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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 15 agosto 2017

La dottrina sociale: una grande opportunità

  La dottrina sociale, vale a dire gli insegnamenti su come realizzare società conformi al l'etica religiosa, è stata sostanzialmente accentrata dai papi  nell'era moderna, a partire dal regno del papa Giovanni Maria Mastai Ferretti, in religione Pio 9^ (papa dal 1846 al 1878), cioè da quando il papato decise di organizzare una forza di popolo per sostenere le proprie politiche, in particolare nell'Italia dei moti nazionalistici e, successivamente, negli sviluppi del nuovo regno unitario, istituito nel 1861.  I papi furono, in genere, mediocri capi politici (fatta eccezione per San Karol Wojtyla con riguardo ai moti politici democratici nella Polonia degli anni 80), ma eccezionali maestri di politica. I radiomessaggi, le encicliche, le esortazioni e le lettere apostoliche in materia sociale diffuse dal papato a partire dal 1941, in particolare,  costituiscono, nel complesso, uno dei più completi manuali di democrazia correnti, l'unico con quella estensione e attenzione alla concreta prassi della storia, e inoltre continuamente aggiornato, fino all'enciclica Laudato si', diffusa nel 2015 dal papa attualmente regnante Jorge Mario Bergoglio, Francesco in religione. Si tratta di documenti in genere poco conosciuti. Per i più richiedono un aiuto per avvicinarli, come l'ho avuto io per tutta la mia vita, fin da universitario. Questo soprattutto per inquadrare il contesto storico e culturale in cui si inseriscono. La dottrina sociale è diffusa dal papato, per un ordine che viene di volta in volta dal papa regnante che ne firma i testi, ma naturalmente è stata sempre un lavoro collettivo, in cui i papi hanno svolto generalmente il ruolo di committenti, ispiratori, coordinatori, capi redattori e poi di divulgatori. Il nostro Padre Francesco ne ha parlato proprio in questi termini per quanto riguarda la genesi dell'enciclica Laudato si, nella quale tanta parte hanno avuto diverse scienze.
   Partita da posizioni francamente reazionarie, la dottrina sociale, in una lunga evoluzione prodottasi nel contatto vivo con la gente, ha superato l'iniziale diffidenza per la democrazia che caratterizzò la sua impostazione dal papato di Mastai Ferretti a quello del papa Achille Ratti, che regnò in religione dal 1922 al 1939 come Pio 11^. Essa non usò mai argomenti populisti. Questo ne fa un tesoro prezioso,una perla rara, nel desolante contesto politico italiano attuale, nel quale le maggiori forze politiche usano disinvoltamente il populismo. La ragione è che la dottrina sociale moderna, fin dalle sue origini, si presentò come forza critica, in particolare prima nei confronti del nazionalismo italiano, poi nei riguardi dello sviluppo del nuovo stato unitario, istituito nel 1861, e quindi nei riguardi del liberalismo, del socialismo, del nazionalismo, del capitalismo liberistico, dell'individualismo, del collettivismo, dell'imperialismo, del colonialismo, del razzismo, di ogni specie di suprematismo di gruppi sociali su altri. La dottrina sociale nacque come orientamento del popolo per organizzarlo a sostenere, in particolare in Italia e in ambiente democratico-liberale, le politiche del papato in un'epoca in cui esso era in polemica con le politiche di buona parte degli Stati europei, per varie ragioni. Essa, proprio in quanto forza critica, fa costante riferimento alla coscienza e alla ragione e in questo, oltre che che al rapporto con la fede, può individuarsi una sua continuità, pur nella sua evoluzione. La dottrina sociale non è solo teologia, anche se la teologia come riflessione sui doveri sociali che la fede comporta, indubbiamente la caratterizza. Essa si presenta essenzialmente come analisi critica del proprio tempo, del quale cerca di avere una visione realistica, ma anche come rassegna critica delle diverse soluzioni possibili ai mali sociali. Originariamente il  papato immaginò di poter dare autonomamente indicazioni normative per una completa ristrutturazione degli assetti sociali, quindi di poter esso stesso ricavare, con la teologia, le soluzioni di volta in volta necessarie, fin nei dettagli. Dsgli anni Sessanta capì invece di dover accettare una collaborazione più ampia, in particolare sulla base delle scienze sociali e della concreta esperienza politica svolta dai laici di fede. Ma già in precedenza aveva posto l'accento sulla necessità di laici di fede veramente competenti nelle questioni sociali e scientifiche promuovendone la formazione mediante le proprie organizzazioni di universitari.
  Un documento molto importante di quell'impostazione, di importanza veramente epocale, fu la lettera apostolica Octogesima Adveniense - Approssimandosi l'Ottantesimo [anniversario dell'enciclica Le novità, diffusa nel 1891 dal papa Leone 13^], diffusa nel 1971 dal papa Montini, in religione Paolo 6^, che vi invito a cercare su Web e a leggere attentamente. Per la prima volta si accetta l'idea che in politica la fede possa esprimersi in diversi orientamenti, che però devono passare al vaglio critico della coscienza religiosa e della ragione. Si esortano i fedeli a collaborare alla realizzazione di una nuova democrazia. Un lavoro che è ancora in corso. Da allora è passata più di una generazione. Purtroppo è stato carente il lavoro di formazione. Questo ha esposto la gente di fede al pericolo, alla tentazione, e alla colpa sociale, di prestare fede alle politiche populiste. La nostra gente non appare più capace di essere veramente forza sociale critica e l'esperienza segnala che ha crescente difficoltà ad intendere gli insegnamenti della dottrina sociale.
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 12 agosto 2017

