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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 16 luglio 2017

Che portiamo al mondo?

Che portiamo al mondo?

 Ieri ho parlato di un libro di scritti di Enrico Bartoletti che avevo tra le mani, intitolato La Chiesa nel mondo, l’ultimo di un’opera in quattro volumi, del 1982.  Bartoletti morì nel 1976, da segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, l’istituzione che riunisce i vescovi italiani. Lo era diventato nel 1972. Si era agli inizi della fase di attuazione del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), al quale Bartoletti aveva partecipato. Chi ha studiato il suo lavoro concorda che il suo ruolo fu molto importante. Egli lo definì come quello di traghettare la Chiesa Italiana sulla sponda del Concilio. Fu scelto come segretario generale perché aveva iniziato a farlo con sapienza e efficacia già durante il Concilio, a Lucca, dove faceva il vescovo e poi  anche dopo, in particolare nel progettare il rinnovamento della catechesi. La raccolta di scritti a cui faccio riferimento inizia con un intervento del gennaio 1962 al Movimento dei Laureati Cattolici, un’organizzazione di Azione Cattolica che oggi, con maggiore autonomia organizzativa, si chiama MEIC - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale. Il Concilio era stato indetto pochi giorni prima. Dalla lettura si capiscono le attese che si ebbero verso il Concilio. Il discorso comincia appunto con il riferirsi ad un  carico di speranze e di attese. Ma Bartoletti chiarì anche che non si trattava di un inizio di una nuova stagione, ma della presa d’atto di un inizio  che c’era già stato, già si  viveva. Era un fatto buono? Bartoletti riteneva di sì. Occorreva però ripensare il modo di stare insieme e, innanzi tutto, le ragioni e il senso dello stare insieme, in religione: quindi serviva una adeguata teologia.
   Che cos’è la teologia? E’  ragionare sulla nostra fede collettiva, sulla religione e sulla liturgia, sullo stare insieme nella fede. Spesso si ha presente prevalentemente quella che si occupa di esporre le verità individuate e ritenute come fondamentali e come tali anche proclamate dall’autorità religiosa: la teologia dogmatica. Questo perché i catechismi, specialmente quelli per la formazione degli adulti, vi fanno molto riferimento. Ma la dogmatica  non è tutto. Si tratta anche di capire il senso religioso di ciò che si fa. E’ per questo che praticamente ogni attività umana ha una sua teologia. C’è, ad esempio, una teologia del lavoro, ma anche, ne ha parlato il nostro Padre Francesco qualche giorno fa in un intervento che ho trascritto su questo blog, una specie di teologia dell’ozio. Se ragioniamo sul senso dello stare insieme in religione i due aspetti sono presenti entrambi: la dogmatica  e la riflessione religiosa sul lavoro che si fa. Che relazioni ci sono tra di loro, qual è la più importante? Nasce prima la seconda:  i dogmi, infatti, le concezioni ritenute fondamentali e caratterizzanti della fede, ne sono sviluppi. Nella nostra confessione vengono proclamati d’autorità dai concilio e dai papi. Individuato un dogma, si cerca di farlo entrare nella tradizione e di trovargli anche precedenti in quella passata. Quindi l’altra teologia vi è soggetta. Ma ci sono anche sviluppi nei dogmi, successivi alla loro proclamazione, per approfondirne la comprensione. Ci lavorano la teologia dogmatica e l’altra teologia. E’ quello che è accaduto proprio nel Concilio Vaticano 2° su diversi temi, in particolare sulle ragioni,  il senso e il modo di essere delle nostre collettività di fede. Tra le leggi  date dal Concilio vi è infatti una grandiosa Costituzione dogmatica sulla Chiesa, denominata Luce per le genti dalle prime parole del suo testo: “Cristo è luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini della luce del Cristo che risplende nel volto della Chiesa”. Questa è dogmatica. Poi c’è la riflessione sul senso religioso del lavoro che si fa collettivamente: ad essa è dedicata un’altra grandiosa Costituzione, quella denominata La gioia e la speranza, che inizia così: Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.  L’intera mia vita di fede, così come quella dei miei coetanei credenti,  è stata  centrata su quei documenti. La prima vera acculturazione a quei testi la ebbi con la lettura degli scritti di Bartoletti, raccolti dal suo segretario Pietro Gianneschi, che oggi è parroco nella parrocchia di San Vito, nella diocesi di Lucca. E’ lui che mi prestò   i volumi di cui ho scritto ieri e oggi.
 Disse Bartoletti ai Laureati Cattolici, in quell’intervento del 1962:
[…] il Concilio sarà altresì, una nuova Pentecoste; più volte il Santo Padre ha parlato di ringiovanimento della Chiesa, di purificazione interiore, cioè, e conseguentemente di rinnovamento delle sue strumentazioni apostoliche, in faccia alla realtà nuova del mondo moderno da evangelizzare ed assumere.
  E li esortò a prepararsi al Concilio:
[…]Prepararsi  a comprendere la vastità dell’impegno della Chiesa intera, che si mette a confronto con la realtà del mondo, così vasta e sconcertante.
  Prepararsi a percepire i due termini di confronto, nella loro piena accezione, e nella loro dimensione esistenziale.
  Prepararsi, soprattutto, a realizzare quell’incontro, salvifico tra la Chiesa e il mondo che non può avvenire senza di noi o fuori di noi, essendo tutti, in maniera diversa, compresenti all’una e all’altra realtà, sì da costituire naturale elemento di congiunzione e strumento di penetrazione.
