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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 31 luglio 2017

Fare politica in spirito di carità

Fare politica in spirito di carità

 Quando il papa Achille Ratti, nel 1927, diceva agli universitari cattolici della FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, queste parole:
I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono, non debbano fare alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai suddetti argomenti, vengono a porre in se stessi le basi della buona, della vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quello della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è la suprema lex a cui devono esser rivolte le attività sociali. E così facendo essi comprenderanno e compieranno uno dei più grandi doveri cristiani, giacché quanto più vasto e importante è il campo nel quale si può lavorare, tanto più doveroso è il lavoro. E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere superiore.
non pensava alla politica democratica, a quella che oggi dobbiamo praticare in Italia.
   In Italia si era all’epoca del fascismo storico trionfante e da tempo si stava trattando per superare la questione romana, le pretese rivendicate dal papato sulla città di Roma e sull’Italia dopo la conquista militare del suo piccolo regno nell’Italia centrale, nel 1870, da parte del Regno d’Italia. A breve sarebbero stati compiuti due atti formali che avrebbero spinto i cattolici italiani alla collaborazione con le istituzioni del regime fascista italiano, in particolare nel sistema delle Corporazioni che organizzava, inquadrandole nel sistema statale, le forze del lavoro. Si tratta dei Patti Lateranensi, conclusi nel 1929 dal rappresentante del papa Ratti e dal capo del governo Benito Mussolini, in rappresentanza del Regno d’Italia, e dell’enciclica Il quarantennale, del 1931, in occasione dei quarant’anni dalla prima enciclica sociale contemporanea, la  Le novità, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci.
  Tuttavia presto gli universitari cattolici e gli aderenti al movimento di Azione cattolica denominato Laureati Cattolici, sorto tra i fucini laureati, i rami intellettuali  dell’Azione Cattolica, colsero l’opportunità del collegamento tra politica e carità, che rendeva lecito dal punto di vista dottrinale conciliare  quelle due dimensioni, per progettare un futuro dell’Italia diverso da quello prospettato dal fascismo e, in particolare, una politica democratica. Bisogna ricordare che quest’idea era stata  scomunicata all’inizio del secolo, dallo stesso papa della Le  novità, il Pecci, con l’enciclica Le gravi [controversie]  sociali, del 1901. Lo stesso magistero papale virò verso questa concezione democratica a partire dal 1944, quando, constatando la rovina dell’Italia causata dalla guerra mondiale in cui dal 1940 il Mussolini aveva portato la nazione al seguito del despota nazista Adolf Hitler, il papa Eugenio Pacelli, nel radiomessaggio natalizio del 1944, incoraggiò i cattolici sulla via della democrazia. La piena accettazione delle democrazia come regime politico maggiormente conforme allo spirito di carità si ebbe però molto più tardi, con l’enciclica Il centenario, diffusa nel 1991 dal papa Karol Wojtyla in occasione dei cento anni dall’enciclica Le novità. Tra il 1891 e il 1991 si è avuto un completo ribaltamento del magistero papale sulla democrazia, condannata addirittura come eretica all’inizio e alla fine proposta come regime politico più conforme alla dignità umana. Con il Wojtyla si ebbe invece una ripresa della polemica con il socialismo, che era molto forte nell’enciclica Le novità. Ma quanto a questo la situazione storica era molto diversa: nel 1891 il socialismo era in forte espansione, in particolare tra gli operai europei, mentre nel 1991 era in crisi terminale.
  Che significa questo nesso tra politica e carità, che secondo il magistero ci deve essere? Dipende da che cosa si intende per politica e per carità. Politica significa governo della società. Carità, in senso religioso secondo la nostra fede, è  far posto agli altri in un benevolo convito dove ce n’è per tutti. In spirito di carità religiosa non è lecito fare esclusioni: tutti  significa tutti. Prefigura un nuovo ordine mondiale. C’è appunto questo in due documenti normativi molto importanti in religione, le Costituzioni Luce per le genti  e  La gioia e la speranza  diffusi dal Concilio Vaticano 2°, tenutosi a Roma tra il 1962 e il 1965. Tra quei due poli c’è la democrazia, che significa  governo del popolo, ma anche  per il popolo e  mediante il popolo. E’ appunto questa la definizione che ne diede il presidente statunitense Abramo Lincoln in un celebre discorso tenuto a Gettysburg  nel 1863, durante fine la Guerra civile tra gli stati del nord e quelli del sud, inaugurando un cimitero militare:
[…]we here highly resolve that these dead shall not have died in vain—that this nation, under God, shall have a new birth of freedom—and that government of the people, by the people, for the people, shall not perish from the earth.
 Siamo fortemente determinati a far sì che questi morti  non siano morti invano, che questa nazione, al cospetto di Dio, abbia una rinascita di libertà, e che il governo del popolo, mediante il popolo e per il popolo non scompaia dalla terra.
  Nella concezione fascista  il popolo  era il popolo italiano, intesa come gente che era nata da italiani da generazioni e che per questo aveva un po’ la stessa faccia. Si pensava ad una razza  fascista, una variante umana italica, che in realtà non è mai esistita. L’altro giorno un politico, parlando di sostenere le famiglie italiane, ha detto che bisogna farlo perché la nostra razza  non scompaia: non se ne è reso conto, perché è una persona che politicamente vuole collocarsi in ambito democratico, ma ha sviluppato un’idea fascista. C’è questa concezione al fondo della decisione di attribuire la cittadinanza italiana a persone che abbiano nonni italiani, anche se non hanno altro legame con l’Italia, e addirittura di farle votare alle nostre elezioni politiche. L’altro giorno si è saputo che il ministro australiano Matt Canavan si è dovuto dimettere perché ha scoperto di avere anche  la cittadinanza italiana e in Australia non si può essere ministri avendo la doppia cittadinanza. Nel 2007 sua madre, nata da italiani, chiese e ottenne la cittadinanza italiana, così sembra che si diventato cittadino italiano, a sua insaputa, anche il figlio, appunto Matt Canavan, all’epoca venticinquenne. Ma è davvero andata così? Davvero non c’è stato necessità di altro? Sulla stampa sono state riportate queste dichiarazioni del ministro dimissionario: “Non sono nato in Italia, non ci sono mai stato e per quanto ne sappia non ho neanche mai messo piede nel consolato o nell’ambasciata italiana.  Sapevo che mia madre fosse diventata cittadina italiana, ma non avevo idea di esserlo anch’io, né avevo mai chiesto di diventarlo”.  Ecco dunque un signore australiano che è diventato italiano senza aver altro legame con l’Italia che i suoi nonni, per diritto di sangue. E da noi ci sono tantissimi ragazzi che  sono nati in Italia, parlano italiano, hanno studiato in Italia, pensano in italiano, agiscono come italiani,  amano l’Italia e gli italiani, vorrebbero con tutte le loro forze essere cittadini italiani e non possono diventarlo perché sono nati da stranieri. Per  condanna di sangue  sono esclusi, l’Italia non è loro, né per loro, né mediante loro. Non potranno votare da noi e se vanno in visita alla Camera dei deputati con la loro classe scolastica, come è accaduto, vengono cortesemente accompagnati alla porta. Il Canavan vi sarebbe invece ammesso, caso mai gli capitasse di passare per l’Italia, perché è anche  cittadino italiano. Avrebbe probabilmente bisogno dell’interprete per farsi capire bene, perché l’italiano che sa risale all’infanzia, se mai la madre gli ha parlato nella nostra lingua.
 “Noi il popolo degli Stati Uniti”, con si apre la Costituzione degli Stati Uniti d’America, entrata in vigore nel 1789, uno degli atti fondamentali della prima rivoluzione democratica moderna, quella statunitense, insieme alla Dichiarazione di Indipendenza nel 1776. Quel noi  non comprendeva la popolazione schiava, composta di genti africane deportate in America, che viveva negli Stati Uniti, una parte rilevante della popolazione residente. Ma neanche tutto il resto del mondo. Ma, con tutto ciò, era un atto lungimirante, che poteva prefigurare una rivoluzione molto più vasta, globale: in qualche modo i rivoluzionari statunitensi avevano parlato a nome dell’intera umanità, non solo di un  popolo,  ma di tutti  i popoli della Terra, quando avevano proclamato, nella loro Dichiarazione di indipendenza:
Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che si fondi su quei principi e che abbia i propri poteri ordinati in quella guisa che gli sembri più idoneo al raggiungimento della sua sicurezza e felicità.
  Non si può rivendicare il  diritto alla democrazia  senza riconoscerlo a tutti. Ne siamo consapevoli?
 Settant’anni di democrazia avanzata hanno inciso meno profondamente nella cultura popolare dei vent’anni del fascismo storico. Perché? La vera ragione è molto dura da accettare, specialmente per noi cattolici. E’ che fascismo e dottrina sociale si erano profondamente integrati e questo ha determinato una vera e propria tradizione, di genitori in figli, che è giunta anche tra noi. E qualche volta, quando si parla del buon cattolico, non ci si rende conto di tratteggiare la figura del fascista cattolico, approvata dal magistero ai tempi della compromissione con il regime fascista storico, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta. Lo si fa il più delle volte senza rendersene conto, ripetendo atteggiamenti che si sono imparati da piccoli, dai nostri genitori, i quali a loro volta li hanno imparati dai loro. Questa ideologia di  conciliazione  tra fede e fascismo si  è radicata fortemente nelle nostre genti di fede al tempo in cui l’Azione Cattolica, la potente agenzia culturale e politica  (oltre che naturalmente religiosa) creata dal papato nel 1906, si fascistizzò, ad eccezione dei suoi rami intellettuali, della FUCI  e dei Laureati Cattolici. Abbiamo, così, in qualche modo, succhiato il clerico-fascismo  con il latte delle nostre madri. Sarebbe possibile realizzare una tradizione democratica nella fede  altrettanto forte? Perché no? Tutto però dipende da che cosa, e soprattutto da chi, consideriamo per popolo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


