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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 7 luglio 2017

La Chiesa-stato

La Chiesa-stato

   L’organizzazione giuridica della nostra Chiesa-confessione religiosa è ancora quella di uno stato. Poco è cambiato sotto questo aspetto dopo il Concilio Vaticano 2°.  Sono state istituite nuove istituzioni di partecipazione, nelle quali hanno avuto posto anche i fedeli laici, ma esse contano poco: svolgono prevalentemente un lavoro di consulenza.
  Presentarsi come uno stato doveva servire a consentire al vertice della nostra confessione, denominato Santa Sede, che comprende il papato e gli organismi che con esso strettamente collaborano, la Curia, una libertà analoga a quella dei sovrani civili degli stati. Ai tempi nostri, però, anche gli stati devono accettare molte limitazioni al loro potere; invece il papato non le tollera, le subisce. Questo in quanto non riconosce ad alcun potere terreno la competenza a sindacare il suo. Di fatto gli eccessi del passato gli sarebbero impossibili proprio per quei limiti che vengono posti anche agli stati, ed anche a quelli maggiori, a quelli che hanno sostituito gli imperi  del passato.
 Questa organizzazione al modo di uno stato della nostra organizzazione religiosa è totalmente un portato culturale: potrebbe quindi essere cambiata senza alcuna conseguenza sui principi fondamentali della fede. Si tratta di una struttura veramente obsoleta che sta diventando anche inefficace. La misura dell’efficacia di un’organizzazione religiosa è data dalla sua capacità di influenza  sulle società civili, non più sul potere politico  al modo di quello che si esercita sugli stati. Ai tempi nostri il papato ha un minimo di potere politico e un massimo di influenza: non è mai stato, storicamente, tanto influente a livello globale, anche se, indubbiamente, nei secoli passati ha avuto un potere politico molto più rilevante di oggi, prevalentemente nei territori e sulle popolazioni dominati dagli europei.
 Il problema dell’ecumenismo, vale a dire di una collaborazione più stretta tra tutte le confessioni religiose della nostra fede, si riduce in massima parte al problema di riformare l’organizzazione al modo di uno stato della nostra confessione religiosa. Essa è l’ostacolo principale all’unità. Dagli anni ’60 se ne è presa sempre maggiore consapevolezza, ma si tratta di una struttura che resiste alla riforma proprio perché è fatta per questo, per resistere ad ogni tentativo di riforma.
  Alcuni dicono che è per l’organizzazione centralizzata e statalizzata, al modo di un impero religioso, che la nostra confessione ha resistito tanto a lungo. Altri dicono che ha resistito  nonostante  quella struttura. Chi ha ragione?
  In religione il problema  è quello che ognuno, in linea di principio, potrebbe pensarla come vuole, senza trovare troppi limiti nel richiamo alla realtà. Le nostre storie religiose sono piene di sogni  e di  sognanti. Come tenere insieme tutti? Si è posta la questione in termini di verità. Si suppone che ci sia una  verità e che ci debba essere una  e una sola  autorità che abbia il compito di proclamarla e anche di imporla. L’unicità  della verità trova una relazione con l’unicità  dell’autorità che la definisce e rende obbligatoria. Le due questioni vengono solitamente presentate insieme, quella veritativa  e quella  politica. Chi propone una riforma dell’organizzazione religiosa è accusato di attentare alla verità e, viceversa, chi discute di verità  è accusato di sedizione politica, di mettere in questione  il papato come unica  autorità che può proclamare la verità. Questo schema è alla base di tutti gli orrori della polizia politica religiosa perpetrati nel secondo millennio nella nostra confessione religiosa e, in particolare, dell’ultima persecuzione religiosa, compiuta quando già il potere religioso subiva pesanti limiti in ambiente democratico, vale a dire quella contro il modernismo, agli inizi del Novecento.
  Il principio di una soluzione è venuto proprio dagli sviluppi delle idee uscite dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Siamo tutti e sempre alla ricerca  della verità. Questo esonera il papato dall’Inquisizione ideologica e consentirebbe la riforma politica. L’ufficio di Curia che si dovrebbe occupare di definire la Dottrina della fede, e che esercita funzioni di polizia ideologica ormai solo sul clero e sui membri degli istituti di vita consacrata, potrebbe essere chiuso senza problemi, lasciando il campo ad un ruolo più esteso della Commissione Teologica Internazionale.
  La dimostrazione che l’organizzazione al modo di uno stato delle nostre collettività religiose non è essenziale per la nostra fede è sperimentale: le altre confessioni religiose della nostra stessa fede non pretendono di essere come  gli stati, non mandano e accreditano ambasciatori e rappresentanti all’Onu e all’Osce, non hanno mini-eserciti e mini-polizie, regimi fiscali privilegiati e via dicendo.
 I problemi di cui ho scritto si riflettono anche nelle realtà di prossimità, ad esempio nelle parrocchie. La parrocchia può essere vista come ufficio locale di uno stato  religioso o come comunità  partecipata: entrambe le due realtà sono oggi compresenti e poco coordinate, ma semplicemente affiancate.
 Di fatto le istituzioni comunitarie  hanno preso ad esercitare un’influenza su quelle gerarchico-statali. Si scrive che hanno avuto voce negli orientamenti del papato e anche nei conclavi, lì dove  senatori del Regno, perché i cardinali sono sostanzialmente questo, eleggono il nuovo imperatore religioso. Ma questa influenza si esercita in modo subdolo, occulto. Che ci sia lo dicono molti e bene informati, come e quando e dove non si sa bene. Non c’è da farsi illusione: una organizzazione che quella partecipazione contempli espressamente non potrà farsi senza riformare l’impero religioso.
 In una realtà locale come la parrocchia si possono tentare sperimentazioni del nuovo. Ma occorre innanzi tutto che il ruolo più attivo dei laici, che oggi comunque viene richiesto dalla gerarchia a prescindere da ogni altro problema, si accompagni a una più affidabile presa di coscienza dei contenuti della fede e dei problemi relativi. Noi laici sappiamo, in genere, troppo poco di tutto.  Siamo tentati dal farci affascinare dalla dimensione magica  della religione, da sogni  e sognanti. Nella formazione del prete si cerca invece di indurre visioni più realistiche. C’è un divario troppo grande tra la formazione dei laici e quella dei preti, per cui noi laici finiamo per dipendere dai preti, clericalizzandoci.  E’ lavoro che occorrerebbe iniziare fin dai molto giovani.
  Il primo obiettivo è la convivenza delle diversità e l’aderenza alla realtà. I sogni  sono in genere  sogni cattivi. Se non si rimane aderenti alla realtà la convivenza diventa rapidamente impossibile: ognuno vive nel proprio sogno.
  Dobbiamo essere capaci di rimanere insieme, nonostante le concezioni più diverse: è il metodo sinodale. Al fondo c’è l’esigenza dell’agàpe, il lieto convito in cui ce n’è per tutti e ognuno ha posto. Lo dobbiamo imparare a vivere senza un pastore-imperatore  che ci limiti, impedendoci di azzannarci l'un l'altro, mentre però ci possiede. Quest'ultimo metodo non funziona più in ambiente democratico. Partiamo dalle situazioni di vita reali, non da un qualche immaginario. Questo partire dalla realtà sociale è stato tentato fin dagli scorsi anni ’70 secondo il metodo delle  comunità di base  che è stato presentato come alternativo a quello parrocchiale – burocratico. In realtà occorre pensare a una mediazione culturale più avanzata, perché quello delle comunità di base  è un modello che mentre integra  i vicini   tende anche a  isolarli. Occorre sperimentare più a fondo su una spiritualità di universalità: è questo che occorre al tempo della globalizzazione  e delle grandi migrazioni umane intercontinentali.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli





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