 Prepararsi; in modo da dare ciascuno modestamente il proprio contributo, oltreché di preghiera, anche di studio e di esperienza cristiana, presentando difficoltà e insuccessi, offrendo disponibilità e collaborazione.
 Quindi c’era nelle sue parole l’idea di un Concilio che non fosse solo un congresso di dignitari religiosi, ma che coinvolgesse tutte le persone di fede perché dessero anche un  contributo di studio e di esperienza cristiana. Perché, in fondo, che cosa si porta innanzi tutto al mondo, da persone di fede, nell’incontro? Portiamo noi stessi in quanto  partecipi di un’unità soprannaturale, di cui ci sforziamo di farci  tramite verso gli altri, verso il mondo, perché “Per analogia con Gesù Cristo - lui solo dà una giusta nozione della Chiesa che è il suo corpo  e la sua manifestazione terrestre - il divino è in esse sempre legato all’umano. Fino alla fine dei tempi la Chiesa rimane mistero di Dio e opera dell’uomo, un unico ministero di luce e d’ombre [Hans Kung, Il Concilio e il ritorno all’unità, 1961, citato da Bartoletti nel discorso ai Laureati Cattolici del 1962].
 Proseguì Bartoletti:
 […] è possibile fissare un momento storico della vita della Chiesa; per questo è doveroso, per noi cristiani, confrontarla col mondo e vedere i suoi rapporti con esso.
  E’ chiaro, la Chiesa non è il mondo e non è del mondo; ma pure vive nel mondo - Chiesa peregrinante - e vi è immersa secondo il piano stesso di Dio, come in cosa che le appartiene, appartenendo a Cristo, che la riconduce a sé.
  Ché, anzi, il mondo è nella Chiesa attraverso di noi, che del mondo portiamo la cultura e la mentalità, i problemi e le istanze, il male da redimere, il bene da soprannaturalizzare [=rendere manifesto il senso religioso del bene che c’è],
  Chiesa di uomini e Chiesa anche di peccatori, che cerchiamo in lei redenzione e salvezza.
  Per questo il cammino della Chiesa è tanto difficile nei secoli: essa deve stabilire il suo incontro col mondo, senza restare “mondanizzata” [livellata ad un gruppo sociale tra i tanti  e come tanti]portare la nostra debolezza, senza per questo rimanerne indebolita; attraversare la nostra opacità, senza per questo perdere la sua lucentezza.
  Sta di fatto che il volto della Chiesa, adeguatamente considerato in un momento della sua storia, è la risultante di questa duplice componente: il dono permanente di Dio e la risposta degli uomini.
  La realtà e la vita della Chiesa, oggi, scaturisce da una sorgente che è in Dio e nell’atto costitutivo di Cristo; ma è anche frutto della sua storia precedente, come dei rapporti che essa assume col mondo attuale, in una convergenza della libera cooperazione dei suoi membri all’azione liberissima e sempre nuova dello Spirito Santo.
   Sono passati cinquantadue anni dalla fine del Concilio Vaticano 2°. E allora? Che ne è stato delle attese e speranze che ne accompagnarono l’annuncio?
  Si è, in fondo, ancora appena agli inizi del lavoro che si era progettato. Ma non solo. Quello che si stava realizzando ha spaventato. Ad un certo punto si è sospesa d’autorità l’evoluzione. Ciò accadde durante il lungo regno religioso di san Karol Wojtyla. Così, l’organizzazione delle nostre collettività religiose non è molto cambiata da com’era negli anni Cinquanta: vi si sono solo affiancate  altre componenti che fanno prevalentemente vita propria. La teologia si è molto rinnovata e ha visto anche la comparsa di una generazione di teologhe. Ma la formazione religiosa delle masse è ancora piuttosto carente: e, in fondo, sembra che a volte si preferisca che rimangano quello che sono, masse appunto, che vanno dove si dice loro e fanno ciò che si richiede loro, secondo quello che è scritto nel foglietto  che viene distribuito nei grandi eventi  che i nostri capi religiosi periodicamente organizzano. Nelle parrocchie la situazione non è poi molto diversa da quella di sessant’anni fa e, in fondo, sono proprio i laici ad essere riottosi al cambiamento. I preti, i quali una volta erano tanto partecipi della vita sociale della nazione, spesso si sono spiritualizzati, non riescono a spiegare bene il senso religioso della vita civile,  e se vengono da altre nazioni conoscono poco i fedeli. Si sono scoraggiate le sperimentazioni, timorosi di perderne il controllo. L’altro giorno a Roma è morto Giovanni Franzoni, che fu benedettino, abate della comunità monastica di San Paolo fuori le mura e che partecipò con il rango di vescovo al Concilio Vaticano 2°, il più giovane tra i saggi che vi presero parte. Le sue sperimentazioni religiose furono duramente represse, perse tutto come maestro e capo religioso, salvo l’affetto della sua comunità di base  e di molti altri che lo stimavano.  Una storia che lo accomuna a molti altri brillanti  sperimentatori  sulla via tracciata dai saggi del Concilio, come ad esempio il teologo Kung citato da Bartoletti.
  I documenti del Concilio sono poco conosciuti. Si  è spesso insegnato a diffidarne pregiudizialmente, propinandoli con un'avvertenza simile a quella che si legge sui pacchetti di sigarette: "può nuocere grandemente alla salute dello spirito". Lo avverto tutta la volta che provo a parlarne. Si è spinti ad accontentarsi di  compendi  di dogmatica. Ma è proprio dalla formazione e dalla sperimentazione che bisognerebbe ripartire. Un maggior impegno dei laici richiede, in particolare,  lo sviluppo di procedure democratiche anche nelle collettività religiose: consiglio, nella formazione, di partire da una specie di teologia della democrazia. Ci può essere? Certo, perché possiamo trovare il senso religioso di ogni nostro bene.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

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