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venerdì 11 agosto 2017

Vivere la politica democratica

   Parlo con la gente intorno a me e sento che è delusa della politica democratica. Mi pare anche che ne abbia perso dimestichezza. La vive al modo di sudditi e allora rivendica miglioramenti per sé, senza preoccuparsi degli altri e della società intorno.  Non sente la politica come propria. Le riescono difficili i temi che tratta e non intravede soluzioni. Anzi, peggio, sospetta che ogni soluzione che viene proposta nasconda un imbroglio, in particolare che chi comanda in politica non le dica tutta la verità. Sospetta anche che i "politici" non siano capaci di vero altruismo e che quando parlano di "sacrifici" da fare escludano sempre sé stessi e i propri favoriti. Si è quindi di fronte, per quello che mi appare, ad una spettacolare "crisi di legittimazione" della politica, analoga a quella che iniziò a manifestarsi negli anni '80 del Novecento, e alla quale si tentò con scarso successo di porre rimedio.
  Delegittimata dalla sfiducia della gente, la politica, allora, cerca di stare a galla con metodi antidemocratici, in particolare con strategie populiste. Nel populismo l'adesione della gente non viene ottenuta consapevolmente, ma suscitando reazioni collettive di tipo emotivo, confermando le persone nelle loro paure e nelle loro tentazioni, deprimendone il senso critico, presentando la situazione in cui si trovano come senza altra via di uscita che quella di abbandonare una parte dei sofferenti o di riuscire ad accaparrarsi risorse pubbliche a preferenza di altri, e infine garantendo ai propri seguaci che questo lavoro "sporco" sarà fatto senza che essi debbano insozzarsene le mani e le coscienze. Basta tracciare un segno nel posto giusto sulla scheda elettorale. Poi la gente dovrà lasciare mano libera agli eletti fino alle elezioni successive, non creare problemi, non impicciarsi, non essere mai forza critica, non manifestarsi più come popolo, perché, in fondo, in democrazia il popolo si potrebbe esprimere solo in occasione delle elezioni, o, al massimo, partecipando a periodici sondaggi, di cui la politica sarebbe libera di tener conto o meno. Questa però non è democrazia, come oggi la si intende. E non lo è perché è troppo povera di valori e di responsabilità critica collettiva e personale. Non consente alle persone di farsi un'idea realistica del loro tempo e punta a far sovrastimare la gravità di certi problemi, quelli che appunto servono a suscitare adesione emotiva, irrazionale e poco informata. I casi tipici sono quelli dell'immigrazione e dell' "Unione Europea". Sembra che tutti i nostri guai originino da lì e invece sono provocati dall'assetto irrazionale della nostra economia, che la politica non sa e non vuole cambiare, perché manca di un progetto. Così si limita ad esortare a cambiare le persone, con argomenti populisti: ma si è poi visto che i populisti al potere non riescono a cambiare granché, perché, come ho detto, non lo sanno fare e,soprattutto, nemmeno vogliono farlo. 
  La politica democratica è innanzi tutto un sistema di valori: se lo si dimentica si finirà prima o poi nelle mani dei populisti, o peggio. E poi è un sistema di limiti: bisogna sospettare di chi pretende di avere mani libere. Il primo limite è quello dei valori: bisogna delegittimare chi ci spinge all'azzardo morale, ad esempio a respingere i migranti sofferenti abbandonandoli, contro il nostro dovere, in inferni sociali. L'altro limite è quello della critica sociale, che in democrazia deve essere costante, non di elezione in elezione. Tenta di sottrarsene chi si esime dall'obbligo politico di presentare progetti compiuti di riforme sociali ai cittadini, che possano essere compresi e criticati, ma si limita a slogan come "rottamiamoli", meno tasse", "aiutiamoli a casa loro", "fuori dell'Europa".
  L'epoca che stiamo vivendo non è la peggiore che la nazione abbia passato. Ve ne fu una molto più grave durante la Seconda guerra mondiale, nella quale ci aveva trascinato il populismo mussoliniano. A quei tempi si fu veramente smarriti. È allora che, in Italia, ci si convertì alla democrazia, come popolo; quella democrazia della quale oggi in genere si diffida. Fu la nostra Chiesa a prendere un'iniziativa, nella linea dei precedenti interventi sociali, ma iniziando essa stessa dal riconoscimento delle colpe collettive, mutando sensibilmente i precedenti orientamenti verso la politica democratica. Fu un lavoro collettivo, che vide in prima fila l'Azione Cattolica, dalla quale scaturì molta della classe di governo della Repubblica democratica. Fu manifestato al mondo nei radiomessaggi natalizi del papa Eugenio Pacelli, regnante in religione come Pio 12^, tra il 1941 e il 1944, ancora con il regime fascista egemone, documenti che vi invito a cercare mediante Google digitando a "radiomessaggio Natale [e l'anno, ad esempio 1941]". Ebbero il valore di vere e proprie encicliche. Sono tutti pubblicati su www.vatican.va. Si era nel mezzo del disastroso conflitto mondiale: furono rivolti ai "desolati senza speranza" e contenevano un invito alla conversione ad un nuovo ordine sociale internazionale che rivoluzionasse i sistemi totalitari, ma anche quelli dominati dal capitalismo dalla faccia feroce, e che fosse finalmente rispettoso della dignità umana. Un progetto compiuto di società, pieno di valori, che, con il contributo determinante dei cattolici-democratici, fu realizzato democraticamente nella nostra nuova Europa, a tutt'oggi diretta, in fondo, da una leader cristiano-democratica. Quando gli italiani, tra il 1946 e il 1948, e per la prima volta anche le donne, si trovarono a decidere tra monarchia e repubblica e poi tra democrazia popolare, democrazia liberale o democrazia sovietica, tra allineamento con nazioni occidentali o con l'Unione sovietica, scelsero tra quel progetto e altri progetti di società molto articolati, non su slogan populisti come quelli che erano stati proposti per un ventennio dal fascismo mussoliniano.
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli

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