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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 8 luglio 2017

Popolo sognato

Popolo sognato

  La teologia, in genere, non ha un’immagine realistica del popolo, ed essa è la parte più importante della formazione dei nostri capi religiosi. Eppure, teorizzando, dà molta importanza al popolo in tema di verità: in sostanza esso avrebbe un intuito innato per individuarla, anche se poi c’è sempre necessità di qualcun altro che gliela spieghi.
 Nella  Costituzione La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) si legge: «L'universalità dei fedeli, che hanno l'unzione ricevuta dal Santo (cf. 1 Gv. 2, 20 e 27), non può ingannarsi nel credere, e manifesta questa sua singolare proprietà mediante il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo, quando "dai Vescovi fino agli ultimi fedeli laici" (S. Agostino, De Praed. Sanct. 14, 27) esprime l'unanime suo consenso in cose riguardanti la fede e i costumi». Se ne è anche scritto come di infallibilità del Popolo di Dio  (ad esempio nella Dichiarazione circa la Dottrina cattolica sulla Chiesa per difenderla da alcuni errori d'oggi, diffusa nel 1973 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede).
  Mille anni di crudele polizia ideologica religiosa (modello di tutte le altre inquisizioni politiche) potrebbero però convincerci del contrario: questi sono fatti. Se è necessario trucidare la gente per mantenere la disciplina dottrinale, non è proprio evidente che verità  e popolo vadano naturalmente d’accordo. Ma che cos’è la verità? E’ una domanda che risuona anche nelle Scritture. Di fatto sembra che non sia mai stato facile stabilirlo. Se ne è discusso molto per tutti i due millenni della storia della nostra fede. Spesso non ci si è intesi e allora ci si è anche combattuti. Accade anche ora, ma i limiti all'accanimento contro gli altri imposti nei sistemi democratici impediscono esiti tragici.
 C’è un verità che riguarda anche il  popolo. Qui bisogna scegliere: averne una visione affidabile, corrispondente alla sua realtà, o immaginarsela per progettare qualcosa di diverso. Da chi è fatto il popolo che rileva per la fede? Oggi, in genere, si pensa che sia l’intera umanità, su tutta la Terra. Se ne vorrebbe fare una sola famiglia. In passato se ne ebbero altre concezioni, più limitate. E’ un po’ quello che accade ai tempi nostri con i migranti indesiderati, quelli che vengono dalle nostre parti senza permesso. E’ gente di cui dobbiamo occuparci? Una risposta, che è quella che è venuta l’altro giorno da uno dei capi politici italiani, e prima di lui da altri come lui, è che Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. Aiutiamoli a casa loro”. Che significa: respingerli. Di parere diverso è il nostro Padre Francesco, che ci esorta invece ad accoglierli. Entrambi ritengono che si debba aiutarli, ma, è chiaro, una cosa è darsi da fare subito, su gente che si ha vicina, su persone concrete, con necessità immediate, altra  programmare di farlo da lontano. Da vicino le persone sono veramente persone.  Da lontano le persone diventano gente  e poi  popolo, e popolo di cui, per la lontananza, si tende ad avere una visione confusa, come appunto accade quando si guardano le cose da lontano. E, aggiungo, quando ci si comincia a fare sconti sui doveri morali è poi tutta una china che va verso quella direzione e, in fondo, ripete la tragica situazione che troviamo all’inizio della storia  sacra con quel “Dov’è tuo fratello?”.
   Nella nostra confessione la verità  è stata legata storicamente all’autorità, non al popolo. Si è pensato che la verità,  scesa del Cielo, fosse proclamata in modo affidabile, ma anche obbligatorio, dall’autorità religiosa costituita, che a metà Ottocento è stata poi definita inderogabilmente nel papato, dal punto di vista dogmatico e giuridico. Vale a dire che si ritiene fondamentale, per la fede,  credere che il papato possa dire in merito una parola definitiva. E questo nonostante la catena infinita di errori  che il papato imperiale, come ogni altra autorità politica, ha commesso storicamente in ogni campo dello scibile umano, a volta correggendosi e a volte no. Insomma si confida che in materia di fede, quando  usa certe formule solenni  e impegna la propria autorità sacrale, il papato non sbagli.  La decisione di quella svolta dogmatica  venne in tempi turbolenti, nel corso di un travagliato Concilio Vaticano 1°,  quando, in fondo, la fiducia dei nostri capi religiosi nella capacità del popolo di intuire la verità era veramente ai minimi. Infatti sembrava che stesse per crollare un mondo. E’ un po’, in fondo, anche la situazione dei tempi nostri.
  In genere l’autorità religiosa si è ritagliata  il proprio popolo   a misura delle definizioni di verità di volta in volta escogitate. Il suo popolo era  quello che subiva il fascino della verità proclamata d’autorità e come gregge  seguiva il suo pastore e la sua voce, senza porre problemi.  Ma questo modo di procedere non ha funzionato più tanto bene quando si è trattato di interloquire in processi democratici. Questo si è reso necessario più o meno dall’Ottocento, in Europa, con la metamorfosi, e talvolta il  crollo, delle monarchie europee con cui il papato si era federato, con  concordati  o accordi simili. Questo in particolare in rapporto con   i movimenti nazionalistici italiani prima e con il Regno d’Italia poi.
  Innanzi tutto, con la fondazione dell’Azione Cattolica, all’inizio del Novecento (ciò che c’era prima nel laicato italiano era piuttosto diverso), si è tentato di costituire un corpo politico coerente agli ordini del papato. Poi, dal secondo dopoguerra, si è accettata una collaborazione politica dei laici con sempre maggiore autonomia, nelle istituzioni pubbliche civili, fino alla formale accettazione della democrazia politica nel 1991. In questa fase sono tornati utili il lavoro sistematico di formazione del laicato fatto nei decenni precedenti e il ripianare i contrasti con la componente cattolico-democratico del laicato, con la mediazione di Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani, Aldo Moro. Negli anni a seguire, quindi negli anni ’90, si è provato a riprendere il controllo diretto del popolo che politicamente serviva, senza la mediazione dei cattolico-democratici, ma non è andata bene e ora non si sa più che fare. La lunga sfiducia manifestata sotto il regno religioso di Karol Wojtyla verso il laicato adulto italiano, vale a dire relativamente autonomo, quello che Fulvio De Giorgi ha paragonato in un suo fortunato libro al brutto anatroccolo, con il tentativo di silenziare il libero dibattito sulla maggior parte delle questioni per sospetto di deviazione in senso liberale o marxista,  e ciò  più o meno fino all’inizio del regno del nostro Padre Francesco, ha privato, in fondo, la gerarchia di un vero e proprio popolo. Del resto non se ne è curata a sufficienza la formazione, non si è assecondata una tradizione democratica, timorosi di perderne il controllo.
  Ora spesso si avverte, da come ne parlano, che i nostri capi religiosi non conoscono a sufficienza il loro popolo, impegnati come sono in prevalenza, per la gran parte della loro giornata che è di ventiquattro ore come quella di tutti noi, nell’amministrazione  del clero e dei religiosi degli istituti di vita consacrata,   e dei beni e aziende che al clero e agli istituti di vita consacrata fanno riferimento. Francesco vorrebbe che avessero l’odore del gregge, vale a dire che avessero maggiore dimestichezza con la gente, ma anche questa è una metafora che presenta qualche rischio. Quando si parla di pastori  ci si riferisce ai capi, che dovrebbero essere come il Buon Pastore, un pastore veramente particolare, che non sfrutta economicamente il gregge. Ma pensare poi al popolo come a un vero e proprio gregge, con la spiritualità, diciamo, della pecora, non aiuta. Le persone non sono pecore, non vanno dove si dice loro di andare: bisogna convincerle e spesso vogliono partecipare alle scelte.  Noi laici non siamo e non vogliamo essere pecore e, dico chiaramente quello che gran parte di noi pensa e non si azzarda in genere a dire, non riteniamo la docilità al modo di pecore una virtù. Tra pastore  e gregge non ci può essere dialogo. Tra persone sì. Ma la partecipazione e il dialogo, che è innanzi tutto confronto  tra diverse argomentazioni, richiedono un tirocinio che in religione in genere non si fa o si fa troppo poco.  In Azione cattolica, ad esempio, si fa.
 Il  gregge  ideale venne talvolta individuato nel mondo contadino. Accadde nell’Ottocento. Le popolazioni cittadine erano invece esposte, si riteneva, alle subdole insidie delle nuove ideologie che si venivano affermando. I pastori  dovevano proteggere gli uni e gli altri, contadini e cittadini, con atteggiamento intransigente, senza possibilità di mediazioni di qualsiasi genere. Si riteneva che non si dovesse, non si potesse,  ma in definitiva non si volle fare diversamente. Ruppero con  il nuovo stato nazionale italiano. Questa fu fondamentalmente la posizione del papato dal 1870 alla fondazione dell’Azione Cattolica nel 1906. Fu la privazione della democrazia per i fedeli cattolici: una tragedia culturale e politica durata circa cinquant'anni, e anni cruciali per la vita politica italiana. Ma il mondo contadino serviva a poco, al dunque, perché era una forza sociale subalterna e finché fosse rimasta tale, sebbene, almeno fino agli inizi del Novecento molto numerosa, molto più di oggi. Questo richiese la collaborazione delle classi colte e un lavoro di formazione sistematico tra la gente, a partire dai più piccoli: fu affidato all’Azione Cattolica. In Italia, si era iniziato spontaneamente a svolgerlo, da parte dei laici, nella seconda metà dell’Ottocento, ma erano sorti, verso la fine del secolo, gravi dissidi tra correnti  intransigenti  politicamente contrarie all’integrazione nel nuovo stato nazionale italiano e correnti democratiche. L’enciclica  Le novità, del 1891, dalla quale si fa iniziare la dottrina sociale contemporanea, venne dopo almeno due decenni di iniziative sociali di laici e preti.  Esse si manifestavano periodicamente in un’istituzione nazionale che era l’Opera dei Congressi, sede di incontro per coloro che in quelle azioni sociali erano impegnati. Non riuscendo a controllare la situazione, il papato ripartì da capo con l’Azione Cattolica, ad inizio Novecento, dopo aver posto termine d’autorità a ciò che c’era prima. Fino al 1958, quando terminò il regno religioso di Eugenio Pacelli, la struttura era centrata su un potere religioso-politico sacralizzato e centralizzato, il papato romano, regnante religioso alla cui maestà la gente si  accostava al modo in cui faceva con  i regnanti civili, con lo stesso timoroso e sottomesso ossequio, e su masse politicamente e sistematicamente formate a seguire gli indirizzi politici del papato nelle questioni civili (per sostenere i diritti della Chiesa). Una soluzione che ebbe notevole successo e che consentì un ruolo determinante dei cattolici nella fase politica successiva alla caduta del fascismo. Dal ‘58 si attivarono processi democratici e si ebbe una progressiva desacralizzazione del potere politico del papato, sostituita dal  fascino personale del regnante. Si cominciò con il Papa-buono, Angelo Roncalli, e poi con la spettacolare e lunga esperienza di Karol Wojtyla. In questa fase la relazione mediatica tra regnante e masse fu molto importante e la gente fu spinta a diventare popolo del Papa: un papismo ingenuo, non sacralizzato, in cui la personalità e la vita del regnante erano molto importanti e conosciute fin nei minimi dettagli (cosa inimmaginabile riferita ai papi  sacrali  regnanti fino al 1958). Dagli anni ’80 il lavoro di formazione del laicato progressivamente si fece meno efficace e i processi democratici annichilirono. Si riteneva, in definitiva, che fosse sufficiente l’immedesimazione  emotiva del popolo con il regnante, che, nei grandi eventi di massa, appariva così efficace. Questo ha creato un vuoto, una distanza, tra pastori  e  gregge, per cui ci si conosce poco. Per la gente comune c’è stata, dunque, e  a lungo, prevalentemente la spiritualità-spettacolo, di massa, senza vera partecipazione, ma solo presenza; per una stretta cerchia di consulenti  c’è stata la possibilità di avvicinare i capi religiosi ma senza alcuna vera condivisione di responsabilità. Della partecipazione, in fondo, si diffidava e non si sapeva nemmeno come gestirla: per questo divenne carente anche la formazione.
  Dal 2005, in Italia,  si è tentato di rimediare: è del marzo di quell’anno la Lettera ai fedeli laici  - “Fare di Cristo il cuore del mondo”   della Commissione Episcopale per il laicato della  Conferenza Episcopale Italiana, nella quale si legge:
“A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure, all’opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa situazione. Una cosa è certa: il Signore ci chiama; chiama ognuno di noi per nome.
[…]
È indispensabile uscire da quello strano ed errato atteggiamento interiore che faceva sentire il laico più “cliente” che compartecipe della vita e della missione della Chiesa.
[…]
 Se lo Spirito Santo è il protagonista ultimo della vita personale, così come lo è della vita della Chiesa, non si può ritenere che ci sia un’isola spirituale, cioè la comunità ecclesiale in cui affidarsi alla guida dei pastori, e uno spazio operativo, cioè il mondo, dove si è soli con la propria autodeterminazione. La responsabilità laicale comincia nel partecipare attivamente là dove si assumono i grandi orientamenti delle scelte cristiane sotto la guida di pastori; la fedeltà a Cristo e alla Chiesa continua là dove si vive immersi nel mondo e nella relativa autonomia dei suoi ambiti. Parte integrante di questa sintesi di vita del laico è la capacità di raccordare sapientemente il suo essere e servire nella Chiesa, con il compito di animare cristianamente la realtà del mondo.
 […]
In questo momento storico, in cui si va plasmando la complessa fisionomia di una nuova civiltà planetaria; mentre la comunità cristiana italiana si prepara a celebrare nel 2006 a Verona il suo quarto Convegno ecclesiale nazionale, che ruoterà intorno a tali problemi, c’è bisogno di una nuova primavera del laicato, che possa letteralmente rianimare, in forme significative e comunicabili, tutti gli ambiti di vita in cui un fedele laico può essere apostolo: nell’evangelizzazione e santificazione, nell’animazione cristiana della società, nell’opera caritativa; nell’azione pastorale della Chiesa, così come nella famiglia e nella vita pubblica; in forme individuali e associate; delineando un nuovo stile di vita, segnato dalla conversione dell’intelligenza e degli affetti, in cui l’intera rete delle relazioni con se stesso, con gli altri e con il creato sia abitata dal soffio dello Spirito. Ma per fare ciò bisogna ovviamente pregare, riflettere, estrarre dal nostro tesoro «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52): essere cioè veri cristiani.
   Da allora però non si è fatta molta strada.
    Venuto meno un regnante religioso  con la personalità e l’indole adatte agli eventi spirituali spettacolari, ci si è avveduti che la gente è preda del populismo, che è quando ci si fa massa dietro a colui che conferma la gente nelle sue paure o nelle sue tentazioni.  Ma anche l’immagine del popolo che danno i populisti  è poco aderente alla realtà. Il populismo, come certi fatti religiosi, è solo incantamento e, in genere, ha le gambe corte, come si dice delle bugie, e disillude presto. Rimangono le persone con i loro problemi di vita e accostarle costa fatica, ma alla fine produce, crea relazioni più significative. Nel contesto dell’individualismo dei nostri giorni, in cui sembra che ognuno viva per sé, o al massimo in famiglia, possiamo figurarci un popolo  disperso.  Le scorciatoie mediatiche per radunarlo si sono dimostrate piuttosto inefficaci: al massimo fanno convergere una folla, che rapidamente si disperde, nel giro di qualche ora o al più di qualche giorno. Eppure, come si sostiene fin dall’antichità, gli esseri umani sono viventi sociali. E’ sufficiente creare delle opportunità e si stabiliranno nuove relazioni. Ma bisogna accettare le persone per quelle che sono,  vale a dire esseri umani, non pecore, gregge.  Sì, in effetti noi laici abbiamo avuto l’impressione di essere stati poco valorizzati,  ma anche più di questo: sappiamo di contare poco o nulla. Si parla di noi laici, nei convegni che fanno sulle nostre vite i nostri capi religiosi, ma ci è abbastanza chiaro che di noi, di quelle nostre vite, non sanno molto e, in più, decidono sulla base di molti partiti presi di dubbio fondamento. Così, si coesiste ignorando tutto ciò, facendo finta che tutto vada come deve. Quindi poi esistono due mondi, affiancati non integrati: quello delle vite dei laici e quello del clero e dei religiosi. Ci si accosta perché si ha bisogno gli uni degli altri, ma c’è poco più di questo. Potrebbe essere diverso? Potrebbe. Perché no? Ma certe cose occorre inventarsele, e prima ancora sperimentarle. Non sarà dall’ambigua teologia pastorale corrente, piena di distinguo e di riserve, per cui con una mano sembra che si dia ma con l’altra sicuramente si riprende, che verranno le soluzioni. Se il principio rimarrà “tutto il potere al clero”, non si andrà molto avanti. Il gregge  rimarrà tale e tanti saluti a tutto…

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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