  

martedì 25 luglio 2017

Comprendere gli esseri umani

Comprendere gli esseri umani

  Siamo stati abituati ad ascoltare molti pregiudizi sulla nostra fede, come quello che non comprenderebbe a fondo gli esseri umani. Invece è proprio il contrario ed è un vero miracolo: una dottrina proclamata da una schiatta di veterani reazionari da sempre, per scelta estranei alla vita dei più, che coglie così bene nel segno. Vi si può vedere addirittura un segno soprannaturale. Ne rimango sempre stupefatto. Va bene, non hanno inventato nulla, hanno imparato dalla vita, ma non è da tutti farlo. C’è qualcosa di più della semplice osservazione, come potrebbe fare un antropologo che gira per le varie società umana, prende appunti, fa domande, vede come fanno quelli in mezzo ai quali è capitato e poi ci ragiona su. Come lo possiamo chiamare? Compassione, empatia, simpatia, misericordia… Non è mai uno sguardo distaccato quello religioso perché prende le mosse da una conversione. Quando lo spirito, che è in noi e che non è solo la nostra mente, ci porta a desistere dai nostri istinti di antiche belve e ad accostarci agli altri in modo nuovo. E’ un comandamento nuovo  che si segue  e che avvince, ma non come le altre regole a cui si  è soggetti e che pesa obbedire: è un giogo leggero, anche se ne può andare di mezzo la vita. Perché chi perde la propria vita seguendo il comandamento nuovo la salverà, come è scritto.  
  E’ un papa reazionario, Achille Ratti, ad avere collegato politica e carità, in un discorso agli universitari della FUCI tenuto il 18 dicembre 1927:
I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono, non debbano fare alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai suddetti argomenti, vengono a porre in se stessi le basi della buona, della vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quello della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è la suprema lex a cui devono esser rivolte le attività sociali. E così facendo essi comprenderanno e compieranno uno dei più grandi doveri cristiani, giacché quanto più vasto e importante è il campo nel quale si può lavorare, tanto più doveroso è il lavoro. E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere superiore. È con questo intendimento che i cattolici e la Chiesa debbono considerare la politica; poiché la Chiesa e i suoi rappresentanti, in tutti i gradi di tal rappresentanza, non possono essere un partito politico, né fare la politica di un partito, il quale per natura sua attende a particolari interessi, o se pur mira al bene comune, sempre vi mira dietro il prisma di sue vedute particolari. Atteggiamento questo tanto più raccomandabile a giovani universitari che devono consacrarsi alla propria preparazione, senza la quale la loro futura attività non può essere né illuminata, né benefica. Come nel loro presente periodo essi attendono allo studio delle future professioni e non le esercitano, così anche per ciò che riguarda il viver sociale; essi devono ora attenersi al loro programma di preparazione, perché, quando prenderanno il loro posto nella società, possano poi dare a questa anche il contributo della buona, cristiana politica. 
  Abbiamo riflettuto bene su ciò che comporta? E’ la base di una vera e propria rivoluzione. Tradurre l’agàpe  in realtà sociale: niente di meno! Fare posto a tutti, perché si sa che la vita non è vita umana se si rinuncia ad anche uno solo degli altri intorno a noi.
  Parliamo di popolo  e ci sentiamo spaesati. Ma chi è questo popolo, riusciamo a figurarcelo? Se però parliamo di mondi sociali,  di un insieme di relazioni che creano il senso della vita e che si cercano e si conoscono continuamente tra loro e danno senso alla vita proprio nel cercarsi e incontrarsi, allora è diverso, perché vi è rappresentata la nostra vita. Siamo noi. Si parte dalle famiglie, al loro meglio naturalmente, quando non sono ancora sfigurate dalle convenzioni sociali e nascono da un cercarsi e un conoscersi, per incontrarsi, e allora sono innanzi tutto luoghi dell’anima, mondi vitali, come scriveva mio zio Achille. Perché non dovrebbe essere in tutto così? Questa l’utopia religiosa. Utopia però sarebbe un posto che non c’è, in un tempo che non viene mai. Ma tra gli esseri umani questo c’è già, lo si vive. Ma intorno c’è anche una realtà sociale che fa resistenza. Perché? La realtà dell’agàpe  ci è stata rivelata, ci si è imposta ad un certo punto, da un certo momento. Ci distoglie dalle nostre antiche e crudeli consuetudini naturali, pe cui pesce grosso mangia pesce piccolo. Non sono d’accordo con chi dice che le fedi religiose sono più o meno tutte uguali. Ma è vero che più o meno in tutte quelle che mi sono note si coglie questa aspirazione verso l’agàpe.  Ma poterla chiamare per nome? Nella nostra fede lo facciamo. Non  è questa una grande responsabilità?  Perla preziosa, tesoro nascosto, la definiamo con tanti paragoni. Si è spinti a lasciare tutto per conseguirla. E più si avanza negli anni, se si riesce anche ad avanzare in saggezza, questo diventa sempre più evidente.
  Non siamo macchine animate, pensanti: c’è in noi una realtà spirituale, che non è fantasia, ma, appunto, realtà, che ciascuno sperimenta. E’ attraverso lo spirito che entriamo in relazione con gli altri e costruiamo l’agàpe  in senso anche religioso.  I problemi sociali nascono più o meno tutti quando quella realtà viene negata, con vari argomenti e per varie ragioni. Ma fondamentalmente accade quando si vuole poter fare degli altri ciò che si vuole, farne docili strumenti della propria volontà. Qui viene però l’irriducibile obiezione religiosa che ha anche un valore politico. I papi storicamente immaginarono di essere plenipotenziari religiosi, vicari, in quel senso. Ma non riuscì loro granché bene. Furono storicamente sovrani mediocri, alcuni migliori degli altri, ma in genere mediocri. Penso che si possa trasferirli dai loro troni agli altari solo con una buona dose di immaginazione. Furono sovrani come tanti altri del loro tempo e anche prima e dopo di loro. Gli esseri umani posti sul trono in genere deludono, e ci si può fare poco, salvo prevedere procedure per la loro sostituzione senza esiti drammatici.  A questo appunto serve la democrazia, a porre un limite a qualsiasi potere. Ma i  papi, nell’indicare una sovranità celeste, nel relativizzare ogni altra sovranità, anche quella che si pretendeva fosse del popolo, funzionarono. Nessuno deve essere completamente in mani altrui. E ciò che non è agàpe  vale poco. Pervicacemente i papi da fine Ottocento proclamarono questa dottrina, che, nell'opera ostinata del cattolicesimo democratico, sovvertì, alla caduta dei fascismi storici, la bellicosa Europa di prima, creando un’Europa di pace, la nostra nuova Europa, fondata sul principio di sussidiarietà.
 Eccolo definito da un papa:
80. È vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche delle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle. 
81. Perciò è necessario che l'autorità suprema dello stato, rimetta ad associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe più che mai distratta ; e allora essa potrà eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le parti che a lei solo spettano, perché essa sola può compierle; di direzione cioè, di vigilanza di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità. Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo, che quanto più perfettamente sarà mantenuto l'ordine gerarchico tra le diverse associazioni, conforme al principio della funzione suppletiva dell'attività sociale, tanto più forte riuscirà l'autorità e la potenza sociale, e perciò anche più felice e più prospera la condizione dello Stato stesso. 
82. Questa poi deve essere la prima mira, questo lo sforzo dello Stato e dei migliori cittadini; mettere fine alle competizioni delle due classi opposte, risvegliare e promuovere una cordiale cooperazione delle varie professioni dei cittadini. 
[Dall’enciclica Il quarantennale, del 1931, diffusa dal papa Achille Ratti, regnante in religione come Pio 11°]
  Che cosa potrebbe esserci di più distante dal fascismo italiano totalitario, che imperava nel 1931? Eppure solo due anni prima, nel 1929, il papato aveva concluso un compromesso proprio con il capo del fascismo che venne immortalato mentre, nel palazzo del Laterano, firmava i documenti dei Patti Lateranensi.
  E’ per questo che noi cattolici non abbiamo mai avuto veramente cuore di separarci dai nostri papi, pur come essi sono, con i loro limiti umani, che tanto più vengono in evidenza negli esseri umani, ed anche nei sovrani religiosi,  quanto più  si giunge in alto. Sì, ci sono state anche altre grandi anime che si sono spese in quella stessa direzione. Ma in fondo è proprio la  dottrina sociale, il lavoro organizzato dai nostri papi, ad aver prodotto, con una svolta cultura importantissima, con riflessi politici, giuridici, istituzionali, sociali, la straordinaria realtà sociale della nostra nuova Europa, un fatto unico nella storia dell’umanità, mai visto prima. Non  è un caso, credo, che l’Unione Europa sia attualmente guidata dalla Germania governata da democristiani. Ora è in crisi, certo, ognuno è tentato di fare per sé, il miracolo sembra dissolversi. Si preferirebbe lasciare i sofferenti al loro destino, non si pensa si avere bisogno, non ci si sente diminuiti se mancano all’appello. Non è forse perché la capacità politica dei cattolico-democratici è venuta progressivamente meno e, allora, la politica è vista come lotta di tutti contro tutti per far prevalere gli interessi dei più forte, gli altri abbiano le briciole, stiano indietro e spilucchino ciò che cade dalle tavole dei ricchi? Uno spirito religioso si sente rimordere dentro. Ma se uno vuole farsi macchina sociale, antica belva, perché, nel suo spirito, non vede altra soluzione e, inoltre, i populisti gli confermano che effettivamente non c’è altra soluzione che essere, farsi, cattivi? Ed ecco che anche oggi, però, ci giunge la voce di un papa, il quale, pur con tutti i suoi limiti che egli nemmeno nega, tanto che non manca mai di chiederci di pregare per lui, ci richiama l’anima e lo spirito, l’agàpe e l’insegnamento del nostro antico Maestro, la giusta via. Dal male nasce solo il male: oggi tocca ad altri, domani toccherà a noi, come accade in natura quando le bestie invecchiano e allora vengono lasciate indietro e muoiono, sopraffatte da bestie più feroci di loro o semplicemente dalla natura, senza più nessuno a dare aiuto.
 Democrazia, carità, pace, persona e mondi vitali: tutto il nostro pensiero sociale ruota intorno a questo. Quando c’era il conflitto tra socialismo e capitalismo se ne parlava come di una terza via, una specie di  via di mezzo, ma non è così: è veramente un’altra via. Lì dove i mondi vitali, invece di confliggere, come vorrebbe la crudele legge della natura, si cercano, si incontrano, e nell’incontro, nella relazione, non nel conflitto, crescono e si arricchiscono.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

lunedì 24 luglio 2017

Capire la democrazia

Capire la democrazia

 Il pensiero sociale ispirato ai valori della nostra fede è arrivato a collegare pace e democrazia: si ritiene che il mantenimento della pace possa avvenire solo in un ordinamento democratico. Eppure questo nesso tra pace e democrazia è divenuto evidente solo in Europa a partire dalla caduta dei fascismi storici, dal 1945. Prima, e altrove anche successivamente, le democrazie non si sono mostrate particolarmente pacifiche e pacificanti. Un esempio di democrazia abbastanza bellicosa sono gli Stati Uniti d’America, la prima delle democrazie contemporanee, instaurata nei 1789, con l’entrata in vigore della Costituzione approvata nel 1787.
  Democrazia significa governo del popolo, ma che cos’è il popolo e come fa a governare? Di fatto il potere rimane nelle mani di una minoranza, per quanto legittimata da elezioni.  E che cosa ci assicura che il popolo  e i suoi rappresentanti prenderanno decisioni giuste? Le masse possono trasformarsi in belve, sotto l’influsso di chi riesce a dominarle. Lo avevano capito anche gli antichi greci, che furono i primi teorizzatori della politica. Infatti diffidavano della democrazia. Alcuni di loro avrebbero preferito dare il potere a dei sapienti.
 Erano democrazie i Comuni medievali, diffusisi in Europa nel Secondo millennio della nostra era e fino al Trecento, ed erano molto bellicosi.
  C’è qualcosa che è cambiato nell’Europa (Occidentale) del Secondo dopoguerra, per cui le democrazie sono divenute pacifiche? E’ successo proprio questo: è cambiato qualcosa nella concezione e nella pratica della democrazia. Ed è stata molto importante l’influenza delle ideologie e delle politiche sviluppate dai cattolici. La crisi delle democrazie europee è coeva dell’eclisse del pensiero e pratica della democrazia tra i cattolici: sono fatti avvenuti nella stessa epoca e certamente collegati.
  Parlo di pensiero cattolico, perché riconosco una specificità reale, che è nei fatti, non si tratta di mettere un’etichetta su cosa che si è formata in altro ambiente.
 All’origine delle democrazie contemporanee, dal Settecento, vi è l’idea di popolo e di legge: il popolo si dà le sue leggi, è quindi sovrano, e le impone a tutti. Attraverso delle procedure  il popolo  detta le   sue leggi: secondo questa concezione è in questo che consiste la democrazia. Si sostituisce agli antichi sovrani dinastici, quel complesso di autorità monarchiche (regna uno solo) o al più oligarchiche (il potere è del re e di un  senato  che con lui collabora) di prima, il popolo, vale a dire i suoi eletti. La legge del popolo limita tutti, si impone su tutti senza distinzione: è uguale  per tutti. Si  è uguali  perché tutti soggetti alla legge del popolo. Ma si è anche liberi, perché non si è più soggetti all’arbitrio altrui ma alla legge a cui tutti sono soggetti, che definisce i diritti e i doveri di tutti. Per tenere in piedi il sistema occorre anche imporsi doveri sociali, perché altrimenti non si sarebbe popolo, ma solo massa che si muove qua e là, a seconda delle emozioni che spazzano la gente come tempesta e la spingono. Ma anche questi doveri sono stabiliti dalla legge del popolo. Di fatto le leggi vengono scritte a fatte approvare da chi riesce a dominare le masse e così ad accaparrarsene i  consensi e il voto. In questo modo il potere del popolo, la democrazia, si può fare dispotica quanto il potere delle antiche monarchie. Il popolo può essere un sovrano dispotico. Si dice  popolo, ma sono gli strati sociali dominanti che legiferano: le guerre sono catastrofi per le masse di quelli che stanno peggio, perché da questi ultimi sono combattute nei posti più pericolosi e i vantaggi che dalle guerre si ricavano rapinando le ricchezze altrui  sono ripartiti in modo diseguale; tuttavia i conflitti vengono decisi da chi riesce a fare le leggi, da quegli strati dominanti che delle guerre possono beneficiare. Quindi le democrazie, secondo questo modello, non  sono in genere pacifiche.
  Il pensiero sociale cattolico, che poi si tradusse in una dottrina  sociale, non parte dall’idea di popolo sovrano. Nessuno può farsi sovrano, né uno solo, né pochi, né la maggioranza. Perché l’unico sovrano è in Cielo. L’atto di costituirsi sovrano  è in fondo sempre un arbitrio. Nasconde una prepotenza nei confronti degli altri esseri umani e del Cielo. Per cui, in definitiva, il lavoro politico del credente è sempre un rovesciare i potenti dai troni. La dottrina sociale non vede  il popolo, ma, più realisticamente,  un insieme di  formazioni sociali nelle quali ognuno ricava il senso della propria vita. Questo brulicare di formazioni, delle quali il papato aveva fatto esperienza nella seconda metà dell’Ottocento, descrivendola poi nella prima enciclica  sociale, la  Le novità, del 1891, costituisce un sistema di limiti sia verso l’alto, che verso gli individui, che intorno. A nessuna  sovranità deve essere permesso di abrogarlo. Ma anzi i poteri pubblici devono sorreggerlo, aiutarlo nel suo espandersi e, innanzi tutto, lasciare le formazioni sociali libere di operare per il bene universale, di tutti. Il principio di sussidiarietà. Perché appunto è questo, il bene universale, che distingue quelle esperienze sociali da altre tese a realizzare interessi privati, particolari, come le società che gestiscono imprese: ci si aiuta come fratelli nell’interesse di tutti,
Se uno cade, è sostenuto dall'altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov 18,19). [enciclica Le novità, n.37],
per un fine  “universale, perché è quello che riguarda il bene comune, a cui tutti e singoli i cittadini hanno diritto nella debita proporzione.” [enciclica Le novità, n.37]. E’ un fine  virtuoso  proprio perché ha di mira il bene comune, universale.
  E’ una visione di una società che cresce liberamente  dal basso, che non viene egemonizzata all’alto, da un qualche sovrano, sia pure esso  il popolo. E’ questo pluralismo incomprimibile, che i cattolico-democratici sono riusciti a inserire nella nostra Costituzione all’art.2, il limite più efficace a quella degenerazione del potere che porta alle guerre. In questa visione l’autorità opera secondo il principio di  sussidiarietà, che le vieta di inglobare tutta la società civile e di normarla dispoticamente a prescindere da essa. In una società brulicante di formazioni sociali virtuose e costantemente attive è difficile che gli interessi delle masse degli strati sociali inferiori possano venire completamente oscurati da chi detiene il potere, e che si decida di far guerra contro l’interesse dei più. L’interesse per la pace che è dei più contrasta efficacemente gli interessi bellicosi dei pochi. La politica delle masse non si manifesta saltuariamente di elezione in elezione, lasciando poi fare ai pochi che riescono a raggiungere il potere, ma è lavoro di continua generazione della società integrando gli individui che sempre richiede nuovi spazi e occasioni di bene ed è dunque azione continua in società. E’ limite che così si manifesta continuamente in società e che obietta a chi, giunto in alto, invita gli altri a farlo governare senza creare ostacoli, fino alle prossime elezioni.  Questo pluralismo è l’antidoto più efficace ad ogni potere che tenda a degenerare e a farsi assoluto, secondo la tentazione che è di ogni potere, anche in ambiente democratico, se non lo si contiene con limiti efficaci. Ma come evitare che il pluralismo sfasci la società? Occorre diffondere e sostenere un sistema di valori, primo tra tutti quello dell’agàpe, secondo il quale si ritiene che si debba far posto a tutti come in un lieto convito. Agàpe viene tradotto in italiano con  carità ed è per questo che nel pensiero sociale cattolico si sostiene che la politica  è una manifestazione di carità molto importante. Questa ideologia, di matrice sicuramente cattolica, il capolavoro dottrinale del papato romano dalla fine dell’Ottocento nonostante l’indole generalmente reazionaria dei singoli papi, è alla base dell’ordinamento politico della nostra nuova Europa. Ecco perché è così importante che i cattolici riprendano a ragionare e a fare di tirocinio di democrazia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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domenica 23 luglio 2017

