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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 2 luglio 2017

Partire da lontano per capire chi ci è vicino

Partire da lontano per capire chi ci è vicino


Paul Gustave Dore - La  cacciata dal Paradiso Terrestre



 Ma che ci serve ragionare su fatti di duecentomila anni fa, come ho fatto stamattina, per lavorare in parrocchia? Ma anche solo diecimila anni indietro non sono troppi? Non basta guardare ciò che si ha intorno?
 Non basta.
 Non è così che si ragiona in religione.
 C’è una parte delle Scritture che mi ha sempre terrorizzato. E’ dove si legge di com’era prima che arrivassero gli esseri umani. Si comincia veramente da molto lontano. Da un universo informe che man mano diventa più simile a quello che ci  è familiare. Ci sono state ere in cui non c’eravamo! Poi  comincia a girare gente simile a noi, ma le civiltà vengono dopo. Tornare indietro non si può. E’ scritto che degli angeli sbarrano la strada, con spade fiammeggianti. Il tempo, il nostro tempo, ha una direzione, un orientamento, va avanti. C’è un prima, c’è sempre un dopo diverso dal prima,  e noi che brulichiamo in mezzo, un po’ come gli altri viventi. Brulicare? Per gli esseri umani si capisce che non si tratta solo di questo. Ad un certo punto è scritto delle nazioni. Ce n’è un lungo elenco, veramente difficile da ricordare. La gente  si disperde  per tutta la terra, ma ormai ha un’organizzazione politica. La storia sacra comincia più o meno quattromila anni fa tra l’attuale Iraq e l’attuale Egitto, nel corso di una lunga migrazione, da Meridione a Settentrione e poi da Oriente a Occidente e di nuovo verso Meridione. Più o meno nello stesso periodo si pensa che i Latini siano scesi in Italia. Facevano parte di popoli  che gli studiosi chiamano  indoeuropei  e che erano migranti. Parlavano lingue che avevano caratteristiche comuni. Nell’Enciclopedia Treccani se ne elencano dodici rami: Indiano (sanscrito e altre lingue), Iranico, Tocario, Armeno, Albanese, Greco, Italico, Celtico, Germanico, Baltico, Slavo, Hittito.  C’è anche una certa parentela tra i parlanti quelle lingue? Le indagini genetiche cominciano a darci risposte. Ci consentono di ricostruire lunghissime migrazioni di popoli dal luogo originario, in Africa,  a oriente della Valle del Rift, dalle parti tra la Tanzania, l’Uganda e l’Etiopia. Ma al centro della storia sacra ci sono i semiti, che parlavano lingue di una diversa famiglia. Gli Hittiti compaiono in Gen 15,20. Vengono riferiti loro discorsi in Gen 23.  Ma non  è sicuro che si tratti degli Hittiti che parlavano indoeuropeo. La loro civiltà infatti si diffuse più tardi. Tra tutte queste civiltà antiche, ognuna con la sua cultura, non è facile raccapezzarsi. Perché, poi è diventato più semplice? Assolutamente no. Quando la storia,  quindi le culture  umane, fanno la comparsa nelle Scritture, tutto si complica. Di quella storia bisogna però raggiungere una memoria affidabile  e quelle culture vanno capite, a partire dalle loro lingue. Le Scritture sono fatte per essere lette e capite, ma non sono una lettura facile: vengono da varie culture, molto antiche, e molte generazioni ci hanno lavorato sopra per trasmetterne una memoria affidabile. Ma lo hanno fatto secondo le proprie culture, quindi, studiando, si può riconoscere la mano e il pensiero di chi ha collaborato nella tradizione.
  Che cosa sono quattromila anni, sui circa duecentomila della nostra specie? Non tutto ciò che è importante per noi è compreso negli ultimi quattromila anni. La nostra mente, ad esempio. E’ più o meno quella di duecentomila anni fa. Così come il nostro corpo. Le culture, invece, si sono evolute sempre più rapidamente, in particolare negli ultimi due secoli, ma in modo veramente frenetico negli ultimi cinquant’anni. Questo crea dei problemi. E’ come se il tempo accelerasse. E indietro non si può tornare. Ricordate, ci sono quegli angeli  a chiudere la strada.
  Oggi siamo preoccupati delle migrazioni umane. Perché? Possiamo considerare gli esseri umani dei migranti nati. E’ invece la rapidissima evoluzione delle culture che costituisce un bel problema. Ne va infatti della nostra vita. Per consentire la sopravvivenza di un’umanità di circa otto miliardi di persone occorre integrarle così rapidamente come evolvono. Capire  per trasformare  per sopravvivere: ecco che cosa c’è da fare, ma molto più velocemente di prima.
 E la religioni? Fanno parte di quelle culture che evolvono, si sono evolute anch’esse, alcune molto rapidamente, in particolare la nostra, che è stata quella praticata dai dominatori del mondo, gli europei. Ci sono segni che il loro, il nostro, dominio stia tramontando. Si sta affacciando nel mondo, tra  i dominatori, la cultura cinese, che è in cerca di una neo-religione; oggi è ancora piuttosto europeizzata. Forse, nell’era della fine, anche l’evoluzione della religione degli europei si farà più lenta. Ma per ora condivide quella, velocissima, delle culture che li caratterizzano.
 Ma c’è qualcosa che  rimane?
 E’ appunto questo il problema della mediazione culturale. Non si tratta, come sostengono i reazionari, di  adattare  la religione ai gusti  dei contemporanei. Si tratta di riconoscere nella religione ciò che è espressione di culture sorpassate dall’evoluzione sociale e ciò che non lo è, ma appartiene alla struttura originaria  della fede. Quando cambia quest’ultima si passa ad un’altra religione. Il resto può evolvere senza problemi. E se non si riesce a farlo, la religione diventa cultura inutile e passa tra le cose che vengono superate.  Nessuno oggi, nell’Europa di oggi, si sente, in genere, obbligato a sterminare i vinti, come troviamo prescritto in alcuni passi delle Scritture, molto antichi. Così, ai tempi nostri, in Europa, riteniamo barbaro punire con la morte gli eretici o i blasfemi. Nelle Scritture lo troviamo invece prescritto, anche qui in passi antichi. Ma molto a lungo in Europa la si è pensata così, fino a circa tre secoli fa: è stato l’emergere delle democrazie moderne ad aver cambiato, tra gli europei, quelle concezioni. Sterminare i vinti e massacrare eretici e blasfemi non rientrano, evidentemente, nella struttura originaria della nostra fede. Ci siamo convinti che si poteva farne a meno. Ci ha convinti un lavoro di mediazione culturale.
  Una cultura si può anche immaginare. L’immaginazione dà una certa libertà. I rivoluzionari in genere immaginano,  poi progettano  e infine agiscono. Ma fino a che punto è utile immaginare  in religione? Le Scritture sono piene di sogni  e di sognanti.  Ma che succede a quelli che immaginando  finiscono per vivere in un sogno? Ci sono quelli che, ad esempio, sognano  di riportare indietro la storia e di far rivivere culture del passato, recente o meno recente. Che succede poi, nel confronto con la realtà?
  Ad altri piace immaginarsi  un passato, liberamente interpretato, da calare nel presente. Allora non è neanche il passato che si vuole fare tornare, ma è un neo-passato  che si vuole costruire.
 Si tratta di esperienze realmente vissute in religione, tante volte.
 Non c’è mediazione culturale se non si resta ancorati alla realtà. Abusando dell’immaginazione si pensa di sopprimere uno dei poli da mediare.
 Nell’immaginazione le cose sembrano facili, perché, nel sogno, si superano i limiti della realtà sociale in cui si opera. Ma quando poi ci si sbatte contro? Non si è fatto lo sforzo di capirla e i sogni funzionano solo nel tempo dei sogni, che è limitato. Si costruiscono così Disneyland  religiose, belle per esperienze forti  limitate. Allora c’è il mondo del sogno, quello della religione, e quello reale: si va dall’uno all’altro, ma lo stacco  c’è, si avverte, le regole per vivere nei due mondi sono diverse. La cultura però è una sola, quella reale, l’altra è solo sogno. La religione in questo modo diventa psichedelica,  perché introduce in realtà di sogno, che realtà però non sono e presto svaniscono. Non è questo che, oggi, mi pare  ci venga  chiesto come fedeli.
  Tornare indietro non si può! Ci sono quegli angeli, di cui ho scritto sopra, che lo impediscono. Non si può essere reazionari in religione. E dove c’è, nei fondamenti della nostra religione, l’autorizzazione a vivere realtà psichedeliche? Non è vero che siamo stati mandati per il mondo a incontrare  tutte le genti? Anche alle Valli è così. Conosciamo la gente tra la quale viviamo, qui nel nostro quartiere? Capiamo la loro cultura? E’ questo il nostro problema, che è poi il problema di sempre dell’umanità, da quando c’è la storia  e ci sono le culture. I nostri limiti cognitivi di specie ci rendono difficile incontrare moltitudini: ma la spiritualità  è un mezzo potente per riuscirci. Nella comune spiritualità riusciamo a incontrare  gente che nella nostra vita non riusciremo mai a conoscere. La spiritualità religiosa, allora, non è necessariamente evasione dalla realtà, ma può essere  un mezzo molto efficace per immergervisi e capirla veramente. Accostando grandi maestri di spiritualità si ha la sensazione di uscire dalla cecità, di vedere finalmente le cose come sono. Come è scritto: “Si aprirono i loro occhi”.
 Restare ancorati alla realtà non è sempre facile, perché è in genere è faticoso, richiede un impegno costante, un’etica,  e può anche essere doloroso. La realtà infatti in genere è meno bella di come vorremmo, delude i nostri sogni. Di una parte del male che in essa c’è siamo corresponsabili; questo la rende, oltre che dolorosa, disonorevole. Si rivive l'esperienza della narrazione biblica della cacciata dal Paradiso terrestre. Tra cinquant'anni, probabilmente, gli storici tratteranno gli europei di oggi, per come si sono condotti con i migranti, come i peggiori criminali sociali del passato. Però noi, adesso, ci consoliamo con un’altra narrazione, in cui noi siamo poveri e buoni, e per questo incolpevoli, e gli altri sono gli aggressori. Eroici, siamo: è stato detto. Davvero ci crediamo? Qualche eroe c’è veramente. Ed è ogni persona che riesce a salvare una vita a rischio della sua. E’ benedetto chi fa così. Ha un posto nel Regno, è scritto. In religione si pensa che non ci sia segno di benevolenza   più grande. Incontrare  veramente la gente, capire  veramente le culture umane, spinge in genere a quel cambiamento profondo di mentalità che definiamo  conversione e che può essere espresso anche con le antiche parole metànoia  (greco antico, la lingua delle Scritture originate dalle nostre prime collettività di fede) o teshuvah (ebraico, la lingua delle Scritture più antiche). E’ questo che poi spinge a salvare le vite degli altri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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