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lunedì 17 luglio 2017

Costruire democraticamente le basi della convivenza in religione

Costruire democraticamente le basi della convivenza in religione


  Mi ha sempre stupito il malanimo con cui si sta insieme in religione. Ci si guarda in cagnesco e ci si sopporta a stento. Si sta prevalentemente con quelli della propria fazione. Praticamente in tutti gli ambienti che ho osservato è così. Fioriscono i pettegolezzi. E’ un male antico: se ne parla già nelle Scritture che risalgono alle prime nostre collettività di fede. Tra laici va peggio perché, in genere, si sa troppo poco di tutto. Viene a mancare una base comune. E’, questo della nostra incultura religiosa, un problema veramente generale, che periodicamente viene stigmatizzato. C’è proprio una letteratura che riporta gli strafalcioni e le baggianate che circolano. Tra i sapienti non è che le relazioni personali siano migliori: ci si detesta, però, sapendo bene perché, avendo chiare e distinte le ragioni per cui lo si fa. Ha quindi ragione il nostro parroco, quando sostiene che il vero problema è proprio quello di cominciare a volersi bene. E’ paradossale che sia così difficile in una fede in cui si parla tanto di agàpe, di benevolenza conviviale.
  Ciascuno entra in religione con la sua verità. Non ha poi tanta voglia di ascoltare quelle degli altri. Ma c’è poi la  verità? Come dubitarne? Sarebbe sorprendente che fosse diverso, dopo la serie infinita di conflitti su questioni di verità. Ai tempi nostri si è però più prudenti e si pone l’accento sulla ricerca  della verità, di generazione in generazione. Possiamo confidare, quindi, che la verità ci sia, ma non è nelle nostre mani, non la possediamo, non possiamo farne ciò che vogliamo, ne possiamo solo diventare discepoli. Infatti la  verità è di origine soprannaturale: così si pensa in religione. Ne abbiamo varie formulazioni, definizioni, che abbiamo tramandato nei due millenni della nostra storia, e praticamente ogni generazione di teologi ci ha messo mano, soprattutto nell’interpretazione e nelle rifiniture. Scrivono anche che ci sia una gerarchia delle verità, quindi un loro ordine per cui non hanno lo stesso grado di resistenza alle obiezioni e alle integrazioni. Ad esempio ne tratta un documento del Concilio Vaticano 2°, il Decreto sull’ecumenismo Ristabilire l’unità:  “[…]nel dialogo ecumenico i teologi cattolici, fedeli alla dottrina della Chiesa, nell'investigare con i fratelli separati i divini misteri devono procedere con amore della verità, con carità e umiltà. Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o «gerarchia » nelle verità della dottrina cattolica, in ragione del loro rapporto differente col fondamento della fede cristiana. Così si preparerà la via nella quale, per mezzo di questa fraterna emulazione, tutti saranno spinti verso una più profonda cognizione e più chiara manifestazione delle insondabili ricchezze di Cristo.  Ma parlare di  verità  complica un po’ le cose. Può sembrare che mettere una qualche  verità  un po’ più giù in classifica sia  relativizzarla. Oh, ecco il relativismo! Se però, per farci un’idea, parliamo di  definizioni, l’ansia diminuisce. Ho letto che anni fa san Karol Wojtyla parlò di epilessia a proposito di certi episodi evangelici che raccontavano di gente con la bava alla bocca, scossa da convulsioni  e via dicendo. Aggiunse che, in quelle condizioni, si poteva essere più esposti all’azione dei demòni, questo naturalmente per spiegare il contesto scritturistico, in cui si parlava di gente invasa da quegli esseri soprannaturali. Parlava un papa, ma questa cosa dell’epilessia che renderebbe più vulnerabili ai demòni non mi convince tanto. Non ne parlerei neanche come di una  verità. Del resto il santo non era un medico, ma un filosofo e teologo. Non mi faccio problemi a dissentire su quel tema. Do per certo, invece, che il Maestro si dedicasse a risanare gli ammalati e che collegasse questa sua azione benefica al suo insegnamento religioso.
  Ma in parrocchia non dobbiamo rifare un Concilio. Si è già provveduto. Né, preti a parte, siamo teologi. Abbiamo di solito un’immagine un po’ approssimativa delle  verità  della fede. Le conosciamo, non dico attraverso compendi, ma spesso attraverso sintesi di riassunti di compendi, per di più lette chissà quando. Infatti non di rado ce ne usciamo con opinioni discutibili, sulle quali però in genere, per amor proprio innanzi tutto, non accettiamo discussioni. E la carità e  umiltà consigliate sopra, dove sono? Siccome sappiamo poco di tutto, allora cerchiamo di tirare i preti dalla nostra parte; loro naturalmente resistono, e allora critichiamo anche loro. Fosse poi solo per le questioni che ammettono più opinioni! Ma sulla carità, come si fa a dissentire? Qui  siamo veramente molto in alto nella  gerarchia delle verità. Un papa ci dice: siate caritatevoli, soccorrete i fratelli in pericolo. Dico un papa. Fa il suo mestiere. E lo fa in linea con le Scritture e la Tradizione, il Magistero di sempre. Dov’è il tuo fratello? Ma a noi, a volte, pare eretico quando dice così. Quand’è però che i papi hanno mai detto qualcosa di diverso? E’ eretico rispetto all’opinione comune che consiglia di ributtare a mare  i sofferenti. Ecco che allora abbiamo rifatto in quattro e quattr’otto un Concilio, inaugurato una nuova dottrina, quella che approva chi sbotta “E che, sono il guardiano di mio fratello?”.
  In parrocchia dovremmo morderci la lingua tutte le volte che, da laici!, ci viene di scomunicare qualcun altro, di lanciargli conto l’antica invettiva  “Anàtema!”,  vale a dire “Maledetto!”,  come i saggi (si fa per dire) degli antichi Concili, che avevano la scomunica facile, ma comunque erano sapienti. Il passo successivo è infatti quello di indicare la porta in uscita a chi disapproviamo in quel modo.
 La gran parte del lavoro che da laici facciamo in parrocchia non mette in questione definizioni cruciali per la fede e questo, in particolare, quando programmiamo il lavoro da fare in società, ad esempio nel quartiere. Al fondo di quelle che appaiono controversie su verità in genere possiamo facilmente individuare ragioni politiche. E’ per questo che, in definitiva, ci si divide in religione. Ma la politica ha vie di risoluzione che sono diverse da quelle della teologia, che si occupa di definizioni relative a verità di vario livello. La base è accordarsi, con una specie di costituzione,  sul mantenimento di un ambiente di agàpe. In democrazia si esprime la stessa cosa dicendo che occorre rispettare la dignità e la libertà degli altri. Ogni potere abbia un limite, in estensione e durata. Nessuno deve cadere completamente in mani altrui. Nessuno deve essere costretto a svelarsi completamente, se non nel Sacramento della Confessione. Sia sempre consentito il dialogo e di seguire vie diverse se non pongano in pericolo l’agàpe.  Ogni giudizio sia sempre collegiale, ammettendo più voci.  Non si disprezzi mai chi è con carità e umiltà alla ricerca del vero e si sforza sinceramente di capire. Si sappia distinguere l’errore dall’errante, perché quest’ultimo è persona umana che mai e poi mai può essere privata, per qualsiasi motivo, della sua dignità.
  Naturalmente in questo lavoro la presidenza dell’apostolo è molto importante. Deve sapere mantenere un ambiente pluralistico. Ma con il tempo, con il consolidarsi di tradizioni democratiche, bisogna anche suscitare una resistenza collettiva alle degenerazioni che possono esserci, come in ogni collettività umana, quindi produrre una vera e propria tradizione in quel senso. E’ una conquista culturale. A volte si è troppo clero-dipendenti. E’ problema che si manifesta anche su scala maggiore. Cambia un papa e cambia il mondo religioso. Allora c’è la tentazione di colpire il pastore per disperdere il gregge. Ma, in fondo, è proprio il gregge che deve uscire da quella sua condizioni di gregge, per farsi collettività umana. A questo appunto servono i processi democratici, su grande e piccola scala.  
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




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