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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 1 agosto 2017

Noi popolo

  A chi pensiamo quando parliamo di "popolo"? È importante saperlo in un sistema politico come quello italiano che dà la "sovranità" al popolo.
  In diritto si parla di popolo riferendosi alla gente che sta sotto un potere pubblico, che si impone senza bisogno di consenso. Vi hanno mai chiesto se volevate essere italiani? Eppure, vivendo in Italia, siete soggetti alle leggi italiane. Siete popolo. Ma se siete anche "cittadini" rimanete parte del popolo italiano anche andando all'estero. In Italia c'è anche gente che fa parte del popolo, perché vive e lavora stabilmente da noi, è soggetta alle leggi italiane, ma non ha la "cittadinanza". Avere la cittadinanza significa poter partecipare, quando si hanno diciotto anni, alle procedure democratiche delle istituzioni pubbliche, quelle che esercitano i poteri pubblici. Un sistema politico è tanto più democratico, secondo la concezione che ai tempi nostri si ha della democrazia, quanto più la cittadinanza è estesa al popolo, quanto più si riduce il numero di quelli che sono popolo ma non cittadini. Nell'antica Atene, dove vennero ideate le "parole" della democrazia, non era così: i cittadini erano una minoranza, vale a dire tutti quelli che, non avendo l'obbligo di lavorare, avevano tempo di discutere dei problemi dello stato. A quell'epoca lavorano quasi solo gli schiavi. Il lavoro era un lavoro schiavo. La democrazia italiana di oggi dovrebbe essere invece  "fondata sul lavoro". È scritto nell'art.1 della nostra Costituzione. Che significa? Significa impegnarsi a non escludere i lavoratori dalle procedure democratiche. Questo però richiede che il lavoro non sia lavoro schiavo. È quindi un "impegno" perché si è visto storicamente che l'economia, lasciata a sé stessa genera lavoro schiavo.
 Di popolo però si può parlare anche in altro senso. Come di gente che, non solo è soggetta ad uno stesso potere pubblico, ma che è legata anche da altro, ad esempio da una lingua e da altre tradizioni culturali, modi di vita, modi di pensare, anche idee religiose. Era così che lo intendeva il rivoluzionario italiano dell'Ottocento Giuseppe Mazzini, al quale sono intitolate tante vie e piazze in Italia. Il suo motto fu "Dio e popolo".  Fino al 1861, quando fu proclamata l'unità nazionale sotto il Regno d'Italia, e sotto la monarchia dinastica dei Savoia, non ci fu "un" popolo italiano inteso come soggetto ad un unico potere pubblico, ma più popoli italiani, sotto diverse autorità pubbliche, ed anche ad un'autorità straniera, quella dell'Impero di Austria e Ungheria. Mazzini però ed altri intellettuali e rivoluzionari della sua epoca, pensavano che ci fosse una unità di cultura, intesa come storia,stili di vita, modi di pensare che faceva degli italiani un solo popolo anche se al momento erano sotto varie autorità pubbliche. Questo, nella sua visione, esigeva l'unità nazionale. Era, per lui, anche un problema di dignità. Come si canta nel nostro inno nazionale, scritto e musicato da rivoluzionari mazziniani, gli italiani erano "calpesti e derisi" proprio perché non erano "popolo", perché erano divisi. 
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli

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