Sperimentare nuove forme di democrazia

Sperimentare nuove forme di democrazia


  La democrazia come oggi la intendiamo, vale a dire come ordinamento  per l’universale partecipazione al potere politico sulla base di un sistema di valori umani, è esperienza piuttosto recente, risale infatti a circa due secoli fa,  a partire dall’Europa. Se ne sono avuto diverse concezioni, tutte molto diverse da quelle più antiche, ad esempio da quelle dell’antica Atene, dell’antica Roma o dei Comuni medioevali. Dalla fine della Seconda guerra mondiale si collegano democrazia e pace, nel senso che si ritiene che un ordine internazionale possa essere fondato solo su basi democratiche. Quest’idea è ancora più recente di quelle su cui si fonda la concezione moderna della democrazia: all’inizio non c’era e, anzi, le potenze democratiche si erano dimostrate storicamente piuttosto bellicose. Essa origina sostanzialmente dal pensiero cattolico. La troviamo nel primo documento nel quale il papato romano aprì alle concezioni democratiche, dandone anche una prima ideologia sua propria, il radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Eugenio Pacelli, in cui si legge, nel paragrafo intitolato Il problema della democrazia:
“[…] sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono [=richiedono] un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?
  Fu il punto di arrivo di una lunga evoluzione, mediata dall’azione politica dei cattolico-democratici, in particolare nella fase di ripensamento della politica europea prodottasi durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). All’inizio del secolo, invece, il papato, con le encicliche Le gravi controversie sulle questioni sociali (del 1901)  e Fin dal principio (1902) aveva condannato il pensiero e la politica democratici, considerando come eresia l’idea che potessero accordarsi con l’azione sociale ispirata dalla fede, vietando addirittura  ai sacerdoti di impegnarsi i movimenti  democratici-cristiani  e ai seminaristi di acculturarsi alla democrazia.
  Dal Settecento i processi democratici prendevano come loro soggetto attivo di riferimento  il popolo. C’era la convinzione che i sovrani degli antichi regimi non facessero gli interessi del popolo, non esprimessero la volontà del popolo. Si pensò di cambiare la situazione mediante nuove istituzioni che prevedessero una partecipazione del popolo, essenzialmente mediante elezioni di rappresentanti in organi più ristretti ai quali poi era attribuito di stabilire leggi  uguali per tutti. Questo sistema richiedeva maggiori spazi di libertà per la gente, che si voleva elevare dalla condizione di suddita a quella di cittadina. Nei primi ambienti democratici contemporanei, tuttavia, questa partecipazione aveva dei limiti piuttosto ristretti, a paragone con gli spazi che oggi sono consentiti. I periodi rivoluzionari avevano coinvolto le masse, ma al dunque, quando si trattò poi di prendere decisioni politiche nella gestione ordinaria delle nazioni, tutto andò diversamente. I sistemi elettorali posero in genere gravi limiti alla partecipazione delle classi più povere e incolte. Queste ultime erano però quelle che più risentivano dei disordini internazionali, in particolare delle guerre. La politica era fatta tuttavia dalla classi dominanti che non temevano le guerre, pensando di ricavarne profitti. Sembrava che un ordine pacifico internazionale fosse utopia da filosofi: l’aveva teorizzato, ad esempio, il filosofo illuminista Immanuel Kant (1724-1804), in un suo libretto intitolato La pace perpetua. Fatalmente ogni popolo sembrava finire per questionare con gli altri, in controversie non risolvibili che con la guerra, non essendovi un’autorità superiore universalmente riconosciuta. Ma chi era il popolo? Se ne ebbe a lungo un’immagine vaga e intellettualistica. Lo si concepì come un organismo che abitava la storia, un po’ come gli individui che lo componevano. Non se ne percepiva il pluralismo interno: fu lo sviluppo del pensiero sociologico, a partire da metà Ottocento, a metterlo in luce.
 Il pensiero cattolico, che non aveva il problema di definire il popolo come nuovo sovrano sociale in quanto riconosceva la sovranità, il potere supremo, ad un ordine soprannaturale del quale il papato era il rappresentante nel mondo, riuscì a rendersi conto di quel pluralismo, innanzi tutto perché iniziò a viverlo, nelle tante iniziative sociali che si svilupparono dalla metà dell’Ottocento, sugli esempi che venivano da altre parti d’Europa e, in particolare, per iniziativa del socialismo. Troviamo descritta questa realtà nella prima enciclica sociale  dell’era contemporanea, la  Le  novità  del papa Vincenzo Gioacchino Pecci, del 1891. Quest’ultima era volta essenzialmente a far prendere al papato il controllo di quel vasto e vivace movimento per indirizzarlo politicamente secondo gli interessi del papato in quel momento. E’ proprio per questo che inizialmente se ne vietarono gli sviluppi democratici-cristiani: la politica, in particolare la gestione delle relazioni con il Regno d’Italia da poco fondato, competevano al papato. In questa concezione i movimenti  presenti nella società erano apprezzati in particolare nel loro effetto di critica sociale  contro l’ordine liberale-borghese dominante.  A cavallo tra Ottocento e Novecento il papato aveva in corso con il  Regno d’Italia la cosiddetta  questione romana, vale a dire la rivendicazione del papato della restituzione del suo piccolo regno nel Centro d’Italia, comprendente anche Roma. La cosa non era più fattibile e alla fine il papato, nel 1929, contrattò con il Mussolini, che in quegli anni egemonizzava politicamente il Regno d’Italia, risarcimenti, altre restituzioni e un piccolo regno di quartiere a Roma, e considerò la faccenda conclusa onorevolmente così. Durante il fascismo il potenziale di critica sociale del movimento cattolico fu silenziato. In particolare ciò riguardò la nuova Azione Cattolica, fondata nel 1903 con una struttura di partito popolare che rapidamente realizzò una vastissima azione di educazione sociale delle masse, comprese quelle femminili. A differenza dei movimenti che l’avevano storicamente preceduta, radunati nell’Opera dei Congressi sciolta d’autorità del papato nel 1904, l’Azione Cattolica non aveva l’obiettivo della critica sociale. Venne concepita come strumento sociale e politico sotto lo stretto controllo del papato, in un’epoca in cui si cominciò a pensare a sanare la frattura con il Regno d’Italia. Sotto il fascismo italiano la critica sociale in Azione Cattolica fu ammessa, in genere, solo nelle organizzazioni intellettuali,  come la FUCI, gli universitari cattolici, e i Laureati Cattolici. E tuttavia, l’esperienza del fascismi storici europei e gli sviluppi che avevano preso gli eventi bellici dal 1943, con la prospettiva imminente di un nuovo ordine europeo, fecero recuperare al papato l’idea di una critica sociale mediante una società con ordinamento pluralistico, per ripristinare un ordine pacifico tra le nazioni. Si ritenne infatti che questa critica sociale in ambiente pluralistico sarebbe valso a contenere l’aggressività dei poteri politici dominanti. Questa intuizione si rivelò fondata. La nostra nuova Europa, che ha realizzato il periodo di pace internazionale più a lungo vissuto sul continente storicamente, si fondò proprio su questo, sull’idea di popoli  animati da formazioni sociali che consentissero l’emergere degli interessi anche degli strati più umili della popolazione, quelli che in genere venivano ignorati o al più strumentalizzati e che erano contrari allo sviluppo delle guerre. Questo è il sistema politico centrato sul principio di sussidiarietà, che è quando il potere politico non cerca di comprimere o strumentalizzare le realtà sociali più piccole, ma anzi le aiuta e le promuove, consentendone l’azione sociale, intervenendo solo quando la società non riesce a esprimere ciò che serve per il bene comune. Bisogna dire che, però, quando, a partire dagli anni ’70, la critica sociale interessò la stessa organizzazione religiosa, essa fu di nuovo scoraggiata. In un ambiente politico come quello italiano in cui tanta importanza aveva assunto l’azione sociale di quelle  formazioni sociali animate dalla nostra fede questo aprì la strada al populismo, che oggi è appunto il principale problema della politica italiana. Il populista conferma la gente nelle sue paure e nelle sue tentazioni, la spinge all’azzardo morale, a farsi ragione da sé a spese degli altri, confermando che questa è l’unica soluzione.  Lo fa per montare sulle spalle della gente e spingersi in alto, al potere. La gente però rimane in basso, perché non è più capace di critica sociale e decide senza ragionare, ma emotivamente, divenendo succube del populista. Una volta al potere il populista continuerà sulla stessa via, potendo però contare su una disponibilità di mezzi molto superiore. E’ per questa via che in Italia si sviluppò il fascismo storico, che, nella sua forma matura, si presentò come un populismo e richiedeva anzitutto  conformismo.
   I sociologi ci avvertono che ai tempi nostri il potere politico è cambiato. Non è più accentrato negli stati o in istituzioni pubbliche sovranazionali. E’ in primo luogo un fatto dell’economia, la quale, favorita da un complesso sistema di accordi internazionali, ha preso il controllo delle società globalizzate. Si è riprodotta una divisione tra classi sociali analoga a quella osservata nell’Ottocento: dall’economia globalizzata riceviamo tutti i beni materiali della vita e una buona parte di quelli immateriali, ma essa ci domina in un sistema di scambi diseguali, che finisce per favorire un’esigua minoranza. Da qui diseguaglianze sociali molto accentuate, e sempre più accentuate. L’economia ci spinge al conformismo, minacciando che in caso facessimo diversamente non arriverebbe più ciò che ci serve per vivere. Spinge a fare ognuno per sé e in questo modo, avendo di fronte non società ma individui socializzati, ci domina meglio, confermandoci in tutte le nostre paure e tentazioni: ed è una forma di populismo dai mille volti. Siccome ci siamo convinti che ognuno debba fare per sé per salvarsi, non abbiamo argomenti per rimproverare i padroni dell’economia quando, in tempi di crisi, tolgono le tende e fuggono con il loro tesoro, lasciando tra noi solo macerie materiali e umane.
  Questo nuovo sistema è intrinsecamente disordinato, caotico, preda degli appetiti egoistici dei gruppi economici maggiori, in grado di condizionare ormai intere nazioni. E allora da questo disordine è riemerso il pericolo di una guerra guerreggiata molto estesa, non più solo dei conflitti limitati che furono caratteristici dell’epoca della  guerra fredda  (1945-1991) tra statunitensi e sovietici. Anche l’Europa ne risulta coinvolta.
 La soluzione è riprendere a contrastare i populismi di ogni tipo attraverso la critica sociale condotta in formazioni sociali pluralistiche, secondo l’intuizione del pensiero sociale cristiano. E’ molto importante l’educazione alla politica, fin da molto piccoli, con forme di tirocinio. Si tratta di rinsaldare quel sistema di limiti e valori che costituisce l’essenza della democrazia avanzata contemporanea. Far uscire la gente dallo stato di massa, soggetta acriticamente all’influsso di ogni specie di populismo. E’ una nuova democrazia  che occorre progettare e realizzare, o meglio una democrazia adeguata ai nostri tempi, che vanno anzitutto ben compresi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


lunedì 17 luglio 2017

Costruire democraticamente le basi della convivenza in religione

Costruire democraticamente le basi della convivenza in religione


  Mi ha sempre stupito il malanimo con cui si sta insieme in religione. Ci si guarda in cagnesco e ci si sopporta a stento. Si sta prevalentemente con quelli della propria fazione. Praticamente in tutti gli ambienti che ho osservato è così. Fioriscono i pettegolezzi. E’ un male antico: se ne parla già nelle Scritture che risalgono alle prime nostre collettività di fede. Tra laici va peggio perché, in genere, si sa troppo poco di tutto. Viene a mancare una base comune. E’, questo della nostra incultura religiosa, un problema veramente generale, che periodicamente viene stigmatizzato. C’è proprio una letteratura che riporta gli strafalcioni e le baggianate che circolano. Tra i sapienti non è che le relazioni personali siano migliori: ci si detesta, però, sapendo bene perché, avendo chiare e distinte le ragioni per cui lo si fa. Ha quindi ragione il nostro parroco, quando sostiene che il vero problema è proprio quello di cominciare a volersi bene. E’ paradossale che sia così difficile in una fede in cui si parla tanto di agàpe, di benevolenza conviviale.
  Ciascuno entra in religione con la sua verità. Non ha poi tanta voglia di ascoltare quelle degli altri. Ma c’è poi la  verità? Come dubitarne? Sarebbe sorprendente che fosse diverso, dopo la serie infinita di conflitti su questioni di verità. Ai tempi nostri si è però più prudenti e si pone l’accento sulla ricerca  della verità, di generazione in generazione. Possiamo confidare, quindi, che la verità ci sia, ma non è nelle nostre mani, non la possediamo, non possiamo farne ciò che vogliamo, ne possiamo solo diventare discepoli. Infatti la  verità è di origine soprannaturale: così si pensa in religione. Ne abbiamo varie formulazioni, definizioni, che abbiamo tramandato nei due millenni della nostra storia, e praticamente ogni generazione di teologi ci ha messo mano, soprattutto nell’interpretazione e nelle rifiniture. Scrivono anche che ci sia una gerarchia delle verità, quindi un loro ordine per cui non hanno lo stesso grado di resistenza alle obiezioni e alle integrazioni. Ad esempio ne tratta un documento del Concilio Vaticano 2°, il Decreto sull’ecumenismo Ristabilire l’unità:  “[…]nel dialogo ecumenico i teologi cattolici, fedeli alla dottrina della Chiesa, nell'investigare con i fratelli separati i divini misteri devono procedere con amore della verità, con carità e umiltà. Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o «gerarchia » nelle verità della dottrina cattolica, in ragione del loro rapporto differente col fondamento della fede cristiana. Così si preparerà la via nella quale, per mezzo di questa fraterna emulazione, tutti saranno spinti verso una più profonda cognizione e più chiara manifestazione delle insondabili ricchezze di Cristo.  Ma parlare di  verità  complica un po’ le cose. Può sembrare che mettere una qualche  verità  un po’ più giù in classifica sia  relativizzarla. Oh, ecco il relativismo! Se però, per farci un’idea, parliamo di  definizioni, l’ansia diminuisce. Ho letto che anni fa san Karol Wojtyla parlò di epilessia a proposito di certi episodi evangelici che raccontavano di gente con la bava alla bocca, scossa da convulsioni  e via dicendo. Aggiunse che, in quelle condizioni, si poteva essere più esposti all’azione dei demòni, questo naturalmente per spiegare il contesto scritturistico, in cui si parlava di gente invasa da quegli esseri soprannaturali. Parlava un papa, ma questa cosa dell’epilessia che renderebbe più vulnerabili ai demòni non mi convince tanto. Non ne parlerei neanche come di una  verità. Del resto il santo non era un medico, ma un filosofo e teologo. Non mi faccio problemi a dissentire su quel tema. Do per certo, invece, che il Maestro si dedicasse a risanare gli ammalati e che collegasse questa sua azione benefica al suo insegnamento religioso.
  Ma in parrocchia non dobbiamo rifare un Concilio. Si è già provveduto. Né, preti a parte, siamo teologi. Abbiamo di solito un’immagine un po’ approssimativa delle  verità  della fede. Le conosciamo, non dico attraverso compendi, ma spesso attraverso sintesi di riassunti di compendi, per di più lette chissà quando. Infatti non di rado ce ne usciamo con opinioni discutibili, sulle quali però in genere, per amor proprio innanzi tutto, non accettiamo discussioni. E la carità e  umiltà consigliate sopra, dove sono? Siccome sappiamo poco di tutto, allora cerchiamo di tirare i preti dalla nostra parte; loro naturalmente resistono, e allora critichiamo anche loro. Fosse poi solo per le questioni che ammettono più opinioni! Ma sulla carità, come si fa a dissentire? Qui  siamo veramente molto in alto nella  gerarchia delle verità. Un papa ci dice: siate caritatevoli, soccorrete i fratelli in pericolo. Dico un papa. Fa il suo mestiere. E lo fa in linea con le Scritture e la Tradizione, il Magistero di sempre. Dov’è il tuo fratello? Ma a noi, a volte, pare eretico quando dice così. Quand’è però che i papi hanno mai detto qualcosa di diverso? E’ eretico rispetto all’opinione comune che consiglia di ributtare a mare  i sofferenti. Ecco che allora abbiamo rifatto in quattro e quattr’otto un Concilio, inaugurato una nuova dottrina, quella che approva chi sbotta “E che, sono il guardiano di mio fratello?”.
  In parrocchia dovremmo morderci la lingua tutte le volte che, da laici!, ci viene di scomunicare qualcun altro, di lanciargli conto l’antica invettiva  “Anàtema!”,  vale a dire “Maledetto!”,  come i saggi (si fa per dire) degli antichi Concili, che avevano la scomunica facile, ma comunque erano sapienti. Il passo successivo è infatti quello di indicare la porta in uscita a chi disapproviamo in quel modo.
 La gran parte del lavoro che da laici facciamo in parrocchia non mette in questione definizioni cruciali per la fede e questo, in particolare, quando programmiamo il lavoro da fare in società, ad esempio nel quartiere. Al fondo di quelle che appaiono controversie su verità in genere possiamo facilmente individuare ragioni politiche. E’ per questo che, in definitiva, ci si divide in religione. Ma la politica ha vie di risoluzione che sono diverse da quelle della teologia, che si occupa di definizioni relative a verità di vario livello. La base è accordarsi, con una specie di costituzione,  sul mantenimento di un ambiente di agàpe. In democrazia si esprime la stessa cosa dicendo che occorre rispettare la dignità e la libertà degli altri. Ogni potere abbia un limite, in estensione e durata. Nessuno deve cadere completamente in mani altrui. Nessuno deve essere costretto a svelarsi completamente, se non nel Sacramento della Confessione. Sia sempre consentito il dialogo e di seguire vie diverse se non pongano in pericolo l’agàpe.  Ogni giudizio sia sempre collegiale, ammettendo più voci.  Non si disprezzi mai chi è con carità e umiltà alla ricerca del vero e si sforza sinceramente di capire. Si sappia distinguere l’errore dall’errante, perché quest’ultimo è persona umana che mai e poi mai può essere privata, per qualsiasi motivo, della sua dignità.
  Naturalmente in questo lavoro la presidenza dell’apostolo è molto importante. Deve sapere mantenere un ambiente pluralistico. Ma con il tempo, con il consolidarsi di tradizioni democratiche, bisogna anche suscitare una resistenza collettiva alle degenerazioni che possono esserci, come in ogni collettività umana, quindi produrre una vera e propria tradizione in quel senso. E’ una conquista culturale. A volte si è troppo clero-dipendenti. E’ problema che si manifesta anche su scala maggiore. Cambia un papa e cambia il mondo religioso. Allora c’è la tentazione di colpire il pastore per disperdere il gregge. Ma, in fondo, è proprio il gregge che deve uscire da quella sua condizioni di gregge, per farsi collettività umana. A questo appunto servono i processi democratici, su grande e piccola scala.  
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




L’apostolo

L’apostolo

  Se osserviamo le molte e varie esperienze sociali che si sono fatte in religione secondo la nostra fede, possiamo facilmente renderci conto che, fin dalle origini, non è mai mancato, in ogni collettività, l’apostolo. Questo è accaduto, in genere, anche quando, nella fase di sperimentazione dopo il Concilio Vaticano 2°, in particolare negli anni ’70, si tentarono nuove forme di aggregazione. In particolare troviamo apostoli anche nelle comunità di base  che si costituirono a quell’epoca, venendo in genere scoraggiate o represse dall’autorità religiosa, e comunque emarginate. Di questo si possono dare varie spiegazioni. Una è di natura teologica ed è  che le nostre collettività religiose nascono  come apostoliche per volontà del Fondatore. Si può anche osservare che, quando una collettività si dà obiettivi che vanno al di là del benessere dei propri membri, si rendono necessari una ideologia, intesa come un sistema di concezioni, di pensiero, sviluppato secondo ragione, e dunque poi ideologi che mantengano la linea. L’ideologia religiosa si chiama  teologia  ed è molto complessa perché vuole estendersi all’intera umanità, che si è fatta molto complessa. Si è confrontata con tutti gli altri fatti sociali, con le altre culture, con le scienze e l’insieme delle sue risposte e spiegazioni va ormai molto oltre la capacità di assimilazione di un singolo individuo. E’ quindi, necessariamente, un’opera collettiva. Dunque, anche l’apostolato  lo è. Trattandosi di lavori  collettivi è chiaro che nessuno può farsi apostolo da sé. Chi tenta di farsi da solo apostolo, di solito delude sé stesso e gli altri. La qualità di una collettività e del suo lavoro verso gli altri dipende da quella dei suoi apostoli. Non è un partito preso, è una constatazione sul campo. Nella nostra confessione religiosa, l’apostolato è svolto principalmente dal clero, ed è di un buon livello. Se ne parla anche in termini più generici, come dell'attività di diffusione dei principi e costumi religiosi, e allora si cerca di coinvolgere più gente possibile. Ma l’apostolo propriamente detto ha un profilo caratteristico: tra le sue funzioni principali vi sono la presidenza di una certa collettività di fede, la formazione religiosa, e, molto importante, il  confermare  gli altri nella fede. Nessuno infatti può giudicare bene la propria vita di fede senza l’aiuto degli altri: facilmente ci si illude.
  Sulla via di rendere le istituzioni di base maggiormente  comunitarie, distaccandole dal modello della ASL dello spirito, di impresa di servizi religiosi, cercando di suscitare un maggiore coinvolgimento attivo dei fedeli, sorge il problema di come integrare il ruolo dell’apostolo in una collettività nella quale, per consentire la partecipazione di tutti, si sviluppano processi democratici. Tenendo però ben presente che, per il successo di questi ultimi, è essenziale mantenere integro e saldo il ruolo dell’apostolo. Infatti occorre che anche i processi democratici si svolgano nel quadro di una adeguata teologia, di una riflessione matura e valida su quel tipo di esperienza di fede, in modo da avere la conferma  che si tratti proprio della nostra fede, pur con tutti gli elementi di novità che si vogliono esprimere, secondo le esigenze dei tempi. Questa teologia non è alla portata di tutti, ma anche se una collettività fosse composta da persone molto più acculturate al pensiero teologico di come in genere si è nelle nostre realtà di base, nondimeno dell’apostolo ci sarebbe la necessità perché anche collettivamente e tra gente che ha studiato si possono prendere abbagli, specialmente in religione dove si tende a far molto conto su sogni e sognatori. Si ha sempre bisogno di almeno un  grillo parlante.
  Ma, quanto all’apostolo, bisogna dire che non si tratta propriamente di questa o quella persona, ma di un servizio. Non basta che ci sia uno che assuma quella funzione: deve essere stato mandato. Di modo che sembra che nessuno possa farsi apostolo da sé, né che possa essere la sola sua collettività di destinazione a sceglierselo, in particolare in un sistema organizzativo come quello della nostra confessione religiosa che prevede un ruolo molto importante del vescovo. Ormai sono in religione da molto tempo. So bene che i vescovi in genere alla fine deludono. In definitiva sono esseri umani, li carichiamo di eccessive aspettative, pretendiamo troppo da loro (la loro giornata è di ventiquattro ore come le nostre), e inoltre il sistema episcopale sconta tutti i problemi che sorgono nell’organizzazione feudale, sulla quale è modellato. Ma deludono molto meno gli apostoli  mandati  dai vescovi. Questo significa che questo sistema per cui i vescovi  ci mandano l’apostolo in genere funziona, a prescindere dalle sue motivazioni teologiche e salvo qualche occasionale infortunio. Posso dire, da ciò che mi è stato dato di constatare, che l’apostolo-fai-da-te,  autocostruito o  mandato  da altri organismi non fa la stessa riuscita e, di solito, presenta molte controindicazioni. C’entra naturalmente la formazione, veramente molto completa, che si dà oggi ai preti, prima di mandarli  ad una collettività. Ma non è solo questo. E’ una questione di limiti che si pongono all’autorità dell’apostolo. Se egli è mandato, il suo potere non è più illimitato. Un potere religioso illimitato, che ad esempio faccia diretto riferimento al Cielo, trovi lì la sua immediata giustificazione, in genere tende a degenerare. Questo è appunto il problema del potere che di fatto esercitano sugli altri i vari protagonisti di esperienze soprannaturali in cui qualcuno riceve direttamente, nel corso di una qualche visione, istruzioni dall’alto. Il potere dell’apostolo non è basato su questo. Certo, l’organizzazione apostolica in cui si è mandati  da un’autorità superiore non è democratica, ma, in quanto limite al potere religioso, rende poi possibile lo sviluppo di processi democratici per favorire una più intensa partecipazione dei fedeli alla vita delle collettività. Sembra un paradosso, ma non lo è. La democrazia è infatti un sistema di limiti, oltreché di valori. Tuttavia essa non sembra funzionare per limitare  l'arbitrio religioso: è quindi necessario farlo per via  apostolica.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

domenica 16 luglio 2017

Che portiamo al mondo?

Che portiamo al mondo?

 Ieri ho parlato di un libro di scritti di Enrico Bartoletti che avevo tra le mani, intitolato La Chiesa nel mondo, l’ultimo di un’opera in quattro volumi, del 1982.  Bartoletti morì nel 1976, da segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, l’istituzione che riunisce i vescovi italiani. Lo era diventato nel 1972. Si era agli inizi della fase di attuazione del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), al quale Bartoletti aveva partecipato. Chi ha studiato il suo lavoro concorda che il suo ruolo fu molto importante. Egli lo definì come quello di traghettare la Chiesa Italiana sulla sponda del Concilio. Fu scelto come segretario generale perché aveva iniziato a farlo con sapienza e efficacia già durante il Concilio, a Lucca, dove faceva il vescovo e poi  anche dopo, in particolare nel progettare il rinnovamento della catechesi. La raccolta di scritti a cui faccio riferimento inizia con un intervento del gennaio 1962 al Movimento dei Laureati Cattolici, un’organizzazione di Azione Cattolica che oggi, con maggiore autonomia organizzativa, si chiama MEIC - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale. Il Concilio era stato indetto pochi giorni prima. Dalla lettura si capiscono le attese che si ebbero verso il Concilio. Il discorso comincia appunto con il riferirsi ad un  carico di speranze e di attese. Ma Bartoletti chiarì anche che non si trattava di un inizio di una nuova stagione, ma della presa d’atto di un inizio  che c’era già stato, già si  viveva. Era un fatto buono? Bartoletti riteneva di sì. Occorreva però ripensare il modo di stare insieme e, innanzi tutto, le ragioni e il senso dello stare insieme, in religione: quindi serviva una adeguata teologia.
   Che cos’è la teologia? E’  ragionare sulla nostra fede collettiva, sulla religione e sulla liturgia, sullo stare insieme nella fede. Spesso si ha presente prevalentemente quella che si occupa di esporre le verità individuate e ritenute come fondamentali e come tali anche proclamate dall’autorità religiosa: la teologia dogmatica. Questo perché i catechismi, specialmente quelli per la formazione degli adulti, vi fanno molto riferimento. Ma la dogmatica  non è tutto. Si tratta anche di capire il senso religioso di ciò che si fa. E’ per questo che praticamente ogni attività umana ha una sua teologia. C’è, ad esempio, una teologia del lavoro, ma anche, ne ha parlato il nostro Padre Francesco qualche giorno fa in un intervento che ho trascritto su questo blog, una specie di teologia dell’ozio. Se ragioniamo sul senso dello stare insieme in religione i due aspetti sono presenti entrambi: la dogmatica  e la riflessione religiosa sul lavoro che si fa. Che relazioni ci sono tra di loro, qual è la più importante? Nasce prima la seconda:  i dogmi, infatti, le concezioni ritenute fondamentali e caratterizzanti della fede, ne sono sviluppi. Nella nostra confessione vengono proclamati d’autorità dai concilio e dai papi. Individuato un dogma, si cerca di farlo entrare nella tradizione e di trovargli anche precedenti in quella passata. Quindi l’altra teologia vi è soggetta. Ma ci sono anche sviluppi nei dogmi, successivi alla loro proclamazione, per approfondirne la comprensione. Ci lavorano la teologia dogmatica e l’altra teologia. E’ quello che è accaduto proprio nel Concilio Vaticano 2° su diversi temi, in particolare sulle ragioni,  il senso e il modo di essere delle nostre collettività di fede. Tra le leggi  date dal Concilio vi è infatti una grandiosa Costituzione dogmatica sulla Chiesa, denominata Luce per le genti dalle prime parole del suo testo: “Cristo è luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini della luce del Cristo che risplende nel volto della Chiesa”. Questa è dogmatica. Poi c’è la riflessione sul senso religioso del lavoro che si fa collettivamente: ad essa è dedicata un’altra grandiosa Costituzione, quella denominata La gioia e la speranza, che inizia così: Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.  L’intera mia vita di fede, così come quella dei miei coetanei credenti,  è stata  centrata su quei documenti. La prima vera acculturazione a quei testi la ebbi con la lettura degli scritti di Bartoletti, raccolti dal suo segretario Pietro Gianneschi, che oggi è parroco nella parrocchia di San Vito, nella diocesi di Lucca. E’ lui che mi prestò   i volumi di cui ho scritto ieri e oggi.
 Disse Bartoletti ai Laureati Cattolici, in quell’intervento del 1962:
[…] il Concilio sarà altresì, una nuova Pentecoste; più volte il Santo Padre ha parlato di ringiovanimento della Chiesa, di purificazione interiore, cioè, e conseguentemente di rinnovamento delle sue strumentazioni apostoliche, in faccia alla realtà nuova del mondo moderno da evangelizzare ed assumere.
  E li esortò a prepararsi al Concilio:
[…]Prepararsi  a comprendere la vastità dell’impegno della Chiesa intera, che si mette a confronto con la realtà del mondo, così vasta e sconcertante.
  Prepararsi a percepire i due termini di confronto, nella loro piena accezione, e nella loro dimensione esistenziale.
  Prepararsi, soprattutto, a realizzare quell’incontro, salvifico tra la Chiesa e il mondo che non può avvenire senza di noi o fuori di noi, essendo tutti, in maniera diversa, compresenti all’una e all’altra realtà, sì da costituire naturale elemento di congiunzione e strumento di penetrazione.
 Prepararsi; in modo da dare ciascuno modestamente il proprio contributo, oltreché di preghiera, anche di studio e di esperienza cristiana, presentando difficoltà e insuccessi, offrendo disponibilità e collaborazione.
 Quindi c’era nelle sue parole l’idea di un Concilio che non fosse solo un congresso di dignitari religiosi, ma che coinvolgesse tutte le persone di fede perché dessero anche un  contributo di studio e di esperienza cristiana. Perché, in fondo, che cosa si porta innanzi tutto al mondo, da persone di fede, nell’incontro? Portiamo noi stessi in quanto  partecipi di un’unità soprannaturale, di cui ci sforziamo di farci  tramite verso gli altri, verso il mondo, perché “Per analogia con Gesù Cristo - lui solo dà una giusta nozione della Chiesa che è il suo corpo  e la sua manifestazione terrestre - il divino è in esse sempre legato all’umano. Fino alla fine dei tempi la Chiesa rimane mistero di Dio e opera dell’uomo, un unico ministero di luce e d’ombre [Hans Kung, Il Concilio e il ritorno all’unità, 1961, citato da Bartoletti nel discorso ai Laureati Cattolici del 1962].
 Proseguì Bartoletti:
 […] è possibile fissare un momento storico della vita della Chiesa; per questo è doveroso, per noi cristiani, confrontarla col mondo e vedere i suoi rapporti con esso.
  E’ chiaro, la Chiesa non è il mondo e non è del mondo; ma pure vive nel mondo - Chiesa peregrinante - e vi è immersa secondo il piano stesso di Dio, come in cosa che le appartiene, appartenendo a Cristo, che la riconduce a sé.
  Ché, anzi, il mondo è nella Chiesa attraverso di noi, che del mondo portiamo la cultura e la mentalità, i problemi e le istanze, il male da redimere, il bene da soprannaturalizzare [=rendere manifesto il senso religioso del bene che c’è],
  Chiesa di uomini e Chiesa anche di peccatori, che cerchiamo in lei redenzione e salvezza.
  Per questo il cammino della Chiesa è tanto difficile nei secoli: essa deve stabilire il suo incontro col mondo, senza restare “mondanizzata” [livellata ad un gruppo sociale tra i tanti  e come tanti]portare la nostra debolezza, senza per questo rimanerne indebolita; attraversare la nostra opacità, senza per questo perdere la sua lucentezza.
  Sta di fatto che il volto della Chiesa, adeguatamente considerato in un momento della sua storia, è la risultante di questa duplice componente: il dono permanente di Dio e la risposta degli uomini.
  La realtà e la vita della Chiesa, oggi, scaturisce da una sorgente che è in Dio e nell’atto costitutivo di Cristo; ma è anche frutto della sua storia precedente, come dei rapporti che essa assume col mondo attuale, in una convergenza della libera cooperazione dei suoi membri all’azione liberissima e sempre nuova dello Spirito Santo.
   Sono passati cinquantadue anni dalla fine del Concilio Vaticano 2°. E allora? Che ne è stato delle attese e speranze che ne accompagnarono l’annuncio?
  Si è, in fondo, ancora appena agli inizi del lavoro che si era progettato. Ma non solo. Quello che si stava realizzando ha spaventato. Ad un certo punto si è sospesa d’autorità l’evoluzione. Ciò accadde durante il lungo regno religioso di san Karol Wojtyla. Così, l’organizzazione delle nostre collettività religiose non è molto cambiata da com’era negli anni Cinquanta: vi si sono solo affiancate  altre componenti che fanno prevalentemente vita propria. La teologia si è molto rinnovata e ha visto anche la comparsa di una generazione di teologhe. Ma la formazione religiosa delle masse è ancora piuttosto carente: e, in fondo, sembra che a volte si preferisca che rimangano quello che sono, masse appunto, che vanno dove si dice loro e fanno ciò che si richiede loro, secondo quello che è scritto nel foglietto  che viene distribuito nei grandi eventi  che i nostri capi religiosi periodicamente organizzano. Nelle parrocchie la situazione non è poi molto diversa da quella di sessant’anni fa e, in fondo, sono proprio i laici ad essere riottosi al cambiamento. I preti, i quali una volta erano tanto partecipi della vita sociale della nazione, spesso si sono spiritualizzati, non riescono a spiegare bene il senso religioso della vita civile,  e se vengono da altre nazioni conoscono poco i fedeli. Si sono scoraggiate le sperimentazioni, timorosi di perderne il controllo. L’altro giorno a Roma è morto Giovanni Franzoni, che fu benedettino, abate della comunità monastica di San Paolo fuori le mura e che partecipò con il rango di vescovo al Concilio Vaticano 2°, il più giovane tra i saggi che vi presero parte. Le sue sperimentazioni religiose furono duramente represse, perse tutto come maestro e capo religioso, salvo l’affetto della sua comunità di base  e di molti altri che lo stimavano.  Una storia che lo accomuna a molti altri brillanti  sperimentatori  sulla via tracciata dai saggi del Concilio, come ad esempio il teologo Kung citato da Bartoletti.
  I documenti del Concilio sono poco conosciuti. Si  è spesso insegnato a diffidarne pregiudizialmente, propinandoli con un'avvertenza simile a quella che si legge sui pacchetti di sigarette: "può nuocere grandemente alla salute dello spirito". Lo avverto tutta la volta che provo a parlarne. Si è spinti ad accontentarsi di  compendi  di dogmatica. Ma è proprio dalla formazione e dalla sperimentazione che bisognerebbe ripartire. Un maggior impegno dei laici richiede, in particolare,  lo sviluppo di procedure democratiche anche nelle collettività religiose: consiglio, nella formazione, di partire da una specie di teologia della democrazia. Ci può essere? Certo, perché possiamo trovare il senso religioso di ogni nostro bene.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

venerdì 14 luglio 2017

Noi e il mondo

Noi  e il mondo

  Nel 1982 fu pubblicata un’edizione in quattro volumi degli scritti di Enrico Bartoletti, segretario generale della Conferenza Episcopale italiana negli anni ’70, cruciali per l’attuazione dei principi enunciati durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Andai alla presentazione dell’opera, e un amico mi prestò  una copia di quei  libri. Confesso che sono rimasti sempre con me. In questo momento ho tra le mani il quarto volume intitolato La Chiesa nel mondo.
   L’ultimo Concilio produsse un grandioso mutamento di prospettiva nelle nostre relazioni religiose con  il  mondo, vale a dire con tutto ciò che c’è fuori degli spazi liturgici. Come sempre accade in queste cose, prima  venne la sperimentazione, la pratica, e poi ci si ragionò sopra in teologia.
 A che cosa serve lo stare insieme, in religione?
 A rendere presenti realtà soprannaturali, ci insegnano i teologi. Non accade solo nella liturgia, non è faccenda solo da preti. Il nostro lavoro di fedeli in società non è indifferente, non serve solo ad acquisire meriti  personali: si è segno  di realtà soprannaturali e loro strumento. Ci sono un metodo  e una  via che conducono ad esse e tutti i fedeli ne fanno parte e ne sono, quindi corresponsabili.
  Per certi versi, nei secoli precedenti le società religiose secondo la nostra fede venivano viste come un mondo a parte. Un sopra-mondo  nel quale era molto visibile il clero, organizzato al modo di un impero religioso con una propria gerarchia molto ben definita. Di questa organizzazione era membri a pieno titolo i membri degli istituti di vita consacrata, monaci e monache, frati e suore, con loro speciali ordinamenti. Poi c’erano tutto gli altri, semplicemente soggetti al potere altrui, ma solo per una parte delle loro vite, perché per il resto erano sudditi dei sovrani civili.  La presenza di tutti questi altri non caratterizzava l’insieme: ci fosse o non ci fosse, in fondo, era indifferente. Potevano esserci o non esserci, ma quel sopra-mondo andava avanti lo stesso. Si cercava di coinvolgerli come sudditi religiosi, perché la missione  consisteva, in definitiva, in questo. O anche  in questo? Il bene principale era considerato infatti mantenere integra l’organizzazione gerarchica, il suo spazio di libertà nei confronti dei sovrani civili, l’integrità dei suoi beni, la maggiore esenzione possibili dagli altri poteri, sotto i profili politico, fiscale, giurisdizionale. Questo, naturalmente,  per portare tutti al Cielo. La sola via  per ottenere quella salvezza  era quella di farsi sudditi religiosi. Ancora ai tempi nostri vi è traccia di questa concezione, quando si dice la Chiesa fa, la Chiesa dice,   e si intende riferirsi al papa e ai vescovi, e qualche volta anche ai preti e ai religiosi. In questa concezione sono molto importanti i diritti  dell’organizzazione religiosa, intesi come il complesso di libertà, proprietà  ed esenzioni riconosciute dalle autorità civili. Si viene a patti con i sovrani civili, attraverso  concordati,  o altri accordi simili tra autorità religiose e civili, si stabilisce una sorta di condominio  sui sudditi, e, una volta raggiunte queste intese, non si sta a sindacare, dal punto di vista religioso, le politica dei sovrani civili ai quali in questo modo ci si è federati. Decidono la guerra? In questo caso i diritti  che si rivendicano sono solo:  l’esenzione  di preti e religiosi dal combattimento e la libertà  di assistere spiritualmente i combattenti  e, in genere, i morenti, compresi i condannati dalle corti militari secondo il diritto di guerra (negli opposti eserciti belligeranti, nel caso di conflitti tra nazioni che seguissero la nostra fede). Lorenzo Milani, negli anni ’60, in una polemica con i cappellani  militari, i preti inquadrati militarmente nel nostro esercito, fece notare che ai preti e ai religiosi il Concordato  stipulato nel 1929 con il Regno d’Italia, e rimasto in vigore in epoca repubblicana, riconosceva il diritto all’obiezione di coscienza  che invece costava il carcere ai nostri fedeli che lo invocavano. Questo rende bene l’idea della situazione dell’epoca.
  Di solito, quando si racconta degli eventi del Concilio Vaticano 2°, e nella prassi parrocchiale lo si fa piuttosto di rado, si inizia con il dire che fu richiesto un maggiore impegno dei laici. Questo essenzialmente perché dei laici oggi si ha bisogno per integrare il lavoro dei preti, che sono sempre meno. Così però finisce che i laici appaiono come arruolati  nei ranghi parrocchiali o di altri settori dell’organizzazione religiosa come una specie di preti onorari, o di  vice preti, al modo in cui accadeva nel West, in Nord-America, in cui lo sceriffo  per certe emergenze poteva nominare dei vice.
  In realtà l’impegno nuovo dei laici progettato dai saggi dell’ultimo Concilio conseguì ad una nuova idea della missione religiosa, che troviamo in particolare in due documenti molto importanti approvati e diffusi dal Concilio Vaticano 2°, le Costituzioni Luce per le genti  e La gioia e la speranza. Si ritenne che per la fede non potesse essere indifferente come andava il mondo, anche dopo aver sistemato le questioni dei  diritti  dell’organizzazione religiosa.
 Occorre infatti:  consociare le forze, risanare le istituzioni e le condizioni del mondo,  se ve ne siano che  provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano le virtù (Cost. Luce per le genti, n.36). Ed è qui che entrano in campo i laici in una nuova posizione, con una nuova  dignità. Servono per questo lavoro di trasformazione del mondo secondo i principi di fede, che, nel gergo teologico,  viene espresso  con “trattare le cose temporali [vale a dire del mondo] ordinandole secondo i principi di fede”  (Cost. Luce per le genti  n. 31).  Devono essere competenti, certo, per questo devono essere  formati adeguatamente,  certo,  ma il loro compito non si esaurisce nell’essere  consulenti. Devono anche lavorare nella società, in spirito di dialogo fraterno con le altre sue componenti (Cost. La gioia e la speranza  n. 92) per il conseguimento del  bene comune  (Cost. La gioia e la speranza  n. 73).
 Perché:
 Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. (Cost. La gioia e la speranza  n. 1).
e:
 Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità  a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito (Cost. La Gioia e la speranza  n.3)
pertanto:
 Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico(Cost. La Gioia e la speranza  n.4)
  Quindi non “ci sono anche i laici, troviamo loro da fare”, ma “c’è un lavoro in società da fare in cui i laici sono indispensabili”.  Il nuovo ruolo dei laici avrebbe richiesto anche modifiche organizzative, che però non si riuscì, in gran parte, non dico a realizzare, ma proprio a progettare. Come è evidente dalla lettura della Costituzione Luce per le genti, le nostre collettività religiose sono rimaste ancora organizzate come un impero religioso feudale, secondo l’impostazione data loro tra l’Undicesimo e il Sedicesimo secolo,  e questo  pur nel contesto di una diversa teologia.
 Secondo le statistiche del 2014, i  battezzati nella nostra confessione religiosa sarebbero un miliardo e trecento milioni, circa il 17% della popolazione mondiale.  dei quali circa un milione sono preti, diaconi, monaci e monache, suore e frati, in questa quota compresi il papa e i vescovi. E’ una popolazione mondiale più o meno uguale a quella dell’attuale Repubblica popolare cinese. I due sistemi politici, quello nostro religioso e quello cinese presentano qualche somiglianza, anche se il secondo è molto più complesso. Fondamentalmente in entrambi il potere scende dall’alto. Non vi è ammessa la democrazia come la si intende in Europa. Nel primo, però, è tollerata nei sudditi una maggiore libertà ideologica, salvo che per i funzionari del clero e dei religiosi. Quando si viaggia su quei numeri, quella della democrazia è una vera sfida. Come tenere tutto insieme? Senza poi poter contare su di un apparato poliziesco come quelli degli stati.
 Certe volte si ha l’impressione che i nostri capi religiosi, tutti appartenenti al clero, vadano per la loro strada, come nei secoli passati. Parlano di noi, ma senza di noi. Noi parliamo loro della società e di noi, ma quelli sentono solo quello che vogliono sentire. Poi legiferano, ma noi obbediamo quello a cui ci sentiamo di obbedire. Noi e loro, poi, facciamo come se tutto andasse come deve. Perché, se si dovesse cambiare veramente, nulla sarebbe più come prima, nelle loro vite e nelle nostre vite, e per noi laici sarebbe molto più impegnativo di adesso. Così, in genere, ripieghiamo nel ruolo di sudditi, che fu del passato. Così però la religione diventa insignificante e inutile, un po’ la ciliegina sulla torta  delle nostre vite per il giorno della festa, come lamentano i nostri critici. Continuiamo a fare massa per garantire i diritti  della nostra organizzazione religiosa, le sue libertà, le sue proprietà  e le sue  esenzioni, e anche un ingente e automatico flusso di finanziamenti pubblici che, solo, consente di tenere in vita tutto l'apparato. Ma, fatto questo, non ci sentiamo veramente impegnati a molto di più.  E i principi di condivisione delle  gioie, speranza, dolori, tristezze e angosce? Il lavoro di trasformare il mondo  secondo i principi di fede? Ci passiamo un po’ sopra, non è così? Ecco che poi, ad esempio, sentiamo proclamare nella nostra politica il proposito “aiutiamoli a casa loro”, che significa in definitiva  respingere, e non ci sentiamo interpellati religiosamente, in questo non nostro rifiuto dell’impegno etico di condividere  sofferenze altrui.
  Va bene, questa è l’analisi. Che si fa?
  Proviamo a sperimentare dei cambiamenti. Quello che appare tanto difficile nel piccolo regno vaticano, nel quale la Curia appare come prigioniera del proprio ruolo storico e delle alte muraglie dietro cui è arroccata, può essere più facile in una realtà di prossimità come una parrocchia. Impariamo a praticarvi la democrazia, che non è solo metodo di conta per decidere chi ha vinto, ma anche e soprattutto sistema di valori. Impariamo a rendere conto  pubblicamente di ciò che facciamo. Se si progetta, poi si facciano bilanci dei risultati. Si discutano apertamente le modifiche da fare. In ogni cosa, anche a partire dai più giovani, si attivi la corresponsabilità. Contrastiamo la clericalizzazione dei laici. Rendiamo pubblici i conti della gestione e l’inventario.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli