica spaventosa e se ne diventerebbe schiavi, perché chi è decostruito  diventa sempre  schiavo di chi lo decostruisce  e lo  ricostruisce. La nostra, però, non è fede da schiavi. E’ scritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

sabato 20 maggio 2017

Processi democratici nella costruzione di un popolo: la festa

Processi democratici nella costruzione di un popolo: la festa

  Nelle nostre collettività religiose lo sviluppo di processi democratici è ostacolato dall’ingombrante gerarchia feudale del clero. Occorre trovarle un posto e non è facile. Fatto sta che, quando si parla di organizzarsi  per fare qualcosa, si finisce di solito per andare molto sul vago, non trattando veramente di come si è  e  di come si dovrebbe o vorrebbe essere, ma di qualche obiettivo che sta fuori  di un certo gruppo di riferimento. Si cerca sempre di mostrarsi  nella condizione di gregge,  pronto a seguire pastori. Ma che di che parlano gli  esseri umani/gregge quando stanno tra loro? Si parla in ecclesialese, il gergo/chiacchiericcio infarcito di parole della teologia, che serve a parlare senza dire nulla, per fare bella figura senza rischiare. Ogni decisione  collettiva è frutto di un difficile compromesso con il clero, che di solito viene raggiunto in mediazioni riservate. Le assemblee servono solo per ratificare.
   Nell’organizzarsi  collettivamente  gli esseri umani sono ostacolati dai loro naturali limiti cognitivi. Secondo gli antropologi non siamo capaci di relazioni profonde, stabili, con più di circa centocinquanta persone. E’ chiaro però che le nostre società sono  organizzate  per collettività molto, molto più vaste, e addirittura a livello mondiale. La gente allora fa come gli uccelli nello stormo: prende le misure su quelli che sono intorno più vicini e su chi sta avanti a tutti. Vi è poi un modo di  comportarsi in società che dipende dalle culture e consiste nel far riferimento ad un sistema di miti e di idee: è la via delle religioni e del diritto. La cultura allora è come una cartina topografica che ognuno tiene in tasca e dice come fare per raggiungere un certo posto
  Di solito non abbiamo bisogno di contatti profondi con tutti quelli che incontriamo. Circolando per strada incrociamo  migliaia di persone senza mai incontrarle. Ognuno sa come comportarsi in questi rapporti fugaci, istantanei e labili. Se dovessimo approfondire, la vita sociale si bloccherebbe. Ora, è importante discutere di un tema che è diventato particolarmente critico nella nostra civiltà: i rapporti che si hanno interagendo sul WEB, su “internet”, sono di questo tipo, anche se chi interagisce vi investe molta emotività, come per rapporti profondi. In realtà non si creano relazioni stabili e profonde tra le persone. Questo significa che chi sta molto su “internet” è un isolato, anche se sembra interagire tutto il tempo con altri. E’ una condizione che spiega perché “internet” abbia fallito nella costruzione di processi democratici, ad esempio nelle “primavere arabe” degli anni scorsi, ma anche da noi in politica. Che cosa corre tra le persone quando stanno su “internet”? Corre solo la cultura altamente formalizzata, quella delle piattaforme,  dei  portali, organizzata e diretta da altri (quelli che hanno il potere di ammettere  e di escludere e fissano le regole dell'interazione), quella che consente i contatti  tra utenti. “Internet” non è quindi il regno della libertà e della spontaneità, ma il suo contrario.
