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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 9 luglio 2017

Grandi orizzonti

Grandi orizzonti

  Quando fu eletto papa Karol Wojtyla, nell’ottobre del 1978, ci trovammo in mezzo alla grande storia. Questo mentre il laicato italiano era prevalentemente occupato in faccende di rilevanza molto minore, nazionale. I  movimenti  della destra religiosa, quelli che volevano riportare le nostre collettività di fede ai tempi del papa Eugenio Pacelli, a prima del Concilio Vaticano 2°, battagliavano con i cattolico-democratici accusandoli dell’apparente dispersione della gente di fede, in particolare della crisi del nostro associazionismo. Si proseguì così per gran parte degli anni ’80, finché il mondo cambiò e sulle nostre collettività di fede scese una lunga era glaciale, in cui tutto fu silenziato, sospeso. Tutto fu sostituito dalla stupefatta adesione al magistero religioso e politico del Wojtyla, attorno al quale si costruì la leggenda che fosse l’artefice principale del crollo dell’impero sovietico. Come resistergli?
   Di quella storia fui testimone: ho l’età per esserlo e mi interessava molto.
   Il lungo regno religioso del Wojtyla fu caratterizzato da un attivismo politico internazionale intensissimo, al modo dei Papi della prima metà del secondo Millennio. Egli, profondo conoscitore della situazione politica dell’Europa orientale caduta sotto il dominio del sistema sovietico, aveva intuito la metamorfosi incipiente dei comunismi dell’Europa orientale, analoga e parallela a quella che si stava producendo anche in quelli dell’Europa occidentale. All’inizio degli anni ’80 ci credevano in pochi.  Egli si illudeva che ciò avrebbe aperto opportunità alla vita di fede: come ora sappiamo, in questo si sbagliava.
  Per capire il senso dei suoi orizzonti si possono leggere le sue encicliche politiche, la “Il Redentore dell’uomo”, la  “Lavorando” e la “Il Centenario”, quest’ultima per commemorare il secolo dalla prima enciclica  della dottrina sociale contemporanea, la “Le novità”, del 1891.  Erano grandi orizzonti, anche se centrati prevalentemente sull’Europa. Wojtyla previde che nel giro di pochi anni l’Europa si sarebbe unificata, sarebbe stata rimossa quella che Winston Churchill chiamò “cortina di ferro”, il confine corazzato e non oltrepassabile  che divideva le nazioni europee dominate dal capitalismo di tipo Occidentale da quelle dominate dall’economica collettivistica sul modello sovietico.
  Il Wojtyla non mancò certo di criticare il consumismo occidentale e lo sfruttamento dei lavoratori in ambiente capitalista. Ma, come osservano i suoi biografi [chi voglia approfondire può leggere  di Andrea Riccardi, Giovanni Paolo II, la biografia], egli fondamentalmente apparteneva al mondo comunista; il suo assillo principale era di ricongiungere quel mondo, il suo mondo, all’altra parte dell’Europa, che era dominata dal capitalismo, ciò che non poteva farsi senza abbattere l’economia comunista e i sistemi politici comunisti:   era per questo che, presentandosi  per la prima volta dopo la sua elezione ai fedeli in piazza San Pietro (tra i quali c’ero anch’io), ci disse di venire da un paese lontano,  “lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana.” Scrive Riccardi nel libro che ho citato (pag. 159):
“A Cracovia si soffriva la forzata lontananza dal cuore dell’Europa, proprio nella città che era divenuta  un punto di rifugio  della cultura polacca  nel  clima asburgico  e nel contatto con quella austro-tedesca. Un papa di Cracovia non è distante dal resto dell’Europa. Ma il papa viene da lontano non per la distanza geografica o culturale, ma perché appartiene al mondo comunista.
[…]
  L’utopia europea di Giovanni Paolo II si radica nella sua cultura che guarda all’Europa da quella particolare  giuntura  tra mondi che è la Polonia. Nell’enciclica Slavorum Apostoli [=Apostoli degli slavi; ci si riferisce ai santi Cirillo e Metodio], Giovanni Paolo II si definisce «il primo papa chiamato alla sede di San Pietro dalla Polonia e, dunque, dal mezzo delle nazioni slave». Il papa parla spesso di un’Europa che respira con «due polmoni», alludendo alla tradizione  occidentale e orientale (a questa espressione - disse a padre Duprey - lo aveva familiarizzato un suo professore di seminario). L’immagine dei «due polmoni» è del russo Viaceslav Ivanov, vicino a Solov’ev, esule a Roma, professore di letteratura russa al Pontificio Istituto Orientale. Ivanov, accostatosi al cattolicesimo senza abiurare l’ortodossia, morì a Roma nel 1949. E’ significativo che Giovanni Paolo II abbia ricevuto nel maggio 1983 i partecipanti  a un convegno su questo intellettuale russo.  In quell’occasione  ricorda le parole di Ivanov in una lettera del 1930, in cui affermava  di aver sofferto per la divisione «dall’altra metà di questo tesoro vivente di santità e grazia, e di respirare, per così dire, come un tisico con un solo polmone». Un cattolico, per il papa, «deve avere due polmoni, cioè quello orientale e occidentale.”
  Questo suo problema principale, riunire le due parti d’Europa portando l’oriente  verso l’occidente, portò Wojtyla a non comprendere l’evoluzione del socialismo dell’Europa occidentale, in particolare di quello italiano, e a diffidare di quello dell’America Latina. Trattò le questioni relative, per ciò che riguardava le collettività di fede, tagliando corto, senza accettare nessuna mediazione, costruendo un’angusta gabbia ideologica in cui volle rinchiudere la ricerca teologica, in particolare con l’imposizione normativa del  suo Catechismo della Chiesa cattolica,  del 1992-1997. A ciò si accompagnò una politica di severa polizia ideologica verso i dissenzienti tra il clero e i religiosi.
  L’azione politica del papa Wojtyla ebbe risvolti spettacolari in Polonia, con l’azione del partito-sindacato Solidarnosc,  che in fondo trovò il suo programma nelle encicliche Il Redentore dell’uomo  e  Lavorando. Le urgenze degli eventi polacchi portarono il Wojtyla piuttosto vicino all’amministrazione del presidente statunitense Ronald Reagan, espressa dalla destra politica. Ma vi furono contatti, e forse intese, anche con il comunista Michail Gorbacev, presidente dell’Unione Sovietica e ultimo segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica, negli anni ’80 impegnato in una profonda riforma del sistema sovietico, caratterizzata dai due principi della glasnost, che significa trasparenza, e della perestroika, che significa rinnovamento, ricostruzione. Il Gorbacev decise di non far intervenire le forze militari del Patto di Varsavia, l’alleanza tra gli stati comunisti dell’Europa orientale dominati dai sovietici, per bloccare gli sviluppi politici che si stavano rapidamente manifestando, e questo consentì la caduta dei regimi comunisti dell’Europa orientale e la riunificazione dell’Europa, in particolare della Germania, della quale fu protagonista il democristiano Helmut Kohl. La Germania riunificata fu il principale motore della costruzione dell’Unione Europea, che comprende anche stati che furono sotto il dominio dei sovietici e del comunismo di ispirazione marxista-leninista-staliniana, e ne è rimasta lo stato guida, con la democristiana Angela Merkel. Il disegno politico del Wojtyla si è così compiuto, anche se ciò che si sta manifestando negli stati dell’Europa orientale appare molto diverso dai suoi auspici religiosi.
  Mentre il Wojtyla era impegnato in questo grande disegno politico, che comprendeva anche la progettazione di un futuro democratico per gli stati usciti dai sistemi politici comunisti, secondo gli indirizzi dell’enciclica Il Centenario, le collettività di fede italiane svolsero ruoli marginali e prevalentemente centrati sui rivolgimenti italiani. I reazionari cercarono di accaparrarsi il favore del Papa, con un certo successo. Gli altri si chiusero in difesa, in particolare nella nuova Azione Cattolica uscita dall’attuazione del Concilio Vaticano 2° e intorno ad alcuni capi religiosi preminenti, come l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini. Dagli anni ’90 si ebbe la dispersione culturale e personale di tutto un mondo, quello del cattolicesimo-democratico, che era stato protagonista della travagliata marcia del cattolicesimo italiano verso la democrazia, da metà Ottocento fino all’inizio degli anni ’80. E questo proprio durante il regno di uno dei papi  più politici  di sempre.
  Dall’inizio del regno del nostro Padre Francesco, ci vengono esortazioni  a riprendere quel processo di acculturazione  e sviluppo verso la democrazia. L’altro ieri, in un’intervista, ha criticato le visioni distorte  di America, Russia, Cina e Corea del Nord. Questo implica un apprezzamento per la visione europea, non compresa tra quelle altre, negative. Ha detto che se non rafforziamo l’unità europea non conteremo nulla. Questo lo pensano in molti. In questa visione si va contro i nostri populismi  nazionali, marcatamente anti-europeisti. Anche Francesco viene di lontano, ma questa volta  veramente  di lontano. Sia in senso geografico che culturale. Sotto quest’ultimo profilo, nelle sue parole si sente l’eco delle molte voci che il Wojtyla volle silenziare d’autorità. Che fare, dunque?
 Mi piacerebbe che, questa volta, ai grandi orizzonti  del Papa ne corrispondessero anche di nostri.  Un lavoro che richiede di osservare, capire, progettare collettivamente e che può farsi anche a partire da realtà di prossimità come la parrocchia.
  Ai tempi del Wojtyla i fatti europei degli anni ‘80 ci colsero di sorpresa e, tutto sommato, non ci videro come protagonisti. Lo furono, invece, gli Stati Uniti d’America, ma non come azione di massa, come era avvenuto a cavallo tra gli anni ’60 e i ’70 con la stagione dei diritti civili,  ma prevalentemente come politica presidenziale, supportata da vari centri d’azione amministrativa e militare, ciò che si ripercosse con tutta evidenza, e negativamente,  su ciò che si produsse, su come l’evoluzione dal comunismo al capitalismo si realizzò in Europa Orientale e anche in Russia.
  Ora che invece l’Europa Unita, fra tante visioni distorte delle altre potenze mondiali, può diventare potenza umanitaria, il germe di un mondo nuovo, in fondo secondo gli auspici del nostro Padre Francesco, potremmo diventare molto più attivi, noi laici di fede, innanzi tutto cominciando a familiarizzarci con società e politica, in modo, innanzi tutto, da non ricadere nel desolante populismo subalterno, quello che rischia di farci diventare docile massa di manovra per ambiziosi spregiudicati, quello che vuole confermarci in tutte le nostre paure e tentazioni, rendendo ragionevole il diventare infami, abbandonando al proprio destino chi sta peggio, ripetendoci che non c’è altra via d’uscita e che non dobbiamo vergognarcene, perché o noi o loro. Non si tratta più, come ai tempi del Wojtyla, del  riunificare l’Europa per l’Europa stessa,  ma di potenziare il processo di unità europea per creare un agente di massa sufficiente per iniziare a riformare il mondo intero.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  


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