Fare la propria parte

  È indifferente, per un cittadino italiano, vivere in Italia o altrove? Non dico dal punto di vista del clima, dell'ambiente naturale, degli stili di vita e anche degli amici che si frequentano. Mi riferisco ai propri doveri sociali. Sarebbe lo stesso vivere all'estero? Se il mondo va come va e non c'è nulla da fare per cambiare come va,  in fondo è lo stesso. Se poi una persona considera solo sé stessa, come individuo, è molto evidente la sproporzione tra le forze del singolo e le forze sociali che determinano la storia. Eppure queste ultime sono appunto "sociali", vale a dire umane, e la storia, fenomeni naturali a parte, è integralmente una costruzione umana. Come è stata fatta, può dunque essere cambiata. Procede per rapporti di forza, salvo in ciò in cui gli umani riescono ad affrancarsi dalla legge della natura, che è appunto quella della forza, e la legano a dei valori. Partecipare al governo della società, come si fa in politica, consente di affermarvi la propria volontà. Questo, fino a due secoli fa, era prerogativa dei sovrani. La democrazia è un sistema    di istituzioni per consentire un'ampia collaborazione in quel lavoro, tendenzialmente della maggior parte degli adulti di un popolo. Il cittadino ha diritto di farlo nel sistema politico che lo riconosce come tale. Questo però lo costituisce in una posizione di responsabilità, perché se può indurre un cambiamento e nella misura in cui può farlo. ha anche il dovere di farlo per il meglio. Perché deve? Perché in società si è tutti dipendenti da tutti per la propria sopravvivenza e quindi nessuno ha interesse ha far andare peggio le cose, o addirittura a distruggere la società da cui dipende, In democrazia nessuno può ragionevolmente chiamarsi fuori, esonerarsi dalla responsabilità. Nella misura in cui uno è venuto meno al proprio  dovere politico è responsabile della rovina della società, vale a dire di un bene molto importante. Ha promosso i valori? Si è adoperato a concorrere a limitare l'arbitrio altrui? Ha cercato di informarsi bene della situazione, o è stato troppo superficiale? Nei limiti della propria competenza, e aiutandosi con la competenza altrui, ha fatto proposte realistiche, buone per tutti, e ha cercato di affermarle in società? Ha studiato bene le proposte altrui, e valutandole criticamente, ha individuato quelle che meglio corrispondono ai valori mettendosi di traverso per ostacolare le altre?
  Se uno interagisce in società solo per fare i propri interessi e quelli della propria fazione, non vuole e non fa il bene di tutti. Questo comporterà la rovina e la distruzione della società e dei valori e la ripresa della legge della giungla. È così che agiscono le mafie, che sono tra le maggiori cause dei problemi sociali italiani, in particolare cause di spreco immane di risorse sociali. Nei contesti sociali in cui le mafie sono riuscite a dettare legge, la società dei valori scompare e in certi casi vengono vanificati i diritti politici dei cittadini e non si riescono più ad organizzare le elezioni locali. Le mafie, allora, impongono un duro servaggio.
 Ciascuno è parte del sistema democratico di valori e di limiti, con il voto e con tutte le altre attività sociali con le quali si può attivare il controllo democratico, ad esempio nella cultura, nelle manifestazioni pubbliche, nello sciopero, ma anche nelle azioni che fa come consumatore, lavoratore e datore di lavoro, fino ad arrivare all'esercizio del diritto di resistenza, vale a dire a svolgere quel tipo di opposizione sociale all'arbitrio  altrui dalla quale è nata la nostra Repubblica democratica. 
 La storia ci insegna che, dalle origini e fino all'ultima campagna per referendum costituzionale e ad oggi,  quando abbiamo davanti elezioni politiche cruciali per la nostra democrazia come poche altre, le masse coinvolte nei processi democratici hanno contato, e molto, contribuendo a mantenere sostanzialmente integro, di generazione in generazione,  il sistema dei valori che è alla base della nostra ideologia democratica, con al centro quelli della persona, del lavoro, della dignità dell'una  e dell'altro. Le scelte politiche che si prospettano di qui a poco non sono banali, e non riguardano solo l'identità anagrafica dei politici di comando, ma coinvolgono pesantemente quei valori, dei quali occorre innanzi tutto acquisire piena consapevolezza. Siamo ancora all'altezza di quei valori? Ad esempio, la persona, il lavoro. la pace, sono ancora per noi valori e valori importanti?
  L'impegno che il nostro dovere ci richiede va ben oltre il tracciare un segno su una scheda elettorale. Siamo di fronte a scelte che indubbiamente richiederanno un cambiamento dei nostri stili di vita, se vogliamo salvare la società dalla quale dipende la nostra sopravvivenza. Ne ha scritto il nostro Padre Francesco nell'enciclica Laudato si'", Altrimenti, che succederà? Altrimenti la società che ci ha finora garantito un lungo periodo di pace e un discreto benessere, per cui ad esempio i problemi dell'alimentazione insufficiente e dell'abbandono nella malattia,  nell'età anziana e nell'infanzia non sono generalizzati, cambierà e saranno molto di più i "sommersi", il cui numero è già ora in aumento; le relazioni umane incattiviranno; non ci si farà più scrupolo ad abbandonare i sofferenti e ci si dovrà augurare di riuscire ad avere sempre forze e le alleanze sociali sufficienti a rimanere tra i "salvati". Come pensiamo debba essere il nostro prossimo futuro sociale? Nelle pubblicità politiche correnti in questi giorni non viene precisato. Si fanno promesse, certo, in particolare promesse di cambiamento di ciò che va male,  ma non si spiega come si pensa di mantenerle. Chi le fa dunque, non avendo precisi progetti di cambiamento, se prevarrà si ritroverà probabilmente a fare come in passato, seguendo una tradizione amministrativa. Cambieranno i capi, ma non le politiche. È questo che in genere accade con i populisti. Le cose, quindi, non miglioreranno.   Migliorare richiederebbe infatti cambiamenti, perché c'è tanta gente che in una società ricca sta sempre peggio e questo è paradossale, irragionevole, segnala qualcosa che va corretto, ma in genere i cambiamenti vengono prospettati proprio in danno di chi in società sta già peggio, a cui si chiede di accettare "sacrifici",perché è lì che si vuole "risparmiare"; questo in una società tra le più ricche del mondo Occidentale, il quale a sua volta è, per ora, la parte più ricca del mondo intero. Il trattamento del lavoro è molto peggiorato negli ultimi vent'anni e questo colpisce la dignità delle persone il cui lavoro si è trovato ad essere svalutato. Ma disumanizza l'intera società. È facile osservare che questo è iniziato da quando, all'inizio degli anni '80 del secolo scorso, la forza delle organizzazioni che tradizionalmente avevano promosso l'affermarsi della dignità dei lavoratori si è indebolita. Fu l'epoca in cui il populismo all'epoca corrente nel mondo Occidentale cominciò a presentare la tutela del lavoro come un ostacolo all'arricchimento individuale. Gli slogan erano "Meno società! Meno tasse!".  A distanza di trent'anni possiamo studiare gli effetti sociali di questa politica, che sono andati, mi pare,  in danno dei più e a vantaggio di minoranze di privilegiati. Le diseguaglianze sociali sono enormemente aumentate, ma questo non ha aumentato il benessere collettivo né quello individuale dei ceti non favoriti, che comprendono la gran parte dei lavoratori e di chi lavoratore non può più esserlo, per disoccupazione sopravvenuta, malattia o vecchiaia,  o non è mai stato. Del  resto era irrealistico pensare che, scatenando la lotta di tutti contro tutti, abrogando le regole che impedivano che la competizione sociale incrudelisse, togliendo ai poteri pubblici sempre più risorse a beneficio di organizzazioni private, potesse andare diversamente. Ma certamente è ancora possibile che vada addirittura peggio. Basta unirsi al coro intonato dai populisti che oggi  gridano "Meno società! Meno tasse!" e seguirli, facendo come dicono.
 Questi che ho indicato sono i temi politici veramente cruciali di oggi. Ma in genere nel ragionare di politica si perde molto tempo sul tema dell' "aiutiamoli a casa loro", il quale, benché tutto sommato marginale rispetto a quegli altri nel senso che non mette in pericolo la sopravvivenza della società, pone in questione il valore della dignità della persona umana, sulla quale i populisti ci spingono ad incrudelire con il pretesto che si debba salvarci la vita senza tener conto di quelle degli altri. O noi, o loro. Non ci sarebbe alternativa. Attenti, però! Oggi tocca a disperati africani, ma presto potrebbe toccare anche ai nostri figli e a noi stessi se, in politica, abbandoniamo la fedeltà ai valori. Siamo proprio sicuri di poterci sempre salvare con le nostre sole forze di fronte ad ogni rovescio della vita? Basta poco, molto poco, ai più per passare nella parte dei sommersi. Basta ad esempio trovarsi nella fascia d'età degli ultrasettantentenni, quando presto si diventa sempre più fragili.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
  

venerdì 11 agosto 2017

Vivere la politica democratica

   Parlo con la gente intorno a me e sento che è delusa della politica democratica. Mi pare anche che ne abbia perso dimestichezza. La vive al modo di sudditi e allora rivendica miglioramenti per sé, senza preoccuparsi degli altri e della società intorno.  Non sente la politica come propria. Le riescono difficili i temi che tratta e non intravede soluzioni. Anzi, peggio, sospetta che ogni soluzione che viene proposta nasconda un imbroglio, in particolare che chi comanda in politica non le dica tutta la verità. Sospetta anche che i "politici" non siano capaci di vero altruismo e che quando parlano di "sacrifici" da fare escludano sempre sé stessi e i propri favoriti. Si è quindi di fronte, per quello che mi appare, ad una spettacolare "crisi di legittimazione" della politica, analoga a quella che iniziò a manifestarsi negli anni '80 del Novecento, e alla quale si tentò con scarso successo di porre rimedio.
  Delegittimata dalla sfiducia della gente, la politica, allora, cerca di stare a galla con metodi antidemocratici, in particolare con strategie populiste. Nel populismo l'adesione della gente non viene ottenuta consapevolmente, ma suscitando reazioni collettive di tipo emotivo, confermando le persone nelle loro paure e nelle loro tentazioni, deprimendone il senso critico, presentando la situazione in cui si trovano come senza altra via di uscita che quella di abbandonare una parte dei sofferenti o di riuscire ad accaparrarsi risorse pubbliche a preferenza di altri, e infine garantendo ai propri seguaci che questo lavoro "sporco" sarà fatto senza che essi debbano insozzarsene le mani e le coscienze. Basta tracciare un segno nel posto giusto sulla scheda elettorale. Poi la gente dovrà lasciare mano libera agli eletti fino alle elezioni successive, non creare problemi, non impicciarsi, non essere mai forza critica, non manifestarsi più come popolo, perché, in fondo, in democrazia il popolo si potrebbe esprimere solo in occasione delle elezioni, o, al massimo, partecipando a periodici sondaggi, di cui la politica sarebbe libera di tener conto o meno. Questa però non è democrazia, come oggi la si intende. E non lo è perché è troppo povera di valori e di responsabilità critica collettiva e personale. Non consente alle persone di farsi un'idea realistica del loro tempo e punta a far sovrastimare la gravità di certi problemi, quelli che appunto servono a suscitare adesione emotiva, irrazionale e poco informata. I casi tipici sono quelli dell'immigrazione e dell' "Unione Europea". Sembra che tutti i nostri guai originino da lì e invece sono provocati dall'assetto irrazionale della nostra economia, che la politica non sa e non vuole cambiare, perché manca di un progetto. Così si limita ad esortare a cambiare le persone, con argomenti populisti: ma si è poi visto che i populisti al potere non riescono a cambiare granché, perché, come ho detto, non lo sanno fare e,soprattutto, nemmeno vogliono farlo. 
  La politica democratica è innanzi tutto un sistema di valori: se lo si dimentica si finirà prima o poi nelle mani dei populisti, o peggio. E poi è un sistema di limiti: bisogna sospettare di chi pretende di avere mani libere. Il primo limite è quello dei valori: bisogna delegittimare chi ci spinge all'azzardo morale, ad esempio a respingere i migranti sofferenti abbandonandoli, contro il nostro dovere, in inferni sociali. L'altro limite è quello della critica sociale, che in democrazia deve essere costante, non di elezione in elezione. Tenta di sottrarsene chi si esime dall'obbligo politico di presentare progetti compiuti di riforme sociali ai cittadini, che possano essere compresi e criticati, ma si limita a slogan come "rottamiamoli", meno tasse", "aiutiamoli a casa loro", "fuori dell'Europa".
  L'epoca che stiamo vivendo non è la peggiore che la nazione abbia passato. Ve ne fu una molto più grave durante la Seconda guerra mondiale, nella quale ci aveva trascinato il populismo mussoliniano. A quei tempi si fu veramente smarriti. È allora che, in Italia, ci si convertì alla democrazia, come popolo; quella democrazia della quale oggi in genere si diffida. Fu la nostra Chiesa a prendere un'iniziativa, nella linea dei precedenti interventi sociali, ma iniziando essa stessa dal riconoscimento delle colpe collettive, mutando sensibilmente i precedenti orientamenti verso la politica democratica. Fu un lavoro collettivo, che vide in prima fila l'Azione Cattolica, dalla quale scaturì molta della classe di governo della Repubblica democratica. Fu manifestato al mondo nei radiomessaggi natalizi del papa Eugenio Pacelli, regnante in religione come Pio 12^, tra il 1941 e il 1944, ancora con il regime fascista egemone, documenti che vi invito a cercare mediante Google digitando a "radiomessaggio Natale [e l'anno, ad esempio 1941]". Ebbero il valore di vere e proprie encicliche. Sono tutti pubblicati su www.vatican.va. Si era nel mezzo del disastroso conflitto mondiale: furono rivolti ai "desolati senza speranza" e contenevano un invito alla conversione ad un nuovo ordine sociale internazionale che rivoluzionasse i sistemi totalitari, ma anche quelli dominati dal capitalismo dalla faccia feroce, e che fosse finalmente rispettoso della dignità umana. Un progetto compiuto di società, pieno di valori, che, con il contributo determinante dei cattolici-democratici, fu realizzato democraticamente nella nostra nuova Europa, a tutt'oggi diretta, in fondo, da una leader cristiano-democratica. Quando gli italiani, tra il 1946 e il 1948, e per la prima volta anche le donne, si trovarono a decidere tra monarchia e repubblica e poi tra democrazia popolare, democrazia liberale o democrazia sovietica, tra allineamento con nazioni occidentali o con l'Unione sovietica, scelsero tra quel progetto e altri progetti di società molto articolati, non su slogan populisti come quelli che erano stati proposti per un ventennio dal fascismo mussoliniano.
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 10 agosto 2017