  Se si considerano solo le persone più vicine, le realtà di prossimità, si costruiscono solo gruppi molto piccoli e dalla vita breve. Se ci si orienta sui capi, si perdono le realtà di prossimità. Ogni potere tende ad assolutizzarsi, su grande e piccola scala, e a togliere spazio alle altre persone. Anche nell’associazionismo religioso. Lo ha detto anche l’attuale Papa ed è sorprendente, perché l’ingenuo papismo mediatico e personalistico  inaugurato dal Wojtyla consiste proprio in questo. La scarsa familiarità con rapporti collettivi profondi fa perdere senso alle culture condivise, sfascia le tradizioni. Questi, riassumendo, sono alcuni tra i  problemi principali delle società occidentali contemporanee nell'organizzarsi collettivamente. Nell’ecclesialese  corrente sono cose risapute. Quando poi si tratta di passare dall’analisi critica alla costruzione del cambiamento le cose si imbrogliano e ci si arresta, rimandando alla prossima settimana sociale o  assemblea.
  L’altro giorno abbiamo fatto una festa in parrocchia e abbiamo visto che le molte persone che sono venute sono rimaste sostanzialmente estranee tra loro. E questo anche se si era organizzato un ricco rinfresco. Di solito il mangiare insieme è una delle basi naturali  degli incontri. Era però un rinfresco  in piedi, e in occasioni del genere si tende a ruotare  intorno ai tavoli per poi trovare un posto laterale  per mangiare. Nessuno ha un proprio posto  e ogni posto in cui ci si ferma un attimo  di solito non è quello che si riuscirà a conquistare nella fase successiva. Nella socialità del party  secondo il modello statunitense (party nell’angloamericano significa sia  festa  che partito), che è appunto l’incontro di un gruppo per un rinfresco in piedi, le persone girano presentandosi le une alle altre, intrattenendo brevi conversazioni con molti dei partecipanti nel corso delle quali  programmano  incontri più ravvicinati e profondi, ad esempio per questioni di lavoro. Al centro dell’evento c’è l’incontrarsi  per  conoscersi. Una festa  in società dovrebbe avere questo obiettivo. E’ diversa dalla festa parentale  in cui ci si conosce già tutti. Spesso le assemblee che si fanno nelle collettività religiose hanno il tono delle  feste parentali. Occorre trasformarle in feste per conoscersi, che chiamerei  feste/partito,  in angloamericano “party/party”, quelle che fanno movimento. Un processo democratico parte da occasioni come queste. Si deve proporre un minimo di formalità, vale a dire un  rito, perché ognuno senta di avere un posto;  ci deve essere una persona di riferimento, ma non ingombrante come un capo, quindi un potere non sacralizzato; infine  deve essere proposto il metodo, e l’etica, dell’incontro, per cui ci si deve presentare, parlare con più persone di volta in volta per averne un’idea più precisa, senza però monopolizzare gli altri perché questo riduce il numero degli incontri possibili. Liturgie troppo pervasive e formalizzate impediscono gli incontri personali. Lo stesso accade con capi troppo ingombranti. Negli incontri personali occorre garantire una certa libertà con l’avvertenza che è sconveniente aprirsi troppo o chiedere troppo agli altri. Il rapporto con gli altri va costruito progressivamente, di tappa in tappa, conoscendoli meglio. Avvicinandoli più spesso si ha occasione di farlo. Relazionandosi su “internet” se ne ha solo l’impressione (falsa), ma si rimane sempre allo stesso punto.
  Le feste/partito  sono alla base dei processi democratici, anche di quelli popolari, di massa. Quando i lavoratori contarono di più in società organizzarono la Festa dei lavoratori (non del lavoro, come talvolta, sbagliando, si dice). Un politico come Giorgio La Pira ne fu ben consapevole. Inaugurando da sindaco, il quartiere di case popolari dell'Isolotto, a Firenze, consigliò ai sacerdoti che erano stati inviati nella nuova parrocchia di fare molte feste
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

  

venerdì 19 maggio 2017

Costruire il popolo

Costruire il popolo


 Una volta ci si ritrovava nel dominio della nostra Chiesa come ci si trovava in quello dello Stato e i due poteri erano collegati: entrambi erano sacralizzati, vale a dire assolutizzati  secondo la nostra fede,  e si sostenevano a vicenda nel dominio sulla gente. Non c’era nulla da decidere per le persone e nelle statistiche nazionali si veniva contati  come cittadini e credenti religiosi in quanto italiani. Il principio liberale “libera Chiesa in libero Stato”  era una specie di regolamento di condominio tra oligarchie politiche. Questa era la situazione alla caduta del fascismo storico italiano, nel 1945. E’ continuata a lungo più o meno tale e quale anche in democrazia, durante il dominio del partito cristiano, la Democrazia Cristiana.  E’ cambiata a cominciare dagli scorsi anni Sessanta, fondamentalmente per la de-sacralizzazione  del potere politico indotta dai nuovi principi enunciati dai saggi del Concilio Vaticano 2°. Quella religiosa fu presentata sempre più come una scelta, che richiedeva un’adesione. Negli anni ’80 si produsse una grave crisi della politica, che si sentì e fu analizzata dagli studiosi come  delegittimata, in crisi di consenso popolare. Fu un processo causato dall’aumento del potere auto-referenziale di oligarchie collegate ad un nuovo dominio di classe, della classe che riusciva ad avvantaggiarsi dei processi economici globalizzati. I politici nazionali iniziarono ad imitarne i costumi, così come taluni principi regnanti delle residue monarchie occidentali assumevano quelli dei più ricchi. Sia in religione che in politica la maggior parte della gente finì per essere tagliata  fuori: in religione perché non rispondente ai criteri più selettivi proposti per ottenere il riconoscimento come credenti (l’asticella  era stata molto alzata, la religione non era più a buon mercato); in politica perché ritenuta incapace  di capire il nuovo  mondo e di interagirvi positivamente.
  Dagli anni ’90 la politica, sia quella religiosa che quella civile, si separò dal popolo. Si rese autoreferenziale dal suo consenso. Bastò accattivarsene periodicamente i consenso plebiscitario  con tecniche di marketing, quelle che servono a fascinare il pubblico  dei consumatori. In religione si impiegarono i grandi eventi  costruiti intorno ai papi, ingenerando un neo-papismo di tipo personalistico che mai c’era stato prima di allora.
 Il popolo ridotto a pubblico  non è però sufficiente per sostenere le politiche che servono per contrastare le minacce che vengono da uno sviluppo economico e sociale scompensato. Le relazioni tra le persone sono troppo labili, tendono a sfaldarsi rapidamente e capricciosamente. Le oligarchie politiche hanno voluto assumere l’immagine di referenti di consumatori, fascinando la gente, e si trovano a subire il contrappasso, una punizione corrispondente alla loro colpa, perché è una colpa aver ridotto in quel modo i processi democratici, per cui hanno solo il credito che può essere ottenuto con quel tipo di fascinazione, a brevissima scadenza: si sono fatte estremamente precarie e navigano a vista.
  Gli studiosi, pensando all’origine dello stato, vi videro o il risultato di un dominio ottenuto con un atto di forza  di un’oligarchia, a cui gli altri si assoggettano per quieto vivere, cedendo  il proprio potere sociale per desiderio di protezione, o un patto  sociale. In entrambi i casi, a partire dagli anni ’80, il potere in Italia divenne il risultato precario  di uno scambio, potere contro favori di categoria (fenomeno che viene definito  consociativismo), e poi, con l’emergere di oligarchie di potere consumistico, il risultato ancora più precario, perché non fondato nemmeno su un labile accordo commerciale, di una combinazione episodica tra potere e fascinazione, per cui, ad un certo punto, si riesce a convincere un adulto a tracciare un segno sulla scheda elettorale, senza troppo pensarci. In questa situazione le promesse politiche possono tranquillamente non essere mantenute e nessuno se ne adombra.
 La sfida dell’oggi è quindi quella di una nuova  democratizzazione  della società, costruendo relazioni  forti, una nuova trama di popolo, generando una nuova metamorfosi da pubblico/folla  a popolo  democratico.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

giovedì 18 maggio 2017

Pensare il popolo e la politica di massa


Pensare il popolo e la politica di massa

AVERE CORAGGIO E AUDACIA PROFETICA»
Dialogo di papa Francesco con i gesuiti riuniti nella 36a Congregazione Generale (ottobre 2016)

[…]
Dopo la 35a Congregazione Generale la Compagnia ha percorso un cammino nella comprensione delle sfide ambientali. Abbiamo accolto con gioia l’enciclica «Laudato si’». Sentiamo che il Papa ci ha aperto porte per il dialogo con le istituzioni. Che cosa possiamo fare per continuare a sentirci coinvolti in questo tema?
 La Laudato si’ è un’enciclica a cui hanno lavorato in molti, ed era stato chiesto agli scienziati che ci hanno lavorato di dire cose ben fondate e non semplici ipotesi. Ci hanno lavorato molte persone. Il mio lavoro in effetti è stato quello di dare gli orientamenti, fare questa o quella correzione e poi elaborare la redazione conclusiva: questo sì, con il mio stile e riprendendo alcune cose. E credo che bisogna continuare a lavorare, attraverso movimenti, accademicamente e anche politicamente. Infatti è evidente che il mondo sta soffrendo, non soltanto per il surriscaldamento globale, ma per il cattivo uso delle cose e perché la natura viene maltrattata… Bisogna anche tenere presente, nell’interpretazione della Laudato si’, che non è un’«enciclica verde». È un’enciclica sociale. Parte dalla realtà di questo momento, che è ecologica, ma è un’enciclica sociale. È evidente che a soffrirne le conseguenze sono i più poveri, quelli che vengono scartati. È un’enciclica che affronta questa cultura dello scarto delle persone. Bisogna lavorare molto sulla parte sociale dell’enciclica, perché i teologi che ci hanno lavorato si sono preoccupati molto nel vedere quanta ripercussione sociale hanno i fatti ecologici. E questo è di grande aiuto: va vista come un’enciclica sociale.

[testo integrale in
http://www.laciviltacattolica.it/wp-content/uploads/2016/11/Q.-3995-3-DIALOGO-PAPA-FRANCESCO-PP.-417-431.pdf

  Lunedì scorso, al termine della discussione al termine degli incontri di approfondimento sull’enciclica Laudato si’, è stato proiettato il testo che ho trascritto sopra, che è la trascrizione di una parte del dialogo  avuto dal papa Francesco con i gesuiti, nella loro 36° Congregazione generale, svoltasi nell’ottobre 2016.
  Fin dal primo momento il Papa, nel 2015 quando l’enciclica fu diffusa, ha tenuto a precisare che non si trattava solo di un’enciclica che si occupava di ambiente naturale, ma che riguardava la società e il suo sviluppo. Leggendola lo si capisce bene, ma ad uno sguardo frettoloso, come quello che di solito si riserva a quel tipo di letteratura religiosa, non è proprio evidente. Il significato sociale del documento è stato bene inteso, ad esempio, negli Stati Uniti d’America, dai settori della destra politica che rappresentano politicamente le grandi imprese che guadagnano dal modello di sviluppo criticato nell’enciclica: infatti hanno subito intimato al Papa di rimanere nel campo spirituale e, quindi, di farsi gli affari propri, non turbando quelli altrui.
 E’ sempre stato noto che le encicliche sociali  erano state frutto di un lavoro collettivo, e questo fin dalla prima dei tempi moderni, la Le Novità, nel 1891, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°.
 Si legge in Gabriele De Rosa. De Rosa, Il Movimento cattolico in Italia,Bari,Laterza, 1979:
 “La redazione dell’enciclica leoniana fu affidata  a uomini di forte preparazione            filosofica, come il gesuita Matteo Liberatore e il cardinale Tommaso Zigliara, autori  rispettivamente del primo e del secondo schema”.
  Tuttavia la particolarità dell’enciclica Laudato si’ è che la cultura religiosa che c’è dentro si è sforzata di non essere auto-referenziale, quindi di fare riferimento a quella scientifica, sia con riferimento alle scienze naturali che a quelle sociali. Si sono volute dire "cose ben fondate e non semplici ipotesi”. Non si tratta quindi della solita invettiva contro lo spirito dei tempi e i mali sociali derivati da non seguire la morale religiosa prescritta, ma di una visione della storia e della società attuale che vuole essere realistica. Un modello di sviluppo basato su un intenso consumo delle risorse naturali sta conducendo il mondo ad una crisi globale. La competizione  lo anima, ma anche lo minaccia. Si compete per avere la parte più grossa della torta e per molti è lotta per la vita, perché a loro non tocca nemmeno ciò che è indispensabile per sopravvivere. Per molti altri la vita torna ad essere solo fatica, come nell’Ottocento, ai tempi della rivoluzione industriale. A quell’epoca la condizione di chi stava peggio migliorò con lotte sociali di massa, nel confronto tra le classi, che in Occidente portò nella seconda metà del Novecento allo stato sociale, in cui le istituzioni pubbliche, rette democraticamente, si assunsero il compito di riequilibrare le parti. Dal 1990, con lo sviluppo della globalizzazione  dell’economia mondiale, sorretta da una rete giuridica di accordi internazionali, quel modello è stato superato. Questo perché la forza esprimibile nello scontro sociale da chi sta peggio è molto diminuita: l’azione di massa per i diritti civili e sociali si è fatta meno efficace. Era basata su masse di produttori, essenzialmente di operai, che rivendicavano parti più giuste. Chi controllava le imprese ne aveva bisogno, non poteva farne a meno nella produzione, e quindi, alla fine, veniva  a patti. Nel mondo di oggi può limitarsi a produrre da un’altra parte del mondo, dove le lotte sono meno efficaci o addirittura vietate, come nella Repubblica popolare di Cina di oggi, da cui proviene molta parte dei nostri oggetti di uso quotidiano. In Occidente ormai si conta di più come consumatori che come lavoratori, ha osservato il sociologo Zygmunt Bauman. Il lavoro si è molto svalutato  e infatti viene retribuito sempre meno. Come consumatori si è però fascinati dalle tecniche di psicologia di massa utilizzate nella pubblicità commerciale, e il pubblico dei consumatori, sotto certi aspetti, assomiglia sempre di più a quel gregge docile  vagheggiato dal clero come modello ideale di popolo.
  Che cosa è e soprattutto chi  è il popolo?
  Non è facile rispondere, in religione, ma ormai anche da altri punti di vista, quello giuridico e quello sociologico, ad esempio.
  E’ importante stabilirlo perché, secondo la fede, ci proponiamo di fare di tutte le genti della terra un unico popolo. Fino a non molto tempo fa questo appariva un obiettivo destinato alla fine dei tempi. Oggi è una prospettiva resa concretamente possibile dalla globalizzazione  dell’economia e del diritto. Ma anche indispensabile per consentire la sopravvivenza dell’umanità sul pianeta. Il secolo scorso essa appariva minacciata dal conflitto nucleare globale, oggi dagli stessi costumi consumistici quotidiani, banali.
  Da un certo punto di vista ci siamo uniti, nella fitta rete di relazioni commerciali, ma anche di altro genere, ad esempio nell’informazione e nella cultura, che ci connette a livello mondiale, ma da altri punti di vista ci stiamo dividendo e schierando. I sistemi politici non sono integrati e lungo le linee di contatto territoriali si generano frizioni e motivi di conflitto. Nell’era della globalizzazione  si è ricominciato a credere possibili e utili guerre locali per risolverli e gravi conflitti, per ora  a bassa intensità, sono ormai endemici ai confini orientali e meridionali dell’Unione Europea.
 I popoli sembrano, come sempre, avere scarsa voce nella politica mondiale. Ci siamo abituati a considerare principalmente le personalità che le dominano, giunte ai vertici delle più grandi confederazioni di potere politico. Eppure le oligarchie che li dominano ne sono influenzate molto più che in passato, quando, organizzate in sistemi dinastici, li dominavano e basta. Mutamenti di massa di stili di vita possono cambiare le cose. Essi sono possibili anche a partire da realtà di prossimità. In un sistema globale basato sull’accaparramento del consenso dei  consumatori, nelle grandi guerre commerciali, un mutamento delle propensione al consumo può fare la differenza. Questo è sperimentale anche su piccola scala. Nel nostro quartiere si tentò di fascinare commercialmente la gente, cercando di farle vedere i benefici di un’edificazione intensiva sul pratone. Ci fu, anni fa, un’intensa attività di pubblicità in quel senso, forse alcuni lo ricordano. La gente la respinse ed avemmo il pratone  e poi il Parco delle Valli. Ma fui il consenso dei consumatori a consentire lo sviluppo del mercatino ad capo del parco, alla fine di via Conca d’Oro. I consumatori del quartiere, ad un certo punto, decisero di non essere più solo gregge.
  Quando i dirigenti delle nostre collettività religiose, anche in AC, iniziano a progettare l’azione sociale, non si sa bene dove vogliano andare a parare. Iniziano a parlare in ecclesialese, il gergo di quegli ambienti, e chi li capisce più? Si mantengono sul vago, in genere limitandosi all’analisi della situazione. Al dunque sembra che non sappiano che pesci pigliare. Sembrano stretti in limiti invisibili, timorosi di allargarsi. In realtà, anche se non credo se ne rendano conto, si tengono ancora nei limiti fissati all’azione sociale in religione dal vecchio Concordato concluso nel 1929 con il Mussolini, che vietava la politica alle istituzioni religiose. Ma quel Concordato è stato quasi completamente abrogato dagli accordi di revisione del 1984. Ora sono stati riconosciuti come campo proprio delle istituzioni religiose la promozione dell’uomo e il bene del Paese, vale a dire la politica (art.1 dell’Accordo di revisione 1984).
  Non bisogna illudersi: anche dialogando, non si resisterà al degrado senza azioni di  lotta, e non solo di lotta interiore. La politica  è anche questo. Ma nella nostra tradizione religiosa la lotta è stata prevalentemente intesa come  resistenza passiva. E la passività  del papato nel corso del fascismo storico gli è stata imputata come grave colpa, ma la sentenza dovrebbe estendersi a tutto il popolo italiano di quell’epoca, salvo che per i tempi dopo quella conversione di massa che consentì la Resistenza tra il ’43 e il ’45 e l’avvio di processi democratici. La dottrina sociale, fino dall’enciclica Le novità,  è stata avversa alle agitazioni di massa. Del resto essa è espressa da sovrani  assoluti.  Pensare la politica di popolo è la sfida di oggi anche in religione, ora che ci si propone di salvare il mondo  (è appunto questa la grande  politica, quella con la P  maiuscola).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli