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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 14 luglio 2017

Noi e il mondo

Noi  e il mondo

  Nel 1982 fu pubblicata un’edizione in quattro volumi degli scritti di Enrico Bartoletti, segretario generale della Conferenza Episcopale italiana negli anni ’70, cruciali per l’attuazione dei principi enunciati durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Andai alla presentazione dell’opera, e un amico mi prestò  una copia di quei  libri. Confesso che sono rimasti sempre con me. In questo momento ho tra le mani il quarto volume intitolato La Chiesa nel mondo.
   L’ultimo Concilio produsse un grandioso mutamento di prospettiva nelle nostre relazioni religiose con  il  mondo, vale a dire con tutto ciò che c’è fuori degli spazi liturgici. Come sempre accade in queste cose, prima  venne la sperimentazione, la pratica, e poi ci si ragionò sopra in teologia.
 A che cosa serve lo stare insieme, in religione?
 A rendere presenti realtà soprannaturali, ci insegnano i teologi. Non accade solo nella liturgia, non è faccenda solo da preti. Il nostro lavoro di fedeli in società non è indifferente, non serve solo ad acquisire meriti  personali: si è segno  di realtà soprannaturali e loro strumento. Ci sono un metodo  e una  via che conducono ad esse e tutti i fedeli ne fanno parte e ne sono, quindi corresponsabili.
  Per certi versi, nei secoli precedenti le società religiose secondo la nostra fede venivano viste come un mondo a parte. Un sopra-mondo  nel quale era molto visibile il clero, organizzato al modo di un impero religioso con una propria gerarchia molto ben definita. Di questa organizzazione era membri a pieno titolo i membri degli istituti di vita consacrata, monaci e monache, frati e suore, con loro speciali ordinamenti. Poi c’erano tutto gli altri, semplicemente soggetti al potere altrui, ma solo per una parte delle loro vite, perché per il resto erano sudditi dei sovrani civili.  La presenza di tutti questi altri non caratterizzava l’insieme: ci fosse o non ci fosse, in fondo, era indifferente. Potevano esserci o non esserci, ma quel sopra-mondo andava avanti lo stesso. Si cercava di coinvolgerli come sudditi religiosi, perché la missione  consisteva, in definitiva, in questo. O anche  in questo? Il bene principale era considerato infatti mantenere integra l’organizzazione gerarchica, il suo spazio di libertà nei confronti dei sovrani civili, l’integrità dei suoi beni, la maggiore esenzione possibili dagli altri poteri, sotto i profili politico, fiscale, giurisdizionale. Questo, naturalmente,  per portare tutti al Cielo. La sola via  per ottenere quella salvezza  era quella di farsi sudditi religiosi. Ancora ai tempi nostri vi è traccia di questa concezione, quando si dice la Chiesa fa, la Chiesa dice,   e si intende riferirsi al papa e ai vescovi, e qualche volta anche ai preti e ai religiosi. In questa concezione sono molto importanti i diritti  dell’organizzazione religiosa, intesi come il complesso di libertà, proprietà  ed esenzioni riconosciute dalle autorità civili. Si viene a patti con i sovrani civili, attraverso  concordati,  o altri accordi simili tra autorità religiose e civili, si stabilisce una sorta di condominio  sui sudditi, e, una volta raggiunte queste intese, non si sta a sindacare, dal punto di vista religioso, le politica dei sovrani civili ai quali in questo modo ci si è federati. Decidono la guerra? In questo caso i diritti  che si rivendicano sono solo:  l’esenzione  di preti e religiosi dal combattimento e la libertà  di assistere spiritualmente i combattenti  e, in genere, i morenti, compresi i condannati dalle corti militari secondo il diritto di guerra (negli opposti eserciti belligeranti, nel caso di conflitti tra nazioni che seguissero la nostra fede). Lorenzo Milani, negli anni ’60, in una polemica con i cappellani  militari, i preti inquadrati militarmente nel nostro esercito, fece notare che ai preti e ai religiosi il Concordato  stipulato nel 1929 con il Regno d’Italia, e rimasto in vigore in epoca repubblicana, riconosceva il diritto all’obiezione di coscienza  che invece costava il carcere ai nostri fedeli che lo invocavano. Questo rende bene l’idea della situazione dell’epoca.
  Di solito, quando si racconta degli eventi del Concilio Vaticano 2°, e nella prassi parrocchiale lo si fa piuttosto di rado, si inizia con il dire che fu richiesto un maggiore impegno dei laici. Questo essenzialmente perché dei laici oggi si ha bisogno per integrare il lavoro dei preti, che sono sempre meno. Così però finisce che i laici appaiono come arruolati  nei ranghi parrocchiali o di altri settori dell’organizzazione religiosa come una specie di preti onorari, o di  vice preti, al modo in cui accadeva nel West, in Nord-America, in cui lo sceriffo  per certe emergenze poteva nominare dei vice.
  In realtà l’impegno nuovo dei laici progettato dai saggi dell’ultimo Concilio conseguì ad una nuova idea della missione religiosa, che troviamo in particolare in due documenti molto importanti approvati e diffusi dal Concilio Vaticano 2°, le Costituzioni Luce per le genti  e La gioia e la speranza. Si ritenne che per la fede non potesse essere indifferente come andava il mondo, anche dopo aver sistemato le questioni dei  diritti  dell’organizzazione religiosa.
 Occorre infatti:  consociare le forze, risanare le istituzioni e le condizioni del mondo,  se ve ne siano che  provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano le virtù (Cost. Luce per le genti, n.36). Ed è qui che entrano in campo i laici in una nuova posizione, con una nuova  dignità. Servono per questo lavoro di trasformazione del mondo secondo i principi di fede, che, nel gergo teologico,  viene espresso  con “trattare le cose temporali [vale a dire del mondo] ordinandole secondo i principi di fede”  (Cost. Luce per le genti  n. 31).  Devono essere competenti, certo, per questo devono essere  formati adeguatamente,  certo,  ma il loro compito non si esaurisce nell’essere  consulenti. Devono anche lavorare nella società, in spirito di dialogo fraterno con le altre sue componenti (Cost. La gioia e la speranza  n. 92) per il conseguimento del  bene comune  (Cost. La gioia e la speranza  n. 73).
 Perché:
 Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. (Cost. La gioia e la speranza  n. 1).
e:
 Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità  a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito (Cost. La Gioia e la speranza  n.3)
pertanto:
 Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico(Cost. La Gioia e la speranza  n.4)
  Quindi non “ci sono anche i laici, troviamo loro da fare”, ma “c’è un lavoro in società da fare in cui i laici sono indispensabili”.  Il nuovo ruolo dei laici avrebbe richiesto anche modifiche organizzative, che però non si riuscì, in gran parte, non dico a realizzare, ma proprio a progettare. Come è evidente dalla lettura della Costituzione Luce per le genti, le nostre collettività religiose sono rimaste ancora organizzate come un impero religioso feudale, secondo l’impostazione data loro tra l’Undicesimo e il Sedicesimo secolo,  e questo  pur nel contesto di una diversa teologia.
 Secondo le statistiche del 2014, i  battezzati nella nostra confessione religiosa sarebbero un miliardo e trecento milioni, circa il 17% della popolazione mondiale.  dei quali circa un milione sono preti, diaconi, monaci e monache, suore e frati, in questa quota compresi il papa e i vescovi. E’ una popolazione mondiale più o meno uguale a quella dell’attuale Repubblica popolare cinese. I due sistemi politici, quello nostro religioso e quello cinese presentano qualche somiglianza, anche se il secondo è molto più complesso. Fondamentalmente in entrambi il potere scende dall’alto. Non vi è ammessa la democrazia come la si intende in Europa. Nel primo, però, è tollerata nei sudditi una maggiore libertà ideologica, salvo che per i funzionari del clero e dei religiosi. Quando si viaggia su quei numeri, quella della democrazia è una vera sfida. Come tenere tutto insieme? Senza poi poter contare su di un apparato poliziesco come quelli degli stati.
 Certe volte si ha l’impressione che i nostri capi religiosi, tutti appartenenti al clero, vadano per la loro strada, come nei secoli passati. Parlano di noi, ma senza di noi. Noi parliamo loro della società e di noi, ma quelli sentono solo quello che vogliono sentire. Poi legiferano, ma noi obbediamo quello a cui ci sentiamo di obbedire. Noi e loro, poi, facciamo come se tutto andasse come deve. Perché, se si dovesse cambiare veramente, nulla sarebbe più come prima, nelle loro vite e nelle nostre vite, e per noi laici sarebbe molto più impegnativo di adesso. Così, in genere, ripieghiamo nel ruolo di sudditi, che fu del passato. Così però la religione diventa insignificante e inutile, un po’ la ciliegina sulla torta  delle nostre vite per il giorno della festa, come lamentano i nostri critici. Continuiamo a fare massa per garantire i diritti  della nostra organizzazione religiosa, le sue libertà, le sue proprietà  e le sue  esenzioni, e anche un ingente e automatico flusso di finanziamenti pubblici che, solo, consente di tenere in vita tutto l'apparato. Ma, fatto questo, non ci sentiamo veramente impegnati a molto di più.  E i principi di condivisione delle  gioie, speranza, dolori, tristezze e angosce? Il lavoro di trasformare il mondo  secondo i principi di fede? Ci passiamo un po’ sopra, non è così? Ecco che poi, ad esempio, sentiamo proclamare nella nostra politica il proposito “aiutiamoli a casa loro”, che significa in definitiva  respingere, e non ci sentiamo interpellati religiosamente, in questo non nostro rifiuto dell’impegno etico di condividere  sofferenze altrui.
  Va bene, questa è l’analisi. Che si fa?
  Proviamo a sperimentare dei cambiamenti. Quello che appare tanto difficile nel piccolo regno vaticano, nel quale la Curia appare come prigioniera del proprio ruolo storico e delle alte muraglie dietro cui è arroccata, può essere più facile in una realtà di prossimità come una parrocchia. Impariamo a praticarvi la democrazia, che non è solo metodo di conta per decidere chi ha vinto, ma anche e soprattutto sistema di valori. Impariamo a rendere conto  pubblicamente di ciò che facciamo. Se si progetta, poi si facciano bilanci dei risultati. Si discutano apertamente le modifiche da fare. In ogni cosa, anche a partire dai più giovani, si attivi la corresponsabilità. Contrastiamo la clericalizzazione dei laici. Rendiamo pubblici i conti della gestione e l’inventario.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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