Partecipare al governo democratico

  Nella Costituzione è scritto che la sovranità appartiene al popolo, con il limite delle leggi che la regolano, ma in genere ciascuno pensa si contare poco, come singolo, nel governo della società. E in effetti è così, infatti la democrazia si esprime in azioni collettive e quindi i cittadini non contano come individui ma nella misura in cui sanno farsi popolo, quindi ad esprimere una forza collettiva. 
 Ma come?, noi "siamo" già "popolo", siamo italiani, viviamo in Italia dove la gran parte di noi è nata, parliamo italiano, vestiamo secondo la moda corrente in Italia, e via dicendo e precisando, in che senso dovremmo "farci" popolo? Questo è appunto il grande problema, e anche l'impegno, principale delle democrazie popolari, in cui il popolo non soltanto "è", ma anche "decide". Per essere "popolo che decide", per influire collettivamente sul governo della società, occorre fare unità nella gente al di là di quella che è manifestata da una certa somiglianza di elementi culturali, che, in fondo, è minimamente "decisa" dalla gente è in  massima parte subìta, per cui uno nasce e si ritrova in un certo ambiente sociale e si uniforma ad esso, facendo come gli altri. È per questo che ai rivoluzionari italiani del Risorgimento si presentò l'esigenza, dopo essere riusciti a "fare" l'Italia, unificando le genti stanziate in Italia sotto un'unica autorità politica, sotto un sovrano italiano, la dinastia dei Savoia, di "fare" gli italiani. Infatti dal 1848 la monarchia Savoia era del tipo "costituzionale", vale a dire che riconosceva limiti al potere del monarca e ammetteva la partecipazione democratica dei sudditi al governo dello stato, in particolare mediante l'azione politica di un Parlamento in cui la Camera dei deputati era eletta dai cittadini maschi e con certi requisiti di istruzione o di reddito. Quindi non bastava più, per essere popolo, essere sudditi di un unico re, occorreva un popolo con capacità politica. Ci si accorse che l'Italia era ancora "fatta" di popoli diversi, che addirittura parlavano lingue diverse e comunque avevano culture diverse: integrarli non si presentava facile. È un lavoro che fu in gran parte portato a termine solo negli anni Sessanta del secolo scorso, con quel potente strumento di integrazione culturale costituito dalle reti televisive pubbliche della Rai e con la realizzazione della scolarizzazione pubblica di massa, in particolare con la riforma della scuola media inferiore, che risale sempre agli scorsi anni Sessanta. La formazione è indispensabile per dare al popolo la capacità politica. Fin dall'Ottocento lo si era capito e ne aveva scritto, ad esempio, il rivoluzionario repubblicano Carlo Cattaneo (1801-1869), uno dei capi della rivolta milanese del 1848 contro gli occupanti austro-ungarici. Per fare politica non è sufficiente conoscere i problemi propri e di quelli che vivono nelle immediate nostre vicinanza, bisogna capire la storia in cui si vive, ed avere una prospettiva molto più ampia.
 Uno strumento molto potente per conquistare una capacità politica sono le encicliche sociali dei nostri  papi, in particolare a partire dalla La pace in terra, diffusa nel 1963, dal Papa Angelo Roncalli, regnante in religione come Giovanni 23^. Esse sono strettamente connesse con l'attualità, non si tengono sulle generali, e hanno una visione veramente globale. Non sono sempre facili da leggere, richiedono quasi sempre degli approfondimenti, ed è bene tenere a portata di mano, affrontandone lo studio, il libro di storia di terza media o un Smart-phone che possa consultare Wikipedia e l'enciclopedia Treccani in lìne.
  Per farsi popolo democratico occorre elevarsi sopra il proprio particolare. Altrimenti si rimane solo fazione politica, in lotta con le altre per avere di più delle risorse nazionali. Oggi la politica democratica è diffamata dalle fazioni politiche con l'accusa di corruzione e di inconcludenza; ma la gran parte dei problemi della politica democratica sono causati dallo spirito di fazione, per l'incapacità di elevarsi al di sopra dei propri interessi particolari. Al centro degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa vi è invece l'esortazione a farlo. Questo perché, se non si riesce a farlo, la società vive nel disordine della lotta di tutti contro tutti, e allora prevale il più forte, finché rimane tale, ad imitazione della crudele legge della natura. Ciò contrasta con la dignità degli esseri umani come persone, per natura soggetti di diritti universali, inviolabili e inalienabili ( così si legge nell'enciclica La pace in terra, sopra citata, n.5). C'è un limite alle pretese politiche di fazione ed esso deriva da ciò che costituisce come persona l'essere umana: in religione lo si ritiene di origine soprannaturale. Quindi un buon inizio di politica democratica è quando non si tiene conto solo di ciò che è bene per la propria fazione, ma anche delle esigenze umane delle persone che la pensano diversamente da noi e sono diverse da noi. Le divisioni della società, se non risolte tenendo conto del bene di tutti, distruggono la società. Questa è stata un'importantissima conquista culturale nel nostro pensiero religioso e ha portato, con l'azione determinante di gente della nostra fede, alla realizzazione della nostra nuova Europa, che ha consentito una lunghissima era di pace e di prosperità, senza precedenti nella storia dell'umanità,
 Mario Ardigò- Azione cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli
 

mercoledì 9 agosto 2017

Cambiare le persone al comando o le politiche?

  Questa serie di riflessioni estive possono servire a dare un orientamento su come affrontare i problemi politici nell'Italia di oggi, come siamo esortati a fare dai nostri vescovi. Hanno quindi una particolare attenzione agli insegnamenti di quel vasto corpo di documenti del magistero che contiene la dottrina sociale religiosa. La politica, quindi il governo della società, può essere una manifestazione dell'agàpe della fede, termine del greco antico che traduciamo in italiano con "carità" o "amore", ma che ha in realtà un senso sociale molto più intenso, facendo riferimento ad un lieto convito in cui c'è posto per tutti e in cui non manca nulla a nessuno.
  Di questi tempi ci viene proposto di cambiare classe politica, quindi le persone che comandano in politica, in Parlamento, nel Governo, negli altri posti dai quali si dà la linea all'azione sociale. L'idea è che cambiando le persone cambierà anche la politica è che, si sottintende, cambierà in meglio. Tuttavia può essere osservato che nel 2013 c'è già stato uno spettacolare cambio di classe politica: quelli di prima si sono ritirati e al comando c'è veramente gente nuova. Basta considerare le biografie degli attuali ministri, ma anche quelle dei parlamentari. Il mutamento è stato particolarmente accentuato nelle amministrazioni comunali di alcune grandi città, come Roma. Tuttavia, nonostante la "rottamazione" di tanta parte dei politici del passato, le politiche attuate non hanno presentato che mutamenti di dettaglio, piccole rifiniture. In passato le alternative non furono solo tra classi politiche, ma tra progetti politici ed erano veramente più impegnative, coinvolgendo addirittura lo schieramento internazionale dell'Italia rispetto ai due grandi blocchi all'epoca dominanti, quello dei capitalismi, guidato dagli Stati Uniti d'America, e quello dei comunismi, guidato dall'Unione Sovietica. In mezzo c'era un coordinamento di nazioni "non allineate" promosso dalla Jugoslavia.
 Il confronto, e anche lo scontro, tra disegni politici molto divergenti si risolse,in Italia, in ambito democratico, non nel caos, ma, nel dialogo culturale e sociale, in particolare nel Parlamento, con un conseguente risultato dialettico, per cui le due linee finirono per integrarsi, riconoscendo e inglobando gli elementi positivi ciascuna dell'altra. Questo è appunto il metodo raccomandato nella dottrina sociale della Chiesa, nella quale si prende realisticamente atto delle divisioni sociali, ma si invita a superarle nel dialogo, accentuando ciò che è il fondamento comune della convivenza civile. Un sistema di valori condivisi sorresse questa dinamica di dialogo:  si trattava dei valori costituzionali, con al centro quelli della persona umana e del lavoro. È appunto lo smarrimento di questo orientamento verso i valori che crea tanti problemi nella politica di oggi e impedisce di proseguire nella progettazione e attuazione di un mondo nuovo, vale a dire il lavoro iniziato dalle forze politiche dalle quali originò, nel 1948, dopo il lavoro dell'Assemblea Costituente, la nostra Repubblica democratica.
  Non basta cambiare le persone, occorre cambiare il progetto politico, se si vuole veramente cambiare una società in cui c'è troppa sofferenza. E innanzi tutto occorre averne uno. Ma, appunto, questo è un problema, oggi, perché i candidati a posti di comando non si azzardano ad essere troppo espliciti, rimanendo sulle generali, a livello degli slogan, che hanno la consistenza degli annunci pubblicitari. In effetti i candidati sono spesso consigliati dagli stessi specialisti in psicologia della decisione che strutturano gli annunci pubblicitari commerciali. Cercano di indurci a preferirli alle elezioni con le stesse tecniche.I loro appelli cercano di attivare la nostra mente più antica, quella che viene guidata dalle emozioni, che si basa sulla prima impressione è che ci serve a fare velocemente le scelte quotidiane ripetitive, dove è superfluo esercitare la nostra facoltà critica, ragionarci tanto sopra.  È stato dimostrato che, raggiunto quel livello, poi la coscienza critica che dovesse attivarsi successivamente, secondo la parte della nostra mente più evoluta, farà fatica a imporsi. Si rimane ancorato alla prima impressione, al primo giudizio emotivo, superficiale. Ma quando si tratta di fare scelte che implicano il futuro nazionale, è giusto fare così? Non si dovrebbe perdere un po' più di tempo per attivare la razionalità delle persone? Se però si punta solo a convincere gli elettori a tracciare un segno sulla scheda, non serve. Non è nemmeno necessario perdere tempo a ragionare ordinatamente e informandosi da fonti affidabili sui mali sociali e sulle soluzioni, come ad esempio si fa nell'enciclica Laudato si' del 2015. Non occorre avere un progetto di cambiamento. Ci si penserà quando si sarà al potere. Ma, allora, potrebbe essere troppo tardi. Fatalmente, non essendo preparati, si farà come quelli di prima, si seguirà la tradizione. Ecco dunque che gente nuova fa le cose di sempre.
 Per cambiare veramente occorre un nuovo progetto di società, altrimenti è scontato che si continuerà a fare come prima. Un criterio molto importante per valutare le proposte politiche e chi si presenta come candidato è quindi quello di individuare il progetto di società che c'è dietro, al di là degli slogan, delle parole d'ordine. Spesso i politici di oggi fanno appello alla fiducia verso di loro, dovremmo fidarci. Uno slogan di una pubblicità commerciale di alcuni anni fa diceva "La fiducia è una cosa seria, che si dà alle cose serie". È proprio vero. Nella politica decidiamo a chi affidare le vite nostre e dei nostri cari. Dovremo scegliere persone serie. È una persona seria il nostro Padre Francesco che ha scritto una lunga enciclica per spiegarci i mali d'oggi è le possibili soluzioni, acquisendo il parere di molti esperti; non mi pare che si dimostrino tali quelli che vanno per slogan tipo "rottamiamoli", "aiutiamoli a casa loro", e "meno tasse".
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli
  
 

martedì 8 agosto 2017

La politica e i valori

  La politica democratica, in una democrazia popolare quali sono le democrazie dei nostri tempi, è quella che consente e richiede la partecipazione di tutti al governo della società. Questo richiede che sia piena di valori. Non si tratta infatti solo di dominare, ma anche, attraverso l'esercizio dell'autorità, e questo è appunto il governo, migliorare la vita di tutti. Ma come farlo senza stabilire dei principi che orientino in questo lavoro? Se invece la politica è solo dominio, allora non ha bisogno di tener conto di tutti, le basta creare le condizioni sufficienti per conquistare e mantenere il potere. In questo caso si comanda nell'interesse proprio e del proprio ceto, vale a dire di quelli che, dominando la società, vogliono avere o mantenere una posizione favorevole. Chi governa in questa prospettiva è tendenzialmente un conservatore, perché, conquistato il dominio sulla società, non ha alcun vantaggio a cambiare. In politica l'orientamento conservatore è di solito definito "di destra", perché, nel Parlamento nazionale, fin da quando ne esiste uno, dalle prime elezioni politiche tenutesi nel Regno d'Italia dopo la sua fondazione, avvenuta nel 1861, i conservatori si collocavano nei banchi di destra. Questo accadeva già nella Camera dei Deputati del Regno di Sardegna, trasformatosi nel 1861 in Regno d'Italia, dopo l'annessione di gran parte dei territori italiani. Non è detto però che un conservatore sia contrario al progresso, e quindi anche a cambiamenti piuttosto intensi. Storicamente, anzi, abbiamo assistito a movimenti politici conservatori che proponevano politiche volte al progresso, sia tecnologico che sociale. La tendenza conservatrice, quindi, riguarda essenzialmente solo l'assetto sociale, in particolare nel contrastare l'emersione politica di altri gruppi sociali che rivendicano vantaggi analoghi a quelli dei ceti dominanti. Quando a voler emergere sono i ceti popolari posti in società in posizione generalmente subalterna, allora questa tendenza politica è definita di sinistra, perché storicamente i parlamentari che l'hanno impersonata si collocavano nei banchi di sinistra del Parlamento. In Italia questa tendenza politica è stata storicamente manifestata dai mazzinianesimo, vale a dire dai seguaci del politico rivoluzionario repubblicano Giuseppe Mazzini (1805-1872), dal socialismo, nei diversi partiti che storicamente lo espressero, a partire dal 1892, con la costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani, ma anche dal cattolicesimo democratico sulla base dei principi di giustizia sociale insegnati nella dottrina sociale a partire dall'enciclica Le novità, diffusa nel 1891 dal papa Vincenzo Gioacchino Pecci, regnante in religione con il nome di Leone 13^.
  I processi democratici furono animati e diretti inizialmente, da metà Settecento, dai ceti che controllavano le nuove tecnologie di produzione e di commercio, detti "borghesi", nei confronti della nobiltà federata con i sovrani dinastici assoluti, la cui ricchezza era essenzialmente basata sulla proprietà terriera. Successivamente furono progressivamente sempre più influenzati da forze politiche di sinistra, nell'emergere alla politica delle classi popolari, dovuto principalmente all'azione delle forze socialiste, ma anche, e questo molto sensibilmente dagli anni '40 del Novecento, di quelle del cattolicesimo democratico ispirato alla dottrina sociale. Questo allargamento della base sociale dei processi democratici ha anche prodotto una notevole estensione dei valori democratici, al centro dei quali, per l'azione determinante di esponenti cattolici e socialisti nella progettazione della nuova Costituzione repubblicana entrata in vigore nel 1948, vennero a situarsi quelli della persona umana e del lavoro. Essi, in questa concezione politica, sono strettamente collegati attraverso l'idea di " dignità", che riassume un sistema di limiti etici a ciò che si può fare agli e degli altri. Il lavoro deve essere rispettoso della dignità della persona e, così, diviene essenziale per rafforzare e manifestare la dignità della persona. Si tratta di dignità che si vuole di tutti, quindi nella sua massima estensione. Per capire la differenza tra politiche di destra e di sinistra è molto importante studiare come si pongono su quei temi.
  Storicamente si manifestarono, in particolare in Italia con il fascismo storico, politiche populiste. Nel populismo le minoranze dominanti, in genere in quanto controllano l'economia, prendono atto della forza delle masse e concludono con esse un patto di dominio e protezione: le masse accettano di rimanere ordinatamente sottomesse e in cambio hanno prestazioni sociali, in genere in danno di un qualche nemico temuto dalla gente. In questo quadro le risorse per le politiche sociali non derivano da un riequilibrio delle diseguaglianze sociali, ma da strategie di potenza consentite dalla forza delle masse. Il fascismo mussoliniano le cercò mediante le guerre coloniali e, da ultimo, con la guerra imperialista al seguito della Germania dominata dal fascismo di Adolf Hitler. Queste politiche populiste vengono inquadrate solitamente in quelle di destra, perché si oppongono agli ideali e ai progetti di quelle di sinistra.
 Ai tempi nostri la politica è generalmente orientata in senso populista. È quindi conservatrice, ma tenta di avere un vasto consenso sociale prospettando prestazioni sociali. È piuttosto vaga quanto all'individuazione delle fonti delle risorse necessarie, che non si ritiene debbano conseguire a un riequilibrio delle diseguaglianze sociali. La prima prestazione sociale promessa è, in Italia, il contrasto all'immigrazione dalle nazioni povere dell'Africa e dall'Asia, ma anche quella di negare i diritti di cittadinanza alla gente straniera che già di fatto fa parte del nostro popolo, avendo acquisito cultura e stili di vita di carattere europeo. Ha quindi carattere xenofobo, parola che significa avversione verso lo straniero. Ragionandoci sopra si capisce che gli impegni xenofobi  non potranno essere mantenuti e, quindi, sono più o meno a costo zero: richiedono solo periodiche manifestazioni di rigore verso la gente che vorrebbe vivere tra noi, per convincere i cittadini che sia possibile risolvere il problema delle migrazioni mediante respingimenti di massa. Si tratta di misure contrastanti con la dignità della persona e del lavoro e, in questo, riconoscibili come non appartenenti ad ideologie di sinistra. Il populista di oggi mira a far votare per lui, poi si vedrà. Propone un cambiamento di chi comanda, ma non dell'assetto sociale. Quindi è un conservatore, perché non ha un progetto alternativo di società, anche se, nei discorsi che fa, appare un rivoluzionario. Spesso è molto bellicoso con chi nella società sta peggio e non pensa possa votare per lui, o perché non ne ha diritto o perché gli è irriducibilmente avverso. Il più importante capo politico populista del mondo è oggi il presidente statunitense Donald Trump. Tutti gli altri populisti del mondo gli fanno in genere eco. Fa eccezione l'odierno Venezuela, che ha sviluppato un populismo di altro segno, sul modello staliniano. Il principale esponente che nel mondo si oppone ideologicamente al populismo del tipo trumpiano è papa Francesco. La dottrina sociale, con la sua etica molto esigente, è infatti all'antitesi del populismo.
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli
 

lunedì 7 agosto 2017

La felicità di tutti

  Le scienze sociali e della mente ci avvertono che gli esseri umani sono viventi in relazione. Questo è anche il più profondo insegnamento della nostra fede. Quindi la nostra felicità dipende dai nostri rapporti con chi ci sta intorno e la condanna più dura è quella alla solitudine, se la vita, in quel momento, non è riempita dal soprannaturale, dal rapporto con il fondamento che vive. Non è avendo di più che si è più felici: spesso lo dimentichiamo. Ma, oggi più che in tempi passati, è la nostra stessa sopravvivenza che dipende dagli altri, e, ai tempi nostri, anche da gente che vive dall'altra parte del mondo. Sulle cose di nostro uso comune c'è quasi sempre un'etichetta o una scritta in una parte nascosta che dice dove sono state fatte. Gran parte di esse sono state prodotte in Oriente. Una guerra da quelle parti, dall'altra parte del globo, potrebbe privarci delle cose che ci servono quotidianamente o potremmo essere costretti a pagarle molto di più. Le vite di tutti sono interconnesse. Che succederebbe se tutto procedesse caoticamente, senza alcun ordine, solo secondo i rapporti di forza bruta? La società da cui dipendiamo per la sopravvivenza non potrebbe esistere. E infatti un'ordine c'è, disciplinato da una fitta rete di accordi internazionali, che fa sì che merci dall'altra parte del mondo possano arrivare fino a noi. Questi trattati sono stati costruiti dalla politica. Dunque, se vogliamo "fare politica" dobbiamo occuparcene, almeno a grandi linee e il destino di popoli lontani non ci può essere indifferente. E per loro è lo stesso.
  Spesso la politica è presentata come una via per avere di più, e invece dovrebbe servire a vivere meglio. Per questo è necessariamente legata ad un'etica. Se è  lotta di tutti contro tutti, per accaparrarsi un di più di risorse scarse, diventa inefficace e produce solo caos, in cui si vive peggio e addirittura si rischia di soccombere. È per questo che il mercato, in cui tutti competono con tutti, deve avere correttivi politici e non può fornire l'etica di una società, ma solo quella di un suo settore. Ma, in realtà, è proprio vero che  il mercato è quella specie di giungla come ci viene presentato, in cui i grossi cercano di mangiare i piccoli e, comunque, di fare fuori i più deboli? No, non è così. Tanto che è proprio in una società di mercanti che è nata, nell'antica Grecia, la più antica democrazia. Il mercato è un'istituzione che consente l'incontro e gli scambi, in sicurezza e anche a livello internazionale, tra genti che appartengono a sistemi politici diversi. E l'etica del capitalismo, in cui la produzione e gli scambi lasciano molto spazio all'autonomia privata, è appunto un'etica, vale a dire un sistema di limiti che ciascuno riconosce al proprio arbitrio e ai propri appetiti. Altrimenti diviene impossibile il commercio e rimane solo la rapina, per cui i forti profittano dei più deboli e li spogliano dei loro beni. Diverrebbe così impossibile lo stesso capitalismo se le vite e i beni fossero costantemente minacciati e nessuno potesse fidarsi degli altri. Questa condizione di insicurezza farebbe regredire la nostra civiltà a livelli primordiali, che non consentirebbero la sopravvivenza di otto miliardi e oltre di persone sul nostro pianeta. L'idea che si debbano "rottamare" i meno idonei sorse dalla seconda metà dell'Ottocento, sulla suggestione della scoperta dell'evoluzione  naturale delle specie animali secondo la lotta per la sopravvivenza, con la seguente selezione degli organismi più adatti alle condizioni ambientali. Si pensò che ciò che si era prodotto in milioni di anni nel mutamento delle specie viventi potesse essere applicato alla rapidissima evoluzione sociale degli umani. È il "darwinismo sociale", dal cognome dello scienziato Charles Darwin che nell'Ottocento studiò l'evoluzione delle specie. Ecco poi l'idea che la guerra sia un'igiene del mondo, diffusa nel secolo scorso dai futuristi e ripresa dal fascismo mussoliniano. Salvo poi constatare che la guerra è solo un immenso spreco di umanità, in cui spesso sono proprio i migliori a soccombere sul campo di battaglia. Era cosa nota da secoli, ma certe conquiste culturali vanno rinnovate di generazione in generazione.
  Si sostiene che i meno idonei in società dovrebbero essere rottamati per dare una specie di giustificazione alla propria crudeltà, a tutte le sofferenze che si producono e si ignorano negli altri. Si vorrebbe accreditare l'idea che questo sia "naturale", per scaricarsi la coscienza. Si ragiona in questo modo quando si dice che dovremmo selezionare i migranti per bisogno, tenendoci solo quelli che ci servono. Non si tiene conto che oggi tocca a loro e domani, affermato quel bestiale principio, potrebbe toccare a noi. E, del resto, già sta accadendo ai nostri figli che sono andati all'estero, perché da noi non abbiamo saputo costruire le condizioni per un loro impiego.
  La società costituisce ormai, a livello mondiale, un tutto integrato e inscindibile, da cui dipendono la nostra felicità e la nostra sopravvivenza. Non possiamo ragionevolmente pensare di poter sopravvivere in un nostro piccolo mondo separato, in cui ci sono solo quelli che ci vanno a genio. Dobbiamo pensare alla felicità di tutti e dobbiamo farlo razionalmente, programmando e costruendo relazioni. È questa anche la realtà dell'agàpe religiosa, che significa benevolenza per far posto a tutti, nessuno escluso. È questo che è al fondo della dottrina sociale, che contrasta duramente con la crudele ideologia dei rottamatori sociali. Nella visione del pensiero sociale animato dalla nostra fede la politica è agàpe. E, più o meno dagli anni Trenta del secolo scorso, si ritiene anche che sia un compito di tutti, non solo di quelli che si trovano al comando. Questo ora rende possibile costruire una teologia della democrazia, vale a dire rendere esplicito il senso religioso della democrazia come oggi là si intende, piena di valori umanitari, non solo procedura in cui vince la maggioranza. Una democrazia di tutti: questo è l'obiettivo che ci viene indicato dal nostro pensiero sociale ed esso è in grado di rivoluzionare il mondo in cui viviamo, nel quale c'è ancora tanta sofferenza. A questo si contrappongono i populismi correnti che sono profondamente antidemocratici e mirano a disarticolare le masse, rendendole schiave delle loro paure e delle loro tentazioni, per poi dominarle salendo loro sulle spalle e mantenendole schiave, come tutti i populismi hanno sempre fatto. Il paziente e pertinace lavoro di formazione sociale che in religione si va facendo sulle masse dal secolo scorso è teso invece a suscitare una realtà di popolo impegnato nell'agàpe, per trasformare la società avendo di mira la vera felicità. Laddove i populisti gridano "Avete ragione di avere paura!", la dottrina sociale esorta e incoraggia, invece, con un "Non abbiate paura!".
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli
  

domenica 6 agosto 2017

Pensare come popolo

  Per fare politica, quindi per governare la società, bisogna pensare in termini collettivi, sia che lo si voglia fare con metodi democratici sia che lo si voglia fare in altro modo. Questo, il pensare sociale, ci viene oggi più difficile. Siamo stati diseducati a farlo, la società è stata intenzionalmente disarticolata. È un processo che si è sviluppato in tutto il mondo Occidentale a partire dagli scorsi anni '80 e che ha avuto nel capo del governo inglese Margaret Thatcher, in carica dal 1979 al 1990, l'ideologa più lucida, coerente e determinata. Sosteneva che la società non esiste e che esistono solo gli individui. In questa concezione ognuno vale per sé stesso o, come si dice ora in Italia, "uno vale uno". Questo modo di pensare impedisce alle masse di quelli che in società stanno peggio di cambiare le cose a loro favore democraticamente. Esse hanno di fronte i privilegiati che controllano il corso degli eventi politici da posizioni di forza raggiunte storicamente, di solito attraverso il controllo dell'economia, e possono prevalere solo con il numero, facendosi popolo da insieme caotico di individui che sono. Una persona da sola non conta nulla e la prima strategia di chi controlla il potere da un punto di forza è quella di disarticolare le opposizioni, di scoraggiarle, disperderle e dissolverle, in modo che tornino masse di individui scollegati. Perché, per fare politica, non basta pensare in molti in uno stesso modo e avere interessi comuni, ma occorre essere legati da un patto d'unità d'azione a cui essere strenuamente fedeli. E bisogna avere un progetto non solo per sé stessi e per il proprio gruppo, ma anche per tutti gli altri, compresi quelli che ci si oppongono. Infatti la società c'è ed è la rete di relazioni che ci consente di sopravvivere in tanti in un mondo che si è fatto molto complesso e che esprime stili di vita con molta sofisticata tecnologia dentro. In un progetto totalitario l'obiettivo principale sarà il dominio della società, in modo da rendere stabile il proprio potere. In un'ottica democratica si cercherà invece di organizzare la politica in modo che nella società la maggior parte possibile della gente, nonostante le sue diversità,  possa beneficiare delle attività collettive e, innanzi tutto, far valere i propri problemi di vita. Si cercherà quindi di individuare, in ogni momento storico, quale sia il "bene comune", che comprende anche la pace sociale e internazionale, in modo che non sia messa in pericolo la vita della gente. In una  visione non democratica, quando un gruppo riesce a conquistare il potere prevalendo sugli altri, si avrà invece di mira essenzialmente il benessere del ceto dominante, mentre quello degli altri verrà considerato quel tanto che basta ad ottenerne il consenso sociale che serve a disarticolare ogni opposizione. È appunto a questo che servono le politiche "populiste", che ebbero nel fascismo mussoliniano un esempio importante. Ma storicamente è una linea che era stata seguita anche dai monarchi dinastici dell'epoca dell'assolutismo regio, fin da tempi molto antichi. Nell'antica Roma, dopo la decadenza delle istituzioni repubblicane, nel primo secolo dell'era antica, il favore delle masse veniva conquistato con sistematiche elargizioni e spettacoli pubblici, "pane e circo" si diceva. In questo modo, di fronte al potere populista non democratico, le masse rimangono plebe informe, tumultuante per avere di più, ciascuno in lotta con gli altri. Farsi popolo richiede un'etica diversa e, innanzi tutto, un'etica, un senso del dovere per il quale si diviene insensibili alle lusinghe populiste e capaci di resistere alla violenza esercitata dal potere non democratico quando il populismo non funziona. Nelle drammatiche violenze di questi giorni in Venezuela assistiamo alla degenerazione di una democrazia verso l'autocrazia violenta dopo il fallimento di politiche populiste. 
  L'idea che in politica si debba seguire il "bene comune" è centrale nella dottrina sociale della Chiesa. Questo significa che l'egoismo sociale è riprovato. Questo condanna molte delle parole d'ordine populiste di oggi come l'idea che si debbano "rottamare" persone, o l' "aiutiamoli a casa loro" e, infine, il "meno tasse". Il pensiero sociale sviluppato in religione dagli anni Sessanta, dall'ultimo Concilio ecumenico, in cui gli affari sociali ebbero grande considerazione, ritiene che nessuno debba essere rottamato, che ognuno debba essere aiutato nel momento e dove si trova in difficoltà e che in società si debbano trovare le risorse necessarie per il benessere di tutti, a prescindere dalla distribuzione delle risorse che si ottiene nei rapporti di forza del mercato, il che richiede un adeguato livello di imposizione fiscale e, soprattutto, imposte che non gravino su tutti in modo eguale, ma di più sui ceti privilegiati. Infatti il privilegio, nella maggior parte dei casi, deriva da posizioni di forza sociale ingiustificate dal punto di vista razionale e di equità,  per cui alcuni vogliono di più e facendo forza sugli altri, ma anche sfruttando le opportunità offerte dal sistema sociale, riescono ad ottenere ciò che vogliono. Nel gergo, si dice che occorre quindi una "politica dei redditi", espressione che oggi suona strana, perché si ritiene sacro, e quindi intangibile, ciò che ciascuno riesce a conquistare in società, ma che è un fattore essenziale della democrazia, che rapidamente degenera nel caso dell'aggravarsi di generalizzate diseguaglianze ingiustificate. Lo strumento fiscale serve anche a temperarle.   Il populismo corrente non ha un progetto di politica dei redditi e, in merito, ha presentato come un grosso successo l'aver tagliato un po' le pensioni di alcuni vecchi parlamentari di lungo corso, disponendo che fossero ricalcolate secondo i diversi criteri vigenti per i parlamentari attuali: un risparmio tutto sommato irrisorio,che non tocca gli squilibri molto più rilevanti che ci sono in società, in un tempo in cui è enormemente aumentato, in particolare nel settore privato, il rapporto tra stipendi dei più alti dirigenti e quelli di base e in cui i risultati dei dirigenti vengono valutati tanto più positivamente, con aumenti di stipendi e premi, quanto più si riesce a risparmiare sui costi del lavoro, quindi sul numero e gli stipendi degli addetti. Una misura che, tra l'altro, come è stato osservato giustamente nel dibattito parlamentare, apre la via al ricalcolo di tutte le pensioni dei più anziani, che sono state determinate con criteri molto più favorevoli di quelli stabiliti per chi oggi ancora lavora.
Mario Ardigò, Azione Cattolica in San Clemente papà, Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 5 agosto 2017

La società costruita

  Nell'organizzazione della società non c'è nulla di naturale: è integralmente una costruzione umana. È per questo che cambia continuamente e, in genere, abbastanza rapidamente. Il bene e il male che c'è dipendono da questo assetto della società. Senza un ordine la società non potrebbe esistere, non ci sarebbe più. Esso deriva dalle relazioni tra i gruppi sociali, e, al livello minore, tra le persone. Le consuetudini sociali sono le più antiche leggi umane. È come quando tante persone percorrono una certa via in un bosco e allora a terra si crea un sentiero visibile, che viene percorso quando si vuole arrivare da una certa parte. Quando sulle consuetudini si crea un accordo esplicito, nasce la legge come la intendiamo. Ma una legge può anche essere imposta dal gruppo sociale che riesce a imporsi sugli altri. Nasce un'autorità pubblica. Queste leggi, imposte da un'autorità, sono più resistenti al cambiamento, perché sono legate alla forza del gruppo sociale che le ha rese obbligatorie e che si occupa di punire chi non le segue. Si crea così una tradizione normativa. Per dare più forza a queste leggi le si può collegare ad un'autorità celeste e allora la violazione diventa anche un atto empio. Le violazioni più gravi lo sono ancora, ad esempio il furto o l'omicidio. In religione si sta in questi giorni discutendo se rendere tale anche il delitto di corruzione politica. Ma le leggi umane rimangono integralmente una costruzione sociale che dipende dal rapporto di forza tra i gruppi della società.
  Quando emergono nuovi gruppi sociali, cambiano le norme. È accaduto con l'affermarsi dei ceti popolari, degli strati più umili della società, nel corso del Novecento. Erano, e sono, quelli che stanno peggio. Chi stava meglio in società era una piccola minoranza. Sembrava che il Cielo volesse così. Reagire a questo stato di cose sembrò in origine un atto empio. È per questo che in religione spesso si ostacolò il processo di cambiamento sociale in senso più giusto. In particolare questa fu, a lungo, la posizione del papato. Nell'enciclica Le novità, diffusa nel 1891 dal papa Vincenzo Gioacchino Pecci, regnante in religione come Leone 13*, si insegnava che la diseguaglianza tra i gruppi sociali non poteva essere superata, quindi che era "naturale", ma che i più ricchi e i padroni dell'economia non dovevano infierire su chi stava peggio. Poi la dottrina sociale cambiò molto e nell'enciclica Lavorando, diffusa nel 1981 dal papa Karol Wojtyla, regnante in religione come Giovanni Paolo 2*, per molti versi si insegnano idee opposte. Anche la Chiesa come gruppo sociale cambia? È certamente così. Nelle sue dinamiche sociali ha seguito quelle delle altre società. I suoi capi hanno esercitato l'autorità recependo il modo di comandare delle altre autorità. I papi, in particolare, concepirono sé stessi come imperatori, ma dagli anni Sessanta vorrebbero essere qualcosa di diverso.
 Il male che c'è in una società, quello collettivo e quello personale dipende in gran parte da come è stata costruita l'organizzazione sociale. I più interessati al cambiamento sono quelli che stanno peggio, che di solito sono la maggioranza. Senza correttivi, tendono infatti a prevalere minoranze di privilegiati che per varie ragioni hanno raggiunto posizioni di forza. In ambente democratico, in cui prevalgono le maggioranze, queste ultime dovrebbero poter riuscire a cambiare le cose, ma storicamente non è stato così facile. Questo perché la cultura, che spiega come vanno le cose, è in genere controllata da chi sta meglio e quindi dà molte buone ragioni per lasciare tutto com'è. il primo passo per suscitare un movimento popolare di riforma è di far prendere alla gente coscienza del fatto che certe sofferenze non sono ineluttabili, ma la conseguenza di un certo ordine sociale, che come è stato costruito può essere cambiato, e anche abbattuto se veramente malvagio.
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte,Sacro,Valli

venerdì 4 agosto 2017

Diventare popolo?

Diventare popolo?
  L'unità nazionale si fece tra il 1848 e il 1870 e ai moti e alle vere e proprie guerre per realizzarla parteciparono molti cattolici. Vi si opponevano le monarchie che dominavano all'epoca gli Stati italiani, tra le quali l'Impero di Austria e Ungheria e il Regno pontificio, ad eccezione di quella dei Savoia del Regno di Sardegna, con capitale Torino. Dall'altra parte del fronte c'erano altri italiani, oltre che i militari e funzionari  austro-ungarici, e questi nemici erano, in massima parte, cattolici. Giuseppe Mazzini, l'apostolo dell'unità nazionale, aveva scelto come motto quello di "Dio e popolo", e voleva costruire il nuovo stato unitario come una repubblica animata da valori umanitari. La scritta "Dio e popolo" era al centro del tricolore che fu adottato come bandiera della Repubblica romana, nel 1849, quando per alcuni mesi ebbe successo una rivoluzione democratica a Roma. In quell'occasione Mazzini partecipò con Aurelio Saffi e Carlo Armellini all'organo provvisorio  di governo del nuovo stato. Il papato non riuscì a fornire una teologia che indirizzasse tutti i cattolici, in questa tumultuosa fase politica, per costruire una pace democratica nei tempi nuovi, che la storia spingeva verso il superamento della frammentazione istituzionale italiana. I moti per l'unificazione nazionale non erano irreligiosi, ma divennero anticlericali per la strenua opposizione del papato. Quest'ultimo, addirittura, dopo la proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, vietò ai cattolici la partecipazione alla vita democratica del nuovo stato nazionale. E, in un drammatico concilio tenutosi nel 1870, l'anno della conquista militare del Regno pontificio da parte delle truppe del Regno d'Italia, rafforzò il divieto proclamandosi infallibile nella materia di fede: e la conquista di Roma, con la perdita della sovranità politica del papato, la poneva in questione, perché riguardava anche la missione del papato. Fatto sta che, come osservò lo scrittore e politico Massimo D'Azeglio, fatta l'Italia bisognava fare gli italiani. In questo il papato si pose di traverso, realizzando una vera e propria tragedia nazionale, privando il nuovo stato dell'apporto dei cattolici, che proprio in quegli anni, dall'unità nazionale in poi, avevano cominciato ad esprimere numerosissime e vivaci iniziative sociali, in particolare a beneficio degli strati meno ricchi del popolo. In un certo senso, quello del "fare gli italiani" è un problema ancora attuale, sebbene in un senso diverso da come veniva inteso a metà dell'Ottocento. Non si tratta infatti di aderire ad un modello politico ideale di italiano, quindi di adeguare la realtà ad una teoria, ma di riscoprire le ragioni di essere popolo, e,innanzi tutto, di scegliere come esserlo e con chi.
  Come ho accennato negli interventi precedenti ci sono infatti vari modi di essere popolo. Un popolo democratico è qualcosa di più di gente soggetta ad un potere pubblico su un certo territorio. In democrazia il popolo esprime la cittadinanza, vale a dire una partecipazione al governo. Si parla in proposito di "sovranità", intesa come potere supremo, ma bisognerebbe trovare un'altra espressione per definire il potere democratico. Infatti, in democrazia, nessun potere, nemmeno quello del popolo, è veramente "sovrano", vale a dire illimitato. Nelle democrazie contemporanee il potere supremo, la "sovranità", è limitato da un sistema di  principi umanitari che valgono anche se non espressi in leggi formali e addirittura contro le leggi formali, fondando il diritto personale e comunitario di resistenza. È su queste basi che, tra il 1945 e il 1946, poterono celebrarsi processi giudiziari in sede internazionale contro alcuni del più alti capi del governo tedesco dei tempi in cui la Germania era stata governata da un regime nazional-socialista, vale a dire dal fascismo di Adolf Hitler. Questa idea, che nessun popolo possa finire completamente in mani altrui, fossero anche quelle di capi legittimati dallo stesso popolo, fa parte della dottrina sociale della Chiesa ed è molto antica, risalendo al pensiero medievale, come filosofia istituzionale. Ma i suoi fondamenti sono ancora più antichi e li troviamo nei Vangeli. Nelle varie encicliche sociali del papa Karol Wojtyla ne possiamo leggere  un'ampia e sistematica esposizione. La "costituzione" dell'Unione Europea si basa su di essa. Non appena i cattolici, dopo la Seconda guerra mondiale,  furono liberati dai vincoli clericali che ostacolavano la loro piena partecipazione alle democrazie europee, essi idearono un nuovo mondo, e parteciparono in ruoli determinanti alla sua realizzazione. Poteva accadere prima, fin dall'Ottocento? Le risorse culturali c'erano. Mancava la democrazia. Il nesso tra valori e democrazia è fortissimo. Certi valori richiedono un ambiente politico democratico per affermarsi. Mazzini se ne rendeva conto e contestava vivacemente quelli che pensavano che democrazia significasse solo anarchia. Oggi però il populismo corrente contesta appunto alla democrazia la mancanza di valori e propone di fare a meno di essa.  A ognuno dovrebbe essere consentito di esprimere preferenze via internet, poi si fa il conto: ma questa non è democrazia, è un sondaggio. Che cosa manca? Manca l'impegno personale. Che cosa si mette di sé, infatti, in questa procedura? Si è disposti a rischiare la propria vita o, comunque, ciò che di più importante si è o si fa? E mancano anche il dialogo e l'intesa con gli altri: il farsi partito, il modo in cui si dà ordine e prospettiva all'impegno politico collettivo. È per questa via che il Mazzini indusse moti popolari molto potenti, basati su un coinvolgimento etico e personale fortissimo, che furono determinanti nel realizzare l'unità nazionale. Questa è politica che cambia le cose. Il populismo invece è solo un inganno, per strumentalizzare il voto popolare e saltare sulle spalle di un popolo. Non cambia veramente nulla per il popolo, se non l'identità di chi è riuscito a dominarlo, domandolo. Per questa via la democrazia perde senso, rimane solo vuota procedura.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli
 


giovedì 3 agosto 2017

Serve un governo del popolo?

 La democrazia ê governo del popolo. Ma serve? Le imprese, ad esempio, non sono dirette con criteri democratici, eppure sono prese spesso a modello quando si pensa come gestire al meglio gli affari pubblici. 
Se consideriamo realisticamente noi stessi, capiamo che sappiamo fare bene poche cose. Questo anche se in un certo campo arriviamo ad essere degli esperti. Come possiamo "governare"? Gli altri però sono nelle nostre stesse condizioni. Che cambia mettendosi insieme? Sono obiezioni alla democrazia che furono poste fin da quando su questi temi si cominciò a ragionare sistematicamente, nell'antica Grecia di circa 2500 anni fa.
 Si pensò, allora, che fosse meglio che lo stato fosse retto da competenti: si pensò ai filosofi, che nell'antichità si intendevano un po' di tutto. Ma, al dunque, fu sempre la forza a prevalere. All'origine di ogni potere politico c'era sempre un atto di violenza. Poi il potere tendeva a perpetuarsi e a trasmettersi in una piccola cerchia. In particolare si cercava di tramandarlo in famiglia, di genitore in figlio, quindi di renderlo potere dinastico. Del resto il governo monarchico era una tradizione molto antica. Ancora oggi l'idea di fare unità politica intorno ad una persona convince. Ma non regge ad una critica razionale. Perché i singoli rimangono sempre persone limitate: in genere, finiscono con il deludere. E, di solito, non vanno al potere dei sapienti. La storia rende chiaro, poi, che la capacità di governo non si trasmette di genitore in figlio e non si accompagna automaticamente alla sfontatezza e alla violenza di quelli che con la forza ambiscono a conquistare il potere. Per impratichirsi nel governo occorre tempo, ma il protrarsi di un governo tende a produrre una degenerazione, in particolare una commistione di interessi privati e pubblici. Più si resta al potere, più si diventa dipendenti dal potere e non lo si vuole lasciare. Si ricorre ad ogni mezzo per non esserne esclusi. Le monarchie dinastiche europee dal Medioevo cercarono di accreditarsi come volute dal Cielo, ma anche prima c'era stato un impiego della religione a sostegno del potere pubblico. A volta si divinizzavano i sovrani, ma in un ambiente di religione politeistica questo aveva conseguenze meno serie: il sovrano era solo un dio tra molti altri, e nemmeno il più potente. La gente si accostava al sovrano-dio con lo stesso spirito con cui lo faceva con gli altri cercando di ingraziarsene i capricciosi favori. Se però l'autorità celeste è una sola e per di più è per definizione sommo bene, l'effetto di consolidamento del potere è molto maggiore, e i sudditi non devono solo obbedire, ma anche amare il sovrano. In questo quadro la democrazia viene considerata un'empietà. È in fondo questo il vero motivo per il quale si vorrebbe che la Chiesa non fosse democratica, ed effettivamente non lo è. Poi però si deve constatare che questi sovrani voluti dal Cielo, civili o religiosi che siano, non sono granché. Ancora oggi ci sono monarchie politiche dinastiche, sebbene contino poco nel governo dello stato, affidato a istituzioni democratiche. A parte dare spettacolo, con fastose,cerimonie pubbliche di tanto in tanto, i monarchi di oggi fanno ben poco e, individualmente, non si distinguono molto dai loro sudditi. Non sono sapienti, ma non sono nemmeno competenti in qualche cosa, salvo l'etichetta di corte. Hanno il problema di come passare il molto tempo libero che hanno e spesso hanno sviluppato le abitudini di vita dei grandi ricchi tra i quali si sono formati. 
 Ma il "popolo" è meglio di loro? Se lo consideriamo solo come insieme di gente che è soggetto ad un potere pubblico, sicuramente no. Perché questa è una posizione puramente passiva. Diventa migliore quando si manifesta capace di critica sociale, a cominciare dall'autocritica. La critica induce a migliorarsi, ma è cosa che si impara. Uno come Giuseppe Mazzini (1805-1872) pensava, e infatti lo scrisse, che gli italiani fossero democratici per indole, per natura capaci quindi di migliorarsi mediante critica e autocritica. Così ribatteva a chi lo metteva in guardia che in realtà non era così. Gli obiettavano che era meglio procedere per gradi: conquistare l'unità nazionale sotto la monarchia Savoia, che dal 1948 si era fatta "costituzionale", concedendo uno Statuto e accettando di condividere il potere con istituzioni democratiche, poi educare la gente alla democrazia, quindi  farne "popolo" di cittadini da popolo di sudditi che era, poi, infine, proclamare la repubblica. Mazzini premeva invece per avere subito la repubblica per far fare precocemente tirocinio di democrazia alla gente. Pensava infatti che le dinastie regnanti dell'epoca, al di là dei periodici conflitti per ragioni di espansione territoriale, al dunque si sarebbero coalizzate contro i loro popoli, per mantenere il loro dominio dinastico su di essi. E in questo non sbagliava.
 Se il popolo si impegna nel governo democratico, divenendo capace di critica e autocritica sociale e accettando i limiti democratici ad ogni potere, in durata ed estensione, può essere un governante migliore di quando il potere finisce stabilmente nelle mani di pochi o di uno solo, perché più gente significa più risorse umane, più competenza, poter vedere le cose da più punti di vista e quindi meglio,ma soprattutto cercare di non trascurare nessuno. Per riuscirci il popolo deve proporsi di non essere un despota. Infatti nella nostra Costituzione, nello stesso articolo, il primo dei "principi fondamentali", in cui si attribuisce al popolo la "sovranità", vale a dire il poter più alto, si pone ad esso il limite della legge. Quello del popolo, se vuole essere democratico, non deve mai essere un potere "assoluto", vale a dire illimitato. I "populisti", quelli che cercano di ingraziarsi emotivamente il popolo per montargli sulle spalle e dominarlo, lo propongono invece come illimitato, contrapponendo democrazia e popolo. Ma la legge della storia è questa: il popolo che vuole farsi despota, cade in mano ai despoti. Quelli che si lasciano fascinare dalle parole d'ordine dei populisti di oggi, come "meno tasse!" e "aiutiamoli a casa loro!", costruiscono il nido del despota.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli




martedì 1 agosto 2017

Noi popolo

  A chi pensiamo quando parliamo di "popolo"? È importante saperlo in un sistema politico come quello italiano che dà la "sovranità" al popolo.
  In diritto si parla di popolo riferendosi alla gente che sta sotto un potere pubblico, che si impone senza bisogno di consenso. Vi hanno mai chiesto se volevate essere italiani? Eppure, vivendo in Italia, siete soggetti alle leggi italiane. Siete popolo. Ma se siete anche "cittadini" rimanete parte del popolo italiano anche andando all'estero. In Italia c'è anche gente che fa parte del popolo, perché vive e lavora stabilmente da noi, è soggetta alle leggi italiane, ma non ha la "cittadinanza". Avere la cittadinanza significa poter partecipare, quando si hanno diciotto anni, alle procedure democratiche delle istituzioni pubbliche, quelle che esercitano i poteri pubblici. Un sistema politico è tanto più democratico, secondo la concezione che ai tempi nostri si ha della democrazia, quanto più la cittadinanza è estesa al popolo, quanto più si riduce il numero di quelli che sono popolo ma non cittadini. Nell'antica Atene, dove vennero ideate le "parole" della democrazia, non era così: i cittadini erano una minoranza, vale a dire tutti quelli che, non avendo l'obbligo di lavorare, avevano tempo di discutere dei problemi dello stato. A quell'epoca lavorano quasi solo gli schiavi. Il lavoro era un lavoro schiavo. La democrazia italiana di oggi dovrebbe essere invece  "fondata sul lavoro". È scritto nell'art.1 della nostra Costituzione. Che significa? Significa impegnarsi a non escludere i lavoratori dalle procedure democratiche. Questo però richiede che il lavoro non sia lavoro schiavo. È quindi un "impegno" perché si è visto storicamente che l'economia, lasciata a sé stessa genera lavoro schiavo.
 Di popolo però si può parlare anche in altro senso. Come di gente che, non solo è soggetta ad uno stesso potere pubblico, ma che è legata anche da altro, ad esempio da una lingua e da altre tradizioni culturali, modi di vita, modi di pensare, anche idee religiose. Era così che lo intendeva il rivoluzionario italiano dell'Ottocento Giuseppe Mazzini, al quale sono intitolate tante vie e piazze in Italia. Il suo motto fu "Dio e popolo".  Fino al 1861, quando fu proclamata l'unità nazionale sotto il Regno d'Italia, e sotto la monarchia dinastica dei Savoia, non ci fu "un" popolo italiano inteso come soggetto ad un unico potere pubblico, ma più popoli italiani, sotto diverse autorità pubbliche, ed anche ad un'autorità straniera, quella dell'Impero di Austria e Ungheria. Mazzini però ed altri intellettuali e rivoluzionari della sua epoca, pensavano che ci fosse una unità di cultura, intesa come storia,stili di vita, modi di pensare che faceva degli italiani un solo popolo anche se al momento erano sotto varie autorità pubbliche. Questo, nella sua visione, esigeva l'unità nazionale. Era, per lui, anche un problema di dignità. Come si canta nel nostro inno nazionale, scritto e musicato da rivoluzionari mazziniani, gli italiani erano "calpesti e derisi" proprio perché non erano "popolo", perché erano divisi